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sabato 5 marzo 2011

Libia, il silenzio dell'Africa


Poche e imbarazzate dichiarazioni, nessun passo concreto. Nella crisi libica, si registra l'assenza di un continente

di Alberto Tundo da Peacereporter
Sarà anche un Paese arabo, inserito nelle dinamiche mediorientali ma, fino a prova contraria, la Libia si trova in Africa. E allora, mentre nel Mediterraneo soffiano venti di guerra e Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina riscrivono le loro agende, mettendovi in cima la crisi libica, viene spontaneo chiedersi dove sia finita l'Unione Africana. E la risposta è semplice: non pervenuta. Mentre nella parte settentrionale del continente soffiano venti di democrazia e regimi illiberali vengono contestati e rovesciati, la massima organizzazione politica continentale non c'è. Se si va sul suo sito internet, la pagina d'apertura, sotto la testatina "What's happening?", porta una serie di notizie sull'attività dell'Ua ma della Libia non c'é traccia. Bisogna allora aprire la sezione Peace&Security e, dopo la missione a Cotonou, il Djibouti Process per la crisi somala, il comunicato della 263esima riunione del Consiglio di Pace e Sicurezza e il rapporto dello stesso organo sulla sua missione in Sudan, si scopre che "l'Unione Africana esprime una forte preoccupazione per la situazione in Libia". E' un comunicato datato 23 febbraio. Due paragrafi, 10 righe in tutto, in cui l'organizzazione "condanna l'uso spoporzionato della forza contro i civili e deplora la perdita di vite umane", "sottolinea che solo il dialogo e il confronto consentiranno al popolo libico di trovare le giuste soluzioni" e "incoraggia tutti gli attori a favorire il dialogo". Tutto qui. Prima e dopo non c'è nulla.

Di "silenzio allarmante" ha parlato il primo marzo, ripreso dalla Cnn, un alto funzionario della Comissione economica per l'Africa delle Nazione Unite, Okey Onyekwe, ex responsabile della governance, che si è detto "sorpreso e imbarazzato per il fatto che l'Unione Africana e gli stati del continente siano rimasti piuttosto silenziosi di fronte alle vicende del Nord Africa e della Libia in particolare...Se l'Africa vuole diventare un attore globale ed essere presa sul serio dalle altre potenze, in questioni come questa dobbiamo far sentire la nostra voce". Ma per esprimere quale posizione? Il silenzio dell'Unione rispecchia (anche) la mancanza di una posizione comune. Il problema è anche questo. Più che critico, anzi durissimo, il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, che ha condannato "il silenzio inaccettabile davanti alla repressione brutale dei manifestanti". "E' una realtà scioccante che davanti a quanto accaduto in Tunisia, Egitto e ora in Libia, la leadership dell'Unione Africana non abbia fatto dichiarazioni e ne abbia preso provvedimenti, nonostante queste sollevazioni abbiano una pesante ricaduta su alcuni Paesi membri", ha detto il leader gambiano in un discorso trasmesso dalla tv di stato. E' un dato di fatto incontrovertibile che, fatta eccezione per un congelamento delle relazioni diplomatiche con la Libia paventato dal Botswana - il cui peso geopolitico è quasi nullo - l'Africa nella crisi libica ci è entrata dalla porta sbagliata, quella dei mercenari, e forse addirittura delle truppe regolari, affluite da Ciad, Niger, Kenya e Zimbabwe per aiutare Gheddafi a soffocare nel sangue la rivolta.

Resta l'interrogativo del perché di questa assenza in un momento in cui l'Africa cerca un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale. Le ipotesi sono diverse. Innanzitutto, per quanto siano stati forti i progressi in tema di democrazia e rispetto dei diritti umani, molti leader restano molto più vicini al modello di Gheddafi che a quello delle democrazie occidentali che lo vorrebbero fuori dai giochi. C'è una giunta in Guinea, un presidente golpista in Costa d'Avorio, e regimi illiberali in Ruanda, Uganda e Zimbabwe, giusto per fare qualche esempio. E' vero, poi, che Gheddafi ha comprato fedeltà politiche pagandole a peso d'oro, soprattutto negli anni del suo ultimo travestimento da nume del panafricanismo. In realtà, molti Paesi africani si sono mostrati molto meno sensibili di fronte alle lusinghe del denaro libico di tanti stati, e soprattuto molto più consapevoli della sua inaffidabilità politica. Lo dimostra la fine burrascosa della presidenza di Gheddafi dell'Unione Africana nel gennaio 2010, conclusione di una relazione tribolata, quella tra il Colonnello e l'Africa, che meriterebbe una trattazione a parte. Molto più semplicemente, l'Unione Africana è un'organizzazione troppo giovane (è stata fondata nel 2002, ndr) e poco rodata che si trova ad essere affiancata da organizzazioni regionali come Ecowas (Africa occidentale), Igad (Africa orientale) e Sadc (Africa meridionale) che spesso hanno meccanismi più oliati e seguono obiettivi strategici sui quali c'è un consenso maggiore. Nelle crisi ivoriana e somala, si sono registrate forti discrepanze tra le strategie regionali, di Ecowas e Igad, e quella continentale rappresentata dall'Unione Africana. Per questo, la proposta della Lega Araba di imporre una no fly zone sulla Libia e di affidarne il monitoraggio all'Ua, suona come uno sfregio per un'organizzazione che nelle ultime settimane ha fatto finta di non esserci. L'Unione Africana è già impantanata in Costa d'Avorio e Somalia. Difficile che possa gestire la crisi libica.

