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lunedì 20 febbraio 2012

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra


Scusa per aver ritardato la pubblicazione dell'articolo.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, in questi anni le lacrime versate per te sono state le più belle.

Spesso il tuo amore è più forte di me, della malinconia, della tristezza e della sofferenza.

Amore Bello, perdonami se non sono stato il padre che avrei voluto essere.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, tutte le notti il mio cuore, seppur coperto da sbarre, inferriate e cemento armato, scappa da me e dalla mia cella per venirti a trovare.Molti uomini ombra pensano spesso alla morte perché è la loro unica via di fuga, io piuttosto penso a te, perché sei la mia ragione di vita.

Tesoro, perdonami se non sono stato un padre come tutti gli altri.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, il tuo amore mi ha sempre dato la forza di combattere e di non arrendermi.

Il mio mondo e il mio futuro stanno scomparendo insieme alla mia vita, eppure io ti amo come il primo giorno che mi hanno portato via da te.

Barbi, perdonami se sei cresciuta senza di me accanto.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, molti ergastolani hanno bisogno della speranza per vivere, io invece ho solo bisogno del tuo amore.

Per resistere all’Assassino dei Sogni e per soffrire di meno molti uomini ombra cercano di dimenticare quello che erano, io invece per resistere cerco di ricordarmi che ero un uomo libero.

Figlia mia, perdonami se sono più di venti anni che non riesco a darti il bacio della buona notte.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, oggi ho afferrato con le mani le sbarre della mia cella, le ho strette forte, mentre il mio cuore provava inutilmente a spezzarle.

Vita mia, perdonami se non riuscirò mai a uscire.

E grazie di esserti tatuata: “Divisi da sempre, uniti dall’anima”.

Il mio cuore ti ama, io pure.

Tuo papà.

Carcere Spoleto, Febbraio 2012

mercoledì 8 febbraio 2012

“Pro Patria” Ascanio Celestino, l’amico degli uomini ombra

“Il cuore ha le sue prigioni che l’intelligenza non apre”. (Marcel Jouhandeau)

La settimana scorsa Ascanio Celestini mi ha mandato questa dedica:
- A Carmelo che dopo un po' di mie parole ora legge anche la mia pessima calligrafia. Avanti!
Ascanio.

È noioso e patetico che un prigioniero, un uomo ombra, parli e scriva spesso di carcere.
Ed è pure noioso che un uomo ombra parli e scriva sempre di ergastolo, ma è bellissimo che lo faccia Ascanio Celestino, un uomo libero con l’amore nel cuore.

Alla vigilia del suo spettacolo “Pro Patria” alla domanda “Quindi dopo aver raccontato la resistenza e la fabbrica, il manicomio, questa volta punti lo zoom sulla galera?” lui risponde:
(…) Sono tutte istituzioni molto simili fra loro (…) Se osserviamo l’evoluzione del nostro paese attraverso la cultura legata alla giustizia, più che alla prigione, purtroppo scopriamo che il paese non è andato molto avanti, anche rispetto allo stesso Cesare Beccaria, che condannava la tortura e la pena di morte, come se l’ergastolo non fosse peggio. Noi del resto abbiamo superato la tortura e la pena di morte solamente in parte, perché il 14bis e il 41bis sono forme di tortura, e nelle nostre galere vi sono soggette più di mille persone. Potrebbero godere di un regime migliore solo se facessero il nome di qualcun altro: il “pentito” è una figura che esiste solo in Italia, forse anche perché è un paese cattolico. Tra le storie che ho raccolto per lo spettacolo, ho conosciuto uno che è finito in galera dieci anni dopo un omicidio commesso assieme al fratello più grande. Quando esce di galera emigra dal sud al nord e cambia vita. Dopo dieci anni il fratello viene arrestato, ma fa il suo nome e si assicura l’impunità. (…)

Ascanio, scusa se all’intervista aggiungerei che l’ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio, quello che se non collabora e non diventa un “pentito”, è il solo essere nell’universo che sa dove morirà: in una cella, coperto fra sbarre e cemento;
che non sempre le leggi coincidono con la giustizia, perché non è giusto acquistare la libertà prendendola da un altro;
che l’Italia è il paese più condannato dalla Corte europea dei diritti umani, si può dire più criminale dei delinquenti abituali, e per giunta a piede libero;
che si parla spesso di criminalità, ma non si parla quasi mai di criminalità politica e istituzionale organizzata;
che sicuramente senza la mafia dei poteri forti non esisterebbe neppure la mafia sottoposta al regime di tortura del 41bis, del 14bis e del 4bis;
che un uomo ombra a differenza di tutti gli altri umani non può più guardare avanti, può solo guardare indietro.

Grazie Ascanio, di essere uno dei pochi amici dei colpevoli e cattivi per sempre. Il mio cuore ti manda un sorriso fra le sbarre della mia cella.

Carmelo Musumeci
Uomo ombra del carcere di Spoleto, febbraio 2012
www.carmelomusumeci.com

mercoledì 1 febbraio 2012

Colpevole e cattivo per sempre

Cos’è l’ergastolo ostativo?

E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi

Questo anche per coloro che nel merito, riconosciuto da educatori e giudici, come nel caso di Carmelo Musumeci, dovrebbero lasciare il carcere perchè evidentemente "recuperati" (come vorrebbe l'art.27 della nostra Costituzione.)

“Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia” (William Shakespeare)

Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia scrive di me: (…) l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo c.d. ostativo ( tendenzialmente perpetuo, salvo collaborazione con la giustizia), (…)evidenziandosi a livello culturale, politico e giurisdizionale. (Ordinanza udienza del 6 ottobre 2011).

Il gruppo trattamentale del carcere di Spoleto scrive di me:
-Una prevalenza di aspetti positivi. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo-culturali organizzate. Per il particolare impegno mostrato lungo tutto il percorso di studi, ha ricevuto un encomio in data 19.05.2011 e uno in data 24.05.2010 per l’impegno mostrato nel corso di una rappresentazione teatrale. La partecipazione a vari concorsi letterari in ambito nazionale ha prodotto note di apprezzamento, riconoscimenti e premi da parte di esponenti della comunità esterna. Recentemente il Musumeci ha pubblicato un suo racconto all’interno di una antologia intitolata “Racconti da carcere”, pubblicata dalla Arnoldo Mondadori Editore. Sensibilmente interessato a tematiche di carattere sociale, egli si relaziona da tempo con diverse associazioni, vicine al “sistema Carcere”. Dimostra un grande interesse per i temi di rilevanza sociale e per le problematiche legate all’esperienza detentiva. Il detenuto ha da tempo avviato un percorso di revisione critica non manipolatorio né riduttivo: certamente favorito dallo studio delle materie giuridiche, da una diversa consapevolezza del concetto di legalità, dalla disponibilità ad azioni riparatorie all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da un forte investimento positivo verso gli affetti familiari. (…)
Giudizio di affidabilità individuale
(Relazione di sintesi, ottobre 2011).

Eppure, nonostante tutte queste belle parole dei miei “giudici” e dei miei “educatori”, non potrò mai uscire se non collaboro con la giustizia e se non metto in cella un altro al posto mio. E domando: ha senso scrivere e sprecare risorse istituzionali per un uomo colpevole e cattivo per sempre che deve morire in carcere? Credo che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta intima, un diritto personalissimo e inviolabile, e non dovrebbe assolutamente portare conseguenze penali (o di trattamento) così gravi e perenni. Penso che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta da rispettare e non dovrebbe essere punita con una conseguenza penale così grande e smisurata per un ergastolano ostativo, a tal punto che sembra che la non collaborazione sia ancora più grave del reato commesso. Credo che un uomo abbia il diritto di scegliere di non collaborare per le proprie convinzioni ideologiche, morali, religiose, o di protezione dei propri familiari.
Sto cercando di migliorarmi e di cambiare rimanendo me stesso, probabilmente per i “buoni” questa è una colpa grave e mi costerà vivere in carcere fino all’ultimo dei miei giorni, colpevole e cattivo per sempre, ma in carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo, sotto un certo punto di vista, molti di noi non possono che essere felici che i "buoni" non ci perdonino.

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, Gennaio 2012

sabato 21 gennaio 2012

UNDICI ORE D'AMORE DI UN UOMO OMBRA


“Io non credo ai miracoli,posso solo vivere contando su di loro”
(Karl Rahner).
Non credo neppure agli angeli, eppure da qualche anno ne ho incontrato uno. Ieri sera alle ore 17.00 mi hanno comunicato che mi sono state concesse undici ore
di permesso da uomo libero.
CARMELO MUSUMECI


CHE FARESTE SE DOPO VENT’ANNI DI CARCERE AVESTE SOLO UNDICI ORE PER RIVEDERE QUELLI CHE AMATE?

Di queste undici ore Carmelo ci racconta, con un ritmo che toglie il respiro, nel moto ondoso delle parole.
Ma ci racconta anche della notte prima, lui che nella sua branda gioca di continuo con la morte, la invoca fulminea perché lo salvi dalla sua condanna a morte al rallentatore di Uomo Ombra. Stanotte no, stanotte ha paura di morire prima delle sue undici ore da uomo libero, morire come Mosé un istante prima di toccare la terra promessa, hai visto mai un dispetto di Dio. Ma vive. È mattina. I cancelli che dovrà passare sono undici, come le ore eterne e sfuggenti che ha davanti, un film serrato che concentra ogni passione, ma senza lieto fine. Alle 22.00 varcherà a ritroso l’undicesimo cancello, e sarà di nuovo solo. "Io e l’Assassino dei Sogni".

