HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

martedì 2 febbraio 2010

Una rivoluzione con molti rischi


di Maurizio Matteuzzi
In uno dei suoi ultimi numeri il settimanale Usa Newsweek pronostica - in realtà auspica - che nel 2010 in Venezuela ci sarà un colpo di stato contro il presidente Hugo Chávez. Il secondo, dopo quello presto abortito dell'aprile 2002. Ma questa volta presumibilmente definitivo, magari sull'onda del «golpe perfetto» sperimentato (dall'amministrazione Obama) in giugno nel piccolo e marginale Honduras, che ha avuto la sua logica conclusione venerdì scorso a Tegucigalpa nell'insediamento alla presidenza del conservatore Porfirio Lobo e nella concomitante partenza per l'esilio del presidente deposto Manuel Zelaya. Un paese-cavia ideale che però ha o può avere aperto una strada.
Nei giorni scorsi, nel mezzo delle turbolenze che stanno scuotendo il Venezuela - svalutazione del bolívar, tagli dell'energia elettrica e dell'acqua, ri-chiusura dell'emittente golpista Rctv e annesse proteste studentesche (con due studenti morti), brutti indici economici del 2009 e previsioni non proprio rosee per il 2010 -, Chávez ha escluso i rischi di golpe. Il governo bolivariano conta sulla «forza morale» dell'esercito venezuelano e «l'opposizione dovrebbe importare una forza armata» per poter scatenare un colpo di stato («Qui non troveranno dei militari come quelli dell'Honduras»). E venerdì scorso, intervenendo via telefono in un programma del canale statale Venezolana de Televisión, ha ammonito che quanti «stanno pensando alle voci di golpe, non stiano a perdere tempo» perché «le forze armate sono impegnate nella rivoluzione e qui non c'è altra strada che la strada rivoluzionaria». E all'opposizione, che in quei giorni era di nuovo tentata dal ricorso alla piazza come nel 2002, ha ricordato che se «sceglie il cammino della destabilizzazione, potrebbe verificarsi il contrario di quello che cerca: ossia che noi decidiamo di accelerare i cambiamenti». «Volete che io renda ancor più profonda la rivoluzione - ha concluso -? Continuate su questa strada».
E' poco probabile che l'opposizione - per quanto debole e divisa - commetta gli stessi errori del passato e che, nelle importantissime elezioni parlamentari del 26 settembre, torni a giocare la carta suicida del ritiro nell'inutile tentativo di dimostrate la illegittimità di un potere politico che gode ancora di ampi appoggi popolari. E appare poco probabile anche che le forze armate, sempre curate e coinvolte al massimo in questi anni dall'ex colonnello dei parà Hugo Chávez siano propense a tentare l'avventura honduregna.
Ma questo non esclude che il Venezuela chavista, dopo 11 anni di potere, sia a una svolta rischiosa. Il 2009 non è stato un buon anno e il 2010 si annuncia - forse - decisivo.
La crisi economica mondiale dell'anno scorso, anche se è vero come ha detto il presidente che in Venezuela «non ha aumentato la disoccupazione e la povertà», si è fatta sentire. Il crollo dei prezzi del greggio è stato un colpo durissimo per un'economica che si basa ancora e sempre - nonostante le promesse e gli impegni di «cambiare modello - sull'esportazione di petrolio (90% delle entrate di valuta, 50% delle entrate statali). I programmi sociali - le «Misiones» - che sono il cuore della rivoluzione chavista e della popolarità di Chávez (che resiste nonostante sia inevitabilmente caduta), non sono stati toccati. La ripresa del prezzo del barile a livelli accettabili (superiore ai 70 dollari dall'inizio dell'anno) consente di tirare un sospriro di sollievo e la conferma (da una fonte insospettabile: the US Geoligical Survey) che le riserve petrolifere della Fascia dell'Orinoco ammontano a 513 miliardi di barili, più del doppio di quelle stimate finora e più del doppio di quelle dell'Arabia saudita, aprono prospettive confortanti (ma anche preoccupanti: più petrolio c'è in un certo posto, più quel posto fa gola...). Si tratta però di prospettive di periodo medio-lungo. Nell'immediato le cose l'ottica è diversa.
Il 2009, ha detto Chávez, «si è chiuso con un sorriso», perché «nonostante la crisi capitalistica mondiale» i risultati per il Venezuela sono stati positivi: «Anche se gli introiti sono diminuiti, sono state mantenuti gli investimenti e i piani sociali» e il salario minimo anche prima dell'aumento del 16 gennaio scorso per fare fronte alla svalutazione di almeno il 50% del bolívar della settimana precedente, «è il più alto dell'America latina» (ora, facendo la media con il doppio cambio del dollaro a 2.60-4.30, vale intorno ai 342 dollari).
Ma, per la prima volta, l'aumento (25%) è inferiore all'inflazione (27-30%), anch'essa la più alta dell'America latina. Nonostante la chiusura con il sorriso, nel 2009 l'economia venezuelana è entrata in recessione, per la prima volta dall'anno golpista del 2002, ed è caduta in rosso per il 2.9%. E per il 2010, mentre il resto dell'America latina sembra essersi lasciata alle spalle la crisi e prevede una crescita del 4%, secondo l'Fmi il Venezuela continuerà in recessione (-0.4%).
Poi c'è il quadro politico esterno. Il golpe in Honduras è stato un segnale. La riemersione della destra per via democratica con Sebastián Piñera in Cile («l'anti-Chávez», ha detto speranzoso Mario Vargas Llosa), un altro segnale. Gli Usa di Obama hanno completato l'accerchiamento del Venezuela chavista con le 7 basi militari nella Colombia del servizievole Uribe. Soprattutto sembrano essere riusciti, per il momento, a fermare non solo la forza d'urto espansiva del chavismo ma anche l'onda progressista dell'America latina. Il 2010 sarà forse decisivo: per il Venezuela che vota in settembre e per il grande Brasile che vota in ottobre.

da Il Manifesto

lunedì 1 febbraio 2010

Il sì dell'Udc al legittimo impedimento

Il responsabile per la Giustizia dell'Italia dei Diritti: "No a leggi ad personam, sono altre le priorità del Paese".

"Il legittimo impedimento è di fatto uno strumento per riproporre tematiche già contemplate nel Lodo Alfano". Queste le parole di Giuliano Girlando, responsabile per la Giustizia dell'Italia dei Diritti, in merito al parere favorevole dell'Udc sul legittimo impedimento solo se il Pdl non inserirà nel provvedimento ulteriori "scudi" in favore di ministri e sottosegretari.

"Ci troviamo in presenza - continua Girlando - del tentativo di mettere in atto un Lodo Alfano bis. E' stato lo stesso Avvocato Carlo Taormina, in una recente intervista, a confermare che è questo il vero obiettivo del governo. L'Italia dei Diritti ribadisce il proprio secco no a leggi ad personam che abbiano la finalità di garantire l'impunità del Presidente del Consiglio. La riforma della Giustizia, cavallo di battaglia di questa maggioranza, sembra essere totalmente volta al raggiungimento di tale obiettivo senza tener conto per nulla dell'interesse della collettività. Mi riferisco - conclude l'esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro - al fatto che temi come l'adeguamento e la costruzione di nuove carceri, la mancanza di fondi da investire per i tribunali italiani e per le Forze dell'Ordine sono problemi che non sono in alcun modo presi in considerazione, da quella che viene spacciata per una riforma della giustizia".




Ufficio Stampa Italia dei Diritti
Addetti Stampa
Alessandra Angeletti, Andrea Marinangeli
Capo Ufficio Stampa
Fabio Bucciarelli
Via Virginia Agnelli, 89 - 00151 Roma
Tel. 06-97606564; cell. 347-7463784
e-mail: italiadeidiritti@yahoo.it
sito web: www.italiadeidiritti.it

Festa in corso con Massacro Messicano Affari nostri?


di Doriana Goracci

Il messaggio mi arriva sul cellulare, notizie Tim spot, certo che sono legate alla vendita e alla pubblicità.Stavolta si tratta di questo:“Nuova strage in Messico, 10 ragazzi freddati in un bar di Torreon. Ieri 13 persone erano state uccise in un locale a Ciudad Juarez“.

