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giovedì 6 agosto 2009

I SOMMERSI E I SALVATI - 4° PARTE

Lunedì 27 luglio compare un articolo sul Quotidiano di Lecce (tralascio quello che è successo all’interno del gruppo in seguito a questa pubblicazione: minacce, attacchi frontali senza senso, componenti che si allontanano e continuano a lavorare da soli anzi con chi, in quel momento, la pensa come loro, ecc ecc ecc……………) che descrive e rende “pubblica”, come se prima non lo fosse, la condizione dei migranti suscitando così la sindrome della velina nel sen. Maritati che come una vera e propria star, con a seguito giornali e televisione, fa un incursione nel campo alla ricerca del tesoro nascosto.
Buon giorno senatore!!! Non è mai troppo tardi per interessarsi di fatti che erano già ben noti.
Dopo quest’incursione nella tendopoli il comune di Nardò ha stanziato 15.000 € per l’acquisto di sei gazebo, dieci docce e bagni chimici.
Ancora una volta devo ricordare al comune neretino che non ha fatto niente di particolare, ha semplicemente adempiuto ad un compito che si era promesso di fare nel momento in cui, grazie ai finanziamenti regionali messi a disposizione dal governatore Nichi Vendola, sono entrati nelle casse comunali ben 300.000€.
Al momento è impossibile prendere appuntamento con qualcuno per avere dei chiarimenti circa l’utilizzo fatto o da fare di questi finanziamenti, in quanto la giunta comunale non è definita; quello che posso dire, da informazioni prese sia sul comune che da chi lavora ogni giorno con i braccianti stagionali, che dei 300.00€, 205.00€ sono stati trattenuti dal comune per le spese di ristrutturazione della Masseria Boncuri che si aggiungono,a quanto pare, ai 300.00€ dello scorso anno, e 95.000€ sono stati assegnati all’assessorato ai servizi sociali, ass. Carlo Falangone, il quale ha incaricato due progettisti comunali che hanno presentato un progetto chiamato “Progetto Amici”, del quale vorrei essere informato più dettagliatamente.
La stranezza di tutto questo sta nel fatto che per progettarlo, i due progettisti, si son trattenuti ben 8.000€.
Se non è così, che qualcuno mi dica come stanno effettivamente le cose.
A questo punto vorrei chiedere cortesemente al comune di spendere i soldi prima che inizi la stagione delle angurie per non ritrovarsi come ogni anno con una situazione di emergenza, dire agli imprenditori agricoli che è un loro dovere garantire vitto, alloggio e trasporto alle cure mediche, (non ci deve essere solo il profitto in questo mondo di nuovi schiavi) e alle forze di polizia di intensificare al massimo i controlli non per cacciare o espellere lo sfortunato di turno, ma per capire quali sono le logiche (a volte mafiose) di reclutamento e di contratto lavorativo.
I fatti da raccontare e rendere noti sarebbero tanti. Tuttavia una cosa è certa che per il prossimo anno non staremo sicuramente a guardare e mi auguro che il problema degli stagionali non sia più tale e che questi braccianti vengano accolti dignitosamente iniziando a capire che il loro lavoro (che un tempo era il nostro, prima delle patatine, della televisione e del divano) è fondamentale per l’economia del nostro paese.
Non rubano niente a nessuno di noi, si spaccano solo la schiena nelle dodici ore di lavoro estenuante sotto il sole cocente della nostra bella estate.


“Ci pare invece degno di attenzione questo fatto: viene in luce che esistono tra gli uomini due categorie particolarmente ben distinte: i salvati e i sommersi […]. Questa divisione è molto meno evidente nella vita comune; in questa non accade spesso che un uomo si perde, perché normalmente quest’uomo non è solo, e, nel suo salire e nel suo discendere, è legato al destino dei suoi vicini; per cui è eccezionale che qualcuno cresca senza limiti in potenza o discenda con continuità di sconfitta in sconfitta fino alla rovina. Inoltre ognuno possiede riserve tali, spirituali fisiche e anche pecuniarie, che l’evento di un naufragio, di una insufficienza davanti alla vita, assume una anche minore probabilità. Si aggiunga ancora che una sensibile azione di smorzamento è esercitata dalla legge, e dal senso morale, che è legge interna; viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente[…]. Nella storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce, che suona –a chi ha sarà dato; a chi non ha, a quello sarà tolto”
Primo Levi
“Se questo è un uomo” Einaudi Editore 1958

Redazione

Hiroshima brucia ancora

Niente da fare. In Giappone di Hiroshima e Nagasaki non frega più nulla a nessuno. E bene ha fatto il coraggioso (è sempre in prima linea nel denunciare le esecuzioni capitali) ambasciatore danese a Tokyo, Franz Michael Skyold Mellbin che stamani all’alba, dalla cima del Monte Fuji, srotolerà un cartello contro la passata, presente e futura proliferazione nucleare. “Volevo fare qualcosa per il popolo giapponese, far sentire loro che il mondo non dimentica” ha dichiarato all’agenzia Kyodo, prima di iniziare l’ascesa, di notte. Pare che l’Ambasciatore abbia chiesto ad altri colleghi di accompagnarlo, magari anche solo simbolicamente, senza salire fino in cima. Ma non ha trovato nessun altro.
Anche il premier Taro Aso, che all’ultimo momento ha capito che non poteva non partecipare alla cerimonia ufficiale e ha sospeso di malavoglia la campagna elettorale, ha voluto fare qualcosa, prima di sparire, come oramai sostengono tutti i sondaggi, dalla scena politica. E nella speranza di raccattare qualche voto ha annunciato, proprio per oggi, una storica decisione. Basta con le vertenze, basta con la tirchieria di stato a spese dei sopravvissuti del bombardamento. Da oggi, tutti coloro (sono oltre 300) che sono in causa con il governo giapponese per ottenere il riconoscimento di “hibakusha”, di superstite del bombardamento nucleare possono stare tranquilli. Sia che abbiano vinto, sia che abbiano perso o che siano in attesa di sentenza definitiva, anche loro riceveranno il sussidio statale, pari a circa 1000 euro al mese. Unanime il commento della stampa locale, anche quella più conservatrice: era ora.
Al “condono nucleare” di Aso fa da contraltare, ahimè, la scelta di “basso profilo del suo sfidante, e probabile nuovo premier, Yukio Hatoyama, anche lui presente, salvo ripensamenti dell’ultim’ora, a Hiroshima. Hatoyama viaggia con il vento in poppa, ma rischia grosso quando incontrerà il sindaco Tadatoshi Akiba, un tipo tutt’altro che malleabile e decisamente non-allineato rispetto ai partiti. Akiba ha infatti già manifestato il suo disappunto per gli impegni assunti da Hatoyama come capo dell’opposizione e che evidentemente non potrà rispettare come capo di governo. Parliamo dei famosi tre principi: “non possesso, non produzione, non introduzione” di ordigni nucleari in Giappone. Un paio di anni fa era stato proprio il partito democratico a denunciare il tradimento di questi principi da parte del governo, e l’allora capo dell’opposizione, appunto l’attuale candidato premier Yukio Hatoyama, si era impegnato a farli rispettare, in caso di conquista del potere. Ma ora che il potere è alla portata di mano, ha già cambiato idea. Nel “manifesto” elettorale del partito non se ne parla, ed il linguaggio usato per le questioni più scottanti, soprattutto di politica estera, è decisamente annacquato, come il whisky locale che ti servono nei locali del “mondo fluttuante” di Tokyo. Il trattato si sicurezza nippo-americano non va più abolito è tantomeno “radicalmente revisionato”: il governo democratico si limiterà a “proporre modifiche”. Stesso dicasi per le spese di sostentamento delle truppe americane in Giappone, una servitù militare senza più alcun senso. Un tempo i democratici volevano sospendere i pagamenti “tout court”, ora auspicano un negoziato. Ma un conto è annacquare il linguaggio, altro è far sparire uno dei capisaldi della politica dell’opposizione. Nel “manifesto” del PD giapponese è sparita la richiesta agli Stati Uniti di impegnarsi a non sparare il “primo colpo” nucleare. E questo, il sindaco di Hiroshima, non avrebbe potuto evitare di rinfacciarlo al nuovo premier in pectore, Yukio Hatoyama.

di Pio D'Emilia da Il Manifesto

Costituzione, la Lega: ''Bandiere regionali accanto al Tricolore''.


Cambiare l'articolo 12 della Costituzione e affiancare al tricolore anche i simboli identitari di ciascuna regione. È la proposta di legge Costituzionale presentata dalla Lega Nord al Senato, primo firmatario il capogruppo Federico Bricolo. "L'articolo 12, comma 1 della Costituzione - si legge nella pdl presentata dalla Lega - riconosce quale simbolo della Repubblica italiana il tricolore. Nei principi fondamentali della Costituzione non e', viceversa, incluso alcun riconoscimento ufficiale dei simboli identitari che contraddistinguono le Regioni. Tale lacuna -spiegano i senatori della Lega nella loro proposta di legge- si rende, ad oggi, inammissibile, alla luce della sostanziale valorizzazione del ruolo politico ed istituzionale delle Regioni realizzata dalle piu' recenti riforme costituzionali. L'estensione dell'ambito materiale della competenza normativa regionale ha, infatti, trasformato la Regione in un ente territoriale dotato di una piena autonomia politica, favorendone cosi' in ultima istanza il rapporto diretto con i cittadini".

I parlamentari spiegano che ''in tale fase storica di ripensamento dell'assetto territoriale dello Stato in ambito interno ed a livello sovranazionale, è più che mai necessario recuperare i simboli identitari che, contraddistinguendo ciascuna realtà regionale, contribuiscono ad alimentare quel legame dei cittadini con il territorio che e' presupposto indispensabile di qualsiasi riforma federale dell'ordinamento''.

Tale consapevolezza trova un riconoscimento istituzionale nelle riforme degli Statuti regionali approvate dal 1999 ad oggi, che, si legge nella proposta legislativa, ''nei primi articoli hanno ufficialmente riconosciuto quei simboli che, per tradizione, storia e cultura contribuiscono ad identificare la Regione stessa''. In questa prospettiva di intervento, sostengono infine i senatori della Lega Nord, la proposta di legge costituzionale in esame ''intende inserire un secondo comma all'art. 12 Cost., finalizzato a riconoscere il rilievo costituzionale dei simboli identitari di ciascuna Regione, individuati nella bandiera e nell'inno''.

La proposta solleva però critiche a sinistra come a destra. "Il Tricolore costituisce un intangibile valore dell'unità del Paese, sulla proposta della Lega deciderà il Parlamento", afferma il presidente del Senato Renato Schifani.

