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mercoledì 20 gennaio 2010

Haiti: aiuti in divisa

Polemiche con gli Usa per aver accentrato tutta la macchina dei soccorsi. L'infaticabile lavoro dei medici

di Simone Bruno
Al settimo giorno dopo il sisma sono arrivati gli americani.
La scusa è stata la sicurezza: saccheggi, scontri e linciaggi. Come se Port Au Prince normalmente fosse un paradiso. La realtà è che, date le circostanze, la situazione è fin troppo tranquilla. Però Obama ha comunque deciso di inviare 10000 soldati, tra cui 2200 Marines e una poraerei, per sistemare le cose e ristabilire l'ordine.
Intanto non finisce la sfilata di personalità, dopo la Clinton e Ban Ki-Moon è toccato al Clinton con Chelsea. Rituale giro in elicottero per verificare i danni, al sicuro dai mali odori, incontro con la stampa in cui portano la loro solidarietà e ponte aereo per gli aiuti bloccato, per garantire la sicurezza dei VIP.

Questa volta la Francia ha protestato ufficialmente davanti all'Onu per bocca del segretario di Stato della cooperazione Alain Joyandet, per le difficoltà cheun aereo francese, che trasportava un ospedale da campo, ha avuto ad atterrare. Joyandet ha chiesto anche di precisare il ruolo Usa ad Haiti, dato che li statunitensi controllano di fatto l'aeroporto e coordinano gli aiuti.
Catherine Ashton, capo della diplomazia dell' Unione Europea è arrivata ad affermare che: "oggi ad Haiti più che di aiuti militari c'è bisogno di una maggior coordinazione per far sì che gli aiuti arrivono a chi ne ha bisogno".
Eppure i marines sono arrivati comunque.
Nessuno degli Haitiani si è accorto che un altro VIP, il presidente Preval, è partito oggi per Santo Domingo, per partecipare ad una riunione preparatoria della conferenza dei paesei donatori del prossimo 25 gennaio. Del resto nessuno lo hai mai visto in un campo profughi o alla guida dei soccorsi e ha parlato più ai mezzi di comunicazione stranieri che a quelli Haitiani.
Intanto, fuori dale istallazioni dell' ONU la folla continua ad aumentare, alcuni sono alla ricerca di un lavoro come guide, interpreti o autisti, altri invece, la maggior parte, arrivano per capire dove finiscono gli aiuti che vedeno arrivare ogni giorno in aereo.In questa situazione ci sono stati i primi tafferugli con le forze dell' ordine, finiti, per fortuna, solo con qualche ferito.
I Marines, a differenza degli aiuti umanitari, non sono rimasti in aeroporto, anzi. Sono subito entrati in azione e hanno lanciato bottiglie d'acqua dagli elicotteri sulle tendopoli. A terra li scortavano i caschi blu armati di M-16 per disperdere i terremotati e i bambini che accorevano.
Obama sembra applicare strategie geopolitiche sulle spalle dei terremotati, da una parte ha espropriato il controllo dal Paese ai cashi blu a guida Brasiliana, dall'altra guadagna consenso in casa cooperando con gli ex presidenti.

Ma mentre si fanno giochi politici e si decide chi salvare o quante razioni non distribuire, c'è chi non dorme da una settimana. Sono i dottori che: operano, aggiustano ossa, amputano estremità e sono vicini ai feriti.
Claudio è Brasiliano ma vive a New York da quattro anni, il suo indice è abbracciato da una manina, e lui sorride alla padrona. Il cartello, appiccicato con un pezzo di scotch ai piedi della brandina, recita, nome: orfana; età: circa 18 mesi. Non si sa chi sia o da dove venga, ma sorride a tutti e per il momento la sorvegliano i suoi vicini di letto. C'è un secondo foglio sulla sua brandina: "per favore, se dorme non svegliatela". "Abbiamo dovuto attaccare questo messaggio - racconta Claudio liberandosi il dito - perchè in tanti tornano a trovarla e lei deve riposare".
"Ieri è stata la prima sera che ho dormito da quando sono arrivata - racconta Jennifer, uno dei pediatri accorsi dagli Stati Uniti - non abbiamo un posto dove stare, quindi riposiamo qui con i pazienti". Sarah ha studiato con Jennifer e ha quasi 28 anni, anche se ne dimostra parecchi di meno. Quando parla di Jackson si commuove: "guarda quanto è bello quel ragazzo - dice indicando un adolescente che ricambia il saluto con un sorriso - ero lì quando non sono riusciti a salvargli la mano. Lui ha una forza incredibile e ci ringrazie perché è ancora vivo".
È ormai sera nell' ospedale da campo dell' Onu, alcuni malati si lamentano cantando una litania che li aiuta a sopportare il dolore, molti dottori si sdraiano sui sacchi a pelo ai piedi delle brandine. Altri dormono su due sedie unite, appena fuori della tenda, vicino alla amontagna delle loro valige accatastate.
Anche l'orfana senza nome si è addormentata. Ci allontaniamo senza fare troppo rumore
.

da PeaceReporter

Empoli, cartello razzista contro i cinesi in un negozio


"Voglio segnalare un grave episodio di discriminazione, attuato da un negoziante in Empoli, in zona stazione. Come ben visibile nelle foto allegate da qualche giorno fa bella mostra sulla porta di ingresso, tra il manifesto degli sconti e la placca che avverte della sorveglianza video dell'area un cartello, scritto a mano nero su bianco, che vieta l'ingresso nel negozio ai cinesi che non conoscono l'italiano. Il gesto ed il messaggio stesso sono talmente discriminanti da non poter avere alcuna giustificazione, tantomeno si può pensare di avviare una qualunque discussione rispetto ad un fatto tanto violento quanto pericoloso. La cosa che colpisce, poi, è che il messaggio è indirizzato, secondo logica, al gruppo dei "cinesi che non sanno parlare italiano": ora, la domanda -apparentemente banale quanto apparentemente banale appare il paradosso- immediata è: come è possibile che i tali "cinesi che non sanno parlare italiano" leggano ed intendano il contenuto del cartello stesso? A nostro avviso il messaggio può essere indirizzato solamente ad un altro tipo di destinatari, ad esempio quegli italiani che considerano migliore o maggiormente degno di visita un negozio che rifiuta apertamente gli stranieri.
Rimaniamo in attesa di un segnale da parte dell'amministrazione e delle associazioni, nonché una risposta civile da parte di ogni cittadino offeso nella dignità dall'episodio".

Francesco, educatore, facilitatore linguistico, operatore interculturale
da PeaceReporter

GIPI - L’opinionista dice la sua sul dibattito sorto intorno alla figura di Bettino Craxi

martedì 19 gennaio 2010

La smentita di Laudati: Vendola non è indagato

La bolla mediatica creata ad arte nelle ultime ore sulla figura di Vendola si rivela una bufala con l'unico intento di deleggittimare l'operato di Vendola. Ciò che la maggior parte degli organi di stampa ha riportato questa mattina è stato smentito categoricamente dal procuratore Laudati. Un'ennesimo atto ignobile della mala politica perpetrato dai mezzi di informazione a pochi giorni dalle primarie!

Riportiamo la nota di Antonio Laudati, procuratore capo della Procura di Bari, in merito alle presunta iscrizione di Nichi Vendola nel registro degli indagati. “La Procura prende atto delle possibili strumentalizzazioni delle indagini per finalità diverse da quelle processuali così come delle precedenti fughe di notizie sugli accertamenti in corso: allo stato, non può escludersi che esse siano riferibili a componenti del gruppo investigativo. Nei confronti del presidente della giunta regionale pugliese, Vendola, non vi sono nel registro degli indagati di questa procura iscrizioni suscettibili di comunicazione”, ha sottolineato il procuratore Laudati.

“Su queste fughe di notizie – prosegue il procuratore Laudati – sarà compiuto ogni sforzo al fine di identificare eventuali responsabili in relazione alle conseguenti ipotesi di illecito configurabili. Questo ufficio assicura il massimo impegno per garantire, nel rigoroso rispetto della legge, l’ espletamento delle indagini preliminari per finalità esclusivamente processuali”.

VENDOLA NON SAREBBE INDAGATO. FONTI INVESTIGATIVE, NON RISULTA

Il nome del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, non sarebbe al momento iscritto nel registro degli indagati della procura di Bari. Lo si apprende da fonti vicine alle indagini dopo che, nella serata di ieri, si sono diffuse indiscrezioni relative ad un coinvolgimento di Vendola in una vicenda che riguarda la sanità pugliese. Secondo le voci, il governatore sarebbe indagato per tentativo di concussione.

A quanto si apprende, "nulla è cambiato e non ci sono fatti nuovi" rispetto alla smentita fatta dal procuratore della repubblica di Bari, Antonio Laudati, l'11 novembre 2009. Laudati all'epoca assicurò che il governatore non era indagato e che a suo carico ci sarebbero state "valutazioni future".



Il procuratore smentì l'esistenza di una indagine a carico di Vendola dopo che 'Libero' aveva pubblicato stralci di un'informativa dei carabinieri che accostava al nome di Vendola, e a quello di altre 10 persone, il reato di tentativo di concussione per aver imposto a direttori generali delle Asl la nomina di dirigenti e funzionari, manovra questa che sarebbe servita per rafforzare il loro peso politico sul territorio.

