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mercoledì 18 novembre 2009

Italia, White Christmas, l'iniziativa della Lega per un Natale senza immigrati


I vigili controlleranno casa per casa i cittadini stranieri

Sindaco e assessori della Lega hanno lanciato nel Bresciano, più precisamente a Coccaglio, l'operazione White Christmas. Obiettivo ripulire la cittadina dagli extracomunitari entro il venticinque dicembre. Secondo Claudio Abiendi, assessore leghista, nonchè promotore dell'iniziativa, il Natale non deve essere considerata come la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana. Fino al venticinque dicembre, dunque, i vigili urbani del piccolo paese di settemila anime si recherenno casa per casa a suonare il campanello di circa quattrocento extracomunitari. Chi di loro verrà trovato col permesso di soggiorno scaduto da sei mesi senza aver avviato le pratiche per il rinnovo, vedrà la propria residenza cancellata d'ufficio.
L'iniziativa del paese bresciano ha ottenuto l'appoggio delle gerarchie leghiste a livello nazionale, ma una parte della cittadina si è scagliata contro il provvedimento. Esponenti del mondo cattolico hanno infatti sottolineato con forza come non spetti alla Lega l'appannaggio della festa del Natale.

da PeaceReporter

Un bianco Natale senza immigrati
Per le feste il comune caccia i clandestini


Brescia, il comune leghista di Coccaglio lancia l'operazione "White Christmas"
I vigili casa per casa a controllare gli extracomunitari: chi non è in regola perde la residenza
Obiettivo: "Far piazza pulita" dice il sindaco. E l'assessore alla Sicurezza afferma
"Natale non è la festa dell'accoglienza ma della tradizione cristiana"


di SANDRO DE RICCARDIS
BRESCIA - A Coccaglio la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L'amministrazione di destra - sindaco e tre assessori leghisti, altri tre Pdl - ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione "White Christmas", come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.

Un nome scelto proprio perché l'operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l'ideatore dell'operazione, l'assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi "per me il Natale non è la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità". È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. "Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio".

L'idea dell'operazione intitolata al Natale nasce dopo l'approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell'Anagrafe sugli stranieri. Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008, diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex Jugoslavia tra i più presenti. "Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare Claretti - vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia".

A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. "È solo propaganda - dice l'ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra - Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d'integrazione. L'unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c'è stato sotto la nuova amministrazione".

L'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città. "Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov'era domenica scorsa? Io a Brescia dal Papa", replica Abiendi, che si definisce "tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992". Poi enumera i risultati dell'operazione "Bianco Natale": "Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150 ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati". E ora al modello Coccaglio guardano anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l'hanno già copiato. Lo scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la "White Chistmas" ha avuto l'appoggio convinto dello stato maggiore del partito. "Il ministro Maroni è un uomo pratico - dice ora Claretti - ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici". Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. "Forse è stato infelice. Ma l'operazione scadrà proprio quel giorno lì".

da LaRepubblica

COMUNICATO STAMPA DELL'OSSERVATORIO PERMANENTE "MORIRE DI CARCERE"

di Francesco Morelli
Diciassette anni, si impicca nel carcere minorile di Firenze
Era dentro per un tentato furto: ma possibile che servisse davvero la galera?
Aveva diciassette anni, veniva dal Marocco, si è impiccato ieri pomeriggio con un lenzuolo nella doccia del carcere minorile di Firenze, dove era detenuto in attesa di giudizio per tentato furto: il suo nome non lo conosciamo, sappiamo che prima dell’arresto viveva in un paese in Provincia di Lucca, Aulla, dove lavorava come operaio. È stato arrestato il 3 agosto scorso, mentre cercava di rubare degli orologi esposti in una vetrina della stazione ferroviaria.
Questo ragazzo è il SESSANTACINQUESIMO detenuto che si uccide dall’inizio dell’anno, ma con nostro OSSERVATORIO PERMANENTE “MORIRE DI CARCERE” abbiamo raccolto almeno altri 20 casi di morti “oscure” accadute nel 2009, che abbiamo indicato come decessi per “cause da accertare” (vedi allegato): 85 dall’inizio dell’anno e, questi, sono soltanto la metà dei decessi, perché almeno altrettanti detenuti sono morti per malattia, o per overdose di farmaci e droghe.

Per ritrovare il suicidio di un minorenne bisogna andare indietro di 6 anni: era il 4 gennaio 2003 e successe nell’Istituto Penale Minorile di Casal del Marmo (RM). Il 25 luglio di quest’anno, invece, un ragazzo di 19 anni si è tolto la vita nell’IPM di Bari ed aveva la stessa età anche il detenuto cileno che si è impiccato il 10 settembre scorso nel carcere di Castrovillari (CS): nel complesso, 20 dei detenuti 65 suicidi avevano meno di trent’anni e altri 20 avevano dai 31 ai 41 anni.

“Dispiace parlare di carcere solo quando avvengono fatti tragici”, qualcuno sta dicendo ora in televisione. Questo dispiacere, questo disagio, questo improvviso interesse per le morti da galera però non bastano, non possiamo pensare che serva un suicidio al giorno per tener desta l’attenzione e che un po’ alla volta nemmeno questo sarà più sufficiente.

“Le nostre carceri per la metà sono fuorilegge”, ha dichiarato il ministro Alfano. Allora qualcuno dovrebbe anche spiegare che senso ha che uno Stato, che non rispetta a sua volta la legge, mostri la faccia dura a un ragazzo colpevole di un tentato furto.

Non dobbiamo quindi solo interrogarci sulle morti in carcere, ma anche sul senso di un uso della galera come parcheggio per tutto quello che ci dà fastidio. È questa, oggi, la dimostrazione che per certe categorie di persone la certezza della pena esiste eccome: si può andare in carcere a diciassette anni per tentato furto.

Ma qualcuno proverà un po’ di vergogna all’idea di far parte di una società dove un ragazzino sta in carcere per tentato furto e gante che corrompe, truffa, mette sul lastrico migliaia di famiglie se ne sta tranquillamente fuori, magari ad attendere la prescrizione dei suoi reati? E non ci dicano che questa è demagogia, no, questa è vita, questo è quello che vediamo ogni giorno nelle carceri: ragazzi sempre più giovani in celle sempre più affollate. E il sovraffollamento non significa solo poco spazio, significa soprattutto che le carceri oggi sono per lo più luoghi senza speranza, e allora può succedere anche che ci si uccida a diciassette anni.

Le soluzioni ci sono, basta avere il coraggio di andare controcorrente, e cominciare a pensare a pene diverse dalla galera, invece di continuare a contare i morti e a fingere che QUESTE CARCERI possano farci sentire più sicuri.

Ilva e diossina: tutti sapevano, nessuno si e' mosso

L’ultimo intervento della magistratura è del 3 novembre scorso quando, su mandato della Procura di Taranto, la guardia di finanza ha sequestrato quattro pontili nello scalo portuale utilizzati dall’acciaieria più grande d’Italia per lo sbarco delle materie prime e l’imbarco dei prodotti finiti.
Si contestano violazioni in materia ambientale, tra cui lo stoccaggio di rifiuti speciali. L’Ilva avrebbe operato senza autorizzazioni.
Tra i denunciati, Luigi Capo-grosso, direttore dello stabilimento. È l’ennesimo colpo su una città martoriata dall’inquinamento, la “Seveso del sud” l’hanno ribattezzata gli ambientalisti. Con la differenza che se a Seveso, nel 1976, l’inquinamento da diossina fu un fatto repentino (un guasto a un reattore provocò lo sprigionarsi di una nube tossica che avvelenò la popolazione, inquinò l’ambiente), a Taranto la diossina sparge morte lenta “da 45 anni” denuncia Peacelink, l’associazione che ha smascherato lo stato dei fatti nel 2005. Da allora sappiamo che a Taranto si produce il 90 per cento della diossina italiana, l’8,8 per cento del totale europeo e che il formaggio prodotto a Taranto è contaminato e per questo oltre mille capi di bestiame l’anno scorso sono stati abbattuti, con grave danno per le aziende zootecniche della zona.

Eppure i dati sulla diossina erano pubblici, bastava leggere il registro Ines, inventario nazionale delle emissioni e delle loro sorgenti. In città si chiedono dove fossero gli organi di controllo, le istituzioni, cosa faceva la politica locale, nazionale. Gli europarlamentari, anche quelli italiani, già dal 2001 conoscevano il pericolo. Gliene dava conto la Commissione europea nel promemoria “Strategia comunitaria sulle diossine, i furani e i bifenili policlorurati”. La notizia la dà, di nuovo, Peacelink. Con quella nota la Commissione spiegava che “le autorità di regolamentazione hanno esternato timori per gli effetti negativi che l’esposizione a lungo termine a quantità anche infinitesimali di diossine e PCB (i bifenili policlorurati, ndr) può produrre sulla salute umana e sull’ambiente”. Esortando a “informare l’opinione pubblica”, avvertiva che “la sinterizzazione dei minerali ferrosi potrebbe diventare in futuro la fonte principale di emissioni industriali”. Gli europarlamentari italiani avrebbero dovuto sapere che proprio in Italia, a Taranto è ubicato l’impianto di sinterizzazione di minerali ferrosi più grande d’Europa. Un colosso che si estende per una superficie che è il doppio di quella della città che lo ospita. Gioia e dolore dei tarantini, 13mila occupati nello stabilimento, 20mila con l’indotto. Il ricatto occupazionale tiene sotto scacco da sempre la città, paralizza le istituzioni, spesso non ostili o addirittura complici. “Occorreva informare gli abitanti – dice Alessandro Mare-scotti, presidente dell’associazione – ma nulla è stato fatto. Anzi, si facevano pascolare le pecore attorno all’impianto e i consumatori, ignari, consumavano prodotti contaminati da diossine, furani e PCB”.

Un mese fa la Asl di Taranto ha riscontrato la contaminazione anche nelle uova dei pollai di Martina Franca, 20 chilometri a nord di Taranto. “La diossina – dice Marescotti – può avere un impatto sulla salute di chi consuma ma anche di chi non è ancora nato. Le donne in età fertile o in stato di gravidanza dovrebbero essere tutelate”. In due anni già due mamme hanno scritto a Peacelink denunciando la malattia dei figli. Un ventenne colpito da linfoma linfoblastico (la denuncia è del settembre scorso) e l’altro, un bambino nato con la labiopalatoschisi, una malformazione della bocca. Daniela, sua mamma, due anni fa raccontò: “Nello stesso mese, nello stesso ospedale di Taranto si sono avuti 4 casi simili”.

