HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

lunedì 22 marzo 2010

Il corteo antimafia di Libera caccia i camerati di Forza Nuova

Fuori la mafia dallo Stato
Milano grande successo per il corteo antimafia organizzato da Libera per ricordare migliaia di vittime della mafia e per denunciare le collusioni tra mafia e potere.
150 mila persone (soprattutto giovani) hanno partecipato al corteo che in molti cartelli ha espresso anche la sana ribellione contro il pericolo di un fascismo imminente e contro le leggi razziste..In Piazza Duomo sono stati letti i nomi dei tanti martiri uccisi dalla mafia: dai sindacalisti Placido Rizzotto e Salvatore Carnevale al comunista Pio La Torre, dalle vittime di Portella della Ginestra alle vittime delle stragi del 1992.
Momenti di tensioni quando i militanti di Forza Nuova hanno tentato di infiltrarsi nel corteo, scatenando la reazione dei manifestanti che li hanno ricacciati indietro e ne hanno impedito la partecipazione alla manifestazione. I militanti di Forza Nuova sono dovuti tornare di corsa nella loro sede dove sono rimasti rintanati per tutta la mattina, scortati dalla polizia. Sono usciti soltanto di pomeriggio per andare a protestare ad uno dei seminari tematici organizzati da Libera, in programma al Circolo della stampa e riguardante il silenzio dell'informazione sulle mafie.
I neofascisti hanno fatto irruzione interrompendo la conferenza e protestando contro Libera per l'esclusione dal corteo. Subito dopo i militanti di Forza Nuova, tra i fischi e gli insulti dei presenti, sono stati espulsi dalla sala.
Negli altri seminari tematici, invece, si e' parlato di razzismo, di militarizzazione delle città, di giustizia, di repressione, di corruzione, di impegno civile e di arte contro la mafia.
Particolarmente piena la sala Schuster nella quale si e' discusso di giustizia, di fronte a quello che il giornalista-scrittore Piero Colaprico ha chiamato il "popolo della verita'", ovvero giovani cresciuti con il mito della Resistenza e con il mito di Falcone e Borsellino.
I magistrati presenti in sala hanno attaccato duramente il processo breve e il pacchetto sicurezza. I giovani si sono commossi e hanno applaudito a scena aperta quando Maria Scaglione ha chiesto per l'ennesima volta verita' e giustizia per l'omicidio (ancora impunito) del padre, il procuratore Pietro Scaglione.
Per il resto, la due giorni di Libera e' stata caratterizzata dalla massiccia presenza della sinistra radicale (dai comunisti Ferrero, Agnoletto e Forgione alla Sinistra Critica, dalla sinistra democratica di Claudio Fava a Sinistra e Libertà), dei Verdi, di Italia dei Valori e del Partito Democratico. Totalmente assente il centro destra, con l'eccezione di Fabio Granata e Angela Napoli.
E tante polemiche ha scatenato l'assenza del sindaco di Milano Letizia Moratti, del vicesindaco De Corato e del governatore Formigoni. Cosi' come e' apparsa scandalosa la censura del Tg1 che ne' nell'edizione serale del venerdi' 19 ne' nell'edizione delle 13.30 di sabato 20 marzo ha minimamente parlato dell'iniziativa di Libera. Mentre il solerte Tg1 del fedele Minzolini ha ubriacato gli italiani con le notizie enfatizzanti la manifestazione berlusconiana.

da Indymedia

L'oppio di Marjah


Le autorità afgane consentiranno ai contadini di continuare a coltivare papaveri da oppio. Malali Joya: "Lo scopo dell'operazione a Marjah era riprendere il controllo delle principali piantagioni del paese"

di Enrico Piovesana
L'operazione 'Moshtarak' - la più grande offensiva militare alleata dall'invasione dell'Afghanistan nel 2001 - ha consentito alle autorità afgane di riprendere il controllo della cittadina di Marjah e dell'intero distretto rurale di Nadalì, nella provincia meridionale di Helmand. Gli emissari del governo Karzai, che sono tornati ad amministrare queste terre dopo oltre due anni di contropotere talebano, hanno promesso di riaprire le scuole, ristabilire le libertà civili della popolazione e di sradicare la coltivazione dei papaveri da oppio.

Marjah, la capitale dell'eroina.
"Distruggeremo le piantagioni di papavero di Marjah e Nadalì, perché la produzione di oppio è illegale", ha dichiarato alla stampa Zalmai Afzali, portavoce del ministero Antidroga, suscitando le proteste della popolazione locale, la cui sussistenza dipende interamente dal 'tariàk', la preziosa resina marrone che si estrae dai papaveri.
Secondo l'ultimo rapporto del dipartimento antidroga delle Nazioni Unite (Unodc), la provincia di Helmand produce da sola quasi il 60 per cento di tutto l'oppio afgano (4 mila delle 6.900 tonnellate totali e 70 mila ettari di piantagioni su un totale nazionale di 123 mila), e il distretto di Helmand in cui maggiormente si concentra la produzione (e la raffinazione) è proprio quello di Marjah-Nadalì: zona non a caso nota come 'la capitale afgana dell'eroina'. Ma anche capitale mondiale, visto che l'Afghhanistan produce il 90 per cento dell'eroina che circola sul pianeta.

Nessuno distruggerà le piantagioni.
Ma nei giorni scorsi, un esponente del governo afgano, che ha chiesto di non rendere pubblico il suo nome, ha dichiarato a Irin News, l'agenzia giornalistica dell'Onu, che al di là delle dichiarazioni ufficiali, le autorità hanno informalmente concesso ai contadini del distretto di continuare a produrre oppio, per non alienarsi il sostegno della popolazione locale che, senza i guadagni dell'oppio, finirebbe sul lastrico. "Il governo – spiega la fonte – ha garantito che nessuna distruzione di piantagioni verrà effettuata a Marjah e Nadalì, almeno per quest'anno".
Una conferma esplicita viene dal nuovo governatore di Marjah: "Bisogna stare attenti con la questione dell'oppio: non lotteremo contro il narcotraffico distruggendo le piantagioni", ha dichiarato Haji Abdul Zahir all'inviato del Miami Herald, che a Marjah ha parlato anche con il maggiore dei Marines David Fennell: "Noi non siamo venuti qui per sradicare i papaveri".
Rimane da capire che fine farà il prossimo raccolto.

Il vero scopo dell'Operazione 'Moshtarak'.
"L'unico vero scopo dell'operazione 'Moshtarak' - spiega a Peacereporter Safatullah Zahidi, un giornalista locale - era mettere le mani sulle piantagioni di papavero da oppio. E quelle di Marjah e del suo distretto, Nadalì, sono le più grandi e produttive di tutto l'Afghanistan. Grazie all'operazione Moshatarak sono tornate sotto controllo del governo e degli americani, giusto in tempo per il raccolto di marzo. E ora faranno lo stesso con le piantagioni della seconda principale zona di produzione di oppio, quella di Kandahar".
Un'interpretazione dei fatti clamorosa, ignorata in Occidente ma largamente condivisa in Afghanistan. Anche da personaggi molto noti e autorevoli, come l'ex parlamentare democratica Malalai Joya, nota in tutto il mondo per il coraggio che ha sempre dimostrato nel denunciare i crimini e la corruzione dei governanti afgani finanziati e protetti dall'Occidente.

Malalai Joya: "Americani coinvolti nel narcobusiness''.
"L'obiettivo di queste operazioni militari - ci spiega Malalai - non è quello di sconfiggere i talebani, che vengono regolarmente avvertiti prima in modo da poter fuggire altrove. I talebani e i terroristi servono agli americani per mantenere il mio paese nell'insicurezza, così da avere un pretesto per rimanere in Afghanistan assicurandosi il controllo di questa regione strategica, vicina all'Iran, alla Cina e ai paesi dell'Asia centrale ricche di gas e petrolio, ma anche per continuare a fare affari con lo sporco business dell'oppio. Oppio che, trasformato in eroina, frutta enormi guadagni sia al governo afgano che alle forze americane, che portano la droga fuori dall'Afghanistan con i voli militari che decollano dalle basi aeree di Kandahar e di Bagram. Quest'ultima offensiva in Helmand, che tra l'altro - sottolinea la Joya - ha causato molte più vittime civili di quelle pubblicamente dichiarate, è l'ennesima conferma di ciò: l'obiettivo non era colpire i talebani, che hanno avuto tutto il tempo di scappare, ma semplicemente riprendere il controllo della principale zona di produzione di oppio di tutto il paese".

