Bene è iniziata la scuola.
Non so nemmeno da dove cominciare.
Allora mia figlia (la grande) va alle elementari.
L'anno inizia così:
La maestra di italiano che ha avuto per tre anni non c'è più.
Hanno tolto anche l'insegnante di inglese e di educazione fisica.
Adesso c'è una nuova maestra che farà italiano, inglese, educazione fisica.
Ovviamente ci ha già detto (molto onestamente) di non sapere una cippa di inglese e di educazione fisica.
La maestra di matematica (per fortuna) rimane.
Hanno eliminato le compresenze che garantivano a tutti i bambini di rimanere al passo con la classe se incontravano delle difficoltà durante l'anno.
Hanno eliminato il laboratorio di informatica, mancano dei banchi.
La carta igenica bisogna portarla da casa, le fotocopie per lo studio e per i compiti le dobbiamo fotocopiare noi genitori negli uffici.
Dovrebbero esserci dei nuovi testi che dovremmo comprare (parliamo della scuola dell'obbligo...scuola pubblica).
Non ci saranno più ne gite didattiche men che meno ludiche.
Il piccolo (materna)
Una maestra è in maternità...non è stata sostitutita.
Adesso mio figlio (il piccolo) ha una sola maestra che deve gestire 13 inserimenti, i piccoli, i medi e i grandi.
In pratica i grandi (dov'è mio figlio) saranno lasciati allo stato brado, non verranno fatte tutte le attività che dovranno preparare questi bambini per le elementari.
Poi accendo la TV e vedo quella merda della Gelmini che dice che la sua riforma sta migliorando la qualità della scuola.....
Ti giuro che se ti incrocio mentre sono in giro in macchina ti passo sopra.
da Indymedia
giovedì 16 settembre 2010
mercoledì 15 settembre 2010
Lega del Cittadino: Regione Salento impossibile per legge
Sul tema della Regione Salento interviene Vantaggiato della Lega del Cittadino che definisce il dibattito in corso “una futilità sconcertante”.“Una futilità sconcertante”. E’ questo il giudizio di Ruggero Vantaggiato, presidente della Lega del Cittadino e dell’Ambiente di Lecce su tutte le iniziative riguardanti la “Regione Salento” per la quale in molti si stanno appassionando in queste settimane. Il giudizio di Vantaggiato, dunque, è a dir poco pessimo e le sue invettive partono da presupposti legislativi: “Meraviglia non poco - sostiene il presidente della Lega del Cittadino - che docenti indigeni di diritto costituzionale non dicano, a quanti si impegnano e si spendono per la “Regione Salento”, che sulla base dei principi contenuti nell’ordinamento costituzionale italiano, non esiste l’ipotesi di nuove autonomie regionali a statuto speciale, nè tanto meno è percorribile la strada della regione a statuto ordinario per le difficoltà oggettive che ne rendono quasi impossibile il percorso, impervio, se non del tutto inaccessibile.I propagandisti – prosegue Vantaggiato - ignorano volutamente quanto la competente Commissione parlamentare, in sede di esame della riforma dell’ordinamento costituzionale dello stato ha inteso fare cambiando radicalmente l’articolo 132 della Costituzione. Da quella modifica risulta che a nuove regioni si potrà arrivare solo con la fusione di entità già esistenti con popolazione non inferiore a due milioni di abitanti”.
Da qui si deduce dunque che lo “scorporo” è una via assolutamente impraticabile. “Il nostro spirito federalista - conclude Vantaggiato - ci porta a condividere lo spirito di tale riforma ma al tempo stesso ci costringe a non unirci al coro di coloro invocano il “grande Salento” come panacea di tutti i mali della vecchia “Terra d’Otranto”.
(C) ilpaesenuovo.it
Da qui si deduce dunque che lo “scorporo” è una via assolutamente impraticabile. “Il nostro spirito federalista - conclude Vantaggiato - ci porta a condividere lo spirito di tale riforma ma al tempo stesso ci costringe a non unirci al coro di coloro invocano il “grande Salento” come panacea di tutti i mali della vecchia “Terra d’Otranto”.
(C) ilpaesenuovo.it
PIU' DIRITTI PER I DETENUTI DEL CARCERE DI BORGO SAN NICOLA (LE)
Più diritti per i detenuti
Il vescovo: se no svilisce la dignità dell’uomo
di STEFANO LOPETRONE
Solidarietà ai detenuti di Borgo San Nicola, che chiedono il risarcimento del danno per trattamento inumano e degradante. Sostegno all'iniziativa degli agenti penitenziari, che intendono ricostruire due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo per risvegliare le coscienze dei leccesi. L'arcivescovo di Lecce, monsignor Domenico D'Ambrosio, ha da sempre mostrato una vicinanza particolare al mondo del carcere. Nel giorno in cui si è insediato, il 4 luglio 2009, prima ancora di entrare in città si è fermato davanti ai cancelli di Borgo San Nicola
per incontrare lavoratori e prigionieri. L'ultima visita il 25 agosto, quando ha trascorso «dietro le sbarre» l'intera mattinata. Ha ritrovato un carcere ancor più sovraffollato, che sbuffa ed è ai limiti della resistenza: ci vivono 1.488 persone invece di 659.
«Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte», ci dice. Borgo San Nicola è una polveriera che rischia di esplodere. Un tunnel in cui però non è impossibile, ad un uomo di fede, intravedere la luce della speranza nonostante si viva in condizioni ai limiti della tortura. Eccellenza, il Comitato permanente sulla tortura indica in 7 metri quadrati lo spazio vitale minimo da destinare ai detenuti per non configurare condizioni da tortura. A Borgo San Nicola ci sono detenuti che in
quello spazio vivono in 3.
È possibile che in un Paese civile i detenuti debbano fare ricorso ad un Tribunale per far rispettare un proprio diritto? «Non so se i parametri internazionali considerano uno spazio inferiore ai 7 metri quadrati un
trattamento da tortura. Certo quella specie di spazio, anzi di sottospazio, è disumano. Certamente è degradante».
Possibili soluzioni? «Non so che cosa si può fare. Fanno bene i detenuti a far sentire la loro voce. Facciamo bene anche noi, che ci rendiamo conto delle condizioni in cui vivono, a fare da megafono soprattutto per la società civile. Mi chiede se è possibile che si verifichi una situazione del genere: purtroppo è la realtà. Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte. Io l'ho fatto: parlando alla città ho ricordato che esiste anche questo luogo di pena e di sofferenza che costringe gli uomini in condizioni disumane e degradanti».
Nel suo messaggio alla comunità del 24 agosto ha richiamato i fedeli ad una delle sette opere di misericordia corporale: visitare i carcerati. Borgo San Nicola però sembra essere il tappeto sotto il quale la società nasconde la polvere. Che cosa fare per non pensare ai detenuti come le scorie della società? «Parlo da cristiano, non posso smettere panni che mi appartengono. Ho richiamato una delle sette opere di misericordia, ma nel Vangelo Gesù dice qualcosa di più forte: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. Di fronte a un Cristo liberatore dell'uomo che addirittura sceglie di identificarsi con queste persone, è chiaro che noi cristiani non possiamo pensare che il carcere o quelli che si trovano nel carcere siano i reietti della società. Sono persone che hanno sbagliato, certo. Bisognerà trovare un modo per aiutarli a comprendere i loro errori. Ma non può essere un sistema riabilitante ciò che invece abbrutisce. Così come è messo, Borgo San Nicola svilisce la dignità dell'uomo. Il cristiano, che crede ad un Amore che non conosce distinzioni di
sorta, non può non far sentire il proprio dissenso. Io l'ho fatto perché credo in quella Parola, ma la Parola non si annunzia soltanto, si vive».
Nel mondo sindacale della polizia penitenziaria, c’è chi pensa ad una manifestazione clamorosa, come ricostruire in dimensioni naturali due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo, per far capire alla cittadinanza in quali condizioni vivono i detenuti e lavorano gli agenti. Può essere un'iniziativa che scuote le coscienze? «Credo che una parola per questi lavoratori vada spesa. Forse li vediamo come quelli che devono punire. Invece credo che siano reclusi anche loro. Sono uomini come noi e vivono spesso nel disagio di dover
far fronte a situazioni estreme che essi stessi rifiutano. Sono penalizzati per troppe cose: per i turni di lavoro, perché sono impari nel numero rispetto alle reali necessità, perché molte volte devono dichiarare la propria impotenza a fare qualcosa che umanamente vorrebbero fare. Bisogna dare atto a questa gente del lavoro che fanno: quanti suicidi sono stati sventati nel nostro carcere,per il soccorso, la prontezza e l'attenzione degli agenti penitenziari! Questa protesta clamorosa può servire a far prendere coscienza ai tanti di una realtà che è preclusa a molti. È vero che Gesù dice di visitare i carcerati, ma chi può andarci in realtà? Io sono fortunato perché sono vescovo e le porte mi si aprono. Perciò vado per far capire loro che all'esterno di quelle mura c'è chi non li ha gettati nel pozzo del dimenticatoio».
Eccellenza, la prima visita da arcivescovo di Lecce l’ha dedicata ai detenuti ed ai lavoratori di Borgo San Nicola, che periodicamente va a trovare. Lei che cosa ha notato stando insieme a loro? «Hanno un tasso di umanità che per certi versi è superiore al nostro. Vivendo la privazione della libertà sono portati a spazi di riflessione che la fretta e le preoccupazioni ci impediscono di avere. Sono persone sensibilissime. Ho una buona corrispondenza con loro. Come minimo mi arriva una lettera ogni 15 giorni. A volte chiedono oggetti indispensabili, ma per lo più esprimono disagio e desiderio di sentirsi accolti anche all'esterno. Potrei raccontare un'infinita di episodi: spesso mi scrivono “io non sono degno, ma una benedizione per i miei figli me la può dare?”. Hanno bisogno di amore».
Il carcere è pieno di “ultimi”, persone che si ritrovano dentro perché tossicodipendenti, extracomunitari clandestini, barboni, matti. Si può essere d ‘accordo con chi pensa al carcere come uno strumento di “pulizia etnica”? Può il carcere essere considerato come un fallimento della società? «L'istituto penitenziario ha una sua funzione, ma oggi in carcere ci sono tutti. Sbaglia chi pensa che l'unico mezzo per curare le piaghe sociali sia il carcere. Questo è un errore madornale compiuto dalla società contemporanea. Si fa di ogni erba
un fascio, proprio per la varietà delle tipologie di persone che vi si trovano, ci sarebbe bisogno di mezzi diversi. Non si può curare un tossicodipendente, un depresso mettendolo tra quattro mura. Piuttosto bisognerebbe utilizzare le tecniche che il mondo moderno mette a disposizione. Il carcere è diventata una
soluzione facile, pilatesca: ci laviamo le mani e non affrontiamo realmente i problemi. Forse perché abbiamo paura. O Forse perché la società non è capace di modulare gli interventi utili a rimettere nella giusta dimensione chi vive in una realtà che lo emargina».
Si sente solo in questa battaglia per risvegliare le coscienze della comunità cattolica sulla condizione dei diritti dei carcerati? «Io non faccio battaglie, io faccio il vescovo. Come vescovo devo essere fedele a quel che mi insegna Gesù Cristo. Se c'è un precetto che è primo nella logica dei credenti è quello dell'Amore. E l'Amore va dato a tutti, in modo particolare a quelli che non ne hanno. E chi è in carcere è più bisognoso d'amore: per questo ci vado con frequenza».
Il vescovo: se no svilisce la dignità dell’uomo
di STEFANO LOPETRONE
Solidarietà ai detenuti di Borgo San Nicola, che chiedono il risarcimento del danno per trattamento inumano e degradante. Sostegno all'iniziativa degli agenti penitenziari, che intendono ricostruire due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo per risvegliare le coscienze dei leccesi. L'arcivescovo di Lecce, monsignor Domenico D'Ambrosio, ha da sempre mostrato una vicinanza particolare al mondo del carcere. Nel giorno in cui si è insediato, il 4 luglio 2009, prima ancora di entrare in città si è fermato davanti ai cancelli di Borgo San Nicola
per incontrare lavoratori e prigionieri. L'ultima visita il 25 agosto, quando ha trascorso «dietro le sbarre» l'intera mattinata. Ha ritrovato un carcere ancor più sovraffollato, che sbuffa ed è ai limiti della resistenza: ci vivono 1.488 persone invece di 659.
«Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte», ci dice. Borgo San Nicola è una polveriera che rischia di esplodere. Un tunnel in cui però non è impossibile, ad un uomo di fede, intravedere la luce della speranza nonostante si viva in condizioni ai limiti della tortura. Eccellenza, il Comitato permanente sulla tortura indica in 7 metri quadrati lo spazio vitale minimo da destinare ai detenuti per non configurare condizioni da tortura. A Borgo San Nicola ci sono detenuti che in
quello spazio vivono in 3.
È possibile che in un Paese civile i detenuti debbano fare ricorso ad un Tribunale per far rispettare un proprio diritto? «Non so se i parametri internazionali considerano uno spazio inferiore ai 7 metri quadrati un
trattamento da tortura. Certo quella specie di spazio, anzi di sottospazio, è disumano. Certamente è degradante».
Possibili soluzioni? «Non so che cosa si può fare. Fanno bene i detenuti a far sentire la loro voce. Facciamo bene anche noi, che ci rendiamo conto delle condizioni in cui vivono, a fare da megafono soprattutto per la società civile. Mi chiede se è possibile che si verifichi una situazione del genere: purtroppo è la realtà. Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte. Io l'ho fatto: parlando alla città ho ricordato che esiste anche questo luogo di pena e di sofferenza che costringe gli uomini in condizioni disumane e degradanti».
Nel suo messaggio alla comunità del 24 agosto ha richiamato i fedeli ad una delle sette opere di misericordia corporale: visitare i carcerati. Borgo San Nicola però sembra essere il tappeto sotto il quale la società nasconde la polvere. Che cosa fare per non pensare ai detenuti come le scorie della società? «Parlo da cristiano, non posso smettere panni che mi appartengono. Ho richiamato una delle sette opere di misericordia, ma nel Vangelo Gesù dice qualcosa di più forte: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. Di fronte a un Cristo liberatore dell'uomo che addirittura sceglie di identificarsi con queste persone, è chiaro che noi cristiani non possiamo pensare che il carcere o quelli che si trovano nel carcere siano i reietti della società. Sono persone che hanno sbagliato, certo. Bisognerà trovare un modo per aiutarli a comprendere i loro errori. Ma non può essere un sistema riabilitante ciò che invece abbrutisce. Così come è messo, Borgo San Nicola svilisce la dignità dell'uomo. Il cristiano, che crede ad un Amore che non conosce distinzioni di
sorta, non può non far sentire il proprio dissenso. Io l'ho fatto perché credo in quella Parola, ma la Parola non si annunzia soltanto, si vive».
