Il fenomeno costante che dilaga nella classe politica meridionale è il trasformismo, il “cambio di casacca” che troppo spesso costituisce una degenerazione alla quale purtroppo i cittadini, o sarebbe meglio dire i “ sudditi”, sono abituati da lungo tempo ormai.
Anche a Nardò, simbolo di prassi degenerate e consolidate gli esempi di politici (ma sarebbe meglio dire politicanti) che cambiano spesso partito o addirittura schieramento non mancano.
Penso ad esempio al nostro Sindaco che è riuscito nel miracolo di essere primo cittadino con uno schieramento( centro-destra) e poi di farsi eleggere sempre a Sindaco con lo schieramento avverso(centro-sinistra).
Nardò è l’emblema delle contraddizioni e delle patologie della classe meridionale e nelle pagine di storia della sua amministrazione spesso si assiste a questo “ballo del potere”: da una parte all’altra, da destra al centro, a sinistra, e tutto senza neanche un minimo cenno di degna giustificazione al proprio elettorato.
Da tempo generiamo “mostri della politica” e per ora non diamo segni di ritrosia, continuiamo a perseverare in una tradizione che ci vede eleggere persone di statura morale alquanto dubbia.
Proprio in queste ore in città si mormora del passaggio di Cosimo Frasca( udite,udite:il più suffragato d’Italia nelle ultime elezioni con l’Udc) dall’Udc al Pdl.
Anche se pochi ancora si indignano credo sia giunto il momento di porre delle domande :
- Chi è Cosimo Frasca?
- Che idea ha dello sviluppo della città?
- Come è possibile che abbia un seguito così numeroso ?
- Cosa ha fatto di buono per meritare tanto consenso fra i suoi concittadini(o con-sudditi)?
- Come imposta le sue campagne elettorali?
- Deve dare spiegazioni al suo elettorato di riferimento per questo repentino cambio di partito? O deve infischiarsene dei vincoli che ha stretto durante questi mesi?
- E poi, dove è finita la dignità di un popolo?
- In definitiva, “ ci è chiu fessa la orpe o ci la secuta”?
lunedì 8 febbraio 2010
ANTONELLO VENDITTI - BRUCIA ROMA
ANTONELLO VENDITTI - BRUCIA ROMA
"Le cose della vita" 1973
Brucia Roma, brucia Roma
co' li romani
brucia Roma, brucia Roma
co' li cristiani
brucia Roma, brucia Roma
er parlamento
brucia Roma, brucia Roma
cor Papa dentro
Brucia Roma, brucia Roma
e ce lo sapevamo
c' 'o sapeva morto bbene
puro Nerone
ma mentre solo lui sapeva suonare la cetra
mo' noialtri semo in tanti a sparare
E vorrei sapè dar professore
che fine ha fatto
Menenio Agrippa su Monte Sacro
lui combatteva pei diritti
dei contadini
e la plebe lo seguiva
mentre moriva
E vorrei sapè che fine ha fatto
Tiberio Gracco
puro lui fu assassinato mentre lottava
lui lottava pe' la plebe
e allontanare i pregiudizi
lui lottava pei diritti
e i peregrini
che poi sarebbero gli emigrati d'adesso
ma questo er professore nun me l' ha detto
e allora
brucia Roma, brucia Roma, brucia Roma
brucia Roma....
Diario da Haiti: gli aiuti selettivi
Gli aiuti e le esclusioni
di Fabrizio Lorusso
“Tutte le persone che ne hanno bisogno possono ricaricare il telefono gratis”, “Tutti i responsabili sindacali, le Ong e le organizzazioni umanitarie che vengono possono usare Internet gratis e possono fare anche delle riunioni”.
Dopo due giorni di viaggio tra aerei ed autobus da Città del Messico a Santo Domingo e poi a Port-au-Prince, Haiti, mi accoglie così il cartello scritto in creolo affisso sulla porta d’entrata dell’Aumohd, l’associazione di avvocati dedicati alla difesa dei diritti umani che operano nei quartieri disagiati di Porto Principe e che mi ospiteranno per una ventina di giorni nella zona Delmas, una delle tante città dentro la città che compongono la disastrata capitale haitiana. Il centro operativo dell’associazione funziona perfettamente grazie ad un generatore di corrente a benzina che alimenta alcuni computer portatili, dei cellulari e un paio di stampanti, strumenti indispensabili per ricominciare le attività di supporto alla popolazione e cercare la maniera migliore di ottenere i famosi “aiuti umanitari internazionali” che si vedono più alla televisione e nelle notizie che nella difficile realtà quotidiana.
Tutta la zona è senza elettricità e non si sa quando sarà ripristinata. Si vendono per la strada candele e pile per supplire alla mancanza di luce pubblica. Il generatore dell’Aumohd è a disposizione di tutti quelli che ne hanno bisogno e presto verrà istallato un piccolo centro medico per le cure d’emergenza e l’assistenza sanitaria se si riusciranno a recuperare dei fondi. Un amico compagno di viaggio, Diego Lucifreddi, e io abbiamo fatto la nostra piccola parte portando dal Messico un centinaio di scatole e flaconcini di antibiotici, antiematici, paracetamol, aspirine, d’alcol, oltre a garze sterili, vitamine e termometri ma i bisogni eccedono la capacità di due viaggiatori e richiedono un contributo di massa.
Il conteggio ufficiale delle vittime del terremoto del 12 gennaio scorso ha ormai superato la cifra di 200mila anche se molte abitazioni, uffici, chiese, negozi e strade non sono ancora state esplorate e sgomberate, quindi restano migliaia di vittime intrappolate nelle macerie di una metropoli trasformatasi rapidamente in un accampamento gigante e brulicante.
Lo shock post terremoto è uno dei fantasmi che si aggirano per le vie, per i parchi e le piazze di Porto Principe, occupate da accampamenti, tendopoli e rifugi d’emergenza che ormai sono una dimora per migliaia di senza tetto (il numero degli sfollati sembra aver superato il milione) e per le persone che non vogliono ritornare a casa perché gli spazi chiusi e le crepe enormi sulle pareti fanno troppa paura.
Le notti infestate dalle zanzare e dal calore asfissiante passano nella speranza di poter trovare un pasto per il giorno dopo o di poter inviare qualche soldo ai membri della famiglia che se sono andati a vivere in luoghi più sicuri fuori città. Quindi il secondo fantasma che minaccia la sopravvivenza della capitale è la fame dato che la massa enorme di viveri e medicine arrivati da tutto il mondo non filtrano verso i quartieri disagiati e alle associazioni veramente bisognose. Basta camminare dieci minuti sulla lunghissima e trafficata via Delmas per rendersi conto che la distruzione provocata dalle scosse del 7° grado della scala Richter è stata massiccia e ha cancellato interi condomini e palazzi sconvolgendo la struttura e l’anima delle strade, ma non ha abbattuto la volontà di sopravvivenza della gente comune e la vitalità del popolo haitiano. Forse una casa su quattro è crollata o minaccia di farlo presto se ci saranno nuove repliche del sisma o se l’incuria e l’impotenza dello Stato continueranno. L’unico palazzo governativo rimasto in piedi è quello del ministero degli interni nel cui giardino sono attualmente accampate centinaia di persone. In certi quartieri i politici non sono ben visti dato che appaiono magicamente durante la campagna elettorale e nei momenti d’estrema emergenza (molto frequenti ad Haiti), ma poi scompaiono nella polvere di strade mai asfaltate e nel silenzio di promesse non mantenute.
Inoltre l’offerta di cibo per la strada scarseggia, sono pochissimi i supermercati aperti e, solo per fare un esempio, una pizza da Domino’s costa da 10 a 20 dollari USA che è un prezzo assolutamente proibitivo. Stanno anche iniziando a proliferare i venditori di medicine e prodotti per l’igiene personale che alimentano il mercato nero della rivendita o “riciclaggio” degli aiuti umanitari selettivamente distribuiti. E’ urgente promuovere l’attivazione di canali alternativi di finanziamento e d’aiuto (vedi raccolta fondi: http://prohaiti2010.blogspot.com ) per la popolazione che si trova ai margini. Sembra che il problema dell’acqua sia stato parzialmente risolto e che il suo prezzo sia relativamente sotto controllo ma in alcuni casi supera il dollaro e mezzo al litro e quando non si hanno più entrate di nessun tipo, direi che il problema resta aperto e drammatico.
di Fabrizio Lorusso da GlobalProject
di Fabrizio Lorusso
“Tutte le persone che ne hanno bisogno possono ricaricare il telefono gratis”, “Tutti i responsabili sindacali, le Ong e le organizzazioni umanitarie che vengono possono usare Internet gratis e possono fare anche delle riunioni”.
Dopo due giorni di viaggio tra aerei ed autobus da Città del Messico a Santo Domingo e poi a Port-au-Prince, Haiti, mi accoglie così il cartello scritto in creolo affisso sulla porta d’entrata dell’Aumohd, l’associazione di avvocati dedicati alla difesa dei diritti umani che operano nei quartieri disagiati di Porto Principe e che mi ospiteranno per una ventina di giorni nella zona Delmas, una delle tante città dentro la città che compongono la disastrata capitale haitiana. Il centro operativo dell’associazione funziona perfettamente grazie ad un generatore di corrente a benzina che alimenta alcuni computer portatili, dei cellulari e un paio di stampanti, strumenti indispensabili per ricominciare le attività di supporto alla popolazione e cercare la maniera migliore di ottenere i famosi “aiuti umanitari internazionali” che si vedono più alla televisione e nelle notizie che nella difficile realtà quotidiana.
Tutta la zona è senza elettricità e non si sa quando sarà ripristinata. Si vendono per la strada candele e pile per supplire alla mancanza di luce pubblica. Il generatore dell’Aumohd è a disposizione di tutti quelli che ne hanno bisogno e presto verrà istallato un piccolo centro medico per le cure d’emergenza e l’assistenza sanitaria se si riusciranno a recuperare dei fondi. Un amico compagno di viaggio, Diego Lucifreddi, e io abbiamo fatto la nostra piccola parte portando dal Messico un centinaio di scatole e flaconcini di antibiotici, antiematici, paracetamol, aspirine, d’alcol, oltre a garze sterili, vitamine e termometri ma i bisogni eccedono la capacità di due viaggiatori e richiedono un contributo di massa.
Il conteggio ufficiale delle vittime del terremoto del 12 gennaio scorso ha ormai superato la cifra di 200mila anche se molte abitazioni, uffici, chiese, negozi e strade non sono ancora state esplorate e sgomberate, quindi restano migliaia di vittime intrappolate nelle macerie di una metropoli trasformatasi rapidamente in un accampamento gigante e brulicante.