“L’unico atto concreto finora – afferma l’ingegnere Biagio De Marzo, ex capoufficio tecnico all’Ilva, componente di Peacelink e dell’Ail, associazione italiana contro le leucemie – è stata la legge regionale che nel 2008 ha imposto alle industrie pugliesi il limite europeo di 0,4 nanogrammi per metro cubo di tossicità equivalente per le emissioni di diossina. Una legge purtroppo depotenziata dal compromesso firmato nel febbraio scorso tra Governo e Regione Puglia, con la regia del sottosegretario Gianni Letta”. La legge imponeva all’Ilva una riduzione progressiva della diossina entro date prestabilite. “Il compromesso istituzionale – spiega De Marzo - ha fatto slittare il primo termine da aprile 2009 a giugno 2009, e quindi via via tutti gli altri. Di questo passo come si farà a rispettare la data del 2010?”. Rimane il paradosso che mentre la Regione, proprio perché spinta dalle pressioni degli ambientalisti sul caso IIva, è riuscita a uniformarsi agli standar del resto dei paesi europei, l’Italia ancora non lo fa. Il decreto legislativo 152/2006 prevede infatti un limite alle emissioni di diossina molto superiore, “pari a 10 mila nanogrammi in concentrazione totale, e 333 per tossicità equivalente!” spiega De Marzo. Secondo Peacelink il decreto sarebbe peraltro viziato da incostituzionalità perché avrebbe dovuto attenersi a quanto prescritto dalla legge delega (la 308 del 2004) che sanciva il rispetto dei principi e delle norme comunitarie “e palesemente non lo ho fa fatto”.

Taranto intanto è spaccata tra quanti hanno proposto un referendum popolare per la chiusura dello stabilimento e quanti invece ne difendono la vita in nome dell’occupazione. Per ora ci ha pensato il consiglio comunale a sbloccare il dilemma. Il referendum avrebbe dovuto tenersi in primavera, in concomitanza delle elezioni regionali. Troppo scomodo. E con i soli voti dei consiglieri di maggioranza si approva una modifica al regolamento sul referendum consultivo che fa slittare il tutto.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21870/48/

Termini Imerese, gli operai occupano il municipio

Fiat trasferirà la produzione Lancia in Polonia
Circa 200-300 operai dello stabilimento Fiat di Termini Imerese e dell'indotto hanno
occupato il municipio del Comune a 35 km da Palermo.
Questa mattina, dopo un'assemblea davanti ai cancelli della fabbrica, le tute blu si erano messe in marcia verso il centro abitato. Adesso l'occupazione, come conferma il segretario della Uilm Vincenzo Comella.

Sindacati e lavoratori sono riuniti in assemblea con il sindaco Salvatore Burrafato, per concordare una linea comune sulla vertenza contro il piano dell'azienda di stoppare dal 2011 la produzione automobilistica nell'impianto siciliano. La nuova Lancia Y, infatti, sara' realizzata in Polonia.

Gli operai chiedono di fissare un incontro con il ministro Claudio Scajola, prima che la Fiat presenti ufficialmente il piano industriale. Senza questi due passaggi "staremo qui ad oltranza", dicono.

Proprio oggi sono partire le ulteriori due settimane di cassa integrazione.

http://www.rainews24.it/it/news.php?newsid=134199

Acqua, il governo la privatizza a colpi di fiducia

Il governo ha posto la fiducia sul decreto Salva-infrazioni che contiene anche la riforma dei servizi pubblici locali, compresa l'acqua. A prendere la parola il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, il quale ha aggiunto che la fiducia sarà votata su un "maxiemendamento" con un testo "identico" a quello approvato dalla commissione che "è identico a quello arrivato dal Senato". Protestano le opposizioni parlamentari. 'Mugugni" anche dalla Lega. Prende corpo l'ipotesi di un referendum

Fallisce il tentativo delle opposizioni in parlamento di fermare la privatizzazione dell'acqua.
Il decreto legge 'salva-infrazioni' del ministro Andrea Ronchi per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia europea viene 'blindato' dal governo con l'apposizione della fiducia nell'aula della Camera.
Il testo resta quindi quello uscito dal Senato, dove è stata introdotta anche la liberalizzazione dei servizi pubblici locali, tra cui la gestione dell'acqua. E' su questo punto che si sono incentrati la maggior parte dei 177 emendamenti di Pd, Idv e Udc, che però, vista la questione di fiducia, decadono automaticamente.

Le opposizioni avevano tentato di 'stoppare' il provvedimento anche con due questioni pregiudiziali (appoggiate dall'Idv) che sono state respinte dalla maggioranza. Le pregiudiziali chiedevano di non procedere all'esame del decreto vista "l'eterogeneità" delle norme, che "non sarebbero connesse alle finalità originarie del decreto" licenziato da Palazzo Chigi per evitare 'multe' salate in sede europea. E anche perché, per alcune misure, "non ci sarebbero i requisiti di necessità e urgenza".
Nel corso dell'iter a Palazzo Madama sono state aggiunti 13 articoli ai 21 originari. Visto l'ampliarsi del testo il decreto è stato quindi bollato come l'ennesimo caso di "provvedimento omnibus".

Tra le norme che più preoccupano e indignano c'è la liberalizzazione dei servizi pubblici locali (prevista dall'articolo 15), che comprende la gestione dell'acqua. Anche se nel testo si precisa che la proprietà pubblica del bene acqua dovrà essere garantita. Una modifica sostenuta dalla lega che pure ancora oggi la giudica "insufficiente". Tanto che il vicepresidente dei deputati del Carroccio, Marco Reguzzoni, spiega che pur -non essendo in dubbio il voto sulla fiducia posta dal Governo al decreto legge salva-infrazioni- "il Carroccio non nasconde la sua insoddisfazione per le norme sull'acqua previste dal provvedimento", preannuncia "la presentazione di un ordine del giorno al decreto", e non esclude la presentazione "di modifiche già in Finanziaria".

L'articolo 15 prevede che la gestione dei servizi pubblici locali sarà conferita "in via ordinaria" attraverso gare pubbliche e la gestione in house sarà consentita soltanto in deroga e "per situazioni eccezionali". Questa formulazione, è la denuncia delle opposizioni parlamentari e del mondo dell'associazionismo, apre la strada alle privatizzazioni.
Non rientrano nella riforma la disciplina della distribuzione del gas naturale e dell'energia elettrica, il trasporto ferroviario regionale e le farmacie comunali.

"Pochi grandi gruppi faranno affari d'oro a discapito dei cittadini che subiranno l'aumento delle tariffe dell'acqua", la vicepresidente del Partito democratico, Marina Sereni, interviene così nell'aula di Montecitorio. "Sconcerto, rammarico e arrabbiatura - dice Sereni - perché il ministro Vito, riproponendo come una pratica burocratica l'ennesimo voto di fiducia, mostra disprezzo e scarsa stima verso il Parlamento e i deputati, anche quelli della maggioranza. Non avete avuto il coraggio di discutere e di stralciare l'articolo 15 - continua la vicepresidente Pd rivolgendosi al governo - perché non vi fidate neanche dei vostri parlamentari. Avete passato il segno, ma non sento levarsi nessuna voce libera da parte del centrodestra". "Vi state abituando ad una pratica che è anche contro di voi - ha detto Sereni rivolgendosi ai parlamentari del Pdl -, contro la vostra libertà di giudizio, contro la vostra dignità di parlamentari della maggioranza. Questo provvedimento sarebbe stato approvato in pochissimo tempo, con un voto unanime di questo Parlamento, se voi aveste accettato di stralciare l'articolo 15, un articolo importante che riguarda i servizi pubblici locali, che voi non avete il coraggio di discutere, non volete discutere. Voglio capire come farete ad andare a spiegarlo ai sindaci, ai vostri comuni".

Verdi e IdV annunciano di essere pronti ad un referendum. "L'Italia dei Valori continuerà ad essere impegnata su questo fronte, promovendo un referendum, da abbinare eventualmente a quello contro il nucleare e, in caso, anche a quello contro la prescrizione breve", spiega il portavoce Leoluca Orlando.
"Con la privatizzazione progressiva dell'acqua, e il rischio che essa diventi proprietà di strutture e società private - ha detto Orlando in una conferenza stampa - i nostri territorio saranno spogliati della democrazia. Pensate a cosa accadrà dove c'è mafia, camorra, e n'drangheta, visto che la criminalità è nata proprio controllando l'acqua sul territorio. Solo che ora non avremo tanti piccoli don che magari controllano i pozzi in un latifondo, ma multinazionali con il monopolio della distribuzione dell'acqua nei centri urbani. Si tratta di una drammatica mortificazione della democrazia". Ha parlato di "offesa alla democrazia" il capogruppo dell'Italia dei valori alla Camera Massimo Donadi che in Aula ha dichiarato: "Per la diciottesima volta in questa legislatura umiliate il Parlamento, offendete la democrazia, ormai senza più alcun ritegno. Ormai è diventata davvero una formalità burocratica: il ministro Vito viene qui, con aria distratta ci dice che ancora una volta in questo Parlamento non si discute dei problemi del Paese e una maggioranza appecoronata si guarda tutta contenta, perché per una giornata non lavora. Questo è il livello a cui abbiamo ridotto i lavori parlamentari" ha detto Donadi che ha denunciato il rischio di "dare a poche lobby multinazionali" un bene "che dovrebbe essere un diritto sacrosanto di ogni essere umano".
"Dobbiamo dire ai cittadini italiani - ha spiegato Donadi - che allo Stato, ai comuni, agli enti pubblici resteranno soltanto i costi di manutenzione di una rete idrica che già oggi fa acqua da tutti i lati nel vero senso della parola e lasceremo il rubinetto - ma non quello dell'acqua, quello dei soldi - a poche aziende multinazionali, che sulla pelle degli italiani lucreranno".

Critiche anche da parte del deputato Udc Giuseppe Vietti che parla di "prevaricazione nei confronti della Camera" e si domanda "se è normale, in un assetto bicamerale come è quello del nostro Parlamento, che un decreto-legge venga trattenuto da una delle Camere per 45 giorni, che quella Camera intervenga pesantemente sul merito del provvedimento accrescendone vieppiù l'eterogeneità, introducendo addirittura ex novo intere materie, e poi questa Camera che si trova messa di fronte all'alternativa o la fiducia o niente".