Nel mondo sindacale della polizia penitenziaria, c’è chi pensa ad una manifestazione clamorosa, come ricostruire in dimensioni naturali due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo, per far capire alla cittadinanza in quali condizioni vivono i detenuti e lavorano gli agenti. Può essere un'iniziativa che scuote le coscienze? «Credo che una parola per questi lavoratori vada spesa. Forse li vediamo come quelli che devono punire. Invece credo che siano reclusi anche loro. Sono uomini come noi e vivono spesso nel disagio di dover
far fronte a situazioni estreme che essi stessi rifiutano. Sono penalizzati per troppe cose: per i turni di lavoro, perché sono impari nel numero rispetto alle reali necessità, perché molte volte devono dichiarare la propria impotenza a fare qualcosa che umanamente vorrebbero fare. Bisogna dare atto a questa gente del lavoro che fanno: quanti suicidi sono stati sventati nel nostro carcere,per il soccorso, la prontezza e l'attenzione degli agenti penitenziari! Questa protesta clamorosa può servire a far prendere coscienza ai tanti di una realtà che è preclusa a molti. È vero che Gesù dice di visitare i carcerati, ma chi può andarci in realtà? Io sono fortunato perché sono vescovo e le porte mi si aprono. Perciò vado per far capire loro che all'esterno di quelle mura c'è chi non li ha gettati nel pozzo del dimenticatoio».
Eccellenza, la prima visita da arcivescovo di Lecce l’ha dedicata ai detenuti ed ai lavoratori di Borgo San Nicola, che periodicamente va a trovare. Lei che cosa ha notato stando insieme a loro? «Hanno un tasso di umanità che per certi versi è superiore al nostro. Vivendo la privazione della libertà sono portati a spazi di riflessione che la fretta e le preoccupazioni ci impediscono di avere. Sono persone sensibilissime. Ho una buona corrispondenza con loro. Come minimo mi arriva una lettera ogni 15 giorni. A volte chiedono oggetti indispensabili, ma per lo più esprimono disagio e desiderio di sentirsi accolti anche all'esterno. Potrei raccontare un'infinita di episodi: spesso mi scrivono “io non sono degno, ma una benedizione per i miei figli me la può dare?”. Hanno bisogno di amore».
Il carcere è pieno di “ultimi”, persone che si ritrovano dentro perché tossicodipendenti, extracomunitari clandestini, barboni, matti. Si può essere d ‘accordo con chi pensa al carcere come uno strumento di “pulizia etnica”? Può il carcere essere considerato come un fallimento della società? «L'istituto penitenziario ha una sua funzione, ma oggi in carcere ci sono tutti. Sbaglia chi pensa che l'unico mezzo per curare le piaghe sociali sia il carcere. Questo è un errore madornale compiuto dalla società contemporanea. Si fa di ogni erba
un fascio, proprio per la varietà delle tipologie di persone che vi si trovano, ci sarebbe bisogno di mezzi diversi. Non si può curare un tossicodipendente, un depresso mettendolo tra quattro mura. Piuttosto bisognerebbe utilizzare le tecniche che il mondo moderno mette a disposizione. Il carcere è diventata una
soluzione facile, pilatesca: ci laviamo le mani e non affrontiamo realmente i problemi. Forse perché abbiamo paura. O Forse perché la società non è capace di modulare gli interventi utili a rimettere nella giusta dimensione chi vive in una realtà che lo emargina».
Si sente solo in questa battaglia per risvegliare le coscienze della comunità cattolica sulla condizione dei diritti dei carcerati? «Io non faccio battaglie, io faccio il vescovo. Come vescovo devo essere fedele a quel che mi insegna Gesù Cristo. Se c'è un precetto che è primo nella logica dei credenti è quello dell'Amore. E l'Amore va dato a tutti, in modo particolare a quelli che non ne hanno. E chi è in carcere è più bisognoso d'amore: per questo ci vado con frequenza».
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POLITICA LOCALE,
POLITICA NAZIONALE
I CANI VALGONO PIU' DEI FIGLI
Al presidente della Repubblica
ON. GIORGIO NAPOLITANO
Al ministro della Giustizia
ON. ANGELINO ALFANO
In questi giorni sono rimasto sorpreso della sensibilità del nostro Ministro della Giustizia, tanto che ora quando qualcuno dei miei compagni di pena brontola che viviamo in un paese senza giustizia, vado su tutte le furie.
Come si fa a dire sciocchezze del genere, se il nostro Ministro, nel momento in cui è venuto a conoscenza che un cagnolino soffriva d’ansia, perché gli avevano arrestato il proprio padrone, si è impegnato in prima persona perché il padrone ottenesse gli arresti domiciliari e potesse consolare il suo cagnolino.
Onore al cane, onore al suo padrone che ha capito di vivere in un paese in cui i cani hanno più diritti dei figli dei detenuti, onore al Magistrato che gli ha concesso gli arresti domiciliari, onore al Ministro Alfano e alla sua sensibilità, che ha permesso di non mortificare la dignità di un cane che soffriva d’ansia.
Vede signor Ministro, sono un condannato per reati di poco conto, a pochi anni di carcere, ma siccome sono nato a Palermo, tra quei reati è stata aggiunta anche la ciliegina del 416 bis, che in Sicilia non si nega a nessuno e per questo devo scontare sino all’ultimo giorno di pena segnato in sentenza.
Signor Ministro, durante tutta la durata della pena ho visto una sola volta a colloquio i miei figli, perché nonostante il 416 bis, non ho mai avuto la possibilità economica per farli venire a trovarmi, a Spoleto.
Ora che mi restano pochi mesi di carcere da scontare, avevo chiesto un permesso e mi è stato negato, perché i miei figli non soffrono d’ansia per un padre che non vedono da anni e non sono stati ritenuti altrettanto meritevoli d’attenzione di quel cane che lei ha preso così tanto a cuore.
I miei figli non soffrono e non hanno bisogno della presenza del padre, per essere confortati come quel cane che lei ha preteso venisse rasserenato dalla presenza del suo padrone.
Signor Ministro mi consenta di dirle che è davvero un grande Paese quello dove il Ministro della Giustizia si preoccupa per l’ansia di un cagnolino e non dei figli dei detenuti che non possono vedere i genitori per anni.
Di Gregorio Girolamo
Casa di reclusione di Spoleto lì, 1 settembre 2010
ON. GIORGIO NAPOLITANO
Al ministro della Giustizia
ON. ANGELINO ALFANO
In questi giorni sono rimasto sorpreso della sensibilità del nostro Ministro della Giustizia, tanto che ora quando qualcuno dei miei compagni di pena brontola che viviamo in un paese senza giustizia, vado su tutte le furie.
Come si fa a dire sciocchezze del genere, se il nostro Ministro, nel momento in cui è venuto a conoscenza che un cagnolino soffriva d’ansia, perché gli avevano arrestato il proprio padrone, si è impegnato in prima persona perché il padrone ottenesse gli arresti domiciliari e potesse consolare il suo cagnolino.
Onore al cane, onore al suo padrone che ha capito di vivere in un paese in cui i cani hanno più diritti dei figli dei detenuti, onore al Magistrato che gli ha concesso gli arresti domiciliari, onore al Ministro Alfano e alla sua sensibilità, che ha permesso di non mortificare la dignità di un cane che soffriva d’ansia.
Vede signor Ministro, sono un condannato per reati di poco conto, a pochi anni di carcere, ma siccome sono nato a Palermo, tra quei reati è stata aggiunta anche la ciliegina del 416 bis, che in Sicilia non si nega a nessuno e per questo devo scontare sino all’ultimo giorno di pena segnato in sentenza.
Signor Ministro, durante tutta la durata della pena ho visto una sola volta a colloquio i miei figli, perché nonostante il 416 bis, non ho mai avuto la possibilità economica per farli venire a trovarmi, a Spoleto.
Ora che mi restano pochi mesi di carcere da scontare, avevo chiesto un permesso e mi è stato negato, perché i miei figli non soffrono d’ansia per un padre che non vedono da anni e non sono stati ritenuti altrettanto meritevoli d’attenzione di quel cane che lei ha preso così tanto a cuore.
I miei figli non soffrono e non hanno bisogno della presenza del padre, per essere confortati come quel cane che lei ha preteso venisse rasserenato dalla presenza del suo padrone.
Signor Ministro mi consenta di dirle che è davvero un grande Paese quello dove il Ministro della Giustizia si preoccupa per l’ansia di un cagnolino e non dei figli dei detenuti che non possono vedere i genitori per anni.
Di Gregorio Girolamo
Casa di reclusione di Spoleto lì, 1 settembre 2010
martedì 14 settembre 2010
Il Mega Cementificio: un tumore nel cuore del basso Salento che divora come una metastasi i territori e inquina e avvelena i suoi abitanti.

Dal Salento una lezione di democrazia
Il Forum Ambiente Salute accoglie con grande gioia il tuono referendario che sta svegliando tutti i paesi del territorio limitrofo al cementificio dove maggiori sono le ricadute inquinanti e le incidenze di malattie ad esse connesse e i danni gravissimi ai suoli sottoposti alle incessanti e aggressive attività di estrazione. La grande lezione di democrazia lanciata attraverso la richiesta di un libero referendum popolare dai cittadini di Taranto, dopo anni di oppressione da parte dell'immenso polo siderurgico, per la sua chiusura e totale riconversione dell'impianto seguendo l'esempio virtuoso del siderurgico di Bagnoli in provincia di Napoli dove oggi parchi e giardini e luoghi di contenitori culturali hanno preso il posto di ciminiere e altoforni, ha segnato un punto di svolta fondamentale nella storia del territorio salentino, risvegliando quell'anelito rivolto alla libertà che passa imprescindibilmente dalla necessità di vivere in un ambiente pulito, sano e bello anche nelle città della provincia di Lecce ubicate nell'interland del cementificio quali Galatina, Cutrofiano, Corigliano d'Otranto, Sogliano Cavour, Soleto, che da ieri hanno cominciato a gridare e rivendicare il loro diritto a pronunciarsi sul loro futuro e sul futuro del loro territorio.Con questo referendum non si intende mettere in alcun modo in discussione la libertà di impresa, ma di riaffermare la sua subordinazione agli intrinseci dei territori delle comunità locali e delle persone secondo quanto sancito dalla stessa Costituzione Italiana. Tale prevaricazione degli interessi industriali sugli interessi territoriali connotano purtroppo lo spiacevole caso salentino qui evidenziato. Inoltre lo stabilimento viene a trovarsi oggi tra due aree strategiche per lo sviluppo del del Salento: a nord è ubicata la Grecìa Salentina con la sua importante minoranza linguistica grecanica, scrigno di cultura e tradizione e a sud il neo parco naturale
e rurale dei Paduli-Foresta Belvedere, paradiso di scorci paesaggistici unici, biodiversità e potenzialità silvoagro-pastorali per produzioni di eccellenza e biologiche; e uno sviluppo legato ad un turismo di qualità tale da dare, da un lato, ricchezza diffusa alle popolazioni locali e, dall'altro, un ambiente salubre tale da consentire un altissimo livello di qualità della vita. Uno sviluppo frenato ed impedito dalle attività inquinanti e ad alto impatto paesaggistico, quali gli aberranti mega impianti di fotovoltaico ed eolico figli di una
speculativa e falsa “Green Economy”.
Risalgono a solo pochi mesi fa “i moti popolari” che hanno visto i cittadini di Cutrofiano, e non solo, uniti intorno al loro parroco, don Mirko Lagna, mossi da una decennale esasperazione dovuta ad incessanti ed estenuanti attività estrattiva che hanno crivellato e divorato il territorio di Cutrofiano, presidiare con madri e bambini, sotto gli occhi vigili delle forze dell'ordine, quei secolari uliveti in segno di protesta chiedendo la difesa di quei suoli che da millenni gli ospitano e che di lì a poco sarebbero stati sventrati per produrre cemento che addirittura, oltre il danno la beffa, viene esportato anche in altri continenti, con l'aggravante ulteriore che la produzione di cemento effettuata in loco, sotto le ciminiere in quel processo industriale che si completa attraverso i forni dello stabilimento, comporta intense attività di combustione e di emissione di fumi nocivi, il tutto a danno della qualità dell'aria e dell'ambiente del intero Salento.
Le denunce dell'oncologo dottor Serravezza, e gli studi scientifici divulgati dalla LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) che hanno denunciato l'anomalo incremento di malattie tumorali, anche molto rare, proprio nei perimetri di maggiore ricaduta delle polveri sottili e dei nocivi fumi emessi dalle ciminiere del cementificio, tali denunce hanno determinato e contribuito ad arrivare all'importante e democratico referendum lanciato solo ieri, ma che già inorgoglisce noi tutti e rappresenta un'importante ipoteca di speranza, forse non più per il nostro futuro, ma certamente per quello a venire dei nostri figli. La goccia che ha fatto traboccare ulteriormente un vaso oramai stracolmo è stato il tentativo amministrativo portato avanti dalla ditta cemetificia in questi giorni alfine di ottenere le autorizzazioni necessarie per poter bruciare anche CDR, il gravemente e altamente pericoloso Combustibile Derivato dai Rifiuti, tale da aggiungere ai succitati danni e impatti insopportabili nche quelli che si addizionerebbero all'attività di incenerimento dei rifiuti.
Questo un modus operandi che ha ulteriormente palesato quanto nulle siano nei fatti le attenzioni per la salute e gli interessi veri delle comunità locali. Siamo certi che come stanno insegnando in questi giorni i tarantini a tutti gli italiani anche i comitati, le associazioni e i numerosi gruppi che stanno nascendo spontaneamente in queste ore nei comuni salentini colpiti dal gravoso impatto dell'opificio, sapranno collaborare tra di loro alla proposta referendaria. Allo stesso modo siamo certi che tutte le associazione, che hanno a cuore l'ambiente, non negheranno il loro totale appoggio così come tutti i partiti politici di destra, centro e sinistra che, ci auguriamo, confluiranno all'interno del vasto e trasversale movimento che sta crescendo per la raccolta delle firme finalizzate al referendum con cui si chiederà di spegnere le ruspe che cavano il nostro territorio e i bruciatori che mandano in fumo il sogno di felicità di una terra intera, ponendo così fine ad una colonizzazione industriale ormai inaccettabile e che il territorio non merita.
