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lunedì 15 marzo 2010

Gli orchi della Chiesa


di Pietro Ancona
Le reazioni del Vaticano alle accuse della stampa tedesca sui tanti casi di pedofilia scoperti in Germania sono sconcertanti. Parlano di tentativo fallito di coinvolgere il Papa negli scandali allo stesso modo come Berlusconi accusa di complotto chi gli imputa qualcosa. Stessa tecnica di comunicazione. Ma quale interesse avrebbe la stampa tedesca di mettere sotto accusa o di lanciare sospetti infamanti sulla figura del Capo della Chiesa Cattolica? La Germania, anche se è in parte protestante, non ha ragioni di contrasto con la Chiesa Cattolica. I suoi cittadini pagano una trattenuta sostanziosa che si trovano in busta paga dopo la la dichiarazione ( obbligatoria) della loro fede religiosa. Un meccanismo di riscossione quasi
automatico che consente alla Conferenza Episcopale tedesca ed al Vaticano di incassare somme ragguardevoli lucrati dall’obbligo di dichiarare la propria fede religiosa, obbligo esteso anche ai
lavoratori stranieri come ho potuto io stesso constatare leggendo una busta paga di un emigrato in Germania. La Germania , dopo l’Italia, credo sia la più generosa cornucopia del Vaticano.
Il comportamento dei governi tedeschi è sempre stato rispettoso ed attento a non suscitare incomprensioni. Sebbene la Germania sia la patria di Martin Lutero e della Riforma Protestante i cattolici hanno una forte presenza che in alcune regioni è anche maggioritaria.
La Gerarchia Vaticana si chiude a riccio e di blinda difronte alla vera e propria alluvione di scandali che arrivano da tutte le parti del mondo. Non c’è Chiesa Nazionale che non sia attraversata da gravissimi episodi di pedofilia dagli Stati Uniti all’Irlanda all’Olanda alla Germania all’Austria. Siamo difronte a migliaia e migliaia di casi che coinvolgono un numero incalcolabile di vittime. Anche l’Italia è punteggiata dal Nord al Sud da tanti episodi di violenza sessuale su minori.
Quello che viene alla luce è probabilmente una piccola parte del fenomeno che possiamo immaginare assai più esteso e profondo. Un fenomeno costante e persistente nel tempo. Abbiamo testimonianze che risalgono al seicento. In un libro di Vincenzo Pillitteri si descrivono le orge consumate nel conservatorio delle pie donzelle povere, una istituzione religiosa sovvenziata dal Monte di Pietà di Palermo che aveva lo scopo di crescere ed istruire fanciulle di famiglie molto povere e di condurle alla maggiore età . A leggere questa denunzia scritta da un avvocato cattolico si apre uno spiraglio sull’inferno degli orfanotrofi.Non sapremo mai tutta la verità. Bisogna prendere atto che la pedofilia è endemica alla Chiesa Cattolica. E’ la sua malattia cronica dalla quale non riesce a guarire o non vuol guarire. Non è possibile il verificarsi di tantissimi casi, la presenza di tanti orchi in abito talare nei punti più lontani
del pianeta se la propensione pedofila non fosse connaturale al corpus stesso della Chiesa. Non si tratta di qualche caso isolato, di una percentuale fisiologica e “normale”. Siamo in presenza di un fenomeno di massa. La giustificazione di Monsignor Lombardi che addita la presenza di pedofili anche nel mondo laico non è accettabile dal momento che le proporzioni sono diverse e che ci si aspetta da un religioso un comportamento rispettoso della integrità psico-fisica dei minori.
La Chiesa non farà niente se non aspettare che lo scorrere del tempo faccia dimenticare gli scandali.Non accenna neppure a cambiare per davvero la sua propensione a proteggere gli orchi che vengono magari allontanati e trasferiti. E basta. Il suo atteggiamento è omertoso e sembra nascondere una accettazione della pedofilia. Non dimenticherò facilmente la grottesca espressione di un monsignore accusato di avere abusato di tanti ragazzi. Ha detto testualmente: “i bambini provocano”. Alla tentazione della donna-satana si sostituisce quella del bambino perverso che suscita la lussuria repressa.
Le cose non cambieranno e gli scandalo continueranno almeno per quanto verrà più o meno accidentalmente alla luce. Per cambiare è necessaria una vera e propria rifondazione della Chiesa che vada molto oltre il Concilio Vaticano Secondo già dimenticato e che comunque non affrontò la questione. La Chiesa deve permettere ai suoi sacerdoti di sposarsi. Con questa misura, nel giro di due o tre generazioni il fenomeno della pedofilia sparirebbe o comunque si ridurrebbe di molto. . Deve anche cambiare il suo atteggiamento verso il genere femminile che viene criminalizzato ed escluso dal governo della Chiesa. E’ impressionante vedere le assemblee dei vescovi e dei cardinali. Sono costituite soltanto da uomini e spesso da uomini anziani. Bisognerebbe parificare
la donna riconoscendole la dignità al sacerdozio. In atto è relegata soltanto al monacato spesso servile e subalterno al dominio maschile delle istituzioni della Chiesa. L’ideologia cattolica verso la donna deve cambiare radicalmente.
Senza una profonda e radicale autoriforma, la Chiesa è destinata ad essere percepita soltanto come struttura di potere con tendenza imperialistica. Gli attuali tragici conflitti religiosi in Nigeria sono appunto derivanti dalla volontà di “evangelizzare” gli “infedeli”. Si ritengono i musulmani, gli indù e gli stessi ortodossi (vedi tentativo di radicamento in Russia) avversari religiosi da convertire. La Chiesa non rinunzia al suo vizio della conversione, un vizio che ha riempito la storia di tragedie e di orrende carneficine.
Infine osservo quanto sia facile per i pedofili religiosi e non a farla franca. E’ come se fossero protetti da poteri assai forti che, in caso di necessità, intervengono o per stendere un velo di silenzio o
per assicurare una sorta di impunità anche per delitti molto gravi. I caso avvenuti anni orsono in Belgio che riguardavano ricchi esponenti della aristocrazia che si divertivano a dare la caccia ai bambini nei boschi come fossero volpi e coniglietti non credo che abbiano avuto una adeguata sanzione giudiziaria. Sarebbe interessante avere una statistica dei processi per pedofilia e studiare il rapporto tra delitti e pene. Credo che impareremmo molto sulle tante gradazioni della giustizia in rapporto al ceto sociale. C’è da supporre la esistenza di una cupola tra alte sfere religiose e civili che stende sempre una rete di protezione omertosa sui pedofili che finiscono negli ingranaggi della giustizia.
Pietro Ancona
http://medioevosociale-pietro.blogspot.com/
www.spazioamico.it


http://www.facebook.com/note.php?note_id=250692600488
http://www.nuovofiscooggi.it/dal-mondo/articolo/germania-una-tassa-obbligatoriache-vale-una-scomunica

da Reset-Italia

domenica 14 marzo 2010

REGIONALI 29-29 MARZO 2010: Nichi Vendola e Claudia Raho a Nardò




Vendola vs Fitto: soldi bloccati dal governo


IN AGGIORNAMENTO, A BREVE GLI ALTRI VIDEO DELLA SERATA.

sabato 13 marzo 2010

INTERCETTAZZIONI TELEFONICHE - BERLUSCONI, MINZOLINI, INNOCENZI






Uno sciopero "debole", salvato dagli studenti



Tutti i settori incrociano le braccia, manifestazioni in molte città. Ma le parole d'ordine del sindacato sono insufficienti e le piazze sono riempite dagli studenti.

La tanto agognata "prova di forza" della Cgil è alla fine arrivata: migliaia e migliaia le persone che sono scese in piazza oggi in tutta Italia per lo sciopero generale di quattro ore - otto solo nel pubblico impiego, scuola e sanità. Il sindacato di Corso Italia rivendica il diritto al lavoro, la riforma del fisco e l'integrazione dei lavoratori migranti. Sotto accusa, in particolare, l'inerzia dell'esecutivo di fronte alla crisi.

Fino a qui tutto bene, verrebbe da dire: parole d'ordine inattaccabili e tanti buoni propositi, alte adesioni e il Wall Street Journal che dà ragione ad Epifani... e invece NO! Lo sciopero di oggi è stato debolissimo, tanto nella sua costruzione quanto nella sua effettiva manifestazione di forza che non si è vista se non nei freddi tabulati percentuali delle adesioni... Innanzitutto uno sciopero generale che ha avuto un parto lungo e doloroso. Elettoralistico nei fini (secondo le voci più maligne che spesso però le più lucide) e di basso profilo nella piazza, avvelenato da un imminente Congresso nazionale che si preannuncia molto teso (percorso com'è stato da un "centralismo democratico" epifaniano che ha impedito una reale espressione di democrazia sindacale della base).

Le tanto gettonate parole d'ordine poi sono l'emblema di un trinceramento del sindacato confederale nella retorica rassicurante (ma perdente!) di una difesa del lavoro tutta limitata al mondo del lavoro pubblico o dipendente. Laddove questo sembra essere esclusivamente trattato come massa di manovra da mobilitare in scadenze simili, senza impatto e senza la più minima capacità d'incidere nei rapporti forza complessivi. Non ci si sorprenda allora se poi, questi stessi lavoratori, decidono di starsene a casa o viversi la giornata come sacrosanto momento di vacanza e riposo. Del resto forse, a Epifani e alla sua cricca la cosa non dispiace poi tanto, contenti e soddisfatti di corteini che non arrecano disturbo, permettono comizi finali senza increspature e vengono diligentemente ripresi dalle telecamere dei Tg nazionali.