Legalità e giustizia : Il caso Napoli


Questura, magistratura e media contro le lotte sociali ed ambientali

di Antonio Musella
Quello che sta avvenendo a Napoli da circa due anni a questa parte in materia di repressione delle lotte sociale, rappresenta senza dubbio un laboratorio di sperimentazione di contrasto del conflitto sociale per gli apparati polizieschi e giudiziari.
La storia di questa spirale non ha una genesi definiti ma diversi fattori hanno contribuito ad una stretta repressiva progressiva rispetto alle lotte sociale che è coincisa con l’acuirsi delle politiche di austerità e dei tagli e di aggressione al territorio.
Le vicende legate alle lotte ambientali da Chiaiano in poi hanno senza dubbio segnato una strategia diversa delle forze dell’ordine che non si sono più solo limitate alla repressione nelle piazza ma a diverse operazioni di polizia giudiziaria. Contando sull’appoggio di un pool di magistrati tutti vicini a magistratura democratica, si è esercitato il tentativo di detronizzare l’attivismo sociale che aveva gia’ travalicato i confini delle realtà di movimento organizzate per invadere le comunità territoriali, aggiungendo agli arresti, le denuncie, gli obblighi di firma, anche un’opera dei diffamazione delle lotte sociali stesse.Si è sostenuta l’idea che le lotte ambientali in Campania fossero mosse ad arte dalla camorra. In questo modo non si è provato solo a bloccare la riproducibilità di azioni di disobbedienza sociale diffusa, ma al tempo stesso si è provato ad infamare per rompere il consenso ed il radicamento che le lotte ambientali si erano costruite sui territori.
Nessuna delle innumerevoli inchieste giudiziarie da Chiaiano e Terzigno ha portato alla dimostrazione di un ruolo attivo della criminalità nelle lotte. Eppure la funzione dei media di amplificare la diffamazione delle lotte in alcuni territori ha pesato molto. In ogni caso l’esempio dell’inchiesta condotta dal Pm Narducci ad esempio in merito a diversi episodi riguardanti le lotte di Chiaiano, che condusse nel marzo scorso all’arresto di un attivista ed all’obbligo di firma per altri 4 è esemplare per raccontarci come ha funzionato l’opera di diffamazione. Narducci ripercorre diversi mesi di lotta in una carteggio che raggiunge addirittura le 400 pagine. Un vero e proprio libro. Dopo aver costruito ipotesi di organigrammi che legherebbero i centri sociali alle lotte di Chiaiano ci si sofferma sull’individuazione di alcune targhe di motoveicoli i cui proprietari risulterebbero legato a famiglie camorristiche. Dopo queste lunghe pagine di curriculum criminali viene scritto a chiare lettere che nessuno degli individui identificati ha partecipato mai a nessun tipo di azione di lotta né tantomeno si può sostenere l’esistenza di un legame tra la criminalità organizzata e l’area dell’antagonismo sociale. La domanda nasce spontanea. Che hai scritto a fare decine di pagine ? Semplice per mandarle in pasto ai giornalisti e alimentare l’opera delatoria e diffamatrice.
Ad un anno di distanza, dopo che molti capi di accusa di quell’inchiesta del pm Narducci – lo stesso di Calciopoli – sono cadute nei confronti degli attivisti, gli stessi sono ancora sottoposti all’obbligo di firma.
Ma se la diffamazione delle lotte sociale è stata un’operazione fallita rispetto alle lotte ambientali, questo non si può dire per le lotte del mondo del non lavoro.
Il processo di acuirsi della repressione giudiziaria e dell’opera diffamatoria delle lotte sociale si è innescato sulle lotte ambientali quando l’azione governativa è divenuta sempre più di hard governance distruggendo ogni spazio di dialettica politica. Il cambio di gestione della Regione Campania, i tagli a tutte le misure di wlefare esistenti dal reddito di cittadinanza fino al progetto di inserimento socio lavorativo Bros per i disoccupati di lunga durata ha fatto scattare nei confronti dei disoccupati organizzati la stessa procedura.
L’intensificarsi delle pratiche radicali di lotta dei disoccupati organizzati a portato all’avvio di una spirale repressiva senza precedenti che ha unito violenza di piazza della polizia, operazioni giudiziarie con la costituzione di un vero e proprio pool di magistrati che indaga sui movimenti dei disoccupati organizzati, e un meccanismo di intimidazione e controllo degli apparati polizieschi che pensavamo da armamentario degli anni settanta. Perquisizioni notturne, fermi, pestaggi sono divenuti il pane quotidiano insieme ad una funzione svolta dalla nuova amministrazione regionale a guida Pdl che ha costruito una vulgata che vede i disoccupati come l’incarnazione degli sprechi della precedente amministrazione, il male assoluto della città di Napoli.
In questo clima, e sfruttando dei limiti oggettivi degli strumenti di comunicazione di quel tipo di movimenti, si è costruito un clima medioevale intorno ai movimenti dei disoccupati organizzati.
A questo si aggiunge anche un ruolo tutto nuovo giocato direttamente dalla Questura. La gestione dell’ex questore di Napoli Santi Giuffrè, ora promosso al Viminale dal 1 marzo, è stata lo specchio di un’operazione complessiva di attacco alla lotte sociali ed ambientali.
Dal 2009 fino al 2011 questo tipo di operazione repressiva che come abbiamo visto trova nella politica regionale, nella magistratura e negli apparati di polizia i registi principali, si è provato a distruggere le lotte sociali a Napoli.
Santi Giuffrè nei primi mesi del 2011 è praticamente sceso direttamente in politica rilasciando interviste al Corriere ed a La Repubblica dove elogiava in maniera diretta i tagli alle politiche per il welfare della Regione Campania e le politiche di austerità varate da Tremonti. Dichiarazioni assolutamente fuori luogo per un questore di una città dove le lotte sociali non sono certo il primo problema criminale.
All’interno stesso della Questura di Napoli e dell’ufficio Digos si è verificata una situazione di anomalia con la presenza di personale che dai commissariati territoriali è stato trasferito all’ufficio politico con ruolo di “consulente speciale” per così dire. Insomma anche gli stessi apparati repressivi si sono dovuti adeguare ad una stagione da santa inquisizione.
Le vicende legate alla repressione contro i disoccupati si evidenziano bene, oltre che nel quadro complessivo dell’azione repressiva, da due operazioni.
La prima riguarda l’arresto di alcuni disoccupati che nel mese di ottobre del 2010 avevano occupato gli uffici della commissione affari sociali della Regione Campania. Per sgomberare i locali, la polizia chiede prima il supporto dei vigili del fuoco, poi come denunciano attraverso i loro comunicati i movimenti dei disoccupati bastonano violentemente e senza alcun motivo valido tutti gli occupanti. Finiranno tutti in galera. Dopo alcune settimane una parte di loro sarà trasferita ai domiciliari, mentre altri, dall’ottobre del 2010 sono ancora oggi ospiti dello Stato presso il carcere di Poggioreale.
Ad alcuni di loro addirittura sono state notificate in carcere anche l’attuazione di pene sospese precedenti.
Vittima di quella mattanza ad esempio è stato Gennaro Iovine, uno dei delegati dei movimenti dei disoccupati, che ha riportato seri danni alla spina dorsale ed oggi è sottoposto a delicate quanto costosissime terapie rischiando di perdere la capacità di deambulazione.
Gli altri tra carcere e domiciliari e senza quel sussidio di 500 euro al mese ormai sospeso dalla Regione Campania da mesi.
L’ultima vicenda, ma solo in ordine cronologico, riguarda Gino Monteleone, uno dei principali portavoce dei movimenti dei disoccupati napoletani. L’ormai ex questore Santi Giuffrè attraverso una dettagliatissima relazione in merito a fatti, azioni di lotta, episodi dal 2000 ad 2010 ha chiesto il Questore di Napoli ha chiesto alla Sezione per le Misure Speciali del Tribunale di Napoli, la sorveglianza speciale per tre anni.
La sorveglianza speciale è stata utilizzata in passato per gli antifascisti durante il ventennio, per i grandissimi boss italo americani degli anni ’50 come Lucky Luciano ad esempio, e per diversi compagni vittime delle misure repressive degli anni settanta. Il “sorvegliato speciale” non può partecipare a riunioni pubbliche, manifestazioni, non può frequentare altri pregiudicati e con carichi pendenti, deve comunicare tutti i suoi spostamenti e può andare fuori comune solo comunicando alla questura di destinazione la sua permanenza, può essere sottoposto all’obbligo di firma anche più volte al giorno, non può avere apparecchi di comunicazione come internet ed il telefono cellulare. E tante altre misure ancora.
L’udienza programmata a febbraio è stata rinviata al 22 marzo. Gino Monteleone rischia seriamente la sorveglianza speciale, uno scenario che aprirebbe le porte per un ulteriore diffusione di misure di restrizione delle libertà per gli attivisti sociali. Tra lo sconcerto della maggior parte dei legali vicini al movimento napoletano, dagli studi Senese e Ciruzzi, agli avvocati D’Alessandro e Fusco, sembra che nella città di Napoli non si ricordi una misura di questo tipo.
Intanto, mentre Gino Monteleone rischia la sorveglianza speciale, Gennaro Iovine rischia di non camminare più, Egidio Giordano firma da 2009 fino ad oggi senza discontinuità, vengono dispensate nuove denunce, distribuiti avvisi orali ed articolo 1 ovvero avviso di pericolosità sociale, nei processi in corso addirittura si cambiano i capi d’imputazione. E’ il caso di un processo a 5 attivisti per un tentativo di occupazione della Centrale a Turbogas della Tirreno Power nel quartiere di San Giovanni a Teduccio avvenuto nel 2007. Dopo circa due anni e mezzo di udienze il giudice rimanda al pm il carteggio chiedendo la riformulazione del reato, da resistenza a pubblico ufficiale a resistenza aggravata e continuata. In pratica improvvisamente il giudice e come se avesse gia’ scritto il verdetto e soprattutto ritenesse troppo poco il massimo della pena tanto da dover chiedere di adattare il reato.
Cosa significa parlare di legalità a Napoli e nel paese oggi ? Luigi De Magistris qualche giorno fa sul Corriere della Sera invitava a parlare di diritti piuttosto che di legalità ed aprire una stagione di disobbedienza.
Mi pare un invito opportuno davanti ad una idea della legalità che vede personaggi come il prefetto Catenacci e l’ex vice di Bertolaso, Marta De Gennaro sversare in mare percolato ed essere liberi dopo due giorni di fermo. Una legalità che permette a Dario Cigliano sotto inchiesta per gli affari sui rifiuti di Enerambiente di essere conigliere provinciale e comunale , una legalità che vede Luigi Cesaro su cui pende un mandato di arresto fare il Presidente della Provincia, oppure l’amico dei camorristi Nicola Cosentino essere il deus ex machina della politica regionale.
Cos’e’ legalità? E cos’e’ giustizia sociale ? E’ giustizia sociale quella che vede il taglio del 80% della spesa per l’assistenza sociale in Campania ? Quella che vede la costruzione di nuove discariche ed inceneritori nonostante le lotte di questi anni abbiano dimostrato i danni irreparabili a cui condicono ? E’ giustizia quella che abbandona 4.000 disoccupati di lunga durata a se stessi dopo anni di percorsi di sostegno al reddito ? E’ giustizia quella che taglia il reddito di cittadinanza in una regione con 140 mila famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà?
Piuttosto che parlare solo di lotta alla repressione, oggi dovremmo essere in grado di articolare questo tipo di ragionamento, comprendendo che la vecchia idea legalitaria tanto cara ai Luciano Violante di turno è ormai stata demolita dalla società del presente e che solo una nuova idea di giustizia sociale può rendere l’idea di una costruzione di alternativa vera.
Dal 1 marzo a Napoli c’e’ un nuovo questore, è Luigi Merolla, ex capo della Digos di Napoli negli anni novanta, ex questore di Bologna. Dipenderà sicuramente anche da lui se questa incredibile spirale repressiva continui a seguire il suo corso oppure possa stopparsi in tempo.
Intanto il 22 marzo ci sara’ l’udienza per la sorveglianza speciale a Gino Monteleone, per fermare questa assurda spirale repressiva dobbiamo cominciare a fermare questo assurdo provvedimento. Il prossimo 11 aprile invece ci sarà l’udienza del riesame per valutare la posizione dei disoccupati ancora in carcere da ottobre.
E’ giunto finalmente il momento di far conoscere fuori da Napoli ciò che avviene in questi mesi, per mettere in moto una campagna di solidarietà per la giustizia sociale ed ambientale e contro le misure restrittive ai movimenti dei disoccupati e dei comitati ambientali, a cominciare da una campagna contro la sorveglianza speciale a Gino Monteleone.

da GlobalProject

Democrazia: palestra di parole, bottega degli affari.

Con gli insorti, sempre!

Molto probabilmente, in mancanza di una vera prospettiva internazionalista, anche movimenti di milioni di esseri umani, anche le liberazioni dai satrapi vampiri del Maghreb, saranno utilizzate per transizioni o stabilizzazioni confacenti all’imperialismo europeo ed americano.
I sommovimenti popolari, figli del nuovo equilibrio pluripolare, stanno costringendo l’u.e. a riconsiderare l’opzione strategica mediterranea, a fronte della relativa perdita di peso americano nell’area.
I padroni europei si “interessano” delle rivolte a loro modo, costretti dalla dipendenza economico-energetica a difendere “diritto” e profitti a pie’ pari. Sono gli stessi colonialisti di sempre, sfruttatori della riserva di manodopera a basso costo che contribuisce a mantenere il parassitismo sociale ed a contrastare il declino demografico europeo.
Sono gli stessi che spremono quei lavoratori nei periodi di prosperita’ industriale per poi rimandarli a casa, o rinchiuderli nei c.i.e. nei periodi di crisi, come l’attuale.
I padroni europei, impauriti dalla possibile instaurazione di nuovi stati teocratici ai loro confini, offrono la loro sponda democratica come prospettiva alle rivolte del pane e della vita migliore.
E cosi’, le rivoluzioni al di la’ del mare saranno costrette a scegliere tra la padella fondamentalista e la brace democratica.

ovunque nel mondo l’altalena di tutti i poteri
PALESTRA DI PAROLE
BOTTEGA DEGLI AFFARI