Alla politica anche il compito di avviare, anzi tempo rispetto alla pronuncia referendaria, virtuose azioni di riconversione che facciano tesoro e siano a loro volta motivo di ulteriore sprone per il potenziamento di tutte quelle attività economiche intrinseche di cui il Salento è ricco, smascherando così soprattutto l'inconsistenza del ricatto occupazionale con cui si cerca di continuare a soggiogare e sottomettere i salentini presentando come necessarie ed indispensabili, quasi “manne dal cielo”, quelle attività industriali altamente inquinanti ed impattanti che dal cielo purtroppo inviano soltanto malanni, dispiaceri e dolori.
IMPORTANTE SEGNALAZIONE
Informiamo che in questi giorni è stato lanciato e diffuso sui canali video web e rilanciato da tantissimi utenti di social network un agghiacciante video denuncia che “toglie il respiro” relativo alle notturne e “incrementate” ulteriormente emissioni nocive da parte del mega cementificio di Galatina.
http://www.youtube.com/watch?v=BZNrxQfVDTA
da GrandeSalento.org
UNGHERIA I neonazisti di Jobbik: voglia di apartheid

Il partito Jobbik, alfiere della destra radicale ungherese, continua a fare appello all'intolleranza con una nuova proposta riguardante la comunità Rom. L'idea, riguardante l'istituzione di campi destinati a ospitare elementi ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico, è stata esposta da Csanád Szegedi, 28 anni, deputato al Parlamento europeo. Essa sintetizza bene l'atteggiamento della forza politica in questione nei confronti della minoranza più numerosa del Paese (600.000-800.000 membri secondo stime non ufficiali).
I campi, secondo Szegedi, dovrebbero sorgere a Miskolc (nord-est), terza città dell'Ungheria, situata nella provincia di Borsod-Abaúj-Zemplén, notoriamente caratterizzata da una consistente popolazione Rom. La proposta prevede, inoltre, che gli «ospiti» di tali strutture debbano essere sottoposti alla vigilanza di agenti di polizia e possano allontanarsi dalle zone controllate solo tramite permesso. Previsto anche il coprifuoco, dalle ore 22.00, a ulteriore garanzia della quiete pubblica. Per Jobbik esistono quindi un'emergenza Rom e la conseguente necessità di tutelare la popolazione dai malviventi che appartengono a tale minoranza. Gábor Vona, presidente del partito, fa notare all'opinione pubblica che gli sforzi compiuti negli ultimi venti anni non sono serviti in alcun modo a realizzare l'integrazione dei Rom nel tessuto nazionale. Per questo, a suo modo di vedere, è necessario ricorrere a provvedimenti severi che possano rispondere al bisogno di sicurezza espresso dalla popolazione. Partendo dal presupposto che il problema si affronta alla radice, la proposta di Jobbik comprende anche l'istituzione di collegi nei quali troverebbero posto i bambini Rom. Una buona soluzione, secondo Vona, che vi vede la possibilità di far crescere gli interessati con modelli diversi da quelli normalmente assimilati dai piccoli all'interno della minoranza. Lungi dal pensare o dal voler riconoscere che misure di questo genere equivarrebbero alla segregazione di numerosi nuclei familiari, gli ideatori del «programma» sostengono la necessità e l'opportunità di soluzioni simili per rispetto dell'ordine pubblico, soprattutto nelle località «traumatizzate», a loro modo di vedere, dai delinquenti Rom.
L'amministrazione della giustizia e il mantenimento dell'ordine sono quindi tra i cavalli di battaglia di Jobbik che propone, tra l'altro, un sistema carcerario caratterizzato da un contributo spese a carico del detenuto per far risparmiare lo stato e dal funzionamento di istituti di pena particolarmente severi per i condannati che rifiutino di concorrere al loro mantenimento.
Le proposte di Szegedi e del soggetto politico che questi rappresenta sono state stigmatizzate dal Fidesz, partito della cosiddetta destra moderata attualmente al potere, che invita Jobbik a esaminare attentamente la Costituzione ungherese. Il primo ministro Orbán ha inoltre promesso di dar luogo a una guerra senza quartiere contro ogni forma di intolleranza. Jobbik è nei numeri la terza forza politica del paese. Alle legislative svoltesi lo scorso aprile, il partito di Vona, è stato preceduto solo dal Fidesz e da un partito socialista ai minimi storici.
Nata alla fine del 2003, questa formazione ha col tempo preso il posto del Miép negli ambienti del radicalismo ungherese di destra. La sua crescita ha conosciuto un ritmo particolarmente sostenuto in questi ultimi quattro anni, complici le tensioni e il malcontento che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora la società ungherese. Presente tra le forze ispiratrici della protesta radicale dell'autunno del 2006 contro l'allora premier socialista Gyurcsány, Jobbik ha creato tre anni fa la Guardia ungherese, un corpo paramilitare destinato a difendere i valori della nazione magiara. L'organizzazione, cresciuta da allora per numero di membri, è stata dichiarata fuorilegge nel dicembre del 2008 per una serie di discorsi pubblici tesi a istigare l'odio razziale nei confronti dei Rom e di marce a scopo intimidatorio svoltesi in località contraddistinte da una forte presenza di questi ultimi. Il provvedimento del tribunale di Budapest non ha affatto scoraggiato il partito di estrema destra che, forte dei risultati ottenuti alle europee e alle politiche ungheresi, alza la voce e affila i coltelli in vista delle amministrative fissate al 3 ottobre.
da Indymedia
lunedì 13 settembre 2010
giovedì 9 settembre 2010
LA CAMORRA

Negli scorsi mesi raccolsi alcune notizie intorno allo stato delle classi più povere, specialmente nelle province meridionali. Se a te non pare inutile affatto, ti pregherei di concedermi che le pubblichi nel tuo giornale, tanto pregiato in Italia. Debbo però dire, innanzi tutto, che nel raccogliere queste notizie io ho avuto lo scopo di provare che la camorra, il brigantaggio, la mafia sono la conseguenza logica, naturale, necessaria di un certo stato sociale, senza modificare il quale è inutile sperare di poter distruggere quei mali. So che molti lo ammettono, ma pochi se ne formano un concetto chiaro.
Sono ben lontano dallo sperare di potere, con alcune lettere, risolvere problemi d’una sì grande importanza e difficoltà. Credo però che anche pochi fatti ed esempi possano spronare ad altre nuove ricerche. A che gioveranno queste ricerche? Sarà sperabile portare qualche rimedio ai mali? Lo vedremo in appresso. Intanto, per cominciare dalla camorra, noterò che la legge di sicurezza pubblica suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia ed intimidisce, né sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commetter delitti; ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene autore; protegge i colpevoli contro la giustizia; esercita il suo mestiere, se così può chiamarsi, su tutto: nelle vie, nelle case, nei ridotti, sul lavoro, sui delitti, sul gioco. L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio l’opera sua. Ma quello ancora che la legge non sembra sospettare, e che molti ignorano, si è che la camorra non si esercita solo negli ordini inferiori della società: vi sono anche camorristi in guanti bianchi ed abito nero, i cui nomi e i cui delitti da molti pubblicamente si ripetono.Le forme che la camorra piglia nei diversi luoghi e fra le diverse persone che la esercitano, sono infinitamente varie. Non è lungo tempo io scrissi ad un vice-sindaco di Napoli, amante del suo paese, antico liberale, patriotta provato: – Mi dici qualche cosa della camorra? Va essa avanti o indietro; comincia ad essere davvero estirpata? –
Egli mi fece una risposta che non riferisco tutta, perché a molti parrebbe una
dipintura esagerata dei fatti. Copio solo la conclusione della lettera.
«Moltissime ordinanze municipali non possono qui attecchire , se non convengono agl’interessi della camorra. Napoli comincia a ripulirsi dacché la camorra con i suoi appaItatori ne trae guadagno. Ed io, come vice-sindaco di ..., ho potuto obbligare 1.157 proprietarii a restaurare ed imbiancare le loro case e le ville, che sono cinte di mura, dacché, senza che sapessi, la camorra locale ha diretto, di comune accordo col mio usciere l’operazione». Questo stato di cose fa paura, spaventa sempre più, quando si esamina più da vicino, e se ne vede tutta l’estensione. Perché la camorra divenga possibile, occorre che vi sia un certo numero di cittadini, o anche una classe intera, che si pieghi alle minacce di pochi o di molti, che siano organizzati. Una volta che questo fatto, per qualche tempo, si avvera in proporzioni abbastanza larghe, riesce facile assai capire in che modo la malattia si estenda a poco a poco, e pigli forme diverse, secondo che penetra nei diversi ordini della società. Il male è contagioso come il bene, e l’oppressione, specialmente quella esercitata dalla camorra, corrompe l’oppresso e l’oppressore, e corrompe ancora chi resta lungamente spettatore di questo stato di cose, senza reagire con tutte le sue forze. Perciò importa conoscere dove questa oppressione comincia e si può esercitare più impunemente, perché ivi è la prima radice del male, dalla quale tutto il resto deriva, perché ivi, se è possibile, bisogna portare il rimedio.
La città di Napoli è, fra molte, quella in cui la bassa plebe si trova, non voglio dire nella maggiore miseria, perché ciò non è il peggio; ma nel più grande abbandono, nel maggiore avvilimento, nel più doloroso abbrutimento.
Contro di essa tutto era permesso sotto il regime borbonico, Il galantuomo poteva, senza temer nulla, quando era di giorno e nella pubblica via, usare il suo bastone, perché la polizia pigliava in queste occasioni sempre le sue parti. Le limosine date a larga mano dai privati; dai conventi, che distribuivano la minestra; dalle Opere pie; anche dal Governo, che distribuiva pane, alimentavano la miseria e la rendevano permanente. La camorra cosi nasceva naturalmente in mezzo a questi uomini; era il loro governo naturale, ed era perciò favorita, sostenuta dai Borboni, come un mezzo di ordine. Qui il camorrista atterriva, minacciava e regnava. Qui egli prendeva i giovanetti di 14 o 16 anni, per insegnar loro a rubare il fazzoletto, che restava a lui, dando in cambio, e come per favore, qualche soldo. Qui egli poteva fare degli
uomini e delle donne quello che voleva. E siccome spesso faceva con le sue anche le altrui vendette, così qualche volta non solo incuteva terrore, ma ispirava ammirazione ed affetto in quegli stessi che opprimeva. Cominciata la malattia, si poté subito diffondere. Una volta che questo spettacolo non disgustò più, l’oppressione e la violenza non parvero un delitto, e le esercitarono molti che in altre condizioni sociali avrebbero trovato nella loro coscienza un ostacolo invincibile. Per comprendere la verità di quello che dico, e per poter ragionare in buona fede su questi fatti, occorrerebbe prima di tutto andare a vedere coi propri occhi dove e come vivono le più povere famiglie. Si tratta d’una popolazione enorme, che si divide in categorie diverse, ciascuna delle quali ha caratteri, costumi, sventure proprie. Cito degli esempi, ed il lettore non si stanchi se, pur avendo io stesso veduto molti fatti, riferisco le parole di alcuni che andarono espressamente a visitare i poveri. Lo scorso dicembre io scrissi ad un architetto, che era stato più volte adoperato dal Municipio di Napoli, pregandolo che mi dicesse qualche cosa di quelli che si chiamano colà i fondaci, nei quali abita la più misera gente, e che sono disprezzati dalle donne stesse del popolo. Per ingiuriarsi fra loro, l’una chiama l’altra funnachéra (abitante dei fondaci).
«Questi fondaci (egli rispondeva) hanno generalmente un androne, senza uscio di strada, ed un piccolo cortiletto, ambedue sudicissimi, i quali mettono in una grandissima quantità di pessime abitazioni, molto al di sotto degli stessi canili, le quali tutte, e specialmente quelle in terreno, sono prive di aria, di luce, ed umidissime. In essi vivono ammonticchiate parecchie migliaia di persone, talmente avvilite dalla miseria, che somigliano più a bruti che ad uomini. In quei covi, nei quali non si può entrare per il puzzo che tramandano immondizie ammassate da tempi immemorabili, si vede spesso solamente un mucchio di paglia, destinata a far dormire un’intera famiglia, maschi e femmine tutti insieme. Di cessi non se ne parla, perché a ciò bastano le strade vicine ed i cortili. Solamente in due o tre fondaci, dei molti visitati da me, le donne esercitano la miserabile arte di fare stuoie, o impagliare sedie; negli altri tutti non si vede nessuno a lavorare, ma solo spettri seminudi ed oziosi. A me accadde d’incontrare in parecchi fondaci, donne che vagano per i cortili, con la sola camicia indosso, che pur veniva giù a brani. Infine la più terribile miseriatrova ricetto in questi fabbricati, dove non manca mai qualcuna delle più abbiette e luride case di prostituzione. Nella nostra città sono n° 94fondaci, come potrai vedere dall’elenco che t’invio; sicché, calcolando che ognuno sia abitato da n° 100 persone (e con questo numero mi metto al disotto del vero), sarebbero circa 9.400 questi esseri infelici. I peggiori fondaci sono quelli che si trovano nei quartieri di Pendino, Porto e Mercato, 51 in tutto. Gli altri sono migliori, ma di poco. Ognuno di essi ha il suo proprio nome: Barettari, Tentella, S. Crispino, Scanna-sorci, Divino Amore, Presèpe, Pisciavino, Del Pozzillo, Abate, Crocefisso, Degli schiavi, ecc. L’ultimo parmi il nome più adatto». Il lettore ha mai sentito parlare degli spagari di Napoli, e delle grotte in cui abitavano? Questa gente forma una classe numerosa, non chiede la limosina, lavora, ha un mestiere. Nel tempo del colera, pochi anni sono, furono chiuse quelle luride tane, che erano la loro unica dimora.
