HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

lunedì 15 marzo 2010

La crisi del Sud al tempo dei governi nordisti.


Un'analisi sui rcenti dati dell'Istat e gli effetti della crisi nel Meridione

di Alfonso De Vito
Mi sembra che i dati pubblicati dall'Istat sulla crisi industriale nel sud italia meritino una socializzazione e qualche spunto di riflessione.
Dal primo gennaio 2008 a settembre 2009 c'è stata una perdita secca del 10% dei posti di lavoro nell'industria nelle regioni meridionali, contro la media del 3% nazionale..! In concreto circa 90.000 posti di lavoro di cui 26.000 nella sola Campania. Ed è un dato ammortizzato dall'aumento del 160% della cassa integrazione solo nel 2009 (questo è un altro dato incredibile: in Italia sono state autorizzate un miliardo di ore di cassa integrazione nel 2008, un fatto senza precedenti, alla faccia del cosiddetto libero mercato...).

Si tratta di dati che danno la misura degli effetti della crisi nel meridione e smentiscono la vulgata che il comparto manifatturiero nel Sud, legato soprattutto alla piccola dimensione (2-3 addetti di media) e già ridotto al consumo interno (tessile, arredamento ecc) per via delle tecnologie spesso obsolete e tradizionali, avrebbe sofferto meno la bufera della crisi internazionale. Avrebbe dovuto essere meno visibile alla crisi proprio perchè meno legato alle esportazioni, al reperimento di grandi finanziamenti per investire in produttività e ricerca, al calo della domanda sulle merci più costose ecc.
Su sette distretti industriali in Campania, cinque riguardano il comparto tessile, con due terzi delle aziende che dichiarano meno di 5 dipendenti e non arrivano a mezzo milione di fatturato, puntando soprattutto alle fasce basse del mercato. Meno del 5% raggiungono mercati internazionali...
Ma in realtà la politica di competere solo sul costo del lavoro, abbattendo i salari, ha ferocemente fallito nei confronti della competizione europea e internazionale di paesi come la Cina o quelli dell'est europa, che su questo profilo non temono confronti e che proprio in virtù della crisi, tendono a immettere ancora di più le proprie merci pure in piccoli mercati come l'italia del Sud.
Paesi che sono diventati molto piu' remunerativi per le multinazionali, comprese quelle di origine italiana come la Fiat che ormai in Europa ha il suo fulcro produttivo in Polonia e mantiene gli stabilimenti nel sud Italia solo come elemento di contrattazione sugli aiuti di Stato.
Vedi Pomigliano e Termini Imerese.
L'altro aspetto della competitività, la produttività del lavoro legata a tecnologie, conoscenze e infrastrutture, è invece crollata ancora nel meridione ed è in media del 22% in meno che nel nord del paese...

Una situazione in linea con le politiche economiche che il neoliberismo ha prodotto in Europa:
infatti la liberalizzazione della circolazione di merci e capitali favorisce il loro flusso verso il centro, dove il vantaggio competitivo legato alla migliore organizzazione, sinergie, tecnologie e infrastrutture è decisivo. Le stesse reti del nuovo capitalismo cognitivo precipitano soprattutto al centro redditi e potenzialità.
A fronte di questo prevedibile processo, la linea non è stata quella di investire nelle periferie, nei mezzogiorno d'Europa, e al tempo stesso uniformare i modelli di welfare e i livelli salariali, ma quella opposta, di favorire la deregulation e la precarizzazione di lavoro e salari, perchè questo "avrebbe recuperato lo svantaggio competitivo verso il centro, sul piano del costo del lavoro".
Una previsione fallimentare anche capitalisticamente, almeno per le aree più deboli della vecchia unione europea, e che spiega in parte la perdita di mercati, l'abbassamento dei redditi, l'esplosione dei conti pubblici, dal Sud Italia ad alcune regioni della Spagna, alla Grecia ecc.
Paesi che sul piano della riduzione dei salari, per quanto importante, non competono certo con Romania, Bulgaria o Polonia - che a loro volta pagano l'inflazione e la progressiva caduta di domanda interna - e che in alcune aree vedono (fortunatamente...) ancora il sopravvivere di significative forme di resistenza e di rigidità dei lavoratori rispetto alla precarizzazione.
Pesa sicuramente un processo di costruzione dell'Unione Europea nel momento di massima debolezza dei lavoratori dopo i cicli di lotte del secolo scorso. I sindacati tradizionali, dal canto loro, sono rimasti chiusi nella dimensione nazionale, pesantemente indeboliti dai processi di riorganizzazione del lavoro e spesso incapaci di rappresentare gli interessi delle nuove figure produttive del post-fordismo. In molti casi tendono a trasformarsi in agenzie di servizi e sono pesantemente condizionati dalla burocratizzazione quando non proprio dalla corruzione, finendo ridotti in condizioni supine, ai limiti della connivenza con le strategie del padrone.
Perciò alla liberalizzazione dei processi economici non ha corrisposto nessun livello di fiscalità europea, nessun tentativo di uniformare il welfare o i salari, favorendo solo l'uso capitalistico della divisione del lavoro e della discriminazione verso i lavoratori immigrati, con il prevedibile effetto dei rigurgiti localistici, del razzismo e dello sfruttamento politico della paura sociale.
La stessa introduzione dell'euro, se da un lato mette parzialmente al riparo dall'esplodere delle tempeste speculative, dall'altro ha comportato un' enorme inflazione mascherata, uniformando in tendenza il costo delle merci nel mercato interno della UE, con una potente erosione di potere d'acquisto dei salari nelle aree più depresse senza per questo restituire niente in termini di appetibilità del prezzo delle merci prodotte in queste zone sui mercati esteri. Tanto che alcuni paesi come la Grecia, come si sa, sentono sempre più la tentazione di uscire dalla moneta unica per svalutare e recuperare almeno sul terreno della competitività nelle esportazioni.