Trattare il tema dell'acqua così come si sta facendo in questi giorni in Parlamento è "irresponsabile". Lo affermano Federconsumatori e Adusbef, secondo cui "non vi è solo una questione di metodo, per cui si intende liquidare alla svelta la questione, anche attraverso ipotetici voti di fiducia, ma vi sono anche questioni di merito assai rilevanti". Prima fra tutte la decisione di privatizzare "in termini definitivi e tassativi la gestione del servizio idrico, passando cioè da un monopolio naturale a un monopolio privato, senza poter contare, in questo modo, sulla concorrenza di mercato e, secondo l'esperienza che nel Paese già si è fatta, determinando maggiori tariffe per questo servizio. La seconda questione - osservano le due associazioni - è che tale legge espropria i poteri degli enti locali, e, teoricamente, delle cittadinanze locali in merito al servizio idrico". "Noi siamo pre-giudizialmente contrari ad affidare una risorsa fondamentale come l'acqua, considerato un bene dell'umanità, in mano a privati - dichiarano Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef - Per tale motivo ci siamo opposti e ci opporremo in maniera molto determinata a tale operazione. Qualora non ci siano sussulti di ‘dignità parlamentare' che determinino uno scorporo delle normative sulla questione del servizio idrico, metteremo in campo tutte le iniziative in nostro potere perché tale misura non diventi operativa, a partire dalla raccolta di firme per un Referendum abrogativo".
Cancellata tale norma, "si apra finalmente nel nostro Paese una riflessione istituzionale sul sistema idrico, sulla razionalizzazione e sulla gestione funzionale dello stesso, basandosi sui criteri fondamentali di efficienza ed efficacia, che devono trovare spazio nella gestione pubblica. Inoltre, a differenza di altri settori dei servizi pubblici, la copertura economica del servizio idrico - osservano - si dovrà realizzare sia attraverso le tariffe da parte delle famiglie, e sia da parte della fiscalità generale, con norme chiare e trasparenti".

http://www.aprileonline.info/notizia.php?id=13527

Emiliano: accelerare su Vendola "Con Udc e Idv la partita è aperta"

il Pd risponde subito: Vendola è anche il nostro punto di partenza

«Bisogna accelerare sulla candidatura di Nichi Vendola». Michele Emiliano rompe gli indugi. Al governatore che annuncia di essere pronto a misurarsi nelle primarie manda a dire che non c´è più tempo da perdere. «A questo punto si deve candidare», sostiene il sindaco un attimo prima di entrare in consiglio comunale. La partita con l´Udc, a suo giudizio, è tutt´altro che chiusa.

«Se facciamo vedere che siamo determinati su Nichi Vendola, lo Scudocrociato capirà che non ci sono altre soluzioni», spiega. Emiliano manda un messaggio anche ad Adriana Poli Bortone. «Mi auguro - afferma - che non ci si dimentichi tanto facilmente, in cambio di una candidatura, tutto quello che Adriana Poli Bortone ha subito in questi anni dal Pdl e da Raffaele Fitto».

Emiliano varca la soglia dell´aula un attimo dopo la votazione all´unanimità della cittadinanza onoraria a Rita Levi Montalcini. Ad attenderlo c´è Antonio Matarrese, al debutto da consigliere della Puglia prima di tutto, che si lancia in un abbraccio affettuoso. In apertura, arriva la fumata bianca anche per l´elezione dei tre esperti nella commissione Pari opportunità. Nel segreto dell´urna si consuma uno strappo nel centrodestra: Nicoletta Gabriele, candidata del Pdl, viene battuta da Michela Leone, indicata dalla lista Simeone. Riesce a ottenere la meglio grazie al gioco di sponda fra Giuseppe Loiacono, capogruppo del movimento, e Giuseppe De Santis, consigliere Pd, che chiamano a raccolta tutti i consiglieri ex Psi. L´esito della votazione rischia di innescare una fase di contrapposizione. Sotto accusa è Domenico Cea, coordinatore delle forze di minoranza: per lui c´è chi ipotizza una mozione di sfiducia. Per il centrosinistra, invece, tutto secondo copione: in commissione Pari opportunità vengono elette Marilena Marrazzo e Teresa Massari.


Slitta alla prossima seduta, invece, il provvedimento che introduce il divieto di abbattere le facciate dei palazzi del quartiere Murattiano costruiti prima del 1954. L´assessore all´Urbanistica, Elio Sannicandro, accoglie la richiesta unanime dei consiglieri comunali. La delibera sarà prima discussa in Circoscrizione, il cui parere sarà acquisito dal consiglio.

Finisce nel congelatore anche il Piano particolareggiato di Loseto: l´assessore Sannicandro ritira il provvedimento, che provoca comunque mal di pancia anche in maggioranza per via della trasformazione di alcuni suoli agricoli in aree edificabili, in attesa di sapere dalla Regione se sia o meno necessaria la procedura di valutazione ambientale stategica.

Sannicandro finisce nel mirino del centrodestra, in qualità di assessore allo Sport, per la concessione di contributi alle associazioni sportive, compreso il Coni di cui è presidente regionale, in piena campagna elettorale e per la candidatura di Bari per le Olimpiadi 2020, dichiarata irricevibile dal Coni. L´assessore fa troppe cose e ne sbaglia altrettante - è la tesi della mozione di Pdl e lista Simeone, respinta dal centrosinistra - Spesso si sostituisce anche ad altri assessori, creando confusione.

http://bari.repubblica.it/dettaglio/Emiliano:-accelerare-su-VendolaCon-Udc-e-Idv-la-partita-e-aperta/1781802

FRANCO BATTIATO - INNERES AUGE



FRANCO BATTIATO - INNERES AUGE

come un branco di lupi
che scende dagli altipiani ululando
o uno sciame di api
accanite divoratrici di petali odoranti
precipitano roteando come massi da
altissimi monti in rovina.

uno dice che male c’è a organizzare feste private
con delle belle ragazze
per allietare primari e servitori dello stato?

non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare
anche gli extra a dei rincoglioniti?

che cosa possono le leggi
dove regna soltanto il denaro?
la giustizia non è altro che una pubblica merce…
di cosa vivrebbero
ciarlatani e truffatori
se non avessero moneta sonante da gettare come ami fra la gente.

la linea orizzontale
ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
inneres auge, das innere auge
con le palpebre chiuse
s’intravede un chiarore
che con il tempo e ci vuole pazienza,
si apre allo sguardo interiore:
inneres auge, das innere auge

la linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.
la linea orizzontale ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito.

ma quando ritorno in me,
sulla mia via, a leggere e studiare,
ascoltando i grandi del passato…
mi basta una sonata di corelli,
perché mi meravigli del creato!

Da un carcere minorile in Italia 64° suicidio


Doriana Goracci
Sarò breve a scrivere, copio solo righe di cronaca,forse tanto quanto avrà impiegato ad uccidersi, impiccandosi al bagno, un giovane marocchino che stava per compiere 18 anni, a Firenze, in un carcere, l’Istituto penale minorile Meucci.Va aggiornato il Dato del Dossier Morire di Carcere: 64 suicidi dall’inizio dell’anno, totale 155 morti.
Doriana Goracci

Dall’Ansa

Si è ucciso alla vigilia del suo diciottesimo compleanno, schiacciato da una detenzione che non sopportava più. Un ragazzo marocchino si è impiccato nell’ istituto penale minorile Meucci di Firenze. Era arrivato lì da poco tempo. Le forze dell’ ordine lo avevano sorpreso a Lucca mentre cercava di rubare. Tentato furto era l’accusa per cui era detenuto: il processo era stato fissato per il 23 novembre prossimo. Una storia di solitudine e di disagio profondo quella del giovane venuto dal Magreb e finita in un penitenziario.

“Era solo ed aveva bisogno di un altro tipo di assistenza”, rivela Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze. Forse gli addetti non hanno capito il suo disagio, così come i suoi compagni di cella non hanno intuito che qualcosa di tragico si stava consumando a un metro da loro. E tra chi si occupa di giustizia minorile ora c’é sconforto e dolore. Sono le 18, è il momento della doccia. Tocca al giovane marocchino: poche parole con gli altri tre detenuti e l’ ingresso nel bagno. Il ragazzo ha già deciso tutto: porta con sé un lenzuolo lo bagna, lo arrotola, lo lega stretto alle sbarre della finestra del bagno. Poi apre l’ acqua della doccia, forse per coprire eventuali rumori: sale su una scarpiera, si lega il lenzuolo al collo, si lascia cadere e muore impiccato. Il giudice non lo vedrà, mentre della sua vicenda si sta già interessando il sostituto procuratore della repubblica di Firenze Tommaso Coletta. A scoprire il cadavere del giovane sono stati gli agenti della sorveglianza, chiamati dai compagni di cella che non vedendo uscire il magrebino dal bagno si sono allarmati. Lo hanno chiamato più volte. Dal bagno nessuna risposta, solo il rumore dell’ acqua aperta nella doccia. Così sono intervenuti gli agenti che hanno scoperto il ragazzo con il lenzuolo al collo. C’é stato un tentativo per rianimarlo, ma subito i soccorritori si sono accorti che nulla era possibile fare per salvarlo.

E dopo la morte del ragazzo, Corleone lancia l’ ennesimo allarme. “In questo anno i suicidi, gli episodi di autolesionismo e le morti in carcere sono stati troppi. E anche per quello minorile di Firenze si comincia a parlare di sovraffollamento. Una sezione è chiusa per carenza di personale e nell’ altra abbiamo registrato anche fino a 28 presenze: troppe. Dobbiamo avere il coraggio di avviare un discorso nuovo. Serve più coraggio. Serve una struttura aperta e non il microcarcere che scimmiotta quello per adulti. Questo ragazzo non aveva bisogno del carcere, ma di altro”.

Dalla banda di caricamento… un saluto per chi non si è “integrato”

video e link su
http://www.reset-italia.net/2009/11/18/da-un-carcere-m...
da Indymedia