Tuttavia, mesi sono, pregai una persona amica di andare colà dov’erano una volta le grotte, e vedere; trovandole ancora chiuse, cercasse dove abitavano gli spagari, e li visitasse. Riferisco qui due delle lettere ricevute. Sono dello scorso novembre. «Ieri trovai una delle così dette grotte degli spagari, la più parte essendo ormai chiuse. Essa sta in sul principio delle Rampe di Brancaccio, quando si discende. Il suo ingresso non annunzia l’orrore che vi si trova. Somiglia alle catacombe di S. Gennaro, se non che è assai più lurida e meschina. Vi si cammina col lume, e solo di tanto in tanto, ma assai di rado, vi sono delle aperture, balconcini e finestre, che mettono, due nei giardini di Francavilla, altre in umide corti. Tutta questa grotta è gremita di letti, l’uno dall’altro poco più discosti di quel che sono nelle sale dell’ospedale degl’Incurabili. Ad eccezione di qualcuno, sono tutti letti assai grandi, da contenere più persone. Sarebbe impossibile descriverne il sudiciume e la povertà. Una perfetta armonia è tra quei luridi canili, l’orribile grotta e gli abbrutiti abitanti, e tutti insieme sembrano formare un mondo a parte, che non possa andare altrimenti da quello che va. Fra gli abitanti v’è una certa gerarchia. Accanto alle poche finestre, là dove arriva qualche raggio di sole, si trova un poco meno di miseria; dove però non arriva la luce, ivi chi si avanza col lume, vede una miseria indescrivibile. Ed è singolare come anche qui, quelli che stanno meglio compatiscano e quasi disprezzino quelli che stanno peggio. Vivono in questo luogo famiglie, e sono circa 100 persone il sudiciume è tale, che la vista colà d’una conca col bucato, mi rallegrò in modo che mi parve un’oasi nel deserto. Vicino alle finestre si paga sino a 10 lire il mese, dove manca la luce si discende fino a 25 soldi. Hanno l’aria, più che di gente infelice, di gente abbrutita. Quando fa bel tempo, escono a guisa di formiche, e si spandono al sole. Tutta questa gentemi piativano d’intorno, domandando misericordia, e dicendo che erano obbligati a restar lì senza luce, senz’aria, senza medici. Quando sono ammalati, essi dicono, restano abbandonati fino a che muoiono o vanno all’ospedale. La persona che subaffitta questo locale, e vi fa su un buonissimo guadagno, si è persino ricusata di fare le più necessarie riparazioni, e così non di rado la pioggia inonda la grotta».
Aggiungo una seconda lettera della stessa persona. «Andai in un altro luogo, che è una volta al di sotto del Corso Vittorio Emanuele, con mura che la chiudono dai due lati, e formano così uno strano ricovero. Ivi erano molti a lavorare lo spago, la più parte giovani figlie di capispagari, le quali però non vi dormivano. Una grande e commoventissima miseria mi colpì allora sino al fondo dell’anima. Una povera vedova di poco più che 30 anni, d’un aspetto che dimostrava essere ella già stata bella, aveva cinque bambini, un giovanetto di 12 anni, e quattro bimbe, l’ultima delle quali di 3 anni appena: tutti assai belli. Erano stati una volta agiati, perché figli d’un operaio che guadagnava bene, ma che era morto sollevando alcuni pesi troppo gravi alle sue forze. La donna, che nella sua infanzia aveva fatto la spagara, è tornata ora all’antico mestiere, col quale guadagna dieci soldi al giorno, tranne quando pel gran freddo, non potendo muovere le mani irrigidite, non riesce a fare quel tanto che deve. I bambini girano le ruote per le altre donne, e guadagnano ciascuno un soldo, col quale comprano castagne secche, e così si sostentano fino a sera, quando, venendo pagati i dieci soldi alla madre, mangiano tutti qualche altra cosa. Dormono in un angolo di questo locale, sopra alcune foglie secche. Non hanno neppur l’idea d’una coperta o d’un panno per ricoprirsi. La notte si mettono tutti rannicchiati, l’uno sull’altro, e tremano di freddo: non hanno lume. La donna mi mostrò i cenci che li coprivano, in molti punti rosi dai topi piccoli e grossi, che nel colmo della notte camminano sui loro corpi. Allora i bambini, spaventati, gridano e piangono. Ed essa, battendo con una pietra sul muro, cerca con quel rumore di spaventare ed allontanare i topi, che non vede.
Quella donna deve essere onesta e buona, perché il pensiero che più di tutti la turbava era la riuscita dei figli. Essa teme che il primo, il quale ha già 12 anni, ed è già molto vivo, possa presto divenire un cattivo soggetto». Se è vero quel che dice il Quetelet, che assai spesso è la società quella che mette il coltello in mano al colpevole, e se questo giovanetto divenisse un giorno assassino, non avrebbe egli il diritto di dire alla società: lo ho ammazzato un uomo; ma tu avevi già prima ammazzato la mia coscienza? Potrei continuare questa descrizione sino all’infinito, ed aggiungere lettere a lettere, fatti a fatti, sempre vari, sempre brutali, sempre orribili. Ma non voglio stancare la pazienza del lettore. Su questa povera gente tutti abusano. Il tugurio in cui abitano, le misere ruote con cui lavorano lo spago, la canapa di cui si servono, nulla appartiene ad essi; per ogni cosa debbono pagare, e pagare ad uomini che gli opprimono, li tormentano, non hanno di loro alcuna pietà, e vivono guadagnando sulla loro abbrutita miseria. Basta avvicinarsi a questi luoghi, per essere circondati da una folla che chiede l’elemosina, e, senza essere interrogata, racconta la varia lliade delle sue miserie. Qui bisogna venire a studiare, per convincersi che la camorra comincia a nascere, non come uno stato anormale di cose, ma come il solo stato normale e possibile.
Supponendo domani imprigionati tutti i camorristi, la camorra sarebbe ricostituita la sera, perché nessuno l’ha mai creata, ed essa nasce come forma naturale di questa società. Intanto qui si recluta la popolazione enorme de’ piccoli ladri, i quali rubano a vantaggio dei loro capi; e quando vanno a centinaia nelle prigioni, costituiscono anche là il popolo della camorra, perché ivi essa ha pure i suoi sovrani, le sue assemblee e la sua gerarchia, non meno potenti, non meno audaci che fuori. Il guadagno del camorrista si fa allora sulle fave nere, sul pane nero di cui il carcerato povero deve rilasciare una parte; colui che ha dei soldi rilascia tutto, per comprare dalla camorra qualche cosa di meglio, spesso ancora per ricomprare quello che ha venduto. Ma a che pro, mi si può dire, questa lunga geremiata? Si sa che la miseria c’è, e che è orribile. C’è stata e ci sarà sempre dappertutto, insieme coi delitti. Lo so anch’io che vi sono uomini, ai quali se si mostra una moltitudine che affoga nella miseria, nella fame e nella corruzione, hanno sempre la stessa risposta: – Bisogna aver fede nella libertà. IL SECOLO, IL
PROGRESSO, I LUMI! – Con questa gente io non so ne ho voglia di ragionare. A loro non saprei dire che una cosa sola: – Spegnete i vostri lumi e andate a letto. Contentatevi di sentire ogni giorno ripetere dagl’Inglesi e dai Tedeschi, che i popoli latini conoscono la forma e non la sostanza della libertà, perché non hanno mai voluto capire che popolo libero è quello solamente, in cui i potenti e i ricchi fanno un perenne sacrifizio di loro stessi ai poveri e ai deboli. E non vogliono capire che una plebe misera e corrotta corrompe tutta la società; sicché è nel loro interesse, in quello della moralità propria e dei propri figli, combattere questo male con tutta la energia possibile. – lo parlo invece a coloro che, senza illusioni, credono utile e necessario studiare il male per cercarne i rimedi. E questi, certo, sono molti, complessi, difficili. Accennerò a qualcuno di quelli che mi sembrano più evidenti, e comincerò dal più difficile di tutti, quello che richiede maggior tempo e danaro. A Napoli v’è una quistione colossale, che nasce dalla costruzione stessa della città. Questa condizione di cose peggiorò molto dal tempo in cui, invece di fare, come pel passato, scorrere le acque che piovono, a rigagnoli o a fiumi per le strade, si costruirono assai malamente le fogne, nelle quali, per mancanza di pozzi neri, va ogni cosa. Le materie restano ora, quando non piove, ferme, e le loro esalazioni miasmatiche si sentono per le vie, entrano pei condotti nelle case. Quando invece viene la pioggia, sono portate al mare, che bagna le rive così incantevoli e così popolose della città: ivi in tempo di calma si fermano, e lo scirocco rimanda indietro i miasmi. Il rimedio è difficile, perché manca l’acqua, ed in molti luoghi il livello delle strade è uguale a quello del mare. Intanto le febbri intermittenti fanno strage nella misera popolazione. Le Guide inglesi e tedesche hanno sempre un capitolo sulla lebbre napoletana, di cui nei tempi passati non parlavano punto. Gli alberghi abbandonano la marina e salgono sulla collina. Si aggiunga a questo, che la mancanza di spazio costringe la povera gente a vivere accatastata in tugurii spaventevoli; onde in nessun paese della terra si vedono più chiare le terribili conseguenze della teoria del Malthus.
Qui anche la parte meno misera del popolo abita nei bassi, i quali non solamente sono senza aria e senza luce, ma son tali che spesso, per entrarvi, si discendono alcuni scalini, onde la malsana umidità. S’aggiunga poi che anche oggi si continuano a costruire questi bassi nel medesimo modo e si capirà come il primo e più difficile problema risguardi l’igiene generale della città, la costruzione delle case pei poveri, pei quali dal 59 ad oggi non si è fatto nulla. Si pensi che molti dei più miseri vivevano e vivono accattando, ricevendo sussidii, quando non fanno di peggio. Queste limosine e sussidii sono ora scemati, perché un governo libero non può distribuire il pane, e perché le Corporazioni religiose furono sciolte. Si consideri che il prezzo dei viveri e delle case è cresciuto, mentre l’aumento della mano d’opera non giova a chi non aveva e non ha mestiere, e si dica poi se rimedia al male la scuola elementare, a cui del resto questa gente non va e non può andare. La sua condizione certo non è migliorata, forse è peggiorata. Di ciò io sono più che convinto, per quel che ho visto coi miei occhi. In questo stato di cose, i rimedii principali e più facili sono due. Estirpare la camorra, la quale deve essere ritenuta come una piaga sociale assai più profonda di quel che ora si suppone. Per riuscirvi, bisogna prima studiarla e conoscerla bene; bisogna poi che la legge la
determini meglio, e renda così possibile il colpirla in tutte le sue forme. I colpi dovrebbero essere più fieri, più inesorabili contro coloro che non sono popolo, e pur la esercitano e ne profittano. Il camorrista dovrebbe nelle carceri essere isolato, o mandato in quelle dell’Italia settentrionale; altrimenti la prigionia, se non è un premio, non è certo una pena per lui. Da alcuni mesi il governo è rientrato in una via di rigore, che aveva, secondo me, a torto abbandonata per lungo tempo. Bisognerebbe che questo rigore fosse permanente, che continuasse nella prigione, e avesse, per quanto è possibile, l’aiuto di una legge di pubblica sicurezza, con qualche articolo aggiunto a quel troppo semplice articolo 120, il quale si contenta di mettere fra le persone sospette coloro che «esigono danaro abitualmente ed illecitamente sugli altrui guadagni». A torto si è creduto di aver così definito la camorra, che invece sfugge facilmente alla pena. Ogni sforzo sarà però vano se, nel tempo stesso in cui si cerca di estirpare il male con mezzi repressivi, non si adoprano efficacemente i mezzi preventivi. lo non mi stancherò mai di ripeterlo: finché dura lo stato presente di cose, la camorra è la forma naturale e necessaria
della società che ho descritto. Mille volte estirpata, rinascerà mille volte.
Quella plebe infelice, che con leggi repressive noi a poco a poco liberiamo dai suoi oppressori, deve essere con leggi preventive spinta, costretta al lavoro.
Non bisogna contentarsi di aiutarla con quelle infinite limosine che aprono spesso una nuova piaga sociale, perché alimentano l’ozio ed il vagabondaggio.
Non bisogna dire e ripetere, che a tutto rimedia la scuola elementare, la quale in questi casi non rimedia nulla. Si guardi un poco a quello che avviene naturalmente, quando si trovano a Napoli uomini veramente pietosi e benemeriti, che conoscono i mali del loro popolo. Alfonso Casanova, che da pochi anni abbiamo perduto, fu giustamente amato come un santo. La sua Opera pei fanciulli usciti dagli Asili era fondata collo scopo di cercare i piccoli vagabondi, ed insegnar loro, insieme con l’alfabeto, un mestiere. Tutti riconobbero che quello era il bisogno vero del paese, tutti l’aiutarono e l’amarono, quasi l’adorarono. Altri tentarono l’impresa con uguale fortuna, perché la carità cittadina non è mancata mai colà. E se il Governo vuol davvero operare, deve imitare questi esempi suggeriti dalla natura stessa delle cose. Come la camorra è un male che sorge spontaneo, e però tanto più profondo, in un certo stato sociale, così questi tentativi sono lo sforzo generoso e spontaneo della società stessa per redimersi. Bisogna combattere la prima, aiutare i secondi.
Il Governo deve prendere le cose come sono, entrare nella via suggerita dall’ esperienza della gente onesta del paese, e lasciar da un lato le teorie. E il danaro non manca, se una volta si vorrà ammettere che le infinite Opere pie elemosiniere, le quali così spesso sono più uno stimolo che un rimedio alla miseria, debbano tutte essere trasformate in modo da ottenere il loro scopo con la previdenza, dando col pane, e come condizione sine qua non, l’insegnamento e l’obbligo del lavoro. E perché si veda quanto questo male sia generale, e non paia che io voglia prendere tutti gli esempi dal Mezzogiorno d’Italia, ne citerò uno del Settentrione 185. Nella Rivista Veneta (vol. IV, fasc. 5°, 1874) è stato poco fa pubblicato dal professore Cecchetti dell’Archivio dei Frari, un lavoro in cui si dànno alcune statistiche assai eloquenti. Dal 1766 al 1789 si trova che Venezia ebbe una media di 2.000 poveri. Le cose sono da allora in poi talmente peggiorate, che nel 1860 erano nei registri di beneficenza inscritti 31.890 individui, in una popolazione di 123.102 abitanti. Nel 1861 la popolazione discese a 122.565, e gl’inscritti alla beneficenza salirono a 32.422. Nel 1867 la popolazione discese a 120.889 e nel catalogo della
beneficenza erano registrati 33.978 individui.