Quelle della Lega sono ''tutte operazioni di propaganda, ma sono provocazioni da rigettare perché a lungo andare possono diventare pericolose''. afferma Gianclaudio Bressa, componente Pd della commissione Affari costituzionali della Camera. Bressa ricorda che gia' in passato, in occasione della polemica sulla lingua italiana, la Lega aveva avanzato una simile proposta, "anche se non in maniera cosi' scomposta". Bisogna respingere le tesi della Lega perche' c'e' il rischio, avverte, "che si crei assuefazione e si inneschi una escalation che tende a scomporre i valori fondanti di questo Paese, qual'è l'unita' nazionale", rimarca Bressa.

"Finché si parlava di federalismo, cioè della capacità di gestire le proprie risorse, abbiamo accettato la sfida, ma ora la Lega sta proprio esagerando", afferma il presidente dei senatori dell'Italia dei valori, Felice Belisario, ricordando che dal Carroccio sono arrivati "rigurgiti razzisti con le proposte di destinare vetture della metro ai soli milanesi e la guerra all'extracomunitario a prescindere dalla sua fedina penale. Ora - prosegue Belisario - un pericoloso ritorno al secessionismo. Oltre all'autonomia finanziaria arrivano le proposte di gabbie salariali, la polizia privata locale, cioè le ronde, e oggi, da un autorevole esponente come il capogruppo al Senato Bricolo, la proposta di inserire addirittura nella Costituzione la possibilità di bandiere e inni regionali. Ma esisterà ancora la Costituzione dopo tutto ciò?".

Sdrammatizza invece il capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: "Immagino già il clamore che i fessi della sinistra staranno mettendo in piedi, ma inviterei tutti a usare il buon senso e a sdrammatizzare. Io in questo momento mi trovo in Sicilia e da anni, nella spiaggia che frequento, sventola la bandiera della Trinacria. E' forse un problema? Per me no - dice Gasparri - non mi turba affatto e non credo che leda la dignità del Tricolore. Insomma, ribadisco, inviterei a sdrammatizzare anche perché ormai è prassi comune che a qualunque manifestazione civica sventolino insieme al Tricolore anche le bandiere delle Regioni e i gonfaloni dei Comuni".

Di "un pesce d'aprile fuori stagione" parla Daniele Capezzone, portavoce nazionale del Pdl, definisce l'annuncio del capogruppo leghista a palazzo Madama. "In un Parlamento composto da quasi mille persone -dice Capezzone - il 'festival' delle proposte di legge quantomeno stravaganti non chiude mai. Ma, andando alla sostanza, va ricordato che la Lega ha avuto in questi mesi un comportamento serio e responsabile, votando con noi quando si e' trattato di intervenire in aiuto di Roma, di Palermo, di Catania".

Ma la replica di Bricolo arriva a stretto giro di posta: "Questa non è una proposta di legge che va contro qualcosa o qualcuno ma chiede il riconoscimento delle bandiere e degli inni regionali per valorizzare simboli identitari che appartengono alle nostre comunità e sono un valore e una ricchezza per tutti''.

''Chi critica la nostra iniziativa sbaglia - prosegue - perche' le bandiere, cosi' come gli inni, sono un valore per tutti, sono una ricchezza per il nostro Paese, sono simboli in molti casi millenari che e' giusto riconoscere. E' un discorso che vale per la Regione Veneto ma anche per la Sicilia. Per questo le polemiche sono infondate e strumentali''. ''Ci sono numerosi Paesi europei, dalla Spagna alla Gran Bretagna, dove già c'è il riconoscimento dei loro simboli identitari. Noi - conclude Bricolo - si siamo semplicemente allineati, con la nostra proposta, a quelle legislazioni''.

La Corte Europea condanna l’Italia al risarcimento di un detenuto ristretto in 2,7 mq

A causa del sovraffollamento delle carceri, l'Italia dovrà risarcire un detenuto bosniaco per "trattamento inumano e degradante"

L'Italia dovrà risarcire il detenuto bosniaco Izet Sulejmanovic per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui è stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. Lo ha deciso la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo dopo il ricorso presentato dal detenuto appellando il trattamento riservatogli come “inumano e degradante”. L’Italia ora lo dovrà risarcire con una somma di 1.000 euro. Tra il novembre 2002 e l'aprile 2003, secondo quanto accertato dalla corte, Sulejmanovic ha condiviso una cella di 16,20 metri quadri con altre cinque persone disponendo, per sé, di una superficie di 2,7 metri quadri entro i quali ha trascorso oltre diciotto ore al giorno.
La corte, nella sua decisione, rileva come la superficie a disposizione del detenuto è stata molto inferiore agli standards stabiliti dal Comitato per la prevenzione della tortura che stabilisce in 7 metri quadri a persona lo spazio minimo sostenibile per una cella. La situazione per il detenuto e' poi migliorata essendo stato trasferito in altre celle occupate da un minor numero di detenuti, fino alla sua scarcerazione nell'ottobre del 2003. Ora l’Italia dovrà risarcire Sulejmanovic con una somma di 1.000 euro.

«Poiché in Italia i detenuti (circa 64 mila) che vivono in condizioni di sovraffollamento sono la quasi totalità, lo Stato, dopo la sentenza della Corte europea in favore del detenuto bosniaco, rischia di dover pagare 64 milioni di euro di indennizzi - ha affermato Patrizio Gonnella, presidente dell' associazione 'Antigone' che si batte per i diritti nelle carceri. Che ha poi aggiunto: «La condanna dell'Italia da parte della corte dei diritti dell'uomo impone al governo soluzioni definitive per le carceri e mette definitivamente fuori legge l'attuale gestione del sistema penitenziario». Secondo Gonnella, inoltre, «e' necessario cercare soluzioni a lungo termine, che non sono quelle presenti nel piano di edilizia penitenziaria pensato dal capo dipartimento Franco Ionta. Si deve prendere coscienza che i flussi di ingresso in carcere non sono più tollerabili dal sistema penitenziario ed e' dunque urgente mettere mano a leggi come quella sulla droga e l'immigrazione. L'associazione 'Antigone' è comunque a disposizione di quei detenuti che volessero una consulenza giuridica gratuita sul problema'».

Sulla vicenda è intervenuto anche l’assessore al Bilancio della Regione Lazio Luigi Nieri (Sinistra e Libertà) il quale ha annunciato che nei prossimi giorni visiterà le carceri del Lazio «per verificare se esistono altri casi simili a quello del detenuto bosniaco Izet Sulejmanovic». «Laddove dovessimo riscontrare situazioni analoghe inviteremo i detenuti a fare ricorso alla Corte Europea – ha poi aggiunto Nieri – Sono sicuro che sono in molti i detenuti delle carceri laziali che vivono in queste condizioni, visto l’alto tasso di sovraffollamento di istituti come quelli di Viterbo e Latina, che ho recentemente visitato».

da toscana.indymedia

Bolivia, Evo Morales contro le basi militari Usa in Latinoamerica

La Colombia sta negoziando con gli Stati Uniti per l'installazione delle basi militari Usa nel Paese

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, dopo l'incontro con il suo omologo colombiano, Alvaro Uribe, ha annunciato che presenterà al prossimo vertice dell'Unione delle Nazione Sudamericane (Unasur) una proposta contro l'installazione di basi militari straniere in America Latina.
Dopo l'incontro, Morales ha confermato la sua posizione contro le basi militari degli Stati Uniti, non solo in Bolivia, ma in tutta l'America Latina. "Dobbiamo difendere la sovranità dell'America Latina. Nella riunione che si terrà a Quito tra i principali leader sudamericani dell'Unasur presenterò un progetto per non accettare alcuna base militare straniera in America del Sud ", ha dichiarato Morales alla stampa. A causa del negoziato con gli Stati Uniti riguardante alla installazione delle basi militari sul territorio colombiano, il governo del Venezuela ha deciso di congelare i rapporti bilaterali con la Colombia.

da PeaceReporter

Sri Lanka, primi rimpatri per i profughi Tamil

Il governo ha dato il via al rientro di 4 mila sfollati

Il governo dello Sri Lanka ha dato il via al rimpatrio di alcuni profughi Tamil rifugiatisi nei campi di Menik Farm, dove vivono quasi 300 mila sfollati.Più di 4 mila persone hanno ricevuto il permesso di tornare nelle loro case nelle regioni settentrionali e orientali del Paese. Si tratta di casi particolari: sono gli abitanti di aree - come il distretto di Jaffna - dove i combattimenti sono finiti diverso tempo fa. Il governo ha ribadito il proposito di fare in modo che entro la fine dell'anno la maggior parte dei profughi rientri in patria.

da PeaceReporter

Ad agosto l’elettore non va in vacanza

Il mese di agosto vede in Afghanistan e in Giappone gli appuntamenti elettorali di maggiore rilevanza. Si vota anche nelle isole Comore, in Niger, in Gabon e in Moldavia, oltre che per un interessante referendum in Nuova Zelanda.

Comore.
Il 2 agosto si è votato per le elezioni legislative nelle isole Comore, pochi mesi dopo il referendum costituzionale che ha abolito il limite di due mandati presidenziali consecutivi e modificato l’assetto istituzionale dello stato. I risultati non sono ancora noti.

Niger.
Ieri, invece, si è votato per un referendum costituzionale in Niger. L’obiettivo del referendum era dichiarare chiusa la quinta repubblica e approdare alla sesta, grazie a una nuova costituzione di stampo presidenziale che avrebbe, tra l’altro, abolito il limite di due mandati per la presidenza e concesso quindi al presidente Mamadou Tandja, già al potere da dieci anni, di ricoprire ancora la carica di capo dello stato. Non sono mancate le polemiche e le proteste, specie quando - in seguito a un parere della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo il referendum - Tandja ha aperto una crisi istituzionale, congedato il parlamento e sciolto la stessa corte. “Anche se gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condannato le azioni di Tandja”, sostiene il New York Times, “gli analisti sostengono che i suoi accordi petroliferi con la Cina e il sostegno del dittatore libico Gheddafi lo rendono praticamente invulnerabile alle minacce occidentali”. Le forze dell’opposizione, i sindacati e le ong hanno deciso di boicottare il voto, il cui risultato definitivo sarà noto tra qualche giorno. Il 20 agosto si dovrebbe votare per il nuovo parlamento, il cui assetto evidentemente dipenderà dall’esito dei referendum.

