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mercoledì 9 settembre 2009

Cervelli in circolazione

Laila Wadia è nata a Mumbai e vive a Trieste, dove lavora all’università.

Creativi si può diventare per passione, ma usare l’arte perché nessuna donna rimanga esclusa è una scelta di vita. Arrivata in Italia nel 1984, l’artista etiope Konjit Seyoum si è scontrata per la prima volta con il razzismo quando frequentava l’università a Trieste.

Una professoressa le aveva dato della stupida perché non parlava bene l’italiano. Allora lei, poliglotta, cervello in circolazione, ha abbandonato l’aula. Quel gesto, poi, l’ha pagato caro, ma Konjit nella vita come nell’arte si è imposta di rimanere fedele a se stessa. Per questo lavora anche come interprete per i grandi organismi internazionali, in modo che la sua arte non sia mai influenzata dalle necessità economiche.

Konjit ha vissuto in Italia negli anni ottanta, quando gli stranieri erano esotici e non facevano tanta paura. Alla caduta del dittatore Menghistu, ha deciso di tornare ad Addis Abeba, dove ora dirige l’Asni gallery.

Quando le chiedo cosa si è portata dietro dall’Italia (dal punto di vista filosofico) mi risponde con la sua solita verve: “Una caffettiera, un passaverdura e uno scolapasta: sono le tre cose che mi definiscono come italiana”.

Con la stessa ironia e onestà, quando qualcuno le chiede di mostrargli un suo autoritratto, Konjit gli presenta See through: le lastre dei suoi polmoni. Dentro di lei, tracciato sulle radiografie, c’è un fiume di parole, molte delle quali in italiano. Qui Konjit parla dei temi che le stanno a cuore: la mercificazione della donna, l’aids e il consumismo.

Una volta, in segno di protesta, ha trasformato un centro commerciale ancora in costruzione in una galleria d’arte temporanea. Una delle opere esposte si chiamava Modern landscape, una composizione di bastoni e sassi per rappresentare il male che ci facciamo da soli. Disposti in verticale, però, i bastoni formavano una tastiera, per sottolineare che si può cambiare musica.

Lo scorso 8 marzo ha dipinto Leave no woman behind, una tela che raffigura tanti seni. “Noi donne dobbiamo ricordare che siamo un unico grande seno che nutre la pace”. Parole e pennellate di una donna allattata dalla saggezza di tante madrepatrie. Laila Wadia

da Internazionale

SOCCORSI O RESPINTI? 43 ERITREI SALVATI DAI LIBICI, PRESTO IN CARCERE

TRIPOLI - È stato localizzato a circa 40 miglia dalla Libia e soccorso da una motovedetta libica il barcone in difficoltà, di cui da ieri si cercavano le tracce. Ne aveva dato notizia il sito in tigrino Assenna riportando l'sos ricevuto da un eritreo residente in Norvegia. Ne aveva dato notizia l'Arci, che aveva informato la Guardia costiera di una telefonata giunta al numero verde dell'associazione da parte di un eritreo che aveva il fratello a bordo del gommone. A bordo dell'unità soccorsa vi sarebbero 43 migranti, tra cui 10 donne, una delle quali incinta e un bambino, e non 150 come riferito in un primo momento dall'Arci, né 90 come riferito dal sito Assenna.Fonti locali riferiscono all'Ansa che la barca si trovava in gravi difficoltà ed era in balia della mareggiata. L'arrivo nel porto di Tripoli è previsto in serata. Ad attendere i passeggeri, sul molo, ci saranno i camion container della polizia libica. Presumibilmente già da stanotte saranno rinchiusi in cella. E in un secondo momento trasferiti a Misratah. Proprio come è successo agli eritrei respinti dall'Italia il primo luglio e ancora oggi detenuti nel campo dedicato agli eritrei.

Insomma se è vero che il salvataggio messo in atto dalle autorità libiche, a 40 miglia dalla costa, costituisce un importante precedente per la salvaguardia della vita in mare, allo stesso tempo l'ennesimo respingimento indiscriminato di rifugiati politici, donne e bambini, che una volta a terra sono condannati a mesi o anni di detenzione amministrativa, non può che farci nuovamente allarmare.

da Fortress Europe

Sudan: Lubna libera (pagata la multa) ma contro la sua volontà


«Continueremo a combattere»: Lubna Ahmed Hussein, la giornalista sudanese condannata ieri per aver indossato i pantaloni e incarcerata per essersi rifiutata di pagare la multa che il tribunale le aveva imposto in alternativa ad un mese di reclusione, è stata liberata, ma non rinuncia alla lotta. Il suo ultimo gesto di sfida al regime, che aveva provato a disinnescare un caso divenuto imbarazzante per il clamore suscitato in tutto il mondo, ha avuto vita breve. Il presidente dell'Unione dei giornalisti sudanesi ha annunciato di aver pagato la multa per scarcerare Lubna. Ma la donna, 40 anni, non ha apprezzato il gesto dei colleghi: «Avevo detto a tutti i miei amici e alla mia famiglia di non pagare la multa, ma sono stata liberata. Non sono felice anche perchè ci sono più di 700 donne ancora in prigione che non hanno nessuno che paghi per loro». Molti giornalisti sudanesi sostengono che l'organizzazione che ha pagato la multa abbia rapporti con il governo.


Ai suoi sostenitori che le si sono stretti intorno nel cortile del giornale Ajrass al Hurriya ('Le campane della liberta«), Lubna ha promesso che la lotta continuerà »per cambiare questa legge, la polizia per l'ordine pubblico e i tribunali per l'ordine pubblico«.
Per il reato di »condotta indecente« rischiava 40 frustate.
Ieri la condanna ad un mese di carcere o ad una multa di 200 dollari e il suo rifiuto a piegarsi :»Non pagherò, vado in prigione« aveva detto Lubna continuando a indossare i pantaloni e il velo tradizionale a coprirle testa e spalle, mentre fuori dall'aula migliaia di donne vestite come lei le manifestavano solidarietà sfidando la legge e la polizia.
La giornalista era stata denunciata il 3 luglio quando, mentre si trovava in un ristorante di Khartoum, era stata circondata dalla 'Polizia dell'ordine pubblicò (una milizia di giovani estremisti usata dal governo contro chi beve e contro le donne giudicate non abbastanza sottomesse) che l'aveva umiliata, percossa e sbattuta in una cella perchè indossava i pantaloni.
»Mi hanno portata via insieme ad altre 12 ragazze - raccontò allora la giornalista - Due giorni più tardi, dieci di loro ricevettero dieci colpi di frusta ciascuna«. Lubna non era stata processata subito perchè, essendo anche dipendente dell'Onu, godeva dell'immunità. Ma la donna si è licenziata dal suo incarico per sfidare le autorità: »Non ho paura di essere frustata. Sono pronta a subire anche più di 40 frustate purchè tutti sappiano cosa succede a Khartoum« aveva detto.
La sua vicenda ha subito fatto il giro del mondo e molti sono intervenuti in suo favore. Oggi un comunicato dell'Onu ha denunciato la sua condanna come una violazione dei diritti umani: »Il caso di Lubna Ahmed Hussein - ha detto Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissariato per i diritti umani - è a nostro avviso emblematico di una tendenza (..) di leggi che discriminano le donne in Sudan«. (ANSA-AFP-REUTERS).
I83-MAO 08-SET-09 18:03 NNN

da http://africa.blog.ilsole24ore.com/

L’oro blu della Puglia. Un cerchio che si chiude

AUTORE DELL'ARTICOLO
Alessandro Tauro

Se vi dicessi che esiste un unico filo conduttore che unisce nello stesso interesse Massimo D’Alema, Gianni Alemanno, Francesco Gaetano Caltagirone, Antonio Di Pietro, Pierferdinando Casini, Cesare Geronzi, Raffaele Fitto, Francesco Boccia mi credereste?

La storia che segue è la risposta a questa domanda.

E' una storia che lega tra loro sanità, risorse naturali, amministrazioni pubbliche, il mondo della politica, ipotesi giudiziarie, vittime inconsapevoli e navigati carnefici.
E’ una storia che parla di interessi economici, di giochi al limite del political-thriller, di alleanze trasversali, di mondo imprenditoriale e di celebri uomini politici costretti a ricoprire il ruolo della pedina inconsapevole in una scacchiera sconosciuta.

Tutto ha inizio 13 anni fa, nel settembre del 1996, quando Antonio Di Pietro, allora ministro dei Lavori Pubblici, redige la prima bozza di decreto che ordina la privatizzazione dell’acquedotto pugliese. Una privatizzazione che, nel corso degli anni, non è mai praticamente avvenuta.

Così nasce questa storia, con l’attuale ferreo sostenitore del principio "acqua bene pubblico" primo ideatore della sua privatizzazione. Un ruolo, questo del privatizzatore dell’oro blu, che è utile tenere bene a mente.

Per un intero anno, dal 2000 al 2001, i governi D’alema e Amato tentano un accordo di vendita della Acquedotto Pugliese SpA (allora nelle mani del Tesoro) all’Enel, un accordo che fallirà miseramente per l’ostruzione continua operata dal Presidente pugliese Raffaele Fitto, che, nel tentativo di incrementare la posizione della Regione Puglia nel futuro asset societario della SpA, finirà per distruggere l’unica possibilità di privatizzazione dell’acquedotto regionale.
Un involontario eroe socialista in salsa pugliese.

Nel dicembre 2001 il nuovo governo Berlusconi consegna l’acquedotto pugliese nelle mani di Fitto, alla sola condizione di procedere regionalmente alla privatizzazione entro 6 mesi.

Numerosi gli interessati. Tra tutti una cordata dall’enorme potenziale: ACEA (società municipalizzata di Roma controllata dall’allora sindaco Walter Veltroni), Roberto Colaninno (futuro anello di congiunzione tra PD e PDL) e Francesco Caltagirone (capo di un impero che va dall’editoria all’edilizia, dalle banche ai trasporti), una cordata ben vista e sostenuta da D’Alema e Letta da una parte (un binomio che ritroviamo ancora oggi nell’endorsement a Pierluigi Bersani) e da Alemanno dall’altra.

La privatizzazione si fa attendere e la duratura attesa esporrà Fitto e la sua regione a numerose critiche del centrosinistra, in un gioco della parti completamente rovesciato: con l’Ulivo e Di Pietro "convinti privatizzatori" da una parte e la destra "anomala statalista" dall’altra.

Tra i più convinti privatizzatori il lettiano Francesco Boccia e il dalemiano Sandro Frisullo.

Ogni ipotesi di privatizzazione fallisce miseramente nel gennaio 2005 quando le primarie del centrosinistra vengono vinte inaspettatamente dal "rivoluzionario gentile" Nichi Vendola, proprio a danno di Boccia, fervido sostenitore della "bozza di privatizzazione D’Alema" del 2000.

La vittoria nelle regionali contro il governatore uscente Fitto metterà per sempre la parola fine ad ogni velleità liberista, vista la profonda convinzione del neo-eletto Vendola a mantenere la gestione dell’acqua pugliese nelle mani della collettività.