Lo shock post terremoto è uno dei fantasmi che si aggirano per le vie, per i parchi e le piazze di Porto Principe, occupate da accampamenti, tendopoli e rifugi d’emergenza che ormai sono una dimora per migliaia di senza tetto (il numero degli sfollati sembra aver superato il milione) e per le persone che non vogliono ritornare a casa perché gli spazi chiusi e le crepe enormi sulle pareti fanno troppa paura.
Le notti infestate dalle zanzare e dal calore asfissiante passano nella speranza di poter trovare un pasto per il giorno dopo o di poter inviare qualche soldo ai membri della famiglia che se sono andati a vivere in luoghi più sicuri fuori città. Quindi il secondo fantasma che minaccia la sopravvivenza della capitale è la fame dato che la massa enorme di viveri e medicine arrivati da tutto il mondo non filtrano verso i quartieri disagiati e alle associazioni veramente bisognose. Basta camminare dieci minuti sulla lunghissima e trafficata via Delmas per rendersi conto che la distruzione provocata dalle scosse del 7° grado della scala Richter è stata massiccia e ha cancellato interi condomini e palazzi sconvolgendo la struttura e l’anima delle strade, ma non ha abbattuto la volontà di sopravvivenza della gente comune e la vitalità del popolo haitiano. Forse una casa su quattro è crollata o minaccia di farlo presto se ci saranno nuove repliche del sisma o se l’incuria e l’impotenza dello Stato continueranno. L’unico palazzo governativo rimasto in piedi è quello del ministero degli interni nel cui giardino sono attualmente accampate centinaia di persone. In certi quartieri i politici non sono ben visti dato che appaiono magicamente durante la campagna elettorale e nei momenti d’estrema emergenza (molto frequenti ad Haiti), ma poi scompaiono nella polvere di strade mai asfaltate e nel silenzio di promesse non mantenute.
Inoltre l’offerta di cibo per la strada scarseggia, sono pochissimi i supermercati aperti e, solo per fare un esempio, una pizza da Domino’s costa da 10 a 20 dollari USA che è un prezzo assolutamente proibitivo. Stanno anche iniziando a proliferare i venditori di medicine e prodotti per l’igiene personale che alimentano il mercato nero della rivendita o “riciclaggio” degli aiuti umanitari selettivamente distribuiti. E’ urgente promuovere l’attivazione di canali alternativi di finanziamento e d’aiuto (vedi raccolta fondi: http://prohaiti2010.blogspot.com ) per la popolazione che si trova ai margini. Sembra che il problema dell’acqua sia stato parzialmente risolto e che il suo prezzo sia relativamente sotto controllo ma in alcuni casi supera il dollaro e mezzo al litro e quando non si hanno più entrate di nessun tipo, direi che il problema resta aperto e drammatico.
di Fabrizio Lorusso da GlobalProject
23 pallottole davanti al teatro milanese dove va in scena Giulio Cavalli
Giulio Cavalli è un rompiballe. Uno di quei rompiballe che ce ne vorrebbe qualche centinaio per rendere questo Paese un posto appena appena vivibile invece della fogna in cui si è trasformato. Questa sera Giulio il giullare non è riuscito ad andare in scena a Milano. Non per la neve. Non per un problema tecnico. Non è andato in scena per 23 pallottole messe in bella vista davanti al teatro. Ventitre, numero tondo ed inequivocabile. Pallottole trovate dagli agenti della Digos milanese che ormai lo seguono giorno per giorno. A cento passi dal Duomo.
Eh si, Giulio Cavalli è un vero rompiballe. Perché questa sera ha deciso di non andare in scena. Anche se il pubblico l’avrebbe voluto vedere comunque. «Facce ride… facce piagne…», uno quasi vorrebbe che la cosa finisse lì. No, Giulio è talmente rompiballe che non è riuscito e non ha voluto andare in scena con l’angoscia di sentirsi ancora e ancora minacciato. Perché Giulio è anche una persona seria e con quello stato d’animo avrebbe fatto un pessimo spettacolo e un pessimo servizio al suo pubblico. Perché Giulio è prima di tutto uomo civile e artista, voce narrante di una Lombardia colonizzata da omuncoli d’onore con commercialista brianzolo. Nomi, cognomi e presa per culo. Questa è l’arte del giullare Cavalli. Tu sei un mafioso? E io ti porto in scena, ti svelo, metto in ridicolo la tua criminalità, umanità presunta, presunto potere.
Scrivo mentre ho ancora dentro la testa le sue parole appena pronunciate al telefono. «Non se ne può più. Non di andare avanti, non di continuare a fare questa storia. Non se ne può più di fare le cose secondo i dettami della buona educazione, dell’opportunità politica. La cosa assurda è che dopo che ti minacciano la prima, la seconda, la terza volta, sembra che non sia possibile più raccontarla sta storia. Io mi sono rotto le palle di essere responsabile, ben educato».
Quando Giulio si è candidato in molti temevamo un’escalation della minaccia e dell’intimidazione. Puntualmente è arrivata. Omuncoli senza fantasia, senza onore. Fa paura il buffone? Fa paura la risata? Eh si, che fanno paura.
Giulio Cavalli è un rompiballe.
Non riesce a stare a tavola e spesso sbaglia posate.
E poi parla sempre forte.
Ride che sembra un raglio e si specchia sempre troppo poco spesso.
A volte ti fa incavolare come solo un attore di razza riesce a fare. Giulio è così.
È un uomo. E andrà in scena. E farà la sua campagna elettorale.
E non starà zitto e racconterà anche le sue paure. Perché Giulio è un uomo, non un quaquaraquà
http://www.orsatti.info/archives/2958
da Indymedia
Eh si, Giulio Cavalli è un vero rompiballe. Perché questa sera ha deciso di non andare in scena. Anche se il pubblico l’avrebbe voluto vedere comunque. «Facce ride… facce piagne…», uno quasi vorrebbe che la cosa finisse lì. No, Giulio è talmente rompiballe che non è riuscito e non ha voluto andare in scena con l’angoscia di sentirsi ancora e ancora minacciato. Perché Giulio è anche una persona seria e con quello stato d’animo avrebbe fatto un pessimo spettacolo e un pessimo servizio al suo pubblico. Perché Giulio è prima di tutto uomo civile e artista, voce narrante di una Lombardia colonizzata da omuncoli d’onore con commercialista brianzolo. Nomi, cognomi e presa per culo. Questa è l’arte del giullare Cavalli. Tu sei un mafioso? E io ti porto in scena, ti svelo, metto in ridicolo la tua criminalità, umanità presunta, presunto potere.
Scrivo mentre ho ancora dentro la testa le sue parole appena pronunciate al telefono. «Non se ne può più. Non di andare avanti, non di continuare a fare questa storia. Non se ne può più di fare le cose secondo i dettami della buona educazione, dell’opportunità politica. La cosa assurda è che dopo che ti minacciano la prima, la seconda, la terza volta, sembra che non sia possibile più raccontarla sta storia. Io mi sono rotto le palle di essere responsabile, ben educato».
Quando Giulio si è candidato in molti temevamo un’escalation della minaccia e dell’intimidazione. Puntualmente è arrivata. Omuncoli senza fantasia, senza onore. Fa paura il buffone? Fa paura la risata? Eh si, che fanno paura.
Giulio Cavalli è un rompiballe.
Non riesce a stare a tavola e spesso sbaglia posate.
E poi parla sempre forte.
Ride che sembra un raglio e si specchia sempre troppo poco spesso.
A volte ti fa incavolare come solo un attore di razza riesce a fare. Giulio è così.
È un uomo. E andrà in scena. E farà la sua campagna elettorale.
E non starà zitto e racconterà anche le sue paure. Perché Giulio è un uomo, non un quaquaraquà
http://www.orsatti.info/archives/2958
da Indymedia
'Gli Ogm? Il colpo di grazia per la nostra agricoltura'

Dietro ci sono soltanto enormi interessi economici e probabili conseguenze sulla nostra salute, quindi prima di credere a quella o a quell'altra parte, domandiamoci sempre: cosa e chi ha da guadagnarci?
Ogm sì, Ogm no. L'eterna lotta fra opposti schieramenti che si scontrano intorno a questi famosi sconosciuti organismi geneticamente modificati non ha colore politico, né partiti."Dietro ci sono soltanto enormi interessi economici e probabili conseguenze sulla nostra salute, quindi prima di credere a quella o a quell'altra parte e prendere posizione, domandiamoci sempre: cosa e chi ha da guadagnarci?". È così che Marina Mariani, agronoma, specializzata in Ogm, docente di legislazione e sicurezza alimentare al Politecnico del Commercio di Milano, ci spiega la complessa questione del transgenico, tornato alla ribalta delle cronache proprio in questi giorni grazie alla decisione del Consiglio di Stato di sollecitare risposte concrete alle richieste di quegli agricoltori che intendono coltivare mais Ogm. "E si tratta del tipo più pericoloso, il mais Mon 810, attenzione", precisa la studiosa.
Ma andiamo per gradi. Gli organismi geneticamente modificati più coltivati nel mondo sono prevalentemente sei: soia, mais, colza, cotone, riso e frumento. Dediti alla loro produzione, 125milioni di ettari sparsi in 23 paesi. Una quantità enorme, diffusa principalmente negli Stati Uniti, quindi in Argentina, Brasile, Canada, Cina e India. Eppure, a tirare le fila dell'immane mercato che ne consegue e a goderne i golosi proventi sono davvero in pochi, molto pochi. Cinque per l'esattezza, cinque grandi multinazionali: Monsanto, Du Pont, Syngenta, Bayer Crop Science e Dow, che gestiscono attualmente il 35 percento del mercato mondiale delle sementi, alimenti base per il cinquanta percento della popolazione mondiale. Un business da capogiro.
"Gli Ogm - ci spiega Marina Mariani - sono organismi definiti "sostanzialmente equivalenti" a quelli prodotti in natura, ma, attenzione, è proprio in quell'avverbio che si nasconde un mondo di pericolosi non detti, supportati da scarse ricerche scientifiche, che quando producono risultati scomodi vengono secretate o insabbiate. La cosa che inquieta è che sono le medesime multinazionali produttrici Ogm a garantire sulla salute dei consumatori, gestendo direttamente analisi e controanalisi. Che mai e poi mai sono state ufficialmente affidate a centri di ricerca indipendenti. Eppure, tanti scienziati e dei più svariati paesi al mondo ne hanno dimostrato la pericolosità. Come si spiega il fatto che l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) basi il suo giudizio finale esclusivamente sugli studi dell'industria che li vende?".