Nel Cie di Ponte Galeria tra diritti negati e lo spettro dell'influenza A


di Anna Pizzo
Il tam tam si era diffuso nel pomeriggio di domenica: un recluso nel Cie di Ponte Galeria sarebbe morto in seguito a un infarto e un altro sarebbe in gravi condizioni a causa dell’influenza A. Entrare nel Cie non è semplice: possono farlo solo i parlamentari nazionali e quelli regionali e comunque sempre previa autorizzazione da parte del Prefetto. Nel mio caso, in quanto consigliera regionale debbo anche avere la richiesta controfirmata dal Presidente del Consiglio. Fortunatamente avevo già l’appuntamento, preso la scorsa settimana dopo aver letto le dichiarazioni del garante dei detenuti sulle difficili condizioni in cui versavano i reclusi a causa del mal o non funzionamento del riscaldamento.
Arrivo alle dieci del mattino e non trovo il nuovo direttore, che si è semi insediato da poche settimane. C’è il vice, che invece è al Cie dal 1998 ed è a lui che rivolgo tutte le domande che nei giorni seguenti si sono accumulate. È vero che è morta una persona di infarto e un’altra è grave perché contagiata dal virus HiN1? Mi risponde che una persona con ischemia cerebrale è stata portata giovedì scorso al San Camillo ed è ancora lì in osservazione; le sue condizioni non sarebbero gravi. Che una seconda persona è stata portata domenica all’ospedale Grassi per sospetta influenza A ma che il Grassi lo avrebbe inviato allo Spallanzani per far svolgere gli accertamenti. Che l’esito del tampone non è ancora pervenuto e che, comunque, il malato era poco malato dal momento che si è allontanato dall’ospedale e ha fatto perdere le proprie tracce.
È vero, chiedo ancora, che i reclusi sono senza riscaldamento e con poche coperte? Risponde che è vero, che loro hanno fatto presente la cosa alla Prefettura che a sua volta ha fatto presente la cosa al demanio il quale non ha aocnroa provveduto a un sopralluogo per valutare l’entità dei lavori e i costi. È altresì vero che ciascuno ha una coperta ma non ce ne sono abbastanza per darne due a tutti. Ed è anche vero che oltre al riscaldamento non funzionante, non funzionano neppure i bagni così alcuni reparti, soprattutto al femminile, sono stati chiusi.
È vero, chiediamo infine, che ultimamente il Cie si è di nuovo riempito delle retate fatte nei campi rom? Risponde che lui non è tenuto a sapere da dove vengono i reclusi ma che comunque è vero, dei circa 250 reclusi, molti sono i rom.
Andiamo a parlare con alcuni di loro, nati in Italia e che ovviamente non dovrebbero stare in un Cie [Centro identificazione ed espulsione] perché non possono essere espulsi in nessun paese. E con altri, affetti da patologie per le quali dovrebbero stare in ospedale e non in un luogo così disagiato. E con altri ancora che hanno fatto domanda di asilo politico e dunque dovrebbero stare in un Cara [Centro asilo rifugiati] e non in un Cie. Ognuno di loro ha una storia, una famiglia, dei figli. Molti sono stati presi nell’ultimo “censimento” [chiamano così le schedature di massa che si susseguono nei campi] al campo di via di Salone. Questa volta è toccato a loro, la volta precedente il Cie era pieno di quelli di Casilino 900. La volta prossima a chi toccherà?
Chiediamo al vice direttore se è vero che la Croce rossa dovrà lasciare il Cie perché l’appalto sarebbe stato vinto da altri forse il Consorzio Connecting People o forse l’Arciconfranternita della Misericordia? Il vice direttore non conferma né smentisce, si limita a dire che la loro gestione è stata prorogata fino a fine dicembre. Poi si vedrà. Aggiunge, ma solo perché si sappia, che il ministro preferirebbe la Croce rossa…
Ho mandato una lettera con un elenco di piccole e macroscopiche incongruità che ho riscontrato nella mia visita di oggi al Cie al Prefetto. L’ho già fatto molte volte in passato e l’esito è stato sempre lo stesso: nessuno mi ha mai risposto. Dirò le stesse cose mercoledì alle 18 al centro sociale ex Snia nel corso dell’assemblea cittadina alla quale ho deciso di prendere parte.

da Carta

Il supermarket della droga alla periferia di Madrid

“Due uomini sono stesi su un vecchio materasso sotto un debole sole autunnale. Un altro, con i vestiti stracciati, non dà segni di vita, riverso sulla striscia di cemento che circonda la chiesa di Santo Domingo. Di fronte, nella spianata piena di polvere e spazzatura, decine di giovani sono seduti sull’immondizia iniettandosi dosi di eroina”. È il reportage del Guardian da un quartiere alla periferia di Madrid diventato il più grande supermercato europeo della droga.

Almeno diecimila persone vengono ogni giorno a Cañada Real Galiana, un agglomerato di case abusive, per comprare droga, nella totale mancanza di controlli da parte delle forze dell’ordine. “Alcuni uomini robusti sono seduti su una sedia pieghevole e osservano gli affari: alcuni in cerca di droga si aggirano sulla strada principale, i pusher che li richiamano si nascondono dietro a dei cancelli di ferro, dentro alle zone che sono di proprietà dei trafficanti. Le case abusive sono state costruite con i soldi del traffico di eroina e di crack. Passano alcune macchine della polizia, ma sembrano non dare disturbo all’instancabile attività di chi compra e chi vende”, racconta il giornale.

Alcune associazioni di volontariato sono presenti nel quartiere. “Ho lavorato vent’anni in Venezuela”, racconta un operatore, “ma non ho mai visto una situazione del genere. Alle nove del mattino e alle tre di notte, a Cañada Real Galiana c’è un affollamento da fare invidia a qualsiasi locale notturno di Madrid”.

La mancanza di un interesse politico ha permesso ai narcotrafficanti spagnoli di costruire il proprio quartier generale nella zona, senza che i propri affari fossero disturbati. Il quartiere, abitato da trentamila persone, si snoda lungo una vecchia strada chiamata Cañada Real. Le case abusive sono abitate da persone molto diverse: ci sono gli immigrati, molti provenienti dal Marocco, ci sono i nomadi spagnoli e i rom romeni che vivono in comunità separate e ci sono interi edifici controllati dai narcotrafficanti.

Recentemente il comune ha mandato delle ruspe per abbattere le costruzioni abusive, ma i palazzi controllati dalla criminalità non sono stati toccati. L’amministrazione locale sta cercando di far passare una legge che, entro il prossimo anno, risani la situazione a Cañada Real. “Ma non ci sono abbastanza fondi per costruire case popolari per la gente che abita nel quartiere”, afferma Elena Utrilla, consigliere del Partito popolare nell’amministrazione regionale di Madrid.

Molti degli abitanti del quartiere vivono a Cañada Real da quarant’anni e fino a tre anni fa sembra che il quartiere non fosse così pericoloso. “Ci vorranno almeno due anni per sanare la zona dal momento in cui verranno trovati i soldi per farlo. Per ora c’è solo un autobus che passa di qui, il 339. Lo chiamano l’autobus dei tossici”, conclude il giornale.

da Internazionale

martedì 17 novembre 2009

LECCE - La Finanza alla Lupiae

Le Fiamme gialle hanno sequestrato faldoni di documenti ed atti amministrativi della Lupiae servizi. Sotto la lente gli anni di gestione Siciliano-De Iaco, coincidenti con il governo cittadino di Poli Bortone

La Guardia di finanza fa visita alla Lupiae servizi e si porta dietro un po' di faldoni. Documenti, atti e libri contabili della società municipalizzata sono finiti sotto la lente delle Fiamme gialle che sono intervenute su mandato della Corte dei Conti che intende fare luce sulla gestione degli anni passati. In particolare, sul periodo in cui amministratore delegato della Lupiae era Gino Siciliano e presidente del Consiglio di amministrazione era Franco De Iaco. Gli anni coincidenti, in pratica, con il governo cittadino di Adriana Poli Bortone.
Da chiarire è se le risorse economiche a disposizione della società siano state spese in maniera oculata e rispondente alle regole o se invece i vertici non abbiano eseguito assunzioni ed affidato consulenze in maniera illegittima.
Secondo il centrodestra leccese, guidato da Paolo Perrone che è socio di maggioranza della Lupiae, non tutto, nella gestione Siciliano-De Iaco sarebbe andato nel verso giusto. Ecco spiegata l'azione di responsabilità di circa 3,5 milioni di euro da parte del primo cittadino, appoggiata anche dall'opposizione. Ed ecco partita, a quel punto, l'attività di verifica della Guardia di finanza.

da IlTaccoD'Italia

SHOCK NEL SALENTO Telefonate tra mandante dell'omicidio Padovano e l'ex sindaco Fasano

GALLIPOLI (LECCE) - Retroscena inquietanti dietro l’omicidio del vecchio capo della Sacra corona, Salvatore Padovano, freddato a colpi di pistola, la mattina del 6 settembre dello scorso anno, da un killer di origine siciliana. Riguardano il progetto di uccidere l’ex sindaco di Gallipoli ed ex patron della Squadra di calcio alla sua prima, storica promozione in serie B, nonché senatore della Repubblica, Vincenzo Barba, oggi onorevole del Pdl, e la moglie dell’ex capo bastone del sodalizio criminale, Anna Raeli.


Ma anche la circostanza emersa dalle intercettazioni telefoniche, secondo la quale, all’indomani del delitto, il consigliere del mandante dell’assassinio sarebbe stato l’av vo c at o Flavio Fasanodel Pd, già sindaco della città dello Jonio. A parlare dei retroscena è lo stesso stesso killer pentito, Carmelo Mendolìa, che con le sue dichiarazioni, ha fatto arrestare tre persone, accusate di essere uno il mandante dell’omicidio di Salvatore Padovano e gli altri i suoi fiancheggiatori. Il primo è Pompeo Rosario Padovano, fratello della vittima, ed i secondi, il cugino Giorgio Pianoforte e l’amico Fabio Della Ducata.

E se per il primo ormai c’è la certezza che si tratti del mandante, perché l’uomo è reo confesso, per gli altri due si tratta di fiancheggiatori ancora soltanto presunti. A sentire lo stesso Mendolìa, che avrebbe dovuto compiere anche gli altri due delitti, proprio Pompeo Rosario Padovano avrebbe ordinato l’eliminazione dell’uomo politico e della moglie di Salvatore Padovano. Il primo perché avrebbe ostacolato la sua scalata politica a Gallipoli, la seconda perché avrebbe allontanato il marito dalla famiglia e quindi anche dal fratello.
Dalle pesanti accuse, attraverso il proprio legale, l’avvocato Luigi Piccinni, Pompeo Rosario Padovano ha preso le distanze, ed ha chiesto pure scusa all’onorevole Barba, per il disagio che le rivelazioni di Mendolìa gli hanno creato.

Quanto all’avvocato Fasano, che di Pompeo Rosario Padovano un tempo è stato il legale di fiducia, si è detto vittima della capacità mimetica del pericoloso criminale. Questi, tornato libero dopo aver trascorso quasi 18 anni di carcere, aveva dato a tutti l’impressione di aver chiuso col passato di malavitoso, al punto da dedicarsi ad attività benefiche, non ultima la creazione di una cooperativa per portatori di handicap. La notizia dell’esistenza delle intercettazioni in cui più volte l’avvocato Fasano parla e dà appunto consigli al mandante dell’omicidio del vecchio boss della Scu, ha determinato l’alzata di scudi all’interno del partito. Ed in una conferenza stampa, il senatore del Pd Alberto Maritati, ha dichiarato: «Non possiamo difendere una persona solo perché ha la tessera del nostro partito».

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_dallapuglia_NOTIZIA_01.php?IDNotizia=284982&IDCategoria=11

Maruggio(TA), il sindaco cambia lo Statuto. Basta donne

Il sindaco di Maruggio, in seguito alle decisioni dei giudici che gli hanno imposto di nominare una donna assessore entro il 27 di questo mese, sta persuadendo in queste ore la signorina Chiego di entrare in giunta. Perché allora, se il sindaco si sta adoperando per sbrogliare la matassa, ha convocato il consiglio comunale per mercoledì 18 novembre? Per cambiare l’articolo 53 e dintorni dello statuto comunale. Ricordate l’articolo 53? E’ quello per effetto del quale i giudici hanno emesso la sentenza e ordinato al sindaco la presenza delle donne in giunta. Il sindaco porta in consiglio comunale l’articolo 53 per modificarlo. L’articolo in questione, se sarà modificato, conferirà il potere al sindaco di «tenere conto, per quanto possibile», di nominare una donna assessore. Il sindaco, dunque, potrà e non dovrà più «assicurare» la donna in giunta. Dai prossimi giorni in avanti, quindi, la donna in giunta sarà un forse. Gli uomini resteranno fissi al loro posto in giunta perché numericamente capaci di contarsi e contare, mentre la donna rimarrà in bilico perché sola e non più protetta. La donna per il piacere e non per il dovere di averla in giunta. Alla faccia delle leggi sulle «pari opportunità». Vedremo – in ogni caso – dove e come si muoveranno le due donne consigliere e, soprattutto, come reagiranno le donne della Consulta Femminile le quali, corre voce, non demorderanno. A loro dire c’è ancora qualcuno a cui non è valso lu spramièntu.