L’evidente acredine preesistente tra Ulivo e Vendola cresce sempre più durante il governo di quest’ultimo, impegnato a nominare ai vertici dell’AQP amministratori contrari ad ogni privatizzazione (Petrella prima e Monteforte poi) e ad ostruire ogni interesse gestionale del duo DS-Margherita.

Nel luglio 2008 le prime dichiarazioni di reciproco interesse in Puglia tra PD e UDC. La condizione una sola: l’allontamento definitivo di Nichi Vendola e dei partiti della "sinistra" (Italia dei Valori, Rifondazione e Sinistra e Libertà).

La china presa da Vendola diventa preoccupante. A febbraio, lo scandalo che colpisce l’assessore Tedesco, socialista dalemiano, allontanato dalla giunta Vendola prima dell’avviso di garanzia, immediatamente riciclato in Senato al posto del prodiano De Castro, dirottato in Europa, su "richiesta" di D’Alema ed avallo di Franceschini.

Lo scontro tra Vendola e D’Alema diventa pubblico e sfocia nelle critiche dell’ex segretario PDS al leader di Sinistra e Libertà per la candidatura di bandiera alle europee, che D’Alema e Latorre contesteranno profondamente ("Mi auguro che abbia considerato e soppesato le conseguenze politiche che la sua scelta di candidarsi alle europee potrebbe avere" fu la dichiarazione molto esplicita del secondo).

E poi, nel luglio scorso, l’indagine della DDA barese capitanata dal PM Digeronimo sulla giunta regionale e la cacciata di 5 esponenti, tra cui ben 3 dalemiani.

Uno schiaffo al leader-massimo che se compiuto dall’esponente di un partitino come Sinistra e Libertà può significare una cosa sola: abiura o morte.
Inizia così l’attacco da più fronti a Vendola, alla sua giunta e al suo sponsor, l’ex dalemiano ed ora scheggia impazzita Michele Emiliano, sindaco di Bari. Gli attacchi vedono i dalemiani colpiti nel cuore da un lato e dalla parte opposta l’Italia dei Valori alla ricerca di un’altra leadership "più opportuna". Un gioco di potere, quello del leader morale dei DS, che salta agli occhi anche dell’attento Giannini, su Repubblica, che parla di "Patto della crostata in casa ACEA". Un patto che sembra riaprire l’ipotesi della privatizzazione, con un solo prezzo da pagare: l’allontanamento dei sostenitori della gestione pubblica.

Un gioco di potere ancora meglio calibrato se a lanciare l’attacco contribuisce anche "Il riformista", vicino alla corrente di D’Alema e di proprietà della famiglia Angelucci, indagata (nelle persone di Antonio, deputato PDL, e Giampaolo) assieme a Raffaele Fitto per lo scandalo della sanità pugliese.

Una storia che sembra consegnare il corpo morente del governatore Vendola sull’altare del patto PD-UDC. Il "patto della crostata". Sancito con l’entrata in ACEA del consigliere dalemiano Andrea Peruzy al posto del prescelto dal PD romano Angelo Rughetti, un ingresso che conferma l’ottimo rapporto tra D’Alema e Caltagirone (suocero di Pierferdinando Casini), che affonda le radici negli interessi comuni su Monte dei Paschi di Siena, scalata BNL e, adesso, ACEA, come conferma lo stesso Marco Palombo (PD) dalle pagine del Foglio.

Un patto però, questo tra D’Alema e Casini, insufficiente, elettoralmente e numericamente parlando. Serve almeno un altro alleato, anche non fidato, ma in grado di apportare un certo contributo per la vittoria.

E chi meglio di un Di Pietro e un IDV così critici verso Vendola? Ma come fare?

Semplicemente lasciando che gli eventi corrano da sé. E lasciare che a mezzo stampa trapeli il recondito interesse dell’IDV nella candidatura di un certo Francesco Boccia, lo stesso che negli anni (forse all’insaputa di un distratto Di Pietro) si è fatto portavoce dell’istanza privatizzatrice per nome del duo Letta-D’Alema.

Lo stesso che negli ultimi anni ha ribadito la fedeltà al progetto di privatizzazione targato D’Alema e che ora vede Caltagirone, Colaninno, l’ACEA di Alemanno e la Mediobanca di Geronzi al posto dell’ENEL.

Quel progetto nato dall’ex ministro Antonio Di Pietro.

Un cerchio che si chiude.

Da Giustizia e Libertà al Partito Radicale


Ernesto Rossi nasce a Caserta nel 1897. Ancora ventenne conosce Gaetano Salvemini. Tra i due inizia subito una sincera amicizia che sfocia poi nella collaborazione e nella stima reciproca. Rossi negli anni del fascismo, dopo un iniziale momento di incertezza, diventa uno dei protagonisti del movimento “Giustizia e Libertà”. È tra gli organizzatori del gruppo che dà vita al foglio clandestino “Non Mollare!”. In questa iniziativa è con Carlo e Nello Rosselli e Gaetano Salvamini. La sua attività solleva ben presto le attenzioni del tribunale speciale fascista che lo condanna a venti anni di carcere, di cui nove li sconta in carcere e quattro al confino sull’isola di Ventotene, al largo delle coste del Lazio. Qui, sull’isola, con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni matura compiutamente quelle idee che nel 1941 dovevano ricevere il loro suggello nel Manifesto di Ventotene.Nel 1943 fonda con Altiero Spinelli il Movimento Federalista Europeo e aderisce in seguito al Partito d’Azione. Con la Liberazione nel 1945, in rappresentanza del Partito d’Azione, diviene sottosegretario alla Ricostruzione nel Governo Parri e presidente dell’Arar (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) fino al 1958. Nel dicembre del 1955 è tra i fondatori del Partito radicale, insieme a Leo Valiani, Guido Calogero, Francesco Compagna, Giovanni Ferrara, Felice Ippolito, Franco Libonati, Alberto Mondadori, Arrigo Olivetti, Marco Pannella, Mario Pannunzio, Leopoldo Piccardi, Rosario Romeo, Nina Ruffini, Eugenio Scalfari, Paolo Ungari. Si dedica contemporaneamente alla ricerca e al giornalismo d’inchiesta sul “Mondo”. Dal 1962 in avanti svolge la sua attività di pubblicista anche su “L’Astrolabio” di Ferruccio Parri. Muore il 9 febbraio del 1967, a Roma. Di lì a pochi giorni avrebbe dovuto presiedere l’iniziativa del Partito Radicale per l’Anno Anticlericale, al Teatro Adriano.

di Michele Lembo

Il confino di Ventotene
di Roberta Jannuzzi

Tra i capi di Giustizia e Libertà, Ernesto Rossi fu processato nel 1931 e condannato a 24 anni di reclusione. In Ventotene (Fratelli Frilli Editori, 2004), il socialista Alberto Jacometti, confinato nell’isola dal 1941 al 1943, racconta che, già mentre lo traducevano a Roma, Rossi tentò di fuggire gettandosi dal finestrino del treno in corsa. Sfilate le manette, approfittò di un momento di disattenzione della scorta, con un balzo si aggrappò al finestrino e si lasciò cadere. Il destino, tuttavia, gli fu avverso. Inseguito da un milite, perse il soprabito con la giacca e il portafoglio. Vagò tutta la notte sotto la pioggia. Bussò a una casa, fu respinto. Domandò aiuto a due o tre persone che incontrò, ma nessuno rispose. Infine si perse in un bosco. La descrizione che Jacometti fa di Rossi, concide con quella di un altro confinato, Giorgio Braccialarghe (Nelle spire di Urlavento, Fratelli Frilli Editori, 2005), testimone della nascita del Manifesto di Ventotene. «Snello, con occhi vivaci, nerissimi e un pizzetto caprigno, aveva un non so che d’infantile, quasi una gracilità femminea che non traeva ad inganno, poiché bastava una men che superficiale facoltà d’osservazione per scoprire tutta l’energia di cui era capace e una forza di volontà eccezionale. Possedeva la forte religiosità dei pochi privilegiati che, essendo corazzati moralmente, rifiutano ogni religione rivelata. D’un’onestà superiore, era incapace del più piccolo compromesso con la propria coscienza. Per lui la vita valeva la pena d’esser vissuta, solo se spesa in una costante dedizione al proprio e all’altrui miglioramento, e la sua intima aspirazione era di poter sopravvivere attraverso le opere seminate e portate a compimento durante l’esistenza».


L’anticlericalismo
di Michele Lembo

«Io appartengo alla sparutissima schiera di coloro che credono ancora sia dovere di ogni uomo civile prendere la difesa dello Stato laico contro le ingerenze della Chiesa in Parlamento, nella scuola, nella pubblica amministrazione, e ritengono che quest’obiettivo sia, nel nostro paese, più importante di qualsiasi altro - politico, giuridico o economico - in quanto il suo conseguimento costituirebbe la premessa indispensabile per qualsiasi seria riforma di struttura: io sono, cioè, sulle posizioni di quello che la maggior parte degli esponenti della nostra sinistra democratica oggi definisce “vieto anticlericalismo” e “pregiudizio piccolo-borghese”».
Queste parole Ernesto Rossi scriveva l’8 dicembre del 1964, in premessa del suo libro “Il sillabo e dopo”. Lo studioso, che fu tra gli estensori del Manifesto di Ventotene, si proponeva di mettere a nudo le contraddizioni della condotta della Chiesa di Roma nell’arco di tutta la sua storia. Contraddizioni poste in evidenza attingendo direttamente da scritti e discorsi dei protagonisti di quella storia stessa.
«Questo è un libro anticlericale. Lo hanno scritto otto pontefici: Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI». Con queste parole, che usa come sottotitolo nel “Sillabo e dopo”, Ernesto Rossi spiega in modo chiaro e sintetico il suo metodo di lavoro. Un metodo che diviene strumento e fondamento anche della sua battaglia politica. Partendo dall’esame puntuale dei testi degli stessi protagonisti che hanno fatto la storia del Vaticano, Rossi riesce a ricavare i punti cardine della sua critica a quella particolare forma di cultura etica che caratterizza la tradizione vaticana. Un esempio di questo modo di procedere è appunto nell’introduzione al “Sillabo e dopo”. «Unico vero signore di tutte le cose create è Domineddio - spiega Ernesto Rossi, citando uno dei testi di Pio IX - quindi “omnis potestas a Deo”; veramente legittimi possono qualificarsi soltanto quei governi che riconoscono di avere la autorità del comando non per diritto proprio, né per volontà della nazione, ma per mandato di Dio: ed i governi devono essere ubbiditi dai sudditi solo se fanno leggi, amministrano la giustizia, educano la gioventù in conformità della legge di Dio». Se il fondamento dello stato per il clero vaticano sta nella necessità di costruire leggi in conformità della “legge di Dio”, è evidente che non c’è niente di più lontano di questo da una concezione laica di Stato moderno. «La Chiesa cattolica non è un’associazione di fedeli come le altre chiese, costituite per provvedere, in forma collettiva, al culto, all’educazione, alla propaganda: è il corpo mistico di Gesù. Dio si incarna nella Chiesa, unica detentrice della verità». In questo senso «la Chiesa cattolica è dunque “società perfetta”, in quanto tale, completamente indipendente da qualsiasi potere civile: può far leggi, giudicare, punire, anche con la pena di morte». In conseguenza di questo, «in caso di contrasto fra autorità civili e autorità ecclesiastiche, le prime devono sempre cedere davanti alle seconde: se non cedono, i sudditi hanno il dovere di “obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”, cioè di ribellarsi alle autorità civili per obbedire alle autorità ecclesiastiche».