E' l'idea stessa di una battaglia sindacale così articolata che non tiene più: non esiste solo più il pubblico impiego o il lavoro salariato di fabbrica. Cosa dice Epifani alle migliaia di lavoratori autonomi a reddito intermittente, agli studenti-lavoratori-precari che affollano le facoltà, ai precari permanenti in perenne stato di collasso psichico, alla miriade di "nuovi lavori"...? Cosa dice riguardo all'ipotesi di uno reddito universale ?

Gettito fiscale e difesa dell'art. 18 sono sacrosanti ma non bastano. tocca ripensare una più complessiva figura media del lavoratore-precario di oggi. I più l'art.18 non l'hanno visti neanche col cannocchiale. E il fisco è un oggettivo nemico di tanti lavoratori 'in proprio' strozzati da crisi e politica fiscale che in Italia tutela esclusivamente le fasce molto alte e la ricchezza da rendita, schiacciando sotto il suo tallone tutti quanti, dipendenti e "autonomi".

Dire questo ovviamente non significa dar ragione a Cisl-Uil, il gatto e la volpe dell'ex unità sindacale, che oggi comodamente seduti sulle loro padronali poltrone, van blaterando di necessità di "superamento della contrapposizione" e altri squallidi stratagemmi di concertazione.

Per fortuna ci sono gli studenti! Loro oggi hanno riempito le piazze, loro sono ben consapevoli del futuro che li attende e della progressiva trasformazione delle loro scuole in formazione impoverita e grandi agenzie di disciplinamento di massa per un lavoro futuro senza prospettive, precario, mal pagato, incerto e soprattutto senza diritti. In decine di migliaia hanno attraversato e ravvivato le piazze altrimenti morte dello sciopero sindacale, ben sapendo che l'opposizione alla riforma Gelmini, da rilanciare con forza il prossimo autunno, è solo un tassello di una più generale battaglia di riconquista e riappropriazione.


Infoaut/Redazione

MANNARINO - IL BAR DELLA RABBIA



MANNARINO - IL BAR DELLA RABBIA

Quanno un giudice punta er dito contro un
povero fesso nella mano strigne artre tre dita
che indicano se stesso.
A me arzà un dito pe esse diverso
me fa più fatica che spostà tutto lUniverso.
So na montagna... se Maometto nun viene...
mejo... sto bene da solo, er proverbio era
sbajato. So lodore de tappo der vino che
hanno rimannato ndietro so i calli sulle
ginocchia di chi ha pregato tanto e nun ha mai
avuto e ce vo fegato... ahia...
So come er vento... vado ndo me va...
vado ndo me va ma sto sempre qua.

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia e
più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

So er giro a voto dellanello cascato ar dito
della sposa che poi lha raccorto e me lha
tirato e io je ho detto: mejo... sto bene da
solo... Senza mogli e senza buoi
e se me libero pure dei paesi tuoi sto a
cavallo... e se me gira faccio fori pure er
cavallo tanto vado a vino mica a cavallo.

So er buco nero der dente cascato ar soriso
dela fortuna e la cosa più sfortunata e
pericolosa che mè capitata nella vita è la
vita, che una vorta che nasci, giri... conosci...
intrallazzi... ma dalla vita vivo nunne esci...
uno solo ce lha fatta... ma era raccomannato...
Io invece nun cho nessuno che me spigne
mejo...n se sa mai... visti i tempi!

Ma se rinasco me vojo reincarnà in me stesso
co la promessa de famme fa più sesso
e prego lo spirito santo der vino dannata
di mettermi a venne i fiori pe la strada
che vojo regalà na rosa a tutte le donne che
nun me lhanno datacome a dì: tiè che na so
fa na serenata!
E brindo a chi è come me
ar bar della rabbia o della Arabia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

Ma mò che viene sera e cè il tramonto
io nun me guardo ndietro... guardo er vento.
Quattro ragazzini hanno fatto nastronave con
npò de spazzatura vicino ai secchioni, sotto
le mura dove dietro nun se vede e cè naria
scura scura.
Ma guarda te co quanta cura
se fanno la fantasia de stavventura
Me mozzico le labbra
me cullo che me tremano le gambe de paura
poi me fermo e penso:
però che bella sta bella fregatura...

E brindo a chi è come me ar bar della rabbia
e più bevo e più sete me vie
sti bicchieri so pieni de sabbia.

11 mesi e 11 giorni. Il mistero irrisolto di Jon Anza


Militante basco scomparso per undici mesi e undici giorni, con gravi sospetti di guerra sporca. Ieri il ritrovamento del corpo. Ma il mistero resta

Era scomparso il 18 aprile del 2009. Un uomo corpulento, gonfiato dai medicinali, reso quasi cieco da un male che lo stava divorando. Il suo nome era Jon Anza. Aveva un treno alla stazione di Baiona il 18 di aprile dell'anno scorso, direzione Tolosa. Si sedette in uno scompartimento e da allora la sua compagna, Maixo, e la sua famiglia non ebbero più notizie di lui.
Fino a un comunicato di Eta e alle denuncie che sono comparse sui quotidiani Gara, basco, Le Monde e Libération, francesi. Per arrivare alla notizia lanciata ieri da France3, quando un mezzobusto ha annunciato che il corpo di Jon Anza era in un deposito di cadaveri non identificati della città di Tolosa, proprio là dove l'uomo di 47 anni doveva arrivare. Cosa è successo a Jon Anza?

Jon Anza. Condannato nel 1982, quando aveva 21 anni, Anza è stato ritenuto colpevole di appartenenza a banda armata, con una pena comminata di 103 anni di carcere. Dopo averne scontati venti torna in libertà. Nel 2005 si trasferisce in Francia. Diplomato in giornalismo, va a lavorare in una fabbrica che produce poltrone. La sua militanza vive della lotta per i diritti dei prigionieri politici baschi. Il 18 aprile 2009 deve viaggiare fino a Tolosa e sarà un comunicato dell'organizzazione armata a fornire dei primi dettagli sulla sparizione dell'uomo. È il 18 maggio 2009: Eta scrive che Anza è ancora un suo militante, incaricato di protare una consistente somma di danaro fino a Tolosa. Ma il primo appuntamento e i due seguenti che vengono stabiliti in caso di pericolo non vengono rispettati. La sparizione di Anza fa parlare del ritorno dell'incubo guerra sucia, la guerra sporca di Stato, che la Spagna aveva avviato negli anni 80 - nei governi socialisti di Gonzales - armando e dirigendo squadroni della morte chiamati gal, i gruppi armati di liberazione che si dotarono anche di manovalanza straniera, pistoleros fra i quali spiccano nomi famosi dell'eversione di destra degli anni bui italiani, quelli delle stragi. L'evocazione della guerra sporca trova alcuni indizi inquietanti nelle notizie che riguardano dei sequestri lampo di altri ex prigionieri politici che vengono interrogati in luoghi appartati di montagna da agenti in borghese dell'antiterrorismo spagnolo, in territorio francese. La cooperazione fra Madrid e Parigi ha permesso che a oggi un centinaio di uomini delle forze di sicurezza spagnole possano girare in maniera autonoma e armata in terra francese.

Le inchieste giornalistiche. Il quotidiano Gara pubblica nei mesi scorsi delle inchieste precise, fonti riservate, secondo le quali Anza sarebbe stato prelevato da un gruppo di agenti in borghese e sarebbe morto durante un interrogatorio, quindi sepolto in un luogo sconosciuto. Le inchieste giornalistiche francesi riportano di un 'grave imbarazzo' da parte di ambienti dell'antiterrorismo francese che faticano a trovare delle spiegazioni su questa sparizione e soprattutto sull'operato dei gruppi di agenti spagnoli in borghese che appaiono compleatamente sciolti dall'obbligo di fornire tutte le informazioni che riguardano le loro operazioni. Le inchieste giudiziarie sono due: una aperta dal giudice spagnolo Fernando Andreu - siamo a febbraio 2010, dieci mesi dopo la sparizione - l'altra dalla giudice francese Anne Kayanakis, il 17 maggio del 2009. Fra i dati che la magistrata ha a disposizione ve ne sono alcuni di grande interesse: il primo è che la stessa organizzazione armata scrive nel comunicato che le impronte digitali di Anza erano state recuperate dalla polizia su una scatola che contenenva del materiale informatico, rinvenuta nel bosco di Saint-Pée-sur-Nivelle, nel dipartimento dei Pirenei atlantici. Ma quelle impronte, il dato viene acquisito ufficilamente dalla giudice francese, vengono codificate il 16 maggio del 2008. Come fa notare il giornalista di Liberation Karl Laske, cinque mesi prima che Anza prenda il suo ultimo treno.