Tante e tanti cercano di mettere il naso in questo massacro che si ripete da anni. Di cosa parleranno oggi i giornali? Qual’è l’Ordine della Velina? Qualcuno ricollega alla violenza globale? Al femminicidio? Al disagio giovanile?O siamo pronti solo all’Alto Richiamo dell’ Urna e del Cupolone? Intanto seguono a Casa Nostra, sgomberi e militarizzazione, per fare Piazza Pulita di ogni spazio occupato che crei emancipazione sociale e autonomia da questi Poteri Forti.O vogliamo parlare dell’accoglienza affettuosa e celebrativa riservata in Israele a Berlusconi? Le prime pagine non sono aggiornate su questa Strage.

Spero che Federico Mastrogiovanni, forse tornato a Città del Messico da Port au Prince, ci possa “raccontare” con il suo sguardo.La storia è vecchia e se volete è raccontata quì, http://www.youtube.com/watch?v=XxP8K-3cSrg, lascio in chiaro, non è solo un film.

Segue la notizia, la prima che ho trovato…di come si è conclusa la Festa…in Messico e il video di poche ore fa, in spagnolo: chiunque, se vuole, lo capisce.



Messico, nuova strage in poche ore

Uccise 10 persone, ieri altro massacro


Dieci persone sono state uccise ed altre 11 ferite da un commando armato che ha fatto irruzione nelle prime ore della notte in un bar di Torreon, nel nord del Messico. Lo rende noto la procura. L’attacco è avvenuto a poche ore dal massacro di domenica a Ciudad Juarez, nel quale almeno 13 giovani sono stati trucidati durante una festa. Anche nell’attacco di Torreon le vittime sarebbero per la maggior parte ragazzi e ragazze.



A sparare contro i giovani – tra i 19 ed i 25 anni - un gruppo di individui armati di fucili d’assalto R15 e Kalashnikov, arrivati a bordo di un 4×4 Hummer.

Poche ore prima, un’altro episodio di violenza a Ciudad Juarez, una delle città più violente del Messico. Almeno 13 persone, la maggior parte adolescenti, sono state uccise e 17 ferite, durante una festa di liceali nella cittadina, vicino al confine con gli Stati Uniti, teatro di una spietata guerra tra narcotrafficanti che solo lo scorso anno ha causato 2.500 vittime. Il massacro si è consumato in una villetta dove era in corso una festa di compleanno. I killer, a bordo di alcune auto, sono arrivati mentre la festa era ancora in corso e hanno cominciato a sparare all’impazzata.

da Indymedia

Che ne sarà di Haiti


di Roberto Di Caro

La gente ricostruisce le case con quello che trova. Senza aspettare gli aiuti e delusa dalle promesse. Il documentario esclusivo del nostro inviato

Arrivano in cinque o dieci su un cumulo di macerie, meglio dove una casa è crollata del tutto, è meno pericoloso, in fondo non c'è che da scegliere. Spostano i detriti, cercano assi di legno lunghi a sufficienza per essere riutilizzati, mattoni o blocchi di cemento abbastanza regolari da sovrapporre uno all'altro, sbarre di ferro, lamiere, persino insegne.Si muovono con lentezza, scelgono con cura, portano via tutto a piedi o su un furgoncino. Con quei materiali di risulta ricostruiscono. Da soli. In quelle stesse piazze, parchi, spartitraffico dove nei giorni immediatamente successivi al terremoto avevano improvvisato tende fissando un lenzuolo a quattro pali e disegnando gli spazi con qualche pietra.

La ricostruzione non è affatto di là da venire: è già cominciata. Fin dai giorni in cui, a una settimana dal sisma, si sono viste le prime grandi ruspe, di privati, trascinare via le macerie delle case insieme ai corpi rimasti là sotto. Ma l'esito che si intravede suona come una beffa ai sogni di sfruttare il disastro quale occasione per rifare Port-au- Prince con i crismi dell'utopia urbanistica, soldi a palate, piani calati dall'alto e passerella di benintenzionate archistar. Tempo tre mesi e la capitale è destinata a diventare un unico enorme slum: baracche dove ora sono le tende, lamiere dove c'erano muri e tetti. Come già sono, da sempre, i suoi sobborghi e le bidonville che si distendono da poco dietro il centro fino al mare, o a sud ovest verso Carrefour e Leogane.

Non hanno la più pallida idea, gli haitiani, del fatto che Un-Habitat, l'agenzia delle Nazioni Unite per una urbanizzazione sostenibile, abbia già speso 250 mila dollari in una prima ricognizione dell'esistente e delineato chissà come strategie d'investimento per 7,6 milioni di dollari proprio per recuperare dalle rovine legno e risorse per la ricostruzione: loro, gli sfollati, i senza casa, lo fanno e basta, per semplice sviluppatissimo istinto di sopravvivenza. Ignorano, le informazioni arrivano a brandelli, che lunedì 25 a Montreal, prima riunione di 15 Paesi donatori più Nazioni Unite, Banca Mondiale, Programma alimentare Pam e un'altra mezza dozzina di organismi sovrannazionali, si è cominciato a immaginare un "piano Marshall" da 2,1 miliardi di dollari subito, 10 in dieci anni (ma forse addirittura 20, a quanto ha detto il presidente della confinante Repubblica Domini cana, Leonel Fernandez); o che per marzo al Palazzo delle Nazioni Unite sia stata convocata la Conferenza che dovrebbe definire tappe, procedure, modalità, reperimento delle risorse e catena di comando: sotto l'egida della Banca Mondiale, stando alle prime ipotesi.


Ma sono decenni che il mondo s'impiccia del loro Paese, l'Onu manda caschi blu brasiliani, nigeriani, pakistani e di altre quaranta nazioni, gli americani insediano e destituiscono presidenti in nome dei diritti civili, Hugo Chávez regala petrolio e Fidel Castro manda medici: mentre loro continuano a vivere sette su dieci in bidonville di lamiera come Cité Soleil e Waf Jeremie che si allagano a ogni pioggia, e a farsi il carbone bruciando legna in buche scavate per strada nella capitale come nei villaggi. Del resto, che credibilità si sono guadagnati i soccorsi giunti da mezzo mondo dopo il devastante sisma del 12 gennaio, se alla popolazione nelle tendopoli arrivavano a stento le taniche dell'acqua potabile, e le prime distribuzioni di riso sono state segnate da incidenti, tafferugli, spari, lancio di gas urticanti? Suona del tutto dunque rituale anche quel dispaccio del "Us Department of State, Diplomacy in action" che, al termine di un vertice tra l'ambasciatore americano e il capo della missione Onu Minustah, il canadese Edmond Mulet, ha annunciato un accordo sui principi fondamentali dell'intervento, riconoscendo ad Haiti la responsabilità di stabilire le priorità degli interventi, e alle Nazioni Unite il coordinamento degli aiuti, sotto il cui comando anche gli americani si adatterebbero a operare.
La verità è un'altra. René Préval, il presidente haitiano, è ben conscio del fatto che il suo governo non è in grado di gestire alcunché, ma conosce quel che resta del suo popolo: quando gli abbiamo chiesto chi dovesse coordinare gli interventi d'emergenza, la tutela della sicurezza e poi la prima ricostruzione, ci ha risposto: «Chiunque è in grado di aiutarci, venga e lo faccia». Quanto all'esercito americano, si muove in modo ambivalente. All'ospedale centrale li vedi ancora un po' spaesati portare barelle tenendo sulle spalle i loro zaini da zona di guerra pesanti 40 chili.

Davanti alla loro ambasciata nella zona di Tabarre, un edificio enorme, smisurato per l'isola, giustificato solo dall'importanza strategica di Haiti nel cuore dei Caraibi e delle rotte di tutti i traffici di droga dalla Colombia alla Florida, ti cacciano già a male parole agitando l'M-16 manco fossimo in Iraq, quando fotografi la fila di haitiani in attesa di un visto perlione di emigrati fonte primaria di reddito con le loro rimesse. Nei sobborghi li vedi passare, ma non scendono dai mezzi. In centro, però, dove fino al giorno prima la gente continuava a rovistare nei magazzini semidistrutti finché qualche poliziotto o vigilante non gli sparava per poi ricominciare subito dopo, da martedì 16 i marines hanno iniziato a muoversi in grande stile. In squadre da una dozzina di uomini. Usando le loro ruspe di piccole dimensioni, color caki come gli humwee. Chiudono strade e passaggi, blindano l'area attorno al Marché au fer. E la gente li acclama.