Questi erano nel 1869, 35.000; nel 1870, 35.728; nel 1871, 36.200. E qui finisce la statistica, non senza notare che bisogna, per l’anno 1871, aggiungere circa 700 poveri vergognosi, i quali rappresentano 186 altrettante famiglie. È vero che negli ultimi anni la popolazione di Venezia ebbe qualche lieve aumento, essendo nel 1871 salita a 128.901 abitanti; ma in sostanza dai calcoli ufficiali del signor Cecchetti risulta un continuo aumento di poveri, e risulta che un terzo circa della popolazione di Venezia è ora sussidiato 187 dalla beneficenza, o almeno scritto nei registri come meritevole di sussidio 188. Ho sentito molti e molti domandare: Perché lo spirito intraprendente, operoso, audace qualche volta sino all’eroismo, degli antichi Veneti, non è ancora cominciato a risorgere colla libertà 189? Le ragioni sono infinite. Però tra le ragioni, a mio avviso, non è ultima questa, che la carità cittadina ha accumulato infiniti tesori, i quali sono ora destinati ad impedire che quello spirito risorga. Dopo ciò l’eterna risposta deve essere sempre: Vedremo, provvederemo, faremo? Cioè, lasceremo fare, lasceremo passare? Intanto la stampa straniera ci domanda: – Quando l’Italia sarà finalmente civile? – E se questo è quello che segue a Venezia, che cosa deve seguire a Napoli, città tanto più grande, tanto più malmenata! Lo dica l’esercito sterminato di poveri che vive colà senza lavoro. Qualcuno darà loro da mangiare, se di fame non muoiono. Sì, è la carità, ma una carità che uccide, che demoralizza, che abbrutisce. – E voi, mi si dirà, avete la ingenuità di credere che in breve si può rimediare a mali così gravi e profondi? Non vedete che ci vuole un secolo? – Sì, lo vedo, ma vedo ancora che se cominceremo domani, ci vorrà un secolo ed un giorno. E per ora vedo ancora che, quando torno a Napoli, il mondo è mutato per me e per i miei amici. La parola è libera, la stampa è libera, molte vie si sono aperte dinanzi a me. La differenza è come dalla notte al giorno; se dovessi tornare al passato, mi parrebbe di scendere nella tomba. Abbandono le strade centrali, vado nei quartieri bassi, e ritrovo le cose come le lasciarono i Borboni. I fondaci Scanna-sorci, Tentella, San Crispino, Pisciavino, del Pozzillo, ecc. sono là sempre gli stessi, coi medesimi infelici, forse ancora più oppressi, più affamati di prima. Tutta la differenza, se mai, sta in ciò, che il muro esterno fu imbiancato. E sono allora tentato di domandare a me stesso: Ah! dunque la libertà che tu volevi, era una libertà per tuo uso e consumo solamente?
Tuo affez. P. VILLARI
lunedì 6 settembre 2010
Francavilla Fontana (BR): Nigeriano in carcere ingiustamente assolto con le scuse del pm: "Razzismo"
“Sono cristiano, non provo nessun rancore, conosco il valore del perdono”, con queste parole il giovane rifugiato nigeriano Osas Friday, 24 anni, ha risposto a chi gli chiedeva cosa provasse nei confronti del suo accusatore. Finalmente libero dopo aver subito nove giorni in carcere e un processo, con l’accusa che si è rivelata del tutto falsa di aver minacciato con un coltello il consigliere comunale del Pdl di Francavilla Fontana Benedetto Proto, dice d’aver già perdonato il suo calunniatore. Il giovane immigrato è stato assolto con formula piena dal giudice del tribunale di Brindisi Stefania De Angelis, e ha ricevuto in aula le scuse del pubblico ministero Giuseppe De Nozza che, dopo aver chiesto il proscioglimento, gli ha rivolto pubbliche scuse a nome di tutta la comunità. Parole durissime invece, sono state rivolte dal sostituto procuratore nei confronti del consigliere pidiellino: “E’ una vicenda deprecabile, un inaccettabile rigurgito razziale”.
Lo stesso pm ha chiesto la trasmissione degli atti processuali alla procura, aprendo un fascicolo a carico del consigliere per falsa testimonianza di fronte all’autorità giudiziaria.
La vicenda dall’incredibile epilogo ha avuto inizio il 24 agosto scorso, nella centralissima via Immacolata a Francavilla Fontana. Il giovane immigrato si trovava di fronte a una panetteria, dove solitamente chiedeva l’elemosina, contando sull’amicizia dei titolari del negozio per i quali era diventato una presenza famigliare. Intorno all’una gli si avvicina il consigliere, che gli intima di allontanarsi e di non disturbare i passanti. E’ quello che il nigeriano fa, ma non prima di aver cambiato gli spiccioli nella panetteria, come tutti i giorni. Quando esce dal negozio si trova nuovamente di fronte il consigliere, ma stavolta accompagnato da due vigili urbani. Capisce di essere in pericolo e istintivamente scappa.
La pattuglia lo raggiunge da lì a poco, arrestandolo con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, minaccia a mano armata, porto illegittimo di armi, rifiuto di fornire le generalità, lesioni personali aggravate. Proto dice d’essere stato minacciato con un coltello. Nel verbale d’arresto finisce anche il referto del pronto soccorso a carico di uno dei vigili urbani, che dichiara d’essere stato aggredito in seguito a una colluttazione con il giovane immigrato. Processato con rito abbreviato vincolato all’ascolto della testimone richiesto dall’avvocato Giulio Marchetti, la panettiera Serafina Latartara ha detto in aula: “Ho seguito tutta la scena, il ragazzo non aveva nessun coltello, ha svuotato le tasche nel mio negozio dove gli ho cambiato gli spiccioli e regalato una focaccia, come faccio ogni giorno”. Subito dopo il processo il consigliere ha rassegnato le dimissioni nelle mani del sindaco Vincenzo Della Corte.
Proto, ex poliziotto, è stato il promotore di una petizione per l’istituzione delle ronde a Francavilla. La proposta è stata avallata dal consiglio a dicembre scorso, malgrado i voti contrari dell’opposizione di centrosinistra e dello stesso sindaco. Il giovane immigrato, fuggito dal proprio paese dopo aver visto genitori e fratelli decimati dalla guerra, sarà a Brescia lunedì prossimo per rinnovare il permesso di soggiorno. Spera di trovare un lavoro.
http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/03/news/nigeriano_in_carcere_ingiustamente_assolto_con_le_scuse_del_pm_razzismo-6741739/
da GrandeSalento
Lo stesso pm ha chiesto la trasmissione degli atti processuali alla procura, aprendo un fascicolo a carico del consigliere per falsa testimonianza di fronte all’autorità giudiziaria.
La vicenda dall’incredibile epilogo ha avuto inizio il 24 agosto scorso, nella centralissima via Immacolata a Francavilla Fontana. Il giovane immigrato si trovava di fronte a una panetteria, dove solitamente chiedeva l’elemosina, contando sull’amicizia dei titolari del negozio per i quali era diventato una presenza famigliare. Intorno all’una gli si avvicina il consigliere, che gli intima di allontanarsi e di non disturbare i passanti. E’ quello che il nigeriano fa, ma non prima di aver cambiato gli spiccioli nella panetteria, come tutti i giorni. Quando esce dal negozio si trova nuovamente di fronte il consigliere, ma stavolta accompagnato da due vigili urbani. Capisce di essere in pericolo e istintivamente scappa.
La pattuglia lo raggiunge da lì a poco, arrestandolo con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, minaccia a mano armata, porto illegittimo di armi, rifiuto di fornire le generalità, lesioni personali aggravate. Proto dice d’essere stato minacciato con un coltello. Nel verbale d’arresto finisce anche il referto del pronto soccorso a carico di uno dei vigili urbani, che dichiara d’essere stato aggredito in seguito a una colluttazione con il giovane immigrato. Processato con rito abbreviato vincolato all’ascolto della testimone richiesto dall’avvocato Giulio Marchetti, la panettiera Serafina Latartara ha detto in aula: “Ho seguito tutta la scena, il ragazzo non aveva nessun coltello, ha svuotato le tasche nel mio negozio dove gli ho cambiato gli spiccioli e regalato una focaccia, come faccio ogni giorno”. Subito dopo il processo il consigliere ha rassegnato le dimissioni nelle mani del sindaco Vincenzo Della Corte.
Proto, ex poliziotto, è stato il promotore di una petizione per l’istituzione delle ronde a Francavilla. La proposta è stata avallata dal consiglio a dicembre scorso, malgrado i voti contrari dell’opposizione di centrosinistra e dello stesso sindaco. Il giovane immigrato, fuggito dal proprio paese dopo aver visto genitori e fratelli decimati dalla guerra, sarà a Brescia lunedì prossimo per rinnovare il permesso di soggiorno. Spera di trovare un lavoro.
http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/03/news/nigeriano_in_carcere_ingiustamente_assolto_con_le_scuse_del_pm_razzismo-6741739/
da GrandeSalento
Il carcere disumano degli umani
“Chi è orfano della casa dei diritti difficilimente sarà figlio della casa dei doveri. ”
(Cardinale Martini)
Nel Corriere della Sera leggo:
- Un esponente politico nella lotta alla mafia dichiara “Solo Mussolini ha fatto meglio di Berlusconi”.
Nessuno ha il coraggio di dire che come i capitalisti si sono sempre serviti dei partiti politici di destra e di centro per i loro affari, gli stessi politici del sud d’Italia si sono sempre serviti della mafia per essere eletti.
Nessuno ha il coraggio di dire che i manovali della mafia sono sempre stati sfruttati dal potere politico, finanziario, religioso e amministrativo, sia ai tempi di Mussolini che ai tempi nostri, per poi buttarli dentro una cella per sempre e ora anche per torturali con il regime del 41 bis .
La mafia non si sconfigge con i “collaboratori” ma con la legalità e sradicando la corruzione.
Nessuno ha il coraggio di dire che nessun governo nella storia Italiana, per tornaconto e consenso politico, ha mai riempito le carceri di spazzatura sociale in questo modo.
In Italia ci sono 669 detenuti sottoposti al regime carcerario duro , il cosidetto 41 bis, eppure fra di loro non ci sono colletti bianchi, politici e infedeli servitori dello Stato.
Perché?
E’ di questi giorni la notizia che per fare posto ai detenuti di media sicurezza stanno chiudendo molti sezioni di alta sorveglianza mettendo persino gli ergastolani in cella in due, quando per legge devono essere allocati in cella singole .
E’ di questi giorni l’ordine all’illegalità da parte del Dipartimento Amministrativo Penitenziario di mettere nel carcere di Spoleto gli ergastolani in due dentro una cella che ha l’ agibilità del comune di Spoleto per una sola persona.
Il DAP non dice che ci sono spazi e uomini a sufficienza nei regimi di 41 bis ma che non vengono sfruttati perché questi luoghi servono come specchio per le allodole ai mass media per dimostrare che questo governo lotta contro la mafia ma non contro la mafia istituzionale e di potere.
Nessuno ha il coraggio di dire che per gli ergastolani ostativi le carceri italiani sono diventate dei cimiteri dei vivi e per molti detenuti che si tolgono la vita sono diventate dei cimiteri per morti.
Quando lo Stato rispetterà le sue leggi e dimostrerà di essere migliore dei mafiosi, la mafia sarà sconfitta .
Seguo con attenzione l’attivismo di Carta, Buon Diritto, Rifondazione Comunista e Associazione Antigone sulle illegalità del sistema penale.
Molti detenuti del carcere di Spoleto hanno firmato il loro appello:
Denunciamo il carcere fuori legge.
Ma perché fermarsi qui e non denunciare il Governo, il Ministro della Giustizia, la Magistratura di Sorveglianza e pure i sindaci che permettono che nelle loro città esistano dei lager?
Chi non crede, vada a visitare uno zoo e poi entri a visitare un carcere e s’accorgerà che gli umani trattano meglio gli animali che le persone.
Il problema è che una volta in galera ci andavano i delinquenti e chi commetteva reati, invece ora ci vanno tutte le persone che danno fastidio fuori.
La galera oggi è diventata una discarica sociale, per migliorare la vivibilità in carcere e attirare l’attenzione dei mass media basterebbe che arrestassero qualche delinquente in giacca e cravatta.
Basterebbe che qualcuno di questi ci restasse qualche mese e la vivibilità in carcere migliorerebbe subito perché la coscienza delle persone “perbene” si ribellerebbe.
Ma fin quando in carcere ci vanno solo gli avanzi della società, le persone “perbene” “non vedono, non parlano, non sentono”…
Molti sono convinti che le carceri producano sicurezza, invece è vero il contrario.
Le galere in qualsiasi periodo e in qualsiasi parte del mondo producono solo potere, in Italia pure consenso elettorale.
I ladri poveri sono ladri perché sono poveri. I ladri ricchi sono ricchi perché sono ladri.
Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto
(Cardinale Martini)
Nel Corriere della Sera leggo:
- Un esponente politico nella lotta alla mafia dichiara “Solo Mussolini ha fatto meglio di Berlusconi”.
Nessuno ha il coraggio di dire che come i capitalisti si sono sempre serviti dei partiti politici di destra e di centro per i loro affari, gli stessi politici del sud d’Italia si sono sempre serviti della mafia per essere eletti.
Nessuno ha il coraggio di dire che i manovali della mafia sono sempre stati sfruttati dal potere politico, finanziario, religioso e amministrativo, sia ai tempi di Mussolini che ai tempi nostri, per poi buttarli dentro una cella per sempre e ora anche per torturali con il regime del 41 bis .
La mafia non si sconfigge con i “collaboratori” ma con la legalità e sradicando la corruzione.
Nessuno ha il coraggio di dire che nessun governo nella storia Italiana, per tornaconto e consenso politico, ha mai riempito le carceri di spazzatura sociale in questo modo.
In Italia ci sono 669 detenuti sottoposti al regime carcerario duro , il cosidetto 41 bis, eppure fra di loro non ci sono colletti bianchi, politici e infedeli servitori dello Stato.
Perché?
E’ di questi giorni la notizia che per fare posto ai detenuti di media sicurezza stanno chiudendo molti sezioni di alta sorveglianza mettendo persino gli ergastolani in cella in due, quando per legge devono essere allocati in cella singole .
E’ di questi giorni l’ordine all’illegalità da parte del Dipartimento Amministrativo Penitenziario di mettere nel carcere di Spoleto gli ergastolani in due dentro una cella che ha l’ agibilità del comune di Spoleto per una sola persona.
Il DAP non dice che ci sono spazi e uomini a sufficienza nei regimi di 41 bis ma che non vengono sfruttati perché questi luoghi servono come specchio per le allodole ai mass media per dimostrare che questo governo lotta contro la mafia ma non contro la mafia istituzionale e di potere.
Nessuno ha il coraggio di dire che per gli ergastolani ostativi le carceri italiani sono diventate dei cimiteri dei vivi e per molti detenuti che si tolgono la vita sono diventate dei cimiteri per morti.
Quando lo Stato rispetterà le sue leggi e dimostrerà di essere migliore dei mafiosi, la mafia sarà sconfitta .
Seguo con attenzione l’attivismo di Carta, Buon Diritto, Rifondazione Comunista e Associazione Antigone sulle illegalità del sistema penale.
Molti detenuti del carcere di Spoleto hanno firmato il loro appello:
Denunciamo il carcere fuori legge.
