E' necessario avviare subito le procedure per la dichiarazione dello stato di calamità nelle campagne dove decine di migliaia di ettari di terreno agricolo sono finiti sott’acqua insieme a case rurali e stalle per effetto dell’ondata straordinaria di maltempo che ha provocato perdite di ortaggi, verdure, vivai, serre mentre si temono danni alle piante da frutto come gli agrumeti e ci sono preoccupazioni per le semine primaverili. E' quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti che segnala anche frane e smottamenti nei campi e sulle strade che potrebbero far salire il conto dei danni nelle campagne a cento milioni di euro.
Un vero bollettino di guerra la situazione in Puglia dove la Coldiretti ha chiesto la declaratoria di stato di calamità naturale. Colpite tutte le province pugliesi, anche se i danni più consistenti si registrano a Taranto e Foggia. In particolare a Taranto, in contrada Marinella, Pantano e Tufarella, tra Ginosa e Bernalda (Matera), molti ettari di ortaggi e vigneti da tavola sono stati completamente distrutti ed alcuni fabbricati, sia capannoni che abitazioni, danneggiati. Anche a Castellaneta, contrada Gaudella e Palagianello nella cosidetta “Lama”, centinaia di ettari sono stati allagati con distruzione di tutti i seminativi. Ortaggi e vigneti allagati anche nelle restanti aree della provincia. Tra Ginosa, Laterza, Castellaneta e Palagianello gli imprenditori agricoli denunciano strade dissestate o addirittura chiuse, canali di scolo della bonifica in crisi di deflusso ed i terreni circostanti allagati con conseguente rischio di fenomeni di marciume radicale. Infine, l’abitato di Marina di Ginosa è completamente invaso dalle acque. Campi allagati e collegamenti impraticabili anche in provincia di Brindisi.
In Calabria la situazione è critica per gli ortaggi e per gli agrumeti, ma sono stati provocati danni anche a colture pregiate come ad esempio la cipolla Rossa di Tropea ad Indicazione Geografica Protetta (IGP). Disastrosa - continua la Coldiretti - la situazione della Basilicata nel Metapontino dopo l’esondazione dei fiumi Agri, Sinni, Basento e Bradano. Migliaia di colture di ortive, fragole, agrumeti e frutteti sommersi dall’acqua. Serre e fabbricati danneggiati, case rurali evacuate, aziende zootecniche semidistrutte e bestiame annegato. Difficile quantificare gli enormi danni. L’accesso ai terreni è reso difficoltoso dalle frane e dagli smottamenti, conseguenza delle inondazioni che hanno fatto scomparire anche molte strade rurali. I dirigenti Coldiretti della zona stanno facendo i sopralluoghi nelle aziende colpite. L’intero territorio agricolo di Pisticci è stato danneggiato dall’esondazione del Basento. Campi di fragole e ortive, frutteti e agrumeti inondati. Oltre 70 famiglie fatte evacuare dalle case rurali. Serre, fabbricati, strade e ponti distrutti. Gravissima anche la situazione nei territori di Bernalda e Montescaglioso.
Drammatica la situazione nei comuni di Bernalda e Montescaglioso, con campi di cereali, fragole, ortive, agrumeti e frutteti ancora sommersi dall’acqua e forti criticità negli allevamenti. Stalle interamente allagate, come quelle dell’azienda Esposito, che ha perso oltre 350 capi in seguito all’esondazione. L’Agri oltre a migliaia di ettari di fragole, ortive, frutteti e agrumeti nei comuni di Policoro, Nova Siri e Rotondella, ha inondato molte case rurali. In Abruzzo nella provincia di Teramo dove sono andati sott’acqua centinaia di ettari di terreno per effetto delle piogge incessanti che hanno anche reso inaccessibili molte strade poderali e, oltre ai danni diretti alle coltivazioni, hanno determinato smottamenti che hanno stravolto la conformazione dei terreni agricoli. In Italia - precisa la Coldiretti - ci sono 5.581 comuni, il 70 per cento del totale, a rischio idrogeologico dei quali 1.700 sono a rischio frana e 1.285 a rischio di alluvione, mentre 2.596 sono a rischio per entrambe le calamità
. All'elevato rischio idrogeologico non è certamente estraneo il fatto che un territorio grande come due volte la regione Lombardia, per un totale di cinque milioni di ettari equivalenti, è stato sottratto all'agricoltura che - afferma la Coldiretti - interessa oggi una superficie di 12,7 milioni di ettari con una riduzione di quasi il 27 per cento negli ultimi 40 anni. Il progressivo abbandono del territorio e il rapido processo di urbanizzazione spesso incontrollata non e' stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque ed è necessario intervenire per invertire una tendenza che - sottolinea la Coldiretti - mette a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese. Una situazione aggravata dai cambiamenti climatici in atto che - conclude la Coldiretti - si manifestano con una maggiore frequenza con cui si verificano eventi estremi, sfasamenti stagionali, maggior numero di giorni consecutivi con temperature estive elevate, aumento delle temperature estive e una modificazione della distribuzione delle piogge.
da GrandeSalento.org
venerdì 4 marzo 2011
Beirut, aspettando la rivoluzione

Manifestazioni anche in Libano, dove lo scenario pare molto differente dal resto del mondo arabo
scritto da Erminia Calabrese da Beirut per PeaceReporter
"Pane, lavoro e libertà", urlavano i manifestanti nelle varie piazze arabe che nelle ultime settimane hanno trovato nel canale satellitare al-Jazeera una vera e propria leadership. "Il popolo vuole la caduta del regime", gridavano i rivoluzionari a Tunisi, al Cairo a Tripoli, liberandosi di regimi e di tiranni che per trenta anni avevano vietato ogni forma di libertà e la possibilità di una vita dignitosa per loro e per i loro figli.
Senza nessuna distinzione di religione, tribù, famiglie è stato il popolo il vero protagonista di queste rivoluzioni che qualcuno ha voluto chiamare "miracolo arabo". E' stato il popolo stavolta a liberarsi da quella retorica coloniale che da sempre aveva preteso di trasformare gli arabi in persone pigre e soggiogate dall'Islam. Bisognerebbe chiedere a Georges Bush o ad Hillary Clinton cosa hanno provato mentre la piazza al Cairo rovesciava quel regime che da anni l'amministrazione statunitense aveva appoggiato e finanziato perché considerato moderato, per il semplice fatto di aver firmato un accordo di pace con Israele, che aveva potuto cosi approfittare del gas egiziano a prezzi ridotti.
"Quando sei costretto a lavorare dalle cinque di mattina alle dieci di sera e nonostante questo vedi che non riesci ad arrivare a fine mese allora vuol dire che c'è un vero problema", commentava un cittadino libanese nei giorni della rivolta al Cairo - "allora vuol dire che devi iniziare a far sentire la tua voce".
"Il popolo vuole la caduta del regime settario", gridavano invece a Beirut, domenica scorsa, circa quattro mila persone, in maggioranza giovani, che sulla scia delle rivolte in Medio Oriente e in Nord Africa avevano organizzato una manifestazione nella capitale. In un Paese dove il potere è diviso tra diciotto comunità confessionali eredità dell'impero ottomano rafforzata dal colonialismo francese nel Paese una rivoluzione sembra però essere improbabile perché come ricorda Khalil, responsabile del Partito Comunista all'Università Americana di Beirut: "Se in Libia il tiranno è uno qui in Libano ne abbiamo tanti, uno per ogni confessione e una mobilitazione in termini nazionali è davvero difficile".
"Siamo stanchi di dover andare all'estero per trovare un lavoro mentre i nostri dirigenti non fanno altro che metterci gli uni contro gli altri utilizzando la retorica confessionale", dice Hani, un ragazzo di 26 anni.
In questo stesso giorno, mentre sotto la pioggia i giovani senza perdersi d'animo manifestavano per le strade della capitale, al nord del paese, nella regione di Akkar, una delle zone più povere del paese dove ogni famiglia in media è costituita da nove membri, Ahmad Hariri, vice presidente del Partito al-Mustaqbal, capeggiato dall'ex ormai premier Saad Hariri girava per le strade di Akkar in cerca di consensi distribuendo pane e lavoro, dopo che il premier designato Najib Miqati aveva ricevuto un bagno di folla nella visita a Tripoli, sua città natale.
"Non c'è lavoro qui, è solo grazie a Saad Hariri se oggi posso mettere qualcosa nel piatto dei miei nove figli. La settimana scorsa mi hanno addirittura spedito una valigia piena di vestiti per bambini", ricorda Yemen, una donna sui cinquant'anni. "Ho trovato un lavoro grazie ad Hariri che mi ha impiegato in una delle sue tante istituzioni qui nella regione", racconta invece Abu Ahmad. "E' lui che si occupa dell'istruzione dei miei figli e in caso delle loro cure mediche".
Se pane e lavoro ci sono, dove è la libertà?
L'aquila...città universitaria??
L'Aquila, 1 mar 2011
In otto hanno dovuto fare i bagagli, abbassare la testa e chiudersi dietro le spalle la porta della nuova Casa dello studente ma non solo, hanno perso il diritto a percepire la borsa di studio di cui sono titolari dovendo, inoltre, provvedere alla restituzione dei mesi fino ad oggi percepiti. La colpa che stanno espiando sei ragazzi e due ragazze è quello di aver fumato una sigaretta nella sala studio dell'ex caserma Campomizzi. La pietra dello scandalo non sarebbe stata in realtà il vizio del fumo, dato che i richiami per cattiva condotta sarebbero stati fatti, e finiti lì, ad alcuni il 23 novembre scorso, ad un altro gruppo il 9 dicembre 2010 ed infine altri a gennaio, piuttosto il 'caso' sarebbe nato dalle parole di un'altra ragazza allontanata a sua volta dalla struttura perché trovata ad utilizzare un fornellino elettrico.Il 'foglio di via' sarebbe stato redatto proprio in seguito all'audizione di quest'ultima ragazza che avrebbe storto il naso per dover lasciare il suo posto letto nella nuova Casa dello studente e la quale avrebbe replicato di non essere stata la sola ad essere stata trovata in violazione con il regolamento e dunque di non dover essere sola lei a pagare andandosene.
La revoca dell'alloggio giunta lo scorso 15 febbraio a 5 ragazzi israeliani, a 2 ragazze di Larino in provincia di Campobasso e ad un abruzzese originario di Penne, farebbe riferimento all'articolo 8 del regolamento interno della struttura studentesca che prevede la revoca del posto letto e della borsa di studio per la detenzione di armi, alcool, sostanze stupefacenti, giovo d'azzardo, la cessione del posto assegnato fino a giungere al fumare negli spazi comuni o all'interno delle proprie stanze.
«Hanno avuto tempo fino al 28 febbraio per lasciare i loro alloggi. Ieri notte alcuni hanno trovato ospitalità da amici altri hanno dormito in alcuni container messi a disposizione dalla Protezione Civile, – le parole di Wania Della Vigna, l'avvocatessa incaricata dai ragazzi di rappresentarli in questa battaglia – ma non è solo il problema dell'alloggio, hanno perso anche la borsa di studio, di cui erano titolari sia per requisiti di merito, sia per i loro redditi quasi alla soglia della povertà, e tale provvedimento sarà retroattivo. Neanche la caparra di 450 euro gli verrà restituita dato che sarà trattenuta per coprire le mensilità della borsa di studio percepite da settembre ad oggi».
«Non c'è un docente universitario al loro fianco – sottolinea la presidente del Comitato vittime della Casa dello studente, Antonietta Centofanti, mobilitatosi a favore degli otto ragazzi – si riempiono la bocca di belle parole ma non fanno nulla per il futuro degli studenti».
«Una città universitaria che deve essere ricostruita non può dimenticare i suoi studenti, li deve proteggere – incalza Della Vigna – è per questo che noi rivolgiamo un appello al Rettore di Orio, gli studenti devono essere protetti anche adesso. Non devono perdere il sogno di laurearsi all'Aquila»
Il commissario straordinario dell'Azienda per il diritto agli studi universitari, Francesco D'Ascanio, sottolinea come si stia già definendo un possibile percorso per risolvere la situazione in cui si sono trovati i ragazzi: «Vedrò tra poco il vice commissario alla ricostruzione Antonio Cicchetti, il quale è sicuro che ci sia una base per trovare una situazione alternativa. Stiamo pensando di muoversi bandendo un nuovo avviso pubblico per ristabilire la situazione ante quo».
Resta da capire se l'atto di revoca degli alloggi sia un atto personale del direttore dell'azienda per il diritto allo studio, Luca Valente, o se sia stato un provvedimento firmato da tutto il Cda.
da Indymedia
In otto hanno dovuto fare i bagagli, abbassare la testa e chiudersi dietro le spalle la porta della nuova Casa dello studente ma non solo, hanno perso il diritto a percepire la borsa di studio di cui sono titolari dovendo, inoltre, provvedere alla restituzione dei mesi fino ad oggi percepiti. La colpa che stanno espiando sei ragazzi e due ragazze è quello di aver fumato una sigaretta nella sala studio dell'ex caserma Campomizzi. La pietra dello scandalo non sarebbe stata in realtà il vizio del fumo, dato che i richiami per cattiva condotta sarebbero stati fatti, e finiti lì, ad alcuni il 23 novembre scorso, ad un altro gruppo il 9 dicembre 2010 ed infine altri a gennaio, piuttosto il 'caso' sarebbe nato dalle parole di un'altra ragazza allontanata a sua volta dalla struttura perché trovata ad utilizzare un fornellino elettrico.Il 'foglio di via' sarebbe stato redatto proprio in seguito all'audizione di quest'ultima ragazza che avrebbe storto il naso per dover lasciare il suo posto letto nella nuova Casa dello studente e la quale avrebbe replicato di non essere stata la sola ad essere stata trovata in violazione con il regolamento e dunque di non dover essere sola lei a pagare andandosene.