Il mistero resta. E allora le tessere del mosaico proprio non collimano, e ancor di più adesso che il cadavere è stato ritrovato. Perché ci sono date e situazioni che proprio non tornano. Il giudice Kayanakis ha sempre sostenuto che le ricerche erano state effettuate su tutto il territorio, includendo anche i depositi di cadaveri non identificati. Eppure il cadavere spunta fuori proprio in una struttura di questo genere e per di più a Tolosa. Il quotiodiano spagnolo El Pais scriveva ieri sera che "Anza sarebbe stato visto vagare in stato di incoscienza in un parco della città dopo aver sofferto un infarto, tenuto una decina di giorni in ospedale e poi sarebbe morto". Ma vediamo qual è stata la versione della polizia comunicata alla famiglia: Anza sarebbe stato preso in consegna dai pompieri di Tolosa il 29 aprile dopo una segnalazione telefonica. Dopo un primo intervento di rianimazione, Anza sarebbe stato trasportato all'ospedale Purpan e là sarebbe morto dopo tredici giorni, l'11 di maggio 2009. L'apertura del'inchiesta francese è datata 17 di maggio 2009. Le impronte di Anza sono note all'antiterrorismo dal maggio del 2008.

Fra il 18 aprile e il 29 aprile, quando Anza sarebbe stato portato in ospedale, ci sono 11 giorni.
Cosa è successo davvero a Jon Anza?

di Angelo Miotto da PeaceReporter

Grecia: la polizia ha ucciso un militante anarchico in uno "scontro a fuoco"


Lambros Foundas, 35 anni, militante anarchico è stato ucciso dai poliziotti greci mercoledì mattina, nel sobborgo di Dafni (a sud di Atene).

La polizia sostiene che si trattava di un "terrorista" e che è stato ucciso mentre tentava di rubare una macchina e che stava trasportando armi da fuoco. Fonti di polizia segnalano che ci sarebbe stata una sparatoria, in seguito alla quale Lambros Foundas è morto.
Dalle prime notizie pare che si tratti di almeno un paio di proiettili alla schiena. Lambros era insieme ad un'altra persona, non identificata, ed adesso è in corso la caccia all'uomo.

Foundas è stato uno degli oltre 500 anarchici arrestati durante i disordini del Politecnico di Atene, nel 1995.
Ieri per le strade di Atene invase dai manifestanti in lotta contro il governo è stato distribuito il volantino riprodotto sopra,nel quale si legge: "Onore all'anarchico Lambros Foundas".

da Indymedia

venerdì 12 marzo 2010

Razzismo:polizia postale scopre leader Ku klux klan italiano

Razzismo:polizia postale scopre leader Ku klux klan italiano
Indagini partite da investigatori Roma e approdate a Modena 12 marzo, 10:12

(ANSA) - MODENA, 12 MAR - Identificato dagli agenti della Polizia postale il referente del Ku klux klan in Italia: e' un uomo di 33 anni residente nella provincia di Modena.
Dopo una perquisizione domiciliare compiuta dalla Polposta del Lazio in collaborazione con la sezione modenese e la Digos, il giovane - gia' conosciuto come simpatizzante degli skinheads e responsabile dell'area italiana del sito www.unskkk.com - e' stato denunciato per aver commesso atti di discriminazione e odio etnico, nazionale, razziale al fine di agevolare l' attivita' di organizzazioni e movimenti con il medesimo scopo.
(ANSA).

http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/emiliaromagna/2010/03/12/visualizza_new.html_1732871472

da Antifa

Amnesty denuncia le discriminazioni di Alemanno

A Roma si negano i diritti dei romanì. Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay “disturbata” per quello che ha visto.

In un nuovo documento intitolato ‘La risposta sbagliata’, Amnesty International ha chiesto alle autorità italiane di riesaminare un controverso piano abitativo che ha causato lo sgombero forzato di centinaia di romanì e che spiana la strada allo sgombero di altre migliaia di persone nei prossimi mesi.

Secondo l’associazione per la difesa dei diritti civili il ‘Piano nomadi’ voluto dall’amministrazione Alemanno ed avviato nel luglio 2009 viola il diritto all’alloggio dei romanì nella capitale.

Il programma della giunta di centro destra prevede la distruzione di oltre 100 insediamenti e il trasferimento di circa 6000 persone in appena 13 campi, ampliati o di nuova costruzione, situati in periferia. Il piano è destinato a lasciare senza alloggio oltre 1000 cittadini.

Ignacio Jovtis, esperto di Amnesty International, ha detto: “Queste misure devono essere riconsiderate urgentemente. Le famiglie rom della capitale rischiano di perdere beni personali, contatti, accesso al lavoro e servizi pubblici. Vi è inoltre il rischio che, se attuato, questo piano possa essere preso a modello per eseguire sgomberi forzati in altre regioni italiane. Uno sgombero effettuato senza consultazione preventiva e senza l’offerta di un alloggio alternativo adeguato a tutte le persone colpite è una violazione dei diritti umani”.

Negli ultimi mesi, centinaia di famiglie rom e sinti sono state sgomberate da almeno cinque campi. Nel febbraio di quest’anno, prima della chiusura del ‘Casilino 900’ erano stati a lungo consultati alcuni leader dell’insediamento. Tuttavia, gli standard internazionali sui diritti umani richiedono che vengano interpellate tutte le persone di cui è previsto il trasferimento.

Invece per il ‘Casilino 700’, ufficialmente escluso dal ‘Piano nomadi’, le operazioni di smantellamento avvenute nel novembre 2009, non hanno previsto alcuna consultazione preventiva dei suoi abitanti, lasciando centinaia di persone senza casa.

I residenti di altri campi ‘non autorizzati’ rischiano la stessa sorte e questo solleva dubbi sull’effettiva funzionalità del piano, anche perchè non esistono luoghi dedicati dove i profughi romanì possano temporaneamente risiedere prima di una collocazione definitiva.

Ha aggiunto Jovtis che “molti rom vivono in baracche e roulotte prive delle condizioni igieniche di base. La situazione attuale è il risultato di anni di mancata attenzione, politiche inadeguate e discriminazione da parte di successive amministrazioni. Il tentativo di affrontare questa eredità è, in sè, apprezzato e le condizioni di vita di molti rom miglioreranno. Tuttavia, il piano è incompleto e rischia di rendere la situazione di molti altri rom ancora peggiore. E’ la risposta sbagliata”.

In realtà ci sarebbe da discutere sulla stessa natura del ‘piano’, poichè l’intera operazione si basa su un confronto che non tiene conto della complessa struttura sociale delle comunità rom e sinti ed individua solo alcuni interlocutori, non riuscendo ad elaborare forme innovative per consentire, una volta sgomberati i campi esistenti, delle riaggregazioni nelle quali i sistemi di relazione possano godere di reali forme di eguaglianza tra le diverse famiglie.

Oggi, invece di offrire l’accesso a un alloggio adeguato, le autorità stanno allontanando i cittadini trasferendoli in campi lontani. Questo aumenta ulteriormente gli ostacoli e la discriminazione nei confronti dei profughi romanì e le già drammatiche difficoltà nella ricerca di un lavoro regolare che consentirebbe loro di accedere al mercato immobiliare privato.

Inoltre, gli abitanti dei campi sono di fatto esclusi dall’accesso alle case popolari in quanto l’attuale sistema di graduatorie richiede l’esistenza di uno sfratto da locazione privata.

Amnesty International ritiene per questo che “nella sua formulazione attuale, il ‘Piano nomadi’ non rispetti gli obblighi dell’Italia di garantire che non vi sia discriminazione nei confronti di gruppi specifici nè segregazione in materia di alloggio”.

Secondo Jovtis “il piano è chiamato ‘Piano nomadi’. Ma la maggior parte dei rom che saranno toccati non è affatto nomade. Etichettandoli e trattandoli come nomadi, chi ha ideato il piano sta perpetuando gli stessi problemi che sostiene di affrontare”.

La maggior parte delle stime indipendenti valuta tra 12 e i 15 mila il numero di rom e sinti che vivono a Roma. Circa 3000 sono sinti di nazionalità italiana, radicati da tempo nel nostro Paese. A loro vanno aggiunti rom arrivati dall’ex Jugoslavia, in gran parte muniti di permesso di soggiorno e con figli in possesso della cittadinanza italiana. Nell’ultimo decennio, infine, un significativo numero di romanì è arrivato dai nuovi stati membri dell’Unione europea, in particolare dalla Romania, perchè in quei Paesi subiva una pesante discriminazione.

Sinti e rom,che non sono più nomadi da decine di anni, nn riescono quasi mai trovare però alloggi permanenti a Roma e la maggior parte di loro è coostretta ai campi. Elpida, una rom macedone madre di quattro figli, arrivata in Italia nel 1991 insieme al marito e con regolare permesso di soggiorno ha detto: “Sogniamo tutte le notti che i nostri figli avranno una casa dove vivere, così non li chiameranno zingari”.

Negli ultimi anni le autorità italiane hanno adottato una serie di misure discriminatorie e con operazioni di tipo mediatico hanno contribuito alla crescita di atteggiamenti razzisti nei loro confonti. Con il lancio dei programmi per la sicurezza, che il centro destra ha avviato per puri motivi demagogici ed elettorali, gli sgomberi forzati sono diventati molto frequenti su tutto il territorio nazionale.

Adesso, nell’ambito della sua campagna ‘Io pretendo dignita’’, Amnesty International chiede al governo di prendere tutte le misure necessarie, compresa l’adozione di leggi e procedure in linea col diritto internazionale, per proibire e prevenire gli sgomberi forzati.