E se gli Ogm sono stati presentati come l'invenzione che avrebbe sconfitto la fame nel mondo, i numeri e le ricerche smentiscono questa affermazione, additandola come l'ennesima bufala ai danni dei consumatori e a tutto vantaggio dei produttori, che controllando il mercato delle sementi "controlleranno il mondo". "I semi Ogm non sono più produttivi di quelli naturali - spiega l'agronoma - né tanto meno scongiurano l'uso di pesticidi. Anzi. Diciamo è provato che gli Ogm stimolano la selezione naturale di piante e insetti, sempre più resistenti ai vari pesticidi, che quindi dovranno continuare a essere usati sempre in maggiori dosi e sempre diversi. E guarda caso, chi è che produce i pesticidi perfetti per queste sementi? Multinazionali quali la Monsanto naturalmente. Una maniera per stringere ancor più il legame con i compratori, che così facendo diventerà perenne. È ormai risaputo, infatti, che sta per essere introdotto in ogni singolo seme modificato il gene terminator, un'invenzione diabolica che provocherà l'aborto dei semi di seconda generazione, in modo che gli agricoltori Ogm siano costretti ad ogni stagione a ricomprare nuove sementi, diventando schiavi del produttore". La diffusione Ogm rende l'agricoltura definitivamente dipendente dalle industrie sementifere e se si aggiunge il fatto che la diffusione Ogm è irreversibile i conti son presto fatti. "Sì - ci spiega l'esperta - una volta piantato un alimento Ogm nel terreno non si torna indietro, perché la diffusione di questi prodotti è incredibilmente alta e una volta piantato si spargerà, contaminando i terreni nei dintorni, i cui effetti dureranno anni". Per questo nei paesi ad alta coltivazione Ogm sono state imposte ferree distanze di sicurezza tra Ogm e prodotti biologici. Distanze impossibili da rispettare in Italia, dove i campi sono troppo piccoli per permettersi ettari ed ettari da destinare a fungere da aree di sicurezza anti Ogm. Quindi, più agricoltori italiani pianteranno Ogm, più alimenti biologici ne verranno contaminati accidentalmente e le conseguenze sulla salute saranno imprevedibili. "Premettendo che mai nessuno ha eseguito test Ogm su persone per più di un giorno, da quanto emerge dagli studi sui topi, il consumo di prodotti geneticamente modificati porta allergie e forme tumorali molto gravi. Da uno studio statunitense emerge che in Usa dal 1996 sono aumentati i disturbi gastrointestinali, le allergie, le infezioni, i tumori del sistema linfatico, della prostata, del pancreas e del seno, e il fatto che quella data corrisponda al lancio degli Ogm non può essere una mera coincidenza".
Eppure, c'è chi difende gli Ogm a spada tratta, appellandosi però non al fatto che fanno bene, bensì al fatto che nessuno ha mai provato che una malattia sia stata provocata direttamente dal consumo di Ogm. Fra questi Federico Vecchioni, presidente di Confagricolutra: "Al mondo c'è chi coltiva così 111 milioni di ettari. Non credo per annientare la specie umana, ma perché ritiene di essere al servizio della scienza", ha spiegato lanciando la polenta transgenica alla Fieragricola di Verona. Questa l'approssimazione di chi vede dietro ai geneticamente modificati solo una montagna di soldi. "Che poi è tutto da dimostrare se i contadini che ne faranno uso avranno dei guadagni - precisa l'agronoma - non vorrei mai che si ritrovassero come i coltivatori di cotone Ogm indiani, molti dei quali, strozzati dai debiti, non hanno visto altra scelta che il suicidio. Mi sento anzi di dire che l'intrusione degli Ogm in Italia sarà il colpo di grazie per la nostra agricoltura".
E le leggi? Sia quelle italiane che le europee si basano sul principio espresso dal presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo, Paolo De Castro: "E' giusto e sacrosanto il diritto dei consumatori di sapere se un prodotto contiene o no Ogm, ma è altrettanto sacrosanto il diritto degli agricoltori di scegliere se coltivare o no produzione Ogm in Europa". Quindi un appello alla libertà, che nella pratica non viene rispettato. "Impossibile sapere cosa si mangia veramente - spiega l'agronoma - perché le norme stabiliscono che se un Ogm è presente entro lo 0.9 percento non deve essere segnalato. Percentuale che l'Ue tollera persino nei prodotti marcati Bio. Quindi dove sta la libertà?".
L'unica via d'uscita dunque per quel 74 percento di italiani contrari ai geneticamente modificati e per quelle 172 regioni e 4500 enti "Ogm free" è "non abbassare mai la guardia, controllare attentamente le etichette di quel che si acquista, preferire i Bio nonostante i rischi accidentali e non smettere di lottare". Con un avvertenza, gli unici paesi espressamente ani-Ogm sono Austria, Cipro, Francia, Grecia, Ungheria, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Slovenia, Romania.
di Stella Spinelli da PeaceReporter
Fine di una illusione
di Pietro Ancona
La gravissima scelta del Congresso dell’Idv di appoggiare il discusso ed equivoco sindaco di Salerno nella corsa per la Presidenza della Campania compiuta addirittura per acclamazione da un Congresso voglioso di governo e di stare in maggioranza spegne le speranze di un’alternativa morale e politica al bipolarismo tra simili o addirittura eguali. Nonostante l’avvertimento di De Magistris che votare De Luca significa consegnare la Campania alla camorra ed ai casalesi, le pulsioni profonde del Congresso, alimentate dai segnali lanciati da Di Pietro e da Bersani, hanno travolto tutto e tutti.Avevo visto situazioni simili nei congressi socialisti che di fronte alla prospettiva di acquisire comunque un poco di potere non si curavano nè del come, nè del quando, nè delle cose che bisognava almeno
salvare in una azione di governo. La frase di Di Pietro ” di opposizione si può morire” preceduta da
quella sulla piazza che “non basta” conclude malinconicamente una fase della politica italiana in cui
il pungolo dell’IDV era riuscito spesso a trascinare il PD lontano dall’abbraccio mortale con il centro destra e dal pensiero unico. Il merito di tutto questo è anche di Casini e della idea di inaffidabilità che ha generato nel PD che lo voleva alleato. I due forni di Casini che poi è il forno solo della convenienza di potere hanno spinto Bersani a trovare una intesa con Di Pietro, a conquistarlo ideologicamente alla sua teoria e prassi della politica che prevede la ricerca dell’accordo con la maggioranza. Bersani ha commissariato il Congresso IDV. Lo ha seguito dalla prima all’ultima battuta ed è riuscito nel suo disegno. Un Di Pietro “moderato” che appoggia De Luca in Campania e smentisce il malcapitato Genchi per le cose che aveva avuto l’ingenuità di dire sul conto del false flag
di Tartaglia, un Di Pietro che potrebbe confluire nel PD diventa una acquisizione importante
per la stabilizzazione a destra del PD che, a questo punto, potrebbe anche lasciare al loro destino gli
espulsi dal Parlamento comunisti e verdi.
Mi auguro a questo punto che tutte le persone che in qualche modo hanno appoggiato Di Pietro a crescere ed a resistere in questi mesi decidano di compiere una scelta diversa e di collocarsi davvero a sinistra. Micromega, il Fatto, i tanti gruppi che fanno capo a Grillo, il popolo viola e quanti altri hanno ammirato e sostenuto il coraggio con cui Di Pietro si è battuto contro Berlusconi infischiandosene financo delle buone maniere ed ha strattonato lo stesso Presidente della Repubblica richiamandolo alle sue responsabilità di custode della Costituzione debbono prendere atto che il moderatismo italiano ha dominato alla grande il Congresso e che il politicismo di gran parte di coloro che sono arrivati all’IDV soltanto per conquistarvi spazi disponibili chiusi altrove l’ha avuto vinta senza bisogno di combattere tanto.
Pietro Ancona
http://www.repubblica.it/politica/2010/02/06/news/bossi_attacca_l_udc_non_conta_niente-2205484/
da Reset-Italia
La gravissima scelta del Congresso dell’Idv di appoggiare il discusso ed equivoco sindaco di Salerno nella corsa per la Presidenza della Campania compiuta addirittura per acclamazione da un Congresso voglioso di governo e di stare in maggioranza spegne le speranze di un’alternativa morale e politica al bipolarismo tra simili o addirittura eguali. Nonostante l’avvertimento di De Magistris che votare De Luca significa consegnare la Campania alla camorra ed ai casalesi, le pulsioni profonde del Congresso, alimentate dai segnali lanciati da Di Pietro e da Bersani, hanno travolto tutto e tutti.Avevo visto situazioni simili nei congressi socialisti che di fronte alla prospettiva di acquisire comunque un poco di potere non si curavano nè del come, nè del quando, nè delle cose che bisognava almeno
salvare in una azione di governo. La frase di Di Pietro ” di opposizione si può morire” preceduta da
quella sulla piazza che “non basta” conclude malinconicamente una fase della politica italiana in cui
il pungolo dell’IDV era riuscito spesso a trascinare il PD lontano dall’abbraccio mortale con il centro destra e dal pensiero unico. Il merito di tutto questo è anche di Casini e della idea di inaffidabilità che ha generato nel PD che lo voleva alleato. I due forni di Casini che poi è il forno solo della convenienza di potere hanno spinto Bersani a trovare una intesa con Di Pietro, a conquistarlo ideologicamente alla sua teoria e prassi della politica che prevede la ricerca dell’accordo con la maggioranza. Bersani ha commissariato il Congresso IDV. Lo ha seguito dalla prima all’ultima battuta ed è riuscito nel suo disegno. Un Di Pietro “moderato” che appoggia De Luca in Campania e smentisce il malcapitato Genchi per le cose che aveva avuto l’ingenuità di dire sul conto del false flag
di Tartaglia, un Di Pietro che potrebbe confluire nel PD diventa una acquisizione importante
per la stabilizzazione a destra del PD che, a questo punto, potrebbe anche lasciare al loro destino gli
espulsi dal Parlamento comunisti e verdi.
Mi auguro a questo punto che tutte le persone che in qualche modo hanno appoggiato Di Pietro a crescere ed a resistere in questi mesi decidano di compiere una scelta diversa e di collocarsi davvero a sinistra. Micromega, il Fatto, i tanti gruppi che fanno capo a Grillo, il popolo viola e quanti altri hanno ammirato e sostenuto il coraggio con cui Di Pietro si è battuto contro Berlusconi infischiandosene financo delle buone maniere ed ha strattonato lo stesso Presidente della Repubblica richiamandolo alle sue responsabilità di custode della Costituzione debbono prendere atto che il moderatismo italiano ha dominato alla grande il Congresso e che il politicismo di gran parte di coloro che sono arrivati all’IDV soltanto per conquistarvi spazi disponibili chiusi altrove l’ha avuto vinta senza bisogno di combattere tanto.