Laudati è tornato a smentire 'categoricamente' ai cronisti l'esistenza di un'indagine a carico di Vendola all'inizio di dicembre 2009. In quella circostanza si seppe che il procuratore aveva dato disposizioni ai suoi sostituti che eventuali iscrizioni nel registro degli indagati relative alle indagini sulla sanità pugliese dovevano essere preventivamente autorizzate direttamente da lui.

(ANSA).

PER VENDOLA PRESIDENTE 2010


Appello ai cittadini del circolo di sinistra ecologia libertà - Nardò

Sicché primarie furono. E già questa è una vittoria : di democrazia innanzitutto. Il modello di consultazione popolare, che, ormai cinque anni fa,aveva sconvolto e contraddetto le logiche di “burokràzia” del carrozzone del sistema giurassico degli apparati di partito, è tornato a imporsi grazie alla forza di mobilitazione dal basso.

Sarebbe miope politicamente non cogliere la novità organizzativa e la forza propositiva che è venuta dalle vicende di questi ultimi due mesi circa. Noi, popolo di sinistra,abbiamo detto ac chiare lettere che agli accordi di palazzo, ai sistemi di scambi di poltrone, alle investiture di nomenclatura non ci stiamo : vogliamo che la leadership sia scelta, eletta, appunto; che rappresenti il nostro sentire comune; che dia voce alle istanze di giustizia e diritti che costituiscono la base rivendicativa dalla quale l’azione di governo, a qualsiasi livello, deve partire; che garantisca trasparenza e legalità nella pratica amministrativa. Per questo abbiamo voluto riproporre la candidatura Vendola, che consideriamo magnifico simbolo di questo sentire.
Vendola significa buon governo :la realizzazione del Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio e Palude del Capitano, la chiusura della discarica di Castellino, il sostegno alle imprese in difficoltà, i provvedimenti a favore dei precari,l’internalizzazione dei lavoratori della sanità, gli investimenti a favore dei giovani “cervelli” della nostra regione,il “no” al nucleare, l’avvio della de privatizzazione dell’AQP sono solo alcuni degli impegni programmatici realizzati dalla sua amministrazione.
Vendola significa trasparenza : esempio unico in Italia, non ha esitato ad azzerare la vecchia giunta, operando un deciso rinnovamento nella rappresentanza assessorile quando inchieste giudiziarie alcuni esponenti della maggioranza per altro appartenenti a forze politiche a lui estranee.
Vendola significa diritti : le misure a favore degli immigrati, il pieno riconoscimento della loro dignità di persone, il sostegno alle fasce socialmente più deboli sono emblematici della portata di trasformazione culturale che è stata operata.
Vendola significa dialogo : l’appello lanciato a tutte le forze democratiche, al di là di schieramenti precostituiti, per un’ azione comune contro la politica revanchista e reazionaria del governo Berlusconi e per la difesa del popolo del sud, della sua economia e tradizione, hanno costituito una sfida, un modo nuovo di creare intese larghe a partire da proposte concrete e non, come è purtroppo costume, da accordi di palazzo su scambi di “favori”.
Vendola significa la realizzazione tangibile di un sogno utile : una puglia migliore per tutti, adesso.
Per noi di “Sinistra Ecologia Libertà”, poi, Vendola significa l’avvento di uno stile nuovo nel fare politica; quell’alternativa di meccanismi e metodi partecipativi che costituiscono l’anima del nostro partito, i modelli ispiratori dei contenuti programmatici del nuovo soggetto politico che stiamo costruendo : una sinistra plurale, variegata, rappresentativa dei bisogni e dei desideri delle persone; una sinistra schierata, di parte, in difesa dei diritti; una sinistra ispirata ai principi di giustizia e uguaglianza, una sinistra garantista e legalitaria, una sinistra ecologista e moderna…cioè “la” sinistra.
Vendola è il nostro presidente, speriamo che lo resti.

per il circolo “sinistra ecologia libertà” - nardò
Claudia Raho

LETTERA AI GIOVANI

di Lorenzo libero cittadino
Cari amici e care amiche,
come Sinistra, Ecologia e Libertà chiedeva già in Ottobre, sono state ottenute le primarie per il "centro sinistra".
I partiti sono UDC, Partito Democratico, Italia dei Valori, Rifondazione e PdCI e Sinistra, Ecologia e Libertà. Il PD e l'UDC hanno per lungo tempo rifiutato l'ipotesi delle primarie (andando anche contro le regole dei loro stessi partiti) e solo venerdì hanno accettato questa opzione. In questo modo, Sinistra Ecologia e Libertà ha solo una settimana per organizzare la campagna elettorale e, senza soldi, strumenti e materiale è molto, molto difficile!
Le primarie sono il 24 gennaio prossimo, cioè Domenica!!! Il tentativo di imporre l'on. Boccia come candidato presidente da parte del PD (nella persone del Seg. Naz. Bersani) è fallito, ma questo "pericolo" rischia di concretizzarsi attraverso le primarie.
L'on. Boccia è stato imposto dal Segr. Naz. del PD, Bersani e da nessun altro! Già questo basta a spiegare che Boccia è il solito politico manovrato dai soliti poteri
forti, vittima della (pseudo)politica dei soliti politici assetati di potere.
L'opportunità che abbiamo Domenica è quella di dire NO alla politica dei potenti e di essere persone critiche, capaci di scegliere!
Se sceglieremo Boccia alle primarie dovremo sostenerlo anche alle elezioni Regionali ed in seguito, sia in caso di vittoria che di sconfitta.
Dopo non potremo lamentarci di politiche inefficienti, di assesori alla sanità corrotti e di intrighi di potere (anche se non saranno nostre politiche, nostri assessori e nostri interessi)! La nostra politica non deve essere questa, l'abbiamo già sperimentata ed ha portato il centro sinistra al collasso!

Per questo DOBBIAMO scegliere e scegliere bene, tenendo a mente il lavoro di Vendola in cinque anni di governo. Lavoro che fa della Puglia la prima regione in Italia per la produzione di ricchezza, per la tutela dell'ambiente e dei lavoratori!!!

Potranno votare tutti i cittadini italiani ed extracomunitari con regolare permesso di soggiorno purchè abbiano compiuto 16 anni di età.

Domenica 24 Gennaio difendi la Puglia migliore, Nichi Vendola presidente!!!

Lorenzo,
libero cittadino

Nomine dei primari, dodici indagati c'è anche Vendola? "Una bufala"


Iscritti Vendola e Loizzo. Il governatore: "Chiesi informazioni su un luminare"

di Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini
In «un mondo dove primari diventano i raccomandati dei partiti, mi si accusa di aver spinto per fare tornare qui da noi in Puglia, uno scienziato di livello mondiale, un cervello che negli anni scorsi era purtroppo fuggito dalla sua terra e ora invece era pronto a tornare per fare del bene alla sua gente». Risponde così Nichi Vendola alla notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati. «Una bufala, un´accusa incredibile» ripete nella tarda serata di ieri.
Al governatore pugliese e ad altri undici (tra loro c´è anche l´assessore regionale ai Trasporti Mario Loizzo) viene contestato il reato di concussione. Una iscrizione a cui ha proceduto due mesi fa il sostituto procuratore Desirèe Digeronimo al quale sono stati affiancati i colleghi Francesco Bretone e Marcello Quercia. L´ipotesi di reato richiede però approfondimenti, nuovi accertamenti. Il caso è quello della nomina di un primario all´ospedale "Miulli" di Acquaviva e delle presunte raccomandazioni del mondo politico perché fosse uno dei candidati a vincere. L´informativa dei carabinieri, depositata a novembre, è un punto di partenza. Ma la procura vuole capire se davvero l´episodio, al centro della relazione, rappresenti un reato o niente di più che una semplice dialettica per la designazione del responsabile di un reparto. Prima di decidere (con l´archiviazione o con la richiesta di rinvio a giudizio) i magistrati attendono il deposito dell´informativa finale, in modo tale da avere un quadro più generale e dunque più chiaro della vicenda.

Lo scenario richiama il contenuto di un´altra inchiesta, sfociata giovedì in nove provvedimenti cautelari. Il caso è diverso certo perché per il concorso per l´incarico di allergologia all´ospedale di Altamura, accusa la procura, erano state fatte carte false. La procedura era stata pilotata perché il candidato Eustachio Nettis, lo stesso che nella sua pen drive, nascondeva una delibera e i verbali della commissione, prima ancora delle prova, vincesse la selezione. Ma anche in questa storia compaiono i nomi del politici ai quali Nettis si era rivolto, Mario Loizzo, appunta il gip, si sarebbe speso per il dottore che alla fine non si è aggiudicato la selezione, rimasta in sospeso.
Che la gestione della sanità sia oramai diventata il principale terreno d´indagine della procura oramai è chiaro. Solo in una settimana due inchieste sono sfociate in provvedimenti cautelari. Una si basa anche sulle dichiarazioni dell´imprenditore Gianpaolo Tarantini, ma non solo.

Ci sono anche le intercettazioni telefoniche e ambientali nell´ultimo e più recente fascicolo sulla sanità. Il giovane uomo d´affari che, da settembre è ai domiciliari perché accusato di aver distribuito cocaina alle feste, in tre interrogatori davanti ai pm Giuseppe Scelsi, Ciro Angelillis e Eugenia Pontassuglia, ha parlato e ha svelato quelle che era il suo sistema. Dopo la sua deposizione ai domiciliari sono finiti i dirigenti dell´Asl Antonio Colella e Michele Vaira. Sarebbero stati pagati da Tarantini per agevolare le sue pratiche.

da La RepubblicaBari

Ecco perché Sebastián Piñera ha conquistato i cileni


La vittoria di Sebastián Piñera al ballottaggio delle elezioni presidenziali ha riportato la destra al potere vent’anni dopo la fine della dittatura di Pinochet. Per questo la stampa cilena commenta il risultato definendolo storico.