Nell’attesa che il consiglio comunale si riunisca per decidere in merito, vogliamo ricordare a chi ci legge che lo statuto comunale di Maruggio, in vigore dal 27 marzo 2003, fu voluto e disposto dal sindaco Vanni Longo per adeguarlo al Testo Unico degli Enti Locali. Il sindaco Longo, dobbiamo riconoscerlo, è stato l’antesignano della presenza delle donne in giunta. Prima dello statuto e dopo. Nel 1998, infatti, e fino al 2002, volle in giunta Anna Molendini. In seguito alle elezioni amministrative del 2002, Quel sindaco dall’apparenza maschilista, malgrado l’assenza di donne in consiglio, proseguì nel volere «assicurare» la presenza delle donne in giunta attraverso lo statuto comunale. Se fosse rimasto in vita, ne siamo certi, non avrebbe esitato un solo attimo a nominarne almeno una e a garantire per il futuro le altre.

Vogliamo ricordare, inoltre, che il famigerato articolo 53 («assicura» per dovere e non per piacere le donne in giunta) fu voluto da Quel sindaco e approvato dagli stessi consiglieri-assessori che oggi lo vogliono cambiare. Perché? Che paradosso: nel 2003, un consiglio tutto al maschile approvava uno statuto per «assicurare» le future donne in giunta, oggi, un consiglio di uomini e donne, si appresta ad approvare uno statuto per donne in giunta a tempo determinato. Che facezia.

Perché spezzare la continuità tra chi (saggio e protettivo, generoso e fedele alla parola data) ha voluto l’articolo 53 (per proteggere le donne dalle insidie) e i consiglieri che ieri lo approvarono e che oggi lo disapprovano? Perché il sindaco di oggi vuole cancellare la sostanza del suo stesso statuto? Perché definire “insensata” una donna (Anna Molendini) che si oppone a tutto questo? Perché il sindaco risponde al vetriolo alle legittime richieste di una donna (Anna Molendini) che rivendica «assicurazioni» per le donne di Maruggio? Perché non risolvere il problema nominando una donna assessore prima di mercoledì prossimo? Anche perché c’è una donna “interna” alla maggioranza, capacissima di fare l’assessore a tempo pieno e fino alla fine del mandato. O forse no?

Consulta Femminile Maruggio
da GrandeSalento.org

L'acqua in mano ai privati. Il decreto alla Camera. Ma la piazza organizza la protesta

Sbarca a Montecitorio la legge sugli obblighi comunitari, che contiene l'articolo 15 sulla privatizzazione della gestione idrica. Il Pdl insiste 'niente stralcio'. L'Idv: ''Norma gravissima'' e il Fime (Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua) ''L'acqua è un diritto umano'' e indice una manifestazione nazionale

Approda oggi alla Camera per la discussione generale il decreto legge sugli obblighi comunitari, che contiene anche l'articolo 15 sulla privatizzazione della gestione dell'acqua (VIDEO). Sulla richiesta di stralcio dell'articolo la maggioranza non intende assolutamente fare marcia indietro. Chi sperava che il sit in dei giorni scorsi davanti Montecitorio faccese cambiare idea all'esecutivo si sbagliava e lo stesso vale per il continuo tam tam che prosegue su facebook: la maggioranza ribadira' un secco 'no' allo stralcio anche in Aula.
"Abbiamo detto no in commissione e lo ribadiremo in Assemblea - scandisce all'ADNKRONOS la relatrice del provvedimento Anna Maria Bernini (Pdl) - In primis, perché nell'articolo in questione è contenuta una riforma dei servizi pubblici locali che riteniamo un modello molto soddisfacente di adeguamento alla normativa europea. In secondo luogo perché l'articolo 15 è il frutto della mediazione già realizzata al Senato in prima lettura".

L'Italia dei Valori intanto si prepara a denunciare "la gravità della norma sul servizio idrico". "Spiegheremo - annuncia Domenico Scilipoti - quali effetti comporterà la privatizzazione definitiva dell'acqua, perché - rimarca - è di questo, nei fatti, che si tratta". Ma per il parlamentare dell'Idv non è solo sbagliato il modo in cui l'articolo 15 disciplina il settore dell'acqua, ma anche il fatto che il governo abbia scelto di intervenire senza tenere "minimamente in considerazione che esiste una proposta di legge di inizitiva popolare firmata da ben 500mila cittadini e che chiede la ripublicizzazione del servizio idrico. Sarebbe stato giusto portarne avanti l'iter". Spero comunque che governo e maggioranza riflettano e stralcino l'articolo 15 in Aula perché l'acqua "non può essere trattata come una merce. Senza - scandisce - non si vive".

La battaglia, però, non finirà all'indomani dell'approvazione del decreto perché la società civile si sta già 'tirando su le maniche' per obbligare il governo a non lasciare l'acqua ai privati. A mettere in piedi i tasselli della lotta a difesa di questa preziosa risorsa, c'è, in particolare, il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, nato nel 2005 dalla decisione assunta da diverse realtà sociali di ritrovarsi per rendere più incisive le lotte in difesa dell'acqua facendola diventare una vertenza nazionale.

E' il segretario del Forum, Paolo Carsetti, a tessere il mosaico che punta a smontare l'impalcatura che, dalla legge Galli in avanti, sta convertendo l'acqua in una merce con tutte le coseguenze del caso. "Stiamo raccogliendo in tutta Italia e con successo - fa sapere all'ADNKRONOS - le firme affiché venga presentata presso ogni comune una delibera di iniziativa popolare in cui si afferma che l'acqua è un diritto umano e, di conseguenza, il servizio idrico non e' un servizio pubblico di rilevanza economica. Fatto da cui discende che la competenza sull'acqua è solo ed esclusivamente degli enti locali. Presentata la delibera - spiega Carsetti - il consiglio comunale e' tenuto a discuterne e, se approvata, obbliga alla scrittura di una norma che, in sostanza, affida l'acqua all'ente locale che la gestisce non in forma di Spa ma di ente di diritto pubblico, quindi senza dover soggiacere alla 'legge degli utili'".

http://www.acquabenecomune.org/
da Indymedia

FAUSTO AMODEI - SE NON LI CONOSCETE..........



Se non li conoscete
La canzone politica degli anni '70 (1970-1980)


Se non li conoscete guardateli un minuto
Li riconoscerete dal tipo di saluto.
Lo si esegue a braccio teso mano aperta e dita dritte
Stando a quello che si è appreso dalle regole
[prescritte.
È un saluto singolare fatto con la mano destra
Come in scuola elementare si usa far con la maestra
Per avere il suo permesso ad assentarsi e andare al
[cesso.

Ora li riconoscete senza dubbio a prima vista
Solamente chi è fascista
fa questo saluto qui.

Se non li conoscete è norma elementare
Guardare la maniera con cui sanno marciare
Le ginocchia non piegate vanno al passo tutti quanti
Chi sta dietro dà pedate nel sedere a chi sta avantij
Chi le piglia senza darle è chi marcia in prima fila
Chi le dà senza pigliarle siano in dieci o in
[diecimila
È chi un po' meno babbeo sta alla coda del corteo.

Ora li riconoscete senza dubbio a prima vista
Solamente chi è fascista
marcia in questo modo qui.

Se non li conoscete guardategli un po' addosso
L'organica allergia che c'hanno per il rosso
Non gli riesce di vedere senza scatti di furore
Fazzoletti o bandiere che sian di questo colore
Forse tu li paragoni a dei tori alle corride
Ma son privi di coglioni e il confronto non coincide
Si è saputo da un'inchiesta che li tengon nella testa.

Ora li riconoscete come se li aveste visti
Solamente dei fascisti
sembran tori ma son buoi.

Se non li conoscete guardate quanto vale
Quel loro movimento che chiamano sociale
Movimento di milioni ma milioni di denari
Dalle tasche dei padroni alle tasche dei sicari
Già eran chiare ad Arcinazzo le sue vere attribuzioni
Movimento ma del cazzo come le masturbazioni
Fatte a tecnica manuale con la destra nazionale.

Li riconoscete adesso che sapete chi li acquista
Solamente chi è fascista
sa far bene da lacchè.

Se non li conoscete guardate il capobanda
È un boia o un assassino colui che li comanda
Sull'orbace s'è indossato la camicia e la cravatta
Perché resti mascherato tutto il sangue che lo
[imbratta
Ha comprato un tricolore e ogni volta lo sbandiera
Che si sente un po' l'odore della sua camicia nera
Punta a far l'uomo da bene fino a quando gli conviene.

Ora lo riconoscete Almirante è sempre quello
Con il mitra e il manganello
ben nascosti nel gilet.

Se non li conoscete pensate alla lontana
Ai fatti di Milano e di Piazza Fontana
Una volta andavan solo con 2 bombe e in bocca un fiore
Mentre adesso col tritolo fan la fiamma tricolore
E ora rieccoli daccapo contro la democrazia
Con un dì con la Gestapo ora invece con la CIA
Concimati dalle feci di quei colonnelli greci.

Ora li riconoscete sti fascisti ste carogne
Se ne tornino alle fogne
con gli amici che han laggiù.

Crocifisso in aula, blitz neofascista nella sede del Partito radicale

Questo articolo risale al 12 novembre 2009.
Ecco i bravi ragazzi della destra nazionale italiana.

Lanciati volantini offensivi e inchiodati pezzi di legno a forma di croce
Le vittime: "Cultura violenta, impregnata dell'illiberalità del dogma"
Crocifisso in aula, blitz neofascista nella sede del Partito radicale

ROMA - Alcuni militanti di Lotta Studentesca, movimento giovanile vicino al gruppo neofascista Forza Nuova, hanno fatto irruzione nella sede romana dei Radicali, lanciando volantini e affiggendo crocifissi. La notizia è stata diffusa dall'ufficio stampa dei Radicali. Il senatore radicale Marco Perduca ha denunciato il blitz in aula al Senato.
Secondo le prime ricostruzioni, i militanti di Lotta studentesca hanno fatto esplodere una bomba carta davanti all'ingresso della sede in via di Torre Argentina, per poi entrare nel palazzo e gettare per le scale diversi volantini offensivi nei confronti dei radicali. Tre, in totale, i crocifissi che sono stati introdotti nell'edificio. Il primo sul portone, al terzo piano, dove sono stati "inchiodati" due pezzi di legno a forma di croce. L'altro, simile, è stato appeso su un muro vicino alla porta. Il terzo, infine, è stato abbandonato per le scale.