Venuto a conoscenza delle proteste della notissima ed autorevole associazione internazionale il sindaco Alemnanno ha dichiarato: “Ho visto il rapporto di Amnesty International sui nomadi. Secondo noi non è corretto, si basa su alcune percezioni parziali, non approfondisce assolutamente il piano nomadi e soprattutto non si rende conto che oggi il piano chiude un’ emergenza gravissima in cui esistevano campi abusivi, situazioni invivibili, gravi realtà di illegalità”.

Alemanno, che in gioventù ha militato nel Msi, un partito post fascista, ha anche e sorprendentemente affermato che “gli stessi nomadi non condividono l’analisi di Amnesty International”. Il sindaco di Roma, che ha varato un ‘piano nomadi’ per un popolo stanziale da decenni è forse il primo caso di politico italiano che accusa Amnesty International di produrre informazione ‘deformata’ in ambito della difesa dei diritti civili. Un primato per nulla invidiabile.

Ma le critiche per come sono trattati romanì a Roma sono arrivate anche dall’Alto Commissario dell’Onu per i diritti umani, Navi Pillay. Dal campo di via Marchetti, periferia Ovest di Roma ha dichiarato di aver dovuto fare un sopralluogo che “mi ha disturbata”, confessando di aver “pensato di trovarmi in uno dei più poveri Paesi in via di sviluppo e non in un Paese con la storia più ricca di molti altri”.

Durante la visita ai sinti e rom è stata accolta con affetto ed applausi e la ex magistrato sudafricana si è più volte scusata per aver ritardato la sua missione. Poi ha detto “è una situazione terribile, sono venuta qui per sentire le vostre storie, per vedere di persona le preoccupazioni” espresse nei confronti dell’Italia dal consiglio dell’Onu per i diritti umani.

E le storie da ascoltare non sono mancate. A cominciare dalla protesta di Nenad, bosniaco, con un passaporto che porta ancora il nome della ex Jugoslavia: “Non abbiamo nè acqua, nè gas, viviamo come topi. Eppure non siamo nomadi, abbiamo il permesso di soggiorno. Vogliamo più rispetto”.

La Pillay è anche entrata in una delle baracche del campo – una carcassa di legno e ferro tappezzata alla buona con vecchie moquette – dove ha incontrato una profuga. “Questo è il luogo in cui viviamo”, ha raccontato la donna, madre di 14 figli, indicando le crepe aperte dal maltempo di questi giorni. Quindi la donna si è sfogata: “Noi siamo nomadi solo perchè la polizia ci fa ogni volta sgomberare. Ma noi abitiamo in Italia ormai da anni, i miei figli sono nati qui e vorrei che imparassero a leggere e scrivere, che andassero a scuola, che non vivessero come vivo io”. Ad uno ad uno i figli hanno salutato Pillay. Tra loro anche una ragazza paralitica.

“È molto importante che io sia qui – ha comunicato seccamente l’Alto commissario – perchè alcune cose che mi sono state dette, come il fatto che voi siete nomadi o che non portate i vostri bambini a scuola, non sono esatte”.

In un altro campo, quello ‘regolare’ di via Candoni ha ascoltato altri romanì che chiedevano opportunità e di non “tornare a vivere da delinquenti”. Anche lì la Pillay ha dovuto ascoltare il grido di dolore e di protesta di decine di persone, facendo presente che il caso italiano “è stato sottoposto all’esame del Consiglio per i diritti umani” ed assicurando di voler tornare e di non avere nessuna intenzione di lascarsi alle spalle la disperazione alla quale ha dovuto assistere.

da Indymedia

giovedì 11 marzo 2010

Puglia, con la sfida Vendola-Palese qui è finita la seconda Repubblica

Il governatore uscente fa campagna con slogan in rima baciata: è l'unico comunista osannato ad ogni manifestazione. Lo sfidante martella gli elettori con cifre e commi

di CURZIO MALTESE

Nel laboratorio Puglia si vede oggi quello che forse domani sarà la politica italiana. Qui la seconda repubblica è finita il 24 gennaio scorso. Era la notte delle primarie. Con la vittoria di Vendola e la nomina di Rocco Palese a sfidante, in poche ore è crollata a sinistra l'egemonia di D'Alema e a destra è cominciato il dopo Berlusconi. Fuori gioco il Padrone e lo Stratega, senza i quali in Puglia, ancor più che nel resto d'Italia, non si muoveva foglia da quindici anni, che cosa è rimasto sul campo? Una nuova sinistra di guerriglieri mediatici, una vecchia destra di notabili poco telegenici, un centro né nuovo né vecchio a fare da ago della bilancia

Sullo sfondo, un intreccio di affari, scandali e regolamenti di conti fra potentati economici. E il paradosso di una regione da sempre di destra che rischia di finire per la seconda volta nelle mani del più rosso dei governatori.

"In Puglia almeno abbiamo presentato le liste, peccato non il candidato" dicono che ripeta Berlusconi. Questo Rocco Palese, ombroso braccio destro del ministro Raffaele Fitto, questo candidato in grisaglia, noiosamente onesto e antitelevisivo, al premier non è mai andato giù. "Rocco chi?!" aveva urlato in faccia a Fitto, durante un consiglio dei ministri. "Palese, come l'aeroporto" aveva sussurrato l'altro. "Ah, così la gente se lo ricorda" s'era calmato il Cavaliere. Ma pochi giorni dopo, con i manifesti "Palese presidente" già stampati, il premier era tornato alla carica, aveva convocato Fitto e i maggiorenti del partito per dire che "con questo Rocco, come si chiama?, non andiamo da nessuna parte. Per vincere dobbiamo allearci con Casini e appoggiare la Poli Bortone". Ma Fitto si oppose al punto di minacciare una scissione e Berlusconi, per la prima volta, fece lui un passo indietro.

E' partita così la strana sfida fra il Ragioniere e il Poeta, secondo la reciproca definizione. Dove il Ragioniere sta per Palese e il Poeta allude naturalmente a Vendola, il "poeta di Terlizzi", e ad altro. Come si evince dalla greve traduzione del terzo incomodo, Adriana Poli Bortone: "Vuoi vedere che fra un ragioniere e un diverso, stavolta ai pugliesi può piacere una donna?". Tanto per dire del livello.

Il duello fra Vendola e Palese è lo spettacolare rovesciamento degli stilemi che hanno dominato la seconda repubblica. E' la sinistra che detta l'agenda e si diverte, sfrutta l'abilità mediatica, ricorre al populismo, inventa una trovata dopo l'altra, ribalta le accuse in punti di forza. La destra irride al Poeta di Terlizzi? E Vendola risponde con una campagna fatta di slogan, una ventina, tutti in rima baciata. "Si tratta di far mancare il terreno sotto i piedi alla propaganda avversaria" spiega Giovanni Sasso, capo dei trentenni creativi dell'agenzia ProForma, che cura la campagna di Vendola. Lo stesso che ha inventato gli slogan poetici, le videolettere e l'esilarante "mago pidiello" che spopola da settimane su Youtube. La destra è costretta a inseguire, a dire "anche noi siamo contrari al nucleare", "anche noi non vogliamo la privatizzazione dell'Acquedotto pugliese". "Ma l'avete detto a Berlusconi, a Fitto e al governo?" è la facile replica di Vendola.

Quando si va sul territorio, come si dice, sembra di assistere al confronto non fra candidati, ma fra epoche storiche. Incrocio la campagna di Vendola e Palese per la prima volta a Taranto, la più cinica e indolente piazza politica d'Italia. L'arrivo del ciclone Nichi è una scarica d'adrenalina, si bloccano le strade del centro nuovo e perfino della città antica, che è un deserto di palazzi disabitati, percorsi ormai soltanto da bande di spacciatori. Il governatore stringe centinaia di mani, più che un comunista sembra un senatore dell'Illinois. Nelle stesse ore la convention di Palese si svolge nel lussuosissimo Hotel Histò a Mare Piccolo, in un salone dove si raccoglie la vecchia nomenclatura cittadina, ampie nuche democristiane, età media sulla sessantina. Al tavolo di presidenza spicca la pittoresca figura di Giancarlo Cito, ex sindaco e senatore, condannato per mafia, il proto Berlusconi di Taranto che già negli Ottanta faceva politica con le tv e le squadre di proprietà. E a Palese fa pure la lezione: "Ricordati che la battaglia politica si vince sui media".

Scene simili a Foggia, a Barletta, a Brindisi. Nel Salento, dove la macchina del Pd è ancora nelle salde mani di Baffino, i dalemiani sfottono: "Stasera parla Vendola in piazza, portatevi i fazzoletti". Ma poi le piazze sono piene e la gente piange davvero. Ironizzano pure i berlusconiani sul loro candidato: "Stasera c'è Palese, portate le calcolatrici". E alla sera, al centro congressi, la gente sbadiglia di fronte all'alluvione di cifre da ordinanza regionale, "di cui al comma...".

Il maggior vanto e merito di Palese sta proprio nell'opposizione testarda, meticolosa, da ragioniere secchione ma galantuomo, che ha guidato per cinque anni in consiglio regionale. Non senza ragione, viste le inchieste della magistratura. Il guaio è che la vena moralizzatrice della destra si è fermata al nome del candidato presidente e all'epurazione delle escort, tornate a popolare le notti di corso Vittorio. Per il resto le liste pulite qui non sono pervenute. A destra spicca il nome di Tato Greco, genero dei Matarrese, socio e amicissimo di Giampaolo Tarantini, già sponsor di Patrizia D'Addario. Per proseguire con Francesco Pistilli, ex sindaco di Acquaviva, condannato l'anno scorso per corruzione. Anche la Poli Bortone vanta in lista nientemeno che il ripescaggio di Cosimo Mele, l'ex deputato Udc sorpreso il 27 luglio 2007, in un albergo di via Veneto, nel mezzo di un'orgia a base di cocaina con un paio di prostitute. Oggi è in giro per le parrocchie del brindisino a spiegare il valore della famiglia.