Secondo El Mostrador, “la sconfitta di Eduardo Frei segna la fine di un’esperienza di governo, quella della coalizione di sinistra Concertación, incapace di rinnovarsi dopo vent’anni al potere. Piñera è riuscito a riaccendere le aspettative e a rimettere in moto i sogni di molti cileni delusi dalla politica. Frei, al contrario, ha condotto una campagna elettorale vecchio stile, che gli ha impedito di riconquistare gli elettori delusi della Concertación”.

La Nación, quotidiano molto vicino alle posizioni della Concertación, analizza l’eredità della coalizione e cerca di prevedere gli scenari del governo Piñera: “Il 17 gennaio è finita un’esperienza di governo proficua, che è stata in grado di riportare il paese verso la democrazia, produrre benessere economico e creare le condizioni per una società civile unita e rispettosa delle differenze politiche e sociali”.

“D’altro canto”, continua il quotidiano, “Piñera si troverà di fronte delle sfide molto complesse. In primo luogo, dovrà risolvere il suo conflitto d’interessi, cedendo le sue maggiori aziende. In secondo luogo, dovrà cercare di mettere in atto le riforme economiche promesse in campagna elettorale, definite da molti analisti impraticabili, al limite del polpulismo”.

Secondo il mensile América Economía, “le principali difficoltà per Piñera arriveranno dal congresso, che è diviso ed è dominato dalla Concertación. Per questo, durante il suo discorso dopo l’ufficializzazione dei risultati, Piñera ha invocato un politica di accordo e conciliazione tra i principali partiti del paese”. “In ogni caso”, conclude il mensile, “la vittoria di Piñera non stravolgerà la situazione politica di un paese che ha una delle economie più solide dell’America Latina”.

da Internazionale

Il sisma ad Haiti provoca una catastrofe in cui il capitalismo ha una enorme responsabilità

Haiti, un paese in cui la stragrande maggioranza della popolazione, per il 95% nera, è tenuta in condizioni di miseria impressionate, un paese in mano ad un pugno di ricchissimi capitalisti che strangolano la popolazione da decenni, un paese dominato dal più feroce sfruttamento della manodopera a bassissimo costo, un paese grande esportatore di zucchero, caffè, banane, mango che registra un reddito pro capite di appena 1.300 dollari e una aspettativa di vita di circa 50 anni.

Haiti, da sempre in mano a poche famiglie borghesi che democraticamente intascano profitti giganteschi sulla pelle di 9 milioni di proletari e di diseredati, ha subito negli ultimi anni un disboscamento selvaggio per far posto alle piantagioni e all’edilizia residenziale. Haiti, da sempre al centro del passaggio di uragani e di terremoti.

MAI NULLA E’ STATO FATTO PER PREVENIRE LE CONSEGUENZE DEGLI URAGANI, MAI NULLA E’ STATO FATTO PER PREVENIRE LE CONSEGUENZE DEI TERREMOTI!

Ci sono voluti il terremoto del 12 gennaio, di magnitudo 7,3, e le altre trenta scosse tra i 6 e i 4 gradi della scala Richter per far conoscere a tutto il mondo la situazione di terribile miseria e indigenza di un’intera popolazione. Port-au-Prince, la capitale, che raccoglie più di 2 milioni e mezzo di abitanti, in cui il centro residenziale e alto borghese è attorniato da una vasta bidonville, non esiste più. E’ crollato tutto, il palazzo del governo, gli ospedali, i supermercati, le abitazioni in muratura, gli alberghi dei turisti, il parlamento, il palazzo dell’ONU. Nemmeno gli edifici degli strati agiati della borghesia haitiana erano fatti con tecniche antisismiche: la speculazione non ha guardato in faccia nessuno!

L’ONU, che ha avuto il compito di amministrare il paese da quando l’ultimo presidente se n’è scappato all’estero per evitare la morte, ha in mano da anni piani dettagliati, costati milioni di dollari, sui rischi sismici nell’isola; e i rischi maggiori erano incentrati proprio sulla selvaggia urbanizzazione della capitale. Il mondo, rappresentato dall’ONU, non ha mai considerato necessario agire in funzione preventiva contro le conseguenze devastanti e previste derivate dagli uragani e dai possibili terremoti. Il mondo capitalista non ha interesse se non per l’accumulazione di profitti, per la difesa degli interessi privati delle famiglie e delle società che controllano il paese e che sono i veri mandanti dei massacri degli anni passati e del massacro attuale provocato dal terremoto.

La distesa impressionante di macerie di Port-au-Prince e delle altre città più importanti di Haiti ha rivelato non solo una selvaggia speculazione edilizia, ma la mancanza assoluta di qualsiasi struttura e abitudine al pronto soccorso, all’intervento con acqua, medicinali, cibo, macchine in grado di sollevare macerie. Le notizie che danno i media internazionali parlano di 50.000 morti accertati ma prevedono che il conto complessivo non si saprà mai e azzardano cifre da 100 mila a 500 mila morti! Si scava con le mani per cercare di tirar fuori dalla macerie i sopravvissuti, e spesso, quand’anche si riesca a tirarli fuori, feriti, con le gambe o le braccia spezzate, muoiono tra le braccia dei soccorritori.

La grande tecnica moderna, i mastodontici mezzi di intervento che ogni guerra moderna mette in bella mostra, a che sono serviti? Di fronte a tragedie come quella di Haiti non sono serviti a nulla, come se non esistessero. Sono efficientissimi per la guerra, non per la vita! Quando si tratta di salvare vite umane, non solo la società del capitale fa tutto meno che prevenire le cause di morte e devastazione, ma rimane come paralizzata e incapace di agire a tragedia appena successa! E non solo questa volta, ma è una situazione che si riconferma tutte le volte.

E quando la popolazione scampata alla tragedia e in cerca forsennata di cibo e acqua si precipita qualche chilometro più ad est, verso la Repubblica Dominicana, che cosa trova? Accoglienza, solidarietà, rifugio? Per niente! Trova i confini sbarrati e difesi dall’esercito dominicano che rigetta indietro quelle masse disperate! Alla faccia dei bei discorsi che il Papa si diletta a lanciare dalla sua ben protetta finestra di piazza S. Pietro…

Finché i morti in un paese così povero, e poco interessante per i grandi centri imperialisti, si contano a centinaia, evidentemente non fanno notizia e non se ne sa nulla. Ma quando la tragedia prende dimensioni apocalittiche, come in questo, caso allora tutto il mondo capitalista alza al cielo grida di dolore per le vittime, tutti i media del mondo costruiscono servizi e inviano i propri giornalisti (che spesso arrivano prima dei veri soccorsi) e si lanciano appelli… perché i “cittadini” facciano una telefonata e versino il loro obolo per i soccorsi! Le banche, per l’ennesima volta, ringraziano, per il trasferimento dei soldi e per la prossima ricostruzione!!!

Haiti occupa la parte occidentale dell’isola caraibica Hispaniola, quella su cui Cristoforo Colombo mise il primo piede europeo nelle Americhe il 12 ottobre 1492. E da quel dì iniziarono la colonizzazione europea e le disgrazie per le popolazioni native. I neri non erano nativi, li portarono a milioni i negrieri europei con le navi dopo averli strappati ai loro villaggi dei paesi africani. L’altra parte dell’isola è occupata dalla Repubblica Dominicana, nata quarant’anni dopo la Repubblica Haitiana, con popolazione a maggioranza mulatta, di lingua spagnola, che ha conosciuto uno sviluppo economico migliore di Haiti visto che il Pil per abitante è circa 7 volte quello di Haiti. Ma Haiti ha una storia di gloriosa ribellione antischiavista e può onorarsi di essere stata la prima repubblica, nel 1804, dell’America latina. Il destino della sua popolazione, però, non è cambiato molto da allora, perché dalla schiavitù negriera dei secoli passati è transitata alla schiavitù salariale e capitalistica della repubblica borghese. Il capitalismo, ad Haiti, non ha portato progresso e benessere se non per una infima minoranza di capitalisti vampiri.

La forzata proletarizzazione degli haitiani è storicamente un dato positivo perché soltanto da questi proletari, come dai loro fratelli di classe degli altri paesi, potrà un giorno suonare l’ora della riscossa. Oggi le parole lotta di classe, organizzazione classista di difesa proletaria, rivoluzione proletaria e comunismo possono apparire o vecchie e sepolte dalle vicende che hanno segnato la storia dei falsi paesi comunisti, o del tutto velleitarie e illusorie.

Ma la propaganda borghese non potrà soffocare le terribili spinte alla rivolta anticapitalistica che lo stesso sviluppo del capitalismo dialetticamente genera. E queste rivolte, se vorranno indirizzarsi verso obiettivi storici risolutivi, non potranno che incanalarsi nella basilare lotta di classe che il proletariato, anche solo per sopravvivere, deve inevitabilmente sviluppare contro il dominio borghese e capitalistico della vita della stragrande maggioranza della popolazione di ogni paese. Allora, la sconfitta che l’esercito di Napoleone subì nel lontano 1804 da parte del movimento indipendentista haitiano impallidirà di fronte alla sconfitta che le armate proletarie, guidate dal partito comunista mondiale, infliggeranno agli eserciti delle potenze imperialiste. Illusione? Anche l’indipendenza di Haiti, subito dopo l’indipendenza degli Stati Uniti nel continente americano sembrava all’epoca una pia illusione!