Ti fanno segno di stare alla larga, ma con buone maniere, anche i caschi blu della Minustah di guardia alla sede, solo danneggiata, della Banca centrale di Haiti, vicino alla Dogana, inagibile, non lontano dalla Posta, crollata. E riaprono gli sportelli bancari, nella avenue del quartiere finanziario e, con lentezza, in qualche altra area di Portau- Prince e della un tempo più ricca Pétionville. Consentire alle persone di ritirare i propri depositi per far fronte all'emergenza, ridare fiato ai microcommerci di cui quasi tutti vivono in un'isola che non produce quasi nulla, è stato uno dei primi obbiettivi diEdmond Mulet capomissione Onu, i cui poliziotti provvedono in forze alla sicurezza degli istituti bancari.

I primi supermercati hanno riaperto solo molto tardi e con guardie armate nelle aree meno devastate; ma i commerci di strada erano ripresi quasi subito, anche senza i contanti chiusi nei caveau: frutta, pasta, sapone così come abiti e cosmetici perché le ragazze hanno gran cura di sé pur dormendo e studiando (sì, le vedi coi libri e i quaderni in mano) per terra, all'addiaccio. Non c'è soluzione di continuità, neanche visiva, tra gli accampati, le loro pentole dove cuociono il riso, i tubi con cui si lavano all'aperto, e quella che prima del 12 gennaio era la brulicante normalità di Haiti.

Nella piazza centrale di Pétionville, quella della cattedrale di Saint-Pierre rimasta in piedi e della più fornita libreria dell'isola, dov'è sorta una delle tendopoli più grandi, i venditori di quadri espongono di nuovo le loro coloratissime tele in mezzo ai bambini che giocano: soggetti tradizionali, palme e mare, mercato, folla di donne che portano sacchi sul capo, il generale da operetta col sigaro in mano, il naufragio del traghetto "Nettuno" nel febbraio '93 in faccia al porto, quando perirono 1500 persone.

Li vedi dipinti, quei disgraziati, mentre cadono in acqua o galleggiano ormai senza vita: senza cattiveria ma senza rimozione, nel modo in cui da noi si riproducevano le disgrazie sugli ex-voto. Qualcuno ha già cominciato a dipingere la terra che si apre, le case che rovinano, i morti abbandonati.

Gli umanitari che si avvicenderanno sull'isola li compreranno per ricordo con animo compassionevole, 5 dollari i piccoli, 10 i grandi, salvo nasconderli in un cassetto perché in salotto metterebbero di malumore. Non siamo attrezzati, noi popoli ricchi, a metabolizzare le sciagure. Questo è rimasto, forse, l'unico privilegio degli haitiani.

da L'Epsresso

Il processo è sospeso

Amara Lakhous è uno scrittore nato ad Algeri nel 1970. Vive a Roma dal 1995.

Il reato d’immigrazione clandestina finirà presto al vaglio della corte costituzionale. Il 15 dicembre 2009 un giudice di pace di Agrigento, Giuseppe Alioto, ha deciso di sospendere il processo a 21 persone sbarcate nell’agosto del 2009 a Lampedusa, accogliendo una richiesta della procura di Agrigento. Secondo la procura, infatti, il reato d’immigrazione clandestina vìola gli articoli 3, 25, 27 e 117 della costituzione.
Il giudice Alioto ha scritto nella motivazione: “Non è consentito che per finalità di mera deterrenza siano introdotte sanzioni che non si ricollegano a fatti colpevoli. In definitiva, l’ingresso o la presenza illegale del singolo straniero non paiono rappresentare, di per sé, fatti lesivi di beni meritevoli di tutela penale, ma sono l’espressione di una condizione individuale, la condizione di migrante”.
Questo è il primo caso del genere in Italia. Con ogni probabilità, la corte costituzionale darà ragione a chi ha espresso dei dubbi sulla trasformazione della condizione di immigrato irregolare in un reato.
Come hanno affermato molti giuristi, il reato d’immigrazione clandestina non solo va contro la costituzione ma anche contro un principio basilare della giustizia: una persona dev’essere giudicata per quello che fa, non per quello che è. Non si può condannare qualcuno a priori.
Molti sociologi hanno spiegato che la maggioranza assoluta degli immigrati regolari in Italia all’inizio erano clandestini. Moltissimi di loro sono arrivati con dei semplici visti turistici e sono rimasti sul territorio italiano dopo che gli era scaduto. Dal 1986 ci sono state sei sanatorie che hanno regolarizzato complessivamente più di un milione e mezzo di persone.
Quindi, se i clandestini di oggi saranno i regolari di domani, perché demonizzarli? Amara Lakhous

da Internazionale

Chi concede gli spazi a Casapound?

da coll. gramigna
il comune di Padova, nella figura del sindaco Flavio Zanonato (Partito Democratico), ha concesso una sala pubblica all’organizzazione neofascista Casapound

Sabato 30 gennaio una decina di compagni ha organizzato un presidio antifascista, con alcuni striscioni e un volantinaggio davanti ai giardini dell’Arena di Padova. Il presidio è stato indetto per denunciare che il comune della città, nella figura del sindaco Flavio Zanonato (Partito Democratico), ha concesso una sala pubblica all’organizzazione neofascista Casapound (che non ha sedi in città) per una iniziativa dal titolo “contro ogni muro-Padova città del dialogo”, a cui hanno partecipato alcuni assessori di AN e del Partito Democratico. Il presidio dei compagni è stato interrotto dall’arrivo degli sgherri della digos, che hanno subito minacciato, intimato e identificato i compagni.
Nella sua lunga carriera da sindaco Zanonato, e la sua giunta, si è numerose volte contraddistinto per la sua politica “securitaria”, arrivando allo sgombero di un intero quartiere abitato da immigrati e la costruzione di un muro per recintare la zona, e per aver garantito ampia agibilità politica ai fascisti. Infatti sono numerosi gli episodi di concessione della piazza per le manifestazioni, dei parchi per le feste e delle sale per le conferenze! Contemporaneamente, lo stesso sindaco ha ordinato almeno 5 sgomberi del Cpo Gramigna ed è complice, insieme alla questura, della totale negazione di ogni spazio pubblico ai compagni!
Questa logica è coerente con la politica portata avanti dal centro “sinistra” e dai revisionisti in Italia, che contribuisce alla riabilitazione del fascismo anche attraverso la volontà di costruire una “memoria condivisa al di la delle differenze politiche” (la stretta di mano tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi ne è un esempio!). La “sinistra” borghese è la principale responsabile della totale riscrittura della storia del nostro paese, questo per dominare il presente e legittimare le guerre, la disoccupazione e le peggiori nefandezze della borghesia imperialista, oggi attanagliata dalla crisi del sistema economico capitalista. Tutto questo al fine di disarmare culturalmente e politicamente i lavoratori e i proletari del loro passato, nato sul sangue versato dai partigiani che hanno combattuto il fascismo e ci hanno insegnato a conquistare i diritti e la libertà con la lotta. Insegnamenti sempre validi e di cui è nostro compito riappropriarci!
Non c’è nulla da condividere con i neo fascisti, ma anzi c’è molto da raccogliere per rilanciare la cultura e la pratica dell’antifascismo, riappropriandosi dei valori della Resistenza e dell’eroico esempio dei partigiani, di ieri e di oggi!
Antifascisti sempre!
La memoria non è con-divisa. La resistenza continua!
In seguito riportiamo il testo del volantino diffuso:
Sabato 30 gennaio presso la sala pubblica in Via Diego Valeri a Padova si svolge un incontro promosso dall’organizzazione neofascista Casapound, con la partecipazione di assessori di Alleanza Nazionale e di Filippo Pacchiega dell’esecutivo provinciale del Partito Democratico. L’iniziativa, dal titolo “Contro ogni muro-Padova città del dialogo”, pretende di affrontare alcune tematiche politiche costruendo una “memoria storica condivisa” tra vecchi e nuovi fascisti insieme a quello che ancora si proclama il centro”sinistra”. Noi pensiamo che non ci sia nulla da condividere con un’organizzazione come Casapound, capitanata da vecchi stragisti neri come Gabriele Adinolfi implicato per la strage di Bologna, responsabile di molteplici aggressioni squadriste contro chi considerato “diverso” ed emarginato dalle logiche del sistema produttivo (extracomunitari, omosessuali, disabili ecc), e soprattutto infiltrata per dividere chi lotta e scagliarsi contro i compagni, come accadde con il movimento studentesco a Piazza Navona a Roma, al corteo contro la Gelmini nell’ottobre 2008! Casapound è un movimento reazionario, finanziato abbondantemente dalla destra istituzionale, che cavalca le “emergenze“ mediatiche, come la questione abitativa (mutuo sociale, occupazioni ecc), presentandosi così come “coloro che oggi danno risposte concrete alle esigenze delle masse”, colmando il vuoto dello stato sociale! La vera natura di questi è di essere servi del sistema, razzisti, xenofobi che si rifanno agli ideologi del nazifascismo. La complicità del PD si dimostra sia concedendo loro agibilità politica, sia soprattutto partecipando e sostenendo le loro iniziative e fornendo loro legittimità.
Del resto questo episodio è solo l’ultimo di molteplici che vedono la giunta Zanonato concedere ampiamente spazi pubblici e agibilità a formazioni dichiaratamente fasciste: cortei annuali a Forza Nuova e Fiamma Tricolore, concessione del parco Prandina di corso Milano per un festival neonazista la scorsa estate ecc. Mentre dall’altra parte si sgomberano i centri sociali e i luoghi di aggregazione giovanile.
La sinistra istituzionale da tempo ha fatto del revisionismo storico, politico e culturale uno strumento per legittimare le attuali politiche sempre più a destra, “necessarie” ai padroni in questi tempi di crisi. Ecco allora che la sinistra borghese di fronte a 30.000 operai Fiat in cassa integrazione non spende una parola, tantomeno per quelli dell’Alcoa di Cagliari manganellati dalla polizia, giustifica la schiavitù moderna come a Rosarno, vota tutte le costosissime missioni militari all’estero, condivide nuove leggi razziali, come il pacchetto sicurezza, funzionale ai padroni per incanalare il malessere sociale verso un nemico fittizio rappresentato, sempre più spesso, dal proletariato immigrato. È proprio in tale maniera che spiana la strada alla destra xenofoba e alla riabilitazione del fascismo!
Tutto questo rinnegando il patrimonio partigiano, i valori antifascisti della Resistenza e della solidarietà. L’unione con i neofascisti serve per riscrivere la storia ed egemonizzare la realtà.
Al contrario noi pensiamo che l’antifascismo e gli ideali della Resistenza partigiana vadano difesi con le unghie e con i denti, perché sono gli ideali che hanno permesso la lotta contro i nazifascisti e hanno determinato importanti conquiste e diritti per la società intera.