Nel centrosinistra ha fatto discutere, per opposti motivi, la candidatura a capolista dell'Idv di Lorenzo Nicastro, magistrato titolare per nove anni delle inchieste su Fitto e Angelucci. Attaccato dalla destra come "evidente caso di barbara commistione fra politica e giustizia". Difeso a spada tratta da Di Pietro, meno dal Pd e da Vendola, quasi per niente dall'Associazione nazionale dei magistrati. La civile idea che non si debbano candidare in lista delinquenti, corrotti e inquisiti, ma neppure i magistrati che li hanno indagati fino al giorno prima, pare minoritaria anche nei laboratori della Terza Repubblica. "Come sembrano minoritari i problemi concreti" obietta Alessandro Laterza, presidente degli industriali baresi. "In fondo si parla molto della personalità dei candidati, di chi c'è e di chi manca nelle liste. Ma che cosa vogliono fare nella sanità, che rappresenta l'80 per cento del bilancio regionale e il 90 per cento degli scandali, nessuno l'ha ancora ben chiarito. E alla prossima puntata Vendola non potrà più dire che alla sanità ha dovuto accettare l'assessore voluto da D'Alema. Stesso discorso per i miliardi dei fondi europei, gli ultimi, l'ultima occasione per rilanciare l'economia della regione".

Sono tutti d'accordo nel dire che la battaglia fra il rock Vendola e il lento Palese si deciderà nel Salento, dove Poli Bortone rischia di togliere molti voti al centrodestra, e soprattutto a Bari. Qui Vendola e il sindaco Michele Emiliano hanno siglato sabato scorso una spettacolare pace, dopo mesi di conflitti. Si vocifera di un accordo già trovato fra i due per fare in modo che sia Emiliano il successore di Vendola, in caso di vittoria. Fra cinque anni o forse molto prima. Dipende da quando finirà la seconda repubblica anche nel resto d'Italia.

http://www.repubblica.it

Il popolo viola contro Berlusconi

Un movimento su internet lancia un appello per difendere la democrazia in Italia, racconta Miguel Mora su El País.

È noto a tutti che l’Italia è quel posto molto bello in cui convivono senza problemi il peggio e il meglio, il sublime e il marcio. In mancanza di un’opposizione degna di tale nome, la rivolta democratica contro le abitudini autoritarie e la valanga di leggi su misura di Silvio Berlusconi non poteva che essere virtuale e nascere in rete.

Qui è nato il popolo viola, che in questi mesi ha conquistato 236mila fan su Facebook. Se andate a controllare adesso la pagina probabilmente le adesioni saranno molte di più. Il fenomeno cresce secondo dopo secondo, con circa trenta nuovi iscritti ogni cinque minuti.

Una nuova marcia su Roma
Tutto ha avuto inizio a dicembre, con il No B Day (il giorno del no a Berlusconi), una nuova e diversa marcia su Roma a cui hanno partecipato circa due milioni di persone. Tre mesi dopo il movimento, caotico ma rinfrescante per un’opinione pubblica anestetizzata, è tornato in piazza ormai da quattro giorni per protestare contro il tentativo di frode del governo, che il 5 marzo ha approvato un decreto salvaliste per le regionali per riammettere le liste del Popolo della libertà (Pdl) escluse per vizi di forma.

L’8 marzo il tribunale amministrativo del Lazio si è detto contrario alla riammissione delle liste del Pdl, che ha presentato nuove liste approfittando del decreto. I giovani del popolo viola hanno definito questa giornata come “il giorno in cui è morta la democrazia italiana” e continuano a chiedere spiegazioni a Berlusconi e al presidente della Repubblica per la loro firma del decreto.

L’obiettivo del movimento, come affermato su Facebook, continua a essere la difesa della democrazia e della costituzione e le dimissioni di Berlusconi. Ma l’attualità comanda e la capacità di informare e unire gli scontenti vola alla velocità di internet.

Pagine come San Precario Revolution, La Costituzione non è una puttana o Resistere al regime (8.400 iscritti) dimostrano che i viola vogliono demolire la cultura che paralizza il paese: la partitocrazia, la mafia (per il 13 è stata convocato il No Mafia Day in Calabria), la gerontocrazia, i sindacati, il Vaticano, la corruzione, il precariato. Un po’ come Berlusconi, ma al contrario, hanno finito per dividere il mondo in due: onesti e amorali.

Un’alternativa ai mali italiani?
In questa fase di entusiasmo e di brainstorming collettivo il popolo viola offre soprattutto occasioni di sfogo e informazione. Pubblica vignette e link a video critici e satirici; lancia appelli al boicottaggio delle aziende che fanno pubblicità sulle televisioni di Berlusconi; cerca rifugio nei classici (“Il pastore cerca sempre di convincere il gregge che l’interesse delle pecore ed il proprio siano gli stessi”, Stendhal) e guarda al futuro con ambizione: “Gli ingredienti ci sono già tutti, disordinatamente sparsi e talvolta invisibili, la magia che fa la differenza consiste nel farli connettere, aggregare e creare la nuova dimensione di civiltà”, è l’arringa di Gianni Webstep.

Sarà il cosmopolita, dinamico, antipolitico e amorfo popolo viola un’alternativa reale ai mali italiani? Finirà per essere fagocitato da un’opposizione conformista e incapace di superare il suo panico? Come reagirà Berlusconi? Difficile saperlo. Come diceva Indro Montanelli: “Gli italiani sono sempre pronti a fare la rivoluzione, purché i carabinieri siano d’accordo”. Ma i viola hanno un merito. Si sono ribellati contro il clima di nepotismo, ipocrisia, corruzione e disprezzo delle regole. E non hanno ancora finito per soccombere all’invincibile triumvirato casta-chiesa-televisione.

L’articolo originale:
El Pueblo Violeta contra Berlusconi

da Internazionale

Bologna, 11 marzo 1977: Francesco Lorusso ucciso dai carabinieri


La mattina dell'11 marzo 1977 a Bologna, in seguito a un contrasto sorto nell'Istituto di Anatomia fra alcuni militanti del movimento e il servizio d'ordine di Comunione e Liberazione, i giovani del gruppo cattolico si barricano all'interno di un'aula, invocando l'intervento delle forze di polizia.

Appena giunti sul posto, con mezzi spropositati, i carabinieri si scagliano contro gli studenti di sinistra intenti a lanciare slogan. La carica fa subito salire la tensione. Nel corso degli scontri successivi, che interessano tutta la zona universitaria, Francesco Lorusso, 25 anni, militante di Lotta Continua, viene raggiunto da un proiettile mentre sta correndo, insieme ai suoi compagni, per cercare riparo. Muore sull'ambulanza, durante il trasporto in ospedale. Alcuni testimoni riferiranno di aver visto un uomo, poi identificato nel carabiniere ausiliario Massimo Tramontani, esplodere vari colpi, in rapida successione, poggiando il braccio su un'auto per prendere meglio la mira. Lo sparatore, arrestato agli inizi di settembre e scarcerato dopo circa un mese e mezzo, sarà in seguito prosciolto per aver fatto uso legittimo delle armi.
Quando si diffonde la notizia dell'assassinio, migliaia di persone affluiscono all'Università. Dopo che il corteo, partito nel pomeriggio, viene disperso da violente cariche, una parte dei manifestanti occupa alcuni binari della stazione ferroviaria, scontrandosi con la polizia, mentre altri si dirigono verso il centro della città e sfogano la propria rabbia anche infrangendo le vetrine dei negozi. Le iniziative di protesta dei giorni successivi sono duramente represse. Numerosi i fermi e gli arresti. Finiscono in carcere, tra gli altri, i redattori di Radio Alice, emittente dell'area dell'Autonomia Operaia chiusa dalla polizia armi alla mano. [NOTA: a tale proposito, vedi l'articolo "le ultime voci di Radio Alice"].
I fatti di Bologna caricano di tensione l'imponente corteo nazionale contro la repressione che si svolge il 12 marzo a Roma. Bottiglie molotov vengono lanciate contro sedi della DC, comandi di carabinieri e polizia, banche, ambasciate. Gli scontri nelle strade sono violenti, e in alcuni casi si svolgono a colpi di arma da fuoco.
Ai compagni, ai familiari e agli amici di Lorusso si impedisce intanto di svolgere il funerale in città e di allestire la camera ardente nel centro storico, mentre il contatto ricercato dai militanti del movimento con i Consigli di Fabbrica e la Camera del Lavoro è reso difficile dalla posizione intransigente assunta dalle organizzazioni della sinistra storica. La frattura con il PCI raggiunge il suo apice nella manifestazione contro la violenza, organizzata per il 16 marzo a Bologna dai sindacati confederali, con la partecipazione, tra gli altri, della DC, partito che il movimento aveva indicato quale principale responsabile dell'assassinio. In quell'occasione al fratello di Francesco fu vietato l'intervento dal palco.