Afghanistan.
Il 20 agosto si vota per le elezioni presidenziali in Afghanistan. L’attuale presidente Hamid Karzai, vincitore delle prime elezioni democratiche della storia del paese, cerca la rielezione; i suoi principali sfidanti sono Abdullah Abdullah, medico, candidato indipendente, già ministro degli esteri, e Ashraf Ghani, già ministro delle finanze e apprezzato politologo, in passato in corsa per succedere a Kofi Annan alla guida dell’Onu. Secondo Time, “Abdullah si è presentato non come un anti-Karzai ma come un Karzai alternativo, offrendo le stesse promesse di pace, sicurezza e stabilità ma con una faccia pulita dalle accuse di corruzione che hanno logorato la figura dell’attuale presidente. Il vero anti-Karzai in realtà è Ashraf Ghani, la cui campagna è pragmatica e intelligente, perfino troppo intelligente, secondo alcuni”. Le elezioni arrivano in un momento di grande instabilità del paese e durante la più massiccia offensiva militare statunitense contro i taliban dal 2001. Si temono quindi violenze e intimidazioni prima, durante e dopo il voto.

Nuova Zelanda.
Il 21 agosto, invece, si chiudono le urne neozelandesi. Il voto era iniziato il 31 luglio e vede all’ordine del giorno un quesito referendario piuttosto interessante, sull’utilizzo delle punizioni corporali in famiglia: “Deve o no essere reato dare uno schiaffo ai propri figli durante un rimprovero?”. L’opinione pubblica si è divisa tra sì e no, e anche se tutte le organizzazioni a tutela dell’infanzia sono favorevoli all’introduzione del reato, secondo i sondaggi il fronte del no è destinato a stravincere. La questione è molto dibattuta anche in Europa. Al momento, in Spagna e in Germania le punizioni corporali sono proibite, in Italia e in Regno Unito sono proibite a scuola ma consentite in casa, mentre in Francia e Slovacchia sono consentite anche a scuola.

Gabon.
Il 30 agosto si vota per le elezioni presidenziali in Gabon. Al presidente Omar Bongo, morto lo scorso giugno e al governo dal 1967, succederà con ogni probabilità suo figlio Ali Bongo. Poche le possibilità dei candidati indipendenti, secondo Afrik. “Correre come indipendenti equivale a non correre affatto. Il partito di governo, unico partito presente in Gabon, ha il totale controllo delle istituzioni e dei mezzi di comunicazione. Una situazione che certo non favorisce chi ha la necessità di farsi conoscere in così poco tempo. Inoltre gli sfidanti di Bongo hanno lasciato i loro incarichi governativi, compreso l’ex primo ministro Jean Eyeghe Ndong, mentre Bongo non ha lasciato l’incarico di ministro della difesa”, che gli garantisce il controllo dell’esercito.

Giappone.
Sempre il 30 agosto, elezioni politiche in Giappone. Il primo ministro liberaldemocratico Taro Aso sembra essere atteso da una sonora sconfitta a opera dei democratici di Yukio Hatoyama, che con ogni probabilità sarà il prossimo capo del governo. “I liberaldemocratici si sono resi protagonisti di rimonte miracolose in passato”, racconta l’Economist, “ma stavolta le loro possibilità di vittoria sono compromesse dallafortissima contrazione dell’economia e dall’assoluta mancanza di leadership, ben rappresentata dai quattro premier che si sono succeduti negli ultimi quattro anni. Non che i democratici siano garanzia di efficienza: ne fanno parte socialisti, socialdemocratici ed ex liberaldemocratici. Dovessero vincere, far andare tutti d’accordo sarà già una bella impresa”.

Moldova.
Durante il mese di agosto, poi, il neo eletto parlamento moldavo dovrà eleggere un nuovo presidente. I comunisti sono stati sconfitti ma oggi l’opposizione non può contare sul numero di seggi necessario a raggiungere il quorum richiesto. La situazione di stallo cominciata lo scorso aprile potrebbe quindi proseguire.

da Internazionale

Giuseppe Fava, fondatore dei Siciliani, ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984. Il giornalismo di Giuseppe Fava nella palude catanese

"Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere". Giuseppe Fava, fondatore dei Siciliani, ucciso a Catania il 5 gennaio del 1984. Il giornalismo di Giuseppe Fava nella palude catanese
Giuseppe "Pippo" Fava
di Sebastiano Gulisano
Fonte: Da Polizia e Democrazia - 2002
5 aprile 2005
"Io ho un concetto etico di giornalismo. Un giornalismo fatto di verità, impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, sollecita la costante attuazione della giustizia, impone ai politici il buon governo. Se un giornale non è capace di questo si fa carico di vite umane. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze, che non è stato capace di combattere".
Con queste parole, nel 1981, in un editoriale del Giornale del Sud, Giuseppe Fava spiega cosa intende per giornalismo. Parole che, lo scorso 13 maggio, abbiamo ascoltato dalla voce della figlia Elena, lette in occasione della giornata di studi dedicata al padre dalla facoltà di Lingue straniere dell'Università di Catania, dalla Fondazione Fava e dall'Imes (Istituto meridionale di storia e scienze sociali). Il merito dell'iniziativa va in gran parte a Marzia Finocchiaro, la giovane ricercatrice che ha voluto il convegno sul Fava "giornalista attento, appassionato, coraggioso, valido romanziere, saggista puntuale, fertile drammaturgo, attualissimo sceneggiatore cinematografico e sorprendente pittore".
Ci sono voluti diciotto anni - tanti ne sono trascorsi dall'omicidio mafioso del 1984 - perché l'opera di Fava, "la grande attualità che ha la complessità di questa figura", cominciasse a essere analizzata nel "tentativo di rintracciare un filo conduttore, unitario, di respiro europeo", chiarisce il preside di Lingue, Antonio Pioletti, aprendo i lavori. "Fili che riguardano un periodo cruciale della nostra storia, dal dopoguerra al 1984: anni - precisa Pioletti - in cui inizia a svelarsi il rapporto tra mafia, politica e affari. Un rapporto di cui Fava, con le sue inchieste e, soprattutto, attraverso la rivista I Siciliani, ha squarciato gli intrecci". Il professore Pietro Barcellona, dal canto suo, descrive Fava come "un grande siciliano" e ne sottolinea le "molte affinità con il Pasolini che ha fatto il processo al Palazzo: denunciavano le stesse cose".
Giuseppe Fava nasce a Palazzolo Acreide (Siracusa), nel 1925, figlio di due insegnanti elementari, Elena e Giuseppe, di origini contadine; nel '43 si trasferisce a Catania, dove si laurea in giurisprudenza e si stabilisce definitivamente. Qui comincia a fare il giornalista, collabora con diverse testate regionali ma anche con periodici nazionali - La Domenica del Corriere, Tempo Illustrato -, scrive di cinema e di calcio, di teatro e di costume, realizza interviste memorabili come quelle a Calogero Vizzini e a Genco Russo, storici capi della mafia siciliana. Per anni è capocronista del quotidiano del pomeriggio, Espresso Sera, e quando, alla fine degli anni Settanta, tutti danno per scontato che diventi il direttore, l'editore gli preferisce un altro. Troppo libero, troppo incontrollabile per potergli affidare la direzione. Anche se si tratta di un piccolo giornale, pubblicato dal monopolista dell'informazione etnea, Mario Ciancio Sanfilippo, editore-direttore del quotidiano La Sicilia.
Quello che Fava instaura con la sua città adottiva è un rapporto d'amore-odio, intenso, passionale: "Io - scrive nel libro-inchiesta I Siciliani, pubblicato nell'80 - sono diventato profondamente catanese, i miei figli sono nati e cresciuti a Catania, qui ho i miei pochissimi amici ed i molti nemici, in questa città ho patito tutti i miei dolori di uomo, le ansie, i dubbi, ed anche goduto la mia parte di felicità umana. Io amo questa città con un rapporto sentimentale preciso: quello che può avere un uomo che si è innamorato perdutamente di una puttana, e non può farci niente, è volgare, sporca, traditrice, si concede per denaro a chicchessia, è oscena, menzognera, volgare, prepotente, e però è anche ridente, allegra, violenta, conosce tutti i trucchi e i vizi dell'amore e glieli fa assaporare, poi scappa subito via con un altro; egli dovrebbe prenderla mille volte a calci in faccia, sputarle addosso "al diavolo, zoccola!", ma il solo pensiero di abbandonarla gli riempie l'animo di oscurità".
Fava decide di affrontare quella "oscurità", di combatterla, di affrancarsi da quella dipendenza. Si trasferisce a Roma, diventa conduttore di una trasmissione radiofonica Rai, Voi e io, scrive per Il Tempo e per il Corriere della Sera, segue la messa in scena di alcune sue opere teatrali, mentre Palermo oder Wolfsburg, film tratto dal suo romanzo Passione di Michele, riceve l'Orso d'oro al Festival di Berlino. Fava è autore della sceneggiatura, la regia è del tedesco Werner Schroeter. Un film sull'emigrazione e sulla Sicilia contadina che in Italia non è mai stato proiettato.
È la primavera del 1980 quando Giuseppe Fava torna a Catania. E ci torna per dirigere un quotidiano, il Giornale del Sud, che fa con una nidiata di giovani cronisti - età media, 23 anni - tra i quali il figlio Claudio, Riccardo Orioles, Michele Gambino, Antonio Roccuzzo, Elena Brancati, Rosario Lanza. Gli editori? "I loro nomi - ricorda Claudio Fava, nel libro La mafia comanda a Catania -, allora, dicevano poco: Salvatore Lo Turco, Gaetano Graci, Giuseppe Aleppo, Salvatore Costa. Tipi ambiziosi, astuti, pragmatici. Nient'altro". Poi si scopre che Lo Turco frequenta il boss Nitto Santapaola, e che Graci ci va a caccia, con Santapaola.
In una città dove La Sicilia racconta la guerra in atto - cento morti l'anno - come una serie di "regolamenti di conti" non meglio specificati, il Giornale del Sud parla di mafia, di guerra tra clan contrapposti (Santapaola-Ferlito), di traffico di droga e di rapporti tra mafia e politica. Con tanto di nomi e cognomi. Non solo. Fava si schiera contro l'installazione dei missili Cruise a Comiso, provocando l'irritazione degli editori, che gli scrivono: "Non dimentichi che il nostro quotidiano si muove nell'ambito del Patto Atlantico". "Il giorno dopo - racconta Claudio Fava - il Giornale del Sud usciva con otto cartelle di editoriale ironico, sprezzante, beffardo. Contro gli americani, i loro missili, i loro lacchè politici". Insomma, il rapporto tra Fava e gli editori s'incrina presto, fino a diventare conflitto. E il giornalista è licenziato.
"Fava decide di stare dentro il conflitto - sottolinea al convegno Adriana Laudani, legale della famiglia nel processo agli assassini - e si dà gli strumenti per starci". Insieme a un gruppo di giovani che lo segue dal Giornale del Sud fonda la cooperativa Radar, con l'intenzione di fare un giornale di cui loro stessi siano gli editori. "Quel giornalista - scrive il sociologo Nando dalla Chiesa, nell'introduzione al saggio di Rosalba Cannavò Giuseppe Fava. Cronaca di un uomo - in realtà, creò altri giornalisti, diede vita a un collettivo, fondò una testata tirandola fuori con tenacia dal mondo dell'immaginazione. Fu un maestro. Un maestro che ha insegnato a battersi, con l'arma della parola, a un gruppo di giovani". Quei giornalisti, quella rivista - secondo dalla Chiesa - sono fautori di "un modello di giornalismo in grado di veleggiare da nave corsara nella grande palude della pacificazione". E Fava - ci rammenta dalla Chiesa - è "uno dei maggiori intellettuali siciliani di questo secolo".
Il mensile I Siciliani arriva nelle edicole dell'isola nei giorni di Natale del 1982. Il primo numero è un volume di 164 pagine che in copertina "strilla" i tre servizi portanti: I cavalieri di Catania e la mafia, È difficile essere giudici in Sicilia, La donna e l'amore nel Sud. L'inchiesta principale, che accenderà i riflettori nazionali sulla città, s'intitola I quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa, un autentico atto d'accusa nei confronti di quattro tra i maggiori imprenditori del Sud: Mario Rendo, Carmelo Costanzo, Francesco Finocchiaro e Gaetano Graci (quest'ultimo, uno degli editori del Giornale del Sud), titolari di quattro gruppi imprenditoriali da diecimila posti di lavoro complessivi.
Quattro mesi prima, a Palermo, la mafia ha ammazzato il generale-prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. È proprio dalla Chiesa, nell'agosto dell'82, a puntare il dito verso Catania: "Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo", rivela a Giorgio Bocca. Dalla Chiesa arriva in Sicilia dopo un'agghiacciante sequenza di omicidi eccellenti senza eguali nel mondo occidentale che, tra il '79 e l'82, insanguina Palermo: cadono il giornalista Mario Francese, il segretario provinciale della Dc Michele Reina, il capo della Squadra Mobile Boris Giuliano, il consigliere istruttore Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, i capitani dei Carabinieri Emanuele Basile e Mario D'Aleo, il procuratore capo Gaetano Costa, il segretario regionale del Pci Pio La Torre. Una carneficina da fare impallidire persino la Colombia dei narcos.
Fava lo ammazzano la sera del 5 gennaio 1984, a Catania, dopo undici numeri della rivista, dopo che i potenti della città provano a comprarsi lui e il suo giornale. Ricevendo sempre rifiuti. "Io c'ero in redazione - racconta al convegno Antonio Roccuzzo, uno dei "carusi" di Fava - nel gennaio 1983, il giorno in cui, un mese dopo l'uscita del primo numero del mensile, arrivò l'offerta di Rendo: "Vi compro la rotativa". Rifiutata. E c'ero nove mesi e nove numeri dopo, quando - era l'ottobre 1983, tre mesi prima del 5 gennaio 1984 - arrivò il ministro Salvo Andò a offrire a Fava e a noi la gestione di una nuova emittente. Offerta rifiutata". Infine arriva l'offerta di Graci: 200 milioni per entrare nella proprietà del giornale. Rifiutati.
Nell'ultimo editoriale scritto per I Siciliani, nel novembre del 1983, Fava racconta le impressioni maturate dopo la messa in scena della sua più recente opera teatrale, che parla di scandali e corruzioni tra i potenti: "Anteprima dell'Ultima violenza, nella sala ci sono tutti i rappresentanti del potere nel territorio, i buoni e i cattivi, i giusti e gli iniqui, i galantuomini e i mascalzoni. Sulla scena per tre ore sfilano i personaggi equivalenti". Alla fine è un'ovazione collettiva, tutti applaudono, tutti si complimentano. E Fava commenta così: "Il clima morale della società è questo. Il potere si è isolato da tutto, si è collocato in una dimensione nella quale tutto quello che accade fuori, nella nazione reale, non lo tocca più e nemmeno lo offende, né accuse, né denunce, dolori, disperazioni, rivolte. Egli sta là, giornali, spettacoli cinema, requisitorie passano senza far male: politici, cavalieri, imprenditori, giudici applaudono. I giusti e gli iniqui. Tutto sommato questi ultimi sono probabilmente convinti d'essere ormai invulnerabili".
Questo senso d'invulnerabilità è documentato da una serie di fotografie. Al centro di ogni foto c'è Nitto Santapaola, assieme a lui, di volta in volta, c'è il sindaco, il presidente della provincia, il questore, il prefetto, un deputato regionale dell'Antimafia, un segretario di partito, qualche giornalista, il rampollo di uno dei quattro cavalieri, il genero di un altro cavaliere... Quelle foto sono la prova più evidente delle collusioni denunciate da Fava. Lui non sa della loro esistenza. In Procura, invece, lo sanno benissimo: le trovano durante una perquisizione, a casa di un mafioso ammazzato. E le tengono nascoste. Finché uno scrupoloso capitano dei Carabinieri non le spedisce a Palermo, al giudice Giovanni Falcone. Stanno agli atti del maxiprocesso, quelle foto.
Dopo il delitto, invece di partire dalle cose scritte da Fava, invece di partire da quelle foto insabbiate, la Procura di Catania "indaga a 360 gradi" e, secondo La Sicilia, si ipotizzano "questioni di natura privata"; i padroni della città, per voce del proconsole andreottiano Nino Drago, invitano i magistrati a "chiudere presto le indagini altrimenti i cavalieri se ne andranno". Dopo due anni dall'entrata in vigore, a Catania viene applicata per la prima volta la legge La Torre che consente le indagini bancarie nelle inchieste di mafia: sono setacciati i poveri conti di Fava, dei suoi familiari e dei suoi collaboratori. Questa è la Procura di Catania, nel 1984. Questa è Catania.
Il quotidiano locale, nel corso degli anni, non perde occasione per intralciare le indagini e disorientare l'opinione pubblica, fino a tentare di screditare Maurizio Avola, il pentito che alla fine del 1993 confessa di avere partecipato all'omicidio e accusa il boss Nitto Santapaola e altri mafiosi di avere ammazzato Fava "per fare un favore ai cavalieri". Se nel frattempo non fossero morti, anche Costanzo e Graci sarebbero stati indagati per il delitto. I giornalisti dei Siciliani, in occasione del tentativo di screditare Avola, denunciano Tony Zermo, inviato e editorialista di punta del quotidiano di Ciancio. Lo denunciano per favoreggiamento degli assassini di Fava, ucciso dieci anni prima. Una denuncia senza seguito, smarrita nei meandri del Tribunale etneo.
Il 10 luglio del 2001 la Corte d'Assise d'Appello di Catania conferma gli ergastoli inflitti in primo grado ai "mandanti", Nitto Santapaola e Aldo Ercolano, mentre assolve i sicari Marcello D'Agata, Vincenzo Santapaola e Franco Giammuso, condannati in primo grado. È definitiva, invece, la condanna a 7 anni di reclusione di Avola. "Aspetto di vedere le motivazioni - dice l'avvocato Fabio Tita, legale di parte civile dei Siciliani - voglio vedere come la Corte concilia la condanna già passata in giudicato di Avola con le assoluzioni. Forse che Avola stava su un'altra auto con altri killer?".
"Prima (e purtroppo anche dopo) che uccidessero Fava, e proprio per questo, non c'era libertà di informazione a Catania. Né c'è stato mai un vero mercato dei giornali. Non c'è mercato - sottolinea Roccuzzo - in una città da mezzo milione di abitanti nella quale c'è un solo giornale. "Non c'è spazio per due giornali", dicono. Dove lavoro io oggi, a Reggio Emilia (certo non voglio fare paragoni, almeno in termini di ricchezza sul territorio), ci sono tre giornali locali per centomila abitanti. E a Catania, come è a tutti noto, si producono ben più e più gravi fatti da raccontare". A Catania il monopolio dell'informazione scritta, radiofonica e televisiva è nelle mani di Mario Ciancio Sanfilippo, ex presidente della Fieg. Pensate che l'edizione siciliana della Repubblica si stampa qui, nella tipografia di Ciancio, ma le cronache regionali possono leggerle nelle altre otto province dell'isola non a Catania: nei comuni etnei viene distribuita l'edizione nazionale, purgata delle pagine siciliane.
Così, mentre in Procura, dopo gli anni di Tangentopoli e di Mafiopoli, torna a spirare vento di normalizzazione, un galantuomo come il presidente del Tribunale per i minorenni, Giambattista Scidà, va in pensione col marchio infamante, impresso dal Csm, di "magistrato aduso a formulare nei confronti dei colleghi accuse del tutto gratuite". Ha denunciato scandali, Scidà. Viene fatto passare per viosionario, pazzo, calunniatore. La città si stringe attorno all'anziano giudice, la cui rettitudine morale è nota a tutti; in pochi giorni vengono raccolte più di quattromila firme di persone che gli esprimono solidarietà. Firme inviate al presidente Ciampi e al Csm. Durante un'affollata assemblea, un docente universitario afferma: "C'erano due rompiscatole in questa città: uno lo hanno ammazzato, Fava; l'altro, Scidà, lo stanno infamando". Persino la Commissione parlamentare antimafia si schiera con Scidà, tessendone le lodi in due fitte pagine della relazione su Catania. Per l'organo di autogoverno dei magistrati, invece, Scidà è solo un uomo da bruciare.
Intanto La Sicilia, pochi giorni prima del convegno su Fava, rimpiange "la grande imprenditoria dei cavalieri del lavoro spazzati dall'ondata giustizialista seguita al delitto Dalla Chiesa". Il pezzo è firmato da Tony Zermo. Nel 1998, sempre Zermo, sceglie il giorno successivo all'anniversario del delitto per recriminare sulla scomparsa dei cavalieri, così bravi e potenti "da attirare non solo ammirazione, ma anche invidia, tanto che qualcuno, negli anni bui li soprannominò i "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" come se i mali della città dipendessero da loro". Giuseppe Fava derubricato a "qualcuno", "invidioso".
Solo la voce di Claudio Fava si leva contro le mistificazioni del quotidiano di Ciancio: "Quell'onda giustizialista a cui si riferisce Zermo non è mai esistita nei confronti di Rendo, Graci, Costanzo e Finocchiaro. C'è stata semmai, e per lungo tempo, una risacca di impunità". Il giornalista, oggi europarlamentare dei Ds, nella lettera inviata al quotidiano aggiunge che, quella di Zermo, gli sembra "un'affermazione tragicamente ingenua: pensare cioè che quel modello d'affari, fabbricati a tavolino sulle esigenze e gli appetiti di un manipolo di imprenditori, sia stato davvero una ragione di sviluppo per Catania e per la Sicilia. È vero esattamente il contrario. Pochi signori definivano il destino della spesa pubblica mentre decine di altri imprenditori restavano ai margini, soverchiati, soffocati o risucchiati. Lei - scrive Fava, rivolgendosi al direttore del quotidiano - ricorderà, come tanti, quell'inimitabile intervista di uno dei cavalieri che a un giornale nazionale spiegava: ci siamo seduti e abbiamo deciso: a me le dighe, a te gli aeroporti e così via. Un ragionare degno di un'economia sudamericana. Basata su rapporti di forza e privilegi consolidati: non certo su meriti imprenditoriali. Che erano assai scadenti. Tant'è che, appena il mercato ritrovò il rigore delle regole, quei cavalieri furono spazzati via".
Dalle parole di Claudio Fava emerge chiaramente come La Sicilia non coltivi quella "memoria storica" che Nando dalla Chiesa attribuisce a Giuseppe Fava. "Il giornalismo di Fava - sostiene il sociologo, oggi senatore dell'Ulivo -, favorito dal suo rapporto fortissimo con la dimensione della storia, costruisce e ricostruisce i fatti, rielabora le informazioni, non si stanca di raccontarle. In questo senso ho detto altrove che Fava non era stato ucciso perché avesse capito di più, ma perché aveva dimostrato il coraggio di riproporre, di ricordare, laddove gli altri correvano a dimenticare, a seppellire. Con lui viene ucciso il giornalismo che sta nella storia Con Fava è stato ucciso un intellettuale, uno specifico modo di intendere la funzione dell'intellettuale nella Sicilia degli anni Ottanta".
Un giornalismo e un modo d'essere intellettuale che, con ogni probabilità, non piace nemmeno a Ferdinando Latteri, rettore dell'Ateneo di Catania, esponente di Forza Italia, che nel suo breve saluto ai convegnisti riesce a non citare nemmeno una volta Giuseppe Fava. Resta la promessa del preside di Lingue, Antonio Pioletti, il quale, parafrasando Francesco Saverio Borrelli, s'impegna a "continuare, continuare, continuare".