da Indymedia

domenica 31 gennaio 2010

Vendola: per aprire un solo cantiere di centrale nucleare in Puglia devono far venire l’esercito.

31.01.2010 In 1/2 H: Nichi Vendola. from ElaborAZIONI on Vimeo.



"Penso che dovranno anche far venire l'esercito per immaginare di aprire un solo cantiere di centrale nucleare in Puglia''. Lo ha ribadito il presidente della regione Puglia, Nichi Vendola ospite oggi di Lucia Annunziata a "In mezzora" su Raitre. ''Un segreto di pulcinella le ipotesi sui siti che potrebbero ospitare le future centrali. Ci sono le carte dell'Enea – ha continuato il Governatore - che da cinquant'anni dicono che o si riaprono le vecchie centrali nucleari o le nuove localizzazioni si possono fare soltanto in Puglia per la bassa sismicità e per le caratteristiche del territorio, soprattutto salentino”. “Il dibattito - conclude il governatore uscente della Puglia - è coperto perché ci sono le elezioni ma loro devono sapere che il nucleare per noi è il contrario di quello che la Puglia sta facendo. La Puglia negli ultimi tre anni è diventata la prima produttrice di energia solare e di energia eolica in Italia”.

Documento politico Sinistra Ecologia Libertà Nardò

Riunione comitato provinciale
31 gennaio 2010
-Nardò-


documento del circolo “sinistra ecologia libertà” – nardò

Nella valutazione della situazione politica attuale non possiamo non partire dalla vittoria di vendola alle primarie in puglia. al di là dei toni trionfalistici, però, questo successo dovrebbe indurre tutti quanti a riflettere sui messaggi che esso porta con sé.

la folla da evento mediatico che è accorsa alle urne segnala la voglia di partecipazione che caratterizza l’elettorato di sinistra;
la bocciatura del costume verticistico e della pratica di investitura dall’alto svelano un attivismo vivacemente democratico e contemporaneamente lo scollamento fra nomenclatura e base;
la percentuale esorbitante che ha sancito la vittoria di vendola e lo ha designato candidato governatore, ha sancito pure la sua designazione a leader della sinistra nazionale;
l’inutile tentativo di inquinare e poi strumentalizzare l’esito della consultazione da parte di forze estranee allo schieramento, infine, oltre a risultare squallido, non può che ricompattare l’elettorato di centrosinistra a un’azione comune contro ogni forma di controllo illegale della libera espressione della volontà popolare;
si è pure visto come il voto diretto e il segreto dell’urna siano in grado di capovolgere ogni pronostico basato sulla logica dei numeri scritti a tavolino e dimostrarsi fucina di esiti sorprendenti.

con le vicende di questi ultimi due mesi dalla puglia sembra venire non solo il consenso a una politica regionale caratterizzata da buon governo, trasparenza, diritti e apertura al dialogo; da qui parte un modello politico nuovo, “riformista nella pratica, ma rivoluzionario nei valori”, di parte, con alleanze chiare e impegni precisi.

“sinistra ecologia libertà” non è solo il partito di vendola : è l’unico soggetto politico al momento che sia in grado di rappresentare e concretizzare il bisogno di legalità e partecipazione che le primarie in puglia, ma pure eventi come il “no b day” e la giornata di mobilitazione in difesa della costituzione hanno espresso. a maggior ragione, quindi, la fase costituente che stiamo vivendo e sperimentando deve studiare e darsi meccanismi che garantiscano l’effettiva corrispondenza fra leadership, linea politica e volontà della base.
consultazioni a scrutinio segreto per la proposta dei nominativi per la costituzione degli organismi interni, primarie per la designazione di candidati a qualsiasi livello, ampia rappresentatività territoriale nella struttura organizzativa possono garantire, secondo noi, quella libera e responsabile partecipazione dei militanti auspicata dalle regole espresse dalla recente assemblea nazionale.

per la costituzione delle liste del prossimo appuntamento elettorale, ci sembra irrinunciabile una dichiarazione pubblica da parte dei candidati sui seguenti punti :
• non avere condanne penali
• non essere in situazione di conflitto d’interessi né direttamente, né in riferimento alla loro cerchia familiare
• rendere pubbliche informazioni sulla situazione fiscale e patrimoniale propria e dei propri congiunti
• non avere avuto rapporti di affari o di lavoro con personaggi condannati anche solo in primo grado per reati di mafia, malavita organizzata o per reati contro la pubblica amministrazione
• impegnarsi a evitare qualsiasi comportamento che impedisca o rallenti un’eventuale indagine giudiziaria e/o giornalistica sul loro operato o sull’operato di qualsiasi altro eletto
• impegnarsi contro ogni forma di discriminazione

condividiamo la scelta politica del dispositivo della segreteria nazionale di collegare in tutte le regioni italiane il simbolo di sin eco lib al nome di vendola come garanzia di pulizia e trasparenza che in molti modi, attraverso vari strumenti e canali, sta facendosi sempre più forte nel paese.

sinistra ecologia libertà
circolo di nardò

nardò 31 gennaio 2010

Iniziativa "Acqua Bene Pubblico" a Nardò

L'Unione degli Studenti (UdS), associazione sindacale e culturale, nell'ottica della campagna regionale “Acqua, bene Pubblico” organizza a Nardò, nella data di oggi Domenica 31 Gennaio a partire dalle ore 18.30, un evento pubblico contro la privatizzazione dell'acqua.

Inizialmente, al Chiostro di Sant'Antonio, avrà luogo un dibattito nel quale interverranno: il prof. Graziano De Tuglie (presidente Fare Verde Puglia), Salvatore Caricato (segretario generale della Funzione Pubblica, CGIL Lecce), Frank Quaranta (Emergency Nardò) e Lorenzo Tarantino (Uds Galatone).
Seguirà una mostra artistica e fotografica di giovani artisti e una serata musicale presso l'Aioresis Lab (ore 21.00).