La revoca dell'alloggio giunta lo scorso 15 febbraio a 5 ragazzi israeliani, a 2 ragazze di Larino in provincia di Campobasso e ad un abruzzese originario di Penne, farebbe riferimento all'articolo 8 del regolamento interno della struttura studentesca che prevede la revoca del posto letto e della borsa di studio per la detenzione di armi, alcool, sostanze stupefacenti, giovo d'azzardo, la cessione del posto assegnato fino a giungere al fumare negli spazi comuni o all'interno delle proprie stanze.
«Hanno avuto tempo fino al 28 febbraio per lasciare i loro alloggi. Ieri notte alcuni hanno trovato ospitalità da amici altri hanno dormito in alcuni container messi a disposizione dalla Protezione Civile, – le parole di Wania Della Vigna, l'avvocatessa incaricata dai ragazzi di rappresentarli in questa battaglia – ma non è solo il problema dell'alloggio, hanno perso anche la borsa di studio, di cui erano titolari sia per requisiti di merito, sia per i loro redditi quasi alla soglia della povertà, e tale provvedimento sarà retroattivo. Neanche la caparra di 450 euro gli verrà restituita dato che sarà trattenuta per coprire le mensilità della borsa di studio percepite da settembre ad oggi».
«Non c'è un docente universitario al loro fianco – sottolinea la presidente del Comitato vittime della Casa dello studente, Antonietta Centofanti, mobilitatosi a favore degli otto ragazzi – si riempiono la bocca di belle parole ma non fanno nulla per il futuro degli studenti».
«Una città universitaria che deve essere ricostruita non può dimenticare i suoi studenti, li deve proteggere – incalza Della Vigna – è per questo che noi rivolgiamo un appello al Rettore di Orio, gli studenti devono essere protetti anche adesso. Non devono perdere il sogno di laurearsi all'Aquila»
Il commissario straordinario dell'Azienda per il diritto agli studi universitari, Francesco D'Ascanio, sottolinea come si stia già definendo un possibile percorso per risolvere la situazione in cui si sono trovati i ragazzi: «Vedrò tra poco il vice commissario alla ricostruzione Antonio Cicchetti, il quale è sicuro che ci sia una base per trovare una situazione alternativa. Stiamo pensando di muoversi bandendo un nuovo avviso pubblico per ristabilire la situazione ante quo».
Resta da capire se l'atto di revoca degli alloggi sia un atto personale del direttore dell'azienda per il diritto allo studio, Luca Valente, o se sia stato un provvedimento firmato da tutto il Cda.
da Indymedia
giovedì 3 marzo 2011
NORMALITA’
di Angelo Cleopazzo
Le speranze, le emozioni, le angosce sono chiuse nel cassetto più profondo dell’ anima mia.
Provo a prendere il filo e a tirar fuori le reti del mio pensatoio: dolore e tristezza, cupidigia e solitudine reclamano a viva voce riflessioni sullo stato in cui si trova la mia Nardò.
D’ impulso mi balena alla mente una frase, mi strazia e nuda dichiara la sua essenza: dov’ è la normalità in questo paese?
Trovo brandelli di memoria che mi interrogano.
Ma come i morti sono vivi e i vivi sono morti?
Nei grandi del passato trovo linfa vitale; sono vivi e stimolanti quei passaggi su sta terra di antenati.
Vedo in Gramsci una forza dirompente nel presente e pel futuro…
Mi desto e poi d’ intorno vedo morti.
Morti che camminano, persone senza meta, guidate solo dalla bussola del loro egoismo, dell’ opportunismo, dal fiuto per l’affare e dal vantaggio a breve termine.
Dignità, pudore, decoro, amore, cura, solidarietà, convivialità, istruzione, cultura, onestà, lealtà, religiosità, normalità. Quali di queste prerogative sono soddisfatte da chi calpesta questa Nardò?
La politica cittadina ridotta ad un feudalesimo medievale dove “ i signori “ detengono ad personam la gestione padronale del potere. Gestiscono i loro feudi ( che un tempo erano i partiti ) con l’ estorsione del consenso.
A Nardò la politica cittadina ruota attorno ai notabili dei “ pacchetti di voti “, chi ne ha di più si spartisce gli assessorati e le poltrone quando sarà eletto.
Fiumi di promesse, di denaro e di minacce piegano la schiena dei più deboli: un esercito di bisognosi pronti al baciamano, si scappellano e si prostituiscono davanti a sti figuri.
Come giustificare la morte della politica agli occhi dei bambini?
Quale scempio di normalità si vuole dare ai figli di questa terra, lercia e marcia, paludata da secoli di mafia.
Nessuna spinta ideale, nessuna proposta, non ci sono interlocutori normali.
La competizione fra i partiti ha senso se dialettica e idealità multiformi si contrappongono, si legano, si dispiegano dentro i partiti, fra i partiti, nelle Istituzioni, fra i cittadini.
Qui niente ha il sapore della normalità!
Esistono partiti che non sono, sedi aperte solo in prossimità dell’ elezioni, nessuna attività interna li contraddistingue per virtù.
Esistono partiti fondati dalla mafia, liste che sono partiti che passano da padre in figlio, partiti dove gli iscritti non sanno di esserlo, partiti dove mai una riunione fra gli iscritti è stata fatta.
In questo mare sono un’ isola col mio partito;i miei compagni di viaggio sono isole.
Assieme formiamo una barriera di coralli dove difenderci dalla barbarie, un arcipelago dove far sbarcare le navi nostre sature di speranze ed aspettative.
I bambini non hanno bisogno di esempi scellerati, non hanno bisogno dei ”signori del dolore ” , hanno bisogno d’ amore e di normalità.
Angelo Cleopazzo
Le speranze, le emozioni, le angosce sono chiuse nel cassetto più profondo dell’ anima mia.
Provo a prendere il filo e a tirar fuori le reti del mio pensatoio: dolore e tristezza, cupidigia e solitudine reclamano a viva voce riflessioni sullo stato in cui si trova la mia Nardò.
D’ impulso mi balena alla mente una frase, mi strazia e nuda dichiara la sua essenza: dov’ è la normalità in questo paese?
Trovo brandelli di memoria che mi interrogano.
Ma come i morti sono vivi e i vivi sono morti?
Nei grandi del passato trovo linfa vitale; sono vivi e stimolanti quei passaggi su sta terra di antenati.
Vedo in Gramsci una forza dirompente nel presente e pel futuro…
Mi desto e poi d’ intorno vedo morti.
Morti che camminano, persone senza meta, guidate solo dalla bussola del loro egoismo, dell’ opportunismo, dal fiuto per l’affare e dal vantaggio a breve termine.
Dignità, pudore, decoro, amore, cura, solidarietà, convivialità, istruzione, cultura, onestà, lealtà, religiosità, normalità. Quali di queste prerogative sono soddisfatte da chi calpesta questa Nardò?
La politica cittadina ridotta ad un feudalesimo medievale dove “ i signori “ detengono ad personam la gestione padronale del potere. Gestiscono i loro feudi ( che un tempo erano i partiti ) con l’ estorsione del consenso.
A Nardò la politica cittadina ruota attorno ai notabili dei “ pacchetti di voti “, chi ne ha di più si spartisce gli assessorati e le poltrone quando sarà eletto.
Fiumi di promesse, di denaro e di minacce piegano la schiena dei più deboli: un esercito di bisognosi pronti al baciamano, si scappellano e si prostituiscono davanti a sti figuri.
Come giustificare la morte della politica agli occhi dei bambini?
Quale scempio di normalità si vuole dare ai figli di questa terra, lercia e marcia, paludata da secoli di mafia.
Nessuna spinta ideale, nessuna proposta, non ci sono interlocutori normali.
La competizione fra i partiti ha senso se dialettica e idealità multiformi si contrappongono, si legano, si dispiegano dentro i partiti, fra i partiti, nelle Istituzioni, fra i cittadini.
Qui niente ha il sapore della normalità!
Esistono partiti che non sono, sedi aperte solo in prossimità dell’ elezioni, nessuna attività interna li contraddistingue per virtù.
Esistono partiti fondati dalla mafia, liste che sono partiti che passano da padre in figlio, partiti dove gli iscritti non sanno di esserlo, partiti dove mai una riunione fra gli iscritti è stata fatta.
In questo mare sono un’ isola col mio partito;i miei compagni di viaggio sono isole.
Assieme formiamo una barriera di coralli dove difenderci dalla barbarie, un arcipelago dove far sbarcare le navi nostre sature di speranze ed aspettative.
I bambini non hanno bisogno di esempi scellerati, non hanno bisogno dei ”signori del dolore ” , hanno bisogno d’ amore e di normalità.
Angelo Cleopazzo
RECENSIONE di MARGHERITA HACK al libro “GLI UOMINI OMBRA” di Carmelo Musumeci

E’ un libro sconvolgente, opera di chi in carcere è diventato un grande scrittore, che scrivendo riesce a sopportare quella morte al rallentatore che è il carcere a vita, l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”.
Sono racconti in parte veri, in parte romanzati, che rispecchiano la violenza di chi ha potere su i carcerati e l’ansia di libertà, di giustizia, l’amicizia profonda che si stabilisce fra compagni di pena.
Quando si legge di casi reali di giovani rei di aver partecipato a qualche manifestazione, o di aver reagito alla forza pubblica, che entrati in carcere in piena salute ne escono avvolti in un lenzuolo e con sul corpo i segni di pestaggi selvaggi, si vuol credere che si tratti di casi eccezionali, poi si pensa a quello che è successo durante il G8 a Genova e si comincia a dubitare. Il carcere che dovrebbe essere scuola di riabilitazione si rivela un centro di abbrutimento per i carcerieri e di annullamento della personalità dei carcerati a cui questi si ribellano con la violenza, carcerieri e carcerati egualmente vittime di un sistema degradante.Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, una famiglia che ci ha protetto e aiutato a crescere e ci si domanda come saremmo stati se fossimo stati lasciati abbandonati a noi stessi, orfani o con genitori in carcere, o assenti, forse ognuno di noi avrebbe cominciato con qualche furtarello e poi sempre qualcosa di più grosso, fino a che, contro la nostra volontà, ci sarebbe scappato il morto e la galera.
Il bambino criminale - l’autobiografa della sua infanzia- diventa criminale per colpa di chi dovrebbe guidarlo nella vita; prima la nonna che lo incita a rubacchiare del cibo al mercato, mentre lei, chiacchierando distrae il venditore. Scoperto, si becca uno schiaffo dalla nonna- quante volte ti devo dire di non rubare- e poi a casa se ne becca un altro per essersi fatto scoprire, poi la maestra che lo sospende per dieci giorni per aver portato a scuola un gattino, poi, in seguito alla separazione dei suoi, il collegio, dove religiosi di poca carità cristiana incrudeliscono con punizioni sproporzionate per un bambino ansioso di affetto e di libertà. Questo tipo di educazione potrebbe costituire un manuale su “ Come ti costruisco un criminale”.
Gli uomini ombra, invisibili e dimenticati da tutti , morti viventi, perché irreali come le ombre, eppure capaci di forte amicizia e altruismo come i quattro rinchiusi nella stessa cella, Tiziano figlio di un boss diventato assassino per l’obbligo di vendicare l’assassinio del padre, Pietro che aveva ammazzato la moglie e l’amante, Giosuè che aveva ammazzato una decina di persone che volevano ammazzare lui, e Nicola che viveva nel ricordo della moglie che lo aspettava da otto anni e non riusciva mai a vederlo. Era l’unico che aveva ancora una ragione per vivere. Per lui, perché lo trasferiscano al nord dove sarebbe stato più facile vedere ogni tanto la moglie gli altri tre dopo un tentativo di fuga fallito sono pronti a sacrificarsi. Finalmente Nicola può incontrare la moglie e gli altri tre sono finalmente liberi, le loro anime hanno lasciato i loro corpi martoriati di botte.
Le carceri italiane scoppiano. Molti detenuti non hanno nemmeno una branda o un materasso e dormono sdraiati per terra. Questo succede oggi nella civilissima Trieste. Molti dei detenuti non hanno compiuto altro reato che quello inventato da un governo razzista: il reato di clandestinità; molti altri sono poveracci che se fossero stati difesi da un bravo avvocato e non da un poco coscienzioso avvocato d’ufficio sarebbero fuori. Tutti avrebbero diritto a poter svolgere un lavoro, a studiare, a fare sport, a ricostruirsi un surrogato di vita, in particolare agli ergastolani, a coloro a cui la società dice: Lasciate ogni speranza o voi che entrate.
Spesso mi viene in mente un fatto di cronaca di qualche anno fa: Roma, una stazione della metropolitana. Due donne, un’italiana e una romena litigano, per quelli che vengono definiti futili motivi, una precedenza e una spinta forse involontaria, un insulto alla romena che reagisce con un’ombrellata al volto dell’altra. Disgrazia volle che la punta dell’ombrello le si conficcasse nell’occhio e raggiungesse un punto particolarmente delicato del cervello da provocare la morte. Chiaramente un omicidio preterintenzionale. Ma la romena è stata condannata per omicidio premeditato. Evidentemente in previsione del futuro litigio in metropolitana si era armata di un ombrello.
Quanto si dovrà aspettare perché il carcere possa assolvere davvero la funzione rieducatrice? Come si può pensare che una pena così barbara come l’ergastolo ostativo, che non lascia nessuna speranza di un futuro, possa rieducare?