Il blitz, avvenuto verso le 10:30 del mattino, è stato rivendicato dall'organizzazione neofascista, che ha annunciato di voler dare battaglia "per riportare i crocifissi nel nostro Paese, non solo nelle scuole ma anche negli edifici pubblici". "Si è trattato di un'azione pacifica - ha dichiarato il portavoce romano del gruppo, Roberto Benignetti - finalizzata alla critica della visione di un'Europa priva di quei valori che l'hanno costruita nei secoli: cristianità, nazione, popolo". I radicali, ha proseguito, "sono tra coloro che vorrebbero distruggere questi principi e svuotare l'Europa sia spiritualmente che moralmente. La sentenza sui crocifissi della corte di Strasburgo è un esempio di disgregazione dell'identità comune ai popoli europei". Ancora più estremista il coordinatore nazionale del movimento, Gabor De Arcangelis: "Non permetteremo a nessuno di imporre dogmi ultra-laicisti in Italia. Chi tenterà di rimuovere il crocifisso si troverà di fronte un muro umano guidato da Lotta studentesca".

Parole di rammarico sono arrivate da Demetrio Bacaro, segretario dell'Associazione Radicali Roma. "Credo che accusare proprio i radicali di voler imporre alcunché la dica lunga sull'ignoranza storico-politica di questi signori", ha commentato in una nota. "La loro è una cultura violenta, impregnata dell'illiberalità del dogma", ha aggiunto Bacaro: "Vedremo come si porrà politicamente l'amministrazione capitolina nei confronti di questi gesti, che sono certamente dimostrativi, ma violenti nella genesi dell'azione".
(12 novembre 2009)

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/scuola_e_universita/servizi/crocefissi-aule/crocefissi-lotta-studentesca/crocefissi-lotta-studentesca.html

da Antifa

La leggenda di "O'Mericano"


di Teo Lepore*
Tutti conoscono il nome d' “o' mericano”, in provincia di Caserta. Il suo è uno di quei nomi che non si pronunciano così per strada. Nicola Cosentino politico di Casal di Principe è conosciuto in ogni angolo di Terra di Lavoro, dai monti del Matese al litorale Domitio, da Sessa Aurunca a Maddaloni, passando per l'Agro Caleno. E si, l'Agro Caleno, un territorio formato da tanti piccoli paesi confinanti gli uni con gli altri: Sparanise, Calvi Risorta, Vitulazio, Pignataro Maggore, comune dove alle provinciali del 2005 Cosentino ottenne un numero di consensi in proporzione addirittura maggiore rispetto a quelli presi a Casal di Principe, suo paese natale.Ma procediamo per gradi. Oggi Nicola Cosentino è Sottosegretario di Stato

all'Economia e alle Finanze nel Governo Berlusconi, una carica istituzionale

importante che giunge dopo una brillante carriera politica iniziata, da giovanissimo, alla fine degli anni settanta. Dapprima diventa consigliere comunale in quella Casal di Principe che Roberto Saviano ha portato all'attenzione dell'opinione pubblica mondiale con il suo best seller “Gomorra”, poi passa alla provincia come consigliere e, dall'83 all'85, all'età di soli 24 anni, è Assessore provinciale con delega ai servizi sociali. Sempre nell'85, alla nuova tornata elettorale, Cosentino viene nominato Assessore alla Pubblica Istruzione e, non c'è due senza tre, nel 1990 ricopre la carica di Assessore provinciale all'Agricoltura.

Secondo i magistrati che in questi giorni hanno richiesto misure cautelari nei suoi confronti, è a partire dagli anni '90 che Cosentino si avvale di consolidati rapporti con il clan dei casalesi per ricevere un consistente ritorno elettorale. Nel 1995 riportando il 31,50% dei voti di preferenza espressi nella sola Provincia di Caserta, viene eletto Consigliere Regionale della Campania e, l'anno dopo, finalmente, approda in Parlamento con i favolosi 35.560 voti riportati nel collegio Capua-Piedimonte Matese. Da allora è un susseguirsi di successi, è membro della Commissione Parlamentare per le questioni regionali e della Commissione Difesa ma, dalla fine degli anni novanta in poi, il suo impegno è per il partito a cui appartiene, Forza Italia, di cui diventa coordinatore per la Provincia di Caserta e, dopo aver ricevuto divina investitura direttamente dalle mani di Silvio Berlusconi, assume la carica di coordinatore Regionale nel giugno del 2005. Sotto la sua guida, Forza Italia fa un balzo di ben 16 punti percentuali: dall’11% dei consensi registrati nelle elezioni regionali dell’aprile 2005 al 27% delle politiche di appena un anno dopo.
E diviene il primo partito della Campania.

Cosentino tesse, grazie agli incarichi ricevuti in questi anni, una fitta rete relazionale con politici, consiglieri, sindaci e amministratori di comuni grandi e piccoli, divenendo un vero e proprio Deus ex Machina della politica che conta, sia nel suo territorio d'origine e vero e proprio feudo, la provincia di Caserta, sia nel resto del territorio campano. Si dice che nulla si muova, soprattutto nel settore dei rifiuti, che non passi per la sua approvazione. Ma non è solo con la politica e con i suoi rappresentanti che Cosentino esprime le sue doti di politico navigato, conosce l'importanza dell'immagine e della comunicazione ed in molti raccontano di quelle sue frequenti visite alla redazione di un noto quotidiano casertano, accompagnato dal suo fedele ed immancabile autista “don Peppe”.

Tuttavia sono i rifiuti, a giudicare da quanto emerge dalle inchieste giudiziarie e dalle proverbiali malelingue dei casertani che “dal basso” hanno già emesso la propria personale sentenza, ad interessare l'attività dell'imprenditore casalese. La munnezza, nelle parole di molti pentiti, è oro. È oro perché smaltirla illegalmente rende enormi profitti, è oro perché i consorzi hanno a che fare con tutti i comuni, con le istituzioni e sono capaci di determinare equilibri importanti spostando rilevanti somme di denaro, è oro perché attraverso la gestione dei posti di lavoro legati alla filiera dello smaltimento, legale ed illegale, si ha la possibilità di tessere una solida e pervasiva rete clientelare. Soldi, voti e potere.

Un mix del genere mal si concilia con la litania della lotta tra Stato e Anti-Stato che si fronteggiano in una battaglia senza quartiere per la legalità. E lo sanno bene quanti, in provincia di Caserta ma non solo, hanno subìto la dura repressione poliziesca per aver osato opporsi ai progetti criminali generati da questo diabolico intreccio di potere. Lo sanno bene, ad esempio, gli abitanti di Santa Maria La Fossa, che hanno lottato contro l'ennesimo inceneritore made in Campania e targato FIBE, necessario a risolvere il problema rifiuti secondo Commissari Straordinari, Prefetti e Questori ed ora al centro delle dichiarazioni di Gaetano Vassallo. Secondo il pentito che, insieme ad altri cinque, è bene ricordarlo, tira in ballo il sottosegretario Cosentino l’”individuazione dei terreni [avvenne] da parte della criminalità organizzata, [...]

vi fu una forte pressione da parte di Michele e Sergio Orsi, insieme all’onorevole Cosentino e all’onorevole Landolfi (al tempo in cui Landolfi era alla commissione vigilanza RAI) e al sindaco di Santa Maria La Fossa, affinché si costruisse il termovalorizzatore dopo che era fallito il progetto di realizzare una discarica nello stesso posto. Era il periodo subito prima che fosse nominato Catenacci Commissario Straordinario per l’Emergenza Rifiuti in Campania[...]”. E pensare che Cosentino, l'onorevole Coronella ed il Sindaco di Santa Maria La Fossa, Abbate, andavano pure ai cortei contro l'eco-mostro, ma questa è un altra storia.

Michele e Sergio Orsi, entrambi DS, sono gli imprenditori che gestivano l'ECO4.

Quest'ultimo è stato per anni il braccio operativo per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti del consorzio Ce4, consorzio che raggruppa 18 comuni dell'area casertana.

L'Eco4 è stato oggetto di diverse inchieste che hanno coinvolto boss della camorra, politici (anche di rilievo nazionale, come il mondragonese onorevole Mario Landolfi di AN), imprenditori ed anche uno dei tanti sub commissari all'emergenza rifiuti che si sono susseguiti nel tempo, Claudio de Biasio. Nel 2006 i fratelli Orsi finiscono in manette, accusati di essere il tramite tra la camorra e la politica casertana. Uno dei due, Michele, decide di collaborare con i magistrati. Lo fa cominciando a parlare di un vero e proprio sistema clientelare basato su assunzioni chieste da politici e personalità di vario genere, tra cui spunta anche il Cardinale Sepe, oltre che di irregolarità nel sistema di smaltimento. Michele fa nomi illustri e il 1 giugno 2007, mentre si reca al bar per comprare delle bibite, un commando lo trivella di colpi in una piazza di Casal di Principe. Lo Stato non aveva ritenuto opportuno affidargli una scorta. Al funerale non c'erano rappresentanti istituzionali, a trasportare il feretro un carro funebre di un'azienda sottoposta a sequestro (poi dissequestrata) in un'inchiesta

della Dda sul boss Francesco Bidognetti, «Cicciotto 'e mezzanotte», ras di Casale di Principe ora in carcere. Anche quando muori, in Terra di Lavoro, paghi la tangente.

Secondo il pentito Vassallo in realtà dietro il consorzio ECO4 ci sarebbe l'on.

Cosentino: “quella società song’ io”, avrebbe affermato in uno dei tanti incontri tra i due. Ormai noto è l'episodio della busta gialla, busta contenente la tangente da 50mila euro che i fratelli Orsi, mensilmente, avrebbero dovuto versare al clan Bidognetti.

Sempre secondo Vassallo, la tangente veniva consegnata direttamente nelle mani dell'onorevole di Casal di Principe, a casa sua.

Gaetano Vassallo, tesserato di Forza Italia, socio dell'Eco4 e referente, per sua stessa ammissione, del clan Bidognetti all'interno di tale struttura, è l'uomo che per vent'anni ha inondato la Campania di rifiuti di ogni genere. È uno di quei personaggi che ha permesso a decine, centinaia di aziende di tutta Italia di tagliare i costi per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi prodotti. In che modo? Sversandoli nei terreni della Campania Felix, nelle cave del casertano, devastando il litorale domitio, imbottendo ettari ed ettari di terreno coltivato di scorie, liquami e munnezza d'ogni sorta.

Inondando le discariche fatte per i rifiuti solidi urbani, il celeberrimo 'tal quale', di

rifiuti speciali che non sarebbero mai dovuti finire li dentro. È chiaro allora, il motivo per cui le popolazioni campane da un certo punto in poi hanno cominciato a protestare contro un sistema che inquinava ed inquina la terra in maniera irreversibile, che trasforma la monnezza in oro, che fa schizzare il tasso di morti per tumore a livelli record in molti territori oramai al collasso. Ma risulta essere più chiaro anche il perché per più di 15 anni la gestione del ciclo dei rifiuti in Campania è avvenuto secondo logiche 'emergenziali', attraverso un commissariamento che con poteri speciali e molto poco trasparenti ha sollevato da ogni possibilità di controllo un settore che pare sia stato completamente gestito dalla camorra. Molte delle discariche abusive di cui parla Vassallo sono state direttamente o indirettamente legalizzate dallo Stato attraverso i Commissari di volta in volta succedutisi, in nome dell'emergenza, della salute pubblica e della legalità.