Nell’ambito di questa visione delle cose umane, il Vaticano si pone evidentemente in antitesi rispetto a tutte le libertà che la cultura illuminista concepisce per l’individuo. Vediamo come citando un discorso di Pio XI del 18 settembre 1938, Ernesto Rossi mette in luce questo aspetto. «Se c’è un regime totalitario, totalitario di fatto e di diritto, è il regime della Chiesa - scrive Rossi, citando Pio XI - dato che l’uomo appartiene totalmente alla Chiesa, deve appartenerle, perché l’uomo è creatura del Buon Dio, è il prezzo della redenzione divina, è il servitore di Dio, destinato a vivere per Dio qui in terra e con Dio in cielo». Rossi spiega tra l’altro: «Purchè dimostrino di essere disposti a riconoscere la supremazia della Chiesa […] la Santa Sede dà tutto il suo appoggio anche ai più spietati tiranni, come lo ha dato a Mussolini, a Hitler, a mons. Tiso, a Pavelic, a Dollfuss, a Pétain, a Salazar, a Franco, a Peròn, ai fratelli Diem, e a tutti gli altri dittatori clericali del vecchio e del nuovo mondo». La Chiesa ritenendosi unica depositaria della verità «non potrà mai - chiarisce Ernesto Rossi - di sua volontà, consentire che la scuola, la stampa, il teatro, il cinema, la radio, la televisione, vengano sottratte al suo controllo e alla sua censura, e si adopererà sempre in tutti i modi per non far riuscire o per allontanare dalle cariche politiche e amministrative di rilievo i laici, qualunque siano i loro meriti che […] costituirebbero un ostacolo ai suoi interventi negli affari interni».

Il 9 febbraio 1967 moriva Ernesto Rossi. «Ernesto - racconta Marco Pannella - era stato operato nei giorni precedenti. L'avevo visto il 7, e lui, che era sarcastico verso chi non credeva all'Anno anticlericale che avevamo lanciato, era allegro perché un'infermiera gli aveva detto: "Bé, se lei presiede questa cosa, verrò anch'io all'Adriano". Ernesto, abituato come eravamo spesso noi radicali al Ridotto dell'Eliseo, aveva soggiunto: "L'ho detto anche a Ada: ma vuoi vedere che questa volta quel matto di Pannella ha avuto ragione!". L'operazione era andata benissimo, il medico era Valdoni, tuttavia le conseguenze non furono controllate e all'improvviso Ernesto se ne andò. Di lì a trentasei ore avrebbe dovuto presiedere una prima grande manifestazione della religiosità anticlericale, della religione della libertà di tutti i credenti».

da RadioRadicale

In vino veritas, in acqua putridas, in coca cola adidas (la lista della spesa ).

Eccolo qui, il vino cabernet consigliato per portate a base di carni rosse, cacciagione e brasati. Oddio, a me il vino non è mai piaciuto molto, ma ultimamente qualche buon bicchiere non lo disprezzo, ma senza esagerare, perché, si sa, in vino veritas, in acqua putridas, in coca cola adidas… ahahahahahah… ma quanto stupidi eravamo? Da bambini, io e i miei cugini, ci divertivamo con questi insulsi giochi di parole senza senso.Non significava niente, ma noi ci sforzavamo di convincere gli adulti che, in realtà, si trattava di uno straordinario caso di pubblicità occulta antelitteram, quasi un inno al consumismo modaiolo ed alla esaltazione del brand come status symbol paninaro,quando ancora i fanatici delle marche erano solo un’idea nella mente di qualche pazzo furioso non casualmente inserito nel consiglio d’amministrazione di una multinazionale qualsiasi. Certo, un giochetto non del tutto innocuo, tipico d’una certa cultura alto-borghese, vagamente annoiata e molto, molto snob, che ha castrato le nostre migliori energie auto deterministiche.

Fatto sta che la profezia si è avverata. Oggi vedo un sacco di giovani che sorseggiano vino fuori da locali alla moda e l’acqua sembra davvero qualcosa che imputridisce, visto l’abbondanza di alcol disinfettante con cui si cerca di diluirla. Quel che non comprendono è però l’effetto dissolvente che il gruppo ossidrile -OH ha sulle cellule cerebrali. In più, le marche, le grosse multinazionali ed i loro fatturati miliardari dettano, se possibile, ancor più leggi ad personam. Certo, non era difficile prevederlo, ma fa comunque impressione constatare come, davvero, non siano serviti a niente certi strali di sociologi, filosofi e scrittori di fantascienza nel descrivere un futuro in cui l’uomo sarebbe divenuto schiavo dei propri vizi.

D’altra parte, credo fosse inevitabile e gli ammonimenti, nonché le idealizzazioni di una società scevra da condizionamenti di massa, non hanno fatto altro che svegliare un futuro troppo remoto, creando un presente assonnato, come sosteneva Kafka.

Mettiamo allora anche questa bottiglia nel carrello. Se non altro, è di vetro, materiale ecologico per eccellenza, sul quale almeno mia figlia non avrà nulla da obiettare. Cosa manca? Ah, sì. I biscotti…

da Prepuzio’s Blog

martedì 8 settembre 2009

FABIZIO DE ANDRE' - NELLA MIA ORA DI LIBERTA'



Le immagini sono tratte da il film "L'odio (La Haine), 1995 di Mathieu Kassovitz"

Nella mia ora di libertà - Fabrizio De André

Di respirare la stessa aria
di un secondino non mi va
perciò ho deciso di rinunciare
alla mia ora di libertà

se c'è qualcosa da spartire
tra un prigioniero e il suo piantone
che non sia l'aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione
che non sia l'aria di quel cortile
voglio soltanto che sia prigione.

È cominciata un'ora prima
e un'ora dopo era già finita
ho visto gente venire sola
e poi insieme verso l'uscita

non mi aspettavo un vostro errore
uomini e donne di tribunale
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci so stare
se fossi stato al vostro posto...
ma al vostro posto non ci sono stare.

Fuori dell'aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità

tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
e poi lo scanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera.

Tante le grinte, le ghigne, i musi,
poche le facce, tra loro lei,
si sta chiedendo tutto in un giorno
si suggerisce, ci giurerei
quel che dirà di me alla gente
quel che dirà ve lo dico io
da un po' di tempo era un po' cambiato
ma non nel dirmi amore mio
da un po' di tempo era un po' cambiato
ma non nel dirmi amore mio.

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual'è il crimine giusto
per non passare da criminali.

C'hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.

Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
e abbiamo deciso di imprigionarli
durante l'ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un'altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

Per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti.

8 SETTEMBRE 1943


Sandro Pertini, Il 25 luglio 1943.
Domenica 25 luglio: una serata come tante altre: Quando la radio diede il comunicato ci avevano già rinchiusi nel camerine. Eravamo più di settecento, nella stragrande maggioranza comunisti: Longo, Terracini, Scoccimarro, Camilla Ravera, Secchia. Poi c’erano Ernesto Rossi e Riccardo Bauer, del partito d’azione, e anche gli anarchici, gente che veniva dalle prigioni, naturalmente, che aveva fatto la guerra in Spagna, che era stata nei campi di concentramento francesi. Alcuni di noi, ritenuti “pericolosissimi”, godevano di un trattamento speciale: venivano sorvegliati a vista. La mattina del 26 notai che i militi che avevano la consegna di pedinarmi erano costernati. Un agente gridò: “C’è una comunicazione importante: tutti in piazza”. Era lì che ci riunivano per l’appello; quando veniva letto il nostro nome bisognava rispondere: “Presente”. Una guardia non seppe star zitta, e si lasciò scappare una notizia che aspettavamo da vent’anni: “Hanno arrestato Mussolini”.
Scoprimmo così che c’era un nuovo governo, presieduto dal maresciallo Badoglio, e che la guerra continuava. Scoppiò un applauso, ma non si videro scene di esultanza clamorosa, il sentimento che prevalse fu un sentimento di angoscia per quello che ci aspettava: una eredità fallimentare. Presi subito contatto con alcuni compagni: “ Se non stiamo attenti”, dissi “può accadere qualcosa di grave”. Costituimmo un comitato, ne facevano parte ricordo, anche un albanese, che fu ucciso al ritorno in patria, e un libertario, Giovanni Damaschi, impiccato poi durante la lotta partigiana. Chiedemmo di essere ricevuti dal direttore della colonia penale, il commissario Guida, che diventò poi questore di Milano. Lo trovammo nel suo ufficio, era pallido, nervoso, aveva già fatto togliere il ritratto del duce. Gli spiegai che dal quel momento era il comitato che comandava, e lui doveva collaborare con noi, e come primo gesto, come prima prova di conversione era opportuno che impartisse l’ordine alla Milizia di smetterla di tenerci dietro; e quei giovanotti avrebbero fatto anche bene a togliersi la camicia nera e i distintivi e le cimici, come le chiamavano. Il dottor Guida poteva, saggiamente, per evitare inconvenienti, incorporarli nell’Esercito. Gli chiedemmo di far presente, con forte urgenza, al ministero dell’Interno, che c’era una logica conseguenza dei fatti: dovevamo essere tutti liberati e senza troppe formalità. Capivamo che, se i sorveglianti fossero intervenuti per frenare, controllare, sarebbe scoppiata una rissa furibonda, un macello. L’animo di molti era esasperato. Arrivai persino a disporre che le osterie servissero soltanto il vino necessario per consumare il pasto. Una sera fui fermato da due detenuti: “Hai fatto bene”, mi dissero “ma non dovevi proibire che si bevesse a volontà”. Incontrai uno con un fiasco in mano, ubriaco, e cercò di giustificarsi; c’era nella voce come un singhiozzo: “ Ho tanto atteso questo momento”. Noi laggiù, vivevamo secondo regole immutate, che dovevano essere rispettate con rigore: si poteva uscire dagli stanzoni, dove alloggiavano dalle tre alle cinquanta persone, verso le otto del mattino, bisognava rientrare per le otto di sera. Non si doveva superare un certo limite, appunto il confino. Camilla Ravera racconta nelle sue memorie che riuscì finalmente a scoprire le strade sassose, le siepi gialle dei fichi d’India, il mare grande e azzurro che ci circondava: immagini che erano vietate- Il tempo dell’attesa, passava lentamente, continuava ad arrivare il battello che partiva da Gaeta e trasportava i rifornimenti, la posta, i giornali; quando doveva sbarcare bestiame non c’era l’attracco, lo buttavano in acqua, con forti urla lo spingevano alla riva. Vedemmo arrivare una corvetta, che gettò l’ancora in una insenatura. A bordo c’era Mussolini. Scesero dei funzionari della Sicurezza, e avevano già deciso: lo avrebbero scaricato lì, ma ad un tratto si imbatterono in un ufficiale tedesco. Chiesero a Guida cosa ci stava a fare e così seppero che sulla costa c’era una batteria antiaerea, con cento soldati. Allora pensarono di cambiare rotta. Non tenevano in alcun conto la nostra presenza e il rischio che comportava. Andammo subito dal direttore per fargli presente il pericolo: ci disse: “So perché siete venuti, ma state tranquilli. Lo hanno già portato a Ponza”. Lo misero nella casa dove lui aveva fatto alloggiare Ras Immirù, l’abissino che aveva guidato le truppe del Negus e che, dopo la sconfitta, rifiutò di sottomettersi. Era un uomo pieno di dignità, alto, severo, portava un lungo mantello nero. Mussolini io lo vidi dunque una sola volta: all’arcivescovado di Milano, nell’aprile del 1945, lui scendeva le scale, io le salivo. Era emaciato, la faccia livida, distrutto. Tutte le mattine io andavo da Guida, per dargli le disposizioni. A Roma si muovevano molto adagio. Continuavamo a vivere secondo le consuete abitudini. Ricevevamo la “mazzetta”, una quota per acquistare i viveri: si versava un tanto, quelli del Pci avevano organizzato le mense collettive, c’erano dei cuochi che preparavano il pranzo e la cena per tutti. Ognuno di noi a turno, doveva fare il cameriere o il lavapiatti, apparecchiare, ripulire il refettorio. I comunisti dedicavano molte ore allo studio, avevano la loro scuola e quando arrivava materiale clandestino dall’Unione Sovietica o da Parigi discutevano le tesi politiche e non sempre erano d’accordo, così nascevano dure condanne e drammatici silenzi. Ed ecco il fausto momento: partì finalmente il primo veliero, ci furono molti abbracci, e quelli che se ne andavano stavano aggrappati alle sartie per salutarci, e noi eravamo lì sul molo, quelli sventolavano i fazzoletti, c’era un confinato che aveva portato con sé il bombardino, lo aveva salvato nelle trincee delle Asturie, nei campi di Vichy, attaccò l’inno di Mameli e noi ci mettemmo a cantare con passione, con ira, “va fuori d’Italia”, e quelli della Wehrmacht che capivano, ci fissavano cupi. Noi non dovevamo avere contatti con la popolazione, e temendo il peggio, lo scatenarsi di chissà quali cupidigie, tutte le ragazze, le donne giovani, erano state allontanate. Allora io dissi a Guida che potevano ritornare, non sarebbe accaduto niente. Un giorno il direttore mi mandò a chiamare: “Ho una bella novità per voi. È arrivato il telegramma che dispone per la vostra liberazione”. “Grazie, dissi, però non me ne vado finché qui resta uno solo di noi”. Ma Camilla Ravera, che diede sempre prova di una straordinaria forza morale, Terracini, e altri, mi convinsero che dovevo partire, per andare a perorare la causa dei detenuti, e così non diedi pace a Senise, Capo della Polizia, e a Ricci, che era agli Interni. Li andavo a trovare ogni giorno con Bruno Buozzi. Erano restii, avevano nei confronti dei comunisti paura e odio. Minacciammo uno sciopero generale, e l’argomento li convinse. Quando arrivò l’ultimo di Ventotene, potei andare a trovare mia madre. Era molto vecchia e mi attendeva. Strava sempre seduta su un muretto che circondava la nostra casa. “Che cosa fa, signora?” le domandavano. “Aspetto Sandro”, rispondeva. Poi, rientrai nella capitale. Ero diventato con Nenni, con Saragat, membro dell’esecutivo del partito, e con Giorgio Amendola e Bauer facevo parte della Giunta Militare. Venne l’8 settembre e fui a Porta San Paolo, c’erano anche Longo, Lussu e Vassalli, e gli ufficiali dei granatieri sparavano e piangevano: “Il re ci ha lasciati, il re ci ha traditi”. Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggivano verso Pescara, i tedeschi si preparavano a liberare Mussolini, cominciava un’altra triste e lunga storia.