(dalla Prefazione di BARBARA ALBERTI)

Cos’aveva più degli altri, Saviano, oltre al coraggio?
La voce. Saviano è un grande scrittore.
Anche Carmelo. Gli auguro di scrivere il suo Gomorra sul carcere,
con tutta la potenza del suo genio narrativo,
gli auguro di suonare così forte le sue trombe di angelo ribelle
che perfino noi, i complici, gli indifferenti,
possiamo sentirlo.
BARBARA ALBERTI

mercoledì 4 gennaio 2012

CARMELO MUSUMECI - Buon Anno da un ergastolano

di Carmelo Musumeci
Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi;
buon anno agli uomini in nero del ministero d'ingiustizia che gestiscono le persone senza essere persone;
buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati;
buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quei colpevoli di essere innocenti;
buon anno alle guardie carcerarie sperando che si ricordino che per gestire le persone bisogna essere persone;
buon anno ai forcaioli purchè si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci potrebbero passare pure loro;
buon anno a quelli che sono morti per essere vivi ed a quelli che tentano di essere vivi per non morire;
buon anno a quelli che non sono buoni per andare in paradiso e ai cattivi che non hanno paura di andare all'inferno;
buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, ridono e sono felici, ai pazzi ed ai normali che fanno i pazzi per non impazzire;
buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l'hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza;
buon anno a tutti i prigionieri del mondo, pure a quelli di Guantanamo;
buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere;
buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi;
buon anno a quelli che credono che la verità non è che un aspetto della verità;
buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità di delinquere ma anche della sua capacità di redimersi;
buon anno a quelli che sono solo ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano;
buon anno anche ai deboli che sono forti perché non lo nascondono;
buon anno a quelli che fanno il male così pienamente e allegramente come quando devono punire i prigionieri;
buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e quindi ai prigionieri vittime di se stessi e della società;
buon anno ai nostri aguzzini che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma ci puniscono solo perché abbiamo sbagliato;
buon anno a quelli che capiscano la giustizia vivendo l'ingiustizia fra le mura di un carcere;
buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi;
buon anno anche a dio sperando che la smetta di essere dio;
buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi e ai potenti, ai poveri, ai ricchi che sono poveri, a tutti noi che siamo, a quelli che non ci sono più.

COLLETTIVO ANARCHICO LECCE - TRA UN RICORDO SBIADITO E UN VIVO PRESENTE


(A proposito dell'affondamento della Kater i Rades)

A prima vista potrebbe sembrare un'opera meritoria: una scultura che ricorda una tragedia potrà far sì che quell'avvenimento rimanga impresso indelebilmente nella mente di chi vi passerà vicino. Eppure qualcosa non torna...
Il 28 marzo 1997 una nave carica di immigrati albanesi viene affondata al largo del canale di Otranto dalla nave Sibilla della marina militare italiana, provocando ottantuno vittime. Non è stato il caso, non sono state le condizioni del mare particolarmente avverse, vi sono stati dei responsabili precisi. La giustizia, quella democratica, ha fatto il suo corso, trovando, come spesso accade in questi casi, una soluzione alla “Ponzio Pilato”. Poco importa la sua conclusione, lo Stato non condanna mai se stesso. Ora di questa tragedia si vorrebbe fare un evento da commemorare con un'opera scultorea apprezzabile da addetti ai lavori come un'importante opera d'arte. Per ricordare e farne un inno all'incontro, all'umano bisogno di storie, afferma uno dei testi di presentazione dell'evento.Il fatto è che da commemorare non c'è proprio nulla, perché sono ancora vive nelle nostre menti le grida di chi, cadendo in mare ha perso la vita o i suoi parenti. Vive sono le urla di chi ancora oggi, al largo delle coste del Salento, (l’ultimo naufragio è del 27 novembre scorso - 3 immigrati morti e 30 dispersi) o del Mediterraneo, perde la vita in cerca di una speranza di sopravvivenza. Viva è la rabbia e la disperazione di chi in Italia riesce ad arrivarci ma viene impacchettato e rispedito subito indietro, oppure rinchiuso, fino a diciotto mesi, in Centri di Identificazione ed Espulsione perché non ha un documento regolare. La stessa Otranto che si vanta di essere città dell'accoglienza, dichiarata patrimonio dell'Unesco, è anch'essa un anello di questo sistema dell'esclusione. Il suo centro di accoglienza temporanea “Don Tonino Bello” funge infatti da anticamera proprio verso quei rimpatri e verso quei Cie che sospendono il tempo e la vita di migliaia di immigrati. Questo è ciò che ha deciso il diritto democratico, questo ciò che ha deciso l'Economia, di cui gli Stati sono solo un'appendice (ce ne saremo ormai resi conto?). Migliaia di immigrati sono rinchiusi perché la loro vita deve essere contenuta, proprio come la nostra, trasformata ormai in un’appendice della merce e della tecnica. Anche per chi non è straniero infatti, la reclusione non è cosa così lontana. Nuovi ghetti, nuove aree videosorvegliate, nuove carceri sono pronte a contenere chi semplicemente afferra ciò che non può permettersi, oppure alza la testa davanti a sempre nuovi padroni. Per questo non abbiamo nulla da commemorare ed è per questo che un senso di fastidio e un moto di rabbia ci assale quando sentiamo di queste iniziative. Perché non serviranno a cancellare le morti in mare, perché non libereranno coloro che sono rinchiusi, perché non fermeranno la mano razzista di chi ammazza chi ritiene diverso. Perché non impediranno ad associazioni come “Integra” , tra i fautori dell'evento, di continuare a lucrare sugli immigrati che da quei centri passano (un esempio è il campo di Manduria).
La memoria può essere sovversiva se all'umano bisogno di storie sostituisce l'umano bisogno della libertà.
Nemici di ogni frontiera

lunedì 19 dicembre 2011

SEN. F. FERRANTE AL CARCERE DI SPOLETO INCONTRA GLI ERGASTOLANI OSTATIVI

Il Senatore Francesco Ferrante ha visitato nei giorni giorni il carcere di Spoleto, accompagnato dai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, che da 4 anni seguono e appoggiamo gli ergastolani d'Italia per l'abolizione della pena dell'ergastolo, in particolare quella dell'ergastolo ostativo ai benefici penitenziari, che rende l'ergastolo "una pena di morte mascherata", come l'ha definita l'attuale Responsabilie Generale della Comunità, Giovanni Paolo Ramonda.
Guidati dal Direttore, Dott. Ernesto Padovani, hanno incontrato gli ergastolani nella loro sezione. Qui di seguito la lettera che gli stessi ergastolani hanno consegnato al Sen. Ferrante e il comunicato dell'ufficio stampa del gruppo PD del Senato, con l'annuncio di un'interrogazione parlamentare che il Sen. Francesco Ferrante ha presentato sull'ergastolo ostativo.


Lettera aperta degli ergastolani ostativi al Senatore Francesco Ferrante

Senatore, mentre in alcuni paesi come la Norvegia, Portogallo, Spagna, l’ergastolo è stato eliminato (Islanda mai avuto ergastolani) dando un segno di grande civiltà e umanità e in altri Paesi l’ergastolano può uscire:
Irlanda dopo 7 anni, Olanda dopo 14 anni, Norvegia dopo 12 anni, Svezia dopo la commutazione della pena, Svizzera dopo 15 anni, Regno Unito varie possibilità, Austria dopo 15 anni, Belgio dopo 10/14 anni, Cipro dopo 10 anni, Danimarca dopo 10/12 anni, Francia dopo 15 anni, Grecia dopo 20 anni
e, invece, la patria del Diritto romano, l’Italia, dopo 25 anni e, mai, proprio mai, unico paese in Europa, per le condanne all’ergastolo con la motivazione di avere agevolato l’attività dell’associazione criminosa (Divieto di concessione di benefici: art. 4 bis L. 26 luglio 1975, n. 354).

Senatore, se lei è d’accordo che non si può chiedere la certezza della pena senza sapere quando finisce una pena;
che la pena dell’ergastolo supera i limiti della ragione, perche una pena senza speranza diventa solo un’esecuzione e una vendetta;
che con l’ergastolo non si vive, ma si sopravvive, perché la reclusione a vita, come pena, è peggiore della morte stessa;
che il carcere per l’ergastolano è un cimitero, con la differenza che invece di morto sei sepolto vivo;
che la pena deve rieducare, ma che rieducazione ci potrà mai essere per una persona che non potrà mai uscire dal carcere?

Senatore, se lei è d’accordo che in uno Stato di Diritto la speranza di tornare liberi non può dipendere dalla scelta del diretto interessato di mettere in cella un altro al posto suo:se parli esci o se no rimani dentro;
che la speranza non dovrebbe essere stroncata per sempre;
che una pena che non finisce mai è compatibile solo con l’inferno dei dannati,

Senatore, perché impedire la speranza di continuare ad esistere per condanne subite dieci, venti o trenta anni prima?
Che senso ha aver sostituito la pena di morte con l’ergastolo?
Non può una persona essere colpevole per sempre.
Una società che non uccide i suoi simili perché preferisce tenerli murati vivi dentro una cella tutta la vita, è una società malata e cattiva alle radici.