Mi auguro che questo libro, oltre ad essere un eccellente esempio di letteratura vissuta, serva a sensibilizzare tutti coloro che sono “cittadini rispettabili”, che spesso non per merito loro ma grazie a un po’ di fortuna non hanno mai conosciuto il carcere, alla necessità di abolire l’ergastolo, a non dividere la popolazione fra onesti- quelli fuori- e delinquenti-quelli dentro- Leggendo questo libro si impara quanta umanità può esserci anche “dentro”, forse più dentro che fuori.
Margherita Hack
mercoledì 2 marzo 2011
DI TUTTI I COLORI - 3/13 marzo 2011 – Nardò

Centro di Servizi culturali e bibliotecari del Comune di Nardò
ex Convento dei Carmelitani C.so V. Emanuele II
giovedì 3 marzo h. 19:00
inaugurazione e presentazione di “Attila e Adalberta”(Lupo Editore)
libro per bambini scritto da Chiara Lorenzoni e illustrato da Chiara Criniti.
Giovedì 10 marzo h. 16:30
Laboratorio per bambini e ragazzi
A cura della Compagnia Terrammare Teatro e degli operatori della Biblioteca del Centro
con la partecipazione dell’illustratrice Daniela Cecere.
Il laboratorio, gestito da Silvia Civilla e Daniela Cecere, consisterà nel far inventare ai bambini una storia fantastica e a rappresentarla attraverso lo strumento magico della lavagna luminosa: il risultato sarà la costruzione di un piccolo mondo interattivo, in cui fondere fantasia, recitazione e manualità.
Partecipazione gratuita
info. 0833.572235
DI TUTTI I COLORI è un’iniziativa organizzata dalla Cooperativa Fluxus
nell’ambito del Laboratorio Urbano Koinè di Melendugno.
(Bollenti Spiriti /Regione Puglia - Assessorato alle Politiche Giovanili/
Unione dei Comuni delle Terre di Acaya e di Roca – Melendugno e Vernole).
L’appuntamento a Nardò nasce dalla collaborazione con il Centro di Servizi Culturali
e con la Compagnia Terrammare Teatro nell’ambito della rassegna di incontri
ed iniziative parallele alla stagione di prosa del Teatro comunale di Nardò
“Lo spettatore incantato”.
(Teatri Abitati/Unione Europea/Regione Puglia – Ass. al Mediterraneo, Cultura e Turismo/
Teatro Pubblico Pugliese/Città di Nardò).
martedì 1 marzo 2011
TOSCA & M.VENTURIELLO - IL BEL PAESE DEGLI ANIMALI
" A TUTTI I DITTATORI CHE PRIMA O POI FARANNO I CONTI CON IL PROPRIO POPOLO "
liberamente tratto da " La fattoria degli animali " di George Orwell
Tosca, Massimo Venturiello
Ruggiero Mascellino, Carmine Pagano, Pasquale Laino, Luca Iaboni,
Matteo di Francesco
Arrangiamento musicale : Ruggiero Mascellino
Diretto da Gabriele Altobelli
Il belpaese degli animali
M. Venturiello -- R. Mascellino
SEI UNA BESTIA, NON FERMARTI MAI
SPUTA SANGUE E ZUCCHERINI AVRAI
RIGA DRITTO DEVI DIRE SI
GLI ANIMALI SON COSI'
MA IN UN ATTIMO TUTTO CAMBIO'
BASTO' POCO A DIRE NON CI STO
MORTE ALL'UOMO E ALLA SUA SCHIAVITU'
NON OBBEDIREMO PIU'! NO!
GATTI VOLPI CANI PECORE CAVALLI ORSI LEPRI E COLIBRI'
COMINCIARONO A CANTARE LUNGO I FIUMI : "ALLA VITA DICO SI!"
DA QUEL GIORNO LE ANGHERIE I SOPRUSI CHE DA SEMPRE GLI UOMINI CRUDELI I MACELLAI CHIRURGHI LE VIVISEZIONI
NON CI FURON PIU'
STESI AL SOLE LA FELICITA'
SOTTO UN CIELO DI TUA PROPRIETA'
CHE PROFUMO CHE HA LA LIBERTA'
ALLA VITA DICO SI! SI!
CERTAMENTE NON FU VANITA'
MA PIUTTOSTO GENEROSITA'
UN MAIALE ALLORA S'AFFACCIO'
DISSE IO GOVERNERO'
UN FUTURO DI PROSPERITA'
DI OTTIMISMO DI LONGEVITA'
PACE E BENE A TUTTI ASSICURO'
IL MONDO INTERO LO VOTO'. EH!
PROMETTENDO PRIMAVERE PARADISI SOLE E MIELE A VOLONTA'
OBBEDIRONO AL MAIALE RIPETENDO: QUANTO E' BRAVO IL NOSTRO RE
CHE PENSO' A PARARSI IL CULO SI ALLEVO' UN GRUPPETTO DI CANI RABBIOSI SI SA MAI CI FOSSE
UN' AMMUTINAMENTO UNA DIFFICOLTA'
LE PECORELLE PREGARON GESU'
E LE MAMMELLE TORNARONO SU
IL BEL PAESE DEGLI ANIMALI
'TING ELING ELING ... VITA BELA'
GATTE IN CALORE LISCIAVANO IL RE
IL FIORE DEGLI ANNI LO VOLLE PER SE
LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
CANTAVA 'THAT'S AMOR'
LE PROMESSE POI DIMENTICO'
QUEL SUINO SE LE RIMANGIO'
MISE UN MAPPAMONDO SUL COMO'
E A PALLONE CI GIOCO'
LE PECORELLE PREGAVAN GESU'
MA LE MAMMELLE CALAVANO GIU'
IL BEL PAESE DEGLI ANIMALI
'TING ELING ELING ... TARANTELA'
LE BARZELLETTE ALLA CRICCA DEL RE
SQUALI E DELFINI LI VOLLE PER SE
TUTTA L'AZIENDA DEGLI ANIMALI
CANTAVA 'THAT'S AMOR'
ALLO SPECCHIO A LUNGO SI GUARDO'
LA SUA COTICA SILICONO'
I CAPELLI SE LI DISEGNO'
LO ZAMPONE LUCIDO'
PASSARON GLI ANNI I MESI I GIORNI
VIVA IL PROGRESSO
CHI ERA DIVERSO SPARI'
CHI ERA STRANIERO CHI
CHI PER LA FAME CHI
CHI PROTESTO' MORI'
CHI INVECE INGRASSAVA ALLA CORTE DEL RE E SI FACEVA IL BIDET
CAMMINANDO SU DUE ZAMPE TIRO' FUORI UN SIGARO DAL SUO GILET
MENTRE A UN GRUPPO DI MAIALE GLI LECCAVA IL MIELE IN MEZZO AL DECOLTE'
NON PENSO' QUEL MEZZO UOMO CHE LA RUOTA GIRA QUANDO FU AZZANNATO DA UN CANE RABBIOSO
CHE IN UN LAMPO IL RE MAIALE GIUSTIZIO'. OLE'!
lunedì 28 febbraio 2011
NARDO' :presidio dei lavoratori delle cooperative All Service ed Italian Job
Prosegue la battaglia per gli ex lavoratori della "nardò technical center" ; per gli amici di Facebook: "sfruttati dalla nardò technical center"!

Martedì 1 marzo in via Capruzzi in coincidenza con il Consiglio Regionale si terrà un presidio dei lavoratori delle cooperative All Service ed Italian Job e contestuale richiesta di incontro con la Vice Presidente Dott.ssa Capone
La vicenda di questi lavoratori è una vera e propria odissea. Essi lavoravano presso la pista di Nardò in qualità di collaudatori, lavoro pericolosissimo e sottopagato (4 euro all'ora) per condurre auto a 300 all'ora nelle condizioni più estreme e con turni massacranti.
La paga così bassa è dovuta al fatto di con cooperative che in realtà altro non sono che l'interfaccia della Nardò Technical Center che gestisce la pista di Nardò. Tanto è vero che il core business della N.T.C., ovvero collaudare le auto, è in realtà svolto per l'80% dai dipendenti delle cooperative.
Nel 2009 con decisione unilaterale mette in cassa integrazione i propri dipendenti e rompe l'appalto con le cooperative (nonostante fosse fino al 2011).
Qui inizia il dramma per questi lavoratori in quanto quelli della All Service vanno in cassa integrazione in deroga e quelli della Italian Job rimangono senza reddito.
A ciò va aggiunto che grazie ad un indegno accordo sindacale si stabilisce che chi vuole lavorare (perchè le lavorazioni continuano...) può farlo solo con l'interinale e a discrezione aziendale (della N.T.C.) con l'immaginabile ricattabilità dei lavoratori.
A ciò si aggiunga che la N.T.C. ha goduto di un finanziamento pubblico regionale di circa 9 milioni di euro in contraccambio di sviluppo industriale comprese nuove assunzioni dirette!
Ancora più grave è il fatto che la transhe finale del finanziamento pubblico è stato erogato dopo che la N.T.C. aveva dihiarato la crisi e messo in cassa integrazione i propri diretti e buttao a mare i lavoratori delle cooperative.
I lavoratori delle cooperative nel 2010 si sono rivolte ai Cobas e da allora è iniziato un percorso di denunce interrogazioni parlmentari. e di incontri e tavoli tecnico istituzionali con la Provincia di Lecce, con la Regione Puglia e la taks force regionale.
Nonostante le palesi distorsioni presenti in questa vicenda a fronte delle stesse gli incontri si sono rivelati vere e proprie prese in giro per questi lavoratori ed addirittura ultimamente si è assistito al fatto che i delegati, da parte della Vice Presidente Regionale Dott.ssa Capone alla risoluzione della vicenda, si negano.
A questo punto i lavoratori stanchi ed esasperati saranno in presidio MARTEDI' 1 MARZO e porranno in essere tutte le forme di lotta necessarie per la risoluzione della loro situazione: si ricorda a tutte/i che oramai sono all'esasperazione totale e senza la possibilità si sostenere sè stessi e le prorpie famiglie.
Ciò grazie anche alla politica dello struzzo che le istituzioni della Provincia di Lecce e della Regione Puglia hanno praticato su questa vicenda.
Con l'occasione del presidio si invitano tutti i mass-media ad intervenire per ascoltare dalla viva voce dei lavoratori non solo quanto siano esasperati, ma quante prepotenze gli stessi hanno dovuto subire, quanto "strana" sia tutta questa vicenda e le coperture politiche trasversali di cui gode chi ha causato questa situazione , che oggi continua a fare profitti altissimi tenendo chi sta lavorando completamente sotto scacco.
A martedì 1 marzo ore 9,30. per Cobas Lavoro Privato/Confederazione Cobas Salvatore Stasi

Martedì 1 marzo in via Capruzzi in coincidenza con il Consiglio Regionale si terrà un presidio dei lavoratori delle cooperative All Service ed Italian Job e contestuale richiesta di incontro con la Vice Presidente Dott.ssa Capone
La vicenda di questi lavoratori è una vera e propria odissea. Essi lavoravano presso la pista di Nardò in qualità di collaudatori, lavoro pericolosissimo e sottopagato (4 euro all'ora) per condurre auto a 300 all'ora nelle condizioni più estreme e con turni massacranti.
La paga così bassa è dovuta al fatto di con cooperative che in realtà altro non sono che l'interfaccia della Nardò Technical Center che gestisce la pista di Nardò. Tanto è vero che il core business della N.T.C., ovvero collaudare le auto, è in realtà svolto per l'80% dai dipendenti delle cooperative.
Nel 2009 con decisione unilaterale mette in cassa integrazione i propri dipendenti e rompe l'appalto con le cooperative (nonostante fosse fino al 2011).
Qui inizia il dramma per questi lavoratori in quanto quelli della All Service vanno in cassa integrazione in deroga e quelli della Italian Job rimangono senza reddito.
A ciò va aggiunto che grazie ad un indegno accordo sindacale si stabilisce che chi vuole lavorare (perchè le lavorazioni continuano...) può farlo solo con l'interinale e a discrezione aziendale (della N.T.C.) con l'immaginabile ricattabilità dei lavoratori.
A ciò si aggiunga che la N.T.C. ha goduto di un finanziamento pubblico regionale di circa 9 milioni di euro in contraccambio di sviluppo industriale comprese nuove assunzioni dirette!
Ancora più grave è il fatto che la transhe finale del finanziamento pubblico è stato erogato dopo che la N.T.C. aveva dihiarato la crisi e messo in cassa integrazione i propri diretti e buttao a mare i lavoratori delle cooperative.
I lavoratori delle cooperative nel 2010 si sono rivolte ai Cobas e da allora è iniziato un percorso di denunce interrogazioni parlmentari. e di incontri e tavoli tecnico istituzionali con la Provincia di Lecce, con la Regione Puglia e la taks force regionale.
Nonostante le palesi distorsioni presenti in questa vicenda a fronte delle stesse gli incontri si sono rivelati vere e proprie prese in giro per questi lavoratori ed addirittura ultimamente si è assistito al fatto che i delegati, da parte della Vice Presidente Regionale Dott.ssa Capone alla risoluzione della vicenda, si negano.
A questo punto i lavoratori stanchi ed esasperati saranno in presidio MARTEDI' 1 MARZO e porranno in essere tutte le forme di lotta necessarie per la risoluzione della loro situazione: si ricorda a tutte/i che oramai sono all'esasperazione totale e senza la possibilità si sostenere sè stessi e le prorpie famiglie.
Ciò grazie anche alla politica dello struzzo che le istituzioni della Provincia di Lecce e della Regione Puglia hanno praticato su questa vicenda.