Pietro Ancona
http://www.repubblica.it/politica/2010/02/06/news/bossi_attacca_l_udc_non_conta_niente-2205484/
da Reset-Italia
domenica 7 febbraio 2010
«È una battaglia culturale». Nichi acclamato al congresso dell’Idv

«La crisi del berlusconismo obbliga tutti noi a costruire la battaglia culturale prima ancora che politica. Allora ci dobbiamo parlare». È il messaggio che lancia Nichi Vendola che ieri è intervenuto a Roma al congresso dell’Italia dei valori. Vendola che è stato accolto da applausi e da un coro «Nichi-Nichi» ha affermato: «Dobbiamo confrontarci sul vocabolario comune, quello dell’Idv, quello del Pd, quello di Sinistra Ecologia e Libertà». «La parola fondante sia il diritto, punto di partenza sia la Costituzione italiana e gli articoli uno, due e tre».
«Abbiamo un governo bancomat e aziende che sembrano uscite da un film di Woody Allen “Prendi e scappa”», ha detto ancora Vendola riferendosi al governo nazionale. Il presidente pugliese, candidato alla riconferma per il centrosinistra, ha attaccato il governo «per la mancanza di una politica industriale» nell’af frontare la crisi economica. «Tremonti - aggiunge Vendola - dice cose di sinistra ma quello che fa e quello che non fa sono cose diverse. È un ministro “orwelliano”, non c’è conseguenza alle sue parole da no-global».
«Sosteniamo Vendola per battere un modello di governo regionale, quello di Palese e Fitto, schiavo delle visioni di Berlusconi, che vuole sfregiare la nostra regione con l’installazione di centrali nucleari, le trivellazioni petrolifere, l’ampliamento delle centrali a carbone, col proliferare delle centrali a biomasse che sputano diossina. L’Italia dei Valori pugliese» afferma Pierfelice Zazzera coordinatore pugliese dell’Italia dei valori, «accetta, responsabilmente, di diventare una forza per l'alternativa di governo».
«In questi giorni - ha aggiunto Zazzera ricordando anche le critiche mosse negli ultimi cinque anni alla giunta regionale di centrosinistra - abbiamo avuto con Vendola un confronto schietto su questi temi. Abbiamo chiarito che il nostro compito in queste settimane di campagna elettorale sarà quello di lavorare pancia a terra perché sia riconfermato alla presidenza della nostra regione. Ma nella chiarezza dei ruoli e delle storie di ciascuno - ha concluso Zazzera - abbiamo anche tenuto a precisare che continueremo il nostro lavoro, leale e puntuale ad un tempo, di monitoraggio continuo sull'attività politica e di governo, a garanzia dei cittadini e dello stesso presidente».
«Il Pdl da un lato e l’Udc dall’altro non sanno come convincere i propri elettori che questa campagna elettorale ha un esito pressochè scontato. E non potrebbe essere altrimenti considerando l’ottimo lavoro svolto negli ultimi cinque anni dal governo Vendola. Possono provarle tutte, ma i pugliesi non sono stupidi, l’hanno già dimostrato cinque anni fa votando “il diverso, il pericoloso e il sovvertivo Vendola”. Lo dimostreranno anche questa volta, votando il poeta dei fatti», afferma il consigliere regionale dei Socialisti autonomisti Domenico Caputo.
NICHI e la sua campagna elettorale: la poesia è nei fatti
Haiti: solidarietà e petrolio

La gara di solidarietà scatenatasi tra le potenze mondiali all’indomani del rovinoso terremoto del 12 gennaio scorso ad Haiti, a stento nasconde una feroce competizione con in palio il controllo di un’area della terra ricca di risorse energetiche e minerarie.
interventismo di Washington nei confronti del paese più povero di tutta l’America Latina e prefigura un’occupazione che potrebbe presto procedere di pari passo con lo sfruttamento del petrolio caraibico.
L’anno successivo alla deposizione del presidente haitiano democraticamente eletto, Jean-Bertrand Aristide, orchestrata dall’amministrazione Bush nel 2004, l’Istituto di Geofisica dell’Università del Texas diede il via ad un ambizioso progetto per giungere ad una mappatura geologica del bacino caraibico. Da ultimarsi entro il 2011, la ricerca ha beneficiato dei generosi finanziamenti di alcune delle maggiori multinazionali petrolifere, tra cui Chevron, ExxonMobil e Shell. L’obiettivo principale dello studio non è altro che quello di stabilire una connessione tra la conformazione geologica dei Caraibi e la possibile presenza di idrocarburi in quantità consistenti.
Come descrive esaustivamente il giornalista e ricercatore tedesco-americano F. William Engdahl sul sito globalresearch.ca, il progetto dei geologi americani si baserebbe su una teoria che identifica le aree terrestri sismicamente più attive come quelle potenzialmente più ricche di petrolio e gas naturale. Ciò deriverebbe dall’intersezione delle placche tettoniche terrestri, il cui movimento è appunto all’origine dei terremoti. Le aree dove convergono diverse placche potrebbero essere caratterizzate, infatti, da movimenti verso la superficie di grandi quantità di petrolio o gas provenienti dal mantello terrestre.
Tale teoria - detta dell’origine abiotica del petrolio - è ancora poco diffusa nella comunità scientifica e sostiene che gli idrocarburi si formino in seguito a processi non biologici che avvengono proprio in profondità nel mantello terrestre. Il petrolio, perciò, non sarebbe un combustibile fossile prodotto da materia organica rimasta sepolta in assenza di ossigeno per milioni di anni (teoria biogenica). Di conseguenza, esso non sarebbe più da considerare una risorsa limitata, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero sul piano geopolitico e dei rapporti tra le potenze mondiali e i paesi produttori.
Haiti, e l’intera isola di Hispaniola che condivide con la Repubblica Dominicana, si trova precisamente all’incrocio delle placche tettoniche nordamericana, sudamericana e caraibica. Una zona dalla conformazione simile ad altre estremamente ricche di riserve petrolifere, come quella che in Medio Oriente va dal Mar Rosso al Golfo di Aden, oppure al largo delle coste della California. Tutto ciò, assieme a resoconti diffusi negli ultimi tre decenni dagli organi di stampa e dai vertici politici haitiani circa la presenza sull’isola di giacimenti inesplorati, sta contribuendo ad inasprire le rivalità tra i tre paesi che più si sono dati da fare nelle operazioni di soccorso: USA, Francia e Canada.
Poco meno di due anni fa, un giornalista haitiano aveva fatto riferimento in un suo articolo ad una importante nota informativa diramata nell’estate del 1979 da un funzionario governativo. In questo documento si citava il sondaggio di cinque pozzi di grandi dimensioni, da cui erano stati estratti dei campioni. Questi ultimi erano poi stati inviati presso un laboratorio di Monaco di Baviera che aveva confermato la presenza di tracce di petrolio. Nello stesso anno era stato inoltre condotto uno studio geologico in alcune aree dell’isola che aveva individuato undici pozzi ritenuti adatti ad un’esplorazione immediata.
Nonostante i risultati promettenti, i potenziali giacimenti di Haiti rimasero inesplorati e non attirarono l’attenzione delle compagnie petrolifere. Le speculazioni sarebbero riprese a circolare all’alba del nuovo secolo. Nel marzo del 2004, a pochi mesi dall’inizio del progetto dell’Università del Texas e subito dopo la rimozione di Aristide, in un altro giornale locale lo scrittore haitiano Georges Michel ricordava come al di sotto delle acque al largo di Hispaniola fossero presenti riserve di idrocarburi ancora intatte e come ciò fosse noto da quasi un secolo.
Recentemente poi, il Direttore del Dipartimento minerario del paese, Dieseul Anglade, ha segnalato la necessità di ampliare ed approfondire le ricerche che confermino la presenza di giacimenti petroliferi. Anglade ha rivelato alla stampa che le 11 perforazioni realizzate dalle compagnie straniere hanno permesso di scoprire “indizi importanti di depositi consistenti di idrocarburi”. Le perforazioni sono state effettuate da tre compagnie europee nelle zone di Plaine du cul-de-Sac, Artibonite, Plateau Central e nel golfo di Gonave. Diversi ricercatori francesi si sono detti certi dell’esistenza zinco e uranio 238 e 235, gli stessi che utilizzano i reattori nucleari per generare energia.
L’interesse crescente per il petrolio di Haiti fu ribadito successivamente in una intervista dell’estate del 2008 al direttore del Dipartimento dell’Energia, il quale rivelava la richiesta pervenuta al governo di concessioni per condurre esplorazioni sotterranee alla ricerca di petrolio da parte di quattro compagnie estere. A confermare gli appetiti nei confronti dei Haiti, soprattutto dopo il terremoto, c’è anche una dichiarazione rilasciata dal responsabile delle esplorazioni per la compagnia texana Zion Oil & Gas Inc., Stephen Pierce, a Bloomberg News lo scorso 26 gennaio, nella quale viene ipotizzato come il sisma avrebbe provocato la risalita del petrolio verso la superficie.
Quella che, secondo l’ex numero uno dell’ente per le raffinazioni dominicano (REFIDOMSA), equivale a una “cospirazione illegale per impossessarsi delle risorse del popolo di Haiti” appare dunque iniziata. La priorità di Haiti e delle ricchezze del sottosuolo caraibico per Washington, nonostante gli impegni già gravosi in altre aree del globo, è testimoniata non solo dall’invio di un foltissimo contingente militare, ma anche dall’impegno assunto in prima persona dagli ex presidenti Bill Clinton e George W. Bush.
Proprio il predecessore di Obama alla Casa Bianca aveva appoggiato la cacciata di un presidente, Aristide, appunto, che aveva tra l’altro prospettato chiaramente un piano d’investimenti in ambito petrolifero basato su capitali pubblici e privati, i cui proventi sarebbero andati in buona parte a beneficio dell’economia dell’isola. Dall’esilio di Aristide, Haiti è diventata invece un paese praticamente occupato, patrocinato dal cosiddetto inviato speciale dell’ONU Bill Clinton, assoggettato ai dettami del Fondo Monetario Internazionale e ora in fase di spartizione tra gli interessi americani, francesi e canadesi.
Il controllo di Haiti è diventato, d’altra parte, sempre più importante per gli Stati Uniti dopo la recente scoperta di un giacimento di petrolio molto consistente al largo di Cuba e alla luce dei progressi fatti segnare in America Latina da Russia e Cina. L’Avana ha infatti siglato un accordo di sfruttamento del nuovo pozzo sotterraneo con la spagnola Repsol, mentre nel corso di un viaggio in Sudamerica nel 2008, Medvedev si era assicurato la possibilità di accedere al nickel e al petrolio cubani. Allo stesso modo, nel novembre dello stesso anno, per la prima volta la Cina aveva annunciato ufficialmente la propria politica nei confronti dell’America Latina e dei paesi caraibici, gettando le basi per futuri accordi bilaterali e cooperazioni economiche.