(Dal libro "In Ordine Pubblico" di autori vari - 2003 - curato da Paola Staccioli - Editore Associazione Walter Rossi )

da Indymedia

ALMAMEGRETTA - SANACORE



ALMAMEGRETTA - SANACORE

Io quanne me ‘nzuraje ero guaglione
uÈ comm’era sapurita la mogliera
la primma notte che me ce cuccaje
nÈ a me venette ‘o friddo e a essa ‘a freva

freva e friddo tengo quanno sto vicino a te
m’abbrucia ‘a pelle quanno sto vicino a te

la siconda notte che me ce ccucaje
uÈ a me passaje ‘o friddo e a essa ‘a freva
bella figliola comme ve chiammate
nÈ me chiammo sanacore e che vulite

saname stu core oi nÈ stanotte voglio a te
songo ‘nnammurato ‘e te
saname stu core ca mo sta malato ‘e te
stanotte voglio a te

io me chiammo sanacore e che vulite

nun me ne ‘mporta ‘e chi me dice ca te tene
int’ ‘a sti ccose nun se prumette nun se mantene
nun se prumette maje nun se mantene maje
pecchÈ si guardo ll’uocchie tuoje veco che abbruciano
‘e passione comme ‘e mieje
si t’abbrucia ‘o stesso fuoco ca me sta abbrucianno a me
tu stanotte si d’a mia pecchÈ pure tu si ‘nnamurata ‘e me

uÈ sanatamillo ‘o core si putite
e si nun putite vuje m’ ‘o sana n’ato
nÈ uÈ sanamillo a me sanamillo a me
uÈ ‘o core nunn’ ‘o sano alli malati

nun me ne ‘mporta ‘e chi me dice ca te tene
int’ ‘a sti ccose nun se prumette nun se mantene
nun se prumette maje nun se mantene maje
pecchÈ si guardo ll’uocchie tuoje veco che abbruciano
‘e passione comme ‘e mieje
si t’abbrucia ‘o stesso fuoco ca me sta abbrucianno a me
tu stanotte si d’a mia pecchÈ pure tu si ‘nnamurata ‘e me

mercoledì 10 marzo 2010

BUON COMPLEANNO RENATA !!!!!!



martedì 9 marzo 2010

Incontro pubblico su 'questione morale e pubblica amministrazione'‏


Il circolo neritino di ‘Sinistra Ecologia Libertà’ organizza per mercoledì 10 marzo 2010 a Nardò, nel Chiostro S.Antonio, alle ore 18.00 un incontro pubblico su 'questione morale e pubblica amministrazione: i costi della corruzione'.
In particolare, a parte ogni valutazione di carattere etico, l’accento verrà posto sui costi economici della corruzione e sul rapporto fra efficienza e legalità.
Nel corso della serata si illustrerà il codice etico del candidato, promosso dal nostro circolo, ispiratore del quale è il prof. Luigi Bosco dell'Università di Siena. Tale codice è stato adottato dalla nostra lista per queste regionali e sottoscritto in particolare dalla candidata locale di sin eco lib, Claudia Raho si lancerà, inoltre, l'istituzione di un fondo sociale di solidarietà da costituirsi a partire da parte degli introiti che nostri eventuali eletti si impegnano a versare proprio con questa finalità.
La data del 10 marzo non è scelta a caso, ma è anzi per Nardò e per la Puglia un giorno significativo, legato alla figura di Renata Fonte, assessore comunale della nostra città, uccisa dal malaffare politico nel 1984.

Claudia Raho
Sinistra Ecologia Libertà - circolo di Nardò

ESTORSIONI A NARDÒ "PER CONTO DEI MESAGNESI": 4 ARRESTI

Le investigazioni hanno consentito di individuare tre esponenti della Sacra corona unita di Nardò, che hanno spalleggiato, con intimidazioni reiterate, il rappresentante di una ditta del brindisino

di Emilio Faivre
NARDO’ – Quando si parla di estorsioni, il metodo, bene o male, è sempre lo stesso, passa dall’intimidazione, magari senza atti concreti di violenza. Il peso del curriculum criminale può bastare a mettere in soggezione la vittima.Semmai, questa volta, cambia il quadro della questione. Ad agire non è la criminalità organizzata salentina per se stessa, ma, se rientra in azione, lo fa per conto di altri, in un’ottica di scambio di favori. E, dunque, sotto il profilo dell’analisi sociale, l’operazione messa a segno questa mattina dai carabinieri della compagnia di Gallipoli e della stazione di Nardò, al termine di un’indagine durata diversi mesi, svela dinamiche in parte inedite.

La novità, che il procuratore capo Cataldo Motta ha tenuto a rilevare, nel corso di una conferenza stampa che si è svolta questa mattina presso il comando provinciale dell’Arma, a Lecce, è l’intreccio fra due territori storici, per la Sacra corona unita, per quanto segnati da una relativa distanza: Nardò e Mesagne. Erano i mesagnesi ad avanzare un presunto credito. Sono stati i neretini a tentare di incastrare l’imprenditore, avanzando pretese di denaro.

Quattro le ordinanze di custodia cautelare eseguite all’alba, nel cuore di Nardò. Ai domiciliari finisce Salvatore Alligri, 46enne. In carcere, invece, Antonio Duma, 49enne, già sorvegliato speciale e condannato per associazione a delinquere di tipo mafioso, Roberto Longo, 43enne, in liberà vigilata, già condannato per associazione a delinquere di tipo mafioso, e Salvatore Maceri, 45enne, a sua volta già condannato per associazione a delinquere di tipo mafioso. Per quanto riguarda il caso specifico di Alligri, il procuratore capo Motta ha già annunciato “impugnazione, perché con la nuova legge, non sono consentiti, in casi come questi, aggravati dal metodo mafioso, i domiciliari”. La firma sulle ordinanze di cattura è stata posta dal gip Andrea Lisi, su richiesta del pm Guglielmo Cataldi. I provvedimenti sono stati eseguiti da oltre quaranta carabinieri della compagnia jonica, coordinati dal capitano Stefano Tosi, e coadiuvati dal 6° elinucleo di Bari e dal nucleo cinofili di Modugno.

L’estorsione, piaga che s’insinua nella crisi economica

Tutto è nato da una denuncia. Nel dicembre scorso in caserma, a Nardò, si è presentato un noto commerciante del settore agroalimentare. E’ nella querela stessa che emerge il quadro in cui s’insinua la presunta estorsione. La crisi economica, una scure che si abbatte sul settore. Ad inizio del 2009, la decisione, sicuramente medita e mai facile, di cedere le armi. Ovvero, vendere la propria società ad altri imprenditori dello stesso settore. Nel contratto stipulato sarebbe stato previsto il trasferimento, in capo ai nuovi proprietari, sia dei debiti, sia dei crediti maturati nel tempo. Ma nonostante la vendita fosse ormai andata in porto, con la clausola che l’avrebbe sollevato da qualsiasi obbligo, l’imprenditore sarebbe comunque stato avvicinato da Alligri, rappresentante di una società brindisina, creditrice e grossista della precedente azienda agroalimentare, per invitarlo ad estinguere comunque il debito contratto in precedenza.

Motivo? Secondo quanto denunciato, Alligri avrebbe fatto cenno a ragioni d’incolumità personale; ovvero, la società brindisina, secondo lui, sarebbe stata gestita da persone poco raccomandabili e ritenute vicine ad ambienti di criminalità organizzata locale. Meglio pagare, insomma, quei 18mila euro e mettere una pietra su tutto. L’imprenditore si sarebbe però inizialmente rifiutato, portando Alligri a reiterare più volte le richieste, sempre accompagnate da chiari riferimenti alla pericolosità della criminalità brindisina. Fino a quando la presunta vittima non avrebbe ceduto, sottoscrivendo svariati effetti cambiali con scadenza mensili, da 300 euro ciascuno. Pagati, però, solo i primi due e non potendo più versare a causa di nuove difficoltà economiche, l’imprenditore avrebbe posto un definitivo diniego ai versamenti, tanto più che non dovuti.

E, a quel punto, sarebbe entrato in ballo un nuovo personaggio. Non più Alligri, ma Antonio Duma Antonio, ben conosciuto dalla vittima per i sui trascorsi giudiziari. Duma stesso avrebbe informato la vittima di essere stato incaricato dalla ditta brindisina per la riscossione del debito residuo. Ma anche in questo caso, l’imprenditore non si sarebbe piegato. Niente soldi a disposizione, niente versamenti. Poiché le pressioni di Duma non avrebbero avuto gli esiti sperati, si sarebbe a quel punto fatto avanti, in un vero e proprio meccanismo di logoramento psicologico, un nuovo incaricato. Ed ecco comparire un altro pluripregiudicato, Roberto Longo. Ma il tempo sarebbe trascorso senza riscontri, fino a muovere Alligri a ritornare sulla scena, per proporre all’imprenditore un incontro diretto e risolutore della faccenda. Incontro che sarebbe avvenuto, ma alla presenza (di certo inattesa) anche di Duma. Una figura che avrebbe intimorito l’uomo, il quale, per evitare ritorsioni, avrebbe promesso di tornare ad emettere cambiali.

Tant’è. Di denaro sembra davvero che non ne avesse, e di fronte alle inevitabili inadempienze, per convincere il debitore a dare un taglio definitivo, ecco che improvvisamente si sarebbe fatta avanti una nuova figura, quella di Salvatore Maceri, altro personaggio di spicco della malavita di Nardò. E Maceri non si sarebbe limitato agli avvertimenti, arrivando, piuttosto, in uno scatto d’ira, a mollare in faccia all’imprenditore un violento ceffone.