da PeaceReporter

Gli impagabili inondano la capitale



di Andrea Palladino
E’ terra, è acqua, è democrazia. Sono i beni comuni, quell’insieme di diritti naturali e essenziali, che compongono il nostro quotidiano. Qualcosa che hanno già capito le grandi aziende multiutility: «Gestiamo l’essenziale della vita», recita, non a caso, lo slogan della francese Suez. Sabato i beni comuni avevano duecentomila volti, differenti tra loro, ma con storie e lotte che riproducevano l’intero paese. In prima fila il grande popolo dell’acqua pubblica, raccolto dietro la sigla del Forum nazionale, che da quattro anni ha iniziato una rivoluzione silenziosa ma terribilmente efficace. E poi, a seguire, le tantissime vertenze sull’ambiente, sui territori divenuti terre di conquista per le ecomafie, sui veleni industriali e sociali che stanno intaccando il quotidiano, la stessa aria da respirare e la stessa acqua da bere.
Comitati contro le discariche della Campania, i No Tav scesi dalla Val di Susa, i gruppi nati intorno alla lotta contro la base Dal Molin, i comitati calabresi con ancora negli occhi le manifestazioni contro la costruzione del ponte e per la verità sulle navi dei veleni. Storie che si incrociavano, mentre il corteo scendeva - imponente - lunga via Cavour, entrando nei Fori imperiali, sfiorando il Campidoglio, dove la giunta Alemanno sta preparando l’atto finale della storia centenaria di Acea, affidandola definitivamente ai privati.
E’ festa, è entusiasmo ed è voglia di riprendersi la vita. Gli slogan cercano di riprodurre in qualche modo questo strano mondo del movimento dei beni comuni. «Terra vuol dire democrazia», grida un gruppo che vuole unirsi idealmente alla lotta dei palestinesi, poi non così lontana dal movimento per l’acqua pubblica. O ancora «più società e meno spa», tanto per far capire quale sia l’alternativa alla gestione privata dell’acqua, dei rifiuti, del quotidiano. La
questione, da queste parti, è chiara e semplice: non possono essere i consigli di amministrazione a gestire i nostri territori. Si deve ritornare ai consigli comunali e poi alla gestione partecipata, ricordava ieri Marco Bersani del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Ed è questo il percorso di quattro anni che è sfociato nella manifestazione romana. Lo ricorda Patrizia, dell’Abruzzo social
forum: «Il consiglio comunale de L’Aquila ha votato tre mesi fa la dichiarazione dell’acqua come bene senza rilevanza economica». Ovvero un passaggio che sottrae - simbolicamente e politicamente - le risorse idriche dal decreto Ronchi, la legge che consegna la gestione dell’acqua alle multinazionali.
Il corteo era aperto da un unico striscione del Forum, seguito immediatamente dai gonfaloni dei comuni. Perché è dai consigli comunali, da quella parte di istituzioni più vicine al quotidiano e ai beni comuni, che sta ripartendo nel paese la vera resistenza alle privatizzazioni, ai veri interessi della destra al governo. Sono duecento cinquanta i comuni che già hanno cambiato lo statuto, inserendo il principio della non rilevanza economica dell’acqua. Comuni come quello di Napoli, in prima fila nella manifes-t-azione di ieri. O come quello di Bassiano, mille e seicento abitanti e una resistenza strenua contro Acqualatina, che si è presa gli acquedotti usando commissari di governo, per vincere con la
forza la resistenza dei sindaco e dei consiglieri. O ancora, come quello di Lanuvio, paesino della provincia di Roma, dove l’acqua da tre anni è gestita da Acea.
L’altra parte del vasto movimento sono i lavoratori. I dipendenti di Hera - il gestore multiutility emiliano, da poco quotato in borsa - hanno ben chiaro qual è l’impatto della privatizzazione anche per chi lavora nelle spa. «Da quando siamo diventati a tutti gli effetti una società privata - racconta un delegato di Hera - c’è stata una riduzione del personale del 30%, con l’esternalizzazione di molti servizi operativi». Come quello, poco redditizio per i privati, della gestione dei depuratori nella zona appenninica. Gestioni che incidono direttamente sulla qualità della vita delle comunità locali, che ora si trovano davanti bollette stratosferiche per poter garantire il profitto dove prima esisteva il servizio pubblico. «E noi lavoratori sappiamo - continuano i dipendenti di Hera - che ora è peggiorata la qualità del servizio per gli utenti». Qualità che nella gestione
dell’acqua e dei rifiuti ha un impatto diretto sulla vita.
Enti locali, cittadini e lavoratori, tre pezzi di un movimento intenso, che riesce a tenere da parte - senza escluderli però - i partiti della sinistra. Questo era il volto del corteo dei duecentomila militanti per i beni comuni, che ha messo in prima fila il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, lasciando in coda i pezzi dei partiti politici. C’era Sel, c’era Rifondazione, Sinistra critica, i Verdi di
Bonelli, l’Italia dei valori e altre sigle della sinistra. Non da protagonisti per una volta, lasciando il ruolo di primo piano alle centinaia di comitati locali. E anche le sigle storiche e nazionali dell’ambientalismo - come il Wwf e Legambiente - pur facendo parte a pieno titolo del Forum, hanno accompagnato il corteo con una presenza in secondo piano. «Vedi quello che ci unisce al movimento dell’acqua -
spiega Giovanni del comitato contro la discarica di Caiano e Marano, in Campania - sono persone come Alex Zanotelli, che sul territorio ci fanno conoscere, ci mettono in contatto». Una rete diffusa, che si è presentata a Roma, con tutta la sua forza.
E forse anche per questo, anche per questa differenza che spiazza, i media mainstream hanno quasi ignorato il lungo corteo, puntando le telecamere solo su Berlusconi. «A noi non ci paga nessuno», dicevano tantissimi cartelli portati dal popolo dell’acqua. L’unico riferimento, pieno di orgoglio, all’altra manifestazione. Pochi, pochissimi erano gli slogan verso Berlusconi, molto meglio, per chi difende i beni comuni, proporre l’altro mondo possibile. E chissà forse proprio questa piazza ha decretato la fine inesorabile del cavaliere.

da Il Manifesto

domenica 21 marzo 2010

Vendola al CIE: "Struttura disumana"


Ieri il governatore si è soffermato sull'assurda dentezione dei 48 migranti di Rosarno

“Il CIE è disumano perché è disumano il concetto stesso che ha portato alla realizzazione di un impianto detentivo come questo. Si tratta di una vera e propria struttura carceraria in cui vengono rinchiuse persone che fuggono dalle guerre, dalle povertà e dalla disperazione, la cui unica colpa è quella di non avere documenti”. Sono le dichiarazioni rilasciate oggi alla stampa dal candidato del centrosinistra alla Presidenza della Regione Puglia Nichi Vendola all’uscita del Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari.

Vendola ha visitato la struttura, all’interno del quale vi sono tuttora 48 dei migranti provenienti dalla città di Rosarno. “In un Paese civile queste persone, cui è stato succhiato il sangue e che per la loro stessa sopravvivenza e quella dei loro cari hanno accettato di lavorare e vivere in condizioni disumane”, ha affermato Nichi Vendola, “avrebbero goduto di una protezione speciale. In Italia, invece, un Governo xenofobo li rinchiude qui per sei mesi per via di una legge intollerante, la Bossi-Fini, inasprita ulteriormente negli ultimi tempi”. Vendola ha criticato aspramente la norma in materia di immigrazione del Governo Berlusconi che “impietosamente trasforma in reato una condizione di vita dei migranti”.

Soffermandosi in particolare sugli extracomunitari di Rosarno, il Presidente pugliese ha chiesto con forza che “queste persone sfruttate e vittime di una delle pagine più oscure della civiltà di questo Paese che, è bene ricordarlo, hanno avuto il coraggio di denunciare e reagire al comando dell’ndrangheta, hanno diritto che gli venga riconosciuto il permesso di soggiorno e la protezione umanitaria”.

Infine, il governatore si è trattenuto più di mezz’ora a discutere con Avni Er, giornalista democratico e dissidente turco. L’intellettuale, rinchiuso da quattro settimane in attesa di conoscere l’esito della sua domanda di asilo politico, è stato condannato in Italia per terrorismo. Nichi Vendola proprio in questi giorni ha firmato un appello affinché gli venga riconosciuto lo status e non venga estradato. In caso di espulsione dall’Italia infatti, sarebbe a rischio la sua stessa vita.

www.barilive.it

PD : Mazzarano si ritira dalla competizione elettorale

"Tarantini Cocainomane nelle mani di di Silvio Berlusconi"

Roma, 21 mar. (Apcom) - "Io non ho mai preso tangenti", dice Michele Mazzarano, 35 anni, tarantino, ultimo segretario regionale dei Ds e adesso, nel Pd, responsabile dell'Organizzazione. L'imprenditore Gianpaolo Tarantini racconta ai magistrati che "gli unici due politici pugliesi ai quali ho corrisposto tangenti sono Frisullo e Mazzarano"? "Abbiamo a che fare con un cocainomane nelle mani di Silvio Berlusconi, come testimoniano le cronache giornalistiche di questi mesi", ribatte Mazzarano in un'intervista a 'Repubblica'.

"Nego nel modo più fermo e risoluto di essere stato il destinatario di tangenti da parte di chicchessia e in particolare dal Tarantini", afferma Mazzarano, che si ritira, comunque dalla competizione elettorale: "Con grande sofferenza. Ma la situazione che si è determinata rischia di penalizzare l'intero centrosinistra e segnatamente il Pd. Io invece voglio contribuire a mantenere indenne da ogni sospetto la coalizione che sostiene il presidente Vendola e il mio partito. Queste sono le motivazioni politiche che mi spingono a tirare i remi in barca".

venerdì 19 marzo 2010

BLOB - SIGNORI SI NASCE



La XV Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie


La XV Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime delle mafie, si celebrerà in Lombardia, a Milano, sabato 20 marzo 2010.

Milano sarà protagonista dei giorni del 19 (con l’incontro tra i familiari delle vittime e a seguire momento ecumenico di ricordo delle vittime) e del 20 (con la marcia al mattino e i seminari).

Sarà come sempre importante coinvolgere tutta la rete di Libera, gli studenti, la cittadinanza e le associazioni piccole e grandi.

Il tema che porremo al centro della Giornata, sarà la dimensione finanziaria delle mafie. Troppo spesso si licenzia frettolosamente ancora oggi il problema mafie come qualcosa che riguarda solo alcune regioni del Sud Italia. Sappiamo per certo che non è così, che oggi le mafie investono in tutto il mondo e che nel Nord Italia ci sono importanti cellule di famigerati clan, che riciclano denaro sporco, investono capitali nell’edilizia e nel commercio, sono al centro del narcotraffico, sfruttano attraverso lavoro nero.
La corruzione, oggi nuovamente a livelli altissimi come sottolineato dalla Corte dei Conti, è un fenomeno presente in misura crescente dove ci sono maggiori possibilità di business: è dunque il Nord tutto a doversi guardare da questi fenomeni di penetrazione di capitali illeciti.