Senatore, se non è d’accordo che in Italia esista la “Pena di Morte Viva”, gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto chiedono a lei e al suo partito di presentare al Senato un disegno di legge per l’abolizione dell’ergastolo, in subordine l’abrogazione dell’articolo 4 bis Ordinamento Penitenziario che rende l’ergastolo ostativo.
Ricordano che nel 1998 al Senato era passata la legge per abolire l’ergastolo.


Gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto.
Dicembre 2011




CARCERI: FERRANTE (PD), "E’ PRIMO PASSO, SPERANZA PER TUTTI DETENUTI".
"Ora abrogare ergastolo ostativo che non consente recupero del condannato".

“Il decreto varato oggi sulle carceri è una misura giusta e necessaria, che ha il merito di spostare un po’ più in là il punto di non ritorno, oltre il quale c’è il collasso di un sistema detentivo che da tempo ormai non è più degno di un Paese civile. Riconosciamo al ministro Severino di aver compiuto un primo passo verso la sempre più urgente riforma organica della detenzione, per la quale occorre coraggio e senso di civiltà, da dimostrare abrogando la misura dell’ergastolo ostativo, una pena di morte ‘viva’ prevista dall’ordinamento penitenziario italiano”. Lo dice il senatore del Pd Francesco Ferrante.
“In Italia esistono due tipi di ergastolo - spiega Ferrante, che sull'ergastolo ostativo ha presentato un'interrogazione - A quello normale, che consente almeno di ottenere un'eventuale misura alternativa o un beneficio penitenziario, e quello ostativo, una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale. L’ergastolo ostativo, che attualmente viene scontato da 1200 persone detenute, si traduce in sostanza nell’attesa della morte in carcere, in quanto è precluso qualsiasi reinserimento, nemmeno dopo 30, 40, 50 anni o in strutture di recupero e a prescindere dal percorso personale fatto dal condannato.
Si tratta di una palese violazione dell’articolo 27 della Costituzione – sottolinea Ferrante - secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: E' una risposta vendicativa dell’ordinamento, che ha abdicato al suo compito di infliggere una pena giusta che consenta al condannato di pentirsi e di dimostrarlo. Ricondurre il sistema carcerario alla sostenibilità dal punto di vista dell’accoglienza e restituirgli la funzione di recupero sono due esigenze di riforma civile per il nostro Paese, e che devono andare di pari passo” – conclude Ferrante.

Roma 16 dicembre 2011

giovedì 8 dicembre 2011

Signora Ministra, mi tagli la testa

Sarà pure un governo tecnico, ma il nuovo Ministro della Giustizia ha imparato presto a parlare politichese:
“L’Italia è in prima linea nella campagna contro la pena di morte. Lo ha detto il Ministro della Giustizia, Paola Severino, nel saluto rivolto in apertura del sesto Congresso internazionale dei ministri della Giustizia “Dalla moratoria all’abolizione della pena capitale”, organizzato oggi a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio. Quello della battaglia contro la pena di morte, ha ricordato il ministro, è un “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela dei diritti della persona” e l’applicazione della pena capitale “non dà nessuna garanzia di sicurezza”. (Fonte: Adnkronos, 29 novembre 2011)

Ci vuole certo un bel coraggio a dichiarare che l’Italia è contro la pena di morte quando nel suo paese esiste la “Pena di Morte Viva” che è molto più disumana di quella di morte.
Signora Ministra, non me ne voglia se mi permetto di ricordarle che lo scrittore e politico Benjamin Constant (Losanna 1767- Parigi 1830) arrivò a giustificare la pena di morte, ma non la pena perpetua, nel quale vide “un ritorno alle più rozze epoche, un consacrare la schiavitù, un degradare l’umana condizione”.
Fu tale nella Francia rivoluzionaria l’orrore di murare vivo un uomo per tutta la vita senza la compassione cristiana di ammazzarlo che l’Assemblea Costituente, mentre mantenne la pena capitale, vietò le pene perpetue.
E fu così che nel codice penale del 28 settembre del 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni di detenzione.
Signora Ministra, molti uomini ombra, come sono chiamati dagli altri detenuti gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario, preferirebbero la ghigliottina che essere murati vivi fino all’ultimo dei propri giorni.
Signora Ministra, Lei non può immaginare cosa vuol dire essere vivi, ma dichiarati morti dallo Stato, dalle leggi e dalla Società.
E mi creda, l’ergastolo ostativo è una pena bestiale, perché molto più lunga, dura e inumana di quella di morte.
Signora Ministra, l’ergastolo ostativo senza nessuna possibilità di uscita è un inferno ancora più brutto dell’inferno perché quello dell’aldilà lo sconti da morto, ma questo lo sconti da vivo.
La nostra vita è già tanto difficile, non ci faccia sentire dichiarazioni a proposito della pena di morte: “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela dei diritti della persona”.
E adesso la lascio con una preghiera di Luigi Settembrini, (Napoli 1813- 1876), letterato e patriota italiano condannato dell’ergastolo:

O Dio Padre
Fammi la grazia della morte
Giacché gli uomini
Per tormentarmi
Mi hanno fatto la grazia della vita.

Le auguro Buon Natale con la speranza che lei mi auguri una buona morte.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, dicembre 2011

mercoledì 30 novembre 2011

Perché l’uomo ombra non parla?

Già di per sé il crimine è pena. (David Maria Turoldo)

Fra un uomo ombra, un cattivo e colpevole per sempre, un ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio se non collabora con la giustizia e se nella sua cella non ci mette un altro al posto suo, e una suora di clausura del Monastero Domenicano di Pratovecchio è nata una corrispondenza e un rapporto d’affetto e di amicizia.
Suor Grazia mi scrive:
La gente mi chiede: Perché Carmelo non parla? Perché non collabora? Io devio un po’ il discorso perché non so cosa rispondere. Dimmi qualcosa a riguardo. Dimmi cosa devo rispondere a questa gente

Io le rispondo:
Cara Suor Grazia, potrei dirti semplicemente che non parlo perché “Chi fa la spia non è figlio di Maria” o perché, giusta o sbagliata che sia, ognuno deve scontare la propria pena senza comprarsi la libertà e senza usare la giustizia per mandare un altro al posto suo in carcere.
Potrei dirti che non collaboro con la giustizia perché uno dovrebbe uscire dal carcere perché lo merita, senza accettare ricatti da uno Stato ingiusto e fuorilegge, che prima mi ha insegnato a delinquere e poi mi ha condannato a essere cattivo e colpevole per sempre.
Cara Suor Grazia, potrei dirti che non parlo perché ora i giudici dicono che la mia vecchia organizzazione non esiste più e i miei vecchi complici si sono rifatti una vita e ora sono dei buoni genitori, dei buoni mariti e dei buoni cittadini e quindi perché li dovrei far sbattere in carcere?
Potrei dirti che non collaboro con la giustizia perché non c’è solo la legge degli uomini, spesso ingiusta, c’è anche le legge dell’amicizia, dell’amore, del cuore e forse anche quella di Dio che mi proibisce di tradire vecchie amicizie e di far soffrire altre persone.
Cara Suor Grazia, potrei dirti che non parlo perché se ho commesso dei reati la prima vittima sono stato io, e in tutti i casi, comunque sia andata, nei miei reati non è mai stato colpito un innocente.
Lo so, non è una giustificazione, ma per me è importante.
Invece, cara Suor Grazia, ti dico che avrei potuto collaborare con la giustizia solo quando ero un criminale: ora mi sento una persona migliore e diversa e non lo posso più fare perché la mia libertà, la mia felicità non deve costare sofferenza ad altri.
E poi dopo vent’anni dai fatti non c’è più bisogno di mettere in carcere nessuno senza contare che in prigione non c’e giustizia: c’è solo odio e sofferenza.
Cara Suor Grazia, come mi hai insegnato tu, è il perdono e non il carcere che ci potrebbe permettere di essere persone migliori, perché la galera non migliora nessuno: può solo peggiorarti e poi penso che chiunque mandi in carcere un altro al posto suo si autocondanna all’infelicità.
Cara Suor Grazia, poi, per ultimo, non parlo perché sono sicuro che anche tu al posto mio faresti lo stesso.
Il mio cuore e la mia ombra ti vogliono bene.

Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto

mercoledì 23 novembre 2011

Lettera aperta al nuovo Guardasigilli della Giustizia, Prof.ssa Paola Severino

Aver letto sul Manifesto di giovedì 17 novembre:

- La professoressa Severino, nuova guardiasigilli, intercettata all’uscita sullo scalone assicura di avere saputo della nomina solo ieri mattina, poi dice che un intervento per l’emergenza carceri sarà una delle prime cose da fare- mi fa ben sperare.

Ed ho pensato di scriverle questa lettera aperta per farle sapere che:

-Nelle carceri italiane, dall’inizio dell’anno fino al 28 ottobre 2011, hanno perso la vita 155 detenuti, 54 si sono suicidati, dei rimanenti 101 (età media 35 anni) circa la metà è deceduta per malori improvvisi legati a disfunzioni cardiache, respiratorie, eccetera, mentre su 23 casi sono in corso inchieste giudiziarie miranti ad accertare le cause dei decessi. (Fonte interrogazione parlamentare del Senatore Ferrante)

Signor Ministro, tengo a farle sapere che dal 2000 al 2011 ci sono stati nelle carceri italiane 1902 morti, di cui 680 suicidi (Fonte “Ristretti Orizzonti”).

Una vera guerra, ma forse sarebbe bene chiamarla una vera carneficina, perché a morire in carcere sono soprattutto barboni, tossicodipendenti, extracomunitari e poveracci, dato che in questi luoghi non ci va solo chi commette dei reati, ma ci vanno soprattutto le anime perse della società.