Dietro la facciata umanitaria dell’intervento americano ad Haiti, insomma, sembra nascondersi ancora una volta il tentativo da parte di Washington di riaffermare il primato dei propri interessi strategici ed economici in un’area del pianeta in grande fermento. Non proprio un "nuovo corso".
Related Link: http://www.altrenotizie.org/esteri/3004-haiti-solidarie....html
da Indymedia
Due euro per la fortuna
Mihai Mircea Butcovan è uno scrittore romeno. Vive in Italia dal 1991.
Questa storia comincia così, con due euro. Ma sono più di due le ragioni per cui i nomi dei protagonisti è meglio tenerli nascosti. È la storia di un uomo e una donna. Lui era rimasto archiviato nella mia memoria come l’Olandese volante.
Lo incontravo a Milano alle presentazioni di libri, alle letture di poesie e ai dibattiti sull’immigrazione. Arrivava, zaino in spalla, da turni di lavori saltuari e precari come la sua condizione. Alzava la mano, si scusava per il ritardo e interveniva nel dibattito con domande pertinenti e stimolanti. Quasi sempre doveva scappare prima di mezzanotte, in tempo per l’ultima corsa dei mezzi pubblici. Poi è scomparso.
L’ho incontrato di recente in metropolitana. Negli ultimi mesi all’Olandese volante sono capitate molte cose, tra cui una donna. Allora mi ha invitato a casa sua per prendere un caffè e per farmela conoscere.
Lungo i navigli
Ora sono qui, con una fetta di torta e una tazza di caffè, davanti a due persone che mi raccontano la loro storia. A cominciare dai due euro. Alcuni mesi fa lui passeggiava in bicicletta lungo uno dei navigli di Milano. Andava a studiare, all’ombra degli alberi, per il corso di operatore sociosanitario. Passava davanti a un campo rom quando lei lo ha fermato chiedendogli due euro.
“Dammi un po’ di fortuna in cambio”, ha detto lui. Ma qualcosa era già successo in quell’incontro di sguardi e di storie. Lui, curioso e avido di sapere, si è fermato altre volte a fare domande: su di lei, sulla sua vita nel campo, sulla sua storia, raccontandole nel frattempo la propria. È nata così la storia d’amore tra un Olandese volante meneghino e una rom albanese.
Lui ha vissuto per un paio di mesi nel campo rom, ma le abitudini e le condizioni di vita del posto erano insostenibili. Le leggi non scritte che regolano la vita nel campo non facevano per lui, e nemmeno più per lei. La famiglia d’adozione della ragazza era impegnata in attività che sconfinavano nell’illegalità, lei era stata minacciata ed era diventata oggetto di tentativi di compravendita.
Per andare a vivere insieme ed emanciparsi da quella situazione, hanno chiesto aiuto ai loro conoscenti. Così si è attivata una piccola rete di solidarietà che ha permesso alla nuova coppia di prendere in affitto un appartamentino. Secondo lui ci sono ancora alcuni lavori da fare. Lei sogna una cucina nuova. Ma le torte che prepara in quella vecchia sono comunque squisite.
Una storia europea
Lui parla cinque lingue: neerlandese, tedesco, francese, italiano e inglese. Vorrebbe imparare anche il romanès. Ha una laurea in sociologia e un dottorato in lettere, ottenuto nei Paesi Bassi. Lei non sa né leggere né scrivere. Ma parla il romanès, il greco, l’albanese e l’italiano. È nata in Albania e ha vissuto tra la Grecia e il Kosovo.
Lui ha scritto un libro, pubblicato nei Paesi Bassi, sui partiti e i movimenti politici italiani dal 1970 al 1990. Quando gli chiedo di parlarmene, lo fa quasi con imbarazzo. “Il mio studio”, dice, “giunge alla conclusione che negli ultimi decenni i partiti politici italiani hanno cancellato ogni capacità di rinnovarsi e di rinnovare il sistema della democrazia parlamentare”.
Gli chiedo perché non cerca un editore italiano. “Il libro tratta della storia italiana recente che è, per forza, anche una storia europea”, dice lui, evitando di rispondermi.
“Come la nostra storia”, interviene lei.
“Oggi la nostra priorità è sistemare casa e trovare un po’ di serenità economica. Ci siamo accorti di poterci ancora innamorare, nonostante esperienze di vita non esattamente stimolanti”, aggiunge lui, al momento dei saluti.
Buona fortuna, Olandese volante. Mihai Mircea Butcovan
da Internazionale
Questa storia comincia così, con due euro. Ma sono più di due le ragioni per cui i nomi dei protagonisti è meglio tenerli nascosti. È la storia di un uomo e una donna. Lui era rimasto archiviato nella mia memoria come l’Olandese volante.
Lo incontravo a Milano alle presentazioni di libri, alle letture di poesie e ai dibattiti sull’immigrazione. Arrivava, zaino in spalla, da turni di lavori saltuari e precari come la sua condizione. Alzava la mano, si scusava per il ritardo e interveniva nel dibattito con domande pertinenti e stimolanti. Quasi sempre doveva scappare prima di mezzanotte, in tempo per l’ultima corsa dei mezzi pubblici. Poi è scomparso.
L’ho incontrato di recente in metropolitana. Negli ultimi mesi all’Olandese volante sono capitate molte cose, tra cui una donna. Allora mi ha invitato a casa sua per prendere un caffè e per farmela conoscere.
Lungo i navigli
Ora sono qui, con una fetta di torta e una tazza di caffè, davanti a due persone che mi raccontano la loro storia. A cominciare dai due euro. Alcuni mesi fa lui passeggiava in bicicletta lungo uno dei navigli di Milano. Andava a studiare, all’ombra degli alberi, per il corso di operatore sociosanitario. Passava davanti a un campo rom quando lei lo ha fermato chiedendogli due euro.
“Dammi un po’ di fortuna in cambio”, ha detto lui. Ma qualcosa era già successo in quell’incontro di sguardi e di storie. Lui, curioso e avido di sapere, si è fermato altre volte a fare domande: su di lei, sulla sua vita nel campo, sulla sua storia, raccontandole nel frattempo la propria. È nata così la storia d’amore tra un Olandese volante meneghino e una rom albanese.
Lui ha vissuto per un paio di mesi nel campo rom, ma le abitudini e le condizioni di vita del posto erano insostenibili. Le leggi non scritte che regolano la vita nel campo non facevano per lui, e nemmeno più per lei. La famiglia d’adozione della ragazza era impegnata in attività che sconfinavano nell’illegalità, lei era stata minacciata ed era diventata oggetto di tentativi di compravendita.
Per andare a vivere insieme ed emanciparsi da quella situazione, hanno chiesto aiuto ai loro conoscenti. Così si è attivata una piccola rete di solidarietà che ha permesso alla nuova coppia di prendere in affitto un appartamentino. Secondo lui ci sono ancora alcuni lavori da fare. Lei sogna una cucina nuova. Ma le torte che prepara in quella vecchia sono comunque squisite.
Una storia europea
Lui parla cinque lingue: neerlandese, tedesco, francese, italiano e inglese. Vorrebbe imparare anche il romanès. Ha una laurea in sociologia e un dottorato in lettere, ottenuto nei Paesi Bassi. Lei non sa né leggere né scrivere. Ma parla il romanès, il greco, l’albanese e l’italiano. È nata in Albania e ha vissuto tra la Grecia e il Kosovo.
Lui ha scritto un libro, pubblicato nei Paesi Bassi, sui partiti e i movimenti politici italiani dal 1970 al 1990. Quando gli chiedo di parlarmene, lo fa quasi con imbarazzo. “Il mio studio”, dice, “giunge alla conclusione che negli ultimi decenni i partiti politici italiani hanno cancellato ogni capacità di rinnovarsi e di rinnovare il sistema della democrazia parlamentare”.
Gli chiedo perché non cerca un editore italiano. “Il libro tratta della storia italiana recente che è, per forza, anche una storia europea”, dice lui, evitando di rispondermi.
“Come la nostra storia”, interviene lei.
“Oggi la nostra priorità è sistemare casa e trovare un po’ di serenità economica. Ci siamo accorti di poterci ancora innamorare, nonostante esperienze di vita non esattamente stimolanti”, aggiunge lui, al momento dei saluti.
Buona fortuna, Olandese volante. Mihai Mircea Butcovan
da Internazionale
BRUSCO - DE CHE
BRUSCO - DE CHE
Io sono clandestino in questo mondo incomprensibile navigo tra faccie che non riesco più a distinguere vivo circondato da un esercito convinto che
che va bene che va tutto bene
Ogni tentativo di svegliarmi pare inutile mi ritrovoprigioniero della solitudine
Ho paura di iniziare pure io a ripetere
che va bene che va tutto bene
Mà de che non mi metti in mezzo a me
De che non mi metti sotto a me
De che non mi tieni zitto a me
Ogni giorno lotto contro il mondo per emergere
De che non ci sono regole
De che non mi va di perdere
De checerco di difendere quello che mi spetta quello che mi voglio prendere
Questa è la mia vita sta nelle mia dita non si prende mica
Mi dispiace reghà restero alla guida per un altra sfida
Roba da suicida Vada come Vada tanto non c'e' via di uscità non mi metto in riga
sono un parassita odio la fatica il mondo mi schifa cosa vuoi che ti dica
L'importante e pensare che va tutto bene STICA'
Mà de che non mi metti in mezzo a me
De che non mi metti sotto a me
De che non mi tieni zitto a me
Ogni giorno lotto contro il mondo per emergere
De che non ci sono regole
De che non mi va di perdere
De checerco di difendere quello che mi spetta quello che mi voglio prendere
Bum forse non l'hai capito ancora
Bum che di vita ce nè una sola
Bum vivila prima che vola
D'ora in ora prima che peggiora
Bum i primi giorni giù a scuola
Bum poi sei già grande e lavora
Bum con il tempo che ti divora
D'ora in ora fino alla tua ora
Mà de che non mi metti in mezzo a me
De che non mi metti sotto a me
De che non mi tieni zitto a me
Ogni giorno lotto contro il mondo per emergere
De che non ci sono regole
De che non mi va di perdere
De checerco di difendere quello che mi spetta quello che mi voglio prendere
Tutto quello che ti meriti ti meriti è
E quello che ti spetta e il mondo non ti vuole far aver
Ogni giorno lotta e devi vincere perchè se perdi te fai perde anche me
E io de perde non ne voglio sape
Ogniuno nel suo regno deve essere il re
Me sò rotto de dove sta bono e vede lo schifo che c'e' su sto mondo hoyeee!!