Si invita la cittadinanza a partecipare attivamente all'evento

sabato 30 gennaio 2010

L'unico da cacciare, di nero, è il lavoro


"I neri stanno già tornando nelle campagne della Piana, e l'anno prossimo saranno di nuovo tanti - dice Calogero della Cgil - l'unica è provare a combattere il fenomeno del ‘nero', inteso come lavoro".

di Gian Luca Ursini
"Più immigrati, più crimini". Dopo i gravi fatti di gennaio a Rosarno, il governo di Roma è sbarcato in Calabria. Annuncia grandi misure, per ora sulla carta, contro la ‘Ndrangheta (la parte difficile del problema) ma soprattutto - e subito - "pugno duro all'‘immigrazione incontrollata troppo a lungo tollerata" come detto dal ministro leghista Maroni, nel commentare a caldo la cacciata dei migranti dal paesone calabrese.
Il premier italiano ha perso l'ennesima buona occasione per stare zitto. Forse nell' infelice allocuzione per ‘immigrati' intendeva i clandestini, dimenticando che la clandestinità come reato è una invenzione- del 2009 - dei suoi alleati della Lega-xenofoba-Nord. Ma afferma per di più dati smentiti dalle statistiche; per il sociologo MaurizioBarbagli "dalla creazione del reato di clandestinità, che secondo i leghisti avrebbe cancellato il sottobosco di microdelitti legati all'immigrazione sans papier, il più grave di essi, lo spaccio, è cresciuto in incidenza su tutti i reati dal 32 al 34 per cento del totale". Che dire del territorio che d'ora in poi sarà 'l'Alabama italiana', la Piana di Gioja Tauro? "Negli ultimi 15 anni, con una massiccia presenza di immigrati, alcuni senza documenti - spiega il pm del tribunale di Palmi Giuseppe Creazzo, competente per territorio - non si sono mai, nemmeno una volta, registrate denunce a carico di migranti per i reati di furto con scasso, violenza sessuale, tentata violenza sulle donne, prostituzione e furto semplice, ossia i banali scippi". Questo in un territorio dove l'incidenza degli stranieri sulla popolazione secondo la Cgil è del 18 per cento, ossia la quarta zona a maggiore densità di migranti in Italia dopo Prato Brescia Sassuolo e prima di grandi città come Genova Milano.

Non solo; le incaute parole dei governanti italiani hanno causato sdegno in ambienti di solito vicini alla Destra italiana: in Vaticano. La conferenza episcopale ha subito esposto propri dati in base ai quali, per i vescovi "non c'è nessuna correlazione tra l'incidenza dei crimini e la presenza di migranti, regolari o irregolari". "Non esiste differenza tra il tasso di criminalità dei migranti e quello degli italiani" ribadisce monsignor Crociata a capo della Cei: 1,2 per cento dei regolari contro un tasso di delinquenza dello 0,75 per cento per gli italiani, ma che nelle persone sotto i 40 diventa inferiore per i migranti rispetto agli italiani. Evidentemente a furia di stare qui, gli immigrati imparano la lezione e cominciano a delinquere... E questo discorso come si applica a Rosarno? Gli italiani hanno reagito a presunti abusi dei migranti per razzismo, o per mentalità criminosa, atteso che i Migranti in quella zona delinquono sensibilmente meno dei calabresi? E soprattutto "sono gli unici a ribellarsi alla Mafia", ricorda Antonello Mangano, autore di ‘Gli africani salveranno la Calabria, (forse l'Italia intera)', titolo sottoscritto da uno studioso dell'illegalità meridionale, come Roberto Saviano.
"Nella Piana di Gioja - spiega Antonio Calogero, Cgil locale - la subcultura ‘ndranghetista è dominante, e il problema con la rivolta dei migranti è stato di ordine pubblico, che i mafiosi non potevano vedersi sfuggire di mano. In Calabria è scontato dire che lo Stato assente, va ribadito che solo la ‘ndrangheta fa politica; fare politica vuol dire cercare il consenso della popolazione; per cercare consenso i mafiosi non possono stare indietro rispetto alle mutate percezioni del popolo, e mandare messaggi rassicuranti. Con la cacciata dei migranti hanno voluto dire "Tranquilli qui comandiamo noi", e soprattutto recepire un malessere diffuso verso i migranti, in gran parte disoccupati". " E non solo riaffermazione del dominio - interviene Gigi Genco, segretario Cgil Calabria - la ‘Ndrina funziona anche da regolatore del mercato del lavoro: in città troppi immigrati, grazie alla Bossi-Fini e al reato di clandestinità, non venivano più assunti dai contadini. Tutto in nero. In più sono arrivati a centinaia dal Nord, dove l'industria in crisi caccia per primi i migranti. Troppi e troppo poveri, pronti a esplodere. I calabresi percepivano un disagio foriero di tempesta. La ‘ndrangheta si propone come mediatore sociale per interpretare un bisogno dei rosarnesi: ha detto con le intimidazioni dei fucili e poi con la caccia al Nero: "Andatevene via, non ci servite più nei campi, questa non è casa vostra".

"I neri stanno già tornando nelle campagne della Piana, e l'anno prossimo saranno di nuovo tanti - conclude Calogero - l'unica è provare a combattere il fenomeno del ‘nero', inteso come lavoro: finché si lavorerà in maniera irregolare, verranno più braccianti del necessario, a vivere in condizioni di degrado; bisogna rendere più appetibili i ricavi ai contadini, con la filiera corta: basta intermediari, dal produttore al consumatore, (come nei farmer market, quindi un modo per combattere le Mafie, ndr). Finché il prezzo pagato per chilo di arance, come detto e ridetto, è di 4 centisimi/chilo, ai coltivatori non conviene raccogliere e i migranti rimangono a ciondolare. E il ministro del lavoro deve disporre controlli a tappeto, per essere sicuri che ogni migrante abbia un regolare contratto stagionale e venga pagato il giusto: 60 euro al giorno, non 25, di cui 5 da versare al caporale".

da PeaceReporter

Vergogna nera

di Nicola Mastrangelo
ROMA - Nella giornata del ricordo della Shoà il gruppo neofascista «Militia» oltraggia il museo della Liberazione e copre di scritte il centro di Roma. Insulti per il capo della comunità ebraica. Tutti condannano, la sinistra ricorda i saluti romani al comizio della Polverini
«Olocausto propaganda sionista», e «27 -01 Ho perso la memoria». Sono le vergognose scritte apparse sul muro ieri mattina, giornata della memoria, a Roma in Via Tasso,proprio a due passi dall'entrata del museo della Liberazione. Più avanti, altre scritte,altri insulti rivolti al capo della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici e al sindaco Gianni Alemanno definiti: «porco judeo» il primo, «verme sionista»il secondo. Ma non sono le sole: sempre sui muri del quartiere Esquilino si legge «Hamas vincerà»e «Israele boia».Un attacco vigliacco, non un atto vandalico.Le scritte sono per la maggior parte firmate dal gruppo neofascista «Militia». La telecamera di sicurezza del museo di via Tasso, ha ripreso un gruppo di quattro ragazzi che muniti di spray e passamontagna in formazione militare hanno imbrattato l'ingresso di quello che un tempo era il comando ed il carcere di tortura delle Ss a Roma. «È stato un omaggio ai nazisti - ha detto il direttore del museo Giuseppe Mogavero - perché le scritte sono apparse al civico 155 dove c'era il comando delle Ss di Kappler e Priebke. E c'è la duplice concomitanza con l'apertura della mostra sulla prostituzione forzata nei lager».
«Militia» è una sigla legata alla figura di Maurizio Boccacci ex leader del disciolto Movimento Politico Occidentale. Boccacci è noto alla Digos per aver rivendicato la paternità di altri striscioni apparsi lo scorso 19 novembre, in via del Muro Torto, che avevano come bersagli sempre Riccardo Pacifici. Il quale ha commentato l'episodio di ieri come «un grande atto di debolezza da parte di questi ragazzotti, perché il paese è cambiato,nessuno resterà indifferente e non è più possibile pensare di ricreare un clima come quello del passato.L'Italia - ha detto Pacifici - è un paese che ha ben chiaro nel preambolo della sua Costituzione,il giudizio sul nazifascimo.Ha una legge che punisce chi inneggia al razzismo,alla xenofobia e all'antisemitismo». Anche il sindaco di Roma, Alemanno (che ieri ha celebrato il giorno della Memoria nel campo rom di Casilino) ha definito le scritte come una «offesa senza pari al rispetto della persona umana.Purtroppo - ha aggiunto - C'è ancora qualche criminale che offende la memoria per ottenere visiblità».
Uniti alla condanna del gesto offensivo,avvenuto proprio nel giorno istituito per commemorare e ricordare le vittime dell'Olocausto, gran parte del mondo politico e delle istituzioni.«Sono scritte offensive,mi auguro che queste persone vengano assicurate alla giustizia», ha detto Andrea Ronchi ministro per le politiche europee che ieri si è recato al museo.Solidarietà al museo di via Tasso e a tutta la comunità ebraica sono arrivate da parte del mondo del lavoro attraverso le parole di Claudio Berardino,segretario della Cgil di Roma e Lazio «scritte infamanti nel giorno in cui si celebra la Memoria e si commemorano tutte le vittime della barbaria nazifascista».Solidarietà e condanne ad un gesto razzista e preoccupante,che dovrebbe far riflettere su quanto sia ancora vivo e serpeggiante il germe del fascismo e del razzismo. Che si nasconde e si mimetizza,che appare sporadico con scritte sui muri e saluti romani in occasione di partite di calcio o manifestazioni di qualche politico,magari candidato alla presidenza della regione Lazio. E' i caso di Renata Polverini,candidata del Pdl,alla regione Lazio. Ieri ha commentato l'episodio parlando di un «atto di gravità inaudita». Il consigliere provinciale di Sinistra e Libertà Gianluca Peciola la invita però a «assumere una decisa presa di posizione nei confronti delle espressioni nostalgiche a cui abbiamo assistito durante la sua campagna elettorale. Affinché le dichiarazioni di condanna non suonino come retoriche e di circostanza ». La candidata del centrosinistra Emma Bonino ha inviato un messaggio alla comunità ebraica: «Siamo sempre con voi».
Scritte razziste e polemiche da campagna elettorale non hanno comunque fermato i volontari del Museo di via Tasso dal celebrare la giornata della memoria. Che hanno indetto insieme all'Anpi un sit-in di fronte al museo per domenica alle 10,30.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20100128/pagina/02/pezzo/270088/
da Antifa