Ed è incredibile che dove si dovrebbe fare giustizia regni l’ingiustizia e si muoia più che da qualsiasi altra parte d’Italia. Eppure in questa lista di morti non ci sono detenuti imputati di corruzione, approvazione indebita, associazione mafiosa esterna, ecc.., probabilmente perché questi tipi di imputati in carcere non ci vanno, ma si sa che il diritto e i diritti funzionano solo per i ricchi.

Signor Guardasiglilli, le campagne forcaiole e le colossali bugie per ottenere consenso politico hanno fatto diventare le carceri italiani luoghi di tortura, di disperazione e dolore. Come lei saprà, perché è anche avvocato, negli altri Paesi le pene detentive non hanno una durata così elevata come in Italia.

La certezza della pena potrebbe significare anche di far scontare la pena fuori dal carcere, poiché la società non è più tutelata mettendo fuori le persone a fine pena, perché questi escano più cattivi constatando sulla loro pelle che i loro governanti e i loro giudici non sono migliori di loro.

Signor Ministro, il carcere in Italia è molto pericoloso, produce morte, crimine istituzionale ed è asociale. La galera nel nostro paese non corregge il detenuto, ma piuttosto gli insegna a commettere altri crimini e ad odiare i “buoni” se questi sono peggio di lui.

Per ultimo Signor Guardasiglilli, tengo a farle sapere che in Italia, unico paese in Europa, esiste l’ergastolo ostativo, la “Pena di Morte Viva”, come la chiamiamo noi ergastolani, che è una condanna di morte che si sconta da vivo invece che da morto, perché non potremo mai usufruire di nessun beneficio penitenziario se nella nostra cella non ci mettiamo un altro al posto nostro.

Signor Ministro le auguro buon lavoro con la speranza che l’amore sociale sia nel suo cuore.

Carmelo Musumeci.

Carcerde di Spoleto, novembre 2011

domenica 20 novembre 2011

Cronaca di una partita di pallone fra comunisti e uomini ombra


Alcuni vivono per la politica, molti della politica (Max Weber)

Sabato 29 ottobre del 2011 dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Massima Sicurezza di Spoleto per la prima volta in assoluto c’è stata una partita di calcio tra una squadra composta da ergastolani ostativi ( cattivi, i colpevoli per sempre) e una composta da dirigenti e militanti del partito di Rifondazione Comunista, da associazioni mutualistiche, politiche e culturali e da lavoratori in lotta della Fiat di Pomigliano.

Per gli ergastolani ostativi tutti i giorni sono uguali, rotondi e vuoti, ma oggi è stata una giornata diversa da tutte le altre. Mi sono svegliato presto, ero preoccupato per il tempo e subito ho guardato fra le sbarre il cielo per vedere se pioveva o se era nuvoloso. Quando ho visto che la giornata non era troppo bella, ma neppure troppo brutta per non poter giocare la partita, ho tirato un grosso respiro di sollievo. All’apertura delle celle sono andato dal dentista e poi subito di corsa al campo sportivo del carcere. Erano già tutti lì prima di me, gli operai cassaintegrati di Pomigliano, Giovanni Russo Spena (ex senatore della Repubblica) Mario Pontillo, Giuliano Capecci dell’Associazione Liberarsi, (un fratello adottivo che mi segue da venti anni) Nadia e Giuseppe della Comunità Papa Giovanni XXIII ( due angeli fra molti diavoli rossi) e tanti altri che io non ricordo i nomi ma il mio cuore ricorda bene i loro visi e i loro meravigliosi sorrisi. Ho iniziato a salutare e abbracciare tutti e subito vengo a sapere che il Ministro di Giustizia ci ha vietato le riprese televisive, ci ha autorizzato solo di fare una foto di gruppo. Peccato, ma non fa nulla, non mi arrabbio, non voglio rovinarmi la gioia di questa giornata diversa da tutte quelle passate e da tutti quelle che verranno. Intanto la partita incomincia, si nota subito che le due squadre sono diverse perché la nostra è composta esclusivamente da uomini ombra (ergastolani ostativi). Poi per miracolo e magia anche gli uomini ombra s’illuminano d’amore sociale e non noto più nessuna differenza fra le due squadre. I miei compagni smettono di essere uomini ombra, mi sembrano pieni di luce come i giocatori dell’altra squadra, sorridono ed esultano ogni volta che segnano un goal.

Finita la partita, per la cronaca cinque a cinque, si va alla biblioteca del carcere e inizia il momento più politico, comunicativo della giornata:

-Anche la fabbrica è diventata un carcere e devi chiedere persino il permesso di andare in bagno

-Finirò la mia pena nel 9.999.999, ma credo che in quel anno non ci sarò più, almeno in questo mondo. Forse sarò da un’altra parte, ma spero che l’aldilà non esista perché non vorrei continuare a scontare la mia pena anche nell’altro mondo.

-Come la maggioranza dei partiti sfruttano la criminalità per farsi eleggere, poi sfruttano pure gli operai per farsi mantenere.

-La condanna più assurda è una pena che non finisce mai, perché non è ragionevole ritenere una persona colpevole e cattiva per sempre.

- Lottiamo insieme e uniti per cambiare e portare legalità e diritti dentro e fuori nelle fabbriche.

-Per prima cosa al mattino quando apro gli occhi guardo le sbarre della mia finestra per assicurarmi che mi trovo dove un giorno dovrò morire. Si vive come morti che respirano, ma che cazzo di giustizia ci potrà mai essere in una pena che non finisce mai?

Poi arrivano le guardie, bisogna andare via, ci scambiamo gli ultimo saluti, gli ultimi abbracci, gli ultimi sorrisi e gli ergastolani ostativi ridivengono uomini ombra, ma con la speranza là fuori di non essere più soli.

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, novembre 2011

martedì 25 ottobre 2011

“Dal Dentro” Una storia vera

La dove cresce il dolore è terra benedetta. Un giorno o l’altro, voi tutti riuscirete a capire cosa significa questo. (Oscar Wilde)

In carcere capita spesso che si possa osservare meglio gli altri che se stessi.
E scrivendo si può essere la voce di chi non ha neppure più la forza di avere voce.
Questa è una storia vera che nessuno scriverà mai in un giornale e mai nessuno racconterà in televisione.
Questa è una storia vera che rimarrà prigioniera nelle celle, nei cortili e nelle sezioni dell’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io).
Io ci provo a fare evadere questa storia dalle sbarre della mia cella per farla conoscere aldilà del muro di cinta, al mondo dei “buoni”.
Questa è la storia di Salvatore Liga, detenuto nel carcere di Spoleto in Alta Sicurezza, 80 anni compiuti l’estate scorsa, vecchio malato e stanco.

E destinato con certezza a morire in carcere perché è stato condannato alla pena dell’ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio, se al suo posto non ci mette un altro.
L’ultima volta che l’ho visto era questa estate e si muoveva a malapena nel cortile del carcere con due stampelle sotto le ascelle.
Stava sotto il sole seduto in una panchina di cemento armato tutto l’orario del passeggio a prendersi l’ultimo sole della sua vita.
Poi un giorno non l’avevo più visto.
In seguito avevo saputo che gli avevano trovato un tumore maligno allo stomaco e l’avevano trasferito d’urgenza in un centro clinico carcerario.
Proprio l’altro giorno ho saputo che era ritornato, l’avevano operato, ma che adesso non riusciva più a camminare e gli hanno dato una sedia a rotelle.
Oggi, da un suo paesano, ho saputo che per Salvatore Liga le disgrazie non sono finite perché gli hanno applicato un residuo d’isolamento diurno.
A che serve e a chi serve applicare ad un povero vecchio in fin di vita una misura così sadica e vessatoria?
Molti forse non sanno che l’isolamento diurno è una pena che si dà normalmente quando si è condannati alla pena dell’ergastolo e che ti costringe a non fare vita comune con i tuoi compagni.
Che altro aggiungere, se non che il carcere non dovrebbe essere uno strumento di tortura, mortificazione, un luogo di violenza istituzionale e una fabbrica di emarginazione.
E se siete dei credenti, aggiungo solamente che Gesù nelle sue predicazioni non chiedeva giustizia ma perdono.
Visto però i risultati, credo che Gesù abbia perso solo tempo a venire su questa terra.

Carmelo Musumeci.
Spoleto ottobre 2011

mercoledì 31 agosto 2011

Lettera ad Alfonso Papa, deputato PDL in carcere a Poggioreale

di Carmelo Musumeci
“Potrebbe capitare prima o poi anche a loro”

Ho visto cose che voi umani non potreste nemmeno immaginare (dal film Blade Runner)

Leggo sul Corriere di domenica 21 agosto 2011 che Alfonso Papa, deputato del PDL indagato nell’ ambito dell’inchiesta sulla P4 e detenuto nel carcere di Poggioreale, in una lettera pubblicata dal quotidiano “Il Mattino” lamenta:

“In questi luoghi vi è un’umanità sovraffollata che sposta tavoli e letti a castello anche a tre per fare attività (…) ventidue ore al giorno chiusi in cella sono una forma di tortura (…) nelle perigliose e imprevedibili onde della vita, un tale approdo potrebbe capitare prima o poi anche a loro.”

Innanzitutto tengo a trasmettere la mia personale e collettiva solidarietà, da parte degli ergastolani ostativi di Spoleto in lotta per la vita, all’uomo Alfonso Papa.