Enzo Biagi, Quel 25 luglio 1943. Pertini, in “La Stampa”, 7 agosto 1973

da Indymedia

COS'E' CAMBIATO ??? BRAVISSIMO COME ATTORE

Lamezia Terme: fuga dal Cie. La polizia spara lacrimogeni

LAMEZIA TERME (CATANZARO) - Sei immigrati sono riusciti a scappare nella serata di ieri dal Centro identificazione ed espulsione (Cie) di Lamezia Terme, a Catanzaro, dove erano detenuti perché sprovvisti di documenti di soggiorno. Non si conosce la loro nazionalità, ma pare che fossero tutti originari del Maghreb. I sei sono riusciti a scavalcare l'alta rete di recinzione esterna del centro. Gli agenti in servizio di vigilanza, per evitare che anche altri potessero seguirli, hanno lanciato alcuni lacrimogeni. Sul posto sono poi intervenute diverse pattuglie di polizia e carabinieri che poco dopo hanno bloccato tre dei sei fuggitivi mentre si aggiravano nelle campagne di Lamezia. L'evasione di Lamezia segue quella di Brindisi della scorsa settimana, e quelle di Gradisca e Bari. Segno che la tensione nei Cie continua a essere alta

Un buon compleanno, Emergency


L'associazione compie quindici anni e quasi tre milioni e mezzo di persone curate. E li festeggia a Firenze

Si è tenuta lunedì la conferenza stampa di lancio dell'Incontro nazionale di Emergency che si terrà a Firenze dall'8 al 13 settembre. A fare gli onori di casa Maso Notarianni, direttore di Peace Reporter e componente del Direttivo di Emergency, con a fianco Paolo Hendel, uno degli artisti che parteciperanno alla settimana di Firenze, Massimo Toschi per la Regione Toscana e Stefania Saccardi per il comune di Firenze. Notarianni ha ricordato come, in 15 anni, Emergency abbia curato circa 3 milioni di persone e come tutti gli ospedali di Emergency siano di altissimo livello. «Il criterio al quale ci atteniamo – ha detto – è questo “ci faremmo curare i nostri figli?”.» E in particolare ha citato l'ospedale di Khartoum, sostenuto dalla Regione Toscana, che – ha aggiunto - «rappresenta il meglio della cardiochirurgia mondiale».

«In questi 15 anni – ha spiegato ancora Notarianni – abbiamo curato tutti, senza distinzioni, abbiamo messo a disposizione ospedali belli, perchè chi è in guerra ha diritto di essere curato in strutture belle, abbiamo imparato che la pace si può fare e che costa molto meno che fare la guerra. Costruire e far funzionare un ospedale di Emergency – ha concluso – certo costa molto meno che comprare un cacciabombardiere ».

«Sono stato sabato scorso a Milano, con il Gonfalone della Regione Toscana, per i funerali di Teresa Sarti Strada, la fondatrice insieme a Gino Strada di Emergency. L'ho fatto perchè noi siamo debitori verso Teresa e verso Emergency, lo è il nostro Paese, l'Italia», ha detto Massimo Toschi, assessore regionale alla cooperazione internazionale, alla conferenza stampa tenuta oggi, al Nelson Mandela Forum di Firenze, durante la conferenza stampa organizzata per presentare la settimana di Emergency, che si terrà nel capoluogo toscano da oggi al 13 settembre. «Sono stato a Kabul – ha ricordato Toschi – e sono stato a Khartoum per l'inaugurazione dell'ospedale. Ho visto Gino Strada operare, non era solo un'operazione chirurgica, la sua, ma una liturgia d'amore. E ancora, ricordando Teresa Strada: «E' salita in cielo una stella luminosa e bellissima. Nella notte del mondo c'è una stella che indica la pace. Questa stella è Teresa.»

Paolo Hendel ha poi spiegato il senso della sua partecipazione, insieme a molti altri artisti, alla settimana di Emergency. «Ma come si può non sostenere – ha detto Hendel – un'associazione di volontari, medici e paramedici che salva le persone nelle zone di guerra del mondo. Sono eroici. Comunque all'incontro nazionale di Firenze non partecipa Hendel, ma Carcarlo Pravettoni, l'industriale cinico e baro che costruisce le mine antiuomo. Con Emergency c'è una complementarietà, perchè Pravettoni fa le mine antiuomo, Emergency fa di tutto per toglierle e Pravettoni ce le rimette subito.»

da PeaceReporter

Tutti in piazza contro lo squadrismo mediatico

Anche per chi, come il sottoscritto, neppure un giorno di “ferie” ha potuto concedersi, il rientro nella quotidianità politico-mediatica, dopo un agosto in cui abbiamo continuato a sentire notizie sulla maschia possanza del Grande Capo, e ne abbiamo (colpevolmente) sogghignato, è sconvolgente.

La crisi, a quanto pare, sta cambiando obiettivo: ora saranno presi di mira soprattutto gli occupati da gettare sul lastrico: la chiameranno, eufemisticamente, “disoccupazione strutturale”; ma il governo continua a dire che noi stiamo meglio degli altri, e ci ordina di essere ottimisti, e magari a sputare in faccia ai seminatori di panico, gli inguaribili e ignobili pessimisti (ovviamente comunisti, o loro “utili idioti”). Su questa strada, il faro dell’ottimismo obbligatorio, dopo il venditore, è il suo grottesco spaccamontagne Brunetta, il nostro-Nobel-mancato-ma-di-poco. Dal canto suo, il sodale ministrino-Tremonti-dalla-voce-chioccia, porta avanti la sua personale battaglia di frizzi e lazzi contro le banche, a cui peraltro va tutto il sostegno governativo, in nome della “gente” o del “popolo”; e, poiché, esiste ancora un manipolo di economisti veri, e seri, non piegati al volere dei potenti, non trova di meglio che invitarli a star zitti, con modi bruschi e un sarcasmo stupefacente sulla bocca di chi si vanta di non aver studiato economia.

A tacere, del resto, il suo leader invita tutti noi, anzi ordina, praticamente ogni giorno, dopo la sua troppo breve vacanza in Sardegna, isola che ormai gli appartiene (tale si intuisce sia la percezione vagamente distorta del Cavaliere): il silenzio dev’essere davvero d’oro, se con tanta affettuosa o irritata insistenza ci ingiungono di perseguirlo. Le sole parole consentite sono gli assist al Capo, per permettergli di insaccare la battuta di turno, per raccontare una di quelle orribili barzellette di cui va tanto fiero: o, naturalmente, per assentire, sorridere, applaudire. Lo ricordate il famoso dialogo con la folla di Nerone, nella mirabile e irripetibile gag di Ettore Petrolini? “E noi faremo Roma, più grande e più bella che pria…” – “Bravo!” – “Grazie!” – “Prego”; e così via per una manciata di minuti, con il “Bravo!” che finisce per anticipare la frase di Nerone, e di seguito. Irresistibile. Petrolini, indubbiamente, aveva sotto gli occhi il modello (anch’esso irraggiungibile) di un altro Capo, al balcone di Palazzo Venezia.

Oggi, quella scenetta torna alla mente, davanti alle memorabili esternazioni del Cavaliere, ma che finora, ha indotto a qualche rabbuffo o, nei casi estremi, all’espressione di una “preoccupazione”. Anzi, v’è chi, ancora, invita a non cadere nell’“antiberlusconismo”, a non “fare il gioco dell’avversario” (il virus veltroniano a quanto pare non è debellato). Siamo insomma tutti cloroformizzati? Fortunatamente, no: ci sono voci che ancora osano levarsi, e dicono la verità – che pure è lampante – cercando di risvegliare i dormienti o di metter sull’avviso gli ottimisti. E qual è la verità? La stessa che si parava dinnanzi agli italiani nel 1922: ma anche allora v’era chi si accontentava di ripetere “nutro fiducia” (così l’ultimo presidente del Consiglio, prima di Mussolini, il liberale giolittiano Facta), chi si intestardiva a esprimere auspici, o proferiva inviti: alla buona volontà, al dialogo, alla calma. E le basi della dittatura, intanto, venivano poste.