Con l'occasione del presidio si invitano tutti i mass-media ad intervenire per ascoltare dalla viva voce dei lavoratori non solo quanto siano esasperati, ma quante prepotenze gli stessi hanno dovuto subire, quanto "strana" sia tutta questa vicenda e le coperture politiche trasversali di cui gode chi ha causato questa situazione , che oggi continua a fare profitti altissimi tenendo chi sta lavorando completamente sotto scacco.
A martedì 1 marzo ore 9,30. per Cobas Lavoro Privato/Confederazione Cobas Salvatore Stasi
sabato 26 febbraio 2011
I GATTI MEZZI - MA LORO SONO AVANTI
I GATTI MEZZI - MA LORO SONO AVANTI
Questa ‘anzone parla, dello stato amerïano
in tutto ir su’ ‘omplesso, di fenomeno mondano
ne parla in uno stile, non propio gentile
ma che siano de’ ridïoli, è ‘r men che si può dire.
Ma loro sono avanti, sono andati sulla Luna
ma di tende dell’indiani, ‘un ce n’è rimasta una
Ma loro sono avanti, sïuri della sòrte
di chi aspetta per dell’anni, la pena di morte.
Sedie elettrïe, fucilazione, anco l’impiccagione
è roba da non credici, pare un firme di Leone
cianno ponti, grattacieli, miraoli d’archittetti
poi danno le pistole, in mano anch’ a’ bimbetti
fitness, streccing e bodibirding, sono temi a loro cari
ma vai a cercà’ le fïe ‘n Amerïa, trovi solo dei maiali
mangian’ senape e mostarda, pollo fritto e marmellata
‘un si pone ‘r paragone, cor mi’ pane e soppressata
ma loro sono avanti, in tutti ‘vanti ‘ampi
l’Amerïa ‘r paradiso, dell’attori e de’ ‘antanti
coll’effetti digitali, ir Titànic e ‘ vadrini
e noi che siamo ‘ndietro, con Totò e con Fellini.
Ma loro sono avanti, ma chi è dietro di sïuro
per la legge naturale, glielo pòr buttà’ ner culo.
venerdì 25 febbraio 2011
Perché non metti in cella un altro al posto tuo?
Un ergastolano ostativo, un “Uomo Ombra” risponde a questa domanda sulla rubrica di posta Diretta che tiene sul sito www.informacarcere.it
Caro Carmelo,
come forse con molti che ti scrivono, non ci conosciamo. Per essere ancora più precisi, non vi conosco, voi ergastolani. Mi reputo un ragazzo maturo per la mia età (ho quasi 23 anni), ma mai mi ero fermato a riflettere sulla tua battaglia. Anche per me chi era in carcere era qualcuno che entrava in un mondo parallelo, un mondo che non mi riguardava. Il pensiero che forse ho fatto più vicino al carcere, era quello di vederci dentro il "nostro" Presidente del Consiglio.
Mi è stato regalato il tuo libro, "L'assassino dei sogni" per un evento particolare, che magari un giorno ti racconterò e ho aspettato un anno per leggerlo, nonostante nel solo 2010 abbia letto quasi 70 libri. Mi sono quindi doppiamente vergognato alla sua chiusura. Non sapevo niente di chi era in carcere e non avevo mai pensato a cosa fosse l'ergastolo.
Mi reputo un giustizialista e l'unico punto della tua vita che non capisco è perché tu non voglia scambiare l'aiuto allo stato con la possibilità di poter riabbracciare la tua Lupa e la vostra prole. Spero di non apparire arrogante, ma te lo chiedo davvero in tutta sincerità. Da tutte le tue storie traspare in maniera cristallina l'amore verso di loro e qualsiasi sia la tua motivazione per non voler fare questo scambio, mi pare troppo piccola rispetto alla grandezza dell'altro sentimento. Prendo anche atto del fatto che sicuramente hai già fatto questo pensiero nella tua testa e se quindi continui a sostenere questa tua scelta, hai sicuramente anche la risposta al mio quesito, che vorrei sottolineare non essere mosso dalla curiosità, ma dal fatto che mi farebbe piacere che tu potessi tornare a vivere con la tua famiglia.
Riguardo a ciò che hai fatto, che ti è stato fatto, per me è roba vecchia. E non dico per dire. Io penso che una persona dopo 20 anni non possa assolutamente essere considerata la stessa. Resta un fatto che hai tolto la vita ad un'altra persona, ma ribadisco che nessuno ormai ce la porterà indietro e perderne un'altra che è ancora viva è uno spreco e forse un'appropriazione indebita. Sono ateo e quindi neanche ti farò discorsi come "solo Dio può giudicare un uomo" o cazzate del genere. I carceri esistono perché l'uomo deve in qualche modo autoregolamentarsi e sono convinto che vicino a tua figlia forse non avresti voluto neanche tu il Carmelo di 20 anni fa, che era stato capace di uccidere.
Oggi, io, Alberto, essere umano, ti perdono, per quel che vale. Per me hai già scontato la tua pena e sono sicuro che mai più faresti un qualcosa che ti porterebbe di nuovo dentro l'Assassino. Quindi per me dovresti essere libero di poter vivere il resto della tua vita da uomo libero.
Questo però resta il mio parere e per quanto possa farti piacere, serve a poco. Io adesso sarò impegnato per un po' di tempo in maniera molto intensiva, ma ti prometto che proverò ad aiutarti con i mezzi e la forza che ho.
Non ho voglia di rileggere quello che ho scritto, perché forse finirei per trovarmi un po' patetico ed eliminare qualcosa che ho scritto e che in questi istanti è partito dal cuore. Ti chiedo quindi scusa se ho detto qualcosa che ti ha offeso. Non so bene come funzioni questa corrispondenza e neanche con che modalità tu mi possa rispondere.
Non sei solo.
Un ululato.
Risposta di Carmelo Musumeci
Ciao Alberto,
fra noi c’è un detto, il carcere non si augura neppure al peggior nemico, quindi come potrei mandarci un amico che si è rifatto una vita, che si è sposato, che ha dei figli e che lavora onestamente?
Chi ama la propria compagna rispetta anche la donna degli altri.
Chi ama i propri figli ama anche i figli degli altri.
Chi ama la propria libertà ama ancora di più la libertà degli altri.
Alberto, non penso di essere un criminale io, ma penso che sia più vigliacco e criminale lo Stato che dopo venti anni di carcere, per farmi uscire, mi chiede di mettere in cella un altro al posto mio.
Alberto, l’ho detto tante volte, molti ergastolani sono colpevoli di non essere riusciti a farsi ammazzare perché in certi ambienti criminali sia i vivi che i morti cercavano di ammazzarsi l’uno con l’altro.
Alberto, io non sono stato condannato per morti innocenti e non basta essere morti per diventare innocenti, come non dovrebbe bastare essere riusciti a sopravvivere per diventare colpevoli per sempre.
Alberto, io in carcere non ci metterei nessuno, ci potrebbero essere tanti modi per scontare una pena, come per esempio lavorare in un Pronto Soccorso come volontario o spazzare le strade della propria città.
Alberto, è difficile diventare persone migliori chiusi in una cella tutto il giorno senza fare nulla, senza nessun futuro e senza speranza.
In questo modo anche il peggior criminale diventa innocente e voi là fuori diventate tutti colpevoli.
Alberto, da un paio di giorni mi hanno di nuovo respinto la semilibertà perché non collaboro con la giustizia: i buoni mi fanno ancora più paura dei cattivi.
Alberto, i buoni mi fanno sempre più paura e incomincio a provare tanta pena per loro perché probabilmente sono più infelici di me se odiano a tal punto le persone che sbagliano da tenerle murate vive per tutta la vita.
Alberto, molti ergastolani che hanno l’ergastolo ostativo, senza nessuna possibilità di uscire, se non parlano come ai tempi dell’Inquisizione, o non rinunciano a difendere la loro innocenza, moriranno in carcere.
Alberto, buoni o cattivi, ogni uomo è l’uno e l’altro.
Il mio cuore da uomo ombra ti sorride.
Carmelo
Spoleto, 03/02/2011
Ciao Carmelo
la tua risposta ha fatto di colpo diventare la mia domanda stupida. Non avevo minimamente preso in considerazione la questione da quel punto di vista. Son però contento di avertelo chiesto comunque.
Onestamente rimango spiazzato dall'ingiustizia della giustizia e sono sempre più convinto che tutto ciò accade a causa dell'indifferenza. E' facile battersi per una donna, per un uomo o per un'idea nobile, ma a nessuno importa di battersi per chi si trova in carcere. Ora come ora non saprei davvero come aiutarti, ma le tue risposte sono state illuminanti e mi hanno colpito.
Da oggi toglierò il tuo libro dalla mia libreria e lo metterò in un posto che tutti i giorni mi ricorderà di te, così che possa condividere almeno una piccola parte della tua sofferenza. Una piccola parte sufficiente però a ricordarmi che tu sei ancora lì e che quindi c'è ancora del lavoro da fare.
Per quanto possa sembrar difficile, io adesso ti capisco un po' e la tua causa è diventata anche mia e proverò a fare qualcosa.
Grazie ancora della risposta che mi hai dato e se ti va, scrivimi. Io farò lo stesso. Mi piace sapere. Più so e più precise potranno essere le mie martellate su quelle mura.
Sono con te!
Alberto
Caro Carmelo,
come forse con molti che ti scrivono, non ci conosciamo. Per essere ancora più precisi, non vi conosco, voi ergastolani. Mi reputo un ragazzo maturo per la mia età (ho quasi 23 anni), ma mai mi ero fermato a riflettere sulla tua battaglia. Anche per me chi era in carcere era qualcuno che entrava in un mondo parallelo, un mondo che non mi riguardava. Il pensiero che forse ho fatto più vicino al carcere, era quello di vederci dentro il "nostro" Presidente del Consiglio.
Mi è stato regalato il tuo libro, "L'assassino dei sogni" per un evento particolare, che magari un giorno ti racconterò e ho aspettato un anno per leggerlo, nonostante nel solo 2010 abbia letto quasi 70 libri. Mi sono quindi doppiamente vergognato alla sua chiusura. Non sapevo niente di chi era in carcere e non avevo mai pensato a cosa fosse l'ergastolo.
Mi reputo un giustizialista e l'unico punto della tua vita che non capisco è perché tu non voglia scambiare l'aiuto allo stato con la possibilità di poter riabbracciare la tua Lupa e la vostra prole. Spero di non apparire arrogante, ma te lo chiedo davvero in tutta sincerità. Da tutte le tue storie traspare in maniera cristallina l'amore verso di loro e qualsiasi sia la tua motivazione per non voler fare questo scambio, mi pare troppo piccola rispetto alla grandezza dell'altro sentimento. Prendo anche atto del fatto che sicuramente hai già fatto questo pensiero nella tua testa e se quindi continui a sostenere questa tua scelta, hai sicuramente anche la risposta al mio quesito, che vorrei sottolineare non essere mosso dalla curiosità, ma dal fatto che mi farebbe piacere che tu potessi tornare a vivere con la tua famiglia.
Riguardo a ciò che hai fatto, che ti è stato fatto, per me è roba vecchia. E non dico per dire. Io penso che una persona dopo 20 anni non possa assolutamente essere considerata la stessa. Resta un fatto che hai tolto la vita ad un'altra persona, ma ribadisco che nessuno ormai ce la porterà indietro e perderne un'altra che è ancora viva è uno spreco e forse un'appropriazione indebita. Sono ateo e quindi neanche ti farò discorsi come "solo Dio può giudicare un uomo" o cazzate del genere. I carceri esistono perché l'uomo deve in qualche modo autoregolamentarsi e sono convinto che vicino a tua figlia forse non avresti voluto neanche tu il Carmelo di 20 anni fa, che era stato capace di uccidere.
Oggi, io, Alberto, essere umano, ti perdono, per quel che vale. Per me hai già scontato la tua pena e sono sicuro che mai più faresti un qualcosa che ti porterebbe di nuovo dentro l'Assassino. Quindi per me dovresti essere libero di poter vivere il resto della tua vita da uomo libero.
Questo però resta il mio parere e per quanto possa farti piacere, serve a poco. Io adesso sarò impegnato per un po' di tempo in maniera molto intensiva, ma ti prometto che proverò ad aiutarti con i mezzi e la forza che ho.
Non ho voglia di rileggere quello che ho scritto, perché forse finirei per trovarmi un po' patetico ed eliminare qualcosa che ho scritto e che in questi istanti è partito dal cuore. Ti chiedo quindi scusa se ho detto qualcosa che ti ha offeso. Non so bene come funzioni questa corrispondenza e neanche con che modalità tu mi possa rispondere.
Non sei solo.
Un ululato.
Risposta di Carmelo Musumeci
Ciao Alberto,
fra noi c’è un detto, il carcere non si augura neppure al peggior nemico, quindi come potrei mandarci un amico che si è rifatto una vita, che si è sposato, che ha dei figli e che lavora onestamente?
Chi ama la propria compagna rispetta anche la donna degli altri.
Chi ama i propri figli ama anche i figli degli altri.
Chi ama la propria libertà ama ancora di più la libertà degli altri.
Alberto, non penso di essere un criminale io, ma penso che sia più vigliacco e criminale lo Stato che dopo venti anni di carcere, per farmi uscire, mi chiede di mettere in cella un altro al posto mio.
Alberto, l’ho detto tante volte, molti ergastolani sono colpevoli di non essere riusciti a farsi ammazzare perché in certi ambienti criminali sia i vivi che i morti cercavano di ammazzarsi l’uno con l’altro.