L’impetuoso sviluppo capitalistico, nell’alternarsi ciclico tra crisi e ripresa, sta creando nel mondo, diffondendola, contaminandola e concentrandola nelle metropoli, una classe mondiale, salariata, che non ha interessi nazionali ma che non ha nemmeno coscienza, tantomeno organizzazione.
E’ una classe giovane, ma ignota a se stessa, che sta crescendo cambiando il volto del mondo.
E’ una classe che comincia a reclamare ovunque una vita degna di essere vissuta, nell’officina del mondo cinese cosi’ come nelle aree periferiche del mediterraneo.
E’ questa la lezione che l’opportunismo nostrano non vuole o non riesce ad imparare, scambiando anche di fronte alla sanguinosa evidenza feroci dittatori con campioni dell’”antimperiasmo”, continuando nella solita, vecchia abitudine, di scambiar lucciole per lanterne.
I giornaletti della sinistra defunta sono li ad interrogarsi sul perche’ le “rivoluzioni falliscono” o sul perche’ milioni di persone seguono “leader sbagliati”.
Miseria del soggettivismo!
Non sara’ che certe “rivoluzioni” rivoluzioni non lo sono mai state se non nella testolina di chi comunque ha bisogno di un qualche stato guida, passando agevolmente dall’orso sovietico al cavaliere mascherato zapatista, dal colonnello antimperialista al nuovo faro del socialismo in America Latina?
E non sara’ che le “masse” seguono non astratte idee ma quello che c’e’, materialmente, quello che il convento del loro sviluppo storico-materiale passa, essendone strumentalizzate prima, ed oppresse dopo?
E non sara’ che la piccola borghesia intellettuale europea ( ed italiana! ), nel suo “antimperialismo” a senso unico ( ad ex uso filosovietico ), si e’ sempre schierata a fianco di tutte le borghesie purche’ truccate da antiamericane?
E’ un dibattito stantio, che ha gia’ ricevuto storiche risposte, e che trova negli avvenimenti odierni l’ennesima lezione.
Per quanto ci riguarda, noi eravamo con gli operai di Budapest nel ’56 e con quelli di Danzica e Stettino nell’’80 contro i carri sovietici, con i giovani di Tienamen nell’89 contro i falsi comunisti cinesi, con i ceceni nel 2002 affogati nel loro sangue di serie b, con i palestinesi massacrati da americani, Israele, a.n.p. ed hamas.
Ed oggi siamo con i giovani ribelli del nord Africa, che nella loro generosa potenza, ci ricordano che la rivoluzione e’ veramente possibile, anche e soprattutto nella metropoli, nel cuore dell’impero capitalista.
I governanti possono essere messi in fuga, le cose possono cambiare, non con le alchimie elettorali, ma con milioni di persone, donne e uomini, nelle piazze.

Noi, coscienti della mancanza di una organizzazione comunista in Europa che sola potrebbe offrire un riferimento di classe a queste rivolte, manifestiamo la nostra solidarieta’ ai giovani combattenti rinnovando il nostro impegno in quella direzione, individuando nei padroni italiani i nostri primi nemici e nella lotta contro di loro il nostro concreto internazionalismo.

C O M B A T

da Indymedia

venerdì 4 marzo 2011

Taranto, Coldiretti: nei campi è stato di calamità

E' necessario avviare subito le procedure per la dichiarazione dello stato di calamità nelle campagne dove decine di migliaia di ettari di terreno agricolo sono finiti sott’acqua insieme a case rurali e stalle per effetto dell’ondata straordinaria di maltempo che ha provocato perdite di ortaggi, verdure, vivai, serre mentre si temono danni alle piante da frutto come gli agrumeti e ci sono preoccupazioni per le semine primaverili. E' quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti che segnala anche frane e smottamenti nei campi e sulle strade che potrebbero far salire il conto dei danni nelle campagne a cento milioni di euro.

Un vero bollettino di guerra la situazione in Puglia dove la Coldiretti ha chiesto la declaratoria di stato di calamità naturale. Colpite tutte le province pugliesi, anche se i danni più consistenti si registrano a Taranto e Foggia. In particolare a Taranto, in contrada Marinella, Pantano e Tufarella, tra Ginosa e Bernalda (Matera), molti ettari di ortaggi e vigneti da tavola sono stati completamente distrutti ed alcuni fabbricati, sia capannoni che abitazioni, danneggiati. Anche a Castellaneta, contrada Gaudella e Palagianello nella cosidetta “Lama”, centinaia di ettari sono stati allagati con distruzione di tutti i seminativi. Ortaggi e vigneti allagati anche nelle restanti aree della provincia. Tra Ginosa, Laterza, Castellaneta e Palagianello gli imprenditori agricoli denunciano strade dissestate o addirittura chiuse, canali di scolo della bonifica in crisi di deflusso ed i terreni circostanti allagati con conseguente rischio di fenomeni di marciume radicale. Infine, l’abitato di Marina di Ginosa è completamente invaso dalle acque. Campi allagati e collegamenti impraticabili anche in provincia di Brindisi.
In Calabria la situazione è critica per gli ortaggi e per gli agrumeti, ma sono stati provocati danni anche a colture pregiate come ad esempio la cipolla Rossa di Tropea ad Indicazione Geografica Protetta (IGP). Disastrosa - continua la Coldiretti - la situazione della Basilicata nel Metapontino dopo l’esondazione dei fiumi Agri, Sinni, Basento e Bradano. Migliaia di colture di ortive, fragole, agrumeti e frutteti sommersi dall’acqua. Serre e fabbricati danneggiati, case rurali evacuate, aziende zootecniche semidistrutte e bestiame annegato. Difficile quantificare gli enormi danni. L’accesso ai terreni è reso difficoltoso dalle frane e dagli smottamenti, conseguenza delle inondazioni che hanno fatto scomparire anche molte strade rurali. I dirigenti Coldiretti della zona stanno facendo i sopralluoghi nelle aziende colpite. L’intero territorio agricolo di Pisticci è stato danneggiato dall’esondazione del Basento. Campi di fragole e ortive, frutteti e agrumeti inondati. Oltre 70 famiglie fatte evacuare dalle case rurali. Serre, fabbricati, strade e ponti distrutti. Gravissima anche la situazione nei territori di Bernalda e Montescaglioso.


Drammatica la situazione nei comuni di Bernalda e Montescaglioso, con campi di cereali, fragole, ortive, agrumeti e frutteti ancora sommersi dall’acqua e forti criticità negli allevamenti. Stalle interamente allagate, come quelle dell’azienda Esposito, che ha perso oltre 350 capi in seguito all’esondazione. L’Agri oltre a migliaia di ettari di fragole, ortive, frutteti e agrumeti nei comuni di Policoro, Nova Siri e Rotondella, ha inondato molte case rurali. In Abruzzo nella provincia di Teramo dove sono andati sott’acqua centinaia di ettari di terreno per effetto delle piogge incessanti che hanno anche reso inaccessibili molte strade poderali e, oltre ai danni diretti alle coltivazioni, hanno determinato smottamenti che hanno stravolto la conformazione dei terreni agricoli. In Italia - precisa la Coldiretti - ci sono 5.581 comuni, il 70 per cento del totale, a rischio idrogeologico dei quali 1.700 sono a rischio frana e 1.285 a rischio di alluvione, mentre 2.596 sono a rischio per entrambe le calamità
. All'elevato rischio idrogeologico non è certamente estraneo il fatto che un territorio grande come due volte la regione Lombardia, per un totale di cinque milioni di ettari equivalenti, è stato sottratto all'agricoltura che - afferma la Coldiretti - interessa oggi una superficie di 12,7 milioni di ettari con una riduzione di quasi il 27 per cento negli ultimi 40 anni. Il progressivo abbandono del territorio e il rapido processo di urbanizzazione spesso incontrollata non e' stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque ed è necessario intervenire per invertire una tendenza che - sottolinea la Coldiretti - mette a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese. Una situazione aggravata dai cambiamenti climatici in atto che - conclude la Coldiretti - si manifestano con una maggiore frequenza con cui si verificano eventi estremi, sfasamenti stagionali, maggior numero di giorni consecutivi con temperature estive elevate, aumento delle temperature estive e una modificazione della distribuzione delle piogge.

da GrandeSalento.org

Beirut, aspettando la rivoluzione


Manifestazioni anche in Libano, dove lo scenario pare molto differente dal resto del mondo arabo

scritto da Erminia Calabrese da Beirut per PeaceReporter

"Pane, lavoro e libertà", urlavano i manifestanti nelle varie piazze arabe che nelle ultime settimane hanno trovato nel canale satellitare al-Jazeera una vera e propria leadership. "Il popolo vuole la caduta del regime", gridavano i rivoluzionari a Tunisi, al Cairo a Tripoli, liberandosi di regimi e di tiranni che per trenta anni avevano vietato ogni forma di libertà e la possibilità di una vita dignitosa per loro e per i loro figli.
Senza nessuna distinzione di religione, tribù, famiglie è stato il popolo il vero protagonista di queste rivoluzioni che qualcuno ha voluto chiamare "miracolo arabo". E' stato il popolo stavolta a liberarsi da quella retorica coloniale che da sempre aveva preteso di trasformare gli arabi in persone pigre e soggiogate dall'Islam. Bisognerebbe chiedere a Georges Bush o ad Hillary Clinton cosa hanno provato mentre la piazza al Cairo rovesciava quel regime che da anni l'amministrazione statunitense aveva appoggiato e finanziato perché considerato moderato, per il semplice fatto di aver firmato un accordo di pace con Israele, che aveva potuto cosi approfittare del gas egiziano a prezzi ridotti.
"Quando sei costretto a lavorare dalle cinque di mattina alle dieci di sera e nonostante questo vedi che non riesci ad arrivare a fine mese allora vuol dire che c'è un vero problema", commentava un cittadino libanese nei giorni della rivolta al Cairo - "allora vuol dire che devi iniziare a far sentire la tua voce".