Milano è la città in cui fu ucciso nel 1979 Giorgio Ambrosoli, avvocato esperto in liquidazioni coatte amministrative, che stava indagando sui movimenti del banchiere siciliano Michele Sindona.

Milano è la città in cui il 27 luglio del 1993 ci fu una delle bombe che esprimevano l’attacco diretto allo Stato da parte della mafia: la strage di via Palestro, nei pressi del Padiglione di Arte Contemporanea. Ci furono cinque morti.

Milano è infine la città in cui si terrà l’Expo nel 2015, una manifestazione che attrarrà ingenti capitali e su cui sarà importante vigilare al fine di non consentire l’infiltrazione delle mafie.

Per tutte queste ragioni e per molte altre, ci ritroveremo il 20 marzo 2010 a Milano, per celebrare la XV Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime delle mafie.

IL PROGRAMMA DELLE GIORNATE E I SEMINARI TEMATICI

Fonte: Libera – Associazioni, nomi e numeri contro le mafie (http://www.libera.it)

da Sinistra Ecologia e Libertà

DONNE, POLITICA E SOCIETA’…

TRA “PARITA’ FORMALE” E “DISCRIMINAZIONI DI FATTO”!
LA COSTITUZIONE E’ DONNA. LA POLITICA NO!


di Gaspare Serra
In Italia è oramai comune la convinzione per cui le donne abbia conquistato molti diritti e libertà negli ultimi decenni, specie a partire dagli anni ‘70.
Sempre più uomini, addirittura, denunciano una “discriminazione alla rovescia”: la “sopraffazione” dell’uomo ad opera delle donne, sempre più intraprendenti e di successo, nella vita come nella società!
Se in questo vi è indubbiamente un fondo di verità, comunque, al di là delle apparenze la “questione femminile” resta ancora attuale e ben lontana dall’essere del tutto chiusa!

A denunciarlo è la stessa Costituzione, ove sollecita espressamente il legislatore ad intervenire per garantire un’“effettiva parità” di diritti ed opportunità tra uomini e donne.
In particolare:
I- l’art. 37 co.1 recita: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”;
II- l’art. 51 co.1 (modificato dalla l. cost. n. 1 del 2003) sancisce: “Tutti i cittadini, dell’uno o dell’altro sesso, possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”;
III- e l’art. 117 co.7 (introdotto dalla l. cost. n. 3 del 2001) afferma: “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovo la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive” (principio introdotto anche negli statuti delle regioni speciali con la l. cost. n.2 del 2001).

Nonostante la riconosciuta “parità formale” tra i sessi, però, ancora la classe politica (non a caso quasi interamente maschile…) non ha ancora fatto quel salto in avanti richiesto dalla Costituzione: il passaggio dalle mere “enunciazioni di principio” a risposte concretate legate ai bisogni reali e quotidiani delle donne (e delle famiglie, di cui le stesse sono il perno).
E’ divenuta, così, un’esigenza improcrastinabile:
I- il miglioramento dei servizi pubblici offerti alle famiglie, necessari per riscattare più “tempo libero” in favore delle donne. Il che è conseguibile, ad esempio:
a. sostenendo il “costo” della maternità con sussidi adeguati (non interventi minimi ed “una tantum”, come gli assegni per i nuovi nati);
b. rendendo detraibili tutte le spese mediche pediatriche (sempre più elevate);
c. investendo risorse per nuovi asili nido pubblici;
d. defiscalizzando il costo dei servizi di babysitter e badanti;
e. e garantendo il tempo pieno nelle scuole.
II- la predisposizione di un’effettiva tutela legislativa del lavoro femminile. Sarebbe opportuno, ad esempio:
a- fissare delle “quote rosa” nei posti di lavoro (imponendo ai datori di lavoro, almeno nei settori in cui ciò sia possibile, l’assunzione di donne almeno per il 40% del personale);
b- e sanzionare più efficacemente i licenziamenti “giustificati”, di fatto, dallo stato di gravidanza della dipendente (anche se sempre più spesso, nel caso di lavoratrici precarie, non formalmente licenziamenti bensì “mancati rinnovi” dei contratti di lavoro).


L’ELETTORATO E’ DONNA. LA POLITICA NO!

L’insufficienza di rappresentanza femminile in politica, nonostante l’elettorato italiano sia in maggioranza femminile, si traduce inevitabilmente in una “carenza di democrazia”.
Una classe politica quasi interamente maschile, infatti, non può essere degna rappresentare degli interessi propri dell’“elettorato rosa” (quando si tratta di disciplinare, ad esempio, materie come la maternità, i diritti delle donne lavoratrici, la fecondazione assistita, l’aborto…).

Per riportare solo alcuni dati significativi:
I- la rappresentanza delle donne nel governo, dal 1996 al 2005, è variata:
- da un minimo dell’8,6% (sotto il governo Berlusconi del 2001/2005);
- ad un massimo del 24% (sotto i governi D’Alema del 1998/2000).
II- le candidate elette alle elezioni politiche del 2001 sono state:
- 71 alla Camera (su 630 deputati);
- e 25 al Senato (su 315 senatori).
III- e nei Consigli regionali la rappresentanza delle donne, di regola, non supera il 10%!

Per affrontare questa “emergenza democratica”, allora, non è più sufficiente appellarsi al “buon senso” dei partiti.
Le principali cause per cui la politica parla sempre meno al femminile, difatti, dipendono proprio:
1- da una mancanza di “democrazia interna” ai partiti, i quali riservano generalmente alle donne solo ruoli da “gregari” (nessuna di esse può ambire a scardinare gli equilibri di potere in mano ai gruppi dirigenti!);
2- e dalla legge elettorale “porcata” vigente, che non offre alle donne (oltre che ai giovani) alcuna possibilità per emergere in politica senza la “protezione” di un influente dirigente di partito!

Per questo occorrerebbe, anzitutto:
1- introdurre l’obbligo di “quote rosa” nelle liste elettorali per le elezioni degli organi elettivi di tutti i livelli di governo (Stato, Regioni, Province e Comuni), ossia il principio per cui le liste elettorali debbano essere composte da un “numero pari” di uomini e donne (pena l’inammissibilità delle stesse!);
2- e riformare la legge elettorale vigente (il cd. “porcellum”), abolendo le “liste bloccate” alle elezioni politiche così da restituire all’elettore il diritto di scelta del candidato (in caso contrario, le segreterie dei partiti avrebbero la possibilità di vanificare gli effetti dell’introduzione di “quote rosa” collocando le candidate sistematicamente nei posti in fondo alle liste, con ciò condannandole a non essere elette!).
Rimarrebbe nella libera disponibilità dell’elettorato, in ultima analisi, determinare col proprio voto la quota effettiva di rappresentanza dei due generi presenti negli organi elettivi.

E’ vero che il “sesso” non dovrebbe essere una ragione di “preferenza” in politica (essere uomo o donna non dovrebbe rappresentare un motivo per dare maggiore o minore rilievo ad una candidatura).
E’ anche vero, però, che il sesso non può rappresentare una “discriminante” per le donne impegnate in politica (superabile solo nel caso in cui, alla qualità d’essere donna, si aggiunga una buona dose di “bella presenza” e di “accondiscendenza”!).

Gaspare Serra

Blog “Spazio Libero!”

Gruppi facebook:
-“Ali Spezzate…” (contro ogni violenza su donne e minori!)
-“Riformiamo lo Stato, rinnoviamo la Politica, ravviviamo la Democrazia!”

Claudia Raho, classe 1958 : cresciuta "a pane e politica".


Di claudia raho, classe 1958, si può dire che sia letteralmente cresciuta "a pane e politica".
Il padre, Vittorio Raho, socialista lombardiano, le ha subito trasmesso la passione viscerale per la politica, così come per la letteratura e lei, che già da bambina assiste ai dibattiti e manifestazioni di ideali, vede ben presto nascere dentro di sè quella personale idea politica, che l' ha spinta, per più di quarant'anni, a battersi senza essere ingabbiata in questo o quel partito.
E' una dei primi quattro rappresentanti di istituto del liceo classico di nardò, fa parte di quel gruppo di ragazzi che fonda il circolo arci della città; trascorre gli anni dell'università fra lo studio della letteratura inglese e tedesca e la partecipazione al movimento studentesco che, a partire dal 1976, inaugura una seconda ondata di manifestazioni, occupazioni e scioperi; si diverte a pensare slogan di protesta contro il modello di società maschilista e si impegna tra le file del movimento femminista che vede la luce proprio negli anni '70.