Che cosa insegna questa rinnovata tragedia fatta passare, per l’ennesima volta, come “catastrofe naturale”?

Insegna che il capitalismo, tutte le volte che è riuscito e riesce a dominare una piccolissima parte della natura con la propria tecnica e le proprie scoperte “scientifiche”, lo ha fatto, lo fa e continuerà a farlo solo ed esclusivamente in funzione del profitto capitalistico, dunque contro non solo la vera conoscenza scientifica della natura e delle sue forze, ma inesorabilmente contro ogni esigenza di vita della specie umana. La conoscenza dovrebbe, come prima cosa, portare alla prevenzione, ma ogni catastrofe cosiddetta “naturale” dimostra che il capitalismo è lontano mille miglia dall’interesse di “prevenire”, perché i profitti che trae dalle emergenze, dalle disgrazie, dalle sciagure, dalle catastrofi non sono mai paragonabili a quelli che trae dall’attività legale in periodi di normale produzione e commercio! Il capitalismo conferma ogni volta di essere l’economia della sciagura!

La schiavitù nella quale il capitalismo costringe la stragrande maggioranza delle popolazioni del mondo è in realtà molto più dura di quella dell’antica società romana. Il forzato obbligo, pena la morte per fame o a causa degli infortuni sul lavoro o a causa della guerra, a sottostare alla legge del valore, dello scambio, del profitto, è sistematicamente mistificato con la libertà “personale”, la “libera scelta”, la “libera attività” di ognuno in un mondo falsamente egualitario e fraterno. I proletari sono i moderni schiavi, trattati con maggiore brutalità se di pelle nera!

Prendere le distanze dalla campagna di ipocrita solidarietà lanciata dagli stessi governi che massacrano, bombardano, affamano, intossicano il mondo è il minimo che ogni proletario dovrebbe fare. Ma non basterebbe mai, perché la vera riscossa proletaria inizierà con la effettiva rottura della collaborazione interclassista che ha per effetto il massimo di beneficio per i capitalisti e il massimo di svantaggio per i proletari. La lotta di classe comincia dalla rottura sociale tra proletariato e borghesia, soprattutto nei paesi industrializzati e più ricchi, perché un altro terremoto scuota la società del capitale, il terremoto sociale che riporterà all’ordine del giorno la lotta del proletariato in ogni paese per rivoluzionare da cima a fondo una società che non produce altro che miseria, fame e morte!

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

da Indymedia

Haiti: 'Abbiamo cadaveri'


Cartelli di richiesta aiuto di moltiplicano nella capitale: i soccorsi tardano ad arrivare e l'organizzazione delle Nazioni Unite viene criticata dai sopravvissuti

Haiti, dal nostro inviato PeaceReporter
"Mi chiedi della qualità del cemento? Ci sarebbero invece tante cose da dire su come l'ONU sta organizzando i soccorsi. "A parlare è Oscar Guevara, ingegnere della protezione civile Colombiana, uno dei paesi che per primo ha inviato aiuti nella devastata Port Au Prince.
Lui e il suo team sono gli eroi del giorno per aver salvato una donna nell'hotel Montana a cinque giorni dal sisma. Era il miglior hotel della città, piscine, centri SPA, archittura ardita, nonchè sede del Rotary Club. Si è trasformato in una trappola mortale per i suoi ospiti.
"E' caduto per il suo stesso peso - continua Oscar indicando delle enormi lastre di cemento -. Per sostenere una struttura del genere servivano pilastri ben più grandi e tondini di cemento più spessi e numerosi. Le colonne di cemento armato devono rimanere sempre in piedi, al massimo presentano crepe, qui si sono staccate da soffitto e pavimento e sono schizzate via. La gente non ha nemmeno avuto il tempo di uscire fuori, gli è caduto tutto in testa."
Quanto detto per il miglior hotel della città vale per quasi tutti gli edifici caduti: "Questo cemento è quasi solo sabbia, è friabile ed è molto pesante - aggiunge un altro soccorritore - è così in tutta Port Au Prince. Le fondamenta poi sono sottodimensionate, hanno aggiunto piani su piani senza rinforzare le basi."

Tre gruppi di soccorritori sono chiusi nell'hotel, le forze dell'ONU lasciano entrare solo i funzionari e la stampa, il resto delle persone attende fuori dal cancello. Oscar vuole sfogarsi: "sono stato in vari disastri. Di norma ti assegnano una zona e con il tuo gruppo cerchi persone in vita. Si fa un censimento degli edifici franati, si usano le unità cinofile, si coordina la rimozione delle macerie e si estraggono i sopravviventi. Invece ci tengo bloccati qui dentro senza fare nulla. La priorità dei soccorsi non è la gente, è il personale internazionale o gli abitanti dei quartieri più ricchi. Attraversando la città, dalla base logistica fino a qui, vediamo gente disperata, case distrutte, ma non possiamo aiutarli, non ce lo permettono."
Effettivamente il Centre Ville, il centro città, è completamente distrutto e nessuno sta aiutanto i sopravviventi a scavare tra le macerie che ormai emananno una puzza di morte insopportabile che invade intere zone della capitale.
L' impresa di nettezza urbana è stasta incaricata di portare via i cadaveri che vengono poi buttati in fosse comuni o bruciati.

Non si saprà mai il numero esatto delle vittime di questo disastro e tantomeno i loro nomi.
Anche gli aiuti scarseggiano, se ne incarica il WFP (World food program) che effettua tre distribuzioni giornaliere in tre tendopoli della città, scelte in base alle rilevazioni da foto satellitare Le locazioni sono mantenute segrete per evitare tumulti e file, dove la disperazione potrebbe mettere a rischio la sicurezza di tutti. "Cerchiamo comunque di scegliere le zone dove si addensano più persone" garastisce un responsabile del WFP. Percorrendo le strade della capitale devastata dal sisma si ha però la sensazione che gli aiuti non siano ancora sufficienti, si moltiplicano i cartelli di richiesta d'aiuto appesi fuori dalle case o dai giardini arrangiati a tendopoli: "abbiamo bisogno di acqua e cibo", "abbiamo cadaveri" o semplicemente "vi prego aiutateci".
La gente non ha nulla, i negozi sono tutti chiusi da cinque giorni, nessuno lavora, il commercio informale è l'unico che esiste. Si vendono beni di prima necessità trasportati da Santo Domingo, ma pochi hanno soldi per comprarli. La gente ravana nella macerie cercando pezzi di mobili o cavi da rame da poter barattare in cambio di cibo. Sciacalli?
La situazione è tutto sommato ancora calma, ma crescono i gruppi di haitiani che si radunano intorno alle varie entrate della enorme base dalla Minustah per chiedere che si faccia di più.
Vista da dentro la base è un brulichio di macchinoni bianchi senza sosta, vista da fuori un pachiderma lentissimo.

Simone Bruno da PeaceReporter

Ma vuoi mettere Hammamet con Pecorara?


di Doriana Goracci
Ma vuoi mettere Pecorara con Hammamet? Ho invertito le zone geografiche del titolo. Non c’è nessuna folla di giornalisti e neanche di naviganti per le strade del Paese Italia, Pecorara, che ha poco meno di 1.000 abitanti. C’è stata invece, la folla, al cimitero di Hammamet in Tunisia, per commemorare Bettino Craxi, leader socialista morto 10 anni fa. Sono arrivati da ogni parte d’Italia. Da ogni parte d’Italia hanno contribuito a parlarne, con tutti i mezzi: riabilitazione terapeutica. E allora mi accanisco io, solita direzione ostinata e contraria, perchè l’ha fatto un amico ieri, Roberto Aldo Mangiaterra, di aggiornarci da Reset-Italia.net con questa notizia: Cancellata piazza 25 aprile “Accade a Pecorara in provincia di Piacenza” e di scrivere al Primo Cittadino di questo Stivale tutto il suo sdegno. Scusateci non siamo Grandi Firme ma andiamo avanti.Tento anch’io e mi prendo un po’ di spazio e spero anche la vostra attenzione.