"Il popolo vuole la caduta del regime settario", gridavano invece a Beirut, domenica scorsa, circa quattro mila persone, in maggioranza giovani, che sulla scia delle rivolte in Medio Oriente e in Nord Africa avevano organizzato una manifestazione nella capitale. In un Paese dove il potere è diviso tra diciotto comunità confessionali eredità dell'impero ottomano rafforzata dal colonialismo francese nel Paese una rivoluzione sembra però essere improbabile perché come ricorda Khalil, responsabile del Partito Comunista all'Università Americana di Beirut: "Se in Libia il tiranno è uno qui in Libano ne abbiamo tanti, uno per ogni confessione e una mobilitazione in termini nazionali è davvero difficile".

"Siamo stanchi di dover andare all'estero per trovare un lavoro mentre i nostri dirigenti non fanno altro che metterci gli uni contro gli altri utilizzando la retorica confessionale", dice Hani, un ragazzo di 26 anni.
In questo stesso giorno, mentre sotto la pioggia i giovani senza perdersi d'animo manifestavano per le strade della capitale, al nord del paese, nella regione di Akkar, una delle zone più povere del paese dove ogni famiglia in media è costituita da nove membri, Ahmad Hariri, vice presidente del Partito al-Mustaqbal, capeggiato dall'ex ormai premier Saad Hariri girava per le strade di Akkar in cerca di consensi distribuendo pane e lavoro, dopo che il premier designato Najib Miqati aveva ricevuto un bagno di folla nella visita a Tripoli, sua città natale.

"Non c'è lavoro qui, è solo grazie a Saad Hariri se oggi posso mettere qualcosa nel piatto dei miei nove figli. La settimana scorsa mi hanno addirittura spedito una valigia piena di vestiti per bambini", ricorda Yemen, una donna sui cinquant'anni. "Ho trovato un lavoro grazie ad Hariri che mi ha impiegato in una delle sue tante istituzioni qui nella regione", racconta invece Abu Ahmad. "E' lui che si occupa dell'istruzione dei miei figli e in caso delle loro cure mediche".
Se pane e lavoro ci sono, dove è la libertà?

L'aquila...città universitaria??

L'Aquila, 1 mar 2011

In otto hanno dovuto fare i bagagli, abbassare la testa e chiudersi dietro le spalle la porta della nuova Casa dello studente ma non solo, hanno perso il diritto a percepire la borsa di studio di cui sono titolari dovendo, inoltre, provvedere alla restituzione dei mesi fino ad oggi percepiti. La colpa che stanno espiando sei ragazzi e due ragazze è quello di aver fumato una sigaretta nella sala studio dell'ex caserma Campomizzi. La pietra dello scandalo non sarebbe stata in realtà il vizio del fumo, dato che i richiami per cattiva condotta sarebbero stati fatti, e finiti lì, ad alcuni il 23 novembre scorso, ad un altro gruppo il 9 dicembre 2010 ed infine altri a gennaio, piuttosto il 'caso' sarebbe nato dalle parole di un'altra ragazza allontanata a sua volta dalla struttura perché trovata ad utilizzare un fornellino elettrico.Il 'foglio di via' sarebbe stato redatto proprio in seguito all'audizione di quest'ultima ragazza che avrebbe storto il naso per dover lasciare il suo posto letto nella nuova Casa dello studente e la quale avrebbe replicato di non essere stata la sola ad essere stata trovata in violazione con il regolamento e dunque di non dover essere sola lei a pagare andandosene.

La revoca dell'alloggio giunta lo scorso 15 febbraio a 5 ragazzi israeliani, a 2 ragazze di Larino in provincia di Campobasso e ad un abruzzese originario di Penne, farebbe riferimento all'articolo 8 del regolamento interno della struttura studentesca che prevede la revoca del posto letto e della borsa di studio per la detenzione di armi, alcool, sostanze stupefacenti, giovo d'azzardo, la cessione del posto assegnato fino a giungere al fumare negli spazi comuni o all'interno delle proprie stanze.

«Hanno avuto tempo fino al 28 febbraio per lasciare i loro alloggi. Ieri notte alcuni hanno trovato ospitalità da amici altri hanno dormito in alcuni container messi a disposizione dalla Protezione Civile, – le parole di Wania Della Vigna, l'avvocatessa incaricata dai ragazzi di rappresentarli in questa battaglia – ma non è solo il problema dell'alloggio, hanno perso anche la borsa di studio, di cui erano titolari sia per requisiti di merito, sia per i loro redditi quasi alla soglia della povertà, e tale provvedimento sarà retroattivo. Neanche la caparra di 450 euro gli verrà restituita dato che sarà trattenuta per coprire le mensilità della borsa di studio percepite da settembre ad oggi».

«Non c'è un docente universitario al loro fianco – sottolinea la presidente del Comitato vittime della Casa dello studente, Antonietta Centofanti, mobilitatosi a favore degli otto ragazzi – si riempiono la bocca di belle parole ma non fanno nulla per il futuro degli studenti».

«Una città universitaria che deve essere ricostruita non può dimenticare i suoi studenti, li deve proteggere – incalza Della Vigna – è per questo che noi rivolgiamo un appello al Rettore di Orio, gli studenti devono essere protetti anche adesso. Non devono perdere il sogno di laurearsi all'Aquila»

Il commissario straordinario dell'Azienda per il diritto agli studi universitari, Francesco D'Ascanio, sottolinea come si stia già definendo un possibile percorso per risolvere la situazione in cui si sono trovati i ragazzi: «Vedrò tra poco il vice commissario alla ricostruzione Antonio Cicchetti, il quale è sicuro che ci sia una base per trovare una situazione alternativa. Stiamo pensando di muoversi bandendo un nuovo avviso pubblico per ristabilire la situazione ante quo».

Resta da capire se l'atto di revoca degli alloggi sia un atto personale del direttore dell'azienda per il diritto allo studio, Luca Valente, o se sia stato un provvedimento firmato da tutto il Cda.

da Indymedia

ECCOCE ROMA - REMO REMOTTI feat. ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO

giovedì 3 marzo 2011

NORMALITA’

di Angelo Cleopazzo
Le speranze, le emozioni, le angosce sono chiuse nel cassetto più profondo dell’ anima mia.
Provo a prendere il filo e a tirar fuori le reti del mio pensatoio: dolore e tristezza, cupidigia e solitudine reclamano a viva voce riflessioni sullo stato in cui si trova la mia Nardò.
D’ impulso mi balena alla mente una frase, mi strazia e nuda dichiara la sua essenza: dov’ è la normalità in questo paese?
Trovo brandelli di memoria che mi interrogano.
Ma come i morti sono vivi e i vivi sono morti?
Nei grandi del passato trovo linfa vitale; sono vivi e stimolanti quei passaggi su sta terra di antenati.
Vedo in Gramsci una forza dirompente nel presente e pel futuro…
Mi desto e poi d’ intorno vedo morti.

Morti che camminano, persone senza meta, guidate solo dalla bussola del loro egoismo, dell’ opportunismo, dal fiuto per l’affare e dal vantaggio a breve termine.
Dignità, pudore, decoro, amore, cura, solidarietà, convivialità, istruzione, cultura, onestà, lealtà, religiosità, normalità. Quali di queste prerogative sono soddisfatte da chi calpesta questa Nardò?
La politica cittadina ridotta ad un feudalesimo medievale dove “ i signori “ detengono ad personam la gestione padronale del potere. Gestiscono i loro feudi ( che un tempo erano i partiti ) con l’ estorsione del consenso.
A Nardò la politica cittadina ruota attorno ai notabili dei “ pacchetti di voti “, chi ne ha di più si spartisce gli assessorati e le poltrone quando sarà eletto.
Fiumi di promesse, di denaro e di minacce piegano la schiena dei più deboli: un esercito di bisognosi pronti al baciamano, si scappellano e si prostituiscono davanti a sti figuri.
Come giustificare la morte della politica agli occhi dei bambini?
Quale scempio di normalità si vuole dare ai figli di questa terra, lercia e marcia, paludata da secoli di mafia.
Nessuna spinta ideale, nessuna proposta, non ci sono interlocutori normali.
La competizione fra i partiti ha senso se dialettica e idealità multiformi si contrappongono, si legano, si dispiegano dentro i partiti, fra i partiti, nelle Istituzioni, fra i cittadini.
Qui niente ha il sapore della normalità!
Esistono partiti che non sono, sedi aperte solo in prossimità dell’ elezioni, nessuna attività interna li contraddistingue per virtù.
Esistono partiti fondati dalla mafia, liste che sono partiti che passano da padre in figlio, partiti dove gli iscritti non sanno di esserlo, partiti dove mai una riunione fra gli iscritti è stata fatta.
In questo mare sono un’ isola col mio partito;i miei compagni di viaggio sono isole.
Assieme formiamo una barriera di coralli dove difenderci dalla barbarie, un arcipelago dove far sbarcare le navi nostre sature di speranze ed aspettative.
I bambini non hanno bisogno di esempi scellerati, non hanno bisogno dei ”signori del dolore ” , hanno bisogno d’ amore e di normalità.

Angelo Cleopazzo

RECENSIONE di MARGHERITA HACK al libro “GLI UOMINI OMBRA” di Carmelo Musumeci


E’ un libro sconvolgente, opera di chi in carcere è diventato un grande scrittore, che scrivendo riesce a sopportare quella morte al rallentatore che è il carcere a vita, l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”.

Sono racconti in parte veri, in parte romanzati, che rispecchiano la violenza di chi ha potere su i carcerati e l’ansia di libertà, di giustizia, l’amicizia profonda che si stabilisce fra compagni di pena.