Al deputato Alfonso Papa invece ci viene spontaneo chiedere: dov’era quando lei e la sua maggioranza, per soli scopi elettorali, approvavano leggi liberticide, cancerogene, forcaiole e di parte, per riempire le carceri di barboni, extracomunitari e tossicodipendenti?

Come mai solo ora si accorge di quello che accade nelle nostre patrie galere?

Non poteva visitare le nostre carceri come parlamentare e non come ospite?

E perché solo ora si accorge che le carceri in Italia sono luoghi spaventosi, pieni di squallore, sporcizia e disperazione?

Spero che l’uomo e deputato Alfonso Papa lasci presto il carcere e che dopo ricordi al suo partito e al Parlamento che noi non siamo solo detenuti, siamo anche persone con sentimenti e pensieri.

E che per avere una società migliore bisogna iniziare prima ad avere carceri costituzionalmente legali e legittimi.

Spero che l’uomo e deputato Alfonso Papa, una volta fuori, ricordi alla società, cosiddetta civile, che l’ Assassino dei Sogni (come io chiamo il carcere) è molto più meschino, criminale e violento dei suoi prigionieri.

E che nella stragrande maggioranza dei casi oggi in carcere ci sono poveri, migranti, tossicodipendenti e sofferenti psichici.

I veri criminali, quelli che contano, quelli veri, lo sappiamo tutti dove sono e dove stanno: liberi felici e potenti, l’importante è che ogni tanto ricordino che “Potrebbe capitare prima o poi anche a loro”.



Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, agosto 2011

sabato 6 agosto 2011

Arrestate il Ministro dell’Assassino dei Sogni


Piergiorgio Morosini, Gip a Palermo e segretario di Magistratura Democratica, ha affrontato la delicata questione delle responsabilità oggettive del giudice che pronuncia una sentenza di condanna e costringe una persona a entrare in un penitenziario dove le condizioni di vita sono, di per sé, un reato. Parole pronunciate durante la conferenza stampa di presentazione di una lettera inviata a tutti i senatori e i deputati: “Noi magistrati, se non si pongono rimedi a questa situazione nelle carceri di oggi, dobbiamo iniziare a pensare anche a forme istituzionali di obiezione di coscienza”. E ancora: “ Senza interventi da parte della politica, alla coscienza del giudice penale non resta che una sola strada: quella di astenersi dal mandare in carcere le persone”.
(Fonte: “La Repubblica” 14 luglio 2011)

E’ da anni che sostengo che la legalità prima di pretenderla bisogna darla e che il carcere nel nostro paese è uno dei luoghi più illegali, persino più di “Scampia” a Napoli.
In carcere lo Stato non è assente, non esiste proprio.
E le poche volte che esiste, non rispetta le sue stessi leggi.
Uno Stato che permette di mettere 4 persone in una cella singola è uno Stato fuorilegge.
Qui in carcere niente è giusto.
Non puoi vivere, puoi solo pensare di vivere.
E se riesci a sopravvivere rischi di diventare più criminale di quando sei entrato.
Il carcere in Italia è la terra di nessuno, dove lo Stato delinque più di qualsiasi altro fuorilegge.
Bene hanno fatto gli avvocati Guariente Guarienti e Fabio Porta di Verona che hanno denunciato il Ministro della Giustizia per maltrattamenti e abuso di autorità contro arrestati o detenuti (art. 572 e 608 del codice penale) con questa motivazione:
-L’articolo 27 della Costituzione è sistematicamente violato in tutte le carceri italiane nel comma che testualmente dichiara “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. Ci chiediamo come possa essere rispettato il senso di umanità quando le persone sono costrette a vivere in una gabbia, dormire in quattro letti a castello, alternarsi, due in piedi, due a letto, perché in quattro non possono stare in piedi contemporaneamente; ciascuno a ha disposizione tre metri quadrati. Pensiamo a come possano vivere in questi giorni d’estate quando la temperatura può arrivare a 35-40 gradi.
Ricordo che solo incentivando l’inserimento dei detenuti si può sconfiggere sia la piccola che la grande criminalità, ma la P2, la P4 e tutti i poteri forti non vogliono, perché poi a chi darebbero la colpa che tutto va male?
E i mass media parlerebbero anche di loro.
Signori giudici, mi raccomando, non arrestate per davvero il Ministro della Giustizia perché qui in carcere non abbiamo posto anche per lui.
Signor ministro fuorilegge, stavo dimenticando di dirle che nelle carceri nel primo semestre 2011 ci sono stati
34 suicidi, 532 tentati suicidi, 2583 autolesioni, 3392 proteste (Fonte: UILPA Penitenziari).


Sempre peggio

“Un falco a Via Arenula. E’ Francesco Nitto Palma, il nuovo Guardasigilli. Fedelissimi di Berlusconi, amico di Cesare Previti.” (Fonte: “Liberazione” 28 luglio 2011)

Il processo lungo è stato approvato al Senato.
- Tranne che nei processi di mafia e terrorismo, non si potranno più utilizzare le sentenze definitive nei nuovi dibattimenti. E il giudice non potrà più respingere le liste dei testimoni presentate dalla difesa.
In questo modo per gli imputati corrotti e corruttori, potenti, ricchi, incensurati e mafiosi avranno più possibilità di non essere condannati perché i loro processi andranno in prescrizione.
Sembra che i politici di maggioranza vogliano essere la più potente mafia italiana.
E ci stanno riuscendo.
Molti politici parlano di mafia, ma non dicono nulla del perché esiste la criminalità organizzata.
Non dicono che la fanno esistere loro.
Non dicono che senza la mafia politica non esisterebbe nessun tipo di mafia.
Non capisco perché i cittadini, veramente onesti, che si alzano al mattino per andare a lavorare, non si ribellino e lascino dire queste cose a me che sono un avanzo di galera.
C’è ancora peggio:
- Il testo torna alla Camera, da dove era partito, con un altro oggetto: l’esclusione del rito abbreviato e dei benifici penitenziari per i reati puniti con l’ergastolo. (Fonte: Corriere della Sera 30 luglio 2011)
In questo modo non solo gli ergastolani ostativi ma anche tutti i condannati all’ergastolo diventeranno ostativi ai benefici e non potranno più uscire dal carcere.
Questa, sotto un certo punto di vista, è una buona notiza, perché ora tutti gli ergastolani smetteranno di aver paura di morire in carcere, perché ne avranno la certezza.
E la libertà comincia là, dove non si ha più paura.
D’altronde la paura di non uscire dal carcere ti può rovinare la vita, invece forse la certezza di morire in una cella ti può rendere più libero e combattivo.

Per essere liberi bisogna saper rischiare. La libertà è un rischio. (Rossana Rossanda)



Lettera aperta alle vittime dei reati

La prima vittima di un delitto è chi l’ha commesso (Dostoevskij)



Dovrebbe essere più facile amare che odiare e dovrebbe essere meno doloroso perdonare che chiedere giustizia per pretendere vendetta.

L’uomo dovrebbe essere più dei reati che ha commesso, perché il male si sconfigge con il bene e non con altro male.

Nella vendetta, anche quando è prevista dalle legge, non ci potrà mai essere giustizia. Invece può nascere più bene dal perdono che dalla certezza della pena.

Chi cerca giustizia non dovrebbe desiderare il male degli autori dei reati.
Invece molte persone chiedono giustizia, ma in realtà vogliono vendetta perché chi cerca veramente giustizia dovrebbe chiedere solo la verità processuale del reato che ha subito.

Nella vendetta, anche quando è prevista dalle leggi e dal consenso popolare, non ci potrà mai essere giustizia.

Se vuoi veramente punire un criminale, perdonalo, se invece lo vuoi fare sentire innocente, tienilo dentro.
Il perdono ti punisce più di qualsiasi pena.
Per questo molti criminali hanno più paura del perdono che della vendetta sociale.

Una pena senza perdono, senza speranza, senza un fine pena, una pena disumana come il carcere a vita senza possibilità di liberazione, non potrà mai rieducare nessuno.

L’ergastolo ostativo irrevocabile assume il significato della vendetta come la pena di morte.
Dopo molti anni non dovrebbe importare a nessuno chi eravamo, sarebbe più importante sapere chi siamo adesso.

Neppure Dio potrebbe condannare una persona per sempre.
Se lo facesse, smetterebbe di essere Dio e diventerebbe solo una persona “perbene” con la fedina penale pulita e che va tutte le domeniche a messa.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto
Agosto 2011

mercoledì 20 luglio 2011

L'ergastolano Mario Trudu.