Dal forum del sito Mafarka!, cuore nero che di più non si può, apprendo anche altro: CAMBIA NOME PIAZZA 25 APRILE A PECORARA, LUOGO SIMBOLO LEGA SINDACO ALBERTINI (PDL-EX AN) LA INTITOLA A CARDINALE DELLA ZONA l’Ansa : ”Un’offesa ai martiri della Resistenza”. Così il presidente dell’Associazione Partigiani Cristiani di Piacenza, Mario Spezia, ha commentato la decisione di Franco Albertini, sindaco Pdl di Pecorara, piccolo comune sulle colline piacentine della Val Tidone, (meno di mille abitanti), di cambiare il nome della centralissima piazza XXV Aprile intitolandola al cardinale Jacopo Da Pecorara. ”Un’ offesa ai martiri delle Aie di Busseto e a don Giovanni Bruschi, cappellano della Resistenza, che nel cimitero di Pecorara riposa”, lamentano i partigiani cristiani, che ricordano ”al giovane e sprovveduto sindaco Albertini che la possibilità che oggi gli è concessa di dire e pensare liberamente ciò che vuole, lo deve a tanti ragazzi come i martiri delle Aie di Busseto e a tanti preti come don Giovanni Bruschi e, non certamente al pur prestigioso cardinale Jacopo Da Pecorara che potrà trovare altro luogo in cui essere ricordato che non la piazza”. L’iniziativa e’ stata duramente attaccata anche dall’ opposizione in consiglio comunale che ha parlato di ”decisione ”provocatoria nei confronti di chi ha sofferto, di chi ha combattuto e di chi ha perso la vita perchè ci fosse il 25 aprile della Liberazione”. Il sindaco respinge ogni accusa: ”Non c’è nessuna motivazione politica dietro la decisione presa dalla giunta – ha spiegato Albertini – e nessuno vuol cancellare il significato che quella data rappresenta. L’unico intento è quello di intitolare la piazza principale del paese ad un personaggio, il cardinale Jacopo Da Pecorara, che ha dato lustro al paese e le cui reliquie a giugno giungeranno a Pecorara da Piacenza, da dove verranno trasportate alla presenza del vescovo”. Pecorara è diventato uno dei luoghi-simbolo della Lega, da quando il leader del Carroccio, Umberto Bossi, da alcuni anni festeggia con una cena a base di zucca, il 31 ottobre, la Halloween padana come l’ha ribattezzata qualcuno. A trasmettergli la passione per il luogo è stato l’ amico Giulio Tremonti, che da tempo frequenta la montagna piacentina e che ha accompagnato il leader leghista alla festa della zucca di Pecorara. Il 31 ottobre scorso fu proprio il sindaco Albertini (che non è leghista ma proviene da An) a volere la celebrazione di una messa dedicata ai militanti leghisti prima della festa della zucca, per evitare polemiche in passato avanzate dalla Chiesa locale contro una ricorrenza ‘pagana’ come Halloween.”
E dallo stesso sito traggo la notizia: CRAXI, CASTELLINO: «AFFISSI 20.000 MANIFESTI PER BETTINO».

Torniamo al Comune di Pecorara, ha un’ isola ecologica, smaltisce i rifiuti, differenziando e si vede.Ha nella pagina principale un bel visitate Visitate l’Oratorio di Vallerenzo, restauro scientifico dell’ex Oratorio della Madonna della Misericordia di San Lodovico in Vallerenzo visitabile liberamente, con i contributi del Ministero dell’Economia e delle finanze, Banca di Piacenza e Fondazione di Piacenza e Vigevano e si vede qual’è la Cura della Curia.Poi pone un video Family Life TV – Sky, riguardante il Comune di Pecorara e la disciolta Comunità Montana Valle del Tidone, altri due di Monteboys party, e tanto tartufo e suoi sottoprodotti.
Fosse un sottoprodotto anche il 25 aprile?
Leggo pure un contributo su wikipedia alla parola 25 aprile Resistenza:” Secondo diverse fonti il numero di partigiani, partendo dalle poche migliaia dell’autunno del 1943, raggiunse alla fine della guerra una consistenza di circa 300.000 uomini. Molti studiosi pongono però dei dubbi sul reale numero di partigiani attivi alla fine della guerra, riportando cifre ben più modeste relative agli uomini e alle donne impegnati direttamente nella lotta armata, sostenendo che tra i circa 300.000 che si definiranno partigiani dopo il 25 aprile molti siano semplicemente simpatizzanti della resistenza che, pur non partecipando direttamente alle azioni partigiane, avevano fornito (rischiando comunque la vita) supporto e rifugio e che in alcuni casi vennero conteggiati tra i partigiani anche ex fascisti ed ex repubblichini saliti sul carro del vincitore grazie a conoscenze, alla corruzione o alla delazione di altri sostenitori della dittatura fascista o sostenitori della Repubblica Sociale Italiana (secondo le loro indicazioni non necessariamente veritiere).”
Ripenso a quei 300.000 in Piazza del Popolo a Roma il 3 ottobre, corsi all’appello dei Media Liberi da ogni dove per la libertà dell’espressione , dell’informazione e della stampa.Corse anche Barbara in un’altra piazza quel 3 ottobre con migliaia di docenti precari a gridare che è emergenza culturale e ci diede una lezione, che evidentemente hanno raccolto in pochi. I mille, o poco meno, di Pecorara, ci stanno dando una lezione e non solo gli accorsi ad Hammamet, altro che garibaldini.

Cosa è successo in questo week-end ai Resistenti? E’ silenzio.
Che dire di accendere una luce , diventata livida, sul cadavere di questa Costituzione, fondata sulla Resistenza?
Era il 21 gennaio 2006 e scrissi una delle mie prime lettere a Megachip: A Roma si è ballato sul cadavere della Costituzione, è al fianco dell’ “Appello di Megachip per la salvaguardia del Referendum Costituzionale”.Da allora ne ho firmati tanti di appelli, l’avevo fatto anche prima, come i presidi e le manifestazioni, oggi scelgo con cura dove stare, con chi, e scrivo direttamente a voi interlocutori invisibili, e non a coloro che non mi rappresentano nelle Istituzioni e non ho delegato.

Mi chiedevo come iniziare quanto ho scritto. Era d’estate e avevo dato come titolo leggendo una notizia,Piccole scosse abruzzesi, la conservavo in bozza:” E’ un operaio romeno 22enne l’ultima vittima del lavoro. Si tratta di Daniele Barbus Vassile, è morto in un cantiere di Tortoreto Lido, in provincia di Teramo. L’uomo è caduto nella macchina che tritura i sassi. E’ morto sul colpo”.

Ci stanno triturando, un’ Intifada al contrario, sassi su sassi, sassi in bocca.Un disegno preciso dalla Cabina di Regia allo Struscio Istituzionale e serve la nostra risposta, subito.Sembra che gli italiani all’estero siano sensibili a quello che noi, quì in Italia non vediamo, invitano allo Sbarco e non sono ancora neanche mille. E’ uno di quegli appelli, rarissimi, che ho scelto di firmare, perchè sottotitola diario di bordo di un’ impresa possibile. E la mia praticità, fare i conti tenendo i piedi per terra, mi dice che dobbiamo trovarlo un modo per ridare dignità a questa nostra vita, a chi ci vive a fianco. O vogliamo suggerire alla sinistra, una utilissima, come sempre,Commissione d’inchiesta per il 25 aprile?

Quando arrivi a casa, fammi un segnale, sembra che sia guerra, emergenza…Ma già, io canto…tra Amici…Io vedi…diventerò qualcuno, lo canta anche Caparezza.
Doriana Goracci
“Se ci si sente mendicanti, ci si comporta da mendicanti. Per recuperare il nostro futuro la prima cosa da fare è decolonizzare i nostri spiriti”. (Aminata Traorè su RE-Sisters Donne e resistenza contemporanea

CAPAREZZA - IO DIVENTERO' QUALCUNO





da Reset-Italia

lunedì 18 gennaio 2010

LE DANZE MACABRE

di zia Anto

Confidiamo sulla capacità di analisi nelle persone, da quelle più istruite a quelle più semplici. Siamo sicuri che tutti possano avere i mezzi sufficienti per comprendere ciò che sta accadendo in Puglia ed in verità non ci vuole poi molto.
Da tempo assistiamo alle danze del PD, ai dietro front e poi ai ripensamenti dei suoi uomini. Ci ricordiamo di come uno dei candidati alla segreteria regionale affermava con forza che non avrebbe ubbito, come qualcun'altro (Blasi) al "belzebu rosso chiaro chiaro" o al "baffetto" che muove le fila del partito e costringe i suoi uomini ad immolarsi per giochi di potere. Emiliano confermava così l'organizzazzione verticistica del PD.
Poi cos'è accaduto ???
Emiliano ha detto prima no e poi si, poi si e poi no, il PD ha abdicato all' UDC e gli ha permesso di comandare, di ricattare pur di averlo nella coalizione.
A questo punto ci chiediamo il perchè di tutto ciò, di tutto questo caos di tutto questo imbroglio: è semplice non vogliono Vendola!!!
Lui che è il naturale successore di se stesso, con le loro danze macabre lo volevano sminuire, lo volevano provare, lo volevano stremare ed infine farlo fuori.
Purtroppo per loro e per fortuna della Puglia non ci stanno riuscendo.
Tutti dicono (molti del PD, del PDL, dell' UDC, dell' IDV) con ipocrisia che Vendola è una brava persona, che ha governato bene, che sa parlare (e non è poco rispetto ad altri candidati sia di destra che di sinistra, nella nostra regione e non), ma poi nessuno vuole sostenerlo.
Lui invece gli ha voluti (alle sue condizioni): esempio ne è il governo regionale pieno di gente in quota PD e non senza la presenza dell' UDC Dario Stefano. Ma allora come stanno davvero le cose ??? Perchè vogliono mettere da parte il nostro governatore ???
Forse perchè è stato il primo nella storia della regione ad avere silurato cinque assessori e sciolto la giunta ??? Forse perchè è un intralcio ai giochi di potere ??? Forse perchè rappresenta un ostacolo all'assetto e all'equilibro della politica nazionale ??? O perchè Vendola è ostinato a non far mettere le mani "sull'oro blu di Puglia" ??? O perchè ha portato la regione all'avanguardia per quanto riguarda le energie alternative e non vuole il nucleare ???
CHIEDETEVELO !!!
Noi sappiamo per certo che ogni qual volta che capita un politico con la P maiuscola il potere lo rigetta; nella storia italiana lo abbiamo visto ampiamente (caro UDC ricordati di Aldo Moro) ma sappiamo anche che il cuore della gente vuole Vendola e non riusciranno a toglierci e ad uccidere la speranza in un vero anche se difficile cambiamento.