Lotta per il suo futuro, per la libertà di realizzare quei sogni che a vent'anni sono tutto: diventare un'affermata traduttrice, vuole, vivere masticando le parole di quegli scrittori e di quei poeti che le avevano rubato l'anima. Ma, a volte, la vita prende delle pieghe inaspettate, semina degli imprevisti che fanno prendere in considerazione delle strade a cui, in precedenza, non si era nemmeno lanciata un'occhiata. Quando ti svegliano nella notte per dirti che non potrai più ridere, chiacchierare, confrontarti con una delle tue più care amiche, non hai più tanta voglia di sognare: prende il sopravvento il desiderio di fare giustizia, e soprattutto, di far vivere renata nella memoria delle persone, che non devono dimenticare, che devono sapere la verità. Ecco l'inizio della sua lotta contro la mafia, che è ormai regina degli ambienti politici, ecco la voglia di insegnare ai ragazzi come difendersi dalla realtà di facciata che sta invadendo i tempi: insegna loro che l'unica arma veramente efficace per difendere se stessi e la propria libertà è pensare con la propria testa, analizzare la superficie per capire cosa c'è sotto, il significato connotativo delle cose. "Pensare globale, agire locale: non è uno slogan, ma una sfida vitale", cantano i Modena City Ramblers. Claudia, ormai trentenne, li anticipa di molto, perchè in quei versi è riassunta la scelta, che lei fa negli anni '80, di rimanere a nardò per sconfiggere il cancro della mafia. La politica continua così a far parte della sua vita, che cambia: viene assunta all'istituto marcelline (il liceo privato delle suore marcelline) di Lecce per la cattedra di tedesco e poi di inglese. Deve ricredersi sui suoi pregiudizi sulla scuola privata e sulla scuola cattolica: le marcelline dimostrano una mente ben più aperta di tante altre persone che si definiscono laiche, e Claudia sperimenta sulla sua pelle la differenza fra un diplomificio e una scuola di qualità, come effettivamente si rivela l'istituto. Le marcelline diventano la sua seconda famiglia, o forse la terza sarebbe meglio dire, perchè Claudia lascia la sua amata casa in via Po, dove suo papà continuerà ad apparecchiare per lei ancora per qualche tempo, dimentico ogni giorno che la figlia si è sposata. Tre anni dopo il matrimonio nasce la figlia, che Claudia e suo marito Alessandro decidono di chiamare Margherita non in memoria di una bisnonna, come per qualche tempo le hanno fatto credere, ma in memoria, invece, di Margherita Cagol, fondatrice del primo nucleo delle Brigate Rosse (la figlia fu molto sollevata quando lo seppe, perchè la nonna Margherita aveva la fama di essere un'antipatica nda [il contenuto della parentesi è stato scritto per farti ridere ma ovviamente va tolto:)]). Claudia, infatti, non apprezza la piega presa dalle Brigate Rosse dopo l'uccisione di Mara e del suo compagno Renato Curcio e ancora di più si convince della tesi anarchica fatta propria molti anni prima: non ci sono poteri buoni.
L'impegno, già politico ed educativo, prende anche la forma di impegno sociale: dopo qualche anno di volontariato per i bambini neritini con situazioni difficili, decide di diventare socia di Amnesty International e, successivamente, di Emergency, credendo fermamente che l'uomo, per essere libero (dal bisogno, in primo luogo), debba prima di tutto vedersi riconoscere i diritti fondamentali. La sua lotta cresce, e pochi mesi dopo torna ad occuparsi anche dell'ambiente schierandosi attivamente contro la proposta di realizzare un porto nel parco di Porto Selvaggio. Successivamente dovrà battagliare, con gli altri membri del comitato appositamente costituito, contro il progetto di insediamento di diverse pale eoliche nello stesso territorio, ormai divenuto parco naturale sotto il governo regionale Vendola. Vendola per lei è stato un "colpo di fulmine" già negli anni in cui l'attuale presidente della regione Puglia è ancora membro della commissione parlamentare antimafia. Nel momento in cui lui si candida alle primarie del centro- sinistra per le elezioni del 2005, Claudia entra a far parte immediatamente del comitato pro-Vendola di Nardò, che ha continuato a sostenerlo fino alla sua vittoria.
Ma sebbene riconoscesse un legame fra le parole di Vendola e i suoi pensieri, non vede comune collocazione in un partito (Vendola allora è ancora in Rifondazione Comunista). Mentre lui è presidente della regione Puglia, Claudia si separa dal marito, ma riprende il suo impegno sul piano politico, sociale e culturale con l'associazione fondata assieme ad altri cittadini neritini: "Il Cantiere", che avrà però vita breve. Eppure, il filo rosso che la lega a Vendola è ancora presente: per caso, o forse no, il presidente decide di creare un nuovo movimento politico che prende proprio il nome di "il cantiere della sinistra", che si propone gli stessi obiettivi che aveva il "cantiere" neritino. Successivamente, Vendola abbandona rifondazione, per fondare un nuovo gruppo politico da cui partire per la formazione della nuova sinistra, che deve unire le diverse anime "sinistroidi" che non si riconoscevano però in un partito. "non un partito, ma un partire": Claudia sentiva quest'esigenza già da diverso tempo e la espresse in diverse occasioni, come nella manifestazione a roma dell'ottobre 2007, quando il popolo di sinistra è sceso in piazza per gridare il bisogno di cambiare, stanco ormai, della logica dei partiti. Fu in quel momento che decise di aderire al "movimento per la sinistra", che si propone di costruire un partito che applichi il principio di democrazia dal basso, e che qualche mese dopo si trasforma in "sinistra ecologia e libertà". Il circolo di Nardò, di cui Claudia Raho è oggi portavoce, si impegna giorno per giorno per la crescita del partito, affinchè i meccanismi della vecchia politica soccombano sotto il peso di una consapevolezza entusiasta di una riacquistata partecipazione democratica.

Oggi Caludia é candidata alle regionali del 2010. Niente di nuovo. E' la stessa ragazza che si batteva perché i diritti dei suoi compagni di scuola e di tutte le donne venissero rispettati, é la stessa donna che lottava contro il cancro della mafia ed ogni forma di ingiustizia e discriminazione; é quella stessa donna che ha lottato per proteggere l'ambiente che giorno dopo giorno viene depauperato sotto i nostri occhi o, ancor più gravemente, per nostra mano.

Oggi Claudia, insieme al gruppo di sinistra, ecologia e libertà, difende quei valori che l'hanno sempre accompagnata, difende la sua terra da chi la vuole sfruttare, difende i diritti dei giovani, delle donne, di chiunque non abbia i mezzi per difendersi da solo; difende la Puglia migliore.

p.s. non mettere la mia firma nè quella di fiore perchè
- ci vergognamo;
- siamo tua figlia e tua nipote e non delle giornaliste (e si vede!)
- modificherai tutto fino a lasciare solo 1958.. perchè sono l'unico elemento che ti sembrerà obiettivo, essendo composto da numeri!!! :DDDDD


nota della candidata: grazie a margherita merendino, mia figlia, e fiorenza fonte, mia nipote : due della mie ragioni per una politica 'di servizio' : per una vita migliore per tutti

giovedì 18 marzo 2010

Roma - Vendola a P.zza del Popolo



Il video dell’intervento di Nichi Vendola alla manifestazione di P.zza del Popolo a Roma. L’intervento più appassionato, l’intervento più applaudito

REGIONALI. LA PIAZZA CON VENDOLA: OGGI UN NUOVO INIZIO (DIRE) Roma, 13 mar. – Quasi ogni frase di Nichi Vendola viene scandita dagli applausi di piazza del Popolo. L’ovazione arriva quando Vendola, urlando, dice: “All’Italia stanca e sofferente dobbiamo dire che ora e’ il momento di riprendere il cammino dell’alternativa”. Il leader di Sinistra e liberta’ incanta i manifestanti con il suo discorso lirico e accalorato. “Ci hanno raccontato che la ricchezza e’ innocente per ontologia- dice- ma il sogno berlusconiano si e’ infranto sulle macerie dell’Aquila”.
Il centrosinistra e’ di fronte a una nuova prova: “Noi non possiamo limitarci ad attendere il cadavere di Berlusconi sulla sponda del fiume. Noi- dice- non abbiamo ancora un racconto coerente. Ma oggi, in questa piazza, il centrosinistra ritrova il proprio popolo, per lungo tempo smarrito. Da qui si deve ricominciare”.

Libero del 24 Settembre 2008 - "Fitto: la nostra Regione pronta al nucleare"


Visto che dal 1^ Marzo 2010 sono tutti diventati anti-nuclearisti cerchiamo di portare un po di certezza e di chiarezza nella confusione che la destra cerca di creare affinchè possa passare l'idea che il PDL sia in realtà il partito dell'ambiente e della lotta all'inquinamento. Riporto una foto del giornale "Libero" che non può essere certo additato come "giornale comunista", che tratta l'argomento nucleare in modo molto esplicito riportando senza tanti fronzoli il pensiero del ministro e capo del Pdl Pugliese Raffaele Fitto: "Fitto, la nostra Regione pronta al nucleare". Cliccando sulla foto sotto potrete vedere ingrandita la prima pagina con l'articolo che tratta appunto l'invervista al ministro pidiellino.

da GranSalento.org

PAPA RICKY - EMIGRANTE



PAPA RICKY - EMIGRANTE

E sienti moi lu Papa Ricky, ca ni la dedica a tutti quiddri comu a mie
ca no giorno hanno partuti e se ndanno scioti moto lontono

Il sud è una terra ,antica , saggia e misteriosa
dove il pane sa di pane e l’arancia è prosperosa;
ma il sorriso della gente nasconde lacrime amare
di chi rimane nella merda o decide di emigrare.