La lettera di Giovedì 28 Gennaio 2010


Vi proponiamo una lettere degli onorevoli Italo Bocchino e Fabrizio Cicchitto indirizzata a tutti i parlamentari del PD con la L nella quale vengono esortati affinchè siano presenti in Parlamento "senza eccezzione alcuna" per votare la legge sul legittimo impedimento.

La lettera di Giovedì u.s, la porge PeaceReporter ed è una lettera autografa che hanno ricevuto tutti i deputati del Pdl. In essa si può leggere:
“Caro collega, da martedì prossimo 2 febbraio a partire dalle ore 10 voteremo la legge sul legittimo impedimento. Non serve ricordarti l’importanza che questo appuntamento ha per il PDL, il Presidente Berlusconi e il Governo e ti preghiamo pertanto di garantire la presenza per tutta la prossima settimana senza eccezione alcuna. Cordialmente. Firmato On. Fabrizio Cicchitto e On. Italo Bocchino”.

La privatizzazione delle Forze armate: una griffe sulla Nazione



In base all'ultima legge finanziaria, la gestione della Difesa passerà a una società per azioni, la Difesa Servizi S.p.A.

Chi si sia mai approcciato a un manuale di Scienza delle Finanze e abbia studiato il caso dei monopoli naturali, cioè abbia passato in rassegna quali settori possono essere gestiti dai privati per fare economia di costi, sa che l’Esercito e tutte le forze armate rappresentano il caso più eclatante di un servizio che deve per forza e logica restare pubblico: non a caso anche la Scuola Austriaca di Economia, una delle correnti di pensiero più liberali e liberisti che ci siano, ci ha sempre speculato su negli ultimi decenni, ma appunto solo a livello teorico, ragionando su cause, effetti e conseguenze, per assurdo.

Ebbene, siamo giunti, davvero, anche a questo: grande risalto hanno dato i vari giornali ai colpi dell’ultima Finanziaria (ultima in tutti i sensi, per cronologia, e perché il documento non si chiamerà più così, ma Legge di Stabilità) riguardo a bonus e agevolazioni per famiglie e lavoratori. C’è però una vocina sulla quale purtroppo pochi si sono concentrati, che a volte è stata inserita quasi solo per dovere di cronaca, ma è di importanza fondamentale: la gestione della Difesa passerà, infatti, a una società per azioni, la Difesa Servizi S.p.A.

Ciò che spenderà diventerà una questione privata, discussa da dirigenti e un consiglio d’amministrazione scelti ad esclusiva discrezione del ministro (della difesa), senza previo consulto del Parlamento (quindi senza ascoltare e chiedere a nessuno, né a destra né a sinistra).
Non saranno le gerarchie interne all’esercito, per conoscenza e per merito, a stabilire a chi affidare ordini e competenze, no: sarà il ministro di turno, oggi La Russa, domani chissà, magari solo un politico scelto solo per dare un contentino e/o ammansire questo o quel partito.

Rischiamo così che questo sia solo il primo passo, dopo la privatizzazione dell’acqua, per privatizzare l’intero corpus statale: un domani potrebbe non esserci più la cosiddetta Pubblica Amministrazione, un ente a cui è affidato il Pubblico Benessere, il Benessere del Popolo, ma un gigantesco comitato affaristico che si occupa e preoccupa solo di arricchirsi il più possibile alle spalle di cittadini e contribuenti, una multinazionale come tante altre.

I liberisti si difendono col motivo che così la gestione non peserebbe sui contribuenti, che verrebbero (tar)tassati di meno, ma il problema è che, per legge, potrà cambiare lo scopo direttivo del Servizio: non più difesa della sicurezza, ma comodi privati. Siccome lo Stato ha pochi soldi, svenderà terreni e altri immobili, fortezze e roccaforti, che così diverranno hotel e altri luoghi di divertimento.

Grazie al segreto militare, la società potrà disporre di impianti ed immobilizzazioni a suo piacimento, trasformando le caserme anche in centrali nucleari o qualsivoglia altro, senza appunto il bisogno di alcun permesso istituzionale, né dei cittadini, nel del Comune, del Parlamento. Ma la cosa più beffarda sarà la possibilità di sponsorizzare, così marchi come “Frecce Tricolori” non sarebbero più un Simbolo da portare con "Onore e Dignità", ma finirebbero alla stregua di un “De Puta Madre”: magari andate in Discoteca e c’è la gara a chi è più figo tra Gucci, D&G ed Esercito Italiano.

da Indymedia

Nell'indifferenza e nel silenzio mediatico l'ordinanza di cattura nei confronti di Cosentino

In un paese normale con una giustizia normale, Nicola Cosentino sarebbe già in carcere. Da un bel pezzo. E in un paese normale avremmo sentito questa notizia nei tg: la Cassazione ha rigettato il ricorso contro l’ordinanza di cattura nei suoi confronti.Riassumendo: i pm napoletani concordano nel volere arrestare Cosentino. Notizia accantonata, magari (anzi sicuramente) censurata dai media. Inoltre il Pdl non ha detto nulla e l’opposizione chi l'ha sentita? Pura indifferenza. Mediatica e non solo. In sostanza, secondo i giudici, Nicola Cosentino ha stabilito dal 1990 un rapporto con il boss del clan Bidognetti, Francesco, dettoCicciotto ‘ e mezzanotte, ricevendo i voti dei clan in almeno tre elezioni, in cambio del suo aiuto per favorire i loro affari.Cosentino “risulta essere stato sostenuto dall’organizzazione criminale” in troppe elezioni per non pensare a un “debito di gratitudine”. Dovrebbe dimettersi. E dovrebbe andare in carcere.

La procura ha inoltre presentato una seconda richiesta di arresto, rigettata però dal Gip, per corruzione, sempre nel settore rifiuti. Ma Berlusconi lo ha candidato in Campania perchè (dice lui) ricorda le immagini di Napoli liberata dai rifiuti. E lo ha persino ringraziato.

di Andrea De Luca
Fonte: http://andreainforma.blogspot.com/2010/01/nellindifferenza-e-nel-silenzio.html

venerdì 29 gennaio 2010

POLI BORTONE: ALLA UE ASSENTE IL 65% DELLE SEDUTE.

MA INCASSAVA REGOLARMENTE 11.703 EURO+16.914 X I SUOI ASSISTENTI


dal Blog di Franca Rame

La candidata UDC alle Regionali in Puglia, Adriana Poli Bostone, ha un curriculum visibile in Wikipedia. Fra le altre cose, ci ha colpito un episodio davvero esemplare. Ecco qui di seguito quanto leggiamo, domandandoci se l'On Brunetta, così attento agli assenteismi di chi percepisce stipendio dallo Stato, abbia intenzione di intervenire anche in questo caso: Il 6 febbraio 2009, in un intervento a Radio24, ha giustificato le sue assenze al 65% delle sedute del Parlamento Europeo con una "scomodità in quanto meridionale" ed una otite cronica a causa della quale le risulta faticoso prendere l'aereo.