E ARRIVO' IL GIORNO DELLE PRIMARIE


di Danio Aloisi
E arrivò il giorno delle primarie.
Non a novembre, quando vennero chieste a gran voce da Nichi Vendola, ma alle soglie delle regionali racchiuse in uno spazio temporale di una settimana, tempi dettati non
dal centrosinistra ma dall'Udc con la costante minaccia di andare dall'altra parte.
Questi mesi dovrebbero insegnarci molte cose, la strategia dell'Udc di mettere in conflitto le 3 figure di spicco del centrosinistra: Vendola, Emiliano e Blasi, la determinazione ad eliminare l'anomalia Vendola, l'arroganza di chi mortifica le scelte dei Pugliesi e "svende" la Puglia ad interessi "altri" rispetto alle nostre legittime aspettative di avere una Puglia migliore.
Non è, quest'ultimo, un semplice slogan, ma molto di più, è in gioco la prospettiva politica,il futuro che questa regione vuol darsi.
Sappiamo dove si annidano le ombre, sappiamo quali sono gli interessi in gioco, sappiamo del tentativo di militarizzare il voto. Alle donne e agli uomini di questa regione, agli amici e ai compagni del PD,dico: ABBIATE CORAGGIO!
Il coraggio di rivendicare una scelta autonoma e diversa rispetto alle indicazioni dei potenti che lavorano per sè non per noi.
Non legittimiamo il loro modo di intendere la politica.
Sappiano costoro che non ci toglieranno la speranza!
Non saranno i vostri giochini a risiko a demolire la Puglia che vogliamo. Non saranno i vostri incontri, nelle segrete stanze, delle vostre segreterie ad imporci un ritorno al passato, noi siamo andati oltre, i Pugliesi sono andati oltre, e voi, non ve ne rendete conto perchè avete perso la capacità di ascoltarci, dandoci per scontati, perchè ci volete come marionette pronte a mettere una X sulla scheda elettorale, in virtù delle vostre promesse, delle vostre chiacchere, puntualmente disattese.
Vendola rappresenta la nostra unica speranza di" buona Politica", quella vera, così come intesa dall'etimologia della parola non declinata ad inciucio come ci avete abituati. Per usare le parole di un noto cantautore, vogliamo una Puglia all'altezza dei sogni che abbiamo, non ci trascinerete nell'incubo della Puglia peggiore.
NOI SIAMO CON VENDOLA! E VOI?

Haiti, morire per rubare due stracci

di Roberto Di Caro da Port-au-Prince
Per chi viene sorpreso a rubare la pena è la morte. In una Port-au-Prince piena di cadaveri senza tomba, è la fine di chi ha cercato di impossessarsi di quel che resta nei negozi. La testimonianza dell'inviato

Sette uomini e due donne: li ho visti per un istante, i loro volti imbiancati dalla polvere, le mani legate davanti o dietro la schiena, mentre un gruppo di vigilantes, alcuni con una medesima maglia rossa, altri in giubbotto nero paramilitare e una fascia in fronte, li trascinava via in tutta fretta sul cassone di un pick-up. Ladri. Saccheggiatori.

Avevano appena tentato di prendere quel che è rimasto in un negozio del centro distrutto di Port-au-Prince, a fianco dei ruderi del Marché au Fer, non lontano dal Palazzo di Giustizia che brucia di nuovo e dalla baraccopoli che occupa l'intera piazza di fronte al collassato Palais National.

Li ho riguardati, quei volti, poco fa, ingrandendo la foto in cui si vedevano meglio. Gli leggi in faccia che vanno a morire, e lo sanno. Fuori dalla ressa, li finirà un colpo di pistola come quella che impugna uno dei vigilantes. Cadavere più, cadavere meno, chi vuoi che ci badi: era il "sistema haitiano" anche prima, figuriamoci ora che neanche ci sono più le carceri, distrutte dal sisma. In un rosario di morti senza tomba, quei vivi che vanno a morire per rubare un paio di stracci sono peggio di una pugnalata al cuore.

da L'Espresso

Port-au-Prince città morta


di Stefano Liberti, inviato a Port-au-Prince per Il Manifesto
«Quando la tragedia bussa alla tua porta, devi reagire». Lilianh ha un volto paffuto, un fisico gigantesco e un sorriso tirato che nasconde appena una preoccupazione palpabile. Lilianh è una haitiana-americana e si è precipitata in questo inferno direttamente da New York. Quando ha saputo che il terremoto che aveva devastato e sconvolto la sua isola, quando ha pensato che anche la zia Susanne - quello che restava della sua famiglia – poteva essere finito sotto le macerie, ha avuto un groppo al cuore.Ha capito che la tragedia bussa alla tua porta quando meno te lo aspetti, come era successo in quel giorno di settembre del 2001 in cui lei, paramedica, si era trovata a scavare sotto le macerie di Ground Zero alla ricerca di superstiti. Ha quindi deciso che il destino andava affrontato di petto: bisognava andare a vedere che ne era di sua zia e cosa era rimasto della sua isola in mezzo ai Caraibi.
Non è partita subito, in modo impulsivo. Prima ha provato a procurarsi le informazioni per affrontare al meglio il viaggio, chiamando amici e conoscenti ad Haiti. Ma i telefoni rimanevano muti e, quando suonavano, lo facevano a vuoto. A quel punto ha pensato di comporre il numero di emergenza pubblicizzato in bella mostra dalla rete televisiva Cnn, ma una signora con voce gentile ma ferma le ha detto che loro si occupavano soltanto degli scomparsi di nazionalità americana.
«Una cosa assurda. Ho guardato in modo ossessivo tutti i servizi televisivi, cercando notizie. Ma dicevano tutti la stessa cosa: Terremoto a Port-au-Prince. Migliaia di morti. Crollata la casa bianca (il palazzo presidenziale, ndr). Nessuno che desse indicazioni più dettagliate su quali parti della città fossero state colpite».
Così ha preso Adam, il figlio diciottenne, e si è imbarcata su un aereo per Miami, poi su un altro volo con destinazione Santo Domingo. Arrivata nella capitale della Repubblica dominicana, per portare a termine la sua missione ha affittato una macchina. Quando incontriamo Lilianh e Adam all’aeroporto di Santo Domingo, sono ancora lontani centinaia di chilometri dalla loro meta finale: il quartiere popolare di Canapé vert, su un collina di Port-au-Prince, dove vive da una vita la zia Suzanne.
Il tragitto è stato lungo e penoso; attraverso una frontiera intasata di camion d’aiuti e affollata dei feriti che andavano a cercare conforto e cure nel più ricco paese vicino. Poi, man mano che ci si avvicinava a Port-au-Prince, sempre più vistosi sono comparsi i segni del cataclisma. Prima qualche muro crepato. Poi case crollate, pezzi d’asfalto saltato. Lilianh, che ha fatto la soldatessa nell’esercito americano, non è persona da lasciarsi andare a facili emozioni: mantenendo il sangue freddo continua a dirsi che «quando ti aspetti il peggio, se poi arriva il meglio è una notizia doppiamente bella».
Port-au-Prince la accoglie come una città ferita, mutilata. L’effetto sembra quello di un massiccio bombardamento: edifici accartocciati su se stessi, cadaveri rigonfi abbandonati per strada e che cominciano ad annerirsi per il sole battente. Uomini e donne feriti. Lei si guarda intorno e ripete una sola frase: «My god, che disastro». E poi un sospiro: «Che ne sarà della zia Suzanne?». La città distrutta sfila lenta dietro il nostro sguardo. Folle di persone senza più una casa si aggirano come stordite, apparentemente senza meta. Un gruppo di ragazzi s’è spalmato il dentifricio sotto gli occhi: così pensano di potersi proteggere da eventuali epidemie. Altri scavano a mani nude tra i detriti. Ogni tanto, sopra le macerie, spunta un casco di qualche squadra di soccorso, che continua a cercare nonostante le flebili speranze. Davanti a un palazzo, un cartello fornisce un’indicazione ai soldati americani che cominciano a vedersi per
la città (molti altri sono in arrivo): «Benvenuti soldati americani. Cadaveri all’interno».
Insieme a Lilianh ricostruiamo la topografia di una città che non c’è più e che non sarà mai più la stessa. «Lì c’era una scuola» dice indicando il cumulo di mattoni e resti di un palazzo raso al suolo. Attraversiamo la capitale. Vediamo la Casa bianca, il palazzo del presidente della Repubblica, collassata. Saliamo sulle colline verso Canapé vert. I nomi dei vari quartieri vengono declinati in modo quasi automatico da Lilianh, sempre più inquieta. Sembra quasi che ci stiamo avvicinando all’epicentro dell’ecatombe.
Entriamo a Canapé vert e siamo accolti da un tanfo insopportabile. Fermiamo la macchina e cominciano una lunga camminata tra palazzi crollati, macerie accatastate, cadaveri abbandonati. «Quella è la casa della zia Suzanne», indica in lontananza Lilianh. Nel punto che lei segnala si vedono solo resti di case crollate.
Ma la donna non sembra perdersi d’animo. Nonostante la fatica, scavalca tre o quattro edifici, trascina passi malfermi tra le rovine, altri minuti di angoscia. Quando arriviamo al punto in cui c’era l’appartamento della zia, Lilianh riconosce un uomo. Lo saluta. Gli fa una domanda in creolo. Lui risponde. Lei scoppia in un pianto dirotto. Un secondo dopo anche Adam, che il creolo non lo capisce, si scioglie in lacrime. Poi si lanciano tutti e due in una precisa direzione.
In mezzo a uno spiazzo, sdraiata su un materassino, giace incolume la zia Suzanne. L’abbraccio è immenso. Le lacrime sgorgano a fiumi. L’emozione è fortissima e coinvolge tutti. La zia racconta come è scampata al cataclisma. «Ero in camera da letto, quando ho sentito il botto. La casa è crollata, eccetto il soffitto sopra la stanza in cui stavo. Sono riuscita a uscire dalla finestrella e mi sono arrampicata tra i pezzi della casa del vicino». A vedere questa donna di ottantaquattro anni dal fisico esile, si fa difficoltà a immaginare tutte quelle acrobazie. Eppure è accaduto: la signora è viva, sorride e dice che vuole restare lì, vicino alle sue cose, e non vuole andare in hotel.
«Questa è la mia casa, questa è la mia città, per quello che rimane» dice alla nipote che la invita invece a seguirla negli Stati Uniti, a New York. Intorno i suoi vicini approvano. La salutano come una miracolata. Lilianh quasi non riesce a parlare dalla gioia che le esplode dentro: «L’avevo detto. Quando ti aspetti il peggio e arriva il meglio, la felicità è doppia». Poi si guarda intorno e soffoca il suo sorriso. Vede le case che conosceva bene. Vede quello che ne resta. Chiede notizie delle persone che vivevano lì dentro. Molti sono morti, alcuni si sono salvati. Tutti, senza eccezione, hanno perso la casa e sono ormai alla quinta notte all’addiaccio.
Tutta Port-au-Prince si prepara a un’altra notte di paura. Un'altra notte di abbandono, tra le macerie, i cadaveri e il tanfo pestilenziale che sembra avvolgere tutto e tutti.