L’uomo, divincolatosi, si sarebbe poi recato presso la caserma dei carabinieri (dov’era già stato in precedenza), presentando una nuova denuncia. L’ultimo atto, prima delle manette. Tutta la vicenda, infatti, è stata tenuta sotto controllo dai miliari, nella sua evoluzione. L’attività d’indagine si è sviluppata con intercettazioni telefoniche, appostamenti e pedinamenti, ma anche registrazioni video e riproduzione fotografiche. Importante pure lo studio di tabulati telefonici acquisiti. Migliaia di pagine, per accertare collegamenti ed arrivare all’emissione degli ordini d’arresto.

I neretini in supporto dei mesagnesi: nuove dinamiche

L’imprenditore sarebbe stato scelto, rispetto alla nuova società, per muovere le richieste di denaro, giacché ritenuto probabilmente l’anello debole della catena. “Ma la peculiarità di questa storia – ha spiegato Cataldo Motta -, è l’intervento di tre esponenti ben conosciuti della criminalità organizzata neretina, condannati con il 416 bis. Si tratta di un territorio storico per le vicende della Sacra corona unita, insieme a quello della vicina Galatone. E c’è un collegamento con la criminalità organizzata, sempre della Scu, di un territorio lontano, della provincia di Brindisi”.

Un collegamento importante – ha rimarcato -, perché nell’intimidazione che viene posta in essere, si fa riferimento alla necessità di pagare in quanto, se fosse stata direttamente interessata la criminalità organizzata di Nardò, si sarebbe potuti addivenire ad una conclusione diversa. Per esempio, si sarebbe potuta versare una quota a favore dei detenuti della Scu, e questo avrebbe costituito il pagamento di quanto era ritenuto dovuto. Ma qui – ha proseguito Motta - l’intervento era fatto per conto dei mesagnesi, altro gruppo storico. Uno scambio di favori di carattere interprovinciale. La conferma che si è tornati ad operare in un settore più sommerso, senza manifestazioni clamorose, come attentati incendiari”.

Un’ultima analisi, doverosa, il procuratore Motta, l’uomo che ha piegato la Scu negli anni di piombo, per alcuni meccanismi legislativi che non ha esitato a definire “perversi”. “Ritengo che uno dei mali della giustizia sia l’incertezza della pena”, ha detto, in riferimento al fatto che i tre esponenti fossero a piede libero. “Un esempio esplicativo su tutti: forse Salvatore Padovano sarebbe ancora vivo se non avesse avuto cinque anni di libertà anticipata, cioè se avesse scontato l’intera pena”.

“E’ motivo di soddisfazione la notizia che arriva da Nardò relativa agli arresti effettuati dai carabinieri di quattro autori di estorsioni ai danni di un imprenditore leccese”. Questo il commento a caldo del sottosegretario al ministero degli Interni, Alfredo Mantovano. “Il felice esito delle indagini, avviate nel dicembre scorso a seguito della denuncia della vittima, dimostra ancora una volta che la fiducia nel lavoro delle forze dell’ordine e dell’autorità giudiziaria porta a immediati risultati positivi; ciò deve indurre gli onesti ad affidarsi sempre di più alle Istituzioni. Al comandante provinciale dell’Arma, colonnello Maurizio Ferla, e ai militari della compagnia di Gallipoli ribadisco stima e gratitudine”.

da LeccePrima

Perché il decreto è incostituzionale


di Massimo Villone
Alla fine, il misfatto si compie. Il governo con decreto-legge modifica le regole in corsa, e stravolge la competizione elettorale a vantaggio della propria parte.
Questo infatti è accaduto. È del tutto inconsistente lo schermo di una norma che si autodefinisce interpretativa. Anzitutto, a nulla vale argomentare che la decisione è lasciata ai giudici. Il problema non è chi deciderà applicando la norma, ma quale norma si dovrà applicare. Perché la norma sia davvero interpretativa, bisogna supporre che in una medesima disposizione preesistente in realtà convivano più potenzialità normative.
E che il legislatore scelga tra i possibili e molteplici significati uno compiutamente già presente. Non a caso, una norma interpretativa viene a valle di contrasti giurisprudenziali, di dubbi applicativi, di incertezze evidenziate dall'esperienza. Nulla di questo è alla base dei pasticci degli ultimi giorni. Tutti assumono che vi sia stato pressapochismo da parte dei presentatori, o peggio. E allora cosa dobbiamo mai interpretare?
Emerge anche un dubbio sulla sussistenza dei presupposti di necessità ed urgenza ex art. 77 Cost. È in corso il procedimento elettorale. Sono state assunte decisioni, sono in atto impugnative davanti ai giudici competenti. Nessuno può sapere se sarà adottata una interpretazione o un'altra. E allora dov'è la necessità e l'urgenza di definire ex lege l'interpretazione corretta? Non è invece che si anticipa la certezza di una interpretazione sfavorevole? Ma in tal caso abbiamo un indizio evidente che non si tratta di norma interpretativa volta a chiarire, ma di norma nuova e modificativa di quella esistente.
Non si fermano qui le forzature e violazioni della Costituzione. Anzitutto, in materia costituzionale ed elettorale il decreto-legge è precluso. Lo stabilisce l'art. 72, comma 4, della Costituzione. È già dubbio che con decreto-legge si possa metter mano a marginali tecnicalità della competizione elettorale. Ma di sicuro non si può ricorrere al decreto per fissare l'interpretazione delle regole sulla presentazione delle liste. In nessun modo questa può considerarsi una marginale tecnicalità. Inevitabilmente, si incide sul voto, e questo senza dubbio preclude il ricorso al decreto. Dunque, la stessa definizione che il governo dà del proprio intervento in chiave di norma interpretativa evidenzia di per sé il contrasto con l'art. 72, quarto comma, della Costituzione.
Decisivo è poi che in materia elettorale la forma è sostanza. Il principio di fondo della competizione elettorale è la par condicio delle forze in campo. E il primo indispensabile presupposto perché tale par condicio vi sia è il rispetto assoluto delle regole. Cambiarle in corsa comporta inevitabilmente un vantaggio indebito per l'uno, un danno ingiusto per l'altro. E di sicuro incide - poco o molto non importa - sull'esito. Questo viola molteplici norme della Costituzione. Non solo, com'è ovvio, gli artt. 2 e 3, ma soprattutto l'art. 48 Cost., perché il voto dell'elettore è davvero eguale solo se l'offerta politica in ordine alla quale il diritto si esercita è stata avanzata nel pieno rispetto della par condicio. Ed anche l'art. 51 Cost., perché viene distorta la condizione di parità nell'accesso alla carica elettiva da parte dei candidati. Ancor più l'art. 49, perché si nega il diritto dei cittadini a partecipare «con metodo democratico» alla politica nazionale. Proprio in quel metodo troviamo un connotato indispensabile della partecipazione. Ed è per realizzare anzitutto il fine ultimo dell'art. 49 Cost. che si presentano liste e si compete per il consenso. Ma dov'è il metodo democratico se si usa la clava del decreto-legge per ribattere la palla nell'altra metà del campo? Cosa c'è di democratico se si ricorre alla forza della legge per cambiare le regole a proprio vantaggio, per cancellare gli effetti negativi dei propri errori politici, della propria incapacità di sedare la rissa di tutti contro tutti e formare per tempo le liste secondo quanto prescritto?
Un segnale drammaticamente negativo. Che intanto getta nella precarietà il risultato elettorale, perché rimarrà probabilmente possibile far valere i vizi davanti alla Corte costituzionale. Ma forse per un costituzionalista conta ancor più la prova - e non è certo la prima - che cede uno dei pilastri della Costituzione come armatura dei diritti e delle libertà. Non a caso nella Parte I della Costituzione è centrale la riserva di legge. Non a caso troviamo diritti e libertà presidiati da quella riserva. La ragione la vediamo nella legge come massima espressione di partecipazione democratica. Ma nella confusione politica e istituzionale del nostro tempo e nel bipolarismo coatto con la gruccia del maggioritario in cui viviamo la legge esprime i numeri, ma non la sostanza di una partecipazione democratica. Nella legge non ci siamo tutti, ma solo quelli che hanno i numeri utili nell'assemblea elettiva, magari per consenso gonfiato da un premio di maggioranza. Ancor più quando si tratta di decreti-legge.
Pensavamo di aver toccato il fondo con escort, cacicchi, amici, mogli o segretari particolari in corsa per un seggio. Non sapevamo ancora degli spuntini. Come anche avevamo già sentito di leggi-truffa in materia elettorale. Da oggi abbiamo anche il decreto-truffa.

da Il Manifesto

MANNARINO - SVEGLIATEVI ITALIANI !!!