Alberto, io non sono stato condannato per morti innocenti e non basta essere morti per diventare innocenti, come non dovrebbe bastare essere riusciti a sopravvivere per diventare colpevoli per sempre.
Alberto, io in carcere non ci metterei nessuno, ci potrebbero essere tanti modi per scontare una pena, come per esempio lavorare in un Pronto Soccorso come volontario o spazzare le strade della propria città.
Alberto, è difficile diventare persone migliori chiusi in una cella tutto il giorno senza fare nulla, senza nessun futuro e senza speranza.
In questo modo anche il peggior criminale diventa innocente e voi là fuori diventate tutti colpevoli.
Alberto, da un paio di giorni mi hanno di nuovo respinto la semilibertà perché non collaboro con la giustizia: i buoni mi fanno ancora più paura dei cattivi.
Alberto, i buoni mi fanno sempre più paura e incomincio a provare tanta pena per loro perché probabilmente sono più infelici di me se odiano a tal punto le persone che sbagliano da tenerle murate vive per tutta la vita.
Alberto, molti ergastolani che hanno l’ergastolo ostativo, senza nessuna possibilità di uscire, se non parlano come ai tempi dell’Inquisizione, o non rinunciano a difendere la loro innocenza, moriranno in carcere.
Alberto, buoni o cattivi, ogni uomo è l’uno e l’altro.
Il mio cuore da uomo ombra ti sorride.
Carmelo
Spoleto, 03/02/2011
Ciao Carmelo
la tua risposta ha fatto di colpo diventare la mia domanda stupida. Non avevo minimamente preso in considerazione la questione da quel punto di vista. Son però contento di avertelo chiesto comunque.
Onestamente rimango spiazzato dall'ingiustizia della giustizia e sono sempre più convinto che tutto ciò accade a causa dell'indifferenza. E' facile battersi per una donna, per un uomo o per un'idea nobile, ma a nessuno importa di battersi per chi si trova in carcere. Ora come ora non saprei davvero come aiutarti, ma le tue risposte sono state illuminanti e mi hanno colpito.
Da oggi toglierò il tuo libro dalla mia libreria e lo metterò in un posto che tutti i giorni mi ricorderà di te, così che possa condividere almeno una piccola parte della tua sofferenza. Una piccola parte sufficiente però a ricordarmi che tu sei ancora lì e che quindi c'è ancora del lavoro da fare.
Per quanto possa sembrar difficile, io adesso ti capisco un po' e la tua causa è diventata anche mia e proverò a fare qualcosa.
Grazie ancora della risposta che mi hai dato e se ti va, scrivimi. Io farò lo stesso. Mi piace sapere. Più so e più precise potranno essere le mie martellate su quelle mura.
Sono con te!
Alberto
Sabato 26 febbraio dalle 18 alle 21, presidio contro la peste religiosa
Mostra, volantini e chi più ne ha più ne metta. ogni autorità e ogni morale sono un divieto alla libertà
Corte dei cicala, lecce
Anarchici
Cattiva coscienza
La prigione per vilipendio ha le sue radici in una sorta di feroce tassazione del turpiloquio,e da solo questo reato dimostra come la musa della società italiana, dell’establishment,della classe dirigente sia la purulenta, incarognita, inciprignita cattiva coscienza.
Giorgio Manganelli
Vilipendere, in sé, è cosa gradevole. Non tanto perché significa «offendere, disprezzare in modo grave e manifesto», quanto perché esso è atto rivolto esclusivamente «verso persone, istituzioni o cose espressamente tutelate dalla legge». Se la legge, o per meglio dire chi la emana, ha sentito il bisogno di tutelarsi in questo modo, è evidente che si rende benissimo conto di essere detestato, disprezzato, odiato… e l’odio è sentimento nobile, quando indirizzato contro coloro che riteniamo nemici della libertà e, in quanto tali, nostri nemici.
Tra le persone tutelate per legge dal reato di vilipendio c’è il Papa. Non un Papa preciso, bensì IL Papa, qualunque esso sia, il che significa che i legislatori ritengono la figura del Pontefice come ispiratrice di disprezzo e odio. Non a torto.
Tra coloro che hanno manifestato pubblicamente questo disprezzo nei confronti del Papa – di Joseph Ratzinger, nel caso specifico – ci sono anche cinque anarchici, irriducibili nemici di qualunque autorità, compresa quella religiosa, che per tale motivo sono finiti sotto processo proprio in questi giorni, appunto con la contestazione del reato di “vilipendio a ministro di culo”. Pardon, “di culto”. Tutto è accaduto per l’invito a lanciare freccette su una foto di Ratzinger, invito rivolto ai passanti nel corso di una iniziativa antireligiosa tenuta per le strade di Lecce alcuni mesi or sono. E già qui si pone un dubbio di non poco conto: il Papa è tutelato solo in quanto persona fisica o anche nella sua immagine incorporea? Faccenda evidentemente giuridica, che non mette conto trattare in questa sede… Altri potrebbero sollevare dubbi di incostituzionalità: è possibile impedire ad alcuni individui di esprimere la propria idea su chicchessia, in una democrazia che garantisce la libertà di pensiero e di parola? Faccenda, questa, che riguarda ogni sincero democratico, ma che ancora una volta a noi interessa poco.
A nostro avviso qui si tratta di una questione di libertà, e affinché questa possa esprimersi compiutamente e totalmente bisognerebbe farla finita con ogni autorità: da quella religiosa che vuole affermare i suoi dogmi e la sua morale, imponendo cosa fare della nostra vita, della nostra morte e della nostra sessualità, a quella statale che interviene tramite la polizia ad impedire l’espressione di odio nei confronti del Papa e tramite la magistratura a perseguire coloro che quell’odio hanno espresso.
Di fronte a tutto ciò, ne siamo certi, chiunque abbia a cuore la libertà vorrebbe urlare che il Papa, la polizia che lo difende e la magistratura che intenta i processi sono tutto una merda. Ma, evidentemente, la legge che ci governa non permette simili affermazioni quindi no, noi non lo diremo… Diremo anzi che il Papa è un sant’uomo, la polizia tutela i deboli e la magistratura è giusta ed equa, e tutti costoro non si devono vilipendere: per ragioni, ovviamente, che il reato di vilipendio ci vieta di spiegare minutamente…
Alcuni devoti del Porcus Domini
Corte dei cicala, lecce
Anarchici
Cattiva coscienza
La prigione per vilipendio ha le sue radici in una sorta di feroce tassazione del turpiloquio,e da solo questo reato dimostra come la musa della società italiana, dell’establishment,della classe dirigente sia la purulenta, incarognita, inciprignita cattiva coscienza.
Giorgio Manganelli
Vilipendere, in sé, è cosa gradevole. Non tanto perché significa «offendere, disprezzare in modo grave e manifesto», quanto perché esso è atto rivolto esclusivamente «verso persone, istituzioni o cose espressamente tutelate dalla legge». Se la legge, o per meglio dire chi la emana, ha sentito il bisogno di tutelarsi in questo modo, è evidente che si rende benissimo conto di essere detestato, disprezzato, odiato… e l’odio è sentimento nobile, quando indirizzato contro coloro che riteniamo nemici della libertà e, in quanto tali, nostri nemici.
Tra le persone tutelate per legge dal reato di vilipendio c’è il Papa. Non un Papa preciso, bensì IL Papa, qualunque esso sia, il che significa che i legislatori ritengono la figura del Pontefice come ispiratrice di disprezzo e odio. Non a torto.
Tra coloro che hanno manifestato pubblicamente questo disprezzo nei confronti del Papa – di Joseph Ratzinger, nel caso specifico – ci sono anche cinque anarchici, irriducibili nemici di qualunque autorità, compresa quella religiosa, che per tale motivo sono finiti sotto processo proprio in questi giorni, appunto con la contestazione del reato di “vilipendio a ministro di culo”. Pardon, “di culto”. Tutto è accaduto per l’invito a lanciare freccette su una foto di Ratzinger, invito rivolto ai passanti nel corso di una iniziativa antireligiosa tenuta per le strade di Lecce alcuni mesi or sono. E già qui si pone un dubbio di non poco conto: il Papa è tutelato solo in quanto persona fisica o anche nella sua immagine incorporea? Faccenda evidentemente giuridica, che non mette conto trattare in questa sede… Altri potrebbero sollevare dubbi di incostituzionalità: è possibile impedire ad alcuni individui di esprimere la propria idea su chicchessia, in una democrazia che garantisce la libertà di pensiero e di parola? Faccenda, questa, che riguarda ogni sincero democratico, ma che ancora una volta a noi interessa poco.
A nostro avviso qui si tratta di una questione di libertà, e affinché questa possa esprimersi compiutamente e totalmente bisognerebbe farla finita con ogni autorità: da quella religiosa che vuole affermare i suoi dogmi e la sua morale, imponendo cosa fare della nostra vita, della nostra morte e della nostra sessualità, a quella statale che interviene tramite la polizia ad impedire l’espressione di odio nei confronti del Papa e tramite la magistratura a perseguire coloro che quell’odio hanno espresso.
Di fronte a tutto ciò, ne siamo certi, chiunque abbia a cuore la libertà vorrebbe urlare che il Papa, la polizia che lo difende e la magistratura che intenta i processi sono tutto una merda. Ma, evidentemente, la legge che ci governa non permette simili affermazioni quindi no, noi non lo diremo… Diremo anzi che il Papa è un sant’uomo, la polizia tutela i deboli e la magistratura è giusta ed equa, e tutti costoro non si devono vilipendere: per ragioni, ovviamente, che il reato di vilipendio ci vieta di spiegare minutamente…
Alcuni devoti del Porcus Domini
giovedì 24 febbraio 2011
Rosso sangue, il futuro della Libia

Uno stato in frantumi e le infiltrazioni del fondamentalismo islamico sono il vero incubo dell'Occidente ancora incapace di fermare il massacro in corso
La guerra civile in atto con il caos che ne consegue lascia poco spazio a previsioni su futuri scenari politici. Il primo obiettivo, adesso, è fermare il massacro della spietata repressione libica ordinata da Muammar Gheddafi, il cui folle discorso non ha fatto che aggravare la situazione. Il leone ferito è uscito allo scoperto e la rabbia cieca del dittatore rischia, con tutta probabilità, di cancellare, polverizzare la nazione libica fondata su delicati equilibri di natura tribale-clanistica.
Il grande incubo europeo, ancor prima che lo sbarco di centinaia di migliaia di disperati sulle sponde del Vecchio Continente, è la "balcanizzazione" della Libia con la conseguente costituzione di un emirato islamico in Cirenaica, ai confini con l'Egitto. Lo stesso Muammar Gheddafi, ieri, ha fatto leva sulla questione del fondamentalismo islamico, non si sa se per terrorizzare di più l'Occidente o la popolazione libica cui è stata paventata un'occupazione degli Stati Uniti sul modello afgano e iracheno.
È solo retorica strategica o si tratta di un pericolo reale? Khaled Fouad Allam, docente di Islamistica e Sociologia del mondo musulmano - interpellato da PeaceReporter - ritiene che la minaccia sia concreta, sebbene vi sia anche una strumentalizzazione di fondo da parte di Ue, Italia e dello stesso Gheddafi. Secondo il professore Allam, gruppi di integralisti - anche della cintura sub sahariana - non aspetterebbero altro: approfitterebbero subito per infilarsi tra le macerie di una Libia in frantumi e costituire uno stato regolato dalla Sharia, la legge coranica.
Il panorama libico è completamente diverso da quello tunisino o egiziano dove esiste una discreta articolazione politica, una rete di associazioni per i diritti umani e soprattutto un esercito (addestrato dagli Stati Uniti) capace di guidare una fase di transizione. In Libia, non è individuabile un personaggio di caratura internazionale che possa prendere in mano un processo di rifondazione e l'esercito - come spiega Allam - è costruito su base etnica, su linee tribali. È molto probabile che assisteremo dunque a profonde spaccature anche all'interno della compagine militare con due o più eserciti che si faranno la guerra.
L'Unione Europea ha molte responsabilità per non essere stata in grado di prevedere gli eventi di queste settimane. La totale assenza di una politica europea è, per Fouad Allam, il sancito fallimento della Dichiarazione di Barcellona (27-28 novembre 1995) e di diciassette anni di una falsa cooperazione. Bruxelles dovrebbe fare i conti con questo fallimento e avviare una "Conferenza Euroaraba" se davvero tiene alla pacificazione di quella parte di mondo.
Il futuro prossimo del popolo libico è rosso. Rosso sangue: "Questa rivolta è cominciata con il sangue - ci dice il professore Allam - e molto sangue scorrerà ancora. Dopo la rivoluzione arriva sempre il terrore".
di Nicola Sessa da PeaceReporter
Libia: 1.500 corpi ripescati dal mare in 10 anni
da FortressEurope
L'Espresso la settimana scorsa ha dedicato un servizio della corrispondente da Tripoli, Francesca Spinola, a una spinosissima questione: quanti sono i naufragi fantasma avvenuti negli ultimi dieci anni sotto costa libica sulla rotta per Lampedusa, senza che nessuno ne abbia mai saputo niente? Quanti sono i giovani morti davanti alle coste libiche? E che fine hanno fatto i corpi ributtati a riva dal mare? Le notizie fanno rabbrividire. Secondo fonti attendibili citate da Francesca, dal 2005 i morti davanti alle coste libiche sarebbero almeno 1.500. Di cui 500 seppelliti nel vecchio cimitero cattolico di Hammanji e altri 800 ancora conservati negli obitori degli ospedali di Tripoli. Di seguito tutti i dettagli della notizia.