Vedi anche:
Giuseppe “Pippo” Fava: Gli invulnerabili di Catania

da Polizia e Democrazia - 2002

mercoledì 5 agosto 2009

I SOMMERSI E I SALVATI - 3° PARTE

In barba alle leggi e con estrema discrezione, (non volevamo andare allo zoo a vedere le scimmie) ci siamo resi conto di persona della situazione disumana in cui vivono da circa 2 mesi nel campo.
La solitudine, nella quale come Movimento ci siamo ritrovati, si è trasformata in collaborazione attiva.
Rifondazione Comunista e Costruire Insieme sono stati i primi ad appoggiare l’iniziativa umanitaria che volevamo avviare nella tendopoli terzomondista neretina.
Rifondazione Comunista, dopo essere stata presente al tavolo della sinistra, sentendo quali erano gli obbiettivi posti in quell’occasione da alcuni componenti del Movimento per la Sinistra, con la collaborazione di Italia dei Valori, nella persona di Mina Leuzzi, assieme ad un cameraman di una televisione locale, sono intervenuti nel campo per girare qualche immagine per un documentario sulla condizione dei lavoratori extracomunitari stagionali di Nardò.
Quale poteva essere la situazione nel campo subito dopo quelle piogge torrenziali che hanno afflitto il salento ad inizio estate???
Qualcosa di indescrivibile ! Solo chi è andato sul posto si è reso conto della sofferenza e della precarietà in cui vivevano e vivono queste persone abbandonate da Dio e dagli uomini.
Voglio precisare che chi scrive non è andato in quei giorni di pioggia nella tendopoli.
Sono venuto a conoscenza di quelle situazioni grazie ai racconti dei compagni di rifondazione. Cartoni inutilizzabili, quei pochi materassi pieni zeppi di acqua, canaletti nel terreno per far convogliare l’acqua nella campagna aperta e non sotto gli alberi dove “soggiornavano”, vestiti bagnati, addirittura due ragazzi colpiti da un fulmine, uno a terra con la gamba bloccata e l’altro con una ferita sul torace. All’inizio le notizie che avevamo sulle cure rilasciate al pronto soccorso ai due ragazzi colpiti dal fulmine erano un pò confuse, in seguito siamo venuti a conoscenza del fatto che le cinque ore spese in ospedale sono servite per una serie di accertamenti che escludevano qualsiasi complicazione.
Anche Costruire Insieme ci ha dato una grossa mano sia sotto il profilo economico che umano. I componenti si sono mostrati disponibilissimi a collaborare mettendo a disposizione un recipiente di acqua da 200 litri e un medico, il dott. Rocco Luci, il quale si è recato sul campo più volte per verificare la situazione reale.
Vorrei ringraziare il dott. Luci per la sua professionalità e disponibilità. Non tutti i dottori, per fortuna, pensano solo ai beni materiali, alle cose inutili della vita.
Grazie ancora perché in questi giorni ci ha riconfermato la sua disponibilità, in qualsiasi ora del giorno o della notte, ad intervenire sul posto.
Quotidianamente ci rechiamo sul campo per portare dai 500 ai 900L di acqua, farmaci (quegli che possono essere somministrati a tutti, per il resto ci sono le strutture ospedaliere), vestiti e scarpe.
Intorno alla fine di luglio siamo andati a parlare con suor Giosuè Perrone al Vernaleone per sapere se la Caritas stava preparando un programma di accoglienza, la risposta è stata negativa in quanto ci sono solo tre suore che gestiscono una baraonda impazzita di bambini. Non potendo prendere alcune decisione senza interpellare i superiori, ci hanno detto chiaramente che la Caritas non aveva in programma nessun progetto di accoglienza e che, per saperne di più, bisognava rivolgersi alla sede centrale che si trova a Galatone.
A parlare con Don Camillo De Lazzari (spero di non aver sbagliato nome), responsabile della Caritas della diocesi Nardò-Gallipoli, sono andati i compagni di Rifondazione, Angelina,Totò ed Edy.
Devo fare una critica alla Caritas; non doveva aspettare la sollecitazione di nessuno. E’ un problema che si ripresenta ogni anno e non credo che non si possa affrontare in un modo diverso e lontano dall’emergenza.
Da poche settimane, al gruppo già costituito si sono aggiunti per intervenire e darci una mano nella tendopoli la Caritas (finalmente) e i Giovani Democratici (ancora finalmente) che a detta del segretario, erano all’oscuro della situazione di invivibilità nel campo.
Per la cronaca, l’ingresso dei Giovani Democratici ha creato un po’ di malumori, in quella sinistra ormai vecchia e che per Nardò non ha fatto mai niente. Le forze critiche di sinistra sono bene accette se vogliamo veramente cambiare qualcosa. Basta puntarci il dito, ognuno con la propria identità e con le proprie ideologie ma, nel momento in cui si deve fare qualcosa, bisogna essere tutti uniti e tendere verso un unico obbiettivo (non tutti gli accordi devono essere fatti per recuperare voti qua e là).

L’autunno caldo di Berlusconi: non solo escort, ma anche la mafia

Quali saranno le conseguenze degli scandali di questi mesi sulla stabilità della leadership di Berlusconi, nel suo partito e nel paese? Il settimanale statunitense The Nation sostiene che i principali problemi ai danni del presidente del consiglio italiano rischiano di arrivare non dallo scandalo sessuale che lo ha coinvolto, ma dalla riapertura dell’inchiesta sulla morte del giudice Paolo Borsellino.

“Anche se i fatti sono ancora poco chiari e l’intera verità non verrà mai a galla, è noto che il nome di Berlusconi è stato collegato alle trattative tra Cosa nostra e il governo italiano negli anni 1992 e 1993, mentre i due giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino venivano uccisi in attentati e lo scandalo delle tangenti travolgeva i due maggiori partiti di governo”.

“Secondo un ex mafioso, il nome di Berlusconi appare su un documento stilato da un boss della mafia durante queste negoziazioni segrete. Se il documento dovesse risultare autentico, sarebbe plausibile quindi ipotizzare che Berlusconi fosse un interlocutore della mafia durante quella stagione sanguinosa”. Uno scenario impressionante che farebbe sembrare nulla le registrazioni con Patrizia D’Addario. “C’è di peggio che fare l’attempato Don Giovanni”.

Il Guardian invece si sofferma su come l’indebolimento della leadership di Berlusconi abbia portato in questi giorni alla formazione di un fronte ribelle, interno al suo partito, che chiede maggiore attenzione per il meridione.

“Berlusconi è riuscito a neutralizzare le proteste usando una strategia di gran moda tra i premier italiani: stanziare altri soldi per il Mezzogiorno. Ma la velocità con cui il caso è rientrato non deve farci perdere di vista due fatti che potrebbero portare a conseguenze imprevedibili durante l’autunno”.

“Primo: si è trattato della prima rivolta interna che Berlusconi ha affrontato nel suo partito. Secondo: gli scandali non hanno compromesso la sua leadership, ma di certo l’hanno indebolita. E forse non è una coincidenza che il ministro delle finanze, Giulio Tremonti, intervistato sulla possibilità di essere il successore di Berlusconi, abbia risposto che ’sarebbe difficile succedere a una persona così straordinaria’. Non si tratta esattamente di un no”.

da Internazionale

"NO AL PONTE" ARRESTATO UN MANIFESTANTE PERCHE' CONTESTAVA IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA ALFANO

FASCI DI STATO

L’ultima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia è partita in un altro anniversario, il 28 maggio del 1997. La prima istruttoria, nel 1979, aveva portato alla condanna all’ergastolo di Ermanno Buzzi, mente 10 anni e 6 mesi furono comminati ad Angelino Papa. Sarebbero loro gli esecutori materiali della strage. In appello, nel 1982, tutti gli imputati sono assolti. Ma Buzzi, principale accusato, nell’aprile del 1981 viene ucciso nel carcere di Novara da due detenuti neofascisti, Mario Tuti (oggi in regime di semilibertà) e Pierluigi Concutelli, ex capo di Ordine Nuovo. Altre persone coinvolte nell’inchiesta, come testi e come indagati, moriranno prima della fine del processo. Pierluigi Pagliaia viene ferito mortalmente dopo il suo “arresto” a La Paz; Piero Iotti perde la vita in un incidente stradale. Mentre il Sid aiuta Luciano Bernardelli a fuggire tra le braccia dei colonnelli greci. La cassazione, ad ogni modo, nel 1983 annulla la sentenza di secondo grado che aveva scagionato completamente gli imputati e dispone l’invio degli atti alla corte di assise di Venezia per un nuovo processo.