MANNARINO - SVEGLIATEVI ITALIANI

Svegliatevi italiani brava gente
qua la truffa è grossa e congegnata
lavoro intermittente
solo un'emittente
pure l'aria pura va pagata

In giro giran tutti allegramente
con la camicia nuova strafirmata
nessuno che ti sente
parli inutilmente
pensan tutti alla prossima rata

Soldi pesanti d'oro colato
questo paese s'è indebitato
soldi di piombo soldi d'argento
sono rimasti sul pavimento
e la poesia cosa leggera
persa nel vento s'è fatta preghiera
SI SPRECA LA LUCE SI PASSA LA CERA
SOPRA IL SILENZIO DI QUESTA GALERA

In giro giran tutti a pecorone
sotto i precetti della madre chiesa
in fila in processione
in fila in comunione
in fila con le buste della spesa

Giovanni grida solo per la via:
"fermatevi parliamo di poesia"
ma tutti vanno avanti
contano i contanti
minaccian di chiamar la polizia

Soldi pesanti d'oro colato
questo paese s'è indebitato
soldi di piombo soldi d'argento
sono rimasti sul pavimento
e la poesia cosa leggera
persa nel vento s'è fatta preghiera
SI SPRECA LA LUCE SI PASSA LA CERA
SOPRA IL SILENZIO DI QUESTA GALERA

Soldi pesanti d'oro colato
questo paese s'è indebitato
soldi di piombo soldi d'argento
sono rimasti sul pavimento
e la poesia cosa leggera
persa nel vento s'è fatta preghiera
SI SPRECA LA LUCE SI PASSA LA CERA
SOPRA IL SILENZIO DI QUESTA GALERA

e la poesia cosa leggera
persa nel vento s'è fatta galera
SI SPRECA LA LUCE SI PASSA LA CERA
SOPRA IL SILENZIO DI QUESTA PREGHIERA

Quando Napolitano prendeva i soldi da Berlusconi


1987, Berlusconi finanziava la corrente PCI di Napolitano. Una storia che arriva fino a noi

di Senza Soste
Nei giorni scorsi sono arrivate due significative dichiarazioni di Massimo D'Alema e Piero Fassino che difendevano il diritto del PDL ad essere ammesso alle elezioni regionali in Lombardia. Eppure la possibilità di far fuori il PDL, in una regione chiave del paese, era concreta e persino perfettamente legale.
Come mai tutto questo fair play da parte degli esponenti PD provenienti dall'esperienza del PCI? E come mai questo fair play si esercita in Lombardia, nel cuore del potere berlusconiano?
Certo al PD il decreto "interpretativo" non piace, preferiva altre soluzioni per salvare il PDL e l'ha fatto capire D'Alema all'Ansa. Si trattava come sempre, per il partito di Bersani, di conciliare il conflitto contingente con il PDL con alcune intese di fondo con il centrodestra.
Intese che furono ricordate un giorno in aula da Luciano Violante che, indispettito dal comportamento del centrodestra, disse che se le cose continuavano in quel modo il centrosinistra avrebbe toccato le televisioni di Berlusconi. "Non l'abbiamo mai fatto per gli accordi che sapete" disse l'ex presidente del senato, facendo capire la portata della minaccia ma anche l'importanza degli accordi. Quegli accordi che formano la costituzione materiale della seconda repubblica. Quelli che portano a dire agli esponenti del PD che l'antiberlusconismo non è un valore. Capire quali in fondo non è difficile. Basta aprire il giornale la mattina.

Ma in quali radici affondano le intese tra reduci del PCI e Berlusconi? Temporalmente parlando si risale a prima della caduta del muro di Berlino. A quando, secondo la storia alla Orwell di oggi, il PCI prendeva montagne di rubli da Mosca e Berlusconi sosteneva il mondo libero. Ma rubli e "mondo libero" sono questioni degli anni '50 mentre negli anni '80 l'integerrimo anticomunista Berlusconi il PCI lo finanziava eccome. E finanziava proprio la corrente del PCI di Giorgio Napolitano, per capire come i protagonisti del decreto di oggi non solo si conoscano da tempo ma abbiano storiche intese suggellate da finanziamenti e da convergenze di interessi di potere.

Del resto, proprio nel 1987 a Roma il PCI organizzò un convegno sul futuro della televisione italiana. I tre principali relatori furono Massimo D'Alema, Walter Veltroni e..Silvio Berlusconi. Il quale, lungi dallo scatenarsi contro i comunisti, fece una relazione densa di elogi verso il PCI per il ruolo che questo aveva assunto per lo sviluppo della comunicazione e del pluralismo in Italia.
Per capire il clima dell'epoca è utile la lettura di un libro "Il Baratto" (Il PCI e le televisioni: le intese e gli scambi fra il comunista Veltroni e l’affarista Berlusconi negli anni Ottanta. Kaos edizioni, 2008) di Michele De Lucia.

http://www.scuolanticoli.com/libri/pagelibri_016.htm

E soprattutto sono utili gli estratti del libro per comprendere subito i rapporti materiali ed ideologici che intercorrevano tra Napolitano e Berlusconi nel 1987.
Materiali, perchè la Fininvest finanziava con la pubblicità la strategica corrente milanese di Napolitano, ideologici perchè la corrente di Napolitano magnificava il tipo di capitalismo rappresentato dal cavaliere di Arcore.
Questo per far capire la storia reale d'Italia, le radici antiche delle intese tra Berlusconi ed i reduci del PCI e per comprendere che se l'Italia si vuol liberare dal ducetto di Arcore deve anche tagliare le antiche radici di certi accordi. Che rappresentano una assicurazione sulla vita per Berlusconi e sulla carriera per i personaggi appena citati.

Napolitano viene da lontano. Era migliorista e berlusconiano. Gli articoli del suo settimanale "Il Moderno" (con pubblicità Finivest anni '80) superano persino le poesie di Bondi al "caro leader".

"Ad aprile del 1985 esce a Milano il primo numero de Il Moderno, mensile (poi settimanale) della corrente “migliorista” del Pci (la destra tecnocratica e filo-craxiana del partito, guidata da Giorgio Napolitano). Animato da Gianni Cervetti… all’insegna dello slogan “l’innovazione nella società, nell’economia, nella cultura” (p. 104)."
"Intanto a Milano il numero di febbraio 1986 de Il Moderno… scrive che “la rivoluzione Berlusconi [è] di gran lunga la più importante, cui ancora qualcuno si ostina a non portare il rispetto che merita per essere stato il principale agente di modernizzazione, nelle aziende, nelle agenzie, nei media concorrenti. Una rivoluzione che ha trasformato Milano in capitale televisiva e che ha fatto nascere, oltre a una cultura pubblicitaria nuova, mille strutture e capacità pro­duttive” (p. 115)".
«Il numero di aprile 1987 ... esce con un’intera pagina pubblicitaria della Fininvest. È la prima di una lunga serie di inserzioni pubblicitarie dalla misteriosa utilità per l’inserzionista, dato che il giornale è semi-clandestino e vende meno di 500 copie… Intanto uno dei fondatori del Moderno, l’onorevole Gianni Cervetti, alla metà di aprile è di nuovo a Mosca… E il 18 aprile l’a­genzia Ansa da Mosca informa che in Urss, insieme al compagno Cervetti, c’è anche Canale 5… (pp 126 -- 127)".
"A giugno 1989 ... pubblica un megaservizio su Giocare al calcio a Milano. Con un panegirico sul Berlusconi miracoloso presidente milanista che “ha cambiato tutto: adesso la sua squadra è una vera e propria azienda,” e così via. Il giornale della corrente di destra del Pci è ormai un bollettino della Fininvest, e le pagine di pubblicità comprate dal gruppo berlusconiano ormai non si contano (p. 148)".(*)

(*) Testi tratti dal libro: "Il Baratto" dal blog www.dirittodicritica.com.

da Indymedia

Quei bravi ragazzi

Lo scorso anno l’ex presidente argentino Eduardo Duhalde ha fatto un viaggio in Italia, dove ha presenziato a una serie di eventi e cerimonie insieme ad alcuni suoi vecchi amici berlusconiani, conosciuti tramite Esteban “Cacho” Caselli.

Caselli è stato ambasciatore presso il Vaticano durante il governo di Menem, ex funzionario sotto Duhalde e oggi è senatore per gli italiani all’estero, circoscrizione Sudamerica.
Ma tra i buoni amici di Duhalde c’è anche Nicola Di Girolamo, che la settimana scorsa ha dovuto rinunciare al suo seggio al senato a causa delle rivelazioni sui suoi rapporti con la ‘ndrangheta.

Il quotidiano argentino Página 12 si occupa dei legami poco chiari tra politici e funzionari italiani e argentini: “Il 24 febbraio 2009 Duhalde, che anche se non lo ammette vorrebbe tornare a guidare l’Argentina, ha partecipato al convegno dell’Associazione italiani nel mondo, che ha l’obiettivo di ‘occuparsi della formazione sociale degli italiani emigrati seguendo la dottrina cristiana e i valori divini’. Dio, si sa, è dappertutto, e sembra aver trasferito il dono dell’ubiquità anche ai suoi fedeli: Di Girolamo, per esempio, è stato eletto come rappresentante degli italiani in Belgio. Paese che, a quanto pare, ha visto solo di sfuggita. Ora si sospetta che siano stati i suoi amici della mafia calabrese a farlo eleggere”.

Un mese dopo la visita di Duhalde in Italia l’Associazione Italiani nel mondo ha dato vita alla campagna per portare “Cacho” Caselli alla presidenza dell’Argentina nel 2011, mentre suo figlio Antonio cercava di arrivare alla presidenza del River Plate. Padre e figlio sono anche rappresentanti del Sovrano ordine di Malta, un ordine religioso cattolico. Infine, un altro politico italiano legato ai Caselli è Sergio De Gregorio, anche lui sospettato di avere legami con la mafia.

da Internazionale