Per tutto il periodo in cui è stata europarlamentare, seppur assenteista, ha ricevuto 11.703 euro mensili di stipendio, più 2.026 euro di indennità generali, più 287 euro al giorno per i giorni in cui si è presentata a Strasburgo, più il diritto a un rimborso fino a 16.914 euro mensili per eventuali collaboratori selezionati a sua discrezione.


Nell'ambito del MSI, Movimento Sociale Italiano e di Alleanza nazionale è stata Segretaria nazionale femminile dal 1981 al 1994 e componente dell'esecutivo nazionale ininterrottamente dal 1981 al 2000. In AN è stata responsabile delle Politiche per il Mezzogiorno, delle relazioni con le categorie produttive e del Dipartimento Agricoltura.

Nel luglio 2005 Gianfranco Fini la nomina Coordinatrice regionale del partito in Puglia. Nel febbraio del 2007 le viene affidato il compito di costituire e dirigere la Scuola nazionale per la formazione dei quadri dirigenti di Alleanza Nazionale.

www.francarame.it

4 romani tornano da Port au Prince



di Doriana Goracci
“Giunge all’ultima puntata il racconto delle mirabolanti avventure haitiane dei quattro moschettieri freelance.” Inizia così il racconto “spinto” con spietata amarezza di Federico Mastrogiovanni dal suo Blog RadicalSchock che mi è appena giunto. Non sono state vacanze ad Haiti come sulla Indipendence of the seas, la nave più grande del mondo che fece scalo a Civitavecchia a giugno del 2008 e scalo ad Haiti, in questi giorni, come riporta il Guardian: “A sole 60 miglia dall’epicentro del sisma che ha distrutto Haiti, lussuose navi da crociera attraccano in candide spiagge dove i passeggeri si godono mare e solleone e ottimi cocktail a base di rum.Lo scrive l’edizione online del britannico Guardian informando che L’Independence of the Seas, proprietà della Royal Caribbean International, ha gettato l’ancora venerdì nel resort di Labadee nella costa nord del Paese”.

E che dire di quanto naviga nei mari? ” Una nuova grande, enorme regina. E’ il transatlantico Oasis of the Seas, il più grande al mondo che il 5 dicembre 2009 inizierà il suo servizio imbarcando passeggeri per la sua prima crociera ad Haiti. Oasis of the Seas è costata 900 milioni di euro. Ha 16 ponti, 2.706 camere e può ospitare 6.360 passeggeri e 2.000 membri d’equipaggio. La nave è lunga 360 metri, larga 47 e la sua stazza lorda, 220mila tonnellate, supera di almeno 70mila tonnellate le concorrenti sul mercato. Vanta un ponte delle dimensioni di un campo da calcio e un teatro da 750 posti.”
Questa era la Terra del voodoo,si trova scritto in molti modi anche nei reportage e forse lo rimarrà.Nel 2006 girò un video che invitava a vedere il voudou, con le donne seminude: la cerimonia dedicata ai morti.
Musica tradizionale ad Haiti? Forse è meglio ricordare Port au Prince nel 2007 con gli Arcade Fire...

Non aggiungo altro, lo condivido, come l’arrivo dei 4 romani che forse qualcuno ha letto nei giorni scorsi.

A voi ciò che non troverete in nessuna altra fonte d’informazione “ufficiale”.Potete giurarci.



diario da Port au Prince. il ritorno.

Giunge all’ultima puntata il racconto delle mirabolanti avventure haitiane dei quattro moschettieri freelance.Mentre inviati speciali italiani di grandi testate nazionali vanno a scopare a Santo Domingo coi soldi del giornale, dichiarando al mondo di raccontare l’inferno di Haiti, i vostri reporter preferiti si smazzano per tirare su i soldi del biglietto aereo. Probabilmente abbiamo sbagliato noi. E del resto come si fa a resistere alle puttane ragazzine dominicane? Bisogna capirli questi anziani inviati speciali. È una vita dura, piena di stenti, sempre con la valigia pronta per partire nei luoghi più disgraziati della terra, è ovvio che uno cerchi il conforto e la tenerezza tra le cosce mercenarie di giovani minorenni di qualche paese sottosviluppato.
Ci tocca raccontare queste cose oltre alle vicende di un popolo dimenticato da dio. Anzi. Non è che dio l’abbia dimenticato, come sostiene un signore haitiano con cui mi faccio una chiacchierata. È che qui facciamo il vodoo, la magia nera, e allora dio è arrabbiato e ci punisce. Ma allora cristo, se lo sapete la volete piantare co sta cazzo di magia nera? Dico, che altro deve fare sto dio per dimostrarvi che vi odia?
Gli ultimi giorni è un accalcarsi di tende per l’arrivo di forze fresche delle varie agenzie ONU. Servono menti riposate per affrontare tutti quei briefing. Accorrono inviati speciali da tutto il mondo, dopo ormai una settimana dall’inizio della festa. Tutti in cerca di storie nuove, di angolature diverse, creative, che nessuno ha ancora raccontato.
È tempo di andarmene, di abbandonare la mia casa, il cartone sul pratino, e di tornare al Distrito Federal, con questo magone che comincia a salire, a prendere forma. Perché uno stando lì nel mezzo dell’azione non può permettersi di sentirsi male. C’è l’adrenalina, la tensione, le mille cose da fare, da scrivere. Si è lucidi, razionali, operativi. La merda arriva dopo. Arriva per esempio quando il Principe, ormai a casa, viene a sapere che sua zia è morta, e si rende conto che ognuna delle singole 200 mila vittime era una zia, una mamma, un figlio, per qualcuno. Ognuno di quei cadaveri scomposti e putrefatti era una persona. Ma quando sono così tanti, quando è così diffuso l’orrore non li vedi come cristiani. Li vedi quasi come pezzi del paesaggio.
Lascio questo paese con un nodo in gola. Con il desiderio di restare, per continuare a raccontare una terra senza speranza, vittima delle forze della natura, dell’ottusità di eserciti che cercano di spartirsela mettendosi addosso la bandiera degli aiuti. Non posso restare perché non me lo posso permettere. Perché non ho un giornale che mi paga le troie. Devo rientrare in Messico, scroccando il passaggio di un Cessna che fa avanti e indietro da santo domingo.
Lascio Cutie e il Principe a continuare a scattare foto. Immagini atroci e bellissime, se si può parlare di bellezza qui. La foto più inquietante è quella di una bambina, fatta dal Principe in un ospedale. Invece di essere frantumata, amputata e sofferente, la bambina piange, ma perché è appena nata. La foto di un parto, tra tutti questi morti, ha un effetto straniante. Senti che è bella, è potente, ma non puoi fare a meno di chiederti che cazzo c’entra la vita in questo posto.
E invece c’entra. Questo posto è pieno di vivi. Che forse si meriterebbero un po’ di attenzione pure loro.
Torno a casa e trovo Vittorio. il toro di cartapesta che ancora non ha capito un cazzo di come funziona il mondo. Lo metterò su un cargo per dar da mangiare a qualche haitiano.
Trovo gli amici, che mi chiedono com’è stato. Che mi dicono come si fa a adottare un haitiano. Io non riesco a non rispondere che, beh, è stato da paura, del resto il Caribe è pur sempre il Caribe, una favola.
Per quanto riguarda le adozioni. Ho deciso di adottare due bambine haitiane di vent’anni. Per solidarietà con il popolo fiero dell’isola e anche un po’ coi colleghi inviati speciali. Due piccioni con una fava.

Qualcuno dimetta Berlusconi. Per incapacita' di intendere e di volere

Il presidente del Consiglio si dovrebbe dimettere per la manifesta incapacità di intendere e di volere che la sua frase sui migranti e la criminalità rivela ben più che altre e vietate agli altri minori vicende

"Meno immigrati, meno criminalità".

Se ci fosse un minimo di sensatezza, una frase del genere dovrebbe essere usata per chiedere le dimissioni del presidente del consiglio. Non per indegnità morale a governare. Non perché è una frase razzista e indegna di un paese civile e democratico. Non siamo più un paese civile e democratico da qualche tempo.

Il presidente del Consiglio si dovrebbe dimettere per la manifesta incapacità di intendere e di volere che questa frase rivela ben più che altre e vietate agli altri minori vicende.