La seconda istruttoria viene aperta a seguito delle rivelazioni di alcuni pentiti. È il 1985 quando Ivano Dongiovanni, detenuto per reati comuni, svela il contenuto di confidenze avute da Angelo Izzo (lo stupratore e massacratore del Circeo) e Valerio Viccei (suo compagno di cella) in ordine all’ambiente dell’estrema destra. Il teste ritratterà poi le accuse, sostenendo che le “confidenze” erano voluti depistaggi orditi dagli stessi Viccei e Izzo. La terza istruttoria sviluppa le indagini relative ai fatti per i quali era stato disposto uno stralcio dell’inchiesta. Si indaga sulle responsabilità di Giancarlo Rognoni, Luciano Berardelli, Fabrizio Zani, Mariliza Macchi, Marco Ballan, Guido Lecconi. Il tutto si conclude nel 1990 con la dichiarazione di “non luogo a procedere”.

La svolta nelle indagini arriva nel 1997, con le rivelazioni di Carlo Digilio e Martino Siciliano e, successivamente, il contributo di Marzio Tramonte. E che riguardano anche le “stragi gemelle” di Milano (in piazza Fontana e alla questura). Nomi di spicco dell’inchiesta sono quelli di Delfo Zorzi, manager emigrato in Giappone, e di Carlo Maria Maggi, medico veneziano, anch’egli esponente di Ordine Nuovo nel Veneto. L’inchiesta mira anche a chiarire il ruolo di Pino Rauti (fondatore di Ordine Nuovo, poi a capo del Msi quindi della Fiamma Tricolore) e del generale Francesco Delfino, lo stesso che fece arrestare il mafioso Balduccio Di Maggio (il “grande accusatore” di Andreotti) e implicato nel sequestro Soffiantini, durante il quale pretese e ottenne dalla famiglia dell’imprenditore lombardo oltre un miliardo di lire per un interessamento rivelatosi poi inesistente.

Oggi Zorzi è diventato cittadino giapponese, e all’anagrafe risulta col nome di Roi Hagen, che in tedesco suona come “croce uncinata” (ma Hagen è anche l’eroe che nei canti dei nibelunghi si fa uccidere piuttosto che rilevare i suoi segreti). Antica passione per la svastica e per la mitologia pagana. Tecnicamente l’estradazione in Italia per l’imputato Zorzi è impossibile. L’unica strada passerebbe per la revoca della cittadinanza e quindi dell’espulsione dal paese nipponico. Per fare questo ci vorrebbe una forte pressione del governo italiano, che non c’è mai stata fino ad oggi. A sollevare ulteriori ombre sulla dorata latitanza del terrorista nero ci ha pensato un’inchiesta de L’Espresso, che ha scoperto un giro d’affari legato ad una rete di società e negozi tra Milano, Roma e il Veneto. Con giri di denaro sospetti.

Nel capoluogo lombardo, nella centralissima Galleria Vittorio Emanuele, di fianco al negozio di Biffi, c’è la griffe Oxus, marchio che riconduce all’ex esponente di Ordine Nuovo. Il negozio, che vende costosissime borsette, è stato anche oggetto di una manifestazione antifascista qualche mese fa. Dagli uffici di Tokyo, il cittadino giapponese “croce uncinata” controlla una serie di società legate all’import-export, ai duty free, all’alta moda. Da buon miliardario ha scelto di vivere nel lussuosissimo quartiere di Ayoama. Per il giornalista Alessandro Gilioli il segreto dei contatti da Zorzi e l’Italia è custodito nelle stanze della Gru.P. Italia, azienda di pelletteria con uffici proprio a Milano e Roma, formalmente controllata da società anonime con sedi in Svizzera, Lussemburgo, nell’isola di Mann e nelle isole Vergini. All’oggetto societario c’è la produzione di borse, appunto col marchio Oxus, ma è anche licenziataria di griffe più famose, quali Laura Biagiotti, Soprani, Venturi.

Al negozio meneghino si affianca la boutique vicino Piazza Fiume a Roma quelle nelle zone d’origine di Zorzi, in Veneto, precisamente a Conegliano e Pordenone. Curioso, sottolinea L’Espresso, come l’unico negozio all’estero si trovi a Bogotà, in Colombia, capitale non particolarmente nota per i marchi della moda. In compenso la Colombia è diventata la patria adottiva di Martino Siciliano, il pentito che prima aveva accusato Zorzi delle stragi e poi aveva ritrattato dietro compenso. Ad amministrare quasi tutte le società italiane della Zorzi connection è Daniela Parmigiani, pare in gioventù fidanzata del terrorista accusato della strage di Brescia. A seguire l’azienda anche i figli di Zorzi, che studiano in Gran Bretagna, e spesso la stessa moglie giapponese, che ogni tanto fa scalo in Italia.

Le società italiane di pelletteria e di import-export collegabili al giro d'affari che farebbe capo a Delfo Zorzi sono diverse e tutte protette da fiduciari. La più importante, come detto, è la Gruppo pelle italia (o Gru.p. Italia), il cui 99 per cento formalmente appartiene alla Poltec International SA, società di copertura con sede in Lussemburgo rappresentata da tale Marc Koeune. Gli azionisti della Poltec sono altre due società off-shore, la Dhoo Glass Services, che ha sede sull'isola di Mann, e la Morville Services Limited delle isole Vergini britanniche. Il restante uno per cento della Gru.p. Italia è invece intestato a Daniela Parmigiani, amministratrice dell'azienda.

A Zorzi non mancano, nonostante il trentennio di latitanza, anche amici in altre aziende del settore: come Paolo Giachini, un marchigiano oggi cinquantacinquenne, vicino a Zorzi tanto nella militanza di estrema destra quanto nel lavoro (anche lui commerciava in pellami). Giachini è uno dei pochi che, parlando con L'espresso, ammette di aver fatto affari "con aziende di Zorzi tra cui Gru.p. Italia", e quindi rivela che - almeno nel suo ambiente - i reali rapporti tra l'azienda di Milano e l'ex ordinovista non erano un mistero. Tra l'altro Giachini è noto per essere l'uomo che nella sua casa di Roma ospita agli arresti domiciliari Erich Priebke, l'ex ufficiale tedesco corresponsabile della strage delle Fosse Ardeatine.

Strani intrecci davvero, quelli tra il commercio della pelletteria e il vecchio giro fascista. Legami che hanno del resto origini assai lontane. Anche Massimiliano Fachini, il neonazista veneto esperto di esplosivi condannato per associazione sovversiva e banda armata, faceva affari internazionali con capi di cuoio e borse. E nell'ambito delle indagini sulla strage di piazza Fontana è emerso che Delfo Zorzi nascondeva un esplosivo, la gelignite, proprio in un laboratorio di pelletteria di famiglia, sulla strada tra Spinea e Mirano, sempre nel mestrino. Tutti particolari che all'epoca delle inchieste sulle stragi erano sembrati di relativa importanza, ma che oggi possono gettare una luce diversa sulla storia e sugli affari di un ex terrorista che custodisce tanti segreti.

Come se non bastasse la dorata latitanza e nonostante le lunghe ombre sulla sua attività imprenditoriale, Zorzi è stato anche oggetto di particolari affettuose attenzioni a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione cittadina milanese. I locali del negozio Oxus in Galleria Vittorio Emanuele appartengono infatti al Comune, e sono stati dati in concessione fino a tutto il 2007, per un canone mensile di 3.500 euro, assai inferiore ai valori di mercato riscontrabili nella zona. Ad inaugurare il negozio, tra l’altro, guarda caso il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, ex missino ed oggi in AN.

da Indymedia

INFLUENZA A: CONTAGIO TOTALE RIGUARDERA' DUE MILIARDI

Due miliardi di persone nel mondo. Potrebbe essere di queste dimensioni il contagio totale dovuto alla pandemia di nuova influenza. La conferma arriva dalla portavoce dell'Organizzazione mondiale della sanità a Ginevra, in una giornata segnata anche da un ulteriore elemento di allerta: al confine tra Usa e Messico sono stati segnalati alcuni casi di resistenza ai farmaci antivirali tra persone infettate dal virus A/H1N1. Intanto, continua a salire a livello mondiale il numero dei contagiati, mentre i primi casi di decesso si sono registrati anche in Olanda e Vietnam. - OMS, CONTAGIO TOTALE COLPIRA' 2 MLD DI PERSONE: Il contagio totale della pandemia di influenza A potrebbe arrivare a coinvolgere due miliardi di persone. Lo ha ribadito oggi la portavoce dell'Oms Aphaluck Bhatiasevi a Ginevra durante un incontro con la stampa. Per la fine della pandemia, si stima che dal 15% al 45% della popolazione potrà essere stata infettata dal virus. Il 30% è una stima media e il 30% della popolazione mondiale è pari a due miliardi.

- CASI RESISTENZA A TAMIFLU AL CONFINE USA-MESSICO: Casi di resistenza al Tamiflu, principale antivirale utilizzato contro l'influenza A/H1N1, sono stati registrati vicino alla frontiera tra gli Stati Uniti e il Messico. Lo ha reso noto l'Organizzazione panamericana della sanità (Ops). I casi sono stati osservati in particolare a El Paso e vicino a McAllen, in Texas. Le persone su cui è stata scoperta la resistenza attraversavano frequentemente la frontiera tra Usa e Messico e assumevano l'antivirale come forma di automedicazione. Altri sporadici casi erano stati finora osservati in Canada, Danimarca, Giappone e a Hong Kong.

- REZZA (ISS), NO ALLARME PER RESISTENZA ANTIVIRALI: "La situazione è sotto controllo, si tratta di piccole mutazioni che avvengono in territori circoscritti e che non destano preoccupazione", ha affermato Gianni Rezza, virologo dell'Istituto superiore di sanità(ISS). Gli esperti, comunque, ribadiscono la necessità di un utilizzo corretto degli antivirali: "Vanno presi solo ed esclusivamente dopo consiglio medico e mai in via preventiva perché rischiano in questo caso di diventare addirittura nocivi", spiega Rezza.