Emigrante, emigrante, la zona è figlia (dico) di un emigrante
Emigrante, emigrante, la Gianna è figlia (dico) di un emigrante
Ci sape ci mammasa e sersa,
li hanni rimasti intra lu paise loru,
cu li ricordi amori e dispiaceri
cu li ricordi intra li quartieri;
ma no giorno l’hanno pigghiato
dru trenu e se ndanno scioti
intra nu paise moto lontano
cu la speranza e la forza intra la mano;
cu la speranza e lo coraggio intra la mano;
cu la speranza e la forza intra la mano;
cu la speranza e lu core intra la manu;

Emigrante, emigrante, la zona è figlia (dico) di un emigrante
Emigrante, emigrante, la Gianna è figlia (dico) di un emigrante
E poro eddra no giorno le ha pigghiato
dro treno e se ndeae sciota
intra no paise moto lontano
ha mparato poro l’italiano.
E nui ca stamu in Italia
(questo sempre tie la sai)
e tocca cu soffrimu di stu governo sempre guai
è difficile scire annanzi mena quistu tie la sai
mena Ciccio Mana dicu contande sti guai

E se poi diconi i libri hanno unito la nazione
ho studiato e non ci credo è stata colonizzazione
gli occhi hanno visto un partito onnipotente
che con la scusa di Gesù Cristo ha ucciso la mia gente.
Ribellati giovane meridionale
Ribellati giovane meridionale

Il sud è una terra ,antica , saggia e misteriosa
dove il pane sa di pane e l’arancia è prosperosa;
ma il sorriso della gente nasconde lacrime amare
di chi rimane nella merda o decide di emigrare.

Emigrante, emigrante, la zona è figlia (dico) di un emigrante
Emigrante, emigrante, la Gianna è figlia (dico) di un emigrante
Comunque mammasa e sersa
non so se hanno fatto bene o male
ma in Italia ci vuei campare
a volte si costrettu ad emigrare;
la brutta storia ca sa fare
se annazi pueti scire
e te rendi contu ca sta scelta la pigghiare
ca se campa na fiata e puru male
cu la speranza e la forza intra la mano;
cu la speranza e lo coraggio intra la mano;
cu la speranza e la raggia intra la mano;
cu la speranza e lu core intra la manu;

Come Berlusconi manipola la tv pubblica

Silvio Berlusconi è di nuovo sotto inchiesta, stavolta per concussione. Il nuovo scandalo dimostra l’abilità di Berlusconi nello sfruttare la sua influenza privata e politica sui mezzi d’informazione, scrive Die Tageszeitung.

“I fatti risalgono al novembre del 2009. All’epoca il giornalista Michele Santoro voleva dedicare una puntata del suo programma al processo contro l’avvocato britannico David Mills. Secondo i pubblici ministeri del tribunale di Milano, Mills era stato corrotto da Berlusconi per mentire sui fondi neri all’estero del premier. Berlusconi ha cominciato a fare pressioni sul direttore generale della Rai, Mauro Masi, per bloccare la trasmissione.

Poi il capo del governo ha mosso un’altra sua pedina: Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Agcom. Innocenzi ha cercato invano di far emanare all’Agcom una direttiva che invitasse la Rai a bloccare Annozero, il programma di Santoro. I magistrati di Trani hanno scoperto questi fatti attraverso delle intercettazioni avvenute nell’ambito di altre indagini.

Poi gli inquirenti hanno chiamato a deporre Augusto Minzolini, il direttore del Tg1. Gli hanno chiesto delle pressioni esercitate da Berlusconi in Rai. Minzolini si è avvalso della facoltà di non rispondere. Appena uscito dalla procura, però, ha chiamato l’ufficio del presidente del consiglio. Gli inquirenti erano all’ascolto e ora il direttore del Tg1 deve rispondere dell’accusa di violazione del segreto istruttorio.

“Berlusconi ha reagito come fa di solito: recitando il ruolo della vittima. Come presidente del consiglio, ha detto, può stare al telefono con chi gli pare. Intanto il ministro della giustizia del suo governo ha spedito gli ispettori a Trani per verificare eventuali irregolarità nell’operato della procura pugliese”.

da Internazionale

mercoledì 17 marzo 2010

La banda razzista della Magliana


di Cinzia Gubbini
Ragazzini, che i carabinieri starebbero per identificare, e un’ideologia strisciante di estrema destra che si sta facendo strada tra i casermoni del quartiere romano della Magliana. Potrebbe esserci questo dietro al raid che domenica sera ha mandato all’ospedale quattro persone originarie del Bangladesh, e che ha distrutto il bar «Brothers», uno dei punti di ritrovo della comunità del Bangladesh, nonché uno dei pochi punti di luce di via Murlo, stradina laterale dove alle sei di sera (la stessa ora in cui c’è stato l’attacco) non c’è neanche un lampione acceso.
Sono entrati in quindici, forse venti.Tutti maschi, alcuni molto giovani, altri più grandi. Un particolare importante: a volto scoperto. Che significa impunità, copertura del quartiere. O forse solo sfrontatezza malriposta, perché tanta tracotanza potrebbe aver accorciato il mistero: i carabinieri sono già sulle loro tracce, per tutta la giornata e nella notte si sono susseguiti gli interrogatori.
D’altronde, davanti al bar «Brothers», con i vetri spaccati e ancora le tracce di sangue sul pavimento, una cosa sembrava chiara: erano in molti a sapere chi fosse stato. Forse non proprio nome e cognome, ma i gruppetti che perseguitano gli immigrati sono noti a tutti. Tra di loro si chiamano «la commitiva», forse anche con tre «m». Sostano in una piazzetta del quartiere, si spostano in motorino, hanno tra i 15 e i 20 anni e ce l’hanno con i neri. «Ragazzini, ragazzini cresciuti male. Non sanno che fare e se la prendono con noi», vale un’analisi sociologica l’osservazione di Huddin, anche lui due mesi fa vittima di un’aggressione a tarda sera, quando tornava da lavoro: si sono fermati due ragazzi in motorino, gli hanno chiesto una sigaretta, «non fumo» la risposta «e perché non fumi?», poi la richiesta di soldi. E alla fine gli spintoni, con qualche epiteto razzista e la frase di rito: «Tornatene a casa tua».
Di racconti così ce ne sono a decine. Ma chi siano i ragazzini che si divertono a farla pagare agli immigrati - e in particolare i bangladeshi, proprio perché sono tranquilli e non reagiscono facilmente alle provocazioni - li conoscono benissimo anche «gli italiani» (le virgolette sono d’obbligo, visto che diversi immigrati qui hanno la cittadinanza, compreso il titolare del Brothers). Ieri in parecchi sostavano a via Murlo, avevano voglia di dire la loro e soprattutto di difendere
l’immagine della Magliana: «Finitela con questa storia del razzismo, questo è un posto tranquillo». La solidarietà verso chi è stato ferito c’è a parole («certo, così non si fa»), ma più forte è il fastidio per il degrado che si respira in quella strada: «Qui di sera non si può passare. Qualcuno evidentemente non ce l’ha fatta più e alla fine ha reagito», dice una signora con la busta della spesa, che stabilisce una sottilissima e velenosissima linea di demarcazione: «Non è un attacco razzista, tutt’al più è una punizione». In molti approvano: certo, una punizione, il quartiere prima o poi reagisce. E sul bar di via Murlo, più d’uno dice: «Li avevano avvertiti».
Si narra, ma è tutto da verificare, che le cose siano andate più o meno così. Prima una lite tra alcuni quindicenni e alcuni ragazzi del Bangladesh (ma nessuo a via Murlo ricorda screzi), i quali sarebbero quindi andati a chiamare «quelli più grandi» in un bar della zona, notoriamente frequentato da gente di destra e con qualche precedente penale, che avrebbe colto la palla al balzo per «difendere» i ragazzini italiani. Il raggruppamento sarebbe avvenuto in una strada adiacente a via Murlo, anche se le telecamere della vicina banca non hanno ripreso nulla.
Di certo c’è soltanto che chi ha spaccato i vetri e il locale di Mohammed Masum
Miam lo ha fatto con paletti trovati per strada e gambe di tavolini. Secondo il comandante dei carabinieri Alessandro Casarsa è un elemento che ne connota la non premeditazione: «Sono oggetti facilmente reperibili e non riconoscibili come armi». Altro elemento che viene preso in considerazione è che, prima di andarsene, i cavalieri senza macchia che vogliono ripulire il quartiere si sono intascati circa duecento euro trovati in cassa. Se ci sia una matrice politica è tutto da verificare. Fa pensare, però, che proprio la sera prima le vie del quartiere si siano riempite di scritte che recitano: «Il quartiere cambia, Magliana nera».
Ma la Magliana non è fatta soltanto dei ragazzini della «commitiva» che vivono
la strada e che cercano il brivido compiendo la bravata di turno. E’ anche un quartiere con un tessuto associativo che proprio in questi anni sta rinascendo,
con una storia di lotte popolari, e dove - lasciando stare la storia, che ricordano in pochi - di giorno è pieno di famiglie e bambini, nei negozi si confondono famiglie italiane e straniere come nelle scuole. Solo che passate le nove è il deserto dei tartari. In una zona che ospita circa 20 mila persone non c’è un cinema, non c’è un teatro, non c’è - neanche di giorno - un luogo di aggregazione giovanile. I ragazzini si ritrovano nelle pizzerie al taglio e nelle sale giochi il pomeriggio, e la sera al bar - quei pochi che rimangono aperti. Chi, tra gli adulti, sia italiani che stranieri vuole farsi una bevuta pesante va a via Murlo dove c’è un alimentari gestito sempre da bangladeshi che vende vino a pochi euro.
E’ questo vuoto sociale che mettono sotto accusa i ragazzi di «Insensinversi». Da un paio di anni hanno aperto una scuola di italiano per stranieri, sono riusciti a creare un buon dialogo con moltissime persone, vogliono avviare un progetto più ampio che cerchi di intercettare proprio i ragazzini della Magliana per coinvolgerli in attività interculturali «ma chi fa un lavoro di questo tipo - racconta Simone Sestieri - non viene facilitato, tutt’altro». C’entra la politica nell’attacco dell’altra sera? «Questo non lo sappiamo, di certo un progetto politico di estrema destra sta prendendo piede in questa zona e sicuramente tra questi ragazzini che non hanno niente da fare tutto il giorno si trova una manovalanza pronta a riconoscersi in ideologie di quel tipo. Ma ci si può lavorare, e fermare questo declino, basta volerlo».

da IlManifesto

Camerata Zarate, presente! Insieme alla Polverini... .