Ma perché fermarsi qui e non denunciare il Governo, il Ministro della Giustizia, la Magistratura di Sorveglianza e pure i sindaci che permettono che nelle loro città esistano dei lager?
Chi non crede, vada a visitare uno zoo e poi entri a visitare un carcere e s’accorgerà che gli umani trattano meglio gli animali che le persone.
Il problema è che una volta in galera ci andavano i delinquenti e chi commetteva reati, invece ora ci vanno tutte le persone che danno fastidio fuori.
La galera oggi è diventata una discarica sociale, per migliorare la vivibilità in carcere e attirare l’attenzione dei mass media basterebbe che arrestassero qualche delinquente in giacca e cravatta.
Basterebbe che qualcuno di questi ci restasse qualche mese e la vivibilità in carcere migliorerebbe subito perché la coscienza delle persone “perbene” si ribellerebbe.
Ma fin quando in carcere ci vanno solo gli avanzi della società, le persone “perbene” “non vedono, non parlano, non sentono”…
Molti sono convinti che le carceri producano sicurezza, invece è vero il contrario.
Le galere in qualsiasi periodo e in qualsiasi parte del mondo producono solo potere, in Italia pure consenso elettorale.
I ladri poveri sono ladri perché sono poveri. I ladri ricchi sono ricchi perché sono ladri.
Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto
Lunga vita a Cuba!

Cuba registra uno tra i piu' alti tassi di longevità al mondo
Dopo aver garantito ai suoi cittadini il più basso tasso di mortalità infantile del continente americano Cuba si prepara a battere un altro record.
Dal 2025 supererà l’Uruguay e diverrà il paese latinoamericano con l’eta media più alta ovvero il Paese con il maggior numero di anziani.
Per un Paese povero questo dato ha un significato enorme ed è indice di una qualità della vita e di un sistema di sicurezza sociale senza paragoni. La ricetta? sole, mare e… socialismo!
da Indymedia
Orishas - 537 CUBA
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Soy de Cuba lo que impuso
Y que se pega
Y cuando llega no despega, pega, pega
Lo que puso el ruso en el discurso
Que Compay Segundo puso entre tus sejas
Ahora la distancia queda!
Si de mí lengua estoy viviendo
Y calmando mí fiel tristeza
De que forma quieres tú que yo detenga
La sangre de amor y patria
Que me corre por las venas
Generaciones vieja y nueva
De corazón sangre y pulmón
Allá lejos
Donde el sol calienta más
Olvidé mí corazón, un arroyo y un palmar
Dejé mí patria querida
Hace más de un año ya
Por más que me lo propongo
Mí herida no cerrará
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Estraño mí tierra querida
Hablar de ella ni lo intentes
Todo el tiempo está en mi mente
La tengo presente, entiende
Me habla el corazón que no me miente
hermano
Flotando ando pasando la mano, mano
Sobre el mapa de éste Mundo
Y desde lo profundo de mí corazón siento
nostalgia
Una estraña sensación como añoranza
De ésta distancia que se interpone
Que regresaré bién se supone
Y eso me pone el hombre más felíz por un
segundo
Ya lo cantó Compay Segundo y yo de nuevo
Escucha el quejo de mí gente chico
Bién te lo explico
Cubano cién por ciento prototipo
Me arrancaré el corazón
Y esperaré mi regreso
Para sacarlo otra vez
Y colocarlo en mí pecho
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Cayo Hueso, San Leopordo
Vuena Vista, Miramar
Alamar, La Victoria
Habana Vieja, Barrio Nuevo
Bejucal
Dónde estás tú mí Rampa?
El sol que canta, La Catedral
El Capitolio se levanta
En el oido de éstas voces
23 y 12, Vedado, Paseo del Prado
Tus leones lado a lado
Forman parte de mis tradiciones
Mis emociones
Eres tú mí Cuba
Como tú ninguna
Caviosile, soy Yoruba
Que no quede duda (Anja!)
Que si lloro es porque la estraño
No ver mí Malecón
A mis amigos de mí zona
Los que nacieron conmigo
Los que jugaron conmigo
Recordarlos sin tenerlos me hace daño
Año traz año sueño con volver a ver esos
amigos que añoraba
Tu olor de la campiña cuando llueve
El Morro, Cañonazo de las Nueves
El que te quiere nunca muere no, jamás,
jamás
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
Vengo de donde hay un río
Tabaco y cañaveral
Donde el sudor del guajiro
Hace a la tierra soñar
TRADUZIONE
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore del contadino
Fa sognare la terra
Sono di Cuba quello che si è imposto
E che si attacca
E quando arriva non si stacca, attacca
attacca
Quello che ha messo il russo nel discorso
Che Compay Segundo ha messo tra le tue
sopracciglia
Adesso la distanza resta
Se della mia lingua sto vivendo
E calmando la mia fedele tristezza
In che modo vuoi tu che io mi trattenga
Il sangue di amore e patria
Che mi corre per le vene
Generazioni vecchie e nuove
Di cuore, sangue e polmoni
Là lontano
Dove il sole scotta di più
Ho dimenticato il mio cuore, un ruscello e
un palmeto, ho lasciato la mia amata
patria
Ormai più di un anno fa
Per quanto ci provi
La mia ferita non si chiuderà
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
Mi manca la mia amata terra
Parlare di lei non ci provo neppure
Tutto il tempo è nella mia mente
Ce l’ho presente, capisci
Mi parla il cuore che non mi mente,
fratello
Galleggiando sto passando la mano, mano
Sopra la mappa di questo mondo
E dal profondo del mio cuore sento la
nostalgia
Una strana sensazione come nostalgia
Di questa distanza che si interpone
Che tornerò bene si suppone
E questo mi fa essere l’uomo piu felice x
un secondo
Già lo cantò Compay Segundo e io di nuovo
Ascolta bene il rumore della mia gente,
ragazzo
Bene te lo spiego
Cubano cento per cento prototipo
Mi strapperò il cuore
E aspetterò il mio ritorno
Per tirarlo fuori un'altra volta
E metterlo nel mio petto
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
Cayo Hueso, San Leopordo
Buena Vista, Miramar
Alamar, La Victoria
Habana Vieja, Barrio Nuevo
Bejucal
Dove sei tu mia Rampa?
Il sole che canta, la Cattedrale
Il Capitolio si alza
Al ascolto di queste voci
23 e 12, Vedado, Paseo del Prado
I tuoi leoni fianco a fianco
Formano parte delle mie tradizioni
Le mie emozioni
Sei tu mia Cuba
Come te nessuna
Caviolsile sono Yoruba
Che non ci siano dubbi
Che se piango è perché mi manca
Non vedere il mio Malecon
I miei amici del quartiere
Quelli che sono nati con me
Quelli che giocarono con me
Ricordarli senza averli mi fa male
Anno dopo anno sogno con tornare a vedere
questi amici che mi mancano
Il tuo odore di campo quando piove
Il Moro, il cannone delle 9
Chi ti ama no muore mai, mai
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
Vengo da dove c’è un fiume
Tabacco e canneti
Dove il sudore di un contadino
Fa sognare la terra
La tregua di ETA e l'inizio di una nuova fase politica

ETA ha reso oggi pubblica una dichiarazione in base alla quale informa che alcuni mesi fa, decise di non realizzare più azioni armate offensive, e si appella ai diversi agenti internazionali e non, a rispondere alla situazione vigente e al desiderio di cambiamento del popolo basco.
La dichiarazione fatta pervenire sia in formato video che attraverso un comunicato alla catena televisiva britannica BBC e al quotidiano basco Gara, esprime l'impegno di ETA a rispondere alla situazione politica attuale a favore del processo politico per la risoluzione del conflitto intrapreso dalla sinistra indipendentista nell'ottobre del 2009.
L'organizzazione armata fa oltremodo appello agli agenti politici e a tutta la cittadinanza basca affinchè si assumano la propria responsabilità all'interno di tale processo. Invita quindi ad avanzare con "passi decisi" nell'articolazione del progetto indipendentista in modo da creare le condizioni necessarie per costruire un processo democratico.
Imprescindibile per ETA è la presenza costante di una risposta chiara e decisa alla repressione che lo Stato spagnolo attua, così come una difesa determinata dei diritti civili e politici che corrispondono a Euskal Herria in quanto popolo.
A sapere in anticipo della decisione di ETA di una tregua è stata la comunità internazionale, alla quale l'organizzazione armata si rivolge per chiedere un'implicazione attiva per "l'articolazione di una soluzione duratura, giusta e democratica a questo secolare conflitto politico".
Dialogo e negoziazione sono gli strumenti per arrivare a tale soluzione, e permettere quindi ai cittadini e alle cittadine basche di decidere del proprio futuro in forma libera e democratica. Ma per fare ciò è indispensabile, e ETA lo dice esplicitamente nella sua dichiarazione, che il Governo spagnolo stabilisca i "minimi principi democratici necessari". Le condizioni politiche per avviare una nuova fase verso un cambiamento politico è il frutto di anni di lotta e il confronto, per l'organizzazione armata non può che essere necessario in questo momento per superare "la negazione e la chiusura" degli Stati.
La decisione della tregua armata, resa ufficiale quest'oggi, non giunge quindi come un fulmine a ciel sereno, e i fatti degli ultimi mesi lo hanno dimostrato. Il comunicato e il video diffusi dimostrano d'altro canto che la direzione intrapresa dalla sinistra indipendentista verso un processo di cambiamento politico nei Paesi Baschi stia facendo il suo cammino dimostrandosi come un processo "irreversibile". E proprio con queste parole, la sinistra indipendentista si è espressa oggi pomeriggio in una conferenza stampa a Donostia per esprimersi in merito alla dichiarazione di ETA.
Per la sinistra abertzale il passo che ETA ha dato quest'oggi costituisce un apporto di enorme valore per "l'istallazione della pace e la consolidazione di un processo democratico". Il compromesso di ETA e il dibattito con le conseguenti conclusioni adottate di forma unanime dalla sinistra indipendentista, costituiscono l'apertura ad una nuova fase politica che potrebbe permettere il superamento definitivo dell'attuale situazione politica.
Le prime reazioni sul comunicato dell'organizzazione armata iniziano a comparire anche da altri esponenti politici internazionali. Il presidente del Sinn Fein, Gerry Adams, ha espresso tramite un comunicato di alcune ore fa, la sua approvazione nei confronti della dichiarazione dell'ETA. Se da una parte ha affermato che questo passo ha un "potenziale per mettere fine permanentemente al conflitto basco", dall'altra auspica che il Governo spagnolo risponda positivamente a questa importante dichiarazione, e che approfitti dell'opportunità di avanzare in un processo di pace.
da Infoaut
Richiesta d’asilo
Claudio Rossi Marcelli
Quando ho visto il numero sul display del telefono mi è preso il batticuore. “Hello?” “Hello, this is madame Joneau, from the jardin d’enfance”. “Oh, good morning madame… ehm, no, i mean, good evening, or maybe it’s still afternoon, yeah, good afternoon…”. Di fronte alla mia totale perdita di controllo la preside dell’asilo, che parlava con forte accento francese, ha sorriso e mi ha detto trionfante: “You can breathe again, monsieur Rossi Marcelli: your girls are in”.
La scena ricordava il momento culminante di un reality show. La preside-presentatrice ha aperto la busta e ha annunciato la decisione del pubblico sovrano: le mie figlie avrebbero potuto frequentare la sua scuola bilingue. E con quella telefonata io ho capito cosa si prova a vincere il Grande Fratello.
Poche settimane fa ho spiegato che, per mettere da parte una piccola fortuna, basta venire a fare le pulizie illegalmente in Svizzera. Oggi posso rivelare che aprire un asilo privato a Ginevra è la strada migliore per diventare miliardari.
Ce ne sono pochissimi, tutti costosi, tutti schiacciati da interminabili liste d’attesa, e anche quando sei tra i pochi eletti che ci entrano, l’offerta didattica si muove sulle tre ore al giorno per tre o quattro giorni alla settimana. Di pranzo neanche a parlarne.
A rigor del vero va detto che esistono anche gli asili nido comunali, ma entrarci è ancora più difficile che in Italia, quindi noi non ci abbiamo neanche provato.
Il jardin d’enfance di madame Joneau è uno dei più richiesti di Ginevra, soprattutto dagli stranieri, perché è un asilo bilingue inglese e francese.
Io lo avevo già chiamato da Roma mesi fa, e mi era stato detto che per quest’anno c’era già una lunga lista d’attesa. Ma arrivato a Ginevra, durante un pietoso porta a porta in cui chiedevo asilo a tutti gli asili della città, mi sono ritrovato anche lì.
Miss Mackenzie, la gelida amministratrice inglese, mi ripete quello che mi ha detto al telefono, ma io chiedo di riempire comunque un modulo per la richiesta d’iscrizione. Dopo averlo compilato seduto su un piccolo banco giallo, lo riconsegno a Miss Mackenzie. Lei lo scorre velocemente per vedere se ho risposto a tutto, finché arriva a un punto in cui, visibilmente turbata, dice: “Oh, oh, wait a minute here…”.
Ho capito subito la situazione e le ho detto che mi ero dimenticato di dirle che nella nostra famiglia siamo due papà. “No, no, it’s not that”, mi ha detto lei senza neanche staccare gli occhi dal foglio. “Is this the company where your partner works?”, mi ha chiesto indicandomi la casella “professione” di Manlio. Sì, sì, è proprio quella, perché? “We have a coprorate agreement with them. Your daugthers are now on top of our waiting list”.
Insomma, che eravamo due papà non le fregava nulla. L’importante era l’azienda. Saltavamo immediatamente in cima alla lista d’attesa grazie alla multinazionale per cui lavora il mio compagno. Che grande paese la Svizzera.
In realtà poi c’è voluta un’estate intera per riuscire a ottenere quei due posti tanto agognati, e io ho chiamato e bussato alla porta dell’asilo talmente tante volte che alla fine, durante la famosa telefonata finale con la preside, mi sono dovuto scusare per la mia insistenza.
“No need to apologize, monsieur Rossi Marcelli”, mi ha detto lei con un accento sempre più francese, “You did a good job”. Sentire Madame Joneau che mi faceva i complimenti mi ha fatto venire voglia di piangere e di abbracciarla, di ringraziare Alessia Marcuzzi e tutta la redazione del programma e di dedicare la mia vittoria al pubblico a casa, che mi ha seguìto, che mi ha votato e che ha capito che io sono vero.
Il giorno seguente, dopo aver ritrovato un certo autocontrollo, mi sono letto con calma la lettera di benvenuto che mi aveva inviato Miss Mackenzie.