Certo, allora c’erano le camicie nere, che scorazzavano per il Paese, nell’indifferenza delle “forze dell’ordine”, che, anzi, spesso e volentieri, davano loro manforte: e somministravano manganellate, colpi di rivoltella e di pugnale, e purghe antisovversive ai sospetti socialisti, bolscevichi, nemici della patria. Oggi abbiamo le buffonesche camicie verdi, e le loro filiazioni: le “ronde”.

Ne stiamo sorridendo, così come sorridiamo inebetiti davanti all’olio di ricino che ci ammannisce la televisione, ogni santissima sera. Questo è lo squadrismo odierno; meno appariscente, e più pericoloso di quello del “biennio nero”. E invece di ribellarci, finiamo per cedere, per stanchezza, per sfiducia in noi stessi, o semplicemente travolti dalla nostra impegnativa quotidianità, alle squadre d’azione televisive, e beviamo, complici o succubi, quell’intruglio velenoso che chiamano infotainment: informazione mescolata all’intrattenimento, dove il secondo dovrebbe essere la cornice della prima: ma quel tipo di “intrattenimento” è pensato come un “trattamento”, una forma di svuotamento del cervello dello spettatore, in modo che vada opportunamente riempito di menzogne e falsità dalla parte “informativa”.

E l’aspirante duce, non pago di tutto ciò, nelle pause della più impegnativa delle sue “grandi opere” – il sesso, perlopiù a pagamento – si dedica quotidianamente all’esercizio dell’ingiuria e dell’intimidazione degli avversari, o semplicemente, di quei pochi che ancora non sono sul suo chilometrico libro-paga. E ci si invita ad “abbassare i toni”!? Giammai. I toni vanno alzati. La mobilitazione deve essere immediata, generale, capillare. Possibile che lo si capisca fuori d’Italia, dove i gridi d’allarme sulla tenuta democratica del Bel Paese si lanciano un po’ dappertutto; e noi ci accontentiamo del diritto al mugugno oppure, ahimè, facendo come “lui”, ci riduciamo al motto di spirito? Vogliamo renderci conto che dobbiamo svegliarci? Hannibal ad portas! Dunque, per cominciare, tutti a Roma, il 19 settembre!

Angelo d'Orsi da Micromega

IL GIAPPONE CANCELLA IL DEBITO

È stato annullato dal governo del Giappone il debito del Burundi, equivalente a oltre 24 milioni di euro. “La cancellazione del debito serve ad aiutare l’economia burundese e a rafforzare le relazioni di cooperazione tra i due paesi” ha detto l’ambasciatore nipponico Shigeo Iwatani a Bujumbura, annunciando uno stanziamento di circa sette milioni di euro destinato al miglioramento dei trasporti.Sin dal 2006, la cooperazione giapponese ha investito circa 50 milioni di euro nell’aiuto allo sviluppo del Burundi, nei settori della sanità, dei trasporti, delle infrastrutture stradali, della sicurezza alimentare e per il consolidamento della pace, dopo una guerra civile in parte conclusa nel 2000 con gli accordi di Arusha. Il piccolo paese affacciato sul Lago Tanganica si sta preparando alle elezioni generali, previste per il 2010.

da Misna

Roma, svastica di due metri sul portone del presidente della Comunità ebraica

ROMA (7 settembre) - Una svastica alta circa due metri è stata disegnata sul portone dell'abitazione del presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, in via Fonteiana. La svastica, tracciata senza sigle di rivendicazione, è stata disegnata con una particolare vernice trasparente che si nota solo in controluce. La polizia, Digos e Commissariato Monteverde, ha avviato rilievi scientifici e indagini.

«La svastica è di mesi fa», dice in una nota la portavoce della comunità ebraica di Roma, Ester Mieli. «Per dovere di cronaca siamo obbligati a precisare che la notizia data oggi circa la svastica ritrovata sul portone di casa del Presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, risale ad alcuni mesi fa, quando sì era preferito non rendere nota la cosa. Ieri, il portone sembrava di nuovo imbrattato, mentre dai confronti con l'arma dei carabinieri si è capito che si trattava di una vecchia svastica, già denunciata alle forze dell'ordine. Ringraziamo il mondo politico, che in modo bipartisan ha condannato e espresso solidarietà al Presidente. Attendiamo comunque l'esito delle indagini della Digos, riguardo all'episodio dei mesi trascorsi».

Alemanno: gesto inqualificabile. «Nell'esprimere la mia solidarietà a Riccardo Pacifici e a tutta la comunità ebraica, condanno con la massima fermezza queste istigazioni all'intolleranza e all'odio razziale, inqualificabili di per sè e veramente indegne di Roma, capitale del dialogo interreligioso». Lo dichiara il sindaco di Roma Gianni Alemanno. «Rigettando ogni forma di discriminazione, che sottrae libertà e diritti alla persona umana, auspico che su questo episodio vergognoso, che dimostra tutta la viltà di chi lo ha concepito, venga fatta al più presto la massima chiarezza», conclude il sindaco.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=72329&sez=HOME_ROMA

da Antifa

Shock Journalism - La libertà di informazione a L'Aquila

Piazza D’Armi è la prima tendopoli dell’Aquila che viene smantellata ed è il campo di accoglienza che è stato, per vari motivi, sotto i riflettori dei media mainstream per più tempo. I residenti sono stati informati dello smantellamento del campo con 48 ore di preavviso; le assegnazioni ai nuovi alloggi provvisori (in alberghi aquilani – di cui uno nella zona rossa – o sulla montagna, o sulla costa, alla Caserma della Guardia di Finanza, in luoghi ancora da definire mentre scrivo), dopo oltre 5 mesi di vita nella tendopoli, si sono svolte in un clima di confusione e incertezza. Alcuni residenti del campo si sono definiti, in uno striscione, “I Ri-sfollati di Piazza d’Armi” e dicono che questo è come un secondo terremoto. Ciò si ripeterà fatalmente in tutti gli altri campi di accoglienza (125 al primo di settembre, con 15.892 persone alloggiate). Ecco perché esiste un’urgenza di documentare quel che accade all’interno del campo di Piazza d’Armi.

Per due giorni entro nel campo come visitatore semplice e rimango all’interno per ore, parlando con le persone. Intervistarli con la telecamera accesa è difficile. Devo fare le riprese in angoli nascosti. Spesso mi si chiede di oscurare il viso e modificare la voce di chi rilascia le poche dichiarazioni che ottengo. Quasi tutti temono che parlare a un giornalista possa nuocere loro per l’assegnazione dei prossimi alloggi temporanei.

Filmo, con la telecamera nascosta, qualche minuto della surreale festa di chiusura del campo, con balli di gruppo e karaoke, proprio come se si trattasse di un campeggio: ma non festeggiano in molti.

Filmo, insieme a cameraman e fotografi accreditati, lo smontaggio della prima tenda, la numero 92. E’ vuota da tempo. Viene smontata da una squadra dell’esercito ad uso e consumo di telecamere e macchine fotografiche. Perché qui, di solito, funziona così: si formano i pool di giornalisti, per documentare. Ci si iscrive, si viene condotti in loco, scortati dalle forze dell’ordine o dalla Protezione Civile o da entrambi e poi riportati via. Finito lo smontaggio della tenda, l’evento per il pool, la squadra dell’esercito si fa una foto di gruppo davanti ai tre sacchi che contengono la tenda e se ne va, seguita dalla stampa. Io rimango all’interno.

Il terzo giorno, 5 settembre 2009, decido di provare a entrare palesandomi come giornalista, insieme a un collega fotografo, Jànos, e a Sara Maddalena Cocuzzi, una ragazza aquilana che vuole documentare lo smantellamento del campo e portare all’interno del campo stesso i volantini che invitano la cittadinanza a partecipare all’Assemblea Cittadina che si terrà alle 17 del giorno stesso in Piazza Duomo e, a seguire, alla fiaccolata di commemorazione delle vittime del terremoto.

La stessa persona che mi ha fatto entrare come visitatore per due giorni, mi dice che essendo io un giornalista le cose cambiano: l’ingresso mi viene negato e mi si dice che dovrei prendere contatti con l’Ufficio Stampa della Protezione Civile. Sara viene invitata a recarsi dal capocampo; interviene anche la Digos che interroga lei e Jànos, ed esamina il contenuto del volantino.

Sara dichiara, in merito: “L’atteggiamento era molto conciliante, come se loro fossero intimamente d’accordo con me, come se non per loro scelta ma per disposizioni superiori dovessero per forza bloccarmi all’ingresso. Per più volte mi è stato ripetuto che non potevo entrare a dare volantini perché le persone sono shockate e non sono in grado di recepire in maniera corretta le informazioni che cercavo di veicolare. E per più volte mi è stato ripetuto che, però, siamo in democrazia”.

Veniamo pacificamente ma fermamente invitati a andarcene. Mi trovo a citare l’articolo 21 della Costituzione Italiana, cosa che mi capiterà parecchie volte in questi giorni, quasi sempre senza alcun successo.

Poche ore dopo telefono all’ufficio stampa della Protezione Civile (la telefonata viene ovviamente registrata) e faccio una breve relazione dell’accaduto. Mi sento rispondere, fra l’altro, che di fatto cercare di entrare in una tendopoli è come cercare di entrare in casa d’altri e che il capocampo sa se è bene o no che io entri, sa se la popolazione del campo (circa 1000 persone, nello specifico) vuole o meno che io faccia domande in giro. Mi dichiaro perplesso in merito. Vengo invitato a mandare una mail con la mia richiesta e a quel punto mi diranno cosa si può fare; io so bene cosa accadrà, in quel caso, perché mi è già successo ed è quello che succede ogni giorno a quasi tutti i colleghi giornalisti: mi verrà concesso l’ingresso e verrò accompagnato da un addetto della Protezione Civile che mi seguirà in ogni passo all’interno del campo. E la gente non parlerà.

Nel corso del primo pomeriggio, un gruppo di aquilani tenta di volantinare per comunicare alla popolazione dei due campi di Acquasanta – nei pressi del cimitero dell’Aquila - che Piazza Duomo sarà aperta fino a mezzanotte, per l’Assemblea Cittadina e la commemorazione dei morti del 6 aprile.

Vengono respinti all’ingresso. Così, ritorniamo insieme, con la telecamera accesa e in presenza di un avvocato e, dopo una serie di discussioni, si entra in entrambi i campi. Nel primo non ci prendono nemmeno i documenti - sebbene gli astanti abbiano palesato la volontà di identificarsi - nel secondo ci registrano all’ingresso, dopo aver intimato al sottoscritto di spegnere la telecamera. Che ovviamente non viene spenta.