Questa foto, scattata domenica all'Olimpico in occasione di Lazio-Bari, dimostra tutta la cultura politica di una curva e di Mauro Zarate, attaccante della squadra biancoazzurra.

Per Zarate non c'è nemmeno la scusante delle umili origini e magari di una bassa cultura. Il numero dieci della Lazio proviene infatti da una famiglia piuttosto ricca e, probabilmente, magari piena di nostalgie verso la dittatura di Videla (quella che i dissidenti li gettava in mare dall'elicottero). Illuminante il confronto tra le reazioni a questo gesto (nessuna) e quelle che sono seguite nei confronti di Balotelli quando ha manifestato insofferenza per i cori razzisti a Verona. Balotelli è stato colpevolizzato ed accusato di non saper fare il calciatore mentre, per Zarate, fare il saluto romano e contribuire a propagandare il fascismo in un luogo pubblico fa parte della più tranquilla normalità. Siccome un calciatore può essere squalificato anche per i gesti allo stadio, e non solo se sta giocando, il paragone con Paolo Di Canio è illuminante.

Cinque anni fa Di Canio, per un saluto romano dopo Livorno-Lazio, fu squalificato per una giornata. E al governo c'era il centrodestra. Oggi è tutto nella norma anzi, i media ritengono che non sia neanche opportuno sollevare l'attenzione su questo gesto. Questa naturalizzazione del fascismo dovrebbe far capire qualcosa al centrosinistra. Non è che omettendo di denunciare questi gesti pubblici che il fenomeno si sgonfia. Anzi, l'apologia del fascismo e dello squadrismo finisce per essere considerata naturale come se si trattasse di una conversazione durante una passeggiata. Del resto uno striscione enorme "Roma è fascista", in occasione di un Roma-Livorno, non trovò neanche un filo di critica presso l'allora sindaco della capitale Veltroni (che nello stesso anno intitolò una via al fascista Paolo Di Nella). Il centrosinistra, a furia di cercare di assorbire fenomeni, sta quindi giocando con un fuoco che rischia di bruciarlo (e noi con lui).

E che dire di quel genialoide di consigliere comunale del centrosinistra che a Livorno voleva ripristinare "la sovranità democratica in curva" contro la cultura di sinistra della nord ?
Lo vogliamo vedere subito al campo di allenamento della Lazio a chiedere il ripristino della sovranità democratica.
Il difensore della democrazia si vede nei momenti difficili.

P.s: Inutile rammentare che insieme a Zarate era presente in balaustra anche la candidata del PdL alla Regione Lazio Renata Polverini. Una scena pietosa che racconta senza ulteriori commenti la ridicolezza sia della candidata che della curva-business della Lazio

da Indymedia

NOMADI - DIO E' MORTO



NOMADI - DIO E' MORTO

Ho visto
La gente della mia età andare via
Lungo le strade che non portano mai a niente
Cercare il sogno che conduce alla pazzia
Nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già
Lungo le notti che dal vino son bagnate
Dentro le stanze da pastiglie trasformate
Lungo le nuvole di fumo, nel mondo fatto di città,
Essere contro od ingoiare la nostra stanca civiltà
E un Dio che è morto
Ai bordi delle strade Dio è morto
Nelle auto prese a rate Dio è morto
Nei miti dell'estate Dio è morto.
Mi han detto che questa mia generazione ormai non crede
In ciò che spesso han mascherato con la fede
Nei miti eterni della patria o dell'eroe
Perché è venuto il momento di negare tutto ciò che è falsità
Le fedi fatte di abitudini e paura
Una politica che è solo far carriera
Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto
L'ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
E un Dio che è morto
Nei campi di sterminio Dio è morto
Coi miti della razza Dio è morto
Con gli odi di partito Dio è morto.
Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi
Perché noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni
E poi risorge
In ciò che noi crediamo Dio è risorto
In ciò che noi vogliamo Dio è risorto
Nel mondo che faremo
Dio è risorto,
Dio è risorto

lunedì 15 marzo 2010

La crisi del Sud al tempo dei governi nordisti.


Un'analisi sui rcenti dati dell'Istat e gli effetti della crisi nel Meridione

di Alfonso De Vito
Mi sembra che i dati pubblicati dall'Istat sulla crisi industriale nel sud italia meritino una socializzazione e qualche spunto di riflessione.
Dal primo gennaio 2008 a settembre 2009 c'è stata una perdita secca del 10% dei posti di lavoro nell'industria nelle regioni meridionali, contro la media del 3% nazionale..! In concreto circa 90.000 posti di lavoro di cui 26.000 nella sola Campania. Ed è un dato ammortizzato dall'aumento del 160% della cassa integrazione solo nel 2009 (questo è un altro dato incredibile: in Italia sono state autorizzate un miliardo di ore di cassa integrazione nel 2008, un fatto senza precedenti, alla faccia del cosiddetto libero mercato...).

Si tratta di dati che danno la misura degli effetti della crisi nel meridione e smentiscono la vulgata che il comparto manifatturiero nel Sud, legato soprattutto alla piccola dimensione (2-3 addetti di media) e già ridotto al consumo interno (tessile, arredamento ecc) per via delle tecnologie spesso obsolete e tradizionali, avrebbe sofferto meno la bufera della crisi internazionale. Avrebbe dovuto essere meno visibile alla crisi proprio perchè meno legato alle esportazioni, al reperimento di grandi finanziamenti per investire in produttività e ricerca, al calo della domanda sulle merci più costose ecc.
Su sette distretti industriali in Campania, cinque riguardano il comparto tessile, con due terzi delle aziende che dichiarano meno di 5 dipendenti e non arrivano a mezzo milione di fatturato, puntando soprattutto alle fasce basse del mercato. Meno del 5% raggiungono mercati internazionali...
Ma in realtà la politica di competere solo sul costo del lavoro, abbattendo i salari, ha ferocemente fallito nei confronti della competizione europea e internazionale di paesi come la Cina o quelli dell'est europa, che su questo profilo non temono confronti e che proprio in virtù della crisi, tendono a immettere ancora di più le proprie merci pure in piccoli mercati come l'italia del Sud.
Paesi che sono diventati molto piu' remunerativi per le multinazionali, comprese quelle di origine italiana come la Fiat che ormai in Europa ha il suo fulcro produttivo in Polonia e mantiene gli stabilimenti nel sud Italia solo come elemento di contrattazione sugli aiuti di Stato.
Vedi Pomigliano e Termini Imerese.
L'altro aspetto della competitività, la produttività del lavoro legata a tecnologie, conoscenze e infrastrutture, è invece crollata ancora nel meridione ed è in media del 22% in meno che nel nord del paese...

Una situazione in linea con le politiche economiche che il neoliberismo ha prodotto in Europa:
infatti la liberalizzazione della circolazione di merci e capitali favorisce il loro flusso verso il centro, dove il vantaggio competitivo legato alla migliore organizzazione, sinergie, tecnologie e infrastrutture è decisivo. Le stesse reti del nuovo capitalismo cognitivo precipitano soprattutto al centro redditi e potenzialità.
A fronte di questo prevedibile processo, la linea non è stata quella di investire nelle periferie, nei mezzogiorno d'Europa, e al tempo stesso uniformare i modelli di welfare e i livelli salariali, ma quella opposta, di favorire la deregulation e la precarizzazione di lavoro e salari, perchè questo "avrebbe recuperato lo svantaggio competitivo verso il centro, sul piano del costo del lavoro".
Una previsione fallimentare anche capitalisticamente, almeno per le aree più deboli della vecchia unione europea, e che spiega in parte la perdita di mercati, l'abbassamento dei redditi, l'esplosione dei conti pubblici, dal Sud Italia ad alcune regioni della Spagna, alla Grecia ecc.
Paesi che sul piano della riduzione dei salari, per quanto importante, non competono certo con Romania, Bulgaria o Polonia - che a loro volta pagano l'inflazione e la progressiva caduta di domanda interna - e che in alcune aree vedono (fortunatamente...) ancora il sopravvivere di significative forme di resistenza e di rigidità dei lavoratori rispetto alla precarizzazione.
Pesa sicuramente un processo di costruzione dell'Unione Europea nel momento di massima debolezza dei lavoratori dopo i cicli di lotte del secolo scorso. I sindacati tradizionali, dal canto loro, sono rimasti chiusi nella dimensione nazionale, pesantemente indeboliti dai processi di riorganizzazione del lavoro e spesso incapaci di rappresentare gli interessi delle nuove figure produttive del post-fordismo. In molti casi tendono a trasformarsi in agenzie di servizi e sono pesantemente condizionati dalla burocratizzazione quando non proprio dalla corruzione, finendo ridotti in condizioni supine, ai limiti della connivenza con le strategie del padrone.
Perciò alla liberalizzazione dei processi economici non ha corrisposto nessun livello di fiscalità europea, nessun tentativo di uniformare il welfare o i salari, favorendo solo l'uso capitalistico della divisione del lavoro e della discriminazione verso i lavoratori immigrati, con il prevedibile effetto dei rigurgiti localistici, del razzismo e dello sfruttamento politico della paura sociale.
La stessa introduzione dell'euro, se da un lato mette parzialmente al riparo dall'esplodere delle tempeste speculative, dall'altro ha comportato un' enorme inflazione mascherata, uniformando in tendenza il costo delle merci nel mercato interno della UE, con una potente erosione di potere d'acquisto dei salari nelle aree più depresse senza per questo restituire niente in termini di appetibilità del prezzo delle merci prodotte in queste zone sui mercati esteri. Tanto che alcuni paesi come la Grecia, come si sa, sentono sempre più la tentazione di uscire dalla moneta unica per svalutare e recuperare almeno sul terreno della competitività nelle esportazioni.