Libia, mattanza in spiaggia
tratto da l'Espresso
di Francesca Spinola
TRIPOLI - 21 febbraio 2011- Con l'assalto di massa a Lampedusa il Mar Mediterraneo è tornato a inghiottire corpi. I più fortunati, circa 4 mila in 4 giorni, ce l'hanno fatta. Altri hanno seguito lo stesso destino di quelle migliaia di uomini e donne che nel corso degli anni, tentando di conquistare via mare l'Europa, sono annegati. Gli ultimi sono morti lo scorso 12 febbraio, quando un barcone carico di migranti è affondato nelle acque antistanti Girgis, in Tunisia, dove un giovane è annegato e uno è disperso e il 13 febbraio quando, dopo uno speronamento di una motovedetta tunisina, un barcone è affondato facendo 29 morti. Sono anche loro "vittime della frontiera" e si aggiungono a quelle che negli anni hanno trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero a cielo aperto.
I naufragi peggiori si sono registrati nel Canale di Sicilia, in particolare nelle acque territoriali libiche. Si pensava che fosse il mare a custodire la maggior parte dei cadaveri. E invece, grazie al contributo di numerosi testimoni, emerge un'altra verità che il governo del colonnello Muhammar Gheddafi ha cercato di occultare. A causa del flusso delle correnti, molti corpi vengono rigettati sulle spiagge libiche: negli ultimi dieci anni ne sono stati recuperati circa 1.500 di cui almeno 500 seppelliti in un cimitero non islamico di Tripoli conosciuto con il nome storico di "Hammangi" e circa 800 sono ancora in attesa di riconoscimento negli obitori della città.
Una vicenda tenuta segreta da un regime che si rifiuta di riconoscere la presenza di rifugiati nel Paese e sostiene che esistono solo immigrati clandestini, dunque irregolari. È appena stata varata una legge per punire il traffico di migranti ma che non fornisce loro nessuna protezione.
Ad Hammangi, fra l'area italiana e quella anglosassone, in una striscia di terra di nessuno gestita dalla "shabia" (la circoscrizione), il governo libico, porta alcuni degli africani che ritrova morti nel deserto ("In totale circa 1.500 l'anno", dicono dall'Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni) e i corpi dei clandestini africani rigettati dai flutti sulle spiagge.
Si tratta per lo più di cadaveri ritrovati nell'area di Tripoli, nelle zone di Janzur, Gargaresch, Suk Juma, Abuslim, Taruna, a giudicare da quanto si legge sulle piccole lapidi sopra alle tombe in cemento. "Quando vengono a seppellirli, c'è sempre un funzionario della Procura che con carte alla mano, certificato di morte e di sepoltura, presenzia alla cerimonia", spiega un impiegato della circoscrizione. "Tutto è registrato, il luogo e la data del ritrovamento, il motivo presunto della morte, il tempo trascorso in obitorio e infine la data dell'interramento", conferma Bruno Dalmasso, italiano da sempre in Libia, che si è occupato della riqualificazione della sezione italiana di Hammangi.
Anche un giovane poliziotto dell'Ufficio relazioni esterne che preferisce l'anonimato conferma la procedura e sottolinea che "tutto avviene a spese del governo libico. I corpi sono seppelliti ad Hammangi perché si presume che queste persone siano di altre religioni: la cattolica, l'ortodossa, l'anglicana. I non islamici non possono essere seppelliti con i musulmani, così a volte per capire l'appartenenza religiosa si guarda alla circoncisione".
"Sono tutti senza documenti", spiega sbrigativo un altro funzionario governativo che nel passato era distaccato alla sicurezza dell'obitorio del Tripoli Medical Center. "Portano con sé solo qualche foto tessera nel caso trovino come regolarizzarsi. L'Obitorio è così pieno di cadaveri che non c'è posto per i nostri morti. Per legge li dobbiamo tenere circa tre anni in frigo così da rendere possibili eventuali riconoscimenti". Lo spettacolo che descrive è raccapricciante: "I corpi rigettati dal mare sono mangiati dai pesci. Ne ho visti alcuni senza piedi, altri senza faccia, uno aveva metà del corpo, un altro gli arti inferiori ripuliti dalla carne".
Nel 2007, suor Sheryl, una religiosa della Chiesa di San Francesco a Dahara, entrò nell'Obitorio del Tripoli Medical Center per accompagnare una clandestina in cerca del marito. Ricorda adesso: "Non sono riuscita a dormire per una settimana. I corpi erano ovunque e il mare li aveva gonfiati e trasfigurati. Erano lì da almeno due anni".
L'Espresso la settimana scorsa ha dedicato un servizio della corrispondente da Tripoli, Francesca Spinola, a una spinosissima questione: quanti sono i naufragi fantasma avvenuti negli ultimi dieci anni sotto costa libica sulla rotta per Lampedusa, senza che nessuno ne abbia mai saputo niente? Quanti sono i giovani morti davanti alle coste libiche? E che fine hanno fatto i corpi ributtati a riva dal mare? Le notizie fanno rabbrividire. Secondo fonti attendibili citate da Francesca, dal 2005 i morti davanti alle coste libiche sarebbero almeno 1.500. Di cui 500 seppelliti nel vecchio cimitero cattolico di Hammanji e altri 800 ancora conservati negli obitori degli ospedali di Tripoli. Di seguito tutti i dettagli della notizia.
Libia, mattanza in spiaggia
tratto da l'Espresso
di Francesca Spinola
TRIPOLI - 21 febbraio 2011- Con l'assalto di massa a Lampedusa il Mar Mediterraneo è tornato a inghiottire corpi. I più fortunati, circa 4 mila in 4 giorni, ce l'hanno fatta. Altri hanno seguito lo stesso destino di quelle migliaia di uomini e donne che nel corso degli anni, tentando di conquistare via mare l'Europa, sono annegati. Gli ultimi sono morti lo scorso 12 febbraio, quando un barcone carico di migranti è affondato nelle acque antistanti Girgis, in Tunisia, dove un giovane è annegato e uno è disperso e il 13 febbraio quando, dopo uno speronamento di una motovedetta tunisina, un barcone è affondato facendo 29 morti. Sono anche loro "vittime della frontiera" e si aggiungono a quelle che negli anni hanno trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero a cielo aperto.
I naufragi peggiori si sono registrati nel Canale di Sicilia, in particolare nelle acque territoriali libiche. Si pensava che fosse il mare a custodire la maggior parte dei cadaveri. E invece, grazie al contributo di numerosi testimoni, emerge un'altra verità che il governo del colonnello Muhammar Gheddafi ha cercato di occultare. A causa del flusso delle correnti, molti corpi vengono rigettati sulle spiagge libiche: negli ultimi dieci anni ne sono stati recuperati circa 1.500 di cui almeno 500 seppelliti in un cimitero non islamico di Tripoli conosciuto con il nome storico di "Hammangi" e circa 800 sono ancora in attesa di riconoscimento negli obitori della città.
Una vicenda tenuta segreta da un regime che si rifiuta di riconoscere la presenza di rifugiati nel Paese e sostiene che esistono solo immigrati clandestini, dunque irregolari. È appena stata varata una legge per punire il traffico di migranti ma che non fornisce loro nessuna protezione.
Ad Hammangi, fra l'area italiana e quella anglosassone, in una striscia di terra di nessuno gestita dalla "shabia" (la circoscrizione), il governo libico, porta alcuni degli africani che ritrova morti nel deserto ("In totale circa 1.500 l'anno", dicono dall'Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni) e i corpi dei clandestini africani rigettati dai flutti sulle spiagge.
Si tratta per lo più di cadaveri ritrovati nell'area di Tripoli, nelle zone di Janzur, Gargaresch, Suk Juma, Abuslim, Taruna, a giudicare da quanto si legge sulle piccole lapidi sopra alle tombe in cemento. "Quando vengono a seppellirli, c'è sempre un funzionario della Procura che con carte alla mano, certificato di morte e di sepoltura, presenzia alla cerimonia", spiega un impiegato della circoscrizione. "Tutto è registrato, il luogo e la data del ritrovamento, il motivo presunto della morte, il tempo trascorso in obitorio e infine la data dell'interramento", conferma Bruno Dalmasso, italiano da sempre in Libia, che si è occupato della riqualificazione della sezione italiana di Hammangi.
Anche un giovane poliziotto dell'Ufficio relazioni esterne che preferisce l'anonimato conferma la procedura e sottolinea che "tutto avviene a spese del governo libico. I corpi sono seppelliti ad Hammangi perché si presume che queste persone siano di altre religioni: la cattolica, l'ortodossa, l'anglicana. I non islamici non possono essere seppelliti con i musulmani, così a volte per capire l'appartenenza religiosa si guarda alla circoncisione".
"Sono tutti senza documenti", spiega sbrigativo un altro funzionario governativo che nel passato era distaccato alla sicurezza dell'obitorio del Tripoli Medical Center. "Portano con sé solo qualche foto tessera nel caso trovino come regolarizzarsi. L'Obitorio è così pieno di cadaveri che non c'è posto per i nostri morti. Per legge li dobbiamo tenere circa tre anni in frigo così da rendere possibili eventuali riconoscimenti". Lo spettacolo che descrive è raccapricciante: "I corpi rigettati dal mare sono mangiati dai pesci. Ne ho visti alcuni senza piedi, altri senza faccia, uno aveva metà del corpo, un altro gli arti inferiori ripuliti dalla carne".
Nel 2007, suor Sheryl, una religiosa della Chiesa di San Francesco a Dahara, entrò nell'Obitorio del Tripoli Medical Center per accompagnare una clandestina in cerca del marito. Ricorda adesso: "Non sono riuscita a dormire per una settimana. I corpi erano ovunque e il mare li aveva gonfiati e trasfigurati. Erano lì da almeno due anni".
Il fotovoltaico su terre agricole? - Nasce nel novese il comitato per la Frascheta
Il Comitato per la Frascheta nasce dall’esigenza di un gruppo di cittadini di porre un freno alla speculazione economica che rischia di cambiare irreversibilmente – ed in peggio – il volto della nostra zona.
La zona meridionale della Frascheta, nelle immediate vicinanze di Novi Ligure, è un contesto che, nonostante i dissennati tentativi dell’uomo di utilizzarlo a proprio esclusivo tornaconto per svilupparvi i business dei rifiuti, delle cave e delle grandi industrie, ha resistito nel tempo conservando le peculiarità della tipica campagna novese. Fino ad ora, grazie al vincolo paesaggistico e all’opera di controllo e tutela della Regione Piemonte e della Sovrintentenza ai Beni Culturali e del Paesaggio, la zona è riuscita a rispettare le sue caratteristiche originarie, mantenendo i valori della tradizione. È un patrimonio fruibile a tutti, nelle immediate vicinanze di Novi, e come dimostrano i numerosi frequentatori, una delle mete preferite per le passeggiate.Ci troviamo a dover difendere il patrimonio ambientale locale, eredità di secoli di saggia agricoltura, dalla speculazione definitiva di chi intende costruire non palazzi o capannoni, ma distese di pannelli fotovoltaici, sottraendo grandi porzioni di terreno fertile per votarlo, in maniera pressochè permanente, all’industria energetica. Ciò è possibile, secondo i promotori di tali progetti, nonostante esista un vincolo paesaggistico che per trent’anni ha impedito insediamenti industriali in quella che era una zona ad unica vocazione agricola ed un decreto ministeriale (D.M. 10/9/2010) che biasima chiaramente l’attuazione di impianti estensivi ed impattanti.
A scanso di equivoci, affinchè non ci venga affibbiata l’etichetta dei soliti bastian contrari, nimby, antiprogressisti è necessario chiarire che non siamo contro la produzione di energia da fonti rinnovabili quali il fotovoltaico o l’eolico, ma riteniamo necessario che vengano posti specifici vincoli legislativi alla proliferazione di tali impianti. E’ sbagliato permettere che si ricoprano di pannelli suoli vergini quando si potrebbe prima utilizzare la grande eccedenza di capannoni, parcheggi, discariche, zone industriali dismesse che si trova sul nostro territorio. E’ inaccettabile che questa politica energetica miope sia attuata perchè semplicemente più remunerativa della corretta prassi, indicata da noi come dal legislatore a livello nazionale.
Bisogna purtroppo prendere atto del fatto che le amministrazioni locali, a prescindere dall’orientamento politico, sono ancora nella nostra esperienza colpevolmente sorde ad osservazioni oggettive e documentate. Non colgono la necessità di politiche pubbliche lungimiranti in ambito energetico e ambientale, non guardano al pericolo che rappresenta la rincorsa ad effimeri incentivi economici di breve periodo rispetto alla tutela di un patrimonio unico ed insostituibile. Ci indigniamo di fronte al dubbio – inconfessabile ma purtroppo non reprimibile – che questo comportamento sia frutto di un ritorno economico di qualche tipo, anche se a fronte di una situazione di nota difficoltà finanziaria degli enti locali che di certo le bellezze ambientali e paesaggistiche italiane non hanno contribuito a generare ma al contrario hanno sempre contribuito a sanare.
Come dato di fatto abbiamo la presenza sul territorio di due impianti di una certa dimensione alle porte di Novi e altri tre ancora più grandi in fase di autorizzazione, nel raggio di un paio di chilometri. E non è che l’inizio: sul territorio provinciale si contano a decine le domande presentate per un totale di centinaia di ettari di territorio sottratto alla produzione agricola. La corrente situazione di “far west” continuerà fintanto che nelle opportune sedi istituzionali non saranno presi gli adeguati provvedimenti di pianificazione legislativa territoriale.