Ritornando al Sud Italia, la crisi industriale sconta anche il calo della domanda interna legata alla ripresa dei processi di emigrazione, visto che negli ultimi dieci anni sono emigrate circa settecentomila persone! Un flusso che a differenza degli anni '60 non corrisponde a un'offerta fordista nel nord del paese.
In questa situazione i governi che si stanno alternando, specie quelli determinati dalla lega nord, sentono molto meno il bisogno del Sud e lo hanno ampiamente penalizzato. Sempre i dati Istat dicono che posta a 100 la spesa pubblica pro-capite in Italia, al Sud è 84, al Nord è 104, nelle regioni a statuto speciale del Nord è 132...
I FAS ,Fondi europei per le aree sottosviluppate, sono stati stornati per alcuni miliardi di euro, tutti sottratti al Sud. Il pil pro-capite nel meridione negli ultimi otto anni è cresciuto sempre meno che al Nord.
Un quadro che rischia di essere peggiorato dal federalismo fiscale, dalla rottura della contrattazione nazionale e collettiva con l'introduzione di fatto delle gabbie salariali, dai tassi sull'analfabetismo di ritorno, dall'ulteriore deregulation - l'attuale ddl sull'arbitrato già passato al Senato cancella praticamente l'art.18 - dalle politiche europee che penalizzano l'autosufficenza alimentare. Per non parlare dei meccanismi endogeni, come l'ulteriore spostamento di capitali verso l'economia in nero e quella gestita dalla criminalità organizzata come avviene sempre in tempo di crisi, l'uso più frammentato e clientelare della spesa pubblica rispetto al nord e infine la scomparsa dei redditi familiari legati all'invecchiamento di quel che resta dei lavoratori più garantiti, che fino ad ora hanno spesso rappresentato un paracadute per i nuovi precari.
In questo scenario il Sud appare abbandonato al partito del mattone e terra di conquista per il capitalismo più speculativo contro l'uomo e la natura. In prima fila l'assalto delle multinazionali per lo sfruttamento dell'ambiente e la privatizzazione dei servizi pubblici locali (tipo l'acqua), tutti interventi ad alto costo sociale per i ceti subalterni...
Pur in una situazione che, come ovunque, presenta macchie di leopardo, le uniche filiere funzionanti rischiano di restare quelle legate ai traffici extralegali e all'economia sommersa.

La sintesi di questo quadro non ci serve per indurci ad un improvviso rigurgito produttivista... non bisogna infatti dimenticare che tutto questo avviene al tempo delle meraviglie e delle enormi potenzialità della tecnica, ma è figlio di quel meccanismo distorsivo per cui la società capitalistica soffoca la cooperazione solidale tra gli esseri umani e, mentre induce sempre nuovi consumi, tende a rendere scarsi pure i beni essenziali, per valorizzarli e trarne profitto.
Il problema è che in questa situazione e in assenza di un conflitto sociale vero, la caduta quantitativa e qualitativa del piano occupazionale e produttivo si traduce automaticamente in costo sociale e anche in degenerazione della cultura sociale.
Napoli a metà degli anni '80 era tra le prime cinque città d'Italia come livello di industrializzazione. Si trattava di un fenomeno in molti casi assistito, ma il suo smantellamento ha disintegrato i livelli di garanzia e la cultura costruiti dalle lotte della società fordista senza sostituirvi quasi niente se non quello che si è autoprodotto dal basso.
In una situazione metropolitana anomala in occidente, con una densità di abitanti per chilometro quadrato che è il doppio della seconda in Italia (la provincia di Milano...), con una straordinaria quota di città informale, in termini urbanistici, economici, sociali, rispetto alla città consolidata, con una percentuale altissima di sottoproletariato e, soprattutto nell'area Nord, con quella che è forse la più grande banlieuse dell'Europa occidentale.
In fondo il fallimento del Bassolinismo, al di là dei processi di corruzione che accompagnano quasi sempre tutti i fallimenti, va inteso anche come flop dei processi di terziarizzazione post-fordista della metropoli sul modello seguito anche da molte altre città europee. Con tutta la retorica di accompagnamento della "civilizzazione" e della conseguente gentrificazione a cui larga parte del sottoproletariato urbano, in termini magari spuri e poco presentabili, ha fatto comprensibilmente resistenza. Perchè Napoli non aveva la composizione di una normale metropoli europea!
Il che non toglie ovviamente le responsabilità della classe dirigente, anzi...
Un buon esempio è il porto di Napoli: negli anni '80, quando era un porto metalmeccanico inquinante, arrivava fino a diecimila dipendenti. Poi c'era il contrabbando delle sigarette... oggi è uno dei porti commerciali più importanti del mediterraneo, ma non distribuisce reddito nè direttamente, nè tramite indotto e la città, ridotta soprattutto a territorio di transito delle merci, legali e illegali, non ha quasi più un rapporto col mare.
I meccanismi di esternalizzazione del governo pubblico - penso alle STU, al patrimonio immobiliare affidato a Romeo, alla riscossione dei crediti gestita da Equitalia - hanno permesso di rimuovere le forme di welfare ineguale e distorto che c'erano prima senza che però se ne siano sostituite altre e senza che la classe politica, sempre più parassitaria, si assumesse la responsabilità dei cambiamenti.