Ritornando al Sud Italia, la crisi industriale sconta anche il calo della domanda interna legata alla ripresa dei processi di emigrazione, visto che negli ultimi dieci anni sono emigrate circa settecentomila persone! Un flusso che a differenza degli anni '60 non corrisponde a un'offerta fordista nel nord del paese.
In questa situazione i governi che si stanno alternando, specie quelli determinati dalla lega nord, sentono molto meno il bisogno del Sud e lo hanno ampiamente penalizzato. Sempre i dati Istat dicono che posta a 100 la spesa pubblica pro-capite in Italia, al Sud è 84, al Nord è 104, nelle regioni a statuto speciale del Nord è 132...
I FAS ,Fondi europei per le aree sottosviluppate, sono stati stornati per alcuni miliardi di euro, tutti sottratti al Sud. Il pil pro-capite nel meridione negli ultimi otto anni è cresciuto sempre meno che al Nord.
Un quadro che rischia di essere peggiorato dal federalismo fiscale, dalla rottura della contrattazione nazionale e collettiva con l'introduzione di fatto delle gabbie salariali, dai tassi sull'analfabetismo di ritorno, dall'ulteriore deregulation - l'attuale ddl sull'arbitrato già passato al Senato cancella praticamente l'art.18 - dalle politiche europee che penalizzano l'autosufficenza alimentare. Per non parlare dei meccanismi endogeni, come l'ulteriore spostamento di capitali verso l'economia in nero e quella gestita dalla criminalità organizzata come avviene sempre in tempo di crisi, l'uso più frammentato e clientelare della spesa pubblica rispetto al nord e infine la scomparsa dei redditi familiari legati all'invecchiamento di quel che resta dei lavoratori più garantiti, che fino ad ora hanno spesso rappresentato un paracadute per i nuovi precari.
In questo scenario il Sud appare abbandonato al partito del mattone e terra di conquista per il capitalismo più speculativo contro l'uomo e la natura. In prima fila l'assalto delle multinazionali per lo sfruttamento dell'ambiente e la privatizzazione dei servizi pubblici locali (tipo l'acqua), tutti interventi ad alto costo sociale per i ceti subalterni...
Pur in una situazione che, come ovunque, presenta macchie di leopardo, le uniche filiere funzionanti rischiano di restare quelle legate ai traffici extralegali e all'economia sommersa.

La sintesi di questo quadro non ci serve per indurci ad un improvviso rigurgito produttivista... non bisogna infatti dimenticare che tutto questo avviene al tempo delle meraviglie e delle enormi potenzialità della tecnica, ma è figlio di quel meccanismo distorsivo per cui la società capitalistica soffoca la cooperazione solidale tra gli esseri umani e, mentre induce sempre nuovi consumi, tende a rendere scarsi pure i beni essenziali, per valorizzarli e trarne profitto.
Il problema è che in questa situazione e in assenza di un conflitto sociale vero, la caduta quantitativa e qualitativa del piano occupazionale e produttivo si traduce automaticamente in costo sociale e anche in degenerazione della cultura sociale.
Napoli a metà degli anni '80 era tra le prime cinque città d'Italia come livello di industrializzazione. Si trattava di un fenomeno in molti casi assistito, ma il suo smantellamento ha disintegrato i livelli di garanzia e la cultura costruiti dalle lotte della società fordista senza sostituirvi quasi niente se non quello che si è autoprodotto dal basso.
In una situazione metropolitana anomala in occidente, con una densità di abitanti per chilometro quadrato che è il doppio della seconda in Italia (la provincia di Milano...), con una straordinaria quota di città informale, in termini urbanistici, economici, sociali, rispetto alla città consolidata, con una percentuale altissima di sottoproletariato e, soprattutto nell'area Nord, con quella che è forse la più grande banlieuse dell'Europa occidentale.
In fondo il fallimento del Bassolinismo, al di là dei processi di corruzione che accompagnano quasi sempre tutti i fallimenti, va inteso anche come flop dei processi di terziarizzazione post-fordista della metropoli sul modello seguito anche da molte altre città europee. Con tutta la retorica di accompagnamento della "civilizzazione" e della conseguente gentrificazione a cui larga parte del sottoproletariato urbano, in termini magari spuri e poco presentabili, ha fatto comprensibilmente resistenza. Perchè Napoli non aveva la composizione di una normale metropoli europea!
Il che non toglie ovviamente le responsabilità della classe dirigente, anzi...
Un buon esempio è il porto di Napoli: negli anni '80, quando era un porto metalmeccanico inquinante, arrivava fino a diecimila dipendenti. Poi c'era il contrabbando delle sigarette... oggi è uno dei porti commerciali più importanti del mediterraneo, ma non distribuisce reddito nè direttamente, nè tramite indotto e la città, ridotta soprattutto a territorio di transito delle merci, legali e illegali, non ha quasi più un rapporto col mare.
I meccanismi di esternalizzazione del governo pubblico - penso alle STU, al patrimonio immobiliare affidato a Romeo, alla riscossione dei crediti gestita da Equitalia - hanno permesso di rimuovere le forme di welfare ineguale e distorto che c'erano prima senza che però se ne siano sostituite altre e senza che la classe politica, sempre più parassitaria, si assumesse la responsabilità dei cambiamenti.

Dobbiamo però guardare quello che succede nei sud d'Europa anche con sguardo nuovo. La perdita di cittadinanza nel meridione, intesa come perdita della base materiale di esercizio dei diritti, va infatti inquadrata in un profilo europeo. Esattamente nel processo di costruzione di un'area post-nazionale che, se non implode nelle sue contraddizioni, sembra costituzionalizzarsi nei fatti su un modello a cittadinanza differenziale. Tale modello ha sugli immigrati la sua sperimentazione primaria ma che riguarda anche gli autoctoni.
Questa riflessione, con tutti i limiti, vuole fotografare una situazione, anzi un suo taglio particolare, e non suggerire soluzioni che non ha. Ma mi pare che il punto stia proprio nella capacità di riprendere da un lato uno sguardo sulla specificità della questione meridionale e dall'altro un ottica transnazionale che la sottragga al revanscismo conservatore delle destre populiste. Sicuramente serve fare un bilancio vero dell'eredità degli istituti economici, politici e sociali prodotti dalla gestione strategica del sottosviluppo meridionale da parte dello Stato italiano nel secondo dopo guerra. E che hanno prodotto molteplici meccanismi di tribalizzazione degli interessi e di confinamento delle soggettività...
Ci serve soprattutto inchiestare i processi di rottura di questo confinamento, le lotte sociali, anche nelle loro forme spurie, perchè le lotte non nascono nella teoria. E in una realtà come la nostra si danno spesso anche come pura sottrazione alla governamentalità dei corpi, ai dispositivi del biopotere. Gli esempi di costruzione di spazio comune e rivendicazione esplicita di diritti, dal reddito ai saperi, a un futuro eco-sostenibile, alla vivibilità dei territori, contro il generale esproprio di parola pubblica e istanze politiche. Ma anche la contrattualità sotterranea e l'uso del conflitto da parte dei ceti subalterni di questa città: da analizzare nell'orizzonte della costruzione di spazi di autonomia e di autorganizzazione e viceversa rispetto ai rischi corporativi, di corruzione orizzontale e di confinamento. Senza però falsi moralismi e senza preconcetti.
Forse, con tutte le differenze, può tornare utile la cassetta degli attrezzi degli studi post-coloniali. Ma una cosa è certa, al di là del merito delle rivendicazioni da avanzare sui diritti di nuova cittadinanza: solo una ripresa del conflitto sociale verso l'alto, e magari su scala transnazionale nei diversi mezzogiorno d'Europa, può restituire una possibilità e un pò di luce per capire.