- ECDC, 5395 NUOVI CASI, PRIMI DECESSI IN OLANDA E VIETNAM: Sono 5395 i nuovi casi di influenza A registrati nel mondo nelle ultime 24 ore. Lo rende noto l'European Centre for disease prevention and control (ECDC) nel bollettino quotidiano spiegando che in Europa i nuovi contagi sono stati 515. L'Agenzia conferma inoltre il primo decesso in Olanda, un ragazzo di 17 anni, mentre i casi di contagio in Italia restano fermi a quota 975. Anche il Vietnam ha registrato oggi il primo caso mortale di influenza A: si tratta di una donna di 29 anni. Ed una donna di 35 anni affetta dal virus H1N1 è morta oggi all'ospedale Josep Trueta di Girona, in Catalogna, facendo così salire ad 8 il numero di decessi registrati in Spagna per l'influenza A. In totale gli ammalati di influenza A sono 193.574 con 1.362 vittime accertate.

www.ansa.it
daIndymedia

La sinistra e il "buco" dell'Acquedotto pugliese


Riccardo Petrella, professore in Belgio presso all'università di Lovanio, presidente del Contratto mondiale per l'acqua, era stato nominato nel luglio del 2005 alla guida dell'acquedotto pugliese dal governatore Nichi Vendola, che lo definì «una delle più autorevoli e importanti figure mondiali nella lotta in difesa del bene pubblico e del diritto universale all'acqua». L'accordo tra i due si è poi rotto nel dicembre del 2006, quando Petrella rassegnò le dimissioni, segnando il divorzio tra il movimento per l'acqua pubblica e la giunta pugliese che sull'acqua bene comune aveva costruito la campagna elettorale del 2005.
Professore, ricostruiamo questa storia dal principio.
Nell'aprile del 2005 Nichi Vendola, attraverso Pietro Folena, mi chiama per dire se ero interessato a prendere la presidenza dell'Acquedotto pugliese per realizzare il progetto di cui si parlava anche con lui da alcuni mesi: renderlo di nuovo pubblico. Significava non solo rivedere lo statuto giuridico dell'impresa Aqp che era diventata nel frattempo una società per azioni (a partire dal 1999, su iniziativa del governo D'Alema). Si trattava di cambiare lo statuto dell'impresa concessionaria a cui era stata delegata la funzione di gestire l'acquedotto pugliese. La ripubblicizzazione significava - e forse questo era l'aspetto più importante - modificare la politica di gestione delle acque nel senso di orientarla verso la realizzazione del diritto all'acqua per tutti, ovvero i 50 litri minimi al giorno che secondo l'Organizzazione mondiale della sanità sono necessari per ogni persona. Bisognava però avere una politica dell'acqua come bene comune, portare quindi un'attenzione particolare alla politica del risparmio, concentrandosi sulla gestione del territorio affinché le risorse idriche non siano messe a stress, nel senso che non siano degradate sul piano qualitativo, che non siano contaminate. E infine la ripubblicizzazione significava applicare una gestione di tipo democratico con la partecipazione dei cittadini alle grandi scelte e ai grandi orientamenti della gestione delle risorse idriche della Puglia.
E com'è andata? Che cosa non ha funzionato?
Aspetti. Questo che le ho detto era il nostro progetto e il nostro accordo. All'epoca Vendola confermava che la sua intenzione era di fare dell'Acquedotto pugliese un esempio. E nelle sue volate retoriche - che sono molto frequenti - aveva detto che l'Acquedotto pugliese sarebbe diventato l'accademia dell'acqua pubblica. L'accademia nazionale ed anche internazionale della pratica dell'acqua come bene comune. Questo era il senso della ripubblicizzazione.
E invece su quali punti c'è stata una divergenza con la giunta Vendola?
Il conflitto è intervenuto sul problema del diritto all'acqua. È vero che la legislazione nazionale - ancora vigente e che negli ultimi tempi è diventata anche più restrittiva - non permette a nessun operatore, a nessun gestore, pubblico o privato, di applicare una tariffa che assicuri i 50 litri giornalieri ad ogni persona senza domanda di corrispettivo e con i costi a carico della fiscalità generale. La legislazione non permette questo, perché ogni operatore deve erogare l'acqua imponendo una tariffa che è normalizzata a livello nazionale. Però quello che potevamo tentare di fare era introdurre una tariffa sociale, in modo tale che i cittadini effettivamente avrebbero goduto dei 50 litri gratuiti. Su questo punto Vendola ha esitato e non l'ha fatto, non l'ha accettato.
Forse era un problema di costi?
Per i primi due anni questa scelta avrebbe implicato una spesa di 1 o 2 milioni di euro. E non mi sembra un costo eccessivo. Da un punto di vista simbolico e politico un costo di 1 o 2 milioni per questa operazione, sinceramente, valeva la pena.
C'era poi la questione della forma societaria degli Acquedotti pugliesi...
Una Spa è dal punto di vista giuridico un soggetto di diritto privato, anche se è a capitale interamente pubblico. Per alcune forze politiche - anche della sinistra radicale - il fatto che fosse possibile esercitare una forma di controllo politico sulla società la faceva considerare come una forma di società pubblica. Quindi nel caso dell'Acquedotto pugliese - con capitale interamente pubblico dove la regione esercita un controllo - si diceva che non doveva essere ripubblicizzato perché era già pubblico. Vendola ed io fin dall'inizio, però, la pensavamo differentemente. Una società per azioni, infatti, ha una funzione sociale che è quella di fare profitto. La legge Galli poi diceva che la gestione dell'acqua doveva essere ispirata ad un principio di efficienza economica, ovvero con un rendimento.
Un problema quindi di orientamento generale?
Non solo, fu un dissidio molto concreto. Quando proponevo il diritto all'acqua - i 50 litri al giorno garantiti - mi si rispondeva: 'Presidente, lei non può fare questo perché toglie denaro all'impresa'. Con la Spa questo controllo non c'è. Così quando il pubblico si dà strumenti di azione di natura privata, in realtà, privatizza un pezzo del settore pubblico. E allora, piano piano, Vendola ha cominciato a nicchiare, a trovare delle difficoltà, a mandare le cose per le lunghe. Molte volte una decisione veniva presa dopo 3 o 4 mesi. Questo fu un punto di conflitto.
Ci furono altre occasioni di scontro?
Un caso concreto fu l'adesione alla Federutility, che è - per capirci - la Confindustria delle società che si occupano di servizi come l'acqua, i rifiuti, il gas. Io cercai di far uscire Acquedotti pugliesi da Federutility senza successo.
Considerando che fu D'Alema l'artefice della privatizzazione dell'acquedotto pugliese, ci saranno state delle pressioni dei Ds su Vendola.
Dobbiamo sempre ricordarci che l'Acquedotto pugliese è stato e rimane una delle principali - se non la principale - impresa pugliese per occupazione e fatturato. A parte gli interessi che sappiamo che esistono, che a volte possono essere anche interessi legittimi, la difficoltà fu soprattutto culturale, politica e ideologica. La cultura politica della gestione dei servizi pubblici della sinistra moderata è impregnata di privatizzazione e liberalizzazione. Certe scelte sono state bloccate dalla sinistra moderata e da quella parte della sinistra radicale che è stata influenzata dai Ds. Vendola sulla questione della Federutility non ha potuto far niente.
Un problema, quindi, di alleanze?
La maggioranza delle forze politiche del centrosinistra in Puglia aderiva al modello culturale della mercificazione dell'acqua, pur facendo discorsi e affermando principi sulla ripubblicizzazione. Per loro il pubblico fa una gestione pubblica quando crea le condizioni affinché i servizi vadano nella direzione dell'efficienza economica, ovvero nella direzione di attività economiche pubbliche che rendono un profitto e aperte alle logiche di mercato. Questa adesione apparentemente modernizzante è la base del fallimento del progetto di ripubblicizzazione dell'acqua in Puglia.

di Andrea Palladino da Il Manifesto

ROBERTO VECCHIONI CANTA FABRIZIO DE ANDRE' - LA GUERRA DI PIERO & GIROTONDO

Percolato a Corigliano. Allarme in tutto il Salento



La pericolosa sostanza rinvenuta nell'area della discarica di Corigliano d'Otranto minaccia la falda acquifera. Le associazioni hanno chiesto lo stop dei lavori di costruzione, nello stesso sito, di una nuova discarica Percolato disperso in un tratto della parete sud della vecchia discarica di Corigliano d'Otranto. Un liquido altamente pericoloso per l'ambiente e la salute che minaccia l'acqua della falda profonda. E' la scoperta sconcertante dei giorni scorsi. Una scoperta che non fa dormire sonni tranquilli. Soprattutto perché la falda acquifera di Corigliano fornisce la stragrande maggioranza dell'acqua dell'Acquedotto pugliese per la Provincia di Lecce; ciò significa che in quella zona pozzi artesiani prelevano l'acqua utilizzata ad uso potabile nella rete dell'acquedotto salentino.
E mentre dal consorzio Cogeam, che sta realizzando la seconda discarica di servizio nell'area di Masseria Scomunica, assicurano che la pericolosa sostanza non proviene dai rifiuti accumulati fuori dal limite dell'impianto (la Cogeam ha affidato ad un laboratorio privato l'incarico di approfondire l'origine del liquido), cittadini ed associazioni – quelli di Ugento in primis, già toccati dalla vicenda Burgesi - non riescono a stare a guardare.
Così, ieri alcuni rappresentanti della neo-costituita "Unione per l'Ambiente e la Salute del Grande Salento", che raggruppa oltre 60 associazioni dell'intero territorio provinciale, hanno incontrato a Lecce Antonio Gabellone, presidente della Provincia. A questi hanno chiesto di intervenire per bloccare i lavori di costruzione di una nuova discarica in agro di Corigliano.
"In feudo di Corigliano – ha dichiarato Oreste Caroppo, dell'Unione - sono iniziati da alcuni giorni i lavori per la realizzazione di una mega discarica non dissimile da quella di Burgesi ad Ugento o da quella di Cavallino, che tanti problemi hanno causato, nei loro siti, con l'aggravante che quella coriglianese insisterà proprio sulla falda acquifera. La geologia del sito – ha spiegato Caroppo - vede la preoccupante presenza nel sottosuolo di calcari fessurati, altamente permeabili, e di faglie, profonde fessure tettoniche degli strati rocciosi, che in pochi mesi porteranno il pericolosissimo percolato a diretto contatto con le riserve idriche sotterranee, avvelenandole con effetti catastrofici per tutto il Salento. Nell'area di Corigliano, il piano regionale di protezione delle acque dolci, che recepisce le stringenti direttive europee, vieta persino l'uso di prodotti chimici in agricoltura, ed è consentita solo l'agricoltura biologica, proprio per tutelare la salubrità delle acque. Chiediamo pertanto – ha concluso - l'interruzione dei lavori di realizzazione della discarica".
Al termine dell'incontro i rappresentanti delle associazioni hanno consegnato una nota a Gabellone con un'indicazione dei "pericoli" da tenere presenti nell'affrontare l'emergenza.