I nuovi compagni di asilo delle mie figlie si chiamano: Toko, Federico, Martin S., Sophie, Louis, Martin der G., Aliénor, Artiom, Antonio, Sofia, Daniel, Uon, India e Lilia. Insomma, una specie di Assemblea generale dell’Onu in miniatura. E pensare che, solo pochi mesi fa, litigavo con la scuola materna di Roma che voleva imporci l’ora di religione.
da Internazionale
Quando ho visto il numero sul display del telefono mi è preso il batticuore. “Hello?” “Hello, this is madame Joneau, from the jardin d’enfance”. “Oh, good morning madame… ehm, no, i mean, good evening, or maybe it’s still afternoon, yeah, good afternoon…”. Di fronte alla mia totale perdita di controllo la preside dell’asilo, che parlava con forte accento francese, ha sorriso e mi ha detto trionfante: “You can breathe again, monsieur Rossi Marcelli: your girls are in”.
La scena ricordava il momento culminante di un reality show. La preside-presentatrice ha aperto la busta e ha annunciato la decisione del pubblico sovrano: le mie figlie avrebbero potuto frequentare la sua scuola bilingue. E con quella telefonata io ho capito cosa si prova a vincere il Grande Fratello.
Poche settimane fa ho spiegato che, per mettere da parte una piccola fortuna, basta venire a fare le pulizie illegalmente in Svizzera. Oggi posso rivelare che aprire un asilo privato a Ginevra è la strada migliore per diventare miliardari.
Ce ne sono pochissimi, tutti costosi, tutti schiacciati da interminabili liste d’attesa, e anche quando sei tra i pochi eletti che ci entrano, l’offerta didattica si muove sulle tre ore al giorno per tre o quattro giorni alla settimana. Di pranzo neanche a parlarne.
A rigor del vero va detto che esistono anche gli asili nido comunali, ma entrarci è ancora più difficile che in Italia, quindi noi non ci abbiamo neanche provato.
Il jardin d’enfance di madame Joneau è uno dei più richiesti di Ginevra, soprattutto dagli stranieri, perché è un asilo bilingue inglese e francese.
Io lo avevo già chiamato da Roma mesi fa, e mi era stato detto che per quest’anno c’era già una lunga lista d’attesa. Ma arrivato a Ginevra, durante un pietoso porta a porta in cui chiedevo asilo a tutti gli asili della città, mi sono ritrovato anche lì.
Miss Mackenzie, la gelida amministratrice inglese, mi ripete quello che mi ha detto al telefono, ma io chiedo di riempire comunque un modulo per la richiesta d’iscrizione. Dopo averlo compilato seduto su un piccolo banco giallo, lo riconsegno a Miss Mackenzie. Lei lo scorre velocemente per vedere se ho risposto a tutto, finché arriva a un punto in cui, visibilmente turbata, dice: “Oh, oh, wait a minute here…”.
Ho capito subito la situazione e le ho detto che mi ero dimenticato di dirle che nella nostra famiglia siamo due papà. “No, no, it’s not that”, mi ha detto lei senza neanche staccare gli occhi dal foglio. “Is this the company where your partner works?”, mi ha chiesto indicandomi la casella “professione” di Manlio. Sì, sì, è proprio quella, perché? “We have a coprorate agreement with them. Your daugthers are now on top of our waiting list”.
Insomma, che eravamo due papà non le fregava nulla. L’importante era l’azienda. Saltavamo immediatamente in cima alla lista d’attesa grazie alla multinazionale per cui lavora il mio compagno. Che grande paese la Svizzera.
In realtà poi c’è voluta un’estate intera per riuscire a ottenere quei due posti tanto agognati, e io ho chiamato e bussato alla porta dell’asilo talmente tante volte che alla fine, durante la famosa telefonata finale con la preside, mi sono dovuto scusare per la mia insistenza.
“No need to apologize, monsieur Rossi Marcelli”, mi ha detto lei con un accento sempre più francese, “You did a good job”. Sentire Madame Joneau che mi faceva i complimenti mi ha fatto venire voglia di piangere e di abbracciarla, di ringraziare Alessia Marcuzzi e tutta la redazione del programma e di dedicare la mia vittoria al pubblico a casa, che mi ha seguìto, che mi ha votato e che ha capito che io sono vero.
Il giorno seguente, dopo aver ritrovato un certo autocontrollo, mi sono letto con calma la lettera di benvenuto che mi aveva inviato Miss Mackenzie.
I nuovi compagni di asilo delle mie figlie si chiamano: Toko, Federico, Martin S., Sophie, Louis, Martin der G., Aliénor, Artiom, Antonio, Sofia, Daniel, Uon, India e Lilia. Insomma, una specie di Assemblea generale dell’Onu in miniatura. E pensare che, solo pochi mesi fa, litigavo con la scuola materna di Roma che voleva imporci l’ora di religione.
da Internazionale
Don't nuke me
.jpg)
Le risposte giuste alle domande sbagliate sono perlomeno inutili ma, spesso, anche pericolose. E il nucleare è una pericolosa risposta ad una pessima domanda.
4/9/2010: A Venezia più di mille persone partecipano alla prima manifestazione per il no al nucleare, portando sul red carpet tutto un altro film di questo paese e della voglia di ribellarsi che lo attraversa. Applausi a scena aperta.
5 / 9 / 2010
Mostra del Cinema, Venezia. Applausi. “Don't nuke me”: finalmente un film diverso, un newrealismo italiano con bravissimi attori tutti non professionisti. Presa diretta, camera a mano e tutto in esterni, perché non parla – o solo indirettamente – dei palazzi e delle stanze del potere, delle decisioni prese su un canovaccio scritto da mediocri cricche di affaristi che cricche di attori professionisti della compagnia politicienne inscenano poi nel teatro della democrazia, per convincere un pubblico il cui unico potere, del resto, coincide con il suo obbligo: pagare il biglietto.
“Don't nuke me” è un film virale. Chi lo vede ne è protagonista e lo può replicare, ampliare, diffondere, radicalizzare, perché il soggetto del film è, in fondo, semplice e lineare: “ribellarsi è giusto” (che è anche il sottotitolo), di fronte alla violenza che viene scaricata sulle vite di tutti, sulle comunità locali, sulla nostra terra e sull'ecosistema, reclamare indietro la sovranità è giusto, costruire un'autodifesa è giusto.
Il primo ciack l'hanno girato il 4 settembre oltre 1000 persone che, partendo da Venezia, Padova, Chioggia e Vicenza, si sono ritrovate al Lido di Venezia, dando vita ad un corteo colorato, vivace, determinato a testimoniare che non c'è spazio né per il nucleare né per altri veleni in questa terra già martoriata dalla chimica, dai rifiuti e dalla generazione di energia sporca.
La prima autodifesa è riprendersi il potere delle parole, del linguaggio:
Le parole per sempre conterranno il loro potere.
Le parole offrono la via al significato
e per quelli che ascoltano mostrano la verità.
E la verità è che c'è qualcosa di orribilmente sbagliato in questo mondo.
Giustizia, libertà, dignità sono più che solo parole: sono prospettive.
(liberamente ascoltato da V per Vendetta)
Il potere delle parole ci dice che se il nucleare è la risposta giusta, allora il problema è la domanda. Che è evidentemente sbagliata.
Una domanda che si chiede come mettere ancora una volta, e ancora di più, tutto un pianeta a disposizione del profitto e dell'accumulazione. Una domanda che si chiede come esercitare controllo, come ingabbiare la vita di tutti e di ciascuno nelle forme e nei modi che siano utili a mantenere in piedi un sistema di nessi sociali e produttivi che ha portato a ciò che abbiamo di fronte: società allo sfascio, ingiustizie insopportabili, predazioni indegne di beni comuni, disastri ambientali e l'esaurimento delle risorse necessarie alla vita.
Una domanda che non si chiede come restituire giustizia e dignità ovunque, ora e subito, che non si chiede come consegnare ai nostri figli un mondo in cui vivere sia più bello di ora.
Una domanda ricca di bilanci ma non di prospettive, di interessi miserabili ma non di slanci e di entusiasmi.
Una domanda che non è nemmeno intelligente quel poco sufficiente a comprendere che l'accumulazione infinita non può avere un futuro in un mondo finito. Una domanda che in realtà non può essere diversa da sé stessa perché parte dai presupposti sbagliati: che la legge zero della dinamica sia il mercato.
Poiché le risposte giuste alle domande sbagliate non servono a nulla – e sono spesso molto pericolose – mostrare un altro film, veramente newreal, significa rigettare non solo la riposta irricevibile, ma anche la domanda. Significa sparigliare, portare sconcerto al concerto ordinato dei fiati e dei tromboni, cambiando la chiave e le regole degli s-partiti.
Ora le domande le fanno i ladri di biciclette, partendo dalla vita reale di tutti e di ciascuno, che parla di terre avvelenate, di clima che cambia, di beni comuni, di cura e preservazione, di reddito insufficiente e di bios che proprio si è scocciato di essere ritenuto e messo a servizio in tutto il suo tempo, le sue attitudini, la sua potenza, financo nel suo dna.
Non ci dispiace affatto per il disappunto dei vari partiti democratici che non riescono più a condurre i dibattiti autistici sui loro palcoscenici: non solo non siamo più disposti a pagare il biglietto, né a rimanere in platea, ma addirittura smontiamo e rimontiamo i palchi, i copioni, gli spartiti. Presa diretta.
La produzione di energia oggi è come il portare acqua con un secchio pieno di buchi. La risposta giusta alla domanda sbagliata consiste nel continuare ad aggiungere secchi pieni di buchi. È ovvio che la risposta giusta è pericolosa e la domanda è sbagliata, per chiunque abbia una prospettiva diversa dal vendere sempre più acqua senza curarsi di quante ce n'è, arraffare il malloppo e poi.. ah già. E poi?
Noi tutte e tutti, che subiamo il comando, paghiamo l'acqua e siamo quelli che lavorano portando i secchi e svuotandoli dove ci viene detto, abbiamo deciso che vogliamo vedere un altro film. Che vogliamo scrivere un altro film. A partire dalla domande giuste, che si chiedono come si costruisce indipendenza per tutte le comunità ovunque, come si costruisce la possibilità di godere e condividere invece che di consumare e arraffare, come si garantiscono giustizia e dignità invece che comando e precarietà. Chiedono che la vita si autodetermini come più le aggrada invece che come è utile alla produzione. Si chiedono come si garantisce il reddito a tutte e a tutti – in ogni forma a partire dall'energia e dai beni comuni necessari e utili ad una buona vita – invece che un salario di indubbia indecenza.
In definitiva, prima di recepire le risposte – e pagarle di tasca nostra – vogliamo ridiscutere le domande. A cosa serve l'energia? Quanta ne serve? Chi la comanda e chi decide cosa serve e a chi serve? Per il momento a rispondere è il mercato che non è conosciuto per dare risposte oneste nemmeno alle domande che lo interessano.
Non è vero che l'uranio durerà per millenni, per lo meno non avendo lo stesso prezzo di ora e non richiedendo la stessa energia di ora per essere estratto e lavorato.
Non è vero che il nucleare non produce anidride carbonica e in generale non incide sui cambiamenti climatici; e lo farà in misura esponenzialmente crescente mano a mano che l'uranio disponibile richiederà sempre più energia per essere reso utile. E ciò avverrà tanto più velocemente quanto maggior uso se ne farà.
Non è vero che il nucleare è più conveniente di altre fonti energetiche. Non lo è energeticamente, quanto meno considerando che il 30-40% dell'energia che produce serve solo ad esistere, ovvero a costruire e smantellare fisicamente le centrali. Non lo è economicamente, almeno se si mettono a bilancio tutti i costi nescosti nella fiscalità generale.
Del resto, la maggiore convenienza consiste nelle spese che non si fanno. Incrociando i dati di un rilancio nucleare in italia con le previsioni prudenti dell'energy outlook dell'unione europea si scopre che le centrali che potremmo avere nel 2030 produrrebbero circa un terzo dell'energia che potremmo semplicemente non usare investendo nella ricerca sull'efficienza energetica. Ovvero, potremmo, con investimenti molto minori, non dover usare almeno tre volte tanta energia quanta ne produrremmo con la quantità di centrali nucleari che possiamo pensare di costruire (senza contare i costi energetici di costruzione, smantellamento e quelli senzafine di gestione dello stoccaggio).
Quanta intelligenza serve per trarne una conclusione?
Non è vero che le centrali sono “sicure”: riprendiamoci il potere delle parole e della conoscenza. La statistica ed il rischio tecnologico non spariscono per compiacere al mercato. Con sviariati trilioni di dollari in sviluppo e ricerca nell'ar co di 30 anni è ragionevole aspettarsi che con una prospettiva di crescita che arrivi al 30% di produzione mondiale di energia elettrica con il nucleare ci si attenda un incidente grave quanto Cernobyl ogni 50 anni. E a scalare si aggiungono proporzionalmente gli incidenti “meno gravi”, in numero crescente e maggiormente diffusi quanto “minore” ne è la gravità.
Non è vero che il confinamento delle scorie è un problema risolto: non esiste un solo deposito al mondo ritenuto sicuro, a meno che con “sicuro” non si intenda “sicuro di non essere svelato per quello che è”. Per restituire la cifra (anche umoristica) della sfida basta considerare che una commissione del governo USA incaricata di trovare un sistema simbolico efficace per segnalare un pericolo mortale a qualsiasi essere umano nel futuro, ha fallito. Non è sorprendente, considerando che si tratta di trasmettere un messaggio lungo un arco temporale 100 volte più lungo di tutta la storia del linguaggio umano.
Se allora esisteranno ancora gli insulti, certamente riguarderanno in buona misura noi, i cari antenati che con molto poca eleganza lasciarono allegramente in eredità milioni di tonnellate di scorie radioattive per centinaia di migliaia di anni a venire.
Ma ciò per molti potrebbe anche essere un trascurabile dettaglio di folklore.
Ciò che non è trascurabile è invece il fatto che l'organizzazione della rete energetica è connessa e isomorfa alla gerarchia delle leve di comando, ovvero alla rete complessa di nessi e dispositivi che determina, configura, costringe l'accesso ai mezzi per la soddisfazione dei nostri bisogni ed i mezzi stessi, e perimetrano le nostra attività, incanalandoci nelle pipelines utili alla produzione e, in generale, all'estrazione di ricchezza da ogni istante della vita, a partire dai deisideri.