Quando si legge di casi reali di giovani rei di aver partecipato a qualche manifestazione, o di aver reagito alla forza pubblica, che entrati in carcere in piena salute ne escono avvolti in un lenzuolo e con sul corpo i segni di pestaggi selvaggi, si vuol credere che si tratti di casi eccezionali, poi si pensa a quello che è successo durante il G8 a Genova e si comincia a dubitare. Il carcere che dovrebbe essere scuola di riabilitazione si rivela un centro di abbrutimento per i carcerieri e di annullamento della personalità dei carcerati a cui questi si ribellano con la violenza, carcerieri e carcerati egualmente vittime di un sistema degradante.Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, una famiglia che ci ha protetto e aiutato a crescere e ci si domanda come saremmo stati se fossimo stati lasciati abbandonati a noi stessi, orfani o con genitori in carcere, o assenti, forse ognuno di noi avrebbe cominciato con qualche furtarello e poi sempre qualcosa di più grosso, fino a che, contro la nostra volontà, ci sarebbe scappato il morto e la galera.

Il bambino criminale - l’autobiografa della sua infanzia- diventa criminale per colpa di chi dovrebbe guidarlo nella vita; prima la nonna che lo incita a rubacchiare del cibo al mercato, mentre lei, chiacchierando distrae il venditore. Scoperto, si becca uno schiaffo dalla nonna- quante volte ti devo dire di non rubare- e poi a casa se ne becca un altro per essersi fatto scoprire, poi la maestra che lo sospende per dieci giorni per aver portato a scuola un gattino, poi, in seguito alla separazione dei suoi, il collegio, dove religiosi di poca carità cristiana incrudeliscono con punizioni sproporzionate per un bambino ansioso di affetto e di libertà. Questo tipo di educazione potrebbe costituire un manuale su “ Come ti costruisco un criminale”.

Gli uomini ombra, invisibili e dimenticati da tutti , morti viventi, perché irreali come le ombre, eppure capaci di forte amicizia e altruismo come i quattro rinchiusi nella stessa cella, Tiziano figlio di un boss diventato assassino per l’obbligo di vendicare l’assassinio del padre, Pietro che aveva ammazzato la moglie e l’amante, Giosuè che aveva ammazzato una decina di persone che volevano ammazzare lui, e Nicola che viveva nel ricordo della moglie che lo aspettava da otto anni e non riusciva mai a vederlo. Era l’unico che aveva ancora una ragione per vivere. Per lui, perché lo trasferiscano al nord dove sarebbe stato più facile vedere ogni tanto la moglie gli altri tre dopo un tentativo di fuga fallito sono pronti a sacrificarsi. Finalmente Nicola può incontrare la moglie e gli altri tre sono finalmente liberi, le loro anime hanno lasciato i loro corpi martoriati di botte.

Le carceri italiane scoppiano. Molti detenuti non hanno nemmeno una branda o un materasso e dormono sdraiati per terra. Questo succede oggi nella civilissima Trieste. Molti dei detenuti non hanno compiuto altro reato che quello inventato da un governo razzista: il reato di clandestinità; molti altri sono poveracci che se fossero stati difesi da un bravo avvocato e non da un poco coscienzioso avvocato d’ufficio sarebbero fuori. Tutti avrebbero diritto a poter svolgere un lavoro, a studiare, a fare sport, a ricostruirsi un surrogato di vita, in particolare agli ergastolani, a coloro a cui la società dice: Lasciate ogni speranza o voi che entrate.

Spesso mi viene in mente un fatto di cronaca di qualche anno fa: Roma, una stazione della metropolitana. Due donne, un’italiana e una romena litigano, per quelli che vengono definiti futili motivi, una precedenza e una spinta forse involontaria, un insulto alla romena che reagisce con un’ombrellata al volto dell’altra. Disgrazia volle che la punta dell’ombrello le si conficcasse nell’occhio e raggiungesse un punto particolarmente delicato del cervello da provocare la morte. Chiaramente un omicidio preterintenzionale. Ma la romena è stata condannata per omicidio premeditato. Evidentemente in previsione del futuro litigio in metropolitana si era armata di un ombrello.

Quanto si dovrà aspettare perché il carcere possa assolvere davvero la funzione rieducatrice? Come si può pensare che una pena così barbara come l’ergastolo ostativo, che non lascia nessuna speranza di un futuro, possa rieducare?

Mi auguro che questo libro, oltre ad essere un eccellente esempio di letteratura vissuta, serva a sensibilizzare tutti coloro che sono “cittadini rispettabili”, che spesso non per merito loro ma grazie a un po’ di fortuna non hanno mai conosciuto il carcere, alla necessità di abolire l’ergastolo, a non dividere la popolazione fra onesti- quelli fuori- e delinquenti-quelli dentro- Leggendo questo libro si impara quanta umanità può esserci anche “dentro”, forse più dentro che fuori.

Margherita Hack

mercoledì 2 marzo 2011

DI TUTTI I COLORI - 3/13 marzo 2011 – Nardò


Centro di Servizi culturali e bibliotecari del Comune di Nardò
ex Convento dei Carmelitani C.so V. Emanuele II

giovedì 3 marzo h. 19:00
inaugurazione e presentazione di “Attila e Adalberta”(Lupo Editore)
libro per bambini scritto da Chiara Lorenzoni e illustrato da Chiara Criniti.

Giovedì 10 marzo h. 16:30
Laboratorio per bambini e ragazzi
A cura della Compagnia Terrammare Teatro e degli operatori della Biblioteca del Centro
con la partecipazione dell’illustratrice Daniela Cecere.

Il laboratorio, gestito da Silvia Civilla e Daniela Cecere, consisterà nel far inventare ai bambini una storia fantastica e a rappresentarla attraverso lo strumento magico della lavagna luminosa: il risultato sarà la costruzione di un piccolo mondo interattivo, in cui fondere fantasia, recitazione e manualità.

Partecipazione gratuita
info. 0833.572235

DI TUTTI I COLORI è un’iniziativa organizzata dalla Cooperativa Fluxus
nell’ambito del Laboratorio Urbano Koinè di Melendugno.
(Bollenti Spiriti /Regione Puglia - Assessorato alle Politiche Giovanili/
Unione dei Comuni delle Terre di Acaya e di Roca – Melendugno e Vernole).

L’appuntamento a Nardò nasce dalla collaborazione con il Centro di Servizi Culturali
e con la Compagnia Terrammare Teatro nell’ambito della rassegna di incontri
ed iniziative parallele alla stagione di prosa del Teatro comunale di Nardò
“Lo spettatore incantato”.
(Teatri Abitati/Unione Europea/Regione Puglia – Ass. al Mediterraneo, Cultura e Turismo/
Teatro Pubblico Pugliese/Città di Nardò).

martedì 1 marzo 2011

TOSCA & M.VENTURIELLO - IL BEL PAESE DEGLI ANIMALI



" A TUTTI I DITTATORI CHE PRIMA O POI FARANNO I CONTI CON IL PROPRIO POPOLO "
liberamente tratto da " La fattoria degli animali " di George Orwell
Tosca, Massimo Venturiello
Ruggiero Mascellino, Carmine Pagano, Pasquale Laino, Luca Iaboni,
Matteo di Francesco
Arrangiamento musicale : Ruggiero Mascellino
Diretto da Gabriele Altobelli


Il belpaese degli animali
M. Venturiello -- R. Mascellino


SEI UNA BESTIA, NON FERMARTI MAI
SPUTA SANGUE E ZUCCHERINI AVRAI
RIGA DRITTO DEVI DIRE SI
GLI ANIMALI SON COSI'

MA IN UN ATTIMO TUTTO CAMBIO'
BASTO' POCO A DIRE NON CI STO
MORTE ALL'UOMO E ALLA SUA SCHIAVITU'
NON OBBEDIREMO PIU'! NO!

GATTI VOLPI CANI PECORE CAVALLI ORSI LEPRI E COLIBRI'
COMINCIARONO A CANTARE LUNGO I FIUMI : "ALLA VITA DICO SI!"

DA QUEL GIORNO LE ANGHERIE I SOPRUSI CHE DA SEMPRE GLI UOMINI CRUDELI I MACELLAI CHIRURGHI LE VIVISEZIONI
NON CI FURON PIU'

STESI AL SOLE LA FELICITA'
SOTTO UN CIELO DI TUA PROPRIETA'
CHE PROFUMO CHE HA LA LIBERTA'
ALLA VITA DICO SI! SI!

CERTAMENTE NON FU VANITA'
MA PIUTTOSTO GENEROSITA'
UN MAIALE ALLORA S'AFFACCIO'
DISSE IO GOVERNERO'

UN FUTURO DI PROSPERITA'
DI OTTIMISMO DI LONGEVITA'
PACE E BENE A TUTTI ASSICURO'
IL MONDO INTERO LO VOTO'. EH!

PROMETTENDO PRIMAVERE PARADISI SOLE E MIELE A VOLONTA'
OBBEDIRONO AL MAIALE RIPETENDO: QUANTO E' BRAVO IL NOSTRO RE

CHE PENSO' A PARARSI IL CULO SI ALLEVO' UN GRUPPETTO DI CANI RABBIOSI SI SA MAI CI FOSSE
UN' AMMUTINAMENTO UNA DIFFICOLTA'

LE PECORELLE PREGARON GESU'
E LE MAMMELLE TORNARONO SU
IL BEL PAESE DEGLI ANIMALI
'TING ELING ELING ... VITA BELA'
GATTE IN CALORE LISCIAVANO IL RE
IL FIORE DEGLI ANNI LO VOLLE PER SE
LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
CANTAVA 'THAT'S AMOR'

LE PROMESSE POI DIMENTICO'
QUEL SUINO SE LE RIMANGIO'
MISE UN MAPPAMONDO SUL COMO'
E A PALLONE CI GIOCO'

LE PECORELLE PREGAVAN GESU'
MA LE MAMMELLE CALAVANO GIU'
IL BEL PAESE DEGLI ANIMALI
'TING ELING ELING ... TARANTELA'
LE BARZELLETTE ALLA CRICCA DEL RE
SQUALI E DELFINI LI VOLLE PER SE
TUTTA L'AZIENDA DEGLI ANIMALI
CANTAVA 'THAT'S AMOR'

ALLO SPECCHIO A LUNGO SI GUARDO'
LA SUA COTICA SILICONO'
I CAPELLI SE LI DISEGNO'
LO ZAMPONE LUCIDO'

PASSARON GLI ANNI I MESI I GIORNI
VIVA IL PROGRESSO
CHI ERA DIVERSO SPARI'
CHI ERA STRANIERO CHI
CHI PER LA FAME CHI
CHI PROTESTO' MORI'
CHI INVECE INGRASSAVA ALLA CORTE DEL RE E SI FACEVA IL BIDET

CAMMINANDO SU DUE ZAMPE TIRO' FUORI UN SIGARO DAL SUO GILET
MENTRE A UN GRUPPO DI MAIALE GLI LECCAVA IL MIELE IN MEZZO AL DECOLTE'
NON PENSO' QUEL MEZZO UOMO CHE LA RUOTA GIRA QUANDO FU AZZANNATO DA UN CANE RABBIOSO
CHE IN UN LAMPO IL RE MAIALE GIUSTIZIO'. OLE'!

lunedì 28 febbraio 2011

NARDO' :presidio dei lavoratori delle cooperative All Service ed Italian Job

Prosegue la battaglia per gli ex lavoratori della "nardò technical center" ; per gli amici di Facebook: "sfruttati dalla nardò technical center"!