martedì 4 agosto 2009

I SOMMERSI E I SALVATI - 2° PARTE

Più passava il tempo e più si delineavano quelle che potevano essere le responsabilità da attribuire per questa assurda emergenza.
Con i banchetti di Sinistra e Libertà abbiamo cercato di sensibilizzare la cittadinanza sul tema dell’immigrazione, ma, come ho scritto già in un altro articolo, l’indifferenza, in questo paese particolarmente non profumato, la fa da padrona.
Grazie ai banchetti, i pochi che si avvicinavano erano migranti, abbiamo avuto la possibilità di conoscerli e ve lo posso assicurare non sono neri, brutti e cattivi come il governo xenofobo e fascista vuole far credere alle pecorelle smarrite che si ritrovano miracolosamente grazie alle parole della tv.
Sinistra e Libertà a livello nazionale ha iniziato una raccolta firme contro questa legge che possiamo definire razziale: il pacchetto sicurezza DDL 733B, testo redatto su indicazioni della Lega Nord, un partito che, come fu per il Fascismo negli anni ‘20, ha raccolto negli ultimi tempi sempre più consensi tra la popolazione, e che si oppone ferocemente a una società multietnica; un partito che ha costruito i suoi successi elettorali grazie alla propaganda di ideologie xenofobe, omofobe e irrispettose delle altre religioni all'’infuori di quella cattolica – nonché degli usi e dei costumi dei popoli diversi da quello italiano – e al sostegno del Popolo delle Libertà, altro partito che recentemente ha assunto posizioni intolleranti, tanto che il primo ministro Silvio Berlusconi ha affermato: “Ho voluto fortemente questo decreto”.
Riporto qualche passaggio della legge solo per darvi un assaggio di quello che sarà, dopo che entrerà in vigore, la vita degli immigrati “clandestini”:
• la Legge 733 B introduce in Italia un’aberrazione giuridica: il “reato di clandestinità”, che equipara i migranti non comunitari che fuggono da povertà, carestie, guerre e persecuzione a delinquenti da perseguire ed espellere.
• lo straniero non può più presentare denunce, neanche per abusi subiti. Non può testimoniare in tribunale per cause civili e penali e se tenta di accedere a servizi pubblici commette reato, secondo la nuova legge, e viene denunciato.
• i figli di stranieri “irregolari” non possono essere registrati all'’anagrafe e fin dalla nascita sono “clandestini” e non possono, di fatto, accedere agli asili, alle scuole, ai servizi pubblici e sanitari, mentre se accedessero alle cure ospedaliere sarebbero perseguiti assieme ai loro genitori e familiari in qualità di “irregolari”.
• la legge colpisce anche le famiglie povere dei migranti “irregolari” rimaste in Patria: non è più possibile, infatti, effettuare trasferimenti di denaro senza permesso di soggiorno.
• senza permesso di soggiorno non ci si può sposare.
• chi ospita o aiuta un migrante “irregolare” anche in condizioni tragiche, diviene colpevole di favoreggiamento dell'’immigrazione clandestina e perseguito duramente, secondo l’art. 1 della Legge 733 B: rischia da sei mesi a tre anni di carcere.
• il decreto trasforma anche i migranti regolari in cittadini di serie B, con l’istituzione di un permesso di soggiorno a punti. Se il migrante non si “comporta bene” secondo le autorità, perde punti e quando il permesso si azzera viene espulso.
• autorizza l’istituzione di “ronde”, che di fatto sono milizie xenofobe, omofobe e razziste organizzate secondo le disposizioni della Lega Nord e di movimenti politici fuori–legge ma comunque considerati legittimi dal Governo Berlusconi e dalla maggioranza parlamentare italiana, come Forza Nuova, Azione Giovani e Fiamma Tricolore.
Un altro problema, è il rischio di epidemie cui il provvedimento sottopone sia i migranti che i cittadini dell'’Unione europea e del resto del mondo. La condizione di totale esclusione sociale cui sono costretti, in seguito al reato di clandestinità, gli stranieri “irregolari”, costretti a vivere nascosti, in condizioni igieniche tragiche, rende impossibile, nel caso insorgesse un’epidemia, qualsiasi azione di prevenzione, quarantena o azione sanitaria. Senza cure mediche, senza vaccinazioni e trattamenti adeguati, basta un’influenza atipica per mietere molte vittime e dare luogo a possibili gravi mutazioni.

ASSALTI FRONTALI - IL RAP DI ENEA



I Nar, dall'omicidio di "Serpico" all'uccisione di Valerio Verbano

I Nar. «Nuclei armati rivoluzionari» è la sigla usata da un gruppo dell'estremismo di destra, soprattutto romano, per rivendicare una lunga serie di azioni e omicidi avvenuti tra il 1978 e l'inizio degli anni Ottanta, ma non si trattava di una vera e propria organizzazione. Lo ha spiegato bene Francesca Mambro in un processo:«Nar è una sigla dietro la quale non esiste un'organizzazione unica, con organi dirigenti, con capi, riunioni periodiche, programmi... Ogni gruppo fascista armato che si formi anche occasionalmente per una sola azione può usare la sigla Nar». Il nucleo storico del gruppo è formato da Giuseppe Valerio Giusva Fioravanti, suo fratello Cristiano, Francesca Mambro, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e Giorgio Vale. In seguito ne faranno parte anche Luigi Ciavardini, Massimo Cavallini e molti altri. In quell'epoca era attiva anche un'altra organizzazione di estrema destra, Terza Posizione, con la
quale c'erano contatti, ma anche conflitti.

Le azioni. I Nar sono ritenuti direttamente responsabili di 23 omicidi, i più clamorosi dei quali sono quelli del sostituto procuratore della Repubblica Mario Amato, dell'appuntato di polizia Franco Evangelista detto Serpico, del poliziotto Maurizio
Arnesano, del capitano della Digos Francesco Straullu, del neofascista Francesco Mangiameli (ritenuto un 'infamè), dello studente di sinistra Valerio Verbano. Giusva Fioravanti, sua moglie Francesca Mambro e Massimo Ciavardini sono stati condannati per la strage di Bologna.

Il processo. Il 2 maggio 1985 si conclude a Roma il processone contro 57 persone accusate di militanza nei Nar. La sentenza condanna quasi tutti gli imputati a pene tra i 22 anni e otto mesi (quella inflitta a Fioravanti) a un anno e sei mesi. I singoli militanti hanno avuto diverse condanne, molte delle quali all'ergastolo, nei processi per i singoli omicidi attribuiti al gruppo eversivo.

Legami con la criminalità organizzata. Soprattutto tramite un personaggio come Massimo Carminati, i Nar hanno avuto contatti con la criminalità organizzata e con la banda della Magliana. Insieme avevano la disponibilità di un deposito di armi scoperto il 27 novembre 1981 negli scantinati di un locale del ministero della Sanità.

Giusva Fioravanti. Da bambino aveva recitato nella serie tv La famiglia Benvenuti. È tornato libero dopo cinque anni di libertà condizionata. Era stato condannato a diversi ergastoli. In carcere aveva sposato Francesca Mambro.

Francesca Mambro. Compagna e poi moglie di Giusva Fioravanti, è in libertà condizionata e vedrà estinta la sua pena (sei ergastoli, più moltissimi anni di carcere) nel settembre 2013. Nel 2001 ha avuto una figlia e nel 2005 si è laureata.

Cristiano Fioravanti Fratello di Giusva, è arrestato nel 1981 e comincia a collaborare. Dopo un anno esce dal carcere.

Luigi Ciavardini. Condannato a 30 anni per la strage di Bologna (all'epoca aveva 17 anni) è in semilibertà dal marzo di quest'anno.

Gilberto Cavallini. Condannato a diversi ergastoli e poi in semilibertà, era stato arrestato di nuovo nel 2002 perchè accusato di una rapina.

Stefano Soderini. Tornato in libertà dopo aver scontato diverse condanne, nel 2007 è stato denunciato per sottrazione di minore, per essere sparito (probabilmente in Sudamerica) con il figlio di otto anni avuto dall'ex moglie ungherese.

Alessandro Alibrandi. Figlio del giudice Antonio Alibrandi, è morto a Roma il 5 dicembre 1981 in una sparatoria con una pattuglia della polizia che lo aveva fermato per un controllo.

Giorgio Vale. È ucciso il 5 maggio 1982 in una sparatoria con agenti della Digos che irrompono nel suo appartamento a Roma.

Franco Anselmi. Ucciso a Roma il 6 marzo 1978 dal proprietario di un'armeria che reagisce ad un tentativo di rapina.

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=20586&sez=HOME_INITALIA&npl=&desc_sez=

da Antifa

RIVOLTA NEL CARCERE DI LUCCA

Lucca, 3 agosto 2009 - Infatti, una rivolta di detenuti per protestare contro il sovraffollamento, il caldo torrido e le scarse condizioni igieniche non è una cosa che succede tutti i giorni. Se ne sono accorti anche gli abitanti delle case della zona, che, nel cuore della notte, sostanzialmente dalle 22 all’1,30, hanno udito fischi, colpi, grida, un corri e fuggi accompagnato da tutta una serie di imprecazioni. Ma che cosa, realmente, è accaduto? Secondo una prima, sommaria ricostruzione, 78 detenuti improvvisamente hanno cominciato a lanciare di tutto - dalla frutta alle bottiglie, dai fornellini ad altre suppellettili contenute nelle celle - contro gli agenti di custodia intervenuti per cercare di calmare gli animi. Come se non bastasse, gli stessi detenuti hanno anche appiccato il fuoco alle lenzuola e ai materassi con l’obiettivo di accendere focolai che impedissero l’avvicinarsi della polizia penitenziaria e, soprattutto, causassero più danni possibili.



Ci sono stati momenti di tensione anche perché alcuni agenti sono stati centrati e sei di loro hanno dovuto farsi medicare al pronto soccorso. Infatti, l’auto medica del 118 è dovuta intervenire con l’ausilio di tre medici e altrettanti infermieri sia a causa delle ferite, sia pure lievi, ma, in particolare, per alcuni che hanno riportato principi di intossicazione, dovuti all’uso, per spegnere il fuoco, degli estintori da parte del personale del carcere. Le autorità, ovviamente, tendono a minimizzare, ma la protesta ha dato il via a una sorta di battaglia che soltanto dopo una lunga ed estenuante trattativa è stata sedata. Con quali garanzie, da una parte e dall’altra, non si sa. L’episodio non fa altro che portare acqua al mulino di coloro che, da tempo, sostengono l’inadeguatezza logistica e urbanistica di un carcere all’interno delle mura, con un affollamento decisamente alto rispetto alla bisogna. Da ricordare anche che l’anno scorso fu chiusa, ma non solo a Lucca, una sezione dell’edificio con conseguente riduzione dello spazio disponibile. Sono anni che si parla di una nuovo localizzazione per il carcere, ma ancora non si è visto alcunché di concreto. C’è, purtroppo, anche un aumento esponenziale della microcriminalità, legata, soprattutto, alla sempre più numerosa presenza di detenuti extracomunitari che, ormai, costituiscono la maggioranza e con l’incremento dei reati contro il patrimonio e lo spaccio di sostanze stupefacenti, quest’ultimo in mano ad albanesi e maghrebini.

di Aldo Grandi da toscana.indymedia