Vero eroe dei nostri tempi, mi verrebbe da dire, con un pizzico di umorismo noir,

Gaetano Vassallo afferma di aver conosciuto il sottosegretario Cosentino prima della costituzione dell'Eco4 quando, su invito diretto di «Cicciotto 'e mezzanotte», alias Francesco Bidognetti boss di spicco del clan dei casalesi, si incontrò con il politico che, a dire suo e di altri pentiti, era stato prescelto dal clan come uomo da sostenere politicamente alle scadenze elettorali.

Vassallo, anche in questo caso, era l'uomo giusto nel momento giusto, una sorta di 'grande elettore' che con le sue conoscenze e la famiglia allargata di cui faceva parte, forniva sistematico appoggio elettorale agli uomini indicati dal clan dei casalesi.

Il quadro che emerge, insomma, rappresenta un sistema di potere che si fonda su una stretta commistione tra criminalità organizzata e politica all'insegna del profitto.

Montagne di soldi ricavati controllando l'intero sistema di smaltimento dei rifiuti,

che andavano a finanziare investimenti e business sempre maggiori, specie in settori in cui l'appoggio delle istituzioni, per avere permessi e coperture legali, è

fondamentale.

Una delle nuove frontiere del profitto assicurato è, per esempio, quella dell'energia.

Un recente caso giudiziario ha mostrato come, anche in questo settore, la corruzione e la longa manu dei clan si mescolano in un intrigo perverso. Parliamo del grande business delle centrali elettriche.

Il 28 Aprile del 2009 la Guardia di Finanza di Caserta esegue 23 ordinanze di

custodia cautelare nei confronti di soggetti responsabili di associazione per

delinquere finalizzata alla truffa, alla corruzione, alla rivelazione di segreti di ufficio ed alla realizzazione di falsità in atti pubblici. Oggetto dell'inchiesta è la realizzazione di una centrale a “Biomasse vergini” nel territorio del comune di Pignataro Maggiore, nell'Agro Caleno. La maggior parte degli indagati sono personaggi pubblici, la maggioranza legati al PD, che rivestono importanti cariche politiche, sia a livello provinciale che regionale: oltre a funzionari del Genio Civile di Caserta, assessori comunali e lo stesso sindaco PDL di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, tra gli indagati figurano anche Gianfranco Nappi, capo della segreteria politica di Bassolino,

l'assessore regionale Cozzolino e l'assessore con delega alle attività produttive della provincia di Caserta Capobianco. Secondo gli inquirenti, dietro la costruzione della centrale della “Biopower” ci sarebbe un complesso giro di tangenti. Quello che di inquietante emerge dalle intercettazioni è che con ogni probabilità il modus operandi per la realizzazione della centrale in oggetto fosse un vero è proprio sistema utilizzato consuetudinariamente per la attuazione di opere simili. Gli atti sono stati secretati, ma dalle indiscrezioni sembrerebbe che tale sistema possa aver riguardato la realizzazione di un altra, contestatissima, centrale elettrica stavolta a turbogas, entrata in funzione nel 2007 e realizzata sempre nell'Agro Caleno, nel vicino comune di Sparanise.

Sorta nell'area, ormai lottizzata, della ex Pozzi, una fabbrica di piena era fordista che occupava migliaia di lavoratori e che rappresentava il cuore non solo produttivo ed economico dell'area, la centrale termoelettrica di Sparanise è stato uno degli impianti più contestati e discussi realizzati in Campania negli ultimi anni. Eppure, nonostante le lotte della popolazione schiacciata tra la paura dei poteri forti e la preoccupazione per il proprio futuro, la centrale termoelettrica da 800 Megawatt è stata sostenuta da un impressionante schieramento bi-partisan. Ognuno ha fatto la sua parte, dal maresciallo dei carabinieri che intimoriva i giovani ambientalisti, agli uomini della DIGOS che si presentavano a bussare alle case degli agricoltori contrari, dal sindaco forzista d'allora Antonio Merola pronto a fornire il sito idoneo per un impianto del genere, fino all'assessore regionale DS Cozzolino che definì la centrale “un esempio di Campania positiva”.

Se come esempio di Campania positiva prendiamo un eco-mostro totalmente inutile che sorge in un luogo dove prima venivano impiegate migliaia di persone, se come modello di politica del territorio prendiamo un lembo di terra con un valore archeologico inestimabile sventrato dalla TAV, riempito di rifiuti e asfissiato dalle polveri sottili di mezzi pesanti e centrali, allora è alquanto evidente che ci troviamo sull'orlo del baratro.

Ma anche ora, con calma, procediamo per gradi. Per fortuna la storia non la fanno solo le Procure, la magistratura ed i giudici. Per fortuna, certe volte, la cronaca giudiziarie viene a valle di eventi molto più complessi di cui protagoniste sono le persone, i loro sogni, le loro lotte. E la storia della centrale termoelettrica di Sparanise fa parte di una più ampia storia che vede un gruppo di persone scegliere la strada dell'opposizione sociale, la strada dell'autonomia e dell'indipendenza praticate in un territorio che lascia poco spazio sia all'una che all'altra. Il centro sociale Tempo Rosso, occupato dal '99, nasce a Pignataro Maggiore e da subito entra in rotta di collisione con l'apparato politico che fin qui abbiamo visto descritto, tutto intento ad assicurarsi che gli affari, quelli degli amici soprattutto, vadano a buon fine.

In un articolo del 2003, a firma di Roberto Saviano per conto de “Il Manifesto” le

dichiarazioni degli attivisti di Tempo Rosso, anticipatrici di quanto emergerà molti anni dopo in una inchiesta ad opera del settimanale “L'Espresso”: «Noi siamo contrari ad un sud che per rilanciarsi economicamente diventi l'immondezzaio d'Italia. Serve energia e quindi edifichiamo centrali che genereranno enormi danni [...]. La centrale a nostro avviso serve solo a far rimpinguare le tasche di alcuni esponenti del centrodestra che sono i proprietari delle terre [...]». Ed è così che ritorniamo là dove eravamo partiti.

Sul finire degli anni novanta l'Immobiliare 6C, di proprietà della famiglia Cosentino, acquista ad un prezzo di favore parte dei terreni dell'area industriale ex Pozzi dalla SCR, società con capitali provenienti dalla Campania ma con sede legale a Roma. Il prezzo di vendita di tali terreni è talmente basso (310 milioni di lire) che, nonostante la SCR sia una società anonima, la circostanza ingenera forti sospetti che abbia un legame con la famiglia Cosentino. Ma questo è solo un indizio, occorre andare oltre per farsi un'opinione più precisa.

La SCR, nel 1999, aveva acquistato in verità la totalità dei terreni dell'area ex Pozzi disponibili, per più di 2 milioni di euro, e nel 2001 rivende ad un prezzo molto elevato ciò che le resta dopo la cessione alla 6C dei Cosentino. Ad acquistare, questa volta, è una municipalizzata, la AMI, azienda municipalizzata di Imola.

Quest'ultima, però, pone una precisa condizione: pagherà a patto che le autorità

permetteranno la realizzazione di una centrale termoelettrica turbogas su quei terreni.

Il caso ha voluto che, pochi mesi prima che tale accordo fosse stato stipulato, il

sindaco di Sparanise, il forzista Antonio Merola notoriamente vicino a Cosentino, individua proprio quei terreni come idonei a costruire la centrale. Un raro esempio di lungimiranza della politica. L'affare è concluso, la Ami si fonde in Hera e, insieme alla SCR, nel 2004 mettono sul mercato il pacchetto di terreni ed autorizzazioni per la realizzazione dell'impianto. Il gruppo svizzero Egl compra tutto. Dall'operazione la SCR guadagna complessivamente ben 10 milioni di euro e si garantisce un flusso di 1 milione di euro l'anno grazie all'ottenimento di una partecipazione che vale il 5% degli utili prodotti dalla vendita dell'energia. A questo punto, arriva un secondo indizio: indovinate da chi si fa rappresentare l'anonima SCR nel consiglio di amministrazione di Hera Comm Med? Dall'imprenditore Giovanni Cosentino, fratello di Nicola.

Non sappiamo con certezza se in questa vicenda, oltre alla prontezza di riflessi della politica nell'assicurare il buon esito di affari che riguardano potentati economici legati a familiari dei politici stessi, vi sia anche un giro di tangenti. Quello che è certo è che il bene comune sembra essere sparito dall'agenda di amministratori del calibro di Merola. Così come resta evidente che, in tempi non sospetti, le denunce dei cittadini sono state ignorate e le autorità dello Stato, non solo quelle elettive e quindi politiche, si sono guardate bene non dico dall'intervenire ma finanche dall'assumere un atteggiamento imparziale.

Il caso dell'ex prefetto di Caserta Elena Maria Stasi, colei che fece avere il tanto

agognato certificato antimafia all'Aversana Petroli, l'azienda madre della famiglia

Cosentino, quella a cui erano diretti i serbatoi di gpl esplosi a Viareggio il giugno

scorso, è emblematico a riguardo. Il certificato antimafia è indispensabile per

permettere alle aziende di avere rapporti con la pubblica amministrazione. Ed

analizzando la posizione dei titolari dell'azienda, i fratelli Cosentino, la Prefettura di Caserta, nel 1997, la nega all'Aversana Petroli: Giovanni, è sposato con la figlia del boss defunto Costantino Diana, Mario è sposato con Mirella Russo sorella di Giuseppe Russo, alias 'Peppe 'u Padrino', condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio e un terzo fratello, Antonio, è stato beccato nel 2005 in compagnia di un soggetto con precedenti per tentato omicidio, associazione mafiosa e tentata estorsione. Il Tar del Lazio, al quale i Cosentino presentano ricorso, conferma: “[...]ragionevolmente può dedursi che sussisteva il pericolo di infiltrazione mafiosa". Ma il nuovo prefetto, utilizzando una procedura usata molto raramente, sollecita il comitato per l'ordine e la sicurezza a riconsiderare il caso. L'Aversana Petroli ottiene il certificato antimafia senza il quale rischiava di vedere bloccata la propria espansione. Alle ultime elezioni Elena Maria Stasi viene candidata in un collegio blindato nelle liste del PDL e diviene Deputata con il sostegno esplicito del sottosegretario Cosentino.