Martedì 1 marzo in via Capruzzi in coincidenza con il Consiglio Regionale si terrà un presidio dei lavoratori delle cooperative All Service ed Italian Job e contestuale richiesta di incontro con la Vice Presidente Dott.ssa Capone

La vicenda di questi lavoratori è una vera e propria odissea. Essi lavoravano presso la pista di Nardò in qualità di collaudatori, lavoro pericolosissimo e sottopagato (4 euro all'ora) per condurre auto a 300 all'ora nelle condizioni più estreme e con turni massacranti.

La paga così bassa è dovuta al fatto di con cooperative che in realtà altro non sono che l'interfaccia della Nardò Technical Center che gestisce la pista di Nardò. Tanto è vero che il core business della N.T.C., ovvero collaudare le auto, è in realtà svolto per l'80% dai dipendenti delle cooperative.

Nel 2009 con decisione unilaterale mette in cassa integrazione i propri dipendenti e rompe l'appalto con le cooperative (nonostante fosse fino al 2011).

Qui inizia il dramma per questi lavoratori in quanto quelli della All Service vanno in cassa integrazione in deroga e quelli della Italian Job rimangono senza reddito.

A ciò va aggiunto che grazie ad un indegno accordo sindacale si stabilisce che chi vuole lavorare (perchè le lavorazioni continuano...) può farlo solo con l'interinale e a discrezione aziendale (della N.T.C.) con l'immaginabile ricattabilità dei lavoratori.

A ciò si aggiunga che la N.T.C. ha goduto di un finanziamento pubblico regionale di circa 9 milioni di euro in contraccambio di sviluppo industriale comprese nuove assunzioni dirette!

Ancora più grave è il fatto che la transhe finale del finanziamento pubblico è stato erogato dopo che la N.T.C. aveva dihiarato la crisi e messo in cassa integrazione i propri diretti e buttao a mare i lavoratori delle cooperative.

I lavoratori delle cooperative nel 2010 si sono rivolte ai Cobas e da allora è iniziato un percorso di denunce interrogazioni parlmentari. e di incontri e tavoli tecnico istituzionali con la Provincia di Lecce, con la Regione Puglia e la taks force regionale.

Nonostante le palesi distorsioni presenti in questa vicenda a fronte delle stesse gli incontri si sono rivelati vere e proprie prese in giro per questi lavoratori ed addirittura ultimamente si è assistito al fatto che i delegati, da parte della Vice Presidente Regionale Dott.ssa Capone alla risoluzione della vicenda, si negano.

A questo punto i lavoratori stanchi ed esasperati saranno in presidio MARTEDI' 1 MARZO e porranno in essere tutte le forme di lotta necessarie per la risoluzione della loro situazione: si ricorda a tutte/i che oramai sono all'esasperazione totale e senza la possibilità si sostenere sè stessi e le prorpie famiglie.

Ciò grazie anche alla politica dello struzzo che le istituzioni della Provincia di Lecce e della Regione Puglia hanno praticato su questa vicenda.

Con l'occasione del presidio si invitano tutti i mass-media ad intervenire per ascoltare dalla viva voce dei lavoratori non solo quanto siano esasperati, ma quante prepotenze gli stessi hanno dovuto subire, quanto "strana" sia tutta questa vicenda e le coperture politiche trasversali di cui gode chi ha causato questa situazione , che oggi continua a fare profitti altissimi tenendo chi sta lavorando completamente sotto scacco.

A martedì 1 marzo ore 9,30. per Cobas Lavoro Privato/Confederazione Cobas Salvatore Stasi

sabato 26 febbraio 2011

QUI E' L'INFERNO PIU' TOTALE













I GATTI MEZZI - MA LORO SONO AVANTI



I GATTI MEZZI - MA LORO SONO AVANTI

Questa ‘anzone parla, dello stato amerïano
in tutto ir su’ ‘omplesso, di fenomeno mondano
ne parla in uno stile, non propio gentile
ma che siano de’ ridïoli, è ‘r men che si può dire.

Ma loro sono avanti, sono andati sulla Luna
ma di tende dell’indiani, ‘un ce n’è rimasta una
Ma loro sono avanti, sïuri della sòrte
di chi aspetta per dell’anni, la pena di morte.

Sedie elettrïe, fucilazione, anco l’impiccagione
è roba da non credici, pare un firme di Leone
cianno ponti, grattacieli, miraoli d’archittetti
poi danno le pistole, in mano anch’ a’ bimbetti

fitness, streccing e bodibirding, sono temi a loro cari
ma vai a cercà’ le fïe ‘n Amerïa, trovi solo dei maiali
mangian’ senape e mostarda, pollo fritto e marmellata
‘un si pone ‘r paragone, cor mi’ pane e soppressata

ma loro sono avanti, in tutti ‘vanti ‘ampi
l’Amerïa ‘r paradiso, dell’attori e de’ ‘antanti
coll’effetti digitali, ir Titànic e ‘ vadrini
e noi che siamo ‘ndietro, con Totò e con Fellini.

Ma loro sono avanti, ma chi è dietro di sïuro
per la legge naturale, glielo pòr buttà’ ner culo.

venerdì 25 febbraio 2011

Perché non metti in cella un altro al posto tuo?

Un ergastolano ostativo, un “Uomo Ombra” risponde a questa domanda sulla rubrica di posta Diretta che tiene sul sito www.informacarcere.it

Caro Carmelo,
come forse con molti che ti scrivono, non ci conosciamo. Per essere ancora più precisi, non vi conosco, voi ergastolani. Mi reputo un ragazzo maturo per la mia età (ho quasi 23 anni), ma mai mi ero fermato a riflettere sulla tua battaglia. Anche per me chi era in carcere era qualcuno che entrava in un mondo parallelo, un mondo che non mi riguardava. Il pensiero che forse ho fatto più vicino al carcere, era quello di vederci dentro il "nostro" Presidente del Consiglio.
Mi è stato regalato il tuo libro, "L'assassino dei sogni" per un evento particolare, che magari un giorno ti racconterò e ho aspettato un anno per leggerlo, nonostante nel solo 2010 abbia letto quasi 70 libri. Mi sono quindi doppiamente vergognato alla sua chiusura. Non sapevo niente di chi era in carcere e non avevo mai pensato a cosa fosse l'ergastolo.
Mi reputo un giustizialista e l'unico punto della tua vita che non capisco è perché tu non voglia scambiare l'aiuto allo stato con la possibilità di poter riabbracciare la tua Lupa e la vostra prole. Spero di non apparire arrogante, ma te lo chiedo davvero in tutta sincerità. Da tutte le tue storie traspare in maniera cristallina l'amore verso di loro e qualsiasi sia la tua motivazione per non voler fare questo scambio, mi pare troppo piccola rispetto alla grandezza dell'altro sentimento. Prendo anche atto del fatto che sicuramente hai già fatto questo pensiero nella tua testa e se quindi continui a sostenere questa tua scelta, hai sicuramente anche la risposta al mio quesito, che vorrei sottolineare non essere mosso dalla curiosità, ma dal fatto che mi farebbe piacere che tu potessi tornare a vivere con la tua famiglia.
Riguardo a ciò che hai fatto, che ti è stato fatto, per me è roba vecchia. E non dico per dire. Io penso che una persona dopo 20 anni non possa assolutamente essere considerata la stessa. Resta un fatto che hai tolto la vita ad un'altra persona, ma ribadisco che nessuno ormai ce la porterà indietro e perderne un'altra che è ancora viva è uno spreco e forse un'appropriazione indebita. Sono ateo e quindi neanche ti farò discorsi come "solo Dio può giudicare un uomo" o cazzate del genere. I carceri esistono perché l'uomo deve in qualche modo autoregolamentarsi e sono convinto che vicino a tua figlia forse non avresti voluto neanche tu il Carmelo di 20 anni fa, che era stato capace di uccidere.
Oggi, io, Alberto, essere umano, ti perdono, per quel che vale. Per me hai già scontato la tua pena e sono sicuro che mai più faresti un qualcosa che ti porterebbe di nuovo dentro l'Assassino. Quindi per me dovresti essere libero di poter vivere il resto della tua vita da uomo libero.
Questo però resta il mio parere e per quanto possa farti piacere, serve a poco. Io adesso sarò impegnato per un po' di tempo in maniera molto intensiva, ma ti prometto che proverò ad aiutarti con i mezzi e la forza che ho.
Non ho voglia di rileggere quello che ho scritto, perché forse finirei per trovarmi un po' patetico ed eliminare qualcosa che ho scritto e che in questi istanti è partito dal cuore. Ti chiedo quindi scusa se ho detto qualcosa che ti ha offeso. Non so bene come funzioni questa corrispondenza e neanche con che modalità tu mi possa rispondere.
Non sei solo.
Un ululato.