"Un ubriaco si reca di notte a casa, ma davanti alla porta si accorge di avere perso le chiavi. Torna indietro e le cerca sotto i lampioni. Non perchè è sicuro di averle perse lì, ma perchè è l'unico posto in cui c'è luce..."
(aneddoto raccontato da Einstein per spiegare la novità della meccanica quantistica)

da GlobalProject

ASSALTI FRONTALI - LE MERDE FANNO AFFARI



ASSALTI FRONTALI - LE MERDE FANNO AFFARI

So you wanna fry my brain? / so you wanna fry my brain?
una mattina mi son svegliato e ho trovato l'untore / oh partigiano portami via quel palo ripetitore
h ll sul te-te-tetto maledetto / punta drit- drit- dritto alla mia camera da letto / h mattina sto in cucina
a prendermi il caffh / quando vedo lassy in cima una squadra della tre / capisci il mio sgomento
le merde fanno affari / piantando addosso a noi antenne per i cellulari / e cari miei amati ascoltatori
se li vedete all'opera capite i miei dolori / quegli mbonitori, sono dei violentatori / peggio della sars,
ti sfondano di radiazioni / era una mattina bella quando da st'affaccio / vedo quel corvaccio che mi
stringe in un abbraccio / apro la finestra e mi sento di morire / oh partigiano... meglio muoversi e agire.
c'h un qualcuno lassy appeso al palo che lavora / gli grido: "tu scendi giy hai sbagliato persona
cosa stai facendo a quali' altezza su quella terraza? / valla a montare in faccia a casa tua
quella seliffezza / che mattina da segnarmela nel calendario / scendo In strada e dr l'allarme
a tutto il circondario / grido: attenzionel signori e signore / alzate gli occhi al cielo c'h un bacillo invasore
questo h il business delle antenne sui palazzi / ci sparano le onde come lanciarazzi
e sono cazzi e sono cazzi / perchh adesso noi diventiamo pazzi
sono quindici metri di ripetitore / la gente passa guarda e dice- ma che brutto fiore! -
io al megafono rispondo quello h un fiore velenoso / giorno e notte ti perfora il sistema nervoso / entra in casa
zitto zitto senza dire nulla / ma le onde se le prende anche mia figlia nella culla / questo mi fa incazzare,
avvelenare il sangue / per me h gi` aperta una guerra civile strisciante / molti forse ancora non lo sanno
ma chi affitta il tetto becca ventimila euro l'anno / coperto per l'effetto dell'ombrello
ai vicini invece le onde friggono il cervello / capito i corrotti? i grandi cuori! / si pittano lo stabile e si pagano
I termosifoni / a noi ci lasciano principi e rischi di tumori / capito la citt` civile sindaco veltroni!
questo h il business delle antenne sui palazzi / ci sparano le onde come lanciarazzi
e sono cazzi e sono cazzi / perchh adesso noi diventiamo pazzi
cos' sono in strada e ne ho raccolti cento / di incazzati del quartiere e vaffanculo a ogni regolamento
il traffico h bloccato, poi anche l' isolato / chiamate chi vi pare, i vigili, la Nato / questo h un allarme sociale
buttate giy l'antenna da quel tetto Infame / e vergogna per i giuda che l'hanno accettata
hanno tradito e violentato questa bella strada / scendono signore, arrivano i ragazzi / siamo in cinquecento
ora e diventiamo pazzi / questa h l'aria che noi respiriamo, h la nostra vita / noi l'amiamo e rifinita
e quelle onde sono una smaltita. / arriva l'assessore, poi le volanti della polizia / gli untori della tre
se ne vanno via / ma questa zona ora h preda da una scossa / lottiamo come fossimo leoni nella fossa
io da parte mia ormai sono una belva / perchh se guardi in alto vedi che ce n'h ma selva
qui fanno educazione permanente / a subire danni dall' alto e non dire niente
questo e il business delle antenne sui palazzi / ci sparano le onde come lanciaxazzi
e sono cazzi e sono cazzi / perchh adesso noi diventiamo pazzi
so you wanna fry my brain? / so you wanna fry my brain?

Gli orchi della Chiesa


di Pietro Ancona
Le reazioni del Vaticano alle accuse della stampa tedesca sui tanti casi di pedofilia scoperti in Germania sono sconcertanti. Parlano di tentativo fallito di coinvolgere il Papa negli scandali allo stesso modo come Berlusconi accusa di complotto chi gli imputa qualcosa. Stessa tecnica di comunicazione. Ma quale interesse avrebbe la stampa tedesca di mettere sotto accusa o di lanciare sospetti infamanti sulla figura del Capo della Chiesa Cattolica? La Germania, anche se è in parte protestante, non ha ragioni di contrasto con la Chiesa Cattolica. I suoi cittadini pagano una trattenuta sostanziosa che si trovano in busta paga dopo la la dichiarazione ( obbligatoria) della loro fede religiosa. Un meccanismo di riscossione quasi
automatico che consente alla Conferenza Episcopale tedesca ed al Vaticano di incassare somme ragguardevoli lucrati dall’obbligo di dichiarare la propria fede religiosa, obbligo esteso anche ai
lavoratori stranieri come ho potuto io stesso constatare leggendo una busta paga di un emigrato in Germania. La Germania , dopo l’Italia, credo sia la più generosa cornucopia del Vaticano.
Il comportamento dei governi tedeschi è sempre stato rispettoso ed attento a non suscitare incomprensioni. Sebbene la Germania sia la patria di Martin Lutero e della Riforma Protestante i cattolici hanno una forte presenza che in alcune regioni è anche maggioritaria.
La Gerarchia Vaticana si chiude a riccio e di blinda difronte alla vera e propria alluvione di scandali che arrivano da tutte le parti del mondo. Non c’è Chiesa Nazionale che non sia attraversata da gravissimi episodi di pedofilia dagli Stati Uniti all’Irlanda all’Olanda alla Germania all’Austria. Siamo difronte a migliaia e migliaia di casi che coinvolgono un numero incalcolabile di vittime. Anche l’Italia è punteggiata dal Nord al Sud da tanti episodi di violenza sessuale su minori.
Quello che viene alla luce è probabilmente una piccola parte del fenomeno che possiamo immaginare assai più esteso e profondo. Un fenomeno costante e persistente nel tempo. Abbiamo testimonianze che risalgono al seicento. In un libro di Vincenzo Pillitteri si descrivono le orge consumate nel conservatorio delle pie donzelle povere, una istituzione religiosa sovvenziata dal Monte di Pietà di Palermo che aveva lo scopo di crescere ed istruire fanciulle di famiglie molto povere e di condurle alla maggiore età . A leggere questa denunzia scritta da un avvocato cattolico si apre uno spiraglio sull’inferno degli orfanotrofi.Non sapremo mai tutta la verità. Bisogna prendere atto che la pedofilia è endemica alla Chiesa Cattolica. E’ la sua malattia cronica dalla quale non riesce a guarire o non vuol guarire. Non è possibile il verificarsi di tantissimi casi, la presenza di tanti orchi in abito talare nei punti più lontani
del pianeta se la propensione pedofila non fosse connaturale al corpus stesso della Chiesa. Non si tratta di qualche caso isolato, di una percentuale fisiologica e “normale”. Siamo in presenza di un fenomeno di massa. La giustificazione di Monsignor Lombardi che addita la presenza di pedofili anche nel mondo laico non è accettabile dal momento che le proporzioni sono diverse e che ci si aspetta da un religioso un comportamento rispettoso della integrità psico-fisica dei minori.
La Chiesa non farà niente se non aspettare che lo scorrere del tempo faccia dimenticare gli scandali.Non accenna neppure a cambiare per davvero la sua propensione a proteggere gli orchi che vengono magari allontanati e trasferiti. E basta. Il suo atteggiamento è omertoso e sembra nascondere una accettazione della pedofilia. Non dimenticherò facilmente la grottesca espressione di un monsignore accusato di avere abusato di tanti ragazzi. Ha detto testualmente: “i bambini provocano”. Alla tentazione della donna-satana si sostituisce quella del bambino perverso che suscita la lussuria repressa.
Le cose non cambieranno e gli scandalo continueranno almeno per quanto verrà più o meno accidentalmente alla luce. Per cambiare è necessaria una vera e propria rifondazione della Chiesa che vada molto oltre il Concilio Vaticano Secondo già dimenticato e che comunque non affrontò la questione. La Chiesa deve permettere ai suoi sacerdoti di sposarsi. Con questa misura, nel giro di due o tre generazioni il fenomeno della pedofilia sparirebbe o comunque si ridurrebbe di molto. . Deve anche cambiare il suo atteggiamento verso il genere femminile che viene criminalizzato ed escluso dal governo della Chiesa. E’ impressionante vedere le assemblee dei vescovi e dei cardinali. Sono costituite soltanto da uomini e spesso da uomini anziani. Bisognerebbe parificare
la donna riconoscendole la dignità al sacerdozio. In atto è relegata soltanto al monacato spesso servile e subalterno al dominio maschile delle istituzioni della Chiesa. L’ideologia cattolica verso la donna deve cambiare radicalmente.
Senza una profonda e radicale autoriforma, la Chiesa è destinata ad essere percepita soltanto come struttura di potere con tendenza imperialistica. Gli attuali tragici conflitti religiosi in Nigeria sono appunto derivanti dalla volontà di “evangelizzare” gli “infedeli”. Si ritengono i musulmani, gli indù e gli stessi ortodossi (vedi tentativo di radicamento in Russia) avversari religiosi da convertire. La Chiesa non rinunzia al suo vizio della conversione, un vizio che ha riempito la storia di tragedie e di orrende carneficine.
Infine osservo quanto sia facile per i pedofili religiosi e non a farla franca. E’ come se fossero protetti da poteri assai forti che, in caso di necessità, intervengono o per stendere un velo di silenzio o
per assicurare una sorta di impunità anche per delitti molto gravi. I caso avvenuti anni orsono in Belgio che riguardavano ricchi esponenti della aristocrazia che si divertivano a dare la caccia ai bambini nei boschi come fossero volpi e coniglietti non credo che abbiano avuto una adeguata sanzione giudiziaria. Sarebbe interessante avere una statistica dei processi per pedofilia e studiare il rapporto tra delitti e pene. Credo che impareremmo molto sulle tante gradazioni della giustizia in rapporto al ceto sociale. C’è da supporre la esistenza di una cupola tra alte sfere religiose e civili che stende sempre una rete di protezione omertosa sui pedofili che finiscono negli ingranaggi della giustizia.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it


http://www.facebook.com/note.php?note_id=250692600488
http://www.nuovofiscooggi.it/dal-mondo/articolo/germania-una-tassa-obbligatoriache-vale-una-scomunica

da Reset-Italia

domenica 14 marzo 2010

REGIONALI 29-29 MARZO 2010: Nichi Vendola e Claudia Raho a Nardò




Vendola vs Fitto: soldi bloccati dal governo


IN AGGIORNAMENTO, A BREVE GLI ALTRI VIDEO DELLA SERATA.