A voi lettori chiediamo di unirvi a noi in questa battaglia a difesa dei beni comuni. Ci rallegriamo di essere in buona compagnia, ultimamente, a chiedere che si usi lungimiranza e buonsenso, specie da parte degli enti locali, sulle autorizzazioni a costruire questo tipo di impianti. Le fonti energetiche rinnovabili rappresentano una speranza per un futuro sviluppo economico, industriale e sociale sostenibile, lontano dai combustibili fossili, in armonia con l’ambiente e chi lo vive, a garanzia della salute propria e dei propri figli. E proprio perchè non vogliamo che questa rimanga pura retorica, dobbiamo vigilare che questa rivoluzione verde, potenzialmente utilissima per il paese contribuisca fedelmente ed efficacemente al fabbisogno ed alle esigenze della collettività, con un adeguato ritorno per gli investitori, ma senza – come troppo spesso avvenuto in passato – speculazioni di breve periodo ad appannaggio di pochi, spregiudicati, imprenditori.
Per una Frascheta libera, verde e pulita, fermiamo il consumo di territorio.
Comitato per la Frascheta
da GlobalProject
La zona meridionale della Frascheta, nelle immediate vicinanze di Novi Ligure, è un contesto che, nonostante i dissennati tentativi dell’uomo di utilizzarlo a proprio esclusivo tornaconto per svilupparvi i business dei rifiuti, delle cave e delle grandi industrie, ha resistito nel tempo conservando le peculiarità della tipica campagna novese. Fino ad ora, grazie al vincolo paesaggistico e all’opera di controllo e tutela della Regione Piemonte e della Sovrintentenza ai Beni Culturali e del Paesaggio, la zona è riuscita a rispettare le sue caratteristiche originarie, mantenendo i valori della tradizione. È un patrimonio fruibile a tutti, nelle immediate vicinanze di Novi, e come dimostrano i numerosi frequentatori, una delle mete preferite per le passeggiate.Ci troviamo a dover difendere il patrimonio ambientale locale, eredità di secoli di saggia agricoltura, dalla speculazione definitiva di chi intende costruire non palazzi o capannoni, ma distese di pannelli fotovoltaici, sottraendo grandi porzioni di terreno fertile per votarlo, in maniera pressochè permanente, all’industria energetica. Ciò è possibile, secondo i promotori di tali progetti, nonostante esista un vincolo paesaggistico che per trent’anni ha impedito insediamenti industriali in quella che era una zona ad unica vocazione agricola ed un decreto ministeriale (D.M. 10/9/2010) che biasima chiaramente l’attuazione di impianti estensivi ed impattanti.
A scanso di equivoci, affinchè non ci venga affibbiata l’etichetta dei soliti bastian contrari, nimby, antiprogressisti è necessario chiarire che non siamo contro la produzione di energia da fonti rinnovabili quali il fotovoltaico o l’eolico, ma riteniamo necessario che vengano posti specifici vincoli legislativi alla proliferazione di tali impianti. E’ sbagliato permettere che si ricoprano di pannelli suoli vergini quando si potrebbe prima utilizzare la grande eccedenza di capannoni, parcheggi, discariche, zone industriali dismesse che si trova sul nostro territorio. E’ inaccettabile che questa politica energetica miope sia attuata perchè semplicemente più remunerativa della corretta prassi, indicata da noi come dal legislatore a livello nazionale.
Bisogna purtroppo prendere atto del fatto che le amministrazioni locali, a prescindere dall’orientamento politico, sono ancora nella nostra esperienza colpevolmente sorde ad osservazioni oggettive e documentate. Non colgono la necessità di politiche pubbliche lungimiranti in ambito energetico e ambientale, non guardano al pericolo che rappresenta la rincorsa ad effimeri incentivi economici di breve periodo rispetto alla tutela di un patrimonio unico ed insostituibile. Ci indigniamo di fronte al dubbio – inconfessabile ma purtroppo non reprimibile – che questo comportamento sia frutto di un ritorno economico di qualche tipo, anche se a fronte di una situazione di nota difficoltà finanziaria degli enti locali che di certo le bellezze ambientali e paesaggistiche italiane non hanno contribuito a generare ma al contrario hanno sempre contribuito a sanare.
Come dato di fatto abbiamo la presenza sul territorio di due impianti di una certa dimensione alle porte di Novi e altri tre ancora più grandi in fase di autorizzazione, nel raggio di un paio di chilometri. E non è che l’inizio: sul territorio provinciale si contano a decine le domande presentate per un totale di centinaia di ettari di territorio sottratto alla produzione agricola. La corrente situazione di “far west” continuerà fintanto che nelle opportune sedi istituzionali non saranno presi gli adeguati provvedimenti di pianificazione legislativa territoriale.
A voi lettori chiediamo di unirvi a noi in questa battaglia a difesa dei beni comuni. Ci rallegriamo di essere in buona compagnia, ultimamente, a chiedere che si usi lungimiranza e buonsenso, specie da parte degli enti locali, sulle autorizzazioni a costruire questo tipo di impianti. Le fonti energetiche rinnovabili rappresentano una speranza per un futuro sviluppo economico, industriale e sociale sostenibile, lontano dai combustibili fossili, in armonia con l’ambiente e chi lo vive, a garanzia della salute propria e dei propri figli. E proprio perchè non vogliamo che questa rimanga pura retorica, dobbiamo vigilare che questa rivoluzione verde, potenzialmente utilissima per il paese contribuisca fedelmente ed efficacemente al fabbisogno ed alle esigenze della collettività, con un adeguato ritorno per gli investitori, ma senza – come troppo spesso avvenuto in passato – speculazioni di breve periodo ad appannaggio di pochi, spregiudicati, imprenditori.
Per una Frascheta libera, verde e pulita, fermiamo il consumo di territorio.
Comitato per la Frascheta
da GlobalProject
Dietro le quinte della crisi: bassi salari e finanziamenti pubblici

Viaggio nelle delocalizzazioni: da Fiat a Geox, passando per Bialetti e Golden lady, le imprese in fuga dall’Italia alla ricerca dei salari più bassi e dei finanziamenti statali. La colonizzazione dell’est europeo e il caso Geox, ovvero, produzione all’estero, bassi salari e il falso mito del made in Italy.
www.rebusmagazine.org
La natura delle delocalizzazioni produttive e la loro articolazione recente in Italia (vedi “la fabbrica cambia sede: la frontiera è ad oriente”), si innestano pienamente nei processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale che hanno caratterizzato la recente, ed ancora in corso, crisi internazionale. In tempi di crisi infatti, più che in tempi di crescita, le imprese tendono ad acquisire dei vantaggi in termini di produttività e di costi e la delocalizzazione produttiva risponde proprio a questa esigenza attraverso il trasferimento degli stabilimenti nei paesi in cui il costo della manodopera è più basso e maggiori sono gli incentivi alla produzione sotto forma di finanziamenti ed agevolazioni fiscali.Tuttavia, nel guardare alla delocalizzazione va innanzitutto tenuto conto che si tratta di un fenomeno strettamente connesso al tendenziale processo di internazionalizzazione del capitale e di concentrazione industriale. Da un lato, infatti, è necessaria un dimensione minima per poter effettuare il trasferimento degli impianti, cosa che limita il fenomeno per lo più alle grandi imprese (benchè esso si stia diffondendo anche tra quelle di media grandezza), dall’altro la delocalizzazione è funzionale alla ristrutturazione industriale e può accompagnarsi ad accordi di partnership o fusione.
Nelle fasi di crisi entrambi i processi subiscono di norma una accelerazione. Il perché è evidente: le imprese incapaci di reagire, per struttura produttiva, alla riduzione della domanda vengono espulse dal sistema e le imprese rimaste sfruttano il momento per consolidarsi attraverso fusioni ed acquisizioni tentando di acquisire ulteriori quote di mercato. Il patto Fiat-Chrysler ne è un tipico esempio.
È a tutti noto che le imprese europee subiscono con crescente difficoltà la concorrenza dei paesi in via di sviluppo, Cina ed India in primo luogo, che si è progressivamente aggiunta a quella esercitata dal capitale nordamericano. A fronte di questa pressione le imprese europee hanno reagito già in passato delocalizzando al di fuori dei confini europei e, più organicamente, sfruttando i processi di allargamento dell’Europa. Anzi, si potrebbe più correttamente dire che l’allargamento dell’Unione risponde in maniera diretta alle esigenze dell’industria europea in termini di competizione e si accompagna ad una serie di incentivi alla concentrazione oltre che a politiche monetarie comunitarie ritagliate su misura. L’apertura dei mercati e la privatizzazione di settori strategici adottate unanimemente da tutti i paesi membri hanno agevolato la concentrazione del capitale nel centro economico dell’Europa. Inoltre, l’allargamento ha garantito alle grandi imprese la possibilità di accedere a mercati dei fattori meno costosi, attraverso la delocalizzazione produttiva, e di ottenere nuovi mercati di sbocco per i prodotti finali.
L’ingresso nell’Unione degli stati dell’est è stato generalmente presentato come una straordinaria opportunità: agli evidenti benefici per i capitali tedeschi, francesi o italiani si sarebbero accompagnate maggiori opportunità di attrazione dei capitali esteri da parte dei nuovi entranti e dunque nuove opportunità di sviluppo. In realtà, il processo di allargamento , combinato ai processi delocalizzativi, ha generato un progressivo appiattimento verso il basso dei livelli salariali per via dell’accresciuta competizione sul mercato del lavoro ed un peggioramento complessivo della solidità economica dei paesi periferici.
Tralasciando gli evidenti vantaggi a favore dell’impresa, che si sostanziano non tanto nella riduzione del costo del lavoro quanto, piuttosto, nell’accesso a finanziamenti e prestiti pubblici ed agevolazioni fiscali, la delocalizzazione, se interpretata alla luce delle politiche comunitarie, non si traduce certo in un operazione vantaggiosa nei confronti del paese ricevente. Senza dubbio, Il Paese che ‘perde’ l’impianto subisce un incremento della disoccupazione e realisticamente una riduzione in termini di reddito complessivo anche per via della perdita del cosiddetto ‘indotto’, cioè dell’insieme di attività economiche presenti nel territorio connesse alla presenza dell’impianto principale. Per il paese che ottiene l’impianto, la delocalizzazione si traduce in un investimento che è rappresentabile, contabilmente, come un flusso di risorse in entrata. Tuttavia, tali risorse restano in gran parte a disposizione dell’impresa essenzialmente sotto forma di profitti e di capitale fisico anche per via il regime di tassazione agevolato. Dunque, per il paese ricevente, l’effetto più evidente è la maggiore domanda di beni generata dall’aumento dell’occupazione che si traduce, soprattutto, in un incremento delle importazioni. Ciò dipende dal fatto che le politiche di moderazione salariale, adottate dai paesi centrali ed in particolare dalla Germania, garantiscono la maggiore competitività delle imprese provenienti dal centro. Il risultato dunque, in termini di conti con l’estero finisce per essere sostanzialmente nullo. Al peggioramento dei conti con l’estero i paesi riceventi possono ormai reagire quasi esclusivamente attraverso una compressione della spesa pubblica ed una riduzione dei salari, così incrementando ulteriormente la competizione nel mercato del lavoro europeo, favorita dalla tendenziale compressione del ruolo dei sindacati.La crisi mondiale ha acuito in parte questi processi. All’ulteriore e plausibile allargamento in favore della Turchia, l’Unione accompagna una stretta su spesa pubblica e salari e, d’altra parte, la ristrutturazione del capitale a livello europeo e mondiale subisce un’accelerazione.
Se i casi Omsa e Bialetti rispondono alle classiche logiche di disinvestimento tipiche dei processi delocalizzativi, il caso Fiat risulta emblematico: Marchionne ha impresso una svolta nelle strategie di localizzazione la cui dinamica appare ora in tutta la sua chiarezza. Da una parte l’accordo con Chrysler ha permesso al Lingotto di ottenere finanziamenti da parte del governo statunitense per penetrare il mercato americano, acquisire (o farsi acquisire da) l’impresa statunitense e mantenere gli impianti sulla base di condizioni non dissimili a quelle approvate a Pomigliano e Mirafiori. Dall’altro, in seguito all’indebolimento del ruolo delle autorità di politica economica ed alla competizione tra Stati per l’acquisizione del capitale estero, la Fiat e con essa le altre grandi imprese possono avviare una fase di contrattazione perenne fondata sul continuo ricatto occupazionale. Da Tichy e Mirafiori a Pomigliano, i lavoratori saranno esposti dalla competizione reciproca al rischio probabile di una ulteriore spirale deflazionistica in termini salariali. L’immagine romantica dell’impresa ‘costretta’ al trasferimento e al licenziamento di massa, per continuare a produrre, non è adeguata a raffigurare una FIAT in cui il peso delle attività finanziare è ormai strategicamente preponderante rispetto alla produzione di veicoli e in cui i lavoratori assumono ormai la funzione di ostaggi a tempo indeterminato.
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da Indymedia
mercoledì 23 febbraio 2011
Si finge nazi per vendicare la famiglia Dopo 4 anni scopre l'SS che la sterminò
BERLINO - Per vendicare la sua famiglia sterminata dai nazisti, per quattro anni si è trasformato in uno di loro. Ha mangiato con loro, ne è diventato amico, si è vestito come loro e ha urlato i loro slogan. Lo storico americano ebreo Mark Gould, 43 anni, si è finto neonazi per smascherare l'aguzzino delle SS che aveva ucciso 28 membri della sua famiglia. Zii, cugini, nonni, il suo passato e parte del suo futuro. Ma la storia della vendetta Gould l'ha poi raccontata al quotidiano di Amburgo, la Bild.Dopo averne seguito le tracce, dagli Stati Uniti Gould aveva deciso di trasferirsi in Germania nel 2006. Voleva denunciare la responsabilità nella Shoah di Bernhard Frank, 97 anni, ex Obersturmbannführer di Hitler, che negli anni aveva continuato a praticare indisturbato come 'dottore' e che dalla fine della guerra, viveva tranquillamente in Assia. Gould ne aveva ricostruito il passato, seguito la vita quotidiana, la professione. Frank non era stato un nazista qualsiasi, ma l'ultimo comandante dell'Obersalzberg, il nido dell'aquila sulle Alpi bavaresi, residenza di vacanza di Hitler.