Risposta di Carmelo Musumeci

Ciao Alberto,
fra noi c’è un detto, il carcere non si augura neppure al peggior nemico, quindi come potrei mandarci un amico che si è rifatto una vita, che si è sposato, che ha dei figli e che lavora onestamente?
Chi ama la propria compagna rispetta anche la donna degli altri.
Chi ama i propri figli ama anche i figli degli altri.
Chi ama la propria libertà ama ancora di più la libertà degli altri.
Alberto, non penso di essere un criminale io, ma penso che sia più vigliacco e criminale lo Stato che dopo venti anni di carcere, per farmi uscire, mi chiede di mettere in cella un altro al posto mio.
Alberto, l’ho detto tante volte, molti ergastolani sono colpevoli di non essere riusciti a farsi ammazzare perché in certi ambienti criminali sia i vivi che i morti cercavano di ammazzarsi l’uno con l’altro.
Alberto, io non sono stato condannato per morti innocenti e non basta essere morti per diventare innocenti, come non dovrebbe bastare essere riusciti a sopravvivere per diventare colpevoli per sempre.
Alberto, io in carcere non ci metterei nessuno, ci potrebbero essere tanti modi per scontare una pena, come per esempio lavorare in un Pronto Soccorso come volontario o spazzare le strade della propria città.
Alberto, è difficile diventare persone migliori chiusi in una cella tutto il giorno senza fare nulla, senza nessun futuro e senza speranza.
In questo modo anche il peggior criminale diventa innocente e voi là fuori diventate tutti colpevoli.
Alberto, da un paio di giorni mi hanno di nuovo respinto la semilibertà perché non collaboro con la giustizia: i buoni mi fanno ancora più paura dei cattivi.
Alberto, i buoni mi fanno sempre più paura e incomincio a provare tanta pena per loro perché probabilmente sono più infelici di me se odiano a tal punto le persone che sbagliano da tenerle murate vive per tutta la vita.
Alberto, molti ergastolani che hanno l’ergastolo ostativo, senza nessuna possibilità di uscire, se non parlano come ai tempi dell’Inquisizione, o non rinunciano a difendere la loro innocenza, moriranno in carcere.
Alberto, buoni o cattivi, ogni uomo è l’uno e l’altro.
Il mio cuore da uomo ombra ti sorride.

Carmelo
Spoleto, 03/02/2011


Ciao Carmelo

la tua risposta ha fatto di colpo diventare la mia domanda stupida. Non avevo minimamente preso in considerazione la questione da quel punto di vista. Son però contento di avertelo chiesto comunque.
Onestamente rimango spiazzato dall'ingiustizia della giustizia e sono sempre più convinto che tutto ciò accade a causa dell'indifferenza. E' facile battersi per una donna, per un uomo o per un'idea nobile, ma a nessuno importa di battersi per chi si trova in carcere. Ora come ora non saprei davvero come aiutarti, ma le tue risposte sono state illuminanti e mi hanno colpito.
Da oggi toglierò il tuo libro dalla mia libreria e lo metterò in un posto che tutti i giorni mi ricorderà di te, così che possa condividere almeno una piccola parte della tua sofferenza. Una piccola parte sufficiente però a ricordarmi che tu sei ancora lì e che quindi c'è ancora del lavoro da fare.
Per quanto possa sembrar difficile, io adesso ti capisco un po' e la tua causa è diventata anche mia e proverò a fare qualcosa.
Grazie ancora della risposta che mi hai dato e se ti va, scrivimi. Io farò lo stesso. Mi piace sapere. Più so e più precise potranno essere le mie martellate su quelle mura.

Sono con te!
Alberto

Sabato 26 febbraio dalle 18 alle 21, presidio contro la peste religiosa

Mostra, volantini e chi più ne ha più ne metta. ogni autorità e ogni morale sono un divieto alla libertà

Corte dei cicala, lecce
Anarchici

Cattiva coscienza

La prigione per vilipendio ha le sue radici in una sorta di feroce tassazione del turpiloquio,e da solo questo reato dimostra come la musa della società italiana, dell’establishment,della classe dirigente sia la purulenta, incarognita, inciprignita cattiva coscienza.
Giorgio Manganelli

Vilipendere, in sé, è cosa gradevole. Non tanto perché significa «offendere, disprezzare in modo grave e manifesto», quanto perché esso è atto rivolto esclusivamente «verso persone, istituzioni o cose espressamente tutelate dalla legge». Se la legge, o per meglio dire chi la emana, ha sentito il bisogno di tutelarsi in questo modo, è evidente che si rende benissimo conto di essere detestato, disprezzato, odiato… e l’odio è sentimento nobile, quando indirizzato contro coloro che riteniamo nemici della libertà e, in quanto tali, nostri nemici.
Tra le persone tutelate per legge dal reato di vilipendio c’è il Papa. Non un Papa preciso, bensì IL Papa, qualunque esso sia, il che significa che i legislatori ritengono la figura del Pontefice come ispiratrice di disprezzo e odio. Non a torto.
Tra coloro che hanno manifestato pubblicamente questo disprezzo nei confronti del Papa – di Joseph Ratzinger, nel caso specifico – ci sono anche cinque anarchici, irriducibili nemici di qualunque autorità, compresa quella religiosa, che per tale motivo sono finiti sotto processo proprio in questi giorni, appunto con la contestazione del reato di “vilipendio a ministro di culo”. Pardon, “di culto”. Tutto è accaduto per l’invito a lanciare freccette su una foto di Ratzinger, invito rivolto ai passanti nel corso di una iniziativa antireligiosa tenuta per le strade di Lecce alcuni mesi or sono. E già qui si pone un dubbio di non poco conto: il Papa è tutelato solo in quanto persona fisica o anche nella sua immagine incorporea? Faccenda evidentemente giuridica, che non mette conto trattare in questa sede… Altri potrebbero sollevare dubbi di incostituzionalità: è possibile impedire ad alcuni individui di esprimere la propria idea su chicchessia, in una democrazia che garantisce la libertà di pensiero e di parola? Faccenda, questa, che riguarda ogni sincero democratico, ma che ancora una volta a noi interessa poco.
A nostro avviso qui si tratta di una questione di libertà, e affinché questa possa esprimersi compiutamente e totalmente bisognerebbe farla finita con ogni autorità: da quella religiosa che vuole affermare i suoi dogmi e la sua morale, imponendo cosa fare della nostra vita, della nostra morte e della nostra sessualità, a quella statale che interviene tramite la polizia ad impedire l’espressione di odio nei confronti del Papa e tramite la magistratura a perseguire coloro che quell’odio hanno espresso.
Di fronte a tutto ciò, ne siamo certi, chiunque abbia a cuore la libertà vorrebbe urlare che il Papa, la polizia che lo difende e la magistratura che intenta i processi sono tutto una merda. Ma, evidentemente, la legge che ci governa non permette simili affermazioni quindi no, noi non lo diremo… Diremo anzi che il Papa è un sant’uomo, la polizia tutela i deboli e la magistratura è giusta ed equa, e tutti costoro non si devono vilipendere: per ragioni, ovviamente, che il reato di vilipendio ci vieta di spiegare minutamente…

Alcuni devoti del Porcus Domini

giovedì 24 febbraio 2011

Rosso sangue, il futuro della Libia


Uno stato in frantumi e le infiltrazioni del fondamentalismo islamico sono il vero incubo dell'Occidente ancora incapace di fermare il massacro in corso

La guerra civile in atto con il caos che ne consegue lascia poco spazio a previsioni su futuri scenari politici. Il primo obiettivo, adesso, è fermare il massacro della spietata repressione libica ordinata da Muammar Gheddafi, il cui folle discorso non ha fatto che aggravare la situazione. Il leone ferito è uscito allo scoperto e la rabbia cieca del dittatore rischia, con tutta probabilità, di cancellare, polverizzare la nazione libica fondata su delicati equilibri di natura tribale-clanistica.

Il grande incubo europeo, ancor prima che lo sbarco di centinaia di migliaia di disperati sulle sponde del Vecchio Continente, è la "balcanizzazione" della Libia con la conseguente costituzione di un emirato islamico in Cirenaica, ai confini con l'Egitto. Lo stesso Muammar Gheddafi, ieri, ha fatto leva sulla questione del fondamentalismo islamico, non si sa se per terrorizzare di più l'Occidente o la popolazione libica cui è stata paventata un'occupazione degli Stati Uniti sul modello afgano e iracheno.

È solo retorica strategica o si tratta di un pericolo reale? Khaled Fouad Allam, docente di Islamistica e Sociologia del mondo musulmano - interpellato da PeaceReporter - ritiene che la minaccia sia concreta, sebbene vi sia anche una strumentalizzazione di fondo da parte di Ue, Italia e dello stesso Gheddafi. Secondo il professore Allam, gruppi di integralisti - anche della cintura sub sahariana - non aspetterebbero altro: approfitterebbero subito per infilarsi tra le macerie di una Libia in frantumi e costituire uno stato regolato dalla Sharia, la legge coranica.
Il panorama libico è completamente diverso da quello tunisino o egiziano dove esiste una discreta articolazione politica, una rete di associazioni per i diritti umani e soprattutto un esercito (addestrato dagli Stati Uniti) capace di guidare una fase di transizione. In Libia, non è individuabile un personaggio di caratura internazionale che possa prendere in mano un processo di rifondazione e l'esercito - come spiega Allam - è costruito su base etnica, su linee tribali. È molto probabile che assisteremo dunque a profonde spaccature anche all'interno della compagine militare con due o più eserciti che si faranno la guerra.

L'Unione Europea ha molte responsabilità per non essere stata in grado di prevedere gli eventi di queste settimane. La totale assenza di una politica europea è, per Fouad Allam, il sancito fallimento della Dichiarazione di Barcellona (27-28 novembre 1995) e di diciassette anni di una falsa cooperazione. Bruxelles dovrebbe fare i conti con questo fallimento e avviare una "Conferenza Euroaraba" se davvero tiene alla pacificazione di quella parte di mondo.