Io vorrei una terra meno malata
Io vorrei che la vità fosse più amata
Io vorrei un sorriso ovunque se vada
Io Vorrei... Io Vorrei
Mà resto clandestino in questo mondo incomprensibile navigo tra faccie che non riesco più a distinguere vivo circondato da un esercito convinto che
che va bene che va tutto bene
Ogni tentativo di svegliarmi pare inutile mi ritrovoprigioniero della solitudine
Ho paura di iniziare pure io a ripetere
che va bene che va tutto bene
Mà de che non mi metti in mezzo a me
De che non mi metti sotto a me
De che non mi tieni zitto a me
Ogni giorno lotto contro il mondo per emergere
De che non ci sono regole
De che non mi va di perdere
De checerco di difendere quello che mi spetta quello che mi voglio prendere
Sono clandestino in questo mondo incomprensibile navigo tra faccie che non riesco più a distinguere vivo circondato da un esercito convinto che
che va bene che va tutto bene.... DE che De Cheee
sabato 6 febbraio 2010
IL CALCIO-MERCATO E' CHIUSO, ORA SI APRE IL MERCATO DELLA POLITICA

La sete di potere gioca brutti scherzi. Ed è così che Damiano Cosimo Frasca detto Mino (nel comunicato diffuso alla stampa c'era scritto così) abbandona l'UDC per approdare al più quotato - forse - partito del PDL La Puglia Prima di Tutto che, nelle ultime elezioni provinciali, aveva visto in Francesco Zuccaro il suo candidato neretino.
Di colpo mister 3.000 voti lascia perdere la croce per impugnare lo scettro.
La Politica non è una cosa seria, in questo periodo storico, ma è un mix di opportunismo e interessi. Ed ecco i dannati che traslocano da un partito all'altro senza badare a "spese".
In Italia la situazione politica è veramente disastrosa: senza opposizione da quindici anni e con un sultanato di destra che vuole imporre sempre più uno sfrenato neoliberismo che ci porterà inesorabilmente al collasso. Una politica in cui Capezzone da radicale convinto diventa pidiellino convinto; oppure Bondi da compagno comunista a compagno pidiellino; oppure Bonaiuti, Cicchitto, Frattini, Boniver, Tremonti, Brunetta, Concia, Rutelli, Veltroni, Mastella ecc. ecc. ecc.
In questo clima di confusione totale il popolo pensante ha perso completamente la fiducia nelle figure politiche, lasciando il campo al popolo dormiente facilmente ricattabile - in molti casi per colpa di vere e proprie crisi economiche e quindi sociali - che continuerà sempre a farsi abbagliare dal favore, non capendo che non sono i politicanti a farlo ma è perfettamente il contrario essendo noi elettori i benefattori di turno. I politicanti ci umiliano ulteriormente presentandosi durante il periodo elettorale con tantissimi buoni propositi, sistematicamente smentiti, per poi rinnovarli alla prossima occasione. Ma tra un’ elezione e l'altra cosa facciamo???
I cosiddetti politici hanno perso e continueranno a perdere sempre più il contatto con la realtà. Il traguardo del potere una volta tagliato ti allontana dalle grida di disperazione, facendoti frequentare quei salotti buoni, quella borghesia ricca e fasulla che continua ad affossare inesorabilmente il nostro paese.
La Politica dovrebbe essere una cosa nobile e proprio per questo non tutti sono in grado di farla.
Nel momento in cui uno raggiunge un ruolo politico importante, il potere acquisito non deve far dimenticare quelle che sono le reali esigenze della cittadinanza.
Il politico non dovrebbe essere retribuito. Senza un salario garantito si avvicinerà alla politica solo colui che la sente come una questione di vita, come una passione da espletare (un pò come un pittore, se non sai usare il pennello non ti azzarderai mai a disegnare su una tela). L’Amore per la Politica viene sistematicamente soffocato dalla sete di potere, dal profitto, dal guadagno.
Ritornando alla situazione neretina, l’UDC perde il suo uomo di punta e il PD, già da un pò, la sua donna “mille bandiere” Mirella Bianco (un salto di qualità, direi, di male in peggio!).
Frasca non mi ha mai dato l’idea del politico. Almeno dai suoi discorsi non sono mai rimasto impressionato positivamente.
Non è una questione di dialettica, un tempo i più grandi capipopolo erano contadini e muratori che da autodidatti riuscivano a smuovere intere masse di invisibili cercando di restituire loro un pò di dignità, semplicemente non ha il fare dell'Uomo Politico.
Forse il consigliere Frasca non ha degli ideali ben saldi riscontrabili pienamente in un simbolo, in un partito. Le tessere ad un partito ormai si fanno e si disfanno come niente.
Se faccio parte di un partito, vuol dire che credo il quel progetto e nel momento in cui le cose vanno in una direzione contraria a quella che è la mia visione della politica, due sono le cose da fare; o si fanno delle battaglie interne affinchè si cambi la linea politica oppure si abbandona il partito ritornando sulla terra ferma fra i comuni mortali.
La parola trasformismo è lo stile predominante della politica italiana nonché di quella neretina, dagli Zuccaro (non mi riferisco a Francesco Zuccaro) ai Frasca passando dai Vaglio ai Fracella.
Quale credibilità ha la classe dirigente della nostra Nardò??? Nessuna.
Riscopriamo il sentimento nobile della politica.
Basta opportunismo.
Benvenuti a Riace
“Domenico Lucano, 51 anni, è il sindaco di Riace, una paesino con tre chiese, due santi patroni, greggi di pecore che pascolano sulle colline circostanti e filari di alberi di agrumi nella vallata. Fino a poco tempo fa, Riace stava diventando una città fantasma. I suoi abitanti emigravano verso il nord (Milano, Torino, Genova) o all’estero (Germania, Stati Uniti). La popolazione si era ridotta così drasticamente che non c’era più un bar, un ristorante o un macellaio.. Né c’erano abbastanza bambini per formare una classe. Tutto questo prima che Lucano decidesse di ripopolare il paese: con gli immigrati provenienti da Somalia, Eritrea, Afghanistan, Bosnia, Iraq e Libano”, racconta il settimanale tedesco Der Spiegel. Il primo barcone è arrivato nel 1998, pieno di rifugiati curdi. Lucano, che ai tempi faceva il maestro, li ha accolti subito in paese.
Il quotidiano spagnolo El País invece parla della possibile fusione tra Telecom e la spagnola Telefónica. “Il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi ha dichiarato che il suo governo non bloccherà un’eventuale fusione tra Telecom Italia e la società di telecomunicazioni spagnola Telefónica. Secondo un diplomatico romano, le parole di Berlusconi sono insolite e probabilmente significano che l’operazione è matura e imminente. Anche in Spagna c’è grande attesa per una fusione che, secondo fonti bancarie, dovrebbe concludersi ‘a giorni, se non addirittura in poche ore’”.
da Internazionale
Il quotidiano spagnolo El País invece parla della possibile fusione tra Telecom e la spagnola Telefónica. “Il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi ha dichiarato che il suo governo non bloccherà un’eventuale fusione tra Telecom Italia e la società di telecomunicazioni spagnola Telefónica. Secondo un diplomatico romano, le parole di Berlusconi sono insolite e probabilmente significano che l’operazione è matura e imminente. Anche in Spagna c’è grande attesa per una fusione che, secondo fonti bancarie, dovrebbe concludersi ‘a giorni, se non addirittura in poche ore’”.
da Internazionale
Permesso di soggiorno a punti
Le elezioni regionali sono alle porte e il governo emana i primi provvedimenti sulla sicurezza
Dopo la patente, arriva il permesso di soggiorno a punti. Gli immigrati avranno a disposizione due anni per totalizzare i trenta punti necessari per ottenere l'anelato documento. In questo lasso di tempo dovranno imparare la lingua italiana, iscrivere i figli a scuola, mettersi in regola col fisco e studiare la Costituzione.
Invito quest'ultimo che potrebbe anche essere esteso ai cittadini italiani o agli stessi politici, che, in diverse circostanze, hanno dimostrato una totale ignoranza sul tema. Ma questo è superfluo, le elezioni regionali sono alle porte e bisogna dare agli italiani la sensazione che il governo, oltre ad occuparsi del processo breve o del legittimo impedimento, pensa a proteggere i cittadini.
“E' la legge sulla sicurezza – ha detto il ministro degli Interni, Roberto Maroni – che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni. E saranno gli Sportelli unici per l'immigrazione a valutare l'immigrato. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l'espulsione”. Ma l'esecutivo è clemente e il nuovo decreto legge, che presto verrà discusso in Consiglio dei ministri, concede all'immigrato che nei due anni non avrà raggiunto tutte le competenze, la possibilità di una deroga di dodici mesi per ottenere il permesso. Se in tre anni non si totalizzano i trenta punti necessari, scatta l'espulsione. Attenzione, inoltre, al codice penale. La sua violazione comporta una perdita del punteggio. “Questo sistema – ha affermato sempre Maroni – serve a garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se lo fai ti do il permesso di restare, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi con durata di due anni. Ma non chiederemo soldi agli immigrati per i corsi di lingua, faremo tutto noi, per garantire standard uniformi in tutte le province”.
Ecco, quindi, dopo i fatti di Rosarno, la risposta del governo al problema dell'immigrazione: il permesso di soggiorno a punti, una panacea per risolvere l'annoso problema dell'integrazione. Le critiche alla proposta governativa non si sono fatte attendere. Livia Turco, responsabile per l'Immigrazione del Pd, ha parlato di un provvedimento che favorirà l'irregolarità, non l'integrazione.
di Benedetta Guerriero da PeaceReporter
Dopo la patente, arriva il permesso di soggiorno a punti. Gli immigrati avranno a disposizione due anni per totalizzare i trenta punti necessari per ottenere l'anelato documento. In questo lasso di tempo dovranno imparare la lingua italiana, iscrivere i figli a scuola, mettersi in regola col fisco e studiare la Costituzione.
Invito quest'ultimo che potrebbe anche essere esteso ai cittadini italiani o agli stessi politici, che, in diverse circostanze, hanno dimostrato una totale ignoranza sul tema. Ma questo è superfluo, le elezioni regionali sono alle porte e bisogna dare agli italiani la sensazione che il governo, oltre ad occuparsi del processo breve o del legittimo impedimento, pensa a proteggere i cittadini.