Dobbiamo però guardare quello che succede nei sud d'Europa anche con sguardo nuovo. La perdita di cittadinanza nel meridione, intesa come perdita della base materiale di esercizio dei diritti, va infatti inquadrata in un profilo europeo. Esattamente nel processo di costruzione di un'area post-nazionale che, se non implode nelle sue contraddizioni, sembra costituzionalizzarsi nei fatti su un modello a cittadinanza differenziale. Tale modello ha sugli immigrati la sua sperimentazione primaria ma che riguarda anche gli autoctoni.
Questa riflessione, con tutti i limiti, vuole fotografare una situazione, anzi un suo taglio particolare, e non suggerire soluzioni che non ha. Ma mi pare che il punto stia proprio nella capacità di riprendere da un lato uno sguardo sulla specificità della questione meridionale e dall'altro un ottica transnazionale che la sottragga al revanscismo conservatore delle destre populiste. Sicuramente serve fare un bilancio vero dell'eredità degli istituti economici, politici e sociali prodotti dalla gestione strategica del sottosviluppo meridionale da parte dello Stato italiano nel secondo dopo guerra. E che hanno prodotto molteplici meccanismi di tribalizzazione degli interessi e di confinamento delle soggettività...
Ci serve soprattutto inchiestare i processi di rottura di questo confinamento, le lotte sociali, anche nelle loro forme spurie, perchè le lotte non nascono nella teoria. E in una realtà come la nostra si danno spesso anche come pura sottrazione alla governamentalità dei corpi, ai dispositivi del biopotere. Gli esempi di costruzione di spazio comune e rivendicazione esplicita di diritti, dal reddito ai saperi, a un futuro eco-sostenibile, alla vivibilità dei territori, contro il generale esproprio di parola pubblica e istanze politiche. Ma anche la contrattualità sotterranea e l'uso del conflitto da parte dei ceti subalterni di questa città: da analizzare nell'orizzonte della costruzione di spazi di autonomia e di autorganizzazione e viceversa rispetto ai rischi corporativi, di corruzione orizzontale e di confinamento. Senza però falsi moralismi e senza preconcetti.
Forse, con tutte le differenze, può tornare utile la cassetta degli attrezzi degli studi post-coloniali. Ma una cosa è certa, al di là del merito delle rivendicazioni da avanzare sui diritti di nuova cittadinanza: solo una ripresa del conflitto sociale verso l'alto, e magari su scala transnazionale nei diversi mezzogiorno d'Europa, può restituire una possibilità e un pò di luce per capire.


"Un ubriaco si reca di notte a casa, ma davanti alla porta si accorge di avere perso le chiavi. Torna indietro e le cerca sotto i lampioni. Non perchè è sicuro di averle perse lì, ma perchè è l'unico posto in cui c'è luce..."
(aneddoto raccontato da Einstein per spiegare la novità della meccanica quantistica)

da GlobalProject

1 commento:

  1. Angelo Cleopazzo16 marzo 2010 00:23

    Analisi di una verità crudele; l' articolo del signor Alfonso Vito disvela di fatto che ci sono più Italie.
    Ci sono dei Nord del mondo che soffocano le speranze ed i diritti delle popolazioni del Sud.
    Noi, quaggiù " dormiamo sopra un vulcano ". Ciò che il Nord pare non comprendere è che l' esplosione della esigenza di poter vivere in maniera onesta e dignitosa, qui a Sud, cambierà radicalmente il volto della storia.
    Noi non siamo colonie, siamo i figli di chi paga l' arroganza di un padrone che incatena i suoi servi! I popoli del Mediterraneo e quelli di ogni Sud devono marciare verso un socialismo nuovo che riporti al centro la madre Terra e la natura stessa di tutte le persone del pianeta.
    Anche le popolazioni del Nord dovranno farlo prima o poi e ciò resta ineludibile come pure il riscatto del Meridone.

    RispondiElimina