Tutte le statistiche, tutte le inchieste sociologiche, tutti i dati provenienti dalle questure e dai tribunali dimostrano che - tolto il "reato di clandestinità" - gli italiani delinquono molto più che gli stranieri.

Per quanto siano disperati, affamati, stremati, emarginati, respinti, gli uomini e le donne che affrontano viaggi come questo, (molto ben raccontato dalla iena ex peacereportina Pablo Trincia), sono più onesti dei nostri connazionali.

La china che abbiamo di molto oltrepassato è davvero pericolosa, e siamo molto più vicini alle leggi razziali di quanto, pare, la nostra misera politica di opposizione e di governo non leghista si renda conto.

Per fortuna, la società civile è molto meno peggio della casta politica. Ma è pericoloso, molto pericoloso, quando su temi fondanti di un Paese la distanza tra il palazzo e i cittadini diventa tanto abissale.

Facciamo che il primo marzo diventi una data davvero speciale. Per il nostro bene.

di Maso Notarianni da PeaceReporter

Berlusconi a Reggio: meno immigrati meno crimini

La risposta dell'opposizione: meno Berlusconi meno crimini, semmai

"Riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali". Un'equazione pericolosa, insostanziata e razzista che però rende felice il premier, che così chiude la conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri tenuto a Reggio Calabria. Silvio Berlusconi dimostra in questo modo tutta la sua soddisfazione per l'azione del governo di contrasto alle mafie. Iimmigrazione clandestina e criminalità viaggiano appaiate, secondo Berlusconi, che ha scelto il palcoscenico del capoluogo calabrese per esternare l'ennesima dichiarazione populista, che ha trovato un'ampia eco di dissenso. La responsabile immigrazione del Pd, Livia Turco, ha definito 'volgare' l'equazione fatta da Berlusconi. Ma le risposte migliori alle parole del premier le hanno date Anna Finocchiaro, presidente dei senatori Pd, e il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti. Quest'ultimo ha commentato: "Si', infatti Badalamenti, Toto' Riina e Provenzano sono noti immigrati extracomunitari...". La Finocchiaro: "Altro che immigrati. Diciamo: meno premier, meno crimini".

di Luca Galassi da PeaceReporter

Ajax, la squadra del ghetto


di Elvis Lucchese

Negli anni Trenta il tracciato del tram di Amsterdam era stato deviato per il ghetto cittadino, affinchè potesse raccogliere i numerosi tifosi che la domenica andavano ad affollare lo stadio dell'Ajax. Oggi il club della capitale olandese è una realtà professionistica milionaria, ma la sua storia - raccontata dal giornalista inglese Simon Kuper in "Ajax, la squadra del ghetto" - parla di una società emergente prima della guerra con una connotazione sociale ben definita.
L'occupazione nazista segnerà la fine di questa passione per i migliaia di ebrei deportati ed uccisi, fra i quali l'ala destra Eddie Hamel, idolo dei tifosi biancorossi, morto ad Auschwitz. Un libro che indaga nella storia e nella memoria, che destabilizza; il racconto dell'antisemitismo da una prospettiva inedita, quella del calcio.

da GlobalProject

Padova: Sei una sporca romena, vattene" e a 13 anni si butta dalla finestra

Sei una sporca romena, vattene" e a 13 anni si butta dalla finestra

Insultata dai compagni di scuola ha tentato il suicidio. È grave ma non in pericolo di vita. I genitori: vogliamo giustizia
"Lei non reagiva mai, se ne stava isolata, voleva solo essere lasciata in pace"

di FILIPPO TOSATTO
PADOVA - «Puzzi di Romania», «Fai schifo», «Zingara di m...». C´è un limite alla sopportazione umana delle vessazioni razziste, soprattutto quando il bersaglio del disprezzo quotidiano è una ragazzina romena di tredici anni, studentessa di seconda media in una scuola pubblica del Padovano.
Giorno dopo giorno, gli insulti e le umiliazioni di compagni e coetanei sono diventate un tormento per l´adolescente, fino a spingerla a un gesto estremo: gettarsi dalla finestra della sua abitazione, preferire la morte al ritorno in quella classe diventata un luogo d´angoscia. Fortunatamente, il volo dal primo piano non è stato fatale: nell´impatto sull´asfalto, la giovane ha riportato comunque serie ferite ed è stata sottoposta a un delicato intervento chirurgico, ma non sarebbe in pericolo di vita.
La vicenda - sulla quale l´autorità giudiziaria mantiene uno stretto riserbo - è accaduta in un piccolo centro vicino a Monselice, a trenta chilometri dal capoluogo, ed è stata resa nota dal presidente dell´associazione Alleanza Romena, Adrian Teodorescu: «Ho incontrato i genitori, sono affranti da quanto è successo e anche molto indignati per il trattamento crudele e discriminatorio riservato alla loro figlia da un gruppo di compagni italiani».
In classe, la ragazzina - descritta come minuta, timida, molto impegnata nello studio - era l´unica immigrata straniera. I suoi genitori, il padre camionista, la mamma casalinga, sono giunti in Italia diversi anni fa. Di recente, si sono trasferiti nel paese dove risiedono tuttora dopo avere acquistato un appartamento attraverso un mutuo. In precedenza, l´adolescente frequentava la scuola in una cittadina vicina e non aveva mai avuto problemi, anzi aveva stretto amicizia con diversi coetanei. Ma con l´inizio del nuovo anno scolastico la situazione è bruscamente cambiata: «Mi sembrava inquieta, sì, ma non mi aveva mai confidato cosa la tormentasse - racconta il padre - Con mia moglie, invece, dopo molte insistenze, si era sfogata. I compagni la trattavano male, tutti i giorni, la insultavano, la deridevano. Lei non reagiva mai, se ne stava isolata, voleva solo essere lasciata in pace eppure non le davano tregua».
Perché‚ tanto accanimento? Di famiglia modesta, la ragazzina non indossava vestiti firmati né‚ sfoggiava telefonini di ultima generazione. Così, allo scherno per il suo aspetto giudicato dimesso, si aggiungeva l´odioso insulto razzista.
Nel Padovano, la comunità romena è l´etnia straniera più numerosa. Conta svariate organizzazioni e un consolato. E per i suoi rappresentanti, il caso non è affatto chiuso: «Abbiamo presentato un dettagliato esposto al dirigente dell´istituto scolastico - annuncia Teodorescu - vogliamo sia aperta un´inchiesta interna per individuare e punire i responsabili. Stiamo valutando con i genitori l´opportunità di presentare un esposto alla magistratura per discriminazione razziale»

da Indymedia

BANDA BASSOTTI - POTERE AL POPOLO



BANDA BASSOTTI - POTERE AL POPOLO

Chi ci governa vuole riportarci indietro a cent'anni fa
nell'ignoranza, lo sfruttamento, l'oppressione e la povertà
Chi ci controlla paga ai suoi servi il premio fedeltà poltrona,
villa e scorta laggiù dove il bullone non arriverà

Ma la forza del progresso in una sola direzione va
marcia verso l'orizzonte rosso delle libertà
Ex democristiani biscioni e fascisti spazziamoli via
la storia non è stata ancora scritta adesso è l'ora, potere al popolo

Chi ci condanna vuole dare una lezione a chi alza la testa
a chi è vissuto sempre come uno schiavo e adesso dice basta
E chi controlla i media è sempre il ruffiano di trent'anni fa
che condannò Valpreda e la verità ha nascosto con la pubblicità

Ma la forza del progresso in una sola direzione va
marcia verso l'orizzonte rosso delle libertà
Ex democristiani biscioni e fascisti spazziamoli via
la storia non è stata ancora scritta adesso è l'ora, potere al popolo

E quando sarai stufo di dire di no
un nuovo giorno per te sarà
E come te ognuno capirà
di non avere scelta un'occasione sola avrai
Cantiere, fabbrica, ghetto, scuola e quartiere
non dormiranno i ribelli delle città
Non sarà più come vorrà il potente
sarà il ritorno della civiltà, e si ballerà...

Chi ci governa vuole riportarci indietro a cent'anni fa
nell'ignoranza, lo sfruttamento, l'oppressione e la povertà
Chi ci controlla paga ai suoi servi il premio fedeltà
poltrona, villa e scorta laggiù dove il bullone non arriverà
Ma la forza del progresso nelle nostre mani sta
Il nemico è sempre lo stesso ce vole annientà
Ma i ministri papponi e ruffiani leghisti buttiamoli via
non stare ancora ad aspettare,
ora è già tardi indietro non si tornerà