L'ultima volta che ho sentito nominare l'onorevole è stato nello scorso mese di

settembre. Era stato invitato dall'amministrazione comunale di Vitulazio a

presenziare alla parata militare per l'inaugurazione del Circolo delle Forze Armate. Il nome ingombrante del sottosegretario campeggiava sui manifesti del comune insieme a quello di alte cariche delle forze dell'ordine pluridecorate e di impettiti generali. A molti un immagine del genere può sembrare stridente e contraddittoria, la maggior parte dei commentatori delle vicende politico-giudiziarie odierne non può fare a meno di incastrarsi nella logica del binomio Stato/anti-Stato. La verità è che il confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è viene stabilito dai potenti, dai rapporti di forza che si stabiliscono nella società.

Ciò che ci appare come l'anti-Stato è in realtà una forma di capitalismo armato che sfrutta ed opprime i deboli e va a braccetto con il potere costituito.

* Centro Sociale Tempo Rosso (Pignataro Maggiore – Caserta)
da Global Project

L'arresto di Raccuglia: una nuova rottura per gli equilibri di Cosa Nostra



di Aaron Pettinari
Palermo. Erano quindici anni che riusciva a sfuggire alla cattura. Da ieri Domenico Raccuglia, conosciuto come “'u veterinario”, non è più una primula rossa.
La sezione Catturandi della squadra mobile di Palermo lo ha arrestato alle 17,30 presso un'abitazione di Calatafimi in via Cabbassini 80. Il boss originario di Altofonte era inseguito da tre condanne all'egastolo, di cui una per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, 20 anni di reclusione per omicidio ed altre pene per associazione mafiosa. Un killer spietato, considerato come il successore del boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca. Così Raccuglia ha scalato i vertici di Cosa Nostra fino a diventare il numero due dell'organizzazione mafiosa, immediatamente dopo il superlatitante Matteo Messina Denaro.
Durante la latitanza è stato chiamato a “commissariare” un mandamento spigoloso come quello di Partinico, falcidiato da guerre intestine ed arresti eccellenti come quelli dei Vitale “Fardazza”. Un ruolo che ha saputo gestire con occulatezza riducendo al minimo i propri spostamenti e rendendosi irreperibile spesso anche per i suoi stessi uomini. Solo pochi fidatissimi sapevano come mettersi in contatto con il boss. E' durante la latitanza che il “peso” di Raccuglia all'interno di Cosa Nostra si è rafforzato. Con la cattura di Riina, Leoluca Bagarella, Giovanni ed Enzo Brusca il “veterinario” non era più solo un killer ma una figura carismatica che aveva esteso il proprio dominio in tutto il territorio nella provincia di Palermo e non solo. Nel tempo era diventato uno specialista nella gestione degli appalti pubblici e poteva contare su importanti appoggi anche oltreoceano, laddove aveva trascorso parte degli ultimi quindici anni. Negli ultimi mesi, complice anche la scarcerazione di Michele Vitale, aveva abbandonato i territori di Partinico e Borgetto.
Gli inquirenti lo sospettavano da tempo ed alla fine le indagini hanno portato fino alla provincia di Trapani, nei territori controllati da Matteo Messina Denaro. 
Ed è proprio sulla vicinanza tra i due padrini che si stanno concentrando adesso le attenzioni della Dda. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ed i pm Francesco Del Bene e Roberta Buzzolani, coordinatori dell'indagine della squadra mobile, hanno detto ieri: “Dalle indagini è emerso che il capomafia aveva stretto un’alleanza con il latitante di Castelvetrano e recentemente aveva spostato i suoi interessi proprio nel trapanese”.

Quali rapporti avevano stretto i due boss? Che la riorganizzazione di Cosa Nostra passasse da loro vi sono pochi dubbi. I segnali di un possibile coinvolgimento di Matteo Messina Denaro nel tentativo di istituire una nuova commissione erano già emersi nell'inchiesta Perseo. Sia il gruppo vicino ai Capizzi, favorevole alla nuova commissione, sia quello avverso capeggiato dalla famiglia di Porta Nova vantavano contatti con il boss di Castelvetrano: alcuni tramite pizzini, altri con l'intermediario “zio Franco” (Franco Luppino di Campobello di Mazara). 
“Abbiamo accettato un certo tipo di situazione di parlare con lui per andare fuori” raccontava Sandro Capizzi a Giovanni Adelfio e Pino Scaduto. E riguardo il progetto sulla nuova commissione aggiungeva: “lo Zio Franco mi ha detto ‘sistematevi tutte cose…anzi ci avete perso tempo… dopodiché non cambia niente… o prima o dopo da parte nostra avrete il massimo appoggio”.
E' forse dopo le operazioni dell'ultimo anno che i due boss avevano deciso di stringere un nuovo patto. Secondo gli inquirenti Raccuglia stava trascorrendo la propria latitanza a Calatafimi da almeno un mese e mezzo e non era un ospite ma un boss in “piena attività” tant'è vero che 
in alcune intercettazioni di recenti inchieste antimafia tra Alcamo e Castellammare non mancherebbero riferimenti all'ex latitante. Qualche settimana fa, in un blitz compiuto dai carabinieri presso la sua abitazione ad Altofonte, erano stati rinvenuti 12.500 euro in contanti nascosti dentro i piedi del letto. Denaro liquido che è stato rinvenuto anche nel blitz di ieri. Ben 138 mila euro che il boss ha cercato di nascondere in un borsone gettandolo poi dalla finestra. Soldi provenienti dalle estorsioni e, si sospetta, anche dagli appalti dei lavori pubblici in corso nel trapanese. A confermare il ruolo di comando di Raccuglia sono stati rinvenuti anche numerosi “pizzini”, ora all'attenzione degli investigatori.
E' possibile che tra questi vi possa essere qualche comunicazione con Messina Denaro anche perché sembra impossibile che il boss di Castelvetrano potesse ignorare la presenza di una figura così “importante” sul proprio territorio.
Un rapporto che potrebbe affondare le proprie radici ancor più indietro nel tempo. Entrambi non avevano simpatie per i Lo Piccolo con contrasti che si sono presentati in momenti differenti. 
Altro aspetto da non sottovalutare è anche l'appartenenza storica dei due boss all'ala “Corleonese” di Cosa Nostra quella più sanguinaria e spregiudicata. Lo stesso si può dire per il capomandamento di Pagliarelli Gianni Nicchi (“delfino” di Nino Rotolo) che oggi il Procuratore capo di Palermo ha indicato come possibile capo a Palermo. “I boss mafiosi pensano di investire sul latitante Gianni Nicchi – ha detto - Ha una forte protezione dell'organizzazione mafiosa. Le recenti indagini su questo fronte fanno pensare che l'organizzazione mafiosa investirà su di lui. Negli ultimi tempi ha acquisito una certa visibilità mediatica, è collegato alla Cosa Nostra americana. Insomma, è stato inserito in un contesto di una certa rilevanza". Raccuglia poteva essere il trade d'union tra Palermo e Trapani. Cosa accadrà ora che l'equilibrio è saltato? Il rischio è che Cosa Nostra possa tornare a far sentire il rumore delle armi per una nuova spartizione del potere a meno che i due latitanti, Nicchi e Messina Denaro, stringano un nuovo patto in nome degli affari.

da AntimafiaDuemila

lunedì 16 novembre 2009

Arresto Domenico Raccuglia

Sono passate da poco le 17 e 30 di ieri quando ricevo una telefonata da Calatafimi. E’ un funzionario di polizia che ci comunica che il reparto Catturandi della polizia di Stato di Palermo ha appena messo le mani su uno dei latitanti più pericolosi di Cosa nostra, Domenico Raccuglia.


«Raccuglia catturato poco fa, siamo ancora sul posto. Calatafimi. Ci aggiorniamo più tardi». Poche parole, dopo tanti anni (17) e decine di tentativi di cattura falliti, finalmente quello che viene definito uno dei tre papabili successori di Riina e Provenzano, è ora in mano alla giustizia. All’azione hanno partecipato circa 50 uomini della polizia. Raccuglia era, solo, in una abitazione di Calatafimi, in un appartemente di due piani a via Cabbassini 80. Pochi giorni fa era stata perquisita la casa della moglie del latitante, ma sembrava che non vi fosse stato trovato nulla di rilevante.

La notizia è stata appena confermata anche dal direttore di TeleJato, Pino Maniaci, anche lui sul posto della cattura. L’arrestato è in questo momento in viaggio per Palermo. L’azione è stata eseguita in coordinamento con la squadra mobile di Trapani. Attesa per domani mattina una conferenza stampa.

Il capomafia, conosciuto come «il veterinario» è un ex ‘delfinò del boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca ed è stato già condannato a tre ergastoli, uno dei quali per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, e anche a 20 anni di reclusione per tentativo di omicidio e ad altre pene per associazione mafiosa. Durante la sua latitanza, nonostante i servizi di osservazione disposti nei confronti della moglie, Raccuglia è riuscito a diventare padre per la seconda volta come ampiamente raccontato dalla cronaca negli ultimi anni. Il boss era considerato uno degli aspiranti al vertice della mafia palermitana essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico.

http://www.antimafiaduemila.com/content/view/21760/48/


Grasso:"Ho fatto le mie congratulazioni al ministro Maroni, al questore di Palermo e ai ragazzi della sezione catturandi della mobile.
La cattura di Raccuglia è un successo investigativo importantissimo". Così il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha commentato l'arresto del boss palermitano Mimmo Raccuglia. "Quando, poco fa, ho sentito il questore - ha raccontato - era insieme ad alcuni degli agenti della sezione catturandi, ragazzi che conosco bene e con cui ho lavorato quando ero procuratore a Palermo. Ho potuto complimentarmi anche con loro". "Raccuglia - ha spiegato Grasso - è considerato il numero due, per peso criminale, nella lista dei ricercati di Cosa nostra dopo Matteo Messina Denaro. In questi anni ha esteso il suo dominio da Altofonte fino al confine con la provincia di Trapani, come conferma il fatto che si nascondeva proprio nel trapanese".

ANSA

Casini: "Vendola non può impersonificare l'alleanza per il Mezzogiorno a cui noi aspiriamo"

Casini, Poli Bortone, paladini del Sud?

Si presentano come salvatori del mezzogiorno, come difensori delle sue istanze. Ma pur ricoprendo negli ultimi anni, sia a livello nazionale che locale, molteplici incarichi di governo non hanno fatto nulla per il suo sviluppo.

Probabilmente questi “professionisti” della politica non riescono più, avendo una disponibilità ridotta di fondi, a sfamare le loro grasse clientele. HANNO PAURA DI PERDERE I VOTI. TEMONO DI RIMETTERCI LE POLTRONE, SU CUI SIEDONO COMODAMENTE DA ANNI. E’ questo il VERO MOTIVO che rilancia l’interesse di questi “signori” per la questione meridionale. Mi auguro che il Sud non abbocchi a questa ennesima azione di sciacallaggio politico.

....OPPURE C'E' QUALCHE INTERESSE A FAR FUORI VENDOLA? Vi rimandiamo ad un nostro articolo che potrebbe suggerirvi qualche risposta in più: L’oro blu della Puglia. Un cerchio che si chiude