“E' la legge sulla sicurezza – ha detto il ministro degli Interni, Roberto Maroni – che parla di specifici obiettivi da raggiungere nel giro di due anni. E saranno gli Sportelli unici per l'immigrazione a valutare l'immigrato. Se gli obiettivi sono stati raggiunti verrà concesso il permesso di soggiorno, altrimenti ci sarà l'espulsione”. Ma l'esecutivo è clemente e il nuovo decreto legge, che presto verrà discusso in Consiglio dei ministri, concede all'immigrato che nei due anni non avrà raggiunto tutte le competenze, la possibilità di una deroga di dodici mesi per ottenere il permesso. Se in tre anni non si totalizzano i trenta punti necessari, scatta l'espulsione. Attenzione, inoltre, al codice penale. La sua violazione comporta una perdita del punteggio. “Questo sistema – ha affermato sempre Maroni – serve a garantire l'integrazione: io ti suggerisco le cose da fare per integrarti nella comunità. Se lo fai ti do il permesso di restare, se non le fai significa che non vuoi integrarti. Lo applicheremo solo ai nuovi permessi con durata di due anni. Ma non chiederemo soldi agli immigrati per i corsi di lingua, faremo tutto noi, per garantire standard uniformi in tutte le province”.
Ecco, quindi, dopo i fatti di Rosarno, la risposta del governo al problema dell'immigrazione: il permesso di soggiorno a punti, una panacea per risolvere l'annoso problema dell'integrazione. Le critiche alla proposta governativa non si sono fatte attendere. Livia Turco, responsabile per l'Immigrazione del Pd, ha parlato di un provvedimento che favorirà l'irregolarità, non l'integrazione.
di Benedetta Guerriero da PeaceReporter
venerdì 5 febbraio 2010
Nardò, colpo di mercato. Al fotofinish preso Mino Frasca
Colpo di Raffaele Fitto; rafforzata la "NOI prima di tutto"La lunga rincorsa della “NOI prima di tutto” a Mino Frasca (ex punta di diamante dell’ UDC, unione dilettantistica calcio, si conclude con l’acquisto del giocatore proprio negli ultimi giorni di mercato.
Le smentite degli ultimi giorni da parte dei dirigenti della società servivano probabilmente solo a mettere pressione all’ UDC che in fondo della sua punta voleva liberarsi, basti pensare che era stato escluso dalla lista champions.
Ed infatti queste le dichiarazioni del prof. Luigi De Leo, portavoce dell’on. Totò Ruggeri:
“L’approdo di Mino Frasca nella terra promessa di Raffaele Fitto, di cui abbiamo appreso la notizia dagli organi di informazione, non ci coglie di sorpresa anche perché del suo perenne travaglio interiore, proprio di un’anima in pena alla ricerca continua di bere alla fonte del potere, ne avevamo colto i segni da tempo”.
Siamo più che convinti, ha continuato, che il suo passaggio non determinerà alcun sconvolgimento di tipo tecnico tattico, non fosse altro perché di tali esempi ne abbiamo già avuti e si sono sempre tramutati in aumento di consensi per l'UDC.”
Come non dare ragione al prof, oggi nel mondo del calcio si sa non esistono più le bandiere e neppure le bandierine da quando cassano le prende a calci, esistono solo i soldi e gli interessi personali; vedi le carriere di grandi giocatori come Ronaldo, Vieri, ecc.
L’accordo è quindi ormai ufficiale e salvo sorprese dell’ultima ora dovrebbero rientrare nei dettagli dell’operazione anche l’intero staff tecnico che ruota attorno al giocatore, composto da ben 5 elementi: De Bitonti Maurizio, Negro Gino, Muci Adriano, Sabato Antonio e Mirella Bianco (per gli amici detta “senza bandiera”).
In casa “NOI prima di tutto” c’è grande soddisfazione per l’arricchimento della rosa con una punta del calibro del neretino, bravo sia in fase offensiva che in fase difensiva e di sicuro secondo fonti molto vicine alla società, il suo apporto di pubblico sarà ossigeno per tutti i compagni, soprattutto in vista delle convocazioni per i prossimi mondiali del 28 e 29 marzo 2010.
Non è tutto rose e fiori però.
La festa a Fitto e Frasca rischia di essere rovinata da alcuni malumori che serpeggiano in casa granata per una frangia ristretta di tifosi che lamenta il fatto di non essere stata interpellata e di dover subire un’imposizione dall’alto che vista la popolarità del soggetto rischia di vedere i riflettori puntati tutti su di se, oscurando il lavoro di altri compagni, ops! AMICI.
La Redazione
La destra finge di essere ambientalista a Bari e diventa ferocemente nemica dell’ambiente a Roma
«La destra che finge di essere ambientalista a Bari diventa ferocemente nemica dell’ambiente a Roma», afferma il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Sel). Vendola ribadisce che la Puglia «sarà la regione più disobbediente d’Italia e continuerà a dire "no" al nucleare». «Siamo davvero alla caduta della maschera: la destra - afferma Vendola - in Consiglio regionale vota a favore della legge che io ho voluto fortemente per la denuclearizzazione della Puglia, e oggi la destra, il governo di destra impugna dinanzi alla Corte costituzionale la nostra legge».
«Noi cioè, questo ci viene detto, dobbiamo obbedienza, e se il governo vuole fare i propri affari nucleari e radioattivi in Puglia noi - ha aggiunto Vendola - dobbiamo tacere e obbedire. Noi saremo la Regione più disobbediente d’Italia e continueremo a dire no al nucleare». «In Puglia - ha detto Vendola - non vogliamo centrali nucleari, non vogliamo depositi di scorie nucleari, non vogliamo il transito di materiale a ’cavallò tra usi civili e usi militari. E voglio ricordare a tutti che abbiamo condiviso una legge molto forte, molto innovativa che era la nostra risposta a quella terribile legge che il governo aveva fortemente voluto con un decreto poi convertito dal Parlamento, che espropria le Regioni e i territori del potere decisionale sul proprio destino».
Bufera sul Carnevale romano per le scuole con Hitler e il Duce testimonial

Protagonisti del “Carnevale in love”, previsto per il prossimo 14 febbraio, giorno di San Valentino, Hitler ed Eva Braun, Benito Mussolini e Claretta Petacci.
Volantini di invito sono stati distribuiti in tutte le scuole elementari e medie del IX Municipio, e la rivolta, a pochi giorni di distanza dalla giornata della Memoria, non si è fatta attendere: “Come è possibile sdoganare Hitler e Mussolini agli occhi dei bambini?”.
“Il nostro Municipio, informato dai direttori e dai presidi – afferma Fantino – è da sempre impegnato a divulgare una qualità della cultura che ha come obiettivi la crescita sociale, culturale ed etica dei nostri cittadini e non può certamente accettare, neanche per ironia, maschere-modello come Hitler e Mussolini, padri delle leggi razziali e di anni bui della nostra recente storia”.
“A pochi giorni di distanza dalla giornata della Memoria – osserva la Fantino – crediamo di essere davanti ad un’offesa anche nei confronti della comunità ebraica romana. Come è possibile sdoganare Hitler e Mussolini, soprattutto agli occhi dei bambini? Mi sembra evidente che si vogliano normalizzare queste figure, circoscrivendole all’amore e alla relazione che hanno avuto. Ma la loro fama è legata a ben altri fatti”.
da Reset-Italia
Matto da (s)legare

Il caso Morgan dimostra quanto stonato sia il paese del belcanto. Un divo pop che è spesso in tv, presunto drogato, racconta con straordinaria lucidità momenti delicati della sua esistenza. Un intero sistema, presunto nemico della droga, gli rovescia addosso con allucinata ferocia tutto il suo biasimo.
Poche ore dopo il putiferio sull'uso anti-depressivo che il cantante avrebbe fatto della cocaina, con una solerzia che il consiglio di sicurezza dell'Onu se la sogna, la Rai ha deciso di escluderlo dall'imminente Festival di Sanremo.
Inchiodato nel ruolo di cattivo maestro e sciupagiovani da autorevoli membri del governo, il reo-confesso viene invitato a stare a casa o a entrare in comunità. Perché puoi fare tutto, persino concederti una pipa di crack ogni tanto, basta che poi non vai a sbandierarlo in giro. Vabbè, se succede si può ritrattare. Ma se poi non funziona gridi al mondo il tuo pentimento. Così ha fatto in sequenza anche Morgan, come Bertolaso dopo la sparata di Haiti. Solo che lì la mossa frutterà forse una poltrona da ministro, mentre qui Morgan potrà al massimo tornare sul palco di Sanremo per cantare la sua canzone. Dopo beninteso aver letto un breve testo del ministro Meloni in cui si intima ai «milioni di giovani in ascolto» di non farlo, per carità. Gioverà di certo allo share e il festival apparirà per quel che è o può essere: un ottimo programma di recupero.
Pazienza. Era molto meglio il Morgan incasinato e sognatore, come nel film Morgan - Matto da legare, rispetto all'eterno sconfitto Henry Morgan, il pirata ridotto a dare la caccia ai pirati. Chi si droga è complice della mafia, gli ricorda Castelli, perché il problema è l'outing e non l'ideologica ipocrisia delle politiche proibizioniste. Torneremo a fare gran titoli sulla stupefacente percentuale di cocaina che circola nelle nostre reti fognarie. Ma se arriva uno che dice sì, un po' di quella pipì era mia, anziché essere usato per andare oltre il dato che il laboratorio offre al dibattito, chiedersi i come e i perché, viene messo in croce. Persino il Codacons, protettore di ben altri consumatori abituali, plaude alla Rai e aggiunge consigli procedurali: sostituitelo con uno dei cantanti esclusi. Verrebbe da chiedersi e con chi, sennò?, se non fosse che Don Gelmini ha pronta la risposta: mandiamoci uno dei «miei» ragazzi. A quel punto tanto varrà dargli la vittoria a tavolino.
Nel silenzio vigliacco del suo mondo - salvo rare eccezioni - e della presunta sinistra, Morgan arretra, ritratta. Ma l'aveva detta giusta almeno da un punto di vista farmacologico, denunciando i pericoli derivanti dall'abuso degli psicofarmaci...
In un contesto così dissonante, anche la battuta che ieri andava per la maggiore nei bar - facciamo il test anti-doping a tutti i cantanti del festival - è diventata subito imperiosa proposta politica. E al fianco della solita Alessandra Mussolini stavolta c'è Dj Aniceto, celebre non tanto come mischiadischi quanto come membro - squillino le trombe e si aprano le virgolette - della Consulta nazionale degli operatori ed esperti per il Dipartimento per le politiche antidroga che come mischiadischi. «Sono contento per la sua esclusione», ha ghignato, da operatore o esperto, chissà. E sia. Facciamolo questo test, ai cantanti, agli orchestrali, ai giornalisti in sala stampa. Sono categorie sensibili e arischio, come i camionisti e i piloti. Facciamolo agli scrittori prima del Campiello e agli stilisti prima delle sfilate. E pure ai modelli, che modelli lo sono almeno due volte. Facciamolo a tutti. Magari non ai politici, per evidente oltreché legittimo impedimento. Ma non dimentichiamo i bambini delle favelas, dove il crack uccide molto più che nei salotti.
da Il Manifesto
Berlusconi: leggi razziali un’infamia. Analisi di una contraddizione.