Ecco. La varietà di risultati ottenuti nel corso dei diversi tentativi dimostra la totale assenza - o perlomeno l’arbitrarietà – delle disposizioni, che vengono continuamente citate dagli addetti della Protezione Civile ma non ci vengono mai fatte leggere, nonostante ripetute richieste.

Così, decidiamo di fare un tentativo diverso il giorno seguente, 6 settembre: un residente della tendopoli di Piazza d’Armi ci invita (il sottoscritto, altri cameraman, fotografi, cittadini aquilani), a entrare dentro al campo come suoi ospiti: la sua intenzione è quella di raccontarci la sua storia dall’interno della sua tenda.

Nonostante l’invito, veniamo immediatamente bloccati all’ingresso. Paradossale, considerato il fatto che la tenda è domicilio di chi vi risiede per ammissione stessa di uno psicologo della Protezione Civile. E’ casa sua.

Mentre si discute, diamo una telecamera a un altro residente del campo: viene impedito l’ingresso anche a lui; sia chiaro: nel corso della surreale festa per la chiusura del campo, quella con i balli di gruppo e karaoke, i residenti avevano telecamere e macchine fotografiche che utilizzavano senza problemi.

Il capocampo cerca di mostrarsi in qualche modo conciliante. Si allontana. Ritorna dopo venti minuti e comunica che il sottoscritto, in quanto iscritto all’Ordine dei Giornalisti, può entrare nel campo, così come l’avvocato che ci ha accompagnati.

Quanto agli aquilani che fanno parte dei comitati e che hanno intenzione, fra l’altro, di creare un osservatorio sullo smantellamento dei campi, dovranno produrre un documento scritto e una lista di persone scelte per l’ingresso nelle tendopoli. Documento che dovrà essere vagliato dal Dicomac (Direzione di Comando e Controllo della Protezione Civile)

Il fatto che io possa entrare, finalmente, mi fa pensare di poter documentare, alla luce del sole, sia le operazioni di smantellamento – non quelle allestite come in una piccola Cinecittà per la stampa ufficiale: quelle vere – sia le storie delle persone.

Purtroppo però il mio ingresso ufficiale nella tendopoli è accompagnato non solo da due funzionari della Protezione Civile ma anche da due carabinieri (come testimoniato dall’immagine scattata da Jànos): restano dietro di me per tutto il tempo, mi seguono e mi scortano. Il risultato è che non riesco a parlare praticamente con nessuno dei residenti: mi si dice anche, come battuta, “adesso non è che andrete a dire che la gente è stata intimidita e per questo non ha parlato”.

No, non andrò a dire solo questo. Andrò a dire, e a scrivere, che mi sono sentito e mi sento intimidito io stesso nell’esercizio del mio lavoro; che l’informazione all’Aquila non è libera; che di fatto la stampa è sottoposta sia ad autorizzazioni sia a censure, in barba a quell’articolo 21 della Costituzione Italiana che mai come in questi giorni ho dovuto citare.

Andrò a dire, e scrivere, che la stragrande maggioranza del giornalismo che viene prodotto qui è totalmente embedded, è un giornalismo che troppo spesso va a letto con le istituzioni, sia quelle tradizionali sia quelle dell’emergenza. Lo chiamerei shock journalism.

Ci sono poi altre considerazioni. E’ Jànos a farle, ma il sottoscritto le condivide parola per parola: “Noi cerchiamo e cercheremo di continuare a fare il nostro lavoro senza farci distrarre o intimidire, cercando di raccontare i fatti e dando voce agli Aquilani. Ma un dubbio ci sorge: perchè tutto questo? Perchè se io voglio documentare lo smantellamento della tendopoli mi trovo a parlare con la Digos? Perchè i giornalisti accreditati vengono scortati dai carabinieri? Perchè deve essere il capocampo a decidere se gli abitanti della tendopoli vogliono o non vogliono parlare con i giornalisti? Perchè tutti questi divieti di riprendere, di fotografare, di fare volantinaggio?

Il nostro lavoro non è quello di fare supposizioni, ma quello di guardare alla realtà, documentarla e cercare di capirla. Tuttavia, muovendosi tra protezione civile, polizia, carabinieri e persone troppo spaventate per rilasciare un’intervista, è difficile ignorare la strisciante sensazione che ci possa essere qualcosa da nascondere e che quelli che prendono le decisioni in questo Paese pensino che la libera informazione sia, all’occorrenza, qualcosa da limitare o da vietare e basta. Personalmente cercheremo di dare una risposta ai nostri dubbi, ma una cosa la vogliamo dire comunqe: noi in Italia queste cose le abbiamo già viste, e sappiamo anche come vanno a finire.”


Related Link: http://www.ikproduzioni.it/blog/index.php/2009/09/07/sh...e-all

da abruzzo.indymedia

La crisi nel Salento: 106 su 119 sono i lavoratori della Nardò Techinical Center Srl in Cassa integrazione fino al 17 ottobre...

La CGIL presenta i dati ed avverte: la situazione nella provincia di Lecce può precipitare nel giro di poche settimane.

Il segretario Arnesano: “Alto il rischio occupazionale per centinaia di lavoratori: occorre intervenire perché le crisi non esplodano”. I Sindacati richiedono unitariamente anche un incontro con il presidente della Provincia per affrontare i temi caldi del territorio: lavoro, politiche sociali, trasporti La crisi continua a colpire la provincia di Lecce. A dirlo sono i dati sull’occupazione nei settori produttivi più importanti dell’economia del territorio: dal commercio al metalmeccanico, dall’edilizia al tessile, non si intravedono segni di inversione di tendenza: “Semmai si fa sempre più vicina la prospettiva che, dopo l’estate, la situazione precipiti. – afferma Salvatore Arnesano, Segretario generale provinciale della CGIL Lecce – Basti guardare alla condizione di aziende importanti che hanno centinaia di lavoratori a rischio occupazione, dal momento che stanno per esaurirsi le settimane di Cassa Integrazione Ordinaria (CIGO, ndr)”.

Per questo il Segretario della Confederazione provinciale annuncia una serie di azioni, su più fronti, che il Sindacato è pronto a far partire per la difesa dei posti di lavoro e per arginare quanto più possibile il crollo delle imprese locali. “Vivendo fianco a fianco con i drammi occupazionali dei lavoratori e rappresentando il mondo del lavoro, - continua Arnesano - abbiamo il dovere di dire forte e chiaro che la crisi c’è e sta mettendo a dura prova i nostri settori produttivi; che sono tante e troppe le situazioni di criticità nelle aziende”. Ecco alcuni dati, tra i più rilevanti, settore per settore. Finora i lavoratori del metalmeccanico interessati dalla Cassa integrazione nel Salento sono 1.080 su 1.776. L’intero indotto Fiat-CNH ad oggi non ha ripreso le attività: CNH Italia spa ha 450 lavoratori, su 545, in CIGO fino al 3 ottobre 2009. Sempre nell’indotto, l’azienda Alcar Srl ha 318 dipendenti in CIGO su 340 unità fino al 22 novembre 2009. 106 su 119 sono i lavoratori della Nardò Techinical Center Srl in Cassa integrazione fino al 17 ottobre; mentre per i 42 lavoratori di Casta Srl si è ancora in attesa di un provvedimento. Nel settore tessile-calzaturiero una boccata d’ossigeno per i lavoratori della Romano Spa di Matino con 200 unità in cassa integrazione su 348 dipendenti: “Abbiamo concluso positivamente l’incontro tenuto presso il Ministero questo giovedì 3 settembre - annuncia il Segretario generale della CGIL: - Siamo riusciti a ottenere un altro anno di Cassa integrazione straordinaria, prorogata fino al 31 agosto 2010”.

Ancora in attesa della pubblicazione di un decreto invece per gli oltre 640 lavoratori delle aziende del gruppo Filanto: l’azienda Zodiaco Srl ha 210 lavoratori su 230 in CIGS fino al 31 ottobre 2009; 110 su 160 in CIGS fino ad aprile 2010 per Tecnosuole Srl. Per quanto riguarda Adelchi, invece, il Sindacato è in attesa di una convocazione per approfondire i dettagli di un nuovo progetto dell’azienda; al momento però sono ben 490 i lavoratori in cassa integrazione straordinaria. Per due aziende satellite del Gruppo Adelchi sono stati raggiunti recentemente gli accordi per la cassa integrazione straordinaria: 338 i lavoratori di CRC Srl di Tricase in CIGS dal 6 luglio 2009 al 5 luglio 2005; stessa durata la cassa integrazione per 142 dipendenti della Nuova Adelchi. Tutt’altro che rosea la situazione nel settore dell’edilizia: il Gruppo Palumbo (Leadri, Pal Strade, Cocemer) non dà nessuna garanzia ai suoi dipendenti per le prossime settimane: ben 95 su circa 200 sono in cassa integrazione. Sempre nel settore delle costruzioni sono in CIGO anche 36 lavoratori della Petito Srl; 20 quelli della Socim e 15 della Imcev Srl. Contratti di Solidarietà sono stati sottoscritti invece in diverse aziende del settore commercio come la GIEFFE srl che ha interessato i 29 dipendenti, come la BILLA Iperstanda con 76 dipendenti, la CAM Ventura con 63 dipendenti e l’AUTOSAT con 51 dipendenti. Anche il settore commercio è stato investito dalla CIG l’esempio eloquente è la CARREFOUR di Cavallino con 220 dipendenti in CIG a rotazione.

Per loro si è in attesa di un riscontro dopo l’incontro delle Organizzazioni sindacali con la Conad Lecrerk che si terrà a Roma domani, martedì 8 settembre. Ben nota, a causa delle proteste in tutto il paese, è la condizione dei precari della Scuola, che, anche a Lecce, hanno manifestato nei giorni scorsi davanti alla Prefettura: “Gli effetti della Riforma Gelmini - sottolinea Arnesano - si traducono nella nostra provincia in tagli per centinaia di docenti, con conseguenze pesantissime sull’occupazione nel nostro territorio. Nella provincia di Lecce almeno 500 precari, tra docenti e personale tecnico amministrativo, non lavoreranno più, tra i docenti di ruolo numerosissimi sono stati i soprannumerari e elevati gli esuberi. I recenti incontri con il Governo sulla situazione della scuola, e in particolare su quella del personale precario, non hanno sortito alcun effetto positivo: nessuna risorsa in più per i precari, conferma dei tagli previsti anche per i prossimi anni, nessuna certezza sulle stabilizzazioni del personale docente e ATA”. Anche nel settore agro-alimentare aumenta il dato della CIG: è il caso della Copersalento, in cui tutti i dipendenti (35 più 7 in mobilità) sono a casa con la Cassa integrazione ordinaria.