da Il Manifesto

Volevate gli schiavi, avete la sommossa


Rigurgito dal passato o spioncino sul futuro? Ad una settimana di distanza è questa la domanda che ci preme formulare pensando a Rosarno. Risposte chiare e univoche, ovviamente, non ne sappiamo dare ma state sicuri che diffidiamo – ostinatamente e per metodo – di chi vorrebbe farci dormire sonni tranquilli.

Sui fatti, in fondo, c’è poco da discutere.
La rivolta sacrosanta di gente sottoposta ad uno sfruttamento bestiale, ammassata ai margini dell’abitato e umiliata ogni giorno, ora dopo ora.

Gente utile finché può essere messa al lavoro e fino a che se ne sta zitta e discosta, rinchiusa in una condizione di apartheid non dichiarata ma concreta e rigidissima. Gente in eccedenza, invece, quando il mercato è tanto spietato che neanche ad utilizzar schiavi puoi reggere la concorrenza, quando anche il gioco delle sovvenzioni e dei finanziamenti si inceppa e non produce più quattrini.
Gente ancor più di troppo perché reduce da una doppia fuga: quella originaria dai paesi martoriati dell’Africa centrale e quella recente dalle metropoli del Nord dell’Italia, dove la guerra ai poveri si respira nell’aria insieme allo smog del traffico cittadino.

A reprimere la rivolta arriva lo scatenamento etnico, ed ha la meglio su tutto. Tanto che nel giro di poche ore quegli stessi poliziotti prima impegnati a darsele di santa ragione con i rivoltosi si trasformano in truppa di interposizione, in scorta armata dei rivoltosi tramutatisi in profughi in fuga. Sul campo arrivano operatori umanitari, come in ogni guerra moderna, e rappresentanti delle Nazioni Unite, a controllare che il disastro segua un corso bene ordinato.
Lo scontro assassino, la pulizia etnica, si svela per quel che è: uno strumento dell’economia politica. Ora a Rosarno di braccia in eccesso non ce ne sono più e, quelle che ancora avevano da fare se ne sono andate di corsa, e senza toccare un quattrino dei propri stipendi.

Fuggiti dall’Africa, poi dal Nord Italia leghistizzato, e poi ancora a gambe levate dagli agrumeti calabresi - tre volte profughi, in qualche maniera – gli scampati di Rosarno sono stati rinchiusi prima nei Centri per richiedenti asilo di Crotone e di Bari e poi – per quelli tra loro che non hanno i documenti – dentro ai Cie.
A Bari, addirittura, alcuni di loro vengono “ospitati” in tende piantate in mezzo al campo da calcio del Centro: sono di troppo anche lì, e nessuno sa più dove metterli. Anche i numeri sono incerti, e fluttuanti.

da Indymedia

Morire di Stato: Il lato oscuro della Luna


di di Natale Adornetto
Un paio di ore fa vado nel blog di Maria Eliantonio, e vi trovo il video sul servizio fatto dal TG3 sulla manifestazione nazionale svoltasi a Livorno il 16 gennaio contro il morire di Stato. Vedo scorrere le immagini… sento le parole delle madri…
Tanti pensieri tornano a galla, e tanti ricordi. E anche se io non sono mai stato in carcere e sono vivo, sono stato rinchiuso in psichiatria e stavo per morire mentre ero legato nel letto rimpinzato di psicofarmaci, e per mesi e mesi – ucciso nell’anima e stroncato nel fisico – “non ci sono stato più”.
E ricordo bene lo strazio vissuto da mia madre, che però ancora “mi aveva”.Penso quindi di poter dire che so a larghe linee cosa provano quelle madri e tutte le madri che si son viste strappate cruentemente un figlio.
E mi sono sovvenute le parole di Pier Paolo Pasolini, che di certo non immaginava minimamente che sarebbe stata una delle morti atroci di cui parlava a porre fine alla sua esistenza.



E penso alle Reti Invisibili. E a quello che ho scritto in questo commento.
E volevo fare un’analisi su ciò e su altre cose, per provare a dare una qualche chiave di lettura alle persone che anche di recente si pongono determinate domande, e parlare anche del fatto che sanno benissimo che gli spazi stretti diventano per chiunque in brevissimo tempo fonte – oltre che di grande aggressività distruttiva ed omicida – di oppressione e di soffocamento psichico insostenibile ed insopportabile, e che i fatti dicono che piuttosto che creare le condizioni – un po’ di spazio in più, giusti controlli e giusti freni, e punibilità per chi sbaglia – per evitare specifiche situazioni, si fa di tutto per aggravarle ed esasperarle.
E stavo per iniziare a fare la stesura, ma vedo il post col video contenente il servizio sulle madri a Livorno, e vado un po’ in crisi, perdo la concentrazione, e poi penso che in questo momento sia opportuno scrivere altro, nella speranza che questo post non nuoccia alle madri.
E mi torna in mente il lato nascosto della Luna, Luna che alla Terra mostra sempre la stessa faccia, e che se si vuole vedere tutto, occorre andare dall’altra parte, andare oltre a ciò che la Luna sempre mostra, andare sul retro, e documentare, filmare, registrare, descrivere, narrare, raccontare, pubblicare, dibattere, esporre e disvelare cosa c’è nella parte nascosta ed oscura.
Post di Maria Eliantonio





Verrà un giorno
in cui il tuo respiro si placherà
come le onde che si infrangono sulla riva
e non sarai più altro
che polvere di mare.

Quando il tempo rallenterà
la sua corsa affannosa
e non avrai più fretta di vivere
forse si placherà anche
il respiro del mondo,
e tutto il male che ti sovrasta
sarà anch’esso nient’altro
che polvere di sogno nello spazio fra le stelle,
e la tua anima
sarà portata dalla corrente
come la schiuma sulle onde del mare
che luccica al chiarore della luna.

E quell’ultimo respiro
si confonderà col ritmo dell’universo
e tu aspetterai sereno
un dolce vento
che ti porti
a danzare fra le stelle

P.S. Dopo aver scritto questo post, ho dato un’occhiata anche in altri blog. In quello di Ornella Gatti, madre di Niki, oltre al video, c’è un bell’articolo e le foto della manifestazione. Nel blog di Ida Frapporti, madre di Stefano, ci sono dei post con dei video (uno; due) e un post con le foto della manifestazione.

da Reset-Italia

domenica 17 gennaio 2010

Pd, primo strappo: l'area Franceschini non vota

L´onorevole Cinzia Capano è categorica: parlare di candidatura all´unanimità è un trucco; spero che vinca Vendola.


Le primarie ricompattano il Pd, ma soltanto per poco. L´assemblea che dà il via libera alla candidatura di Francesco Boccia, che domenica sfiderà Nichi Vendola, si chiude con uno strappo. Il rifiuto di "Area democratica", il gruppo che si rifà a Dario Franceschini, di votare per l´investitura di Francesco Boccia, scegliendo l´abbandono dell´aula, apre di fatto una breccia nel muro eretto dal Pd intorno al proprio candidato alle primarie.