Era stato soprattutto il braccio destro di Heinrich Himmler, capo delle SS che mise in atto la soluzione finale decisa dal Führer. La vendetta di Gould ha cominciato a prendere forma quattro anni fa. Una volta arrivato in Germania aveva iniziato a partecipare a numerose manifestazioni di veterani delle SS in Germania dove era riuscito ad avvicinare Frank. Lentamente l'aveva portato a confidarsi e a intrattenere
un rapporto epistolare con lui.
Era stata la sua firma in una di queste lettere a confermargli che fosse proprio l'uomo che cercava: "Era la stessa apposta sotto l'ordine del 28 luglio 1941 di sterminare gli ebrei", ha raccontato Gould alla Bild. "Se la popolazione è inferiore dal punto di vista umano o della razza, bisogna fucilarli tutti", era il testo del messaggio con il quale Frank ordinò di sterminare la popolazione civile della Bielorussia.
In questi quattro anni, lentamente, Gould è riuscito a parlare con Frank anche di quell'ordine. L'ex Obersturmbannfuehrer gli aveva risposto così: "Non c'è niente da criticare, poiché gli ebrei hanno oppresso i tedeschi e con questo si sono scavati la loro fossa". Poco dopo che lo storico americano ha citato a Frank tutti i nomi dei suoi familiari, sterminati su suo ordine. Un appello agghiacciante di morte. "Sei un mio amico o un mio nemico?", gli ha risposto l'ex SS. Non ha mai avuto altra risposta, se non l'elenco di quei 28 nomi.
La Bild ha appreso da ambienti giudiziari che le autorità americane e la polizia regionale di Wiesbaden hanno aperto un fascicolo su Bernhard Frank, in vista di una possibile incriminazione.
da Antifa.org
Era stato soprattutto il braccio destro di Heinrich Himmler, capo delle SS che mise in atto la soluzione finale decisa dal Führer. La vendetta di Gould ha cominciato a prendere forma quattro anni fa. Una volta arrivato in Germania aveva iniziato a partecipare a numerose manifestazioni di veterani delle SS in Germania dove era riuscito ad avvicinare Frank. Lentamente l'aveva portato a confidarsi e a intrattenere
un rapporto epistolare con lui.
Era stata la sua firma in una di queste lettere a confermargli che fosse proprio l'uomo che cercava: "Era la stessa apposta sotto l'ordine del 28 luglio 1941 di sterminare gli ebrei", ha raccontato Gould alla Bild. "Se la popolazione è inferiore dal punto di vista umano o della razza, bisogna fucilarli tutti", era il testo del messaggio con il quale Frank ordinò di sterminare la popolazione civile della Bielorussia.
In questi quattro anni, lentamente, Gould è riuscito a parlare con Frank anche di quell'ordine. L'ex Obersturmbannfuehrer gli aveva risposto così: "Non c'è niente da criticare, poiché gli ebrei hanno oppresso i tedeschi e con questo si sono scavati la loro fossa". Poco dopo che lo storico americano ha citato a Frank tutti i nomi dei suoi familiari, sterminati su suo ordine. Un appello agghiacciante di morte. "Sei un mio amico o un mio nemico?", gli ha risposto l'ex SS. Non ha mai avuto altra risposta, se non l'elenco di quei 28 nomi.
La Bild ha appreso da ambienti giudiziari che le autorità americane e la polizia regionale di Wiesbaden hanno aperto un fascicolo su Bernhard Frank, in vista di una possibile incriminazione.
da Antifa.org
Berlusconi complice di Gheddafi, se ne vadano entrambi!

da Indymedia di Dada Viruz Project
Che i tiranni lascino mal volentieri il potere è cosa ben risaputa ma quanto sta avvenendo in Libia è qualcosa di terrificante che supera l’iimaginazione. La rezione del colonnello Gheddaffi ha superato di gran lunga quella degli altri despoti della regione, Mubarak e Ben Alì. Il regime libico, infatti, non si è limitato a mandare contro i manifestanti una polizia brutale come è avvenuto in Tunisia ed Egitto ma ha ordinato a veri e propri mercenari stranieri di sparare sulla folla. Gli oppositori del colonnello corrotto e razzista sono stati colpiti da colpi di mortaio, da scariche di mitragliatrici da veri e propri bombardamenti avvenuti da aerei ed elicotteri. Il volto più brutale dello stato, quello terrorista, si è manifestato al mondo intero. Gheddaffi da anni gode dell’appoggio del governo Italiano che lo ha riabilitato agli occhi del mondo. Il ministro degli esteri Franco frattini e il rais di casa nostra Silvio Berlusconi, in più di un’occasione hanno pateticamente elogiato il “nuovo corso” di Gheddaffi.I capitalisti italiani, Eni in testa, hanno fatto affari con questo signore e i suoi clan. Gheddaffi però non è solo un uomo dal passato oscuro, un uomo d’affari senza scrupoli è il cane da guardia della Fortezza Europa nel Mediterraneo. Nei deserti libici migliaia e migliaia di Africani sono morti di stenti o uccisi torturati dagli sgherri del colonnello libico per impedire che questi migranti raggiungessero l’Europa come più volte richiesto dai ministri Roberto Maroni e Franco Frattini. La crudeltà e la ferocia che il regime libico ha usato contro gli africani oggi la usa contro il suo stesso popolo. Si tratta di crimini contro l’umanità che meritano una condanna netta e non le parole balbettate di un governo quello italiano che ha venduto armi alla Libia e che è stato complice in tutto e per tutto di molte delle gesta criminali di Gheddaffi. Non dimentichiamo quante volte le navi libiche hanno sparato sui barconi carichi di migranti. Fino a poche ore fa Franco Frattini, il peggiore ministro degli esteri che la Repubblica iItaliana abbia mai avuto, auspicava una riconciliazione tra le parti. Di quali parti vada parlando non lo capiamo. Da una parte c’è un popolo stufo di 42 anni di violenze e sopprusi dall’altra una casta di privilegiati e impuniti che sostiene un feroce dittatore. Il servo sciocco, Emilio Fede, che conduce l’illegale TG4, illegale stando alle sentenze europee, è arrivato a dire: “Gheddaffi riuscirà a fermare i rivoltosi e a tenere in mano la situazione, ce la farà”. Le simpatie del viscido Emilio Fede per il colonnello libico, forse non sono dovute solo al fatto che i due hanno stili di vita simili ma piuttosto al fatto che l’economia italiana è legata a doppio filo con il tiranno di Tripoli. Tantissimi sono i trattati che i due paesi hanno firmato su petrolio, GAS, armi, immigrati e tanto altro ancora. Di fronte alle prese di distanze, tardive, degli altri paesei europei il governo italiano ha continuato a balbettare.
“Noi vogliamo sostenere il processo democratico – ha affermato il titolare della Farnesina – ma non dobbiamo dire ‘questo è il nostro modello europeo, prendetelo’. Non sarebbe rispettoso dell’indipendenza del popolo, della sua ownership”. Questa dichiarazione puzza di opportunismo e ipocrisia. Perchè tali preoccupazioni, il governo italiano, non le aveva quando partecipava alla guerre d’aggressione contro Afghanistan e Iraq. Allora si diceva in modo banale che: “si andava ad esportare la democrazia”. Oggi, infatti, Iraq e Afghanistan sono esempi di alta democrazia? Verrebbe da riderci sopra se non si ci fosse la tragedia di un’umanità violentata dalle logiche più perverse del potere politico, economico e militare. A fare dell’ironia, e forse non troppa, ci ha pensato un giornale “bolscevico” come il New York Times che ha scritto sulle sue pagine:”Andare con giovani marocchine è il contributo italiano alla Rivoluzione araba.” L’Italia paese con la testa in Europa e il sedere in Medio Orienta è stata totalmente incapace di comprendere cosa accadeva. Ancora una volta la classe dirigente italiana ha preso parte al sacco di risorse. Le masse arabe sanno bene quali sono le responsabilità dell’Europa e dell’Italia nelle vicende dei loro paesi. Cosi mentre in Egitto escono canzoni che prendono in giro il Rais italiano per le arci note vicende del “Bunga Bunga”, A Tripoli i manifestanti gridano: “A morte Gheddaffi a morte Berlusconi” e a Malta dove molti libici si sono rifugiati c’è stata una contestazione davanti all’ambasciata italiana. E’ evidente che tutti hanno ancora negli occhi le immagini di Berlusconi che bacia le mani a Gheddaffi.
Di fronte a questo genocidio solo i complici e i vigliacchi possono rimanere in silenzio. Esprimiamo totale solidarietà alle masse arabe in lotta. Il modo più concreto di aiutarle è fare come loro e cacciare Berlusconi, Frattini, Maroni e gli altri squallidi personaggi che ci governano. Mandiamoli tutti via costruendo una grande mobilitazione di massa.
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Di ritorno dall'Algeria - Intervista a Giuliana Sgrena
da GlobalProject
A Padova per un incontro, organizzato dall'AssoPace in collaborazione con il circolo del Manifesto, Giuliana Sgrena, giornalista del Manifesto, di ritorno dall'Algeria racconta cosa sta succedendo nei paesi arabi.
Prima di passare a tratteggiare i dati in comune delle rivolte che si stanno succedendo in tutta l'area del mediterraneo, Giuliana Sgrena si sofferma sull'attuale drammatica situazione in Libia.
"La tolleranza avuta nei confronti di Gheddafi è una responsabilità del governo italiano e dell'Europa, per questo è necessaria la più ampia mobilitazione contro la repressione di questi giorni.
Possiamo chiamare vere rivoluzioni quelle che hanno attraversato Egitto e Tunisia perchè si è trattato dell'avvio di un cambiamento radicale, di cui gli effetti sono in corso.
A partire dall'improvviso scoppio della rivolta in Tunisia è partito un effetto domino che sta continuando anche se in ogni realtà con aspetti particolari. Nessuno di questi paesi si salva, ovunque ci sono le condizioni per ribellarsi. E' come quando cadde il muro di Berlino, i cambiamenti saranno profondi e sono destinati a coinvolgere anche noi, le nostre frontiere.
Si tratta di movimenti spontanei in cui si intrecciano il ruolo di internet e dei social-network con esperienze più strutturate come ad esempio in Tunisia con il ruolo che ha avuto la base sindacale.
Si tratta di movimenti in cui la spontaneità si confronta con la ricerca di nuove forme associative, come nel caso del dibattitto molto duro ed ampio che sta attraversando ad esempio in Algeria il Coordinamento Nazionale per il Cambiamento e la Democrazia.
Si tratta di rivolte laiche ben diverse dal passato, che saldano rivendicazioni sociali e rivendicazioni politiche. C'è una forte denuncia della necessità della redistribuzione delle ricchezze accumulate e la rabbia per ceti politici e famiglie di potere che hanno accapparrato in maniera corrotto quanto prodotto nei vari stati.
Le risorse di questi paesi sono state sfruttate a vantaggio di pochi, gli accordi siglati con l'Europa per frenare le migrazioni sono serviti solo a garantire la sicurezza delle frontiere, le imprese che si sono installate in loco hanno delocalizzato la produzione per utilizzare mano d'opera a basso costo.
Di fronte all'attuale situazione c'è stata un'assenza totale dell'Europa e questa constatazione è percepita con evidenza. C'è anche una percezione positiva , forse anche illusoria, delle prese di posizione di Obama.
Abbiamo fatto guerre in nome dell'imposizione della democrazia ed ora non sosteniamo dei popoli in lotta per la democrazia: questo dimostra che l'Europa non esiste.
Di fronte ai legami che l'Italia ha con la Libia, con l'Algeria non possiamo essere silenziosi e complici."
Nel rispondere alle domande e agli interventi dal pubblico Giuliana Sgrega ha poi sottolineato come sia necessario mobilitarsi per garantire l'accoglienza e l'apertura delle frontiere per chi intende arrivare in Europa.
Ha poi puntualizzato come sia ovviamente impossibile tracciare con chiarezza totale gli scenari futuri nei singoli paesi, il ruolo che con le rispettive differenze ha giocato e può avere l'esercito, il percorso che si potrà costruire per dare vita a nuovi modelli sociali che non per forza devono rinchiudersi nella scelta di strade già indicate come, ad esempio, molti commentatori individuano nel cosidetto modello turco.
Rispondendo ad una domanda sull'insieme del continente africano, Giuliana Sgrena ha risposto che ancora non possiamo dire quanto quello che sta succedendo peserà sul resto dell'Africa, dove peraltro già stanno crescendo le proteste contro regimi autoritari e corrotti.
"Di certo l'onda che attraversa i paesi arabi si inserisce all'interno della dimensione della crisi globale ed in questo senso il rifiuto della precarietà sociale non solo economica ma della stessa vita, tratteggia anche la vicinanza con la nostra stessa condizione anche in Europa
La forte partecipazioni di giovani e di donne è un tratto comune di quanto sta avvenendo così come l'epoca che si apre ha sancito la fine del "nazionalismo arabo", così come si era strutturato in sistema di potere negli ultimi decenni.
C'è un futuro che si sta costruendo e che ha bisogno del nostro appoggio."
A cura dell'Associazione Ya Basta
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