A scrivere è Mario Trudu. Nato l’undici marzo del 1950 ad Arzana. Mi trovo in carcere dal maggio del 1979 con una condanna all'ergastolo. Scrivendo questo testo non lo faccio pensando di poter ottenere qualcosa, ma per informare, perché qualcuno in più venga a conoscenza della situazione in cui si trovano le persone che sono recluse, come me, con una condanna all'ergastolo ostativo. Siamo coloro che ogni giorno affrontiamo la nostra tragedia, la nostra vita senza speranza, eppure, lottiamo e combattiamo per una vita migliore. Mi preme dire a coloro che si trovano nella mia medesima situazione, e verso coloro che eventualmente vi si troveranno in futuro, che bisogna fare qualcosa. Troppo spesso si sente parlare di certezza della pena, ma occorrerebbe parlare di certezza della morte, perché in Italia chi è condannato alla pena dell'ergastolo ostativo può essere certo che la propria morte avverrà in carcere. Spesso si sente nei salotti televisivi qualche politico che batte i pugni sul tavolo inneggiando alla certezza della pena. A questi vorrei gridargli in faccia che la mia pena è talmente certa da giungere fino alla morte. Solo certe menti malate e distorte possono riuscire a superare l'insuperabile. Non si può introdurre come è stato fatto nel 1992 la norma dell'art. 4 bis O.P. (che nega i benefici penitenziari se non metti un altro in cella al posto tuo) e renderla retroattiva, applicarla cioè a reati commessi diversi lustri prima. Lo stesso vale per l'art. 58 ter O.P.(persone che collaborano con la giustizia), uno scempio per uno stato che si definisce di diritto. Da quando nell'Ordinamento Penitenziario è stato introdotto questo articolo, se vuoi ottenere i benefici penitenziari, sei obbligato a “pentirti”, lasciando in questo modo che si dimentichi che rieducarsi (se errori ci sono stati in passato) non significa accusare altri, ma cambiare dentro di sé. Il pentimento che pretendono loro è l'umiliazione. Per loro collaborazione significa perdita di dignità, fuoriuscire dalla sfera umana. Come può collaborare chi ha è stato vittima di processi compiuti con la roncola nei cosiddetti periodi di "emergenza" in cui contava solo la parola dell'accusa e dove i testimoni della difesa venivano sistematicamente arrestati e processati anche loro? L'Italia, dagli anni ottanta ad oggi, pare essere un paese in emergenza perenne.
Si può negare ad un condannato all’ergastolo, dopo che ha scontato già trent'anni di carcerazione, la possibilità di ottenere un permesso? Il due settembre del 2009 il Tribunale di Sorveglianza d Perugia, a una mia richiesta di tramutare la mia condanna all'ergastolo in pena di morte (da consumarsi con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) ha risposto così: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”. All’ergastolano, viene dunque proibito anche di scegliere di morire perché si vuole che affronti la vendetta dello Stato fino all'ultimo dei suoi giorni.
Io ho sempre creduto che gli unici che avrebbero potuto pretendere vendetta nei miei confronti fossero la famiglia Gazzotti, l’uomo che ho sequestrato e che a causa di quella mia azione quel povero uomo morì. Solo loro credo che possano fare e dire tutto ciò che vogliono nei miei confronti, ne hanno tutti i diritti. Sicuramente trent’anni di carcere formano un altro uomo, perché oltre ai valori ed abitudini che già possiedi, ne assorbi altri e rielaborandoli ne ricavi una ricchezza. La pena dell’ergastolo per chi la vive come me, è crudele e più disumana della pena di morte, perchè quest’ultima dura un istante ed ha bisogno di un attimo di coraggio, mentre la pena dell’ergastolo ha bisogno di coraggio per tutta la durata dell’esistenza di un individuo, un’esistenza disumana che rende l’uomo “schiavo a vita”.
Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e anche volendo spingere la fantasia verso previsioni future, resta tutto più cupo del nulla. Si parla spesso del problema delle carceri, ma non cambia mai nulla (o forse qualcosa cambia in peggio e il problema del sovraffollamento delle carceri lo dimostra). I suicidi nelle carceri sono proporzionalmente in numero maggiore di diciassette volte rispetto a quelli che avvengono nel “mondo esterno”. I “signori” politici dovrebbero pensare veramente per un attimo al disgraziato detenuto che non può morire in carcere per vecchiaia. Parlo dei politici perché la responsabilità è loro, perché se la legge del 4 bis non viene cambiata siano consapevoli che noi ergastolani ostativi dal carcere non potremo uscire mai: che diano risposta a questa domanda questi “signori”!.
Sto sognando, lo so! Purtroppo un ergastolano può solo sognare.
Fino ad oggi la mia trentennale carcerazione è stata interrotta da soli dieci mesi di latitanza ( periodo che va da giugno del 1986 ad aprile del 1987). Venti anni fa entrai nei termini per poter usufruire dei benefici penitenziari e da allora ho iniziato a presentare diverse richieste per poterli ottenere, ma sono state respinte sistematicamente tutte fino a quando nel 2004 mi venne concesso un permesso con l’art- 30 O.p. (otto ore libero, senza scorta) per partecipare alla presentazione di un CD-ROM sulle fontane di Spoleto, realizzato in carcere da noi alunni del quarto anno dellIistituto d’arte. Trascorsi quelle ore di permesso a Spoleto insieme ai miei familiari venuti appositamente dalla Sardegna, ed in compagnia di alcuni professori. Nel novembre del 2005 mi fu concesso un altro permesso, questa volta di sette ore, per la presentazione di una rivista sui vecchi palazzi di Spoleto, che avevamo prodotto in carcere. Trascorsi quelle ore a Perugia sempre con i miei familiari. A questo punto mi ero convinto che il fattore di pericolosità sociale attribuitomi fosse oramai decaduto e di conseguenza mi illusi che, di tanto in tanto, mi sarebbe stato concesso qualche permesso utile a curare gli affetti familiari. Purtroppo non fu così, perché dopo quell’ultimo permesso tutte le mie richieste furono respinte. Inizia a questo punto a chiedere con insistenza un trasferimento in un carcere della mia regione di appartenenza, affinché i miei familiari potessero avere meno disagi ad ogni nostro incontro, ma nulla da fare: la prima richiesta fu rifiutata e le successive non ebbero mai risposta. Ho presentato a più riprese richieste di permesso necessità per poter andare a far visita a mia sorella Raffaella che non vedo dal 2004 e che non si trova in condizioni per poter affrontare lunghi viaggi, ma anche queste vengono negate motivando che lei non si trova in pericolo di vita. Sono contento che mia sorella non sia in pericolo di vita. Sono state tante le mie richieste per un avvicinamento a colloquio al carcere di Nuoro, dove mi sarebbe stato possibile incontrare mia sorella, l’ultima l’ho presentata il due maggio 2011. Ma non mi hanno ancora risposto.

Mario Trudu

martedì 12 luglio 2011

Lettera di un ergastolano ostativo al Presidente della Repubblica

Signor Presidente della Repubblica, ci sono delle sere che il pensiero che possiamo rimanere in carcere per tutta la vita non ci fa dormire.

E la speranza è un’arma pericolosa.

Si può ritorcere contro di noi.

Se però avessimo un fine pena…

Se sapessimo il giorno, il mese e l’anno che potessimo uscire…

Forse riusciremo a essere delle persone migliori…

Forse riusciremo a essere delle persone più buone…

Forse riusciremo a essere delle persone più umane…

Forse riusciremo a non essere più delle belve chiuse in gabbia.

Signor Presidente della Repubblica,
noi “uomini ombra” non possiamo avere un futuro migliore, perché noi non abbiamo più nessun futuro.

E per lo Stato noi non esistiamo, siamo come dei morti.

Siamo solo come carne viva immagazzinata ad una cella a morire.

Eppure a volte, quando ci dimentichiamo di essere delle belve, noi ci sentiamo ancora vivi.

E questo è il dolore più grande per degli uomini condannati ad essere morti.

A che serve essere vivi se non abbiamo nessuna possibilità di vivere?

Se non sappiamo quando finisce la nostra pena?

Se siamo destinati a essere colpevoli e cattivi per sempre?

Signor Presidente della Repubblica,
molti di noi si sono già uccisi da soli, l’ultimo proprio in questo carcere il mese scorso, altri non riescono ad uccidersi da soli, ci aiuti a farlo Lei.

E come abbiamo fatto anni fa, Le chiediamo di nuovo di tramutare la pena dell’ergastolo in pena di morte.

Gli ergastolani in lotta per la vita del carcere di Spoleto

Luglio 2011

Carmelo Musumeci

Roma, 10 luglio 2011

Egregio Presidente, caro Giorgio Napolitano,

nella giornata di ieri ho effettuato una visita di sindacato ispettivo alla casa di
reclusione di Spoleto dove ho incontrato decine di ergastolani, fra i quali il
dott. Carmelo Musumeci che mi ha chiesto di consegnarLe una lettera
sottoscritta da “gli ergastolani in lotta per la vita”.

Come potrà constatare, si tratta di parole tristi di chi non ha più speranza. Pur
avendomela consegnata ieri, l’ho letta solo oggi e devo dire che non condivido affatto alcune
espressioni a Lei rivolte, come quella nella quale gli ergastolani invocano il
Suo aiuto a morire. Ma io non sono al loro posto ed è per questo che ho deciso
di consegnarglieLa lo stesso.

D’altra parte, il dramma di cui sono portatori è immenso. Infatti, la nostra
legislazione non solo prevede la pena dell’ergastolo - che, a mio avviso, è
nettamente in contrasto con l’art. 27 della nostra Costituzione tanto che,
assieme ai miei colleghi radicali, ho presentato una proposta di legge di
abrogazione - ma addirittura l’ergastolo “ostativo”, cioè una pena che
effettivamente non finisce mai e che non dà diritto ad alcun beneficio, anche se
il condannato assuma per decenni un comportamento irreprensibile, improntato
alla ricerca del bene e della crescita umana di sé e degli altri.

Voglia scusarmi, Signor Presidente, anche perché – in questo caso – il messaggero, quale io sono in questo momento, “porta pena” e che pena!

Nell’augurarLe ogni bene, le porgo i miei più sinceri e deferenti saluti.