«C´è stata una forzatura rispetto all´accordo e alla mediazione raggiunti nell´incontro con Massimo D´Alema», attacca l´onorevole Gero Grassi, che comunque fa sapere che «difficilmente mi vedrete salire sul palco insieme con Vendola». L´onorevole Cinzia Capano è categorica. «L´accordo raggiunto l´altra sera con D´Alema e Boccia - osserva - prevedeva che non ci sarebbe stata alcuna votazione. Hanno compiuto una violazione statutaria. Parlare di candidatura all´unanimità è un trucco, ma soprattutto libera noi di "Area democratica" da un patto. Il candidato del Pd alla presidenza della Regione sarà colui che vincerà le primarie. Io farò in modo che sia Nichi Vendola».

La posizione della parlamentare non è isolata. Nel Pd esiste un ampio schieramento vendoliano. Per il momento, però, prevale la soddisfazione per la ritrovata unità. Almeno intorno alle primarie. Lo spettro di una conta che con tutta probabilità avrebbe ridotto a brandelli il Pd pugliese è stato allontanato. La fatica della politica, come ama ripetere il segretario regionale Sergio Blasi, ha prodotto il risultato sperato.

«Più che un accordo, le primarie sono un fatto naturale per il Pd: è quello su cui ho sempre lavorato - afferma soddisfatto Blasi - Questa è una soluzione che unisce». Il risultato dell´assemblea convince anche Nicola Latorre. «Il Pd - dice - all´unanimità oggi ha proposto la possibilità di avere un´ampia coalizione di centrosinistra che vada da Vendola all´Idv, fino all´Udc. E proprio per sostenere e concretizzare questa possibilità, il Pd ha messo in campo Francesco Boccia. Ora si va alle primarie e il quadro si semplifica: se vince il candidato del Pd, potremo avere una coalizione allargata e con ragionevoli possibilità di vittoria; se invece le primarie le vincerà Vendola, avremo una coalizione più piccola e meno competitiva. Mi auguro che Vendola lo comprenda e possa contribuire con un suo passo indietro, a far fare a tutti due passi in avanti».


Il passaggio delle primarie convince anche Michele Emiliano, che nella serata di venerdì ha incontrato Nichi Vendola nella sede di Sinistra ecologia e libertà, in via De Rossi. «Sono molto soddisfatto. Siamo in una fase in cui la democrazia ha dimostrato la sua potenza e la sua esistenza», fa sapere il sindaco di Bari e presidente regionale del Pd. «Con la decisione di oggi, il Pd pugliese rinasce», esulta l´onorevole Alberto Losacco. Francesco Boccia sa però che il difficile comincia adesso. Per questo nel suo intervento in assemblea ha ricordato che «io e Nichi Vendola lavoriamo per un solo obiettivo: sconfiggere il centrodestra e continuare a dare alla Puglia una storia nuova».

Il candidato del Pd alla primarie ha anche invitato tutto il partito, veltroniani compresi, a sostenerlo. L´appello è già caduto nel vuoto. «Siamo allo scontro finale di D´Alema contro Vendola - taglia corto Guglielmo Minervini - Questo è il senso della conclusione rocambolesca dell´assemblea. È un errore personalizzare lo scontro: adesso se Boccia perde, perde anche il Pd. Ci avviamo purtroppo a elezioni primarie militarizzate. D´Alema è apparso poco lucido e molto rancoroso: nel suo discorso la componente di giudizio personale ha prevalso sull´analisi politica».


bari.repubblica.it

Haiti se non siete abbonati eccovi il formicaio delle ombre disperate

di Doriana Goracci
Grazie grazie a Eddyburg posso e potete leggere Nelle bidonville nessuno scava
Un formicaio di ombre disperate di Federico Mastrogiovanni e grazie grazie al Fatto e al Manifesto se Federico Mastrogiovanni può scriverne, da Haiti. Entrambi i quotidiani vivono con la vendita e gli abbonamenti, e come si sa, per restare indipendenti. Edicola chiusa e non abbonata e l’aiuto di un amico, hanno fatto il resto che invio.Federico Mastrogiovanni ci chiedeva di leggerlo, lo so che in tanti ne stanno scrivendo ma Federico è lo stesso di RadicalShock,il suo blog diario dalla periferia dell’impero, fermo all’8 gennaio. Un po’ uno di noi, un po’ come un nostro figlio, un cattivo ragazzo in giro…sta a voi giudicare e leggere quanto scritto da Port-au-Prince, con dolore senza confine.Adieu Haiti “Je sais que la Terre est plate”

Doriana Goracci


Nelle bidonville nessuno scava
Un formicaio di ombre disperate
Port-au-Prince è un cumulo di macerie e di corpi. La puzza di morte si appiccica addosso. Per le strade, all’improvviso compaiono decine di accampamenti improvvisati, delimitati da pietre e pezzi di calcinaccio: la gente che ha perso la casa e non sa dove andare si sistema in mezzo alle carreggiate, anche per paura di nuovi crolli, dovuti al peso degli edifici, a scosse di assestamento o conseguenza del sisma di martedì scorso, il più forte degli ultimi 200 anni.
Passando da Rue Dalmas, una delle arterie della capitale haitiana maggiormente colpite dal sisma, si stagliano le gru al lavoro tra le macerie della prigione. Qui sotto sono sepolti molti detenuti e guardiani, ma molti altri prigionieri sono riusciti a salvarsi e a scappare. Secondo testimoni e agenzie stampa, il violento incendio divampato al palazzo di Giustizia sarebbe opera di questi fuggitivi, intenzionati a distruggere i loro fascicoli. La fuga ha generato una violenta caccia all’uomo da parte delle forze dell’ordine e della Minustah, la missione Onu che dal 2004 ha il compito di stabilizzare il paese dopo la cacciata di Aristide.
Ma le ricerche sono concentrate soltanto in alcuni punti della città, come l’hotel Montana, in centro, mentre nella gran parte di Port-au-Prince, soprattutto nelle bidonville, nessuno scava. Non si è nemmeno iniziato, perché non ci sono mezzi per farlo.
Si aprono fosse comuni per raccogliere le decine, forse centinaia di migliaia di morti senza un volto né un nome, semplicemente spazzati via da un terremoto che non ha scalfito le case dei ricchi, costruite con criterio e materiali resistenti.
«Questo disastro non sarebbe successo se queste case fossero state costruite seguendo le elementari norme antisismiche», sostiene Fiammetta Cappellini, capo missione ad Haiti della Ong Avsi. «Dopo tre giorni stiamo ancora contando i morti e i dispersi, ma non si riesce a calcolare con precisione. Sono troppi».
Nel centro città, in Rue Nasone, i morti sono accatastati sulla strada, coperti, nel migliore dei casi, da striminziti lenzuoli, ma vengono anche trasportati a braccia, dai parenti, su carretti trainati da animali. I più fortunati, hanno una bara.
Port-au-Prince è un formicaio di gente che vaga per le strade cercando superstiti, trasportando feriti, oppure sotto shock, assediando i pochi ospedali che danno soccorso e le tendopoli allestite alla meglio da volontari e istituzioni delle Nazioni unite.
«Il problema vero qui è che tutti questi cooperanti e le forze internazionali non hanno un buon coordinamento», sostiene Philippe, cooperante francese aspettando una riunione nel centro logistico delle Nazioni unite allestito all’aeroporto. «La funzione di coordinamento la dovrebbe svolgere la Ocha, l’agenzia Onu che si occupa di gestire tutte le forze sul campo in casi di emergenza umanitaria, ma finora non sembra che siano stati in grado di coordinarsi in modo efficace. Poi le comunicazioni sono precarie. Fino a due giorni fa nemmeno gli integranti della Minustah erano in grado di comunicare adeguatamente tra loro».
Gli aiuti arrivano, ma ancora non si è iniziato a distribuirli sistematicamente alla popolazione.
Di fronte al centro logistico di Medici senza frontiere Belgio, nel «ricco» quartiere di Petionville, si ammassano feriti bisognosi di cure. «Qui ci occupiamo dei casi meno gravi – racconta Nadine, una giovane infermiera haitiana – abbiamo comunque poche risorse e poco posto». E infatti i corpi si ammucchiano negli spazi comuni, uno sull’altro in discesa sulle rampe dei garage, buttati su teloni, cartoni, lenzuoli.
Le ossa vengono aggiustate con steccature di cartone e garza, si fa come si può.
Uno scenario dantesco in cui, col passare dei giorni, la mancanza di cibo, acqua e carburante si fa sempre più drammatica. Le poche pompe di benzina disponibili sono presidiate dai caschi blu nel caos di traffico e gente, per impedire disordini e sommosse.
Nel quartiere di Cité du Soleil, uno dei più poveri della città, si fa la fila per fare rifornimento di acqua da alcuni pozzi. Ma l’acqua non è potabile. È acqua di scolo di una città che non ha un sistema fognario, le cui strade sono una fogna a cielo aperto che si pulisce quando piove, portando tutto a valle.
Cala il buio su Port-au-Prince, la città del buio, dove la corrente – se va bene – c’è per 4 o 6 ore al giorno, in tempi di normalità.
Un predicatore col megafono gira per le strade del centro, seguito da un gruppetto di persone. «La fine del mondo è vicina, preparatevi a ricevere la fine del mondo. Non si sa quando arriverà ma sarà molto presto».
Col buio, l’atmosfera diventa più irreale. Ombre ammucchiate, sdraiate, vaganti. Qualcuno balla, canta e prega davanti a ciò che rimane della sua casa disintegrata, affinché Dio lo aiuti a superare un nuovo giorno all’inferno.

Federico Mastrogiovanni