Dopo la dichiarazione circa il desiderio che Israele entri nell’Unione europea, a Gerusalemme Silvio Berlusconi si esprime sulle leggi razziali varate durante il ventennio. “Le leggi razziali del 1938 sono un’infamia che ha macchiato l’Italia, dalle quali il popolo italiano è riuscito a riscattarsi grazie alla lotta di liberazione dal nazi-fascismo”, si esprime così il presidente del Consiglio durante il suo intervento alla Knesset, il Parlamento israeliano, alla presenza del presidente dello Stato di Israele Shimon Peres, il presidente della Knesset Reuven Rivlin, del premier Benjamin Netanyahu, del capo dell’opposizione Zipi Livni e dei membri della Knesset.
Berlusconi aggiunge che “nel 1938 l’Italia si macchiò dell’infamia delle leggi razziali, che contraddissero secoli di civiltà cosmopolìta e di rispetto umanistico della persona e della sua dignità” precisando, però, che il popolo italiano riuscì a riscattarsi da questa pesante offesa grazie alla lotta al nazi-fascismo che portò alla nascita della Repubblica italiana.
Tutto giusto, tutto perfettamente ponderato, forse troppo. Berlusconi, infatti, guarda alla storia come a un materiale malleabile e discrezionale, cui attingere in diversi modi a seconda dell’occasione e dell’interlocutore. Se si trova a parlare con il presidente degli Stati uniti, allora l’Italia è stata completamente liberata dagli alleati – verso i quali il debito di riconoscenza risulta inesorabilmente impagabile – glissando totalmente sull’apporto fondamentale della Resistenza italiana. Al Parlamento israeliano, invece, dopo l’ammissione di colpevolezza rispetto alle leggi del 1938, è necessario dire che l’Italia è riuscita attraverso il suo popolo a liberarsi dal giogo fascista, per testimoniarne il coraggio e la volontà di riscatto morale, civile e politico. Inoltre, parlare delle leggi razziali all’interno del Parlamento israeliano – ma questo non è un problema ascrivibile soltanto a Berlusconi – porta a un connubio (ebrei-Stato di Israele) fuorviante. Infatti, quelle leggi non riguardavano lo Stato di Israele, non ancora nato, ma diversi popoli, etnie, culture, tra cui gli ebrei rappresentavano la compagine più numerosa. La mancata elaborazione di questa “sottigliezza” determina un senso di solidarietà con una Nazione che con quelle orrende leggi non aveva nulla a che fare; solidarietà dietro alla quale si costruiscono politiche di sostegno a uno Stato invasore.
Altra nota che stona pesantemente con le ultime dichiarazioni risulta essere, in generale, tutta la politica messa in campo dal Governo italiano in materia di immigrazione. Dalla legge Bossi-Fini agli accordi con la Libia per i respingimenti in mare – che hanno portato l’Unione europea e diverse organizzazioni umanitarie a parlare per l’Italia di violazione dei diritti umani – l’esecutivo dimostra di avere un forte attaccamento alla pagina più cupa della storia italiana. Durante il Fascismo, quelle leggi vennero chiamate razziali per motivi di propaganda, un suggello alla nostra presunta superiorità naturale. Ora la propaganda è cambiata, sostituita da quella che si suole definire “informazione” e che assume la fisionomia del politicamente corretto, ma la sostanza appare la stessa.
Per il Fascismo era questione di sopravvivenza e lotta contro colui che, inferiore, minava il progresso del migliore; per il Nazismo era lo spazio vitale. Al giorno d’oggi la parola d’ordine è “sicurezza”, contro lo straniero non più ricco invasore degli spazi politici ed economici, bensì esclusivamente capro espiatorio degli insuccessi della politica e dei malumori di un popolo, quello italiano, che ora può democraticamente scegliere la sua pochezza politica, specchio inesorabile del suo malanno morale e della sua storia.
da Indymedia
Studiare meno, studiare meglio
di Rita Pani
Ho assistito a gran parte dello spettacolino di varietà della ministra per l’istruzione, accompagnata dal tizio inopportuno del consiglio.
Presentavano lo show “Il miracolo della riforma della scuola” dalla sala del Tiepolo, il quadro famoso per l’impudica tetta fatta coprire dal maniaco sessuale del consiglio. Due o tre gag, devo ammetterlo, sono state davvero degne di ammirazione.
La prima raccontava di un' Europa molto risentita per il fatto che in Italia le ore di studio sono troppe, e quindi lo slogan: “Studiare meno, studiare meglio.”
La seconda è stata quella in cui, la ministra più intelligente degli ultimi 150 anni ha assicurato il favore delle famiglie italiane e degli insegnanti tutti, verso questa storica riforma.
La terza, l’immancabile battuta del buffone del consiglio, che interrompendo in modo brusco e cafone – così come è uso fare – la ministro intenta a presentare l’innovativo liceo musicale, che dovrà tutelare la tradizione dell’Italia, famosa nel mondo non solo per la pizza, la mafia e il baffo nero ma anche il mandolino, rassicurava che non si sarebbero studiate le canzoni del presente del consiglio e del suo parcheggiatore abusivo.
Per orecchie disattente, insomma, poteva sembrare tracciata la strada per il raggiungimento dell’eldorado per tutti i giovani studenti italiani, anche coloro che d’ora in poi a 15 anni, grazie alla fattiva collaborazione di Confindustria, potranno scegliere se andare a lavorare gratis sotto padrone, fino al compimento del diciottesimo anno di età; data in cui, ovviamente, per le logiche del mercato, saranno licenziati per essere sostituiti da altra manovalanza a costo zero.
La ministra ci ha tenuto parecchio a sottolineare che la riforma non era ideologica, ma addirittura memore delle indicazioni dei governi precedenti e non solo dalla nefasta epoca della moratti. È andata ancora più indietro fino ai governi di sinistra, ai quali facilmente si potranno imputare le colpe di questa ennesima devastazione. Certo non è una riforma ideologica, perché per esempio con la mia ideologia sarei portata a rifarmi a ben altri esempi, tipo: “Studiare, studiare, studiare e dopo ancora studiare.” E soprattutto, il fatto di tagliare le ore di lezione non doveva significare che il governo “vuol fare cassa”.
Non essendomi mai fatta fregare dalle telepromozioni, io ho capito un poco quello che accadrà: in Italia a partire da quest’anno scolastico, si avranno due tipi di scuole. Quella per chi può pagare e quella per i poveri. Il tessuto sociale, soprattutto dei piccoli centri, verrà ulteriormente disgregato, creando la ghettizzazione nelle scuole pubbliche per i meno abbienti e gli extracomunitari, destinati a diventare carne da macello per il futuro sfruttamento imprenditoriale. Il resto si dividerà tra scuole private e paritarie, e la strada è già stata tracciata nel quasi totale silenzio, quando a queste sono stati aumentati i contributi di stato, mentre i figli dei comuni mortali, sono costretti a portarsi da casa non solo la carta igienica, ma addirittura il materiale didattico.
Insomma, in parole semplici, l’ennesima riforma della scuola trova un unico motivo d’applicazione: i poveri devono soccombere e sparire
da Indymedia
Ho assistito a gran parte dello spettacolino di varietà della ministra per l’istruzione, accompagnata dal tizio inopportuno del consiglio.
Presentavano lo show “Il miracolo della riforma della scuola” dalla sala del Tiepolo, il quadro famoso per l’impudica tetta fatta coprire dal maniaco sessuale del consiglio. Due o tre gag, devo ammetterlo, sono state davvero degne di ammirazione.
La prima raccontava di un' Europa molto risentita per il fatto che in Italia le ore di studio sono troppe, e quindi lo slogan: “Studiare meno, studiare meglio.”
La seconda è stata quella in cui, la ministra più intelligente degli ultimi 150 anni ha assicurato il favore delle famiglie italiane e degli insegnanti tutti, verso questa storica riforma.
La terza, l’immancabile battuta del buffone del consiglio, che interrompendo in modo brusco e cafone – così come è uso fare – la ministro intenta a presentare l’innovativo liceo musicale, che dovrà tutelare la tradizione dell’Italia, famosa nel mondo non solo per la pizza, la mafia e il baffo nero ma anche il mandolino, rassicurava che non si sarebbero studiate le canzoni del presente del consiglio e del suo parcheggiatore abusivo.
Per orecchie disattente, insomma, poteva sembrare tracciata la strada per il raggiungimento dell’eldorado per tutti i giovani studenti italiani, anche coloro che d’ora in poi a 15 anni, grazie alla fattiva collaborazione di Confindustria, potranno scegliere se andare a lavorare gratis sotto padrone, fino al compimento del diciottesimo anno di età; data in cui, ovviamente, per le logiche del mercato, saranno licenziati per essere sostituiti da altra manovalanza a costo zero.
La ministra ci ha tenuto parecchio a sottolineare che la riforma non era ideologica, ma addirittura memore delle indicazioni dei governi precedenti e non solo dalla nefasta epoca della moratti. È andata ancora più indietro fino ai governi di sinistra, ai quali facilmente si potranno imputare le colpe di questa ennesima devastazione. Certo non è una riforma ideologica, perché per esempio con la mia ideologia sarei portata a rifarmi a ben altri esempi, tipo: “Studiare, studiare, studiare e dopo ancora studiare.” E soprattutto, il fatto di tagliare le ore di lezione non doveva significare che il governo “vuol fare cassa”.
Non essendomi mai fatta fregare dalle telepromozioni, io ho capito un poco quello che accadrà: in Italia a partire da quest’anno scolastico, si avranno due tipi di scuole. Quella per chi può pagare e quella per i poveri. Il tessuto sociale, soprattutto dei piccoli centri, verrà ulteriormente disgregato, creando la ghettizzazione nelle scuole pubbliche per i meno abbienti e gli extracomunitari, destinati a diventare carne da macello per il futuro sfruttamento imprenditoriale. Il resto si dividerà tra scuole private e paritarie, e la strada è già stata tracciata nel quasi totale silenzio, quando a queste sono stati aumentati i contributi di stato, mentre i figli dei comuni mortali, sono costretti a portarsi da casa non solo la carta igienica, ma addirittura il materiale didattico.
Insomma, in parole semplici, l’ennesima riforma della scuola trova un unico motivo d’applicazione: i poveri devono soccombere e sparire
da Indymedia
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