“Ci auguriamo di arrivare a un punto sulla delicata vicenda di Copersalento – sottolinea a questo proposito il Segretario Arnesano – Per questo rilanciamo la richiesta di riunire un tavolo tecnico presso la Provincia di Lecce per fare chiarezza sulla questione ambientale e individuare le possibili soluzioni per la tutela dei livelli occupazionali”. La Presidenza della Provincia di Lecce, inoltre, è stata in questi giorni interpellata unitariamente dai sindacati Cgil, Cisl e Uil per un incontro urgente in cui affrontare i temi più caldi del territorio: Sviluppo del territorio e programmazione negoziata; Misure del mercato del lavoro e strumenti anti crisi; Politiche sociali; Problematiche ambientali e rifiuti; Formazione professionale; Trasporti. “La richiesta – spiega Arnesano - è motivata in particolare dal fatto che, in un momento in cui gli effetti della crisi esasperano gli elementi di debolezza e arretratezza territoriale, diventa opportuno e necessario il coinvolgimento di tutti i soggetti sociali di rappresentanza intermedia, come il Sindacato, per la costruzione di un modello di sviluppo del territorio condiviso e partecipato”. “Siamo infatti di fronte ad una condizione sociale peggiorata per quella parte di mondo del lavoro maggiormente colpito dalla crisi - continua Arnesano - e dobbiamo riflettere seriamente sul fatto che finora questo disagio sociale non si è ancora manifestato in tutta la sua drammaticità, per l’impegno che abbiamo messo in campo per affrontare con accordi collettivi una gestione estensiva degli ammortizzatori sociali ma anche, è giusto riconoscerlo, per le diverse azioni di solidarietà delle istituzioni del nostro territorio. Ma questo equilibrio rischia di non durare a lungo se non affrontiamo il problema per tempo con azioni e scelte adeguate”.

08/09/2009

Chi vuole disarcionare Nichi Vendola?

di Andrea Scarchilli

Sul caso delle inchieste pugliesi che hanno coinvolto, in particolare, l'ex assessore alla Sanità della giunta Vendola, intervista al dirigente di Sinistra e libertà Alfonso Gianni. L'inconsistenza delle inchieste giudiziarie, il complotto politico contro il governatore pugliese, orchestrato da una parte del Pd che vuole, in vista delle elezioni dell'anno prossimo, "rimescolare" la coalizione. Coinvolgendo l'Udc e, forse, la formazione della Poli Bortone

Ritieni anche tu, come Vendola, che le inchieste condotte dal pm Digeronimo, che hanno colpito in particolare un assessore della giunta Vendola, siano condotte con modalità sbagliate e clamore eccessivo?
Direi di sì, soprattutto perché non si vedono gli addebiti concreti. Tuttavia io penso che il fatto principale non sia l'inchiesta ma il dato politico: non siamo di fronte a un complotto giudiziario ma un complotto politico, questo sì. E mi sembra molto evidente.

Chi sono i protagonisti del complotto?
Ha diversi attori. Naturalmente c'è la destra berlusconiana, ci mancherebbe altro. La Puglia è la Regione emblema di una parziale rinascita economica del Mezzogiorno, simbolo di una modernizzazione del Sud: perciò un terreno di conquista ambito per il disegno berlusconiano. C'è pure anche la posizione specificata da una dichiarazione "ante litteram" da parte di Francesco Boccia, l'esponente del Partito democratico sconfitto nelle primarie proprio da Vendola.

Cosa diceva Boccia in quella dichiarazione?
Dava un giudizio, immotivato, di governo pessimo da parte della giunta Vendola. Stava, evidentemente, cercando di preparare le cose per la sostituzione di Nichi Vendola alla leadership di una prossima eventuale coalizione alla guida della Regione a partire dal prossimo anno.

Una coalizione che dovrebbe, quindi, avere una fisionomia diversa da quella messa assieme da Vendola. Con quali "new entry"?
L'Udc e forse anche la formazione di Adriana Poli Bortone. Si pensa così di contrastare la rivincita di Fitto attraverso un'operazione gattopardesca di occupazione del centro. E' chiaro che il nemico principale di un'operazione come questa è Vendola, sia per la speranza di cambiamento che ha suscitato che per quello che dal punto di vista politico rappresenta. Dopo di che, se la giunta Vendola va valutata per i risultati che ha conseguito, c'è una certa ingenerosità anche a sinistra. C'è chi non si rende conto della complessità di un governo in una situazione come quella pugliese nell'Italia di oggi. Non tutte le cose si possono subito fare con gli altri che ti stanno a guardare. E' una lotta continua, direi per utilizzare un termine antico che fai da una posizione di forza (quella del governo) che non è, nello stesso tempo, una posizione di forza assoluta: ci sono poteri consolidati e annidati nell'economia territoriale che ti si oppongono. Da alcune parti puoi ottenere risultati subito, da altre meno.

Per esempio?
Mi pare che il caso della sanità sia l'esempio in cui la vischiosità degli interessi economici e anche una certa modalità da parte da alcuni a prestarsi a fatti corruttivi richiede ben altro sforzo per essere combattuta. D'altra parte, si sa, nel mondo moderno la sanità è un grande terreno di scontro di classe. Basta prendere il caso degli Stati Uniti per rendersene conto.

Ma Vendola ha delle responsabilità?
Dal punto di vista giudiziario, sicuramente no, e la considerazione è rafforzata dal fatto che lo conosco personalmente. Dal punto di vista politico, vale quanto ho detto prima: su alcuni punti la giunta si è qualificata molto bene, su altri c'è ancora molto lavoro da fare. La questione della sanità rientra tra questi, e che Vendola se ne sia accorto è evidente anche nel processo di rinnovamento della giunta che a un certo punto ha intrapreso. E' stato criticato per la bruschezza con cui lo ha fatto, e a farlo sono gli stessi che gli rimproverano, oggi, di essere la bella addormentata nel bosco. Come si vede, gli argomenti vengono girati oggi a seconda delle convenienze. Io penso, però, che per quanto si possa guardare in termini sereni e persino smaliziati all'operato della giunta, il segno positivo è netto nel complesso di quanto si è fatto, soprattutto in relazione alle passate legislature. Se la sinistra non è in grado di sostenere questa giunta e il suo principale protagonista, si suicida.

Vendola sta rischiando o è ancora in sella, in vista delle elezioni del prossimo anno?
Per quello che capisco io è in sella con parecchi disarcionatori attorno.

Qualche nome?
Non faccio parte del'entourage di Vendola in senso stretto e non voglio intromettermi nei problemi politici pugliesi, ma mi pare di capire dalle dichiarazioni pubbliche che questo Boccia è, con tutta evidenza, una punta di lancia contro Vendola. Quanto Pd ci sia dietro lui, questo si vedrà nella sede congressuale, quando le carte verranno tutte scoperte. E' evidente da ora, tuttavia, che quella componente che si identifica in lui, o che lui usa o che pensa di usare, è uscita alla luce del sole.

lunedì 7 settembre 2009

PRESA DIRETTA - RESPINTI



Da quando sono cominciati i respingimenti in mare sono stati finora 800 gli uomini e le donne che le autorità italiane hanno riconsegnato alla Libia. Eppure di tutti questi respingimenti non abbiamo mai visto neanche unimmagine : nessun telegiornale italiano, nè pubblico nè privato ha potuto documentare che cosa sia successo . Presadiretta per la prima volta è riuscita ad alzare il velo sul primo respingimento, quello fatto nei giorni 6 e 7 maggio dalla motonave Bovienzo della guardia di finanza insieme ad altre due unità della capitaneria di porto .

In esclusiva la RAI sono state mandate in onda le foto scattate da Enrico Dagnino l'unico giornalista che si trovava a bordo della Bovienzo e che ha assistito al primo respingimento dal momento in cui è stato avvistato il gommone carico di migranti fino a quando sono stati letteralmente buttati sui pontili del porto di Tripoli . Non solo, Presadiretta è riuscita anche a dare un nome e cognome a 24 dei primi respinti : tredici eritrei e undici somali, tutta gente che scappa dalla guerra e dalla dittatura , gente che se fosse riuscita ad arrivare a Lampedusa avrebbe potuto ottenere lo status di rifugiato e il permesso di restare in Italia. E invece agli uomini e alle donne trovati allo stremo delle forze in mezzo al mare nessuno ha chiesto il nome e il cognome e sono stati rimessi nelle mani della polizia libica. Che fine hanno fatto? Che cosa succede nelle carceri libiche ? Come vengono trattati i i migranti e hanno la possibilità in Libia di vedere riconosciuto il loro diritto di asilo come sostenuto da Berlusconi durante la conferenza stampa che ha fatto con Gheddafi durante la visita a Roma nel giugno scorso? E infine la politica dei respingimenti ha contribuito al successo elettorale della Lega Nord ? Per capirlo Presadiretta è andata a Reggio Emilia dove la Lega è diventata il secondo partito della città e il terzo della provincia.

















ASD NARDO' vs ATLETICO TRICASE 2-0

Il Toro travolge il Tricase. Nel primo tempo le reti dei sudamericani Di Rito al 10' che sblocca il risultato, e Marini al 30' con una delle sue sortite offensive su calcio d’angolo. Nel secondo tempo il Nardò controlla la partita e potrebbe anche dilagare

LE PAGELLE

NARDÒ:

Bassi 7 Anche se impegnato poche volte si fa trovare pronto in una doppia respinta ravvicinata. REATTIVO

De Donno 6,5 (Calabuig 31' s.t.) Molto utile in fase difensiva; ci si aspetta di più in fase di proposizione offensiva. ACCORTO

Contessa 7,5 Difende ed offende come se fosse un veterano. UN’IRA DI DIO

Ruggiero 6,5 La sua padronanza tattica lo fa trovare sempre nel posto giusto al momento giusto. SAGGIO

De Padova 6,5 Grande grinta ed umiltà; va su tutti i palloni senza tirarsi indietro. ROCCIA

Marini 8 Non gli manca niente: difende, imposta e segna. INCONTENIBILE

Montaldi 6 (De Benedictis 27's.t.) Da uno come lui ci si aspetta di più. Molto impegno ma poca efficacia. FUOCO DI PAGLIA

Frascolla 6,5 Grande caparbietà su tutti i palloni, non lascia un metro agli avversari. TESTARDO

Di Rito 7,5 Decisivo. Segna un gran goal dopo una bella cavalcata e non disdegna la rifinitura. MATTATORE

Tartaglia 6,5 Lavoro oscuro il suo per impegno e acume tattico. Certo è che da un numero 10 ci si aspetta qualche delizia. SCATTA PIGNATE

Parlacino 6,5 (Turitto 30' s.t.) Gode di ottima tecnica individuale e firma l’assist per Di Rito. Bene nel primo tempo ma nel secondo si spegne. FUNAMBOLICO

In panchina: Vetrugno, Petilli, Massarelli, Patera.

All. Longo 7 Tatticamente la squadra è preparata. Nel secondo tempo ci si aspetta la goleada ma preferisce difendere il risultato. TIMIDO

TRICASE: Cesari, Mastria, Giannuzzi, Di Lonardo, Citto, Raffaello, Calabrese (D'Urso 24' s.t.), Pellegrini (Stefanelli 1' s.t.), Striano, Mitri, Ruberto. In panchina: Marzo, Brigante, Ciardo, Pirelli, Corvaglia. All. Orlandini

ARBITRO: sig. Roca di Bari

UNA TIFOSERIA FANTASTICA
Lo spettacolo andato in scena ieri sera al Comunale “Giovanni Paolo II” in occasione del derby Nardò –Tricase è stato davvero un qualcosa di strabiliante ed al tempo stesso sorprendente; potremmo dire assolutamente neretino! E’ sin troppo facile, infatti, allestire cori, danze e coreografie quando si milita in categorie di una certa importanza, quando si viene da una serie di vittorie, quando si è neo promossi, quando le tifoserie sono finanziate dalla stessa società…
Non è il caso dell’ ASD Nardò, che milita nel campionato di eccellenza, ma può contare su di un pubblico da grandi palcoscenici e su di una squadra che ieri, all’esordio in campionato si aggiudica in scioltezza un derby storicamente stregato, dando la sensazione di una squadra matura, che non sente le pressioni e le tensioni di una vigilia fin troppo chiaccherata.