Rita Bernardini

venerdì 1 luglio 2011

La morte ti rende libero

di Carmelo Musumeci

"Non temo le cattiverie dei malvagi, temo piuttosto il silenzio dei giusti” (Martin Luther King)

Dalla Rassegna Stampa di Ristretti Orizzonti:
Bari, 27 giugno. D.S., persona detenuta di 28 anni, si è impiccato nel pomeriggio ll’interno del bagno della sua cella
Teramo, 30 giugno : detenuto di 31 anni si impicca in cella; è il trentesimo suicidio del 2011 nelle carceri italiane

Uccidersi non è facile, ma vivere nelle patrie galere italiane è ancora più difficile. Per questo nelle carceri italiani si continua a morire.
E nessuno fa nulla.
Nelle carceri italiani c'è una vera e propria guerra fra la vita e la morte, ma i mass media preferiscono occuparsi delle guerre degli altri paesi.
Ai nostri governanti i suicidi in carcere fanno paura per questo cercano di nasconderli. L'Assassino dei Sogni (come chiamo io il carcere) non vuole che fuori si sappia che suoi prigionieri hanno più paura di vivere che di morire.
Più nessuno parla e scrive del perché in carcere sono così in tanti a togliersi la vita.
L'Italia spreca lacrime di coccodrillo per la pena di morte negli altri paesi, invece i suoi prigionieri li mura vivi senza la compassione di ammazzarli prima, perché vuole che i detenuti abbiano il coraggio di ammazzarsi da soli.
I nostri governanti dovrebbero sapere che per rimanere in vita bisogna amare la vita, ma come si può amarla chiusi in una cella di cemento e ferro, giorno dopo giorno, notte dopo notte, un anno appresso all'altro a vegetare?
I nostri politici dovrebbero sapere che in carcere in Italia si muore in tanti modi: di malattia, di solitudine, di sofferenza, di malinconia, di ottusa burocrazia e d'illegale legalità.
E poi si muore perché per alcuni detenuti vivere nelle galere italiane è diventato un lusso che molti non si possono più permettere.
Per questo ammazzarsi diventa una vera e propria necessità.
E questa non è una libera scelta, come alcuni cinici di turno potrebbero pensare, ma è una legittima difesa contro la sofferenza e l'emarginazione.
La verità è che ormai in carcere in Italia t'impediscono di vivere, per questo alcuni detenuti decidono di non vivere più.
Come dargli torto?
Io spero sempre che in carcere nessuno si tolga la vita, ma non mi sento di condannare chi non ha il coraggio di vivere come un animale in gabbia.
Ricordo che chi in carcere si ammazza non desidera proprio farlo, piuttosto vuole solo protestare per attirare l'attenzione su di se.
E che ci si uccide soprattutto per le restrizioni sociali e affettive.
Proporzionalmente al “fuori”, in carcere si muore di più non solo perché ci si toglie la vita da soli, si muore più spesso semplicemente perché si è dimenticati dalla società, o non si viene curati bene.


La figlia di un uomo ombra, di un ergastolano che è morto qualche giorno fa, ha scritto a un nostro compagno:
-Mio padre è mancato con l’unica consolazione di morire accanto ai suoi figli. Nei pochissimi giorni trascorsi insieme mio padre raccontava sempre di voi tutti. Gli ho promesso che vi avrei scritto per avvisarvi, eravate per lui la seconda famiglia. Lui era molto malato, solo nel carcere di Parma dopo un’ infinità di istanze hanno scoperto che era affetto dì carcinoma polmonare in metastasi con la complicazione di diverse infezioni, una di quelle era l’enfisema polmonare, non ha fatto una lunga agonia è crollato di colpo, in due giorni se ne andato per sempre.

Quando qualcuno muore di carcere, in carcere o fuori, il caso non esiste.
L’Assassino dei Sogni è una fabbrica di morti.

Intanto fuori i “buoni” continuano a fare i “buoni” lasciando che le carceri italiane si trasformino in lager.
Buona morte ai "cattivi" che decidono di togliersi la vita perché dimenticati dalla società. E buona vita ai "buoni" e agli ignavi che non fanno nulla per evitarlo.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, 30 giugno 2011

Solidarietà dei detenuti e degli ergastolani ostativi al movimento No TAV

“L'ingiustizia in un luogo qualunque è una minaccia per la giustizia ovunque”.
(Martin Luther King)

Il mondo ci ha rifiutato, ma noi non abbiamo del tutto rifiutato il mondo.
Molti di noi non hanno più né sogni né speranze, ma sperano lo stesso in un modo migliore per i propri figli e nipoti.
Per molti di noi il mondo non va oltre il confine della propria cella, ma non rinunciamo lo stesso a interessarci del mondo.
Molti di noi si sono piegati, ma non si sono ancora spezzati e hanno ancora la forza di amare il mondo là fuori.
Molti di noi vivono di poco e di niente, ma sognano lo stesso un modo migliore per tutti gli altri. Ormai nelle carceri italiani ci sono suicidi, morti, autolesionismi, disumanità, violenze ed illegalità istituzionale, ma non vogliamo che là fuori diventi un luogo infame come da noi.
Molte volte comunisti e movimenti extraparlamentari ci hanno dato solidarietà.
Questa volta è il mondo carcerario che vuole dare sostegno al mondo esterno.

Solidarietà al movimento No TAV, a tutti gli abitanti della Val Susa e a chi li sostiene.


Gli ergastolani e i detenuti del carcere di Spoleto

giovedì 26 maggio 2011

E L’ERGASTOLANO SI LAUREA IN LEGGE

Dopo 20 anni ininterrotti di carcere, mercoledì 11 Maggio 2011, Carmelo Musumeci, ergastolano di Spoleto e simbolo della lotta per l’abolizione dell’ergastolo, ha ottenuto qualche ora di permesso di necessità per laurearsi all’Università di Perugia. Entrato in carcere con la licenza elementare, si è laureato nella Facoltà di Giurisprudenza di Perugia, con una Tesi di Laurea Magistrale in Diritto Penitenziario dal titolo: La “pena di morte viva”: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Accanto al Relatore, Prof. Carlo Fiorio, docente di Procedura Penale, c’era anche Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto, tra i fondatori dell’associazione Antigone, della quale è attualmente Presidente onorario e Difensore civico dei detenuti.

Carmelo Musumeci ha potuto godere di 11 ore di libertà, senza scorta, grazie all’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza che l’affidava ai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, potendo festeggiare dopo la laurea nella struttura di Bevagna (PG).E’ stato un permesso di necessità che viene concesso solo per eventi gravi, anche lieti, e irripetibili e quindi non cambia la posizione giuridica di fronte all’ostatività ad ottenere benefici penitenziari.

Qui di seguito vi proponiamo l'articolo di Alberto Laggia, sul numero 21 di "Famiglia Cristiana" del 22 maggio e il video della notizia andato in onda al tg3

E L’ERGASTOLANO SI LAUREA IN LEGGE
Carmelo Musumeci è diventato dottore. Per discutere la tesi è uscito per 12 ore dal carcere di Spoleto dopo tanti anni in cella senza permessi, affidato ai volontari di don Oreste Benzi.