Sorgenti e produzioni centralizzate e militarizzabili, e militarizzate, come gli idrocarburi ed il nucleare, escludono a priori ogni democraticità nell'organizzarne l'utilizzo e la distribuzione, e quindi nel definire e governare le forme e i modi del vivere, contemporaneamente riversando sui popoli la doppia nemesi degli sconvolgimenti ambientali, che rendono inospitali frazioni sempre più ampie del pianeta, e dei conflitti che necessariamente sono innescati dal drenaggio delle risorse, energetiche e non, verso i nodi centrali dell'accumulazione di ricchezza.
Come mantenere tutto ciò il più a lungo possibile è esattamente la pessima domanda per cui il nucleare è una delle ottime risposte, poiché contribuisce per un breve periodo di tempo a vestire il re.
Luca Tornatore da GlobalProject
mercoledì 1 settembre 2010
LA "PAGELLA SOCIALE" ELABORATA DAL SOLE 24 ORE COLLOCA LA PUGLIA AL PENULTIMO POSTO
Fra le regioni italiane la Puglia si è collocata al penultimo posto nella "pagella sociale" compilata dal quotidiano Il Sole-24 Ore e dal Centro studi Sintesi che ha preso in esame l'evoluzione degli ultimi dieci anni dei progressi socio-economici delle Regioni che si avviano verso il Federalismo in diversi settori.
Prima in graduatoria la regione Lazio seguita da Lombardia e Veneto, che hanno fatto più progressi dal 2000. Per elaborare la classifica sono stati presi in esame 43 indicatori suddivisi in otto macroaree: ambiente, credito, demografia e famiglia, dinamiche economiche, governance regionale, istruzione, mercato del lavoro e salute. La Sardegna è ultima, unica a raccogliere un punteggio finale negativo, sotto la media con l’eccezione dell’Ambiente dove ha registrato la dinamica migliore fra tutte le Regioni. Nella graduatoria generale dopo Lazio (15 punti), Lombardia e Veneto (con 14 punti), si sono collocati al 4/o posto ex equo con 12 punti il Trentino Alto Adige, l’Emilia Romagna, la Liguria e le Marche; all’8/o con 10,5 punti il Friuli Venezia Giulia e la Toscana; al 10/o con 8,5 punti la Valle d’Aosta e il Piemonte; al 12/o con 8 punti l’Abruzzo; al 13/o con 7,5 punti ex equo Basilicata e Molise; al 15/o con 7 punti la Campania; al 16/o con 6,5 l’Umbria; al 17/o con 4 punti ex equo Puglia e Sicilia, al 19/0 con 2 punti la Calabria e al 20/o col punteggio -1 la Sardegna.
Prima in graduatoria la regione Lazio seguita da Lombardia e Veneto, che hanno fatto più progressi dal 2000. Per elaborare la classifica sono stati presi in esame 43 indicatori suddivisi in otto macroaree: ambiente, credito, demografia e famiglia, dinamiche economiche, governance regionale, istruzione, mercato del lavoro e salute. La Sardegna è ultima, unica a raccogliere un punteggio finale negativo, sotto la media con l’eccezione dell’Ambiente dove ha registrato la dinamica migliore fra tutte le Regioni. Nella graduatoria generale dopo Lazio (15 punti), Lombardia e Veneto (con 14 punti), si sono collocati al 4/o posto ex equo con 12 punti il Trentino Alto Adige, l’Emilia Romagna, la Liguria e le Marche; all’8/o con 10,5 punti il Friuli Venezia Giulia e la Toscana; al 10/o con 8,5 punti la Valle d’Aosta e il Piemonte; al 12/o con 8 punti l’Abruzzo; al 13/o con 7,5 punti ex equo Basilicata e Molise; al 15/o con 7 punti la Campania; al 16/o con 6,5 l’Umbria; al 17/o con 4 punti ex equo Puglia e Sicilia, al 19/0 con 2 punti la Calabria e al 20/o col punteggio -1 la Sardegna.
venerdì 27 agosto 2010
Regione Salento? No grazie

I problemi italiani sono tanti, a partire dall'immoralità della classe politica che ci governa fino ad arrivare alla crisi economica che, nonostante i proclami delle TV, non accenna a risolversi. Difatti sono ben due anni che si annuncia la "luce in fondo al tunnel" ma chissà come mai la cassa integrazione e i licenziamenti aumentano costantemente. In un periodo quindi in cui il Governo non riesce a governare perchè impegnato a risolvere i problemi del Premier e quelli interni del Pdl ecco che qualcuno ha l'idea geniale di rilanciare la Regione Salento tanto per sviare l'attenzione pubblica verso altri lidi. La connessione tra Governo e Regione Salento è presto svelata visto che, chi ha lanciato l'idea è notoriamente molto vicino al ministro Fitto.
Davanti all'incapacità di governare la crisi e di risolvere le problematiche del mezzogiorno ecco che settori della politica che fanno riferimento ai soliti noti lanciano l'idea della Regione Salento. Qualcuno ci deve spiegare perchè questi settori molto supportati dall'emittenza locale invece che pensare di risolvere le problematiche serie che attanagliano sia le popolazioni del Sud che l'Italia intera si concentrano su argomenti risibili e senza alcuna prospettiva. Alcune televisioni salentine dovrebbero spiegare invece come mai nessuna voce critica si è mai alzata contro questo Governo di chiaro stampo leghista ed antimeridionalista anche quando sono andati contro i loro interessi (i tagli all'emittenza locale) a differenza dei loro colleghi del barese.
Si sa che il Pdl pugliese è colpevolmente disarmato ed inerme di fronte allo strapotere e all'arroganza leghista e quindi cerca periodicamente di propinare agli elettori falsi problemi da risolvere ovviamente con altrettante false soluzioni giusto per coprire il disinteresse verso i nostri reali interessi. L'incapacità quindi della classe politica pugliese che siede al Governo a far fronte agli interessi della Puglia e del Mezzogiorno si traduce in proclami populisti ed anti storici così come appunto lo spauracchio dei baresi e la prospettiva della Regione Salento.
Ma in un mondo globalizzato dominato da potenze che hanno miliardi di cittadini - lavoratori che senso ha rinchiudersi in una autonoma ed autoreferenziale entità amministrativa? Con quali risorse e mezzi le tre province del tacco d'Italia potrebbero competere nel mercato mondiale sia dei grandi servizi che del turismo se non inserite in un "Sistema - Puglia" che dovrebbe far riferimento ad un altrettanto "Sistema - Italia" ? Pensate davvero che la panacea di tutti i mali sia creare città stato nelle quali grociolarsi delle proprie (poche) risorse? Evidentemente il leghismo che sta impedendo da venti anni di ri-creare il sistema Italia sta espandendosi anche al Sud dove nascono piccoli e grandi leghismi locali che qualcuno sfrutta per logiche di potere.
Regione Salento quindi come risposta all'esigenza di sviluppo o invece come soluzione per appagare l'ego di qualcuno che non riuscendo a governare a Bari da qualche anno cerca di crearsi una nuova Regione da espugnare?
da GrandeSalento.org
«Questa canzone è del 1961. È la prima che ho scritto [il primo singolo, "Nuvole barocche/E fu la notte", non lo considera un "suo" prodotto, NdR] e mi ha salvato la pelle; se non l'avessi scritta, probabilmente, invece di diventare un discreto cantautore, sarei diventato un pessimo penalista.»
Fabrizio De André, 1993
FABRIZIO DE ANDRE' - LA BALLATA DEL MICHE'
Quando hanno aperto la cella
era già tardi perché
con una corda al collo
freddo pendeva Michè
Tutte le volte che un gallo
sento cantar penserò
a quella notte in prigione
quando Michè s'impiccò
Stanotte Michè
s'è impiccato a un chiodo perché
non voleva restare vent'anni in prigione
lontano da te
Nel buio Michè se n'è andato sapendo che a te
non poteva mai dire che aveva ammazzato
soltanto per te
Io so che Michè
ha voluto morire perché
ti restasse il ricordo del bene profondo
che aveva per te
Vent'anni gli avevano dato
la corte decise così
perché un giorno aveva ammazzato
chi voleva rubargli Marì
L'avevan perciò condannato
vent'anni in prigione a marcir
però adesso che lui s'è impiccato
la porta gli devono aprir
Se pure Michè
non ti ha scritto spiegando perché
se n'è andato dal mondo tu sai che l' ha fatto
soltanto per te
Domani alle tre
nella fossa comune sarà
senza il prete e la messa perché d'un suicida
non hanno pietà
Domani Michè
nella terra bagnata sarà
e qualcuno una croce col nome la data
su lui pianterà
E qualcuno una croce col nome e la data
su lui pianterà.
Carcere ancora morte: Sulmona (Aq): detenuto di 31 anni ritrovato morto in cella, forse si è suicidato con il gas
Sulmona (Aq): detenuto di 31 anni ritrovato morto in cella, forse si è suicidato con il gas
Ansa, 26 agosto 2010
Ancora un detenuto morto nel carcere di Sulmona. Si tratta di Raffaele Panariello, 31 anni, di Castellammare di Stabia (Napoli), trovato morto nella sua cella. Dopo un primo esame, sembrava che la causa del suo decesso potesse essere riconducibile a cause naturali o addirittura ad una orvedose, particolare che aveva destato non poche preoccupazioni. Infatti, in un carcere di massima sicurezza come quello abruzzese è preoccupante che possa circolare droga tra i detenuti.
Poi, nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata la comunicazione da parte di Angelo Urso, segretario nazionale della Uil-Pa penitenziari, primo a parlare di un suicidio attuato con l’inalazione di gas. Per fare chiarezza, il Procuratore della Repubblica del tribunale di Sulmona, Federico De Siervo, ha disposto l’autopsia per oggi: l’esame autoptico sarà svolto in giornata presso l’ospedale di Sulmona e potrebbe chiarire definitivamente le cause del decesso. Sulla vicenda sta indagando la squadra anticrimine del commissariato che ha già provveduto ad ascoltare i due compagni di cella del 30enne boschese, i quali al momento del fatto erano usciti per l’ora d’aria.
Dall’inizio dell’anno, nelle celle del carcere di Sulmona si sono già suicidati quattro detenuti. E pochi giorni fa un detenuto dello stesso penitenziario - noto come “carcere dei suicidi” - aveva tentato di uccidersi dando fuoco ad un materasso dell’infermeria dove era ricoverato. “Purtroppo - afferma in una nota Angelo Urso - è il 44esimo suicidio che si registra nelle carceri italiane ed è avvenuto in un istituto tristemente noto per casi del genere. La situazione del sovraffollamento, della carenza di risorse umane di tagli nei bilanci, di scarsità di mezzi e strumenti di lavoro non fa più notizia”.
Panariello era un tossicodipendente ed era finito in carcere nel 2006. Mentre era detenuto ai domiciliari presso la sua abitazione del rione popolare “Piano Napoli” di Boscoreale, picchiò e drogò la moglie, F.R. allora appena 22enne, per poi fuggire di casa ed essere raggiunto dai carabinieri solo dopo 24 ore di latitanza. L’uomo, agli arresti domiciliari per reati contro il patrimonio, fu denunciato dalla propria consorte per violenza, minacce e percosse. Dopo le 20 di una serata come tante quando, probabilmente in piena crisi d’astinenza, Panariello iniziò ad inveire contro la donna, perché lei si rifiutava di assolvere ai doveri coniugali. Dopo un po’, dalle parole l’uomo passò ai fatti, schiaffeggiando la moglie e costringendola, a suon di calci e pugni, ad ingerire a forza alcune compresse si sonnifero. Mentre la moglie era intontita dai sonniferi, Panariello afferrò una siringa, sciolse un po’ di cocaina e gliela iniettò nel braccio. Dopo quella folle vendetta, il pregiudicato fece perdere le sue tracce per un giorno, fino al suo arresto.
da Indymedia
Ansa, 26 agosto 2010
Ancora un detenuto morto nel carcere di Sulmona. Si tratta di Raffaele Panariello, 31 anni, di Castellammare di Stabia (Napoli), trovato morto nella sua cella. Dopo un primo esame, sembrava che la causa del suo decesso potesse essere riconducibile a cause naturali o addirittura ad una orvedose, particolare che aveva destato non poche preoccupazioni. Infatti, in un carcere di massima sicurezza come quello abruzzese è preoccupante che possa circolare droga tra i detenuti.
Poi, nel tardo pomeriggio di ieri è arrivata la comunicazione da parte di Angelo Urso, segretario nazionale della Uil-Pa penitenziari, primo a parlare di un suicidio attuato con l’inalazione di gas. Per fare chiarezza, il Procuratore della Repubblica del tribunale di Sulmona, Federico De Siervo, ha disposto l’autopsia per oggi: l’esame autoptico sarà svolto in giornata presso l’ospedale di Sulmona e potrebbe chiarire definitivamente le cause del decesso. Sulla vicenda sta indagando la squadra anticrimine del commissariato che ha già provveduto ad ascoltare i due compagni di cella del 30enne boschese, i quali al momento del fatto erano usciti per l’ora d’aria.
Dall’inizio dell’anno, nelle celle del carcere di Sulmona si sono già suicidati quattro detenuti. E pochi giorni fa un detenuto dello stesso penitenziario - noto come “carcere dei suicidi” - aveva tentato di uccidersi dando fuoco ad un materasso dell’infermeria dove era ricoverato. “Purtroppo - afferma in una nota Angelo Urso - è il 44esimo suicidio che si registra nelle carceri italiane ed è avvenuto in un istituto tristemente noto per casi del genere. La situazione del sovraffollamento, della carenza di risorse umane di tagli nei bilanci, di scarsità di mezzi e strumenti di lavoro non fa più notizia”.
Panariello era un tossicodipendente ed era finito in carcere nel 2006. Mentre era detenuto ai domiciliari presso la sua abitazione del rione popolare “Piano Napoli” di Boscoreale, picchiò e drogò la moglie, F.R. allora appena 22enne, per poi fuggire di casa ed essere raggiunto dai carabinieri solo dopo 24 ore di latitanza. L’uomo, agli arresti domiciliari per reati contro il patrimonio, fu denunciato dalla propria consorte per violenza, minacce e percosse. Dopo le 20 di una serata come tante quando, probabilmente in piena crisi d’astinenza, Panariello iniziò ad inveire contro la donna, perché lei si rifiutava di assolvere ai doveri coniugali. Dopo un po’, dalle parole l’uomo passò ai fatti, schiaffeggiando la moglie e costringendola, a suon di calci e pugni, ad ingerire a forza alcune compresse si sonnifero. Mentre la moglie era intontita dai sonniferi, Panariello afferrò una siringa, sciolse un po’ di cocaina e gliela iniettò nel braccio. Dopo quella folle vendetta, il pregiudicato fece perdere le sue tracce per un giorno, fino al suo arresto.
da Indymedia
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