L’AMICO QUALSIASI

“Qualsiasi” è l’italiano medio, scontento, convinto di avere e di rappresentare una dignità culturale. Il rappresentante di quell’Italia che si prende molto sul serio, perennemente arrabbiata, e che perciò si ritiene in dovere di essere critica, perché “il mondo è in costante debito”.

Tra le mie conoscenze ricorderò Qualsiasi. Nel mio taccuino trovo molti appunti che lo riguardano. Ecco il primo: “I secoli hanno lavorato per produrre questo individuo di stanche ambizioni, furbo e volubile, moralista e buon conoscitore del codice, amante dell’ordine e indisciplinato, gendarme e ladro secondo i casi. Nazionalista convinto, vi dice come si doveva vincere l’ultima guerra e a chi si potrebbe dichiarare la prossima. Evade il fisco ma nei cortei patriottici è quello che fiancheggia la bandiera e intima ai passanti: giù il cappello”.
Q. è davvero un uomo qualsiasi: purtroppo egli è convinto di essere qualcuno. E’ però soddisfatto del suo nome, che porta con umile civetteria. Abita in una casa qualsiasi, che adorna di oggetti qualsiasi: spende molto per questi oggetti (ha vivissimo il senso della proprietà) ed è convinto così di allietarsi l’esistenza. Le sue macchine musicali sono potenti, egli le tiene in moto tutto il giorno, impedendo ai vicini di pensare. Segue il progresso per nelle minuzie, ma no trascura la tradizione. Crede che la poesia sia fatta di buoni sentimenti, oppure di crudeli perversità. Non si stima molto abile, ma ha fiducia nel suo buon gusto: senza questo buon gusto il cattivo gusto non avrebbe tanto dilagato nel suo paese. Qualsiasi è padre affettuoso: ama i figli per le soddisfazioni che dovranno dargli in avvenire ed ha un unico vero amico: se stesso. Se poi ci addentriamo ad esplorare le sue idee morali e politiche troviamo di che giustificare largamente le avversioni che hanno ridotto il suo paese nelle attuali deplorevoli condizioni e il Re a vivere in un albergo senza pagare il conto. Ha un animo senza dubbi, un cervello lucido: non si pone problemi che non abbia risolto in anticipo. Potevo coglierlo a contraddirsi tre volte nella stessa frase, potevo metterlo alle strette con le sue stesse affermazioni. Allora, da uomo che rinuncia alla lotta per generosità, concludeva che – dopotutto – non gliene importava nulla.
Lo frequentai negli anni che seguirono la grande sconfitta; e ancora oggi gioca a fare lo scontento. E’ scontento di sé e del suo paese che vorrebbe tranquillo, confortevole, simbolico come la Svizzera – un paese dove non si rubano le biciclette. La folla lo infastidisce con le sue eterne, mal formulate minacce, ed è convinto che il popolo non ami le cose belle, che lui ama, e che non abbia ideali disinteressati – che lui ha. “Il popolo” dice spesso “è sporco, si accanisce nella piccola compravendita, è superstizioso, pronto a derubarvi, prontissimo alle barricate, soprattutto se si tratta di farle con i vostri mobili”. Egli sente, quindi, come massimo dei suoi doveri, di controllare il popolo, di impedirgli di far pazzie. Miglior alleato in quest’impresa gli sembra l’esercito, il quale, se non ha generali abbastanza validi per vincere le guerre, ne ha sempre per tenere a bada chi non vorrebbe farne.
Qualsiasi è anche scontento della storia che lo sovrasta. Per la verità si tratta di una storia ingrata, che gli ha limitate tante aspirazioni. Gli ultimi avvenimenti hanno insinuato nel suo animo questa verità: che la morale si modella sull’economia. Si meraviglia perciò, anzi finge di meravigliarsi, che certi concetti una volta tenuti in gran conto – come l’Onestà, l’Onore, la Tolleranza, l’Umanità – siano scaduti a tal punto da essere invocati da tutti e osservati da nessuno. Non si chiede se, per caso, quei concetti non servirono troppo a salvare la sua concezione dell’esistenza, cioè la sua stessa esistenza, a scapito di quella degli altri.
Un confuso scetticismo lo invita a conquistarsi un benessere personale ad ogni costo. Sospirando ammette che “siamo in un paese di ladri”: si difenderà col furto. Il furto è talmente entrato nelle sue abitudini che ruba senza accorgersene: vi chiede la matita per segnarvi un indirizzo e dopo se la mette in tasca. Dai massacri che hanno insanguinato la sua terra, ha cavato l’insegnamento del suo diritto alla vita comoda, difesa dalle leggi e dalla polizia. Dice che paga la polizia per essere difeso da quelli che non possono pagarla. Dice anche di no avere idee politiche perché gli sembra inutile averne in un’epoca in cui le armi permettono ad un’idea armata di sopraffarne altre mille disarmate. Se gli osservate che nessun arma può uccidere un’idea, vi risponderà che il più piccolo temperino può uccidere però un uomo: lui.
Quanto alla libertà, che la trascorsa dittatura gli negava, ha imparato a farne a meno. Neanche oggi se ne preoccupa: preferisce l’ordine, da quel bravo disordinato che è. Se gli ricordate che già una volta ha rinunziato alla libertà per i treni in orario, vi risponderà che i treni in ritardo sopraffacevano egualmente la sua libertà, perché quel ritardo scaturiva da un’intransigenza politica, non dalla cattiva qualità del carbone.
Non ebbe un Sigfrido tra i suoi antenati e nemmeno uno di quei cavalieri che partivano senza provviste alla difesa della vedova e dell’Orfano. I proverbi gli hanno insegnato che l’audacia è superflua, quando non è esclusivamente retorica. E il sole, il bel sole del suo paese che tanto piace ai turisti, gli ha impedito di credere a ciò che non può essere provato, fatta eccezione per i miracoli e le statistiche. Il suo concetto preferito è la povertà del paese: “I pezzenti sono poveri”, questa è la sua massima.
Si tratta in verità di un paese piene di montagne e di abitanti, di fiumi asciutti e di brevi pianure, con un sottosuolo inadeguato, sordo ad ogni trivellamento. Non è più nemmeno il giardino del mondo, come una volta. Nell’antico mare quella penisola era un trampolino verso altre terre, altri continenti; oggi è un corridoio senza uscita: arrivati in fondo bisogna tornare indietro. Perciò Qualsiasi soffre di evasionismo. Quando gli dissero che le aquile avrebbero volato daccapo in suo onore, ci credette: e ci crederà sempre, benché oggi dica di non credere più a nulla. Ma è inutile che cerchiamo di frugare nelle ampie riserve di propositi che la sua speranza custodisce ancora: allo stesso modo, i materassi di certi vecchi mendicanti sono pieni di biglietti fuori corso.

Ecco un terzo appunto sul mio taccuino: “Non credere ai conterranei che gli somigliano e che non la pensano come lui. Odia e disprezza anche un poco gli stranieri, benché gli ammiri per i motivi più futili. Crede realmente solo a se stesso, si sente migliore di coloro che lo circondano per strada, al caffè, ovunque. Si rammarica sovente di essere costretto a vivere fra imbecilli. La notte s’addormenta sorridendo di pietà al ricordo di imbecilli che ha dovuto salutare, intrattenere, persino lodare”.
Frequentandolo, mi sono convinto che le sue colpe sono immense, ma ereditarie: egli ha potuto soltanto aggravarle con una certa ben curata ignoranza. Sono secoli Che chiede tuttavia di conoscere gli articoli di quell’armistizio che fu firmato in suo nome da un venerato plenipotenziario, dopo la sconfitta che gli inflisse la Coscienza. Da quel giorno, vive alla giornata.
Arrivato ultimo al gioco delle nazioni, era fatale che vi perdesse quel po’ di prudenza e di criterio che aveva messo in serbo coi secoli. Avrebbe potuto vivacchiare con la vendita delle indulgenze, preferì lavorare come gli altri, e ben presto rimase disoccupato. Non aveva confini e li volle, per accorgersi che è quasi impossibile difenderli, giacché i popoli vicini, per non rovinare le loro colture agricole, usano darsi battaglia sul territorio del suo paese, che offre vasti campi operativi, specie nelle regioni settentrionali.

di Ennio Flaiano

ENNIO FLAIANO

Ennio Flaiano nasce a Pescara, il 5 marzo 1910. Ha studiato architettura, passando poi al giornalismo ed alla critica cinematografica e teatrale: nel 1939 è recensore per il settimanale "Oggi", quindi collabora a "Documento", "Cine Illustrato", "Mediterraneo", "Star", "Domenica", "Il Mondo". La sua attività di sceneggiatore inizia con "Pastor Angelicus" (1942) di Romolo Marcellini, ed è destinata a continuare, parallela alla sua carriera di scrittore, con non minore fortuna.
Come narratore, esordisce nel '47 con il romanzo "Tempo di uccidere", vincitore del Premio Strega: dal libro verrà tratta nel 1989 una versione per il cinema, diretta da Giuliano Montaldo.
Mentre i suoi articoli di critica, cronaca e costume proseguono senza interruzione sulle pagine di "L'Europeo", "La Voce Repubblicana", "Il Corriere della Sera", egli firma innumerevoli soggetti e sceneggiature che trovano realizzazione in oltre 60 film: nella sterminata mole di titoli, ricordiamo "Roma città libera" (1948), "Guardie e ladri" (1951), "La romana" (1954), "Peccato che sia una canaglia" (1955), "Le notti di Cabiria" (1957), "La dolce vita" (1960), "La notte" (1961), "Fantasmi a Roma" (1961), "La decima vittima" (1965), "La cagna" (1972).
In particolare, il rapporto con Fellini - cominciato nel '51 con "Luci del varietà" e durato sino a "Giulietta degli spiriti" (1965) - si rivelerà intenso e assai fruttuoso: l'ironia, lo sguardo lucido e impietoso del Flaiano gioveranno non poco alla riuscita di molte pellicole del regista riminese, da "Lo sceicco bianco" (1952) a "I vitelloni" (1953), da "La strada" (1954) a "Il bidone" (1955), fino a quel capolavoro che è "Otto e mezzo" (1963).
Tornando alla vicenda letteraria del Nostro, meritano menzione i due volumi di racconti e satira "Diario notturno" (1956) e "Una e una notte" (1959), cui faranno seguito "Il gioco e il massacro" (1970, Premio Campiello), i 5 testi teatrali di "Un marziano a Roma e altre farse" (1971) e "Le ombre bianche" (1972).
Nei due tomi di "Opere. Scritti postumi" ed "Opere 1947-1972" della collana Classici Bompiani (1988 e 1990) sono confluiti i suoi testi letterari, mentre un'ampia scelta dei carteggi è stata riunita in "Soltanto le parole" (1995).