di Alberto Laggia

(Perugia) Silenzio in aula, si comincia. “Cos’è l’ergastolo ostativo?”, è la prima domanda che gli pone il suo relatore, il professor Carlo Fiorio, docente di diritto penitenziario presso la facoltà di Giurisprudenza a Perugia. Carmelo, con la copia cartonata blu della sua tesi serrata tra le dita, cerca la saliva per rispondere. Poche frazioni di secondo, poi s’affranca dalla tensione quel che basta e inizia: “E’ una pena ingiusta perché si basa su un ricatto medievale e instaura il principio che si esce dal carcere non perché il detenuto se lo merita, ma solo se diventa collaboratore di giustizia…”.
Venti minuti dopo, la discussione è finita. Strette di mano, applauso e corona d’alloro, come vuole il rito. Poi via, a far festa per qualche ora a Bevagna, nella casa d’accoglienza della Comunità Papa Giovanni XXIII, con i familiari e qualche amico. Alle otto si chiude perché il laureato deve tornarsene da dove è uscito: la cella di una prigione.
Così Carmelo, l’ex-fuorilegge, oggi è dottore. In Legge. E con una tesi sulla “Pena di morte viva”, come sta scritto in copertina, ovvero: l’ergastolo.
Una laurea che è il riscatto di una vita, e che gli vale dodici ore di libertà, le prime dopo anni trascorsi in cella senza un solo permesso ottenuto, neanche per il matrimonio del figlio Mirco o la conclusione degli studi della figlia Barbara. Una laurea che è un po’ un’autobiografia dolente di un detenuto che sconta ciò che non si può “scontare”, perché ogni giorno, per un ergastolano, è sempre un nuovo inizio di pena. Una laurea, infine, che è anche un atto d’accusa contro il meccanismo punitivo più crudele che il diritto potesse inventarsi: l’eliminazione della speranza.
Carmelo Musumeci, siciliano di Aci Sant’Antonio, oggi ha 56 anni. Ne aveva 36 quando nell’ottobre del 1991 fu catturato dalla polizia. Era a capo di una banda che gestiva i traffici malavitosi in Versilia. Già fin da ragazzo aveva bruciato le tappe: collegio e riformatorio prima, carcere minorile poi. “Ero nato colpevole”, dice usando il titolo del suo prossimo libro, “dentro una famiglia dove non c’era amore perché l’amore non si mangia e noi eravamo preoccupati solo di trovare qualcosa da mettere sotto i denti almeno alla sera”. Un giorno gli spararono sei colpi di rivoltella. Ma riuscì a scampare all’agguato. “Ho reagito nell’unico modo che conoscevo: facendomi giustizia da solo. Ho seguito solo le regole con cui mi hanno cresciuto”.
Condannato all’ergastolo, ha scontato finora vent’anni. Adesso è rinchiuso nel carcere di Spoleto assieme ad altri settecento detenuti. E’ un ergastolano ostativo, cioè uno di quegli ergastolani per i quali, in base a una legge del 1992, è inibito ogni beneficio penitenziario: niente permessi premio, né tanto meno semilibertà o affidamento in prova ai servizio sociale. “E questo per essermi rifiutato di fare il delatore e di far, così, rinchiudere un altro al posto mio”, afferma con orgoglio.
Musumeci era entrato in carcere con la seconda elementare. Autodidatta, ha raggiunto il diploma e nel 2005 la laurea breve in giurisprudenza, senza mai uscire dal carcere. “Sono stati la lettura e lo studio a salvarmi e a cambiarmi, non certo il carcere, che per me resta un’istituzione cancerogena”, ci tiene a precisare. “I romanzi di Dostoevskij, a iniziare da “Delitto e castigo”, m’hanno aiutato a sopravvivere all’Asinara dove ho trascorso un anno e sei mesi in regime di 41 bis, in isolamento diurno; ridotto a giocare in cella con le formiche per non impazzire di solitudine”.
Poi ha scoperto anche di saper scrivere. Poesie, racconti, favole. A tal punto da vincere premi letterari, che altri, però, sono andati a ricevere per lui. Da poco è uscito il suo ultimo libro di racconti “Gli uomini ombra“ (Gabrielli editori) in cui narra storie vere o romanzate di ergastolani, ai quali il carcere, “l’assassino dei sogni”, rapina felicità e speranza.
Giurisprudenza? E’ stata una scelta naturale. “A cosa serve a un ergastolano una laurea in architettura?”, ironizza. “Gli studi giuridici mi appassionano e poi possono servirmi e servire dentro un penitenziario”. Così da qualche tempo, nel carcere di Spoleto, se un detenuto deve presentare un’istanza o un ricorso, se la fa scrivere dal dottor Musumeci. “Diciamo azzeccagarbugli”, si schernisce. Ma intanto il detenuto-giurista nel 2005 è riuscito a presentare da solo un ricorso davanti alla Corte Europea contro l’Italia, e poi è pure riuscito a vincerlo.
La possibilità di discutere la tesi di laurea a Perugia è un piccolo miracolo, un evento straordinario che interrompe i giorni sempre uguali del recluso. “Non me l’aspettavo più”, ammette. Anche perché Musumeci non è solo uno dei 1500 ergastolani oggi reclusi nelle patrie galere, ma è diventato negli anni il portavoce, la coscienza ‘politica’ degli ergastolani, il simbolo della campagna civile, anzi “la lotta” come dice lui, per l’abolizione del “fine pena mai”. Da dietro le sbarre, Carmelo porta avanti la stessa campagna per l’abolizione ell’ergastolo, di cui s’è fatta promotrice la Comunità Papa Giovanni XXIII quella per l’abolizione dell’ergastolo.
Nel 2007 conobbe per caso don Oreste Benzi, fondatore della Comunità. “Venni a sapere che veniva a farci visita e volli incontrarlo. Io portavo tutti i miei pregiudizi sui preti, lui il suo sorriso disarmante. Stavamo facendo partire uno sciopero della fame e io, a muso duro, gli chiesi di aderire al nostro documento contro ergastolo, con la certezza che mi dicesse di no. E invece mi spiazzò e firmò l’appello. E da lì è nata l’amicizia”. Ora don Oreste non c’è più, ma la Comunità continua a seguire Carmelo in carcere. A fargli anche da tutor per lo studio è Nadia Bizzotto, responsabile della casa di Bevagna, “il mio angelo-diavolo custode”, come la definisce scherzosamente l’ergastolano. “Oggi è come se mi fossi laureata anch’io”, ammette emozionata: Musumeci è uscito dal carcere senza scorta, affidato dall’autorità penitenziaria ai soli volontari della “Papa Giovanni”. E anche questo ha dell’incredibile.
Si fa sera. Carmelo osserva ossessivamente l’orologio. Le lancette qui fuori sembrano correre maledettamente più veloci che in prigione. Tra qualche ora dovrà tornare in cella, togliere l’alloro e rivestirsi da detenuto. E chissà quando potrà rivarcare quel cancello per un’altra manciata d’ore.
La “pena di morte viva” non guarda i titoli accademici. Vuole solo anonimi “uomini ombra”.

giovedì 5 maggio 2011

OMBRE

In relazione alla presentazione del libro di Carmelo Musumeci a Palazzo S.Macuto, Camera dei Deputati, vi proponiamo un articolo di FRANCESCA DE CAROLIS, Giornalista di Rai Radio 1

di Francesca De Carolis
Tornando, venerdì sera dalla presentazione del libro di Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra”. A Roma, in via del Seminario… Strana sensazione, e non sono stata la sola a provarla. Presentare il libro di qualcuno che non c’è. Un’ombra, appunto, ben custodita nel carcere di Spoleto. Ma ha aleggiato, quest’ombra continuamente evocata da tutti, su tutti noi, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, una grande stanza rivestita di libri, trafitta dal sole che entrava obliquo dalle finestre, nella trasparenza delle tende… Ed erano tutti, lì, a parlare soprattutto di un amico, con il quale ciascuno dei presenti ha almeno scambiato lettere. A parlare di lui, del suo libro e della pena dell’ergastolo. In un tempo, questo dell’oggi, in cui, come ci ha fatto notare Susanna Marietti, di Antigone, sembra che nessuno più voglia mettere in dubbio la costituzionalità della pena dell’ergastolo. Eppure, ci ha ricordato, un tempo queste cose si potevano ben dire… solo ieri, quando di questi dubbi aveva parlato “persino” Aldo Moro. Solo ieri, il nostro ieri, ma sembrano passati duemila anni, oggi che “non si può più usare la ragione” e solo si urla e si minaccia e si creano paure e spavento. Tutti lì, a parlare “solo” di un amico, reintegrato e migliore di tanta parte della società, dice Russo Spena, a cui piace soprattutto la sua (di Musumeci) sapienza narrativa, testimone della poesia “che si fa largo nella bulimia carceraria”, e chiede, e pretende un impegno per gli ospiti delle nostre galere etniche. Sì, ci avete mai pensato? Il nostro è uno Stato dove la povertà sta diventando, è diventata, reato in quanto tale, basta guardare i numeri e la geografia della popolazione carceraria del nostro bel paese. Un paese dove, l’abbiamo dimenticato? il reato di tortura non esiste… (…) Tutti lì, dunque, a parlare di carcere e di chi vi sta ben sigillato dentro con la condanna al “fine pena mai”. A parlarne nel tempio, ce lo fa notare Vauro, dell’impunità. Che è cosa ben beffarda. Surreale, persino, a pensarci bene. E chissà se un pò ne ride anche l’ombra che aleggia su di noi, quest’ombra che sappiamo quanto sia fatta di carne e sangue, come i suoi racconti sono lì a ben testimoniare. Bello il racconto di Vauro, che parla della lezione avuta dal figlio, che pure ha tessuto con Musumeci una corrispondenza fatta di lettere e disegni. Non ha mai chiesto suo figlio, ha detto Vauro, “Ma cosa ha fatto?”. Perché insomma, quel Musumeci che invia disegni e scrive così bei racconti, è stato condannato ad una pena grave come quella dell’ergastolo. E mi ha fatto sentire a casa sapere di questo bambino, perché, sotto sotto quasi vergognandomi, neanch’io ho mai voluto sapere che cosa ha mai combinato questo Carmelo Musumeci, per essere in carcere. Atteggiamento molto poco “giornalistico”. Ma da ieri, non me ne vergogno più… Perché come ama ripetere Nadia, Nadia Bizzotto, della comunità Papa Giovanni XXIII, “l’uomo non è il suo errore”, e sempre più ne sono convinta anch’io. Di questo ergastolano, oggi, apprezziamo la fantasia, anche, e la fantasia, parola di Vauro, è la molla dell’umanità. Punta diritto al cuore Giuseppe Ferraro, docente di Filosofia, che ci ricorda che l’uomo è un animale che sogna, e se la ragione non persegue il sogno, diventa un incubo. E ben racconta Musumeci, con le sue storie, come il carcere possa uccidere i sogni. Come sia, l’ergastolo, l’Assassino dei sogni. Il grado di civiltà di un paese, ricorda Ferrero, si misura dalle sue scuole e dalle sue carceri. I nostri, dice, sono errori di scrittura… Carmelo Musumeci, alla presentazione del suo libro non c’è, è un uomo ombra, come quelli di cui parla nei suoi racconti. E’ ben chiuso in carcere, per via di quello che ha fatto, anche se noi non vogliamo sapere cosa, ma non per questo, dice Nadia, ci sentiamo tutti più sicuri… Tutti noi, lì dentro, venerdì pomeriggio, legati, me ne sono resa conto andando via, da un lungo filo fatto di parole, corrispondenze, pensieri, che entrano ed escono dal carcere tessendo una rete, dove qualche volta, ancora, si spera possano rimbalzare i sogni…
“Gli uomini ombra” Carmelo Musumeci, ed. Gabrielli
Francesca De Carolis, giornalista Rai Radio 1
http://www.laltrariva.net/