Il futuro prossimo del popolo libico è rosso. Rosso sangue: "Questa rivolta è cominciata con il sangue - ci dice il professore Allam - e molto sangue scorrerà ancora. Dopo la rivoluzione arriva sempre il terrore".

di Nicola Sessa da PeaceReporter

Libia: 1.500 corpi ripescati dal mare in 10 anni

da FortressEurope
L'Espresso la settimana scorsa ha dedicato un servizio della corrispondente da Tripoli, Francesca Spinola, a una spinosissima questione: quanti sono i naufragi fantasma avvenuti negli ultimi dieci anni sotto costa libica sulla rotta per Lampedusa, senza che nessuno ne abbia mai saputo niente? Quanti sono i giovani morti davanti alle coste libiche? E che fine hanno fatto i corpi ributtati a riva dal mare? Le notizie fanno rabbrividire. Secondo fonti attendibili citate da Francesca, dal 2005 i morti davanti alle coste libiche sarebbero almeno 1.500. Di cui 500 seppelliti nel vecchio cimitero cattolico di Hammanji e altri 800 ancora conservati negli obitori degli ospedali di Tripoli. Di seguito tutti i dettagli della notizia.


Libia, mattanza in spiaggia
tratto da l'Espresso
di Francesca Spinola
TRIPOLI - 21 febbraio 2011- Con l'assalto di massa a Lampedusa il Mar Mediterraneo è tornato a inghiottire corpi. I più fortunati, circa 4 mila in 4 giorni, ce l'hanno fatta. Altri hanno seguito lo stesso destino di quelle migliaia di uomini e donne che nel corso degli anni, tentando di conquistare via mare l'Europa, sono annegati. Gli ultimi sono morti lo scorso 12 febbraio, quando un barcone carico di migranti è affondato nelle acque antistanti Girgis, in Tunisia, dove un giovane è annegato e uno è disperso e il 13 febbraio quando, dopo uno speronamento di una motovedetta tunisina, un barcone è affondato facendo 29 morti. Sono anche loro "vittime della frontiera" e si aggiungono a quelle che negli anni hanno trasformato il Mediterraneo in un grande cimitero a cielo aperto.

I naufragi peggiori si sono registrati nel Canale di Sicilia, in particolare nelle acque territoriali libiche. Si pensava che fosse il mare a custodire la maggior parte dei cadaveri. E invece, grazie al contributo di numerosi testimoni, emerge un'altra verità che il governo del colonnello Muhammar Gheddafi ha cercato di occultare. A causa del flusso delle correnti, molti corpi vengono rigettati sulle spiagge libiche: negli ultimi dieci anni ne sono stati recuperati circa 1.500 di cui almeno 500 seppelliti in un cimitero non islamico di Tripoli conosciuto con il nome storico di "Hammangi" e circa 800 sono ancora in attesa di riconoscimento negli obitori della città.

Una vicenda tenuta segreta da un regime che si rifiuta di riconoscere la presenza di rifugiati nel Paese e sostiene che esistono solo immigrati clandestini, dunque irregolari. È appena stata varata una legge per punire il traffico di migranti ma che non fornisce loro nessuna protezione.
Ad Hammangi, fra l'area italiana e quella anglosassone, in una striscia di terra di nessuno gestita dalla "shabia" (la circoscrizione), il governo libico, porta alcuni degli africani che ritrova morti nel deserto ("In totale circa 1.500 l'anno", dicono dall'Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni) e i corpi dei clandestini africani rigettati dai flutti sulle spiagge.


Si tratta per lo più di cadaveri ritrovati nell'area di Tripoli, nelle zone di Janzur, Gargaresch, Suk Juma, Abuslim, Taruna, a giudicare da quanto si legge sulle piccole lapidi sopra alle tombe in cemento. "Quando vengono a seppellirli, c'è sempre un funzionario della Procura che con carte alla mano, certificato di morte e di sepoltura, presenzia alla cerimonia", spiega un impiegato della circoscrizione. "Tutto è registrato, il luogo e la data del ritrovamento, il motivo presunto della morte, il tempo trascorso in obitorio e infine la data dell'interramento", conferma Bruno Dalmasso, italiano da sempre in Libia, che si è occupato della riqualificazione della sezione italiana di Hammangi.

Anche un giovane poliziotto dell'Ufficio relazioni esterne che preferisce l'anonimato conferma la procedura e sottolinea che "tutto avviene a spese del governo libico. I corpi sono seppelliti ad Hammangi perché si presume che queste persone siano di altre religioni: la cattolica, l'ortodossa, l'anglicana. I non islamici non possono essere seppelliti con i musulmani, così a volte per capire l'appartenenza religiosa si guarda alla circoncisione".

"Sono tutti senza documenti", spiega sbrigativo un altro funzionario governativo che nel passato era distaccato alla sicurezza dell'obitorio del Tripoli Medical Center. "Portano con sé solo qualche foto tessera nel caso trovino come regolarizzarsi. L'Obitorio è così pieno di cadaveri che non c'è posto per i nostri morti. Per legge li dobbiamo tenere circa tre anni in frigo così da rendere possibili eventuali riconoscimenti". Lo spettacolo che descrive è raccapricciante: "I corpi rigettati dal mare sono mangiati dai pesci. Ne ho visti alcuni senza piedi, altri senza faccia, uno aveva metà del corpo, un altro gli arti inferiori ripuliti dalla carne".

Nel 2007, suor Sheryl, una religiosa della Chiesa di San Francesco a Dahara, entrò nell'Obitorio del Tripoli Medical Center per accompagnare una clandestina in cerca del marito. Ricorda adesso: "Non sono riuscita a dormire per una settimana. I corpi erano ovunque e il mare li aveva gonfiati e trasfigurati. Erano lì da almeno due anni".

Il fotovoltaico su terre agricole? - Nasce nel novese il comitato per la Frascheta

Il Comitato per la Frascheta nasce dall’esigenza di un gruppo di cittadini di porre un freno alla speculazione economica che rischia di cambiare irreversibilmente – ed in peggio – il volto della nostra zona.
La zona meridionale della Frascheta, nelle immediate vicinanze di Novi Ligure, è un contesto che, nonostante i dissennati tentativi dell’uomo di utilizzarlo a proprio esclusivo tornaconto per svilupparvi i business dei rifiuti, delle cave e delle grandi industrie, ha resistito nel tempo conservando le peculiarità della tipica campagna novese. Fino ad ora, grazie al vincolo paesaggistico e all’opera di controllo e tutela della Regione Piemonte e della Sovrintentenza ai Beni Culturali e del Paesaggio, la zona è riuscita a rispettare le sue caratteristiche originarie, mantenendo i valori della tradizione. È un patrimonio fruibile a tutti, nelle immediate vicinanze di Novi, e come dimostrano i numerosi frequentatori, una delle mete preferite per le passeggiate.Ci troviamo a dover difendere il patrimonio ambientale locale, eredità di secoli di saggia agricoltura, dalla speculazione definitiva di chi intende costruire non palazzi o capannoni, ma distese di pannelli fotovoltaici, sottraendo grandi porzioni di terreno fertile per votarlo, in maniera pressochè permanente, all’industria energetica. Ciò è possibile, secondo i promotori di tali progetti, nonostante esista un vincolo paesaggistico che per trent’anni ha impedito insediamenti industriali in quella che era una zona ad unica vocazione agricola ed un decreto ministeriale (D.M. 10/9/2010) che biasima chiaramente l’attuazione di impianti estensivi ed impattanti.
A scanso di equivoci, affinchè non ci venga affibbiata l’etichetta dei soliti bastian contrari, nimby, antiprogressisti è necessario chiarire che non siamo contro la produzione di energia da fonti rinnovabili quali il fotovoltaico o l’eolico, ma riteniamo necessario che vengano posti specifici vincoli legislativi alla proliferazione di tali impianti. E’ sbagliato permettere che si ricoprano di pannelli suoli vergini quando si potrebbe prima utilizzare la grande eccedenza di capannoni, parcheggi, discariche, zone industriali dismesse che si trova sul nostro territorio. E’ inaccettabile che questa politica energetica miope sia attuata perchè semplicemente più remunerativa della corretta prassi, indicata da noi come dal legislatore a livello nazionale.
Bisogna purtroppo prendere atto del fatto che le amministrazioni locali, a prescindere dall’orientamento politico, sono ancora nella nostra esperienza colpevolmente sorde ad osservazioni oggettive e documentate. Non colgono la necessità di politiche pubbliche lungimiranti in ambito energetico e ambientale, non guardano al pericolo che rappresenta la rincorsa ad effimeri incentivi economici di breve periodo rispetto alla tutela di un patrimonio unico ed insostituibile. Ci indigniamo di fronte al dubbio – inconfessabile ma purtroppo non reprimibile – che questo comportamento sia frutto di un ritorno economico di qualche tipo, anche se a fronte di una situazione di nota difficoltà finanziaria degli enti locali che di certo le bellezze ambientali e paesaggistiche italiane non hanno contribuito a generare ma al contrario hanno sempre contribuito a sanare.
Come dato di fatto abbiamo la presenza sul territorio di due impianti di una certa dimensione alle porte di Novi e altri tre ancora più grandi in fase di autorizzazione, nel raggio di un paio di chilometri. E non è che l’inizio: sul territorio provinciale si contano a decine le domande presentate per un totale di centinaia di ettari di territorio sottratto alla produzione agricola. La corrente situazione di “far west” continuerà fintanto che nelle opportune sedi istituzionali non saranno presi gli adeguati provvedimenti di pianificazione legislativa territoriale.
A voi lettori chiediamo di unirvi a noi in questa battaglia a difesa dei beni comuni. Ci rallegriamo di essere in buona compagnia, ultimamente, a chiedere che si usi lungimiranza e buonsenso, specie da parte degli enti locali, sulle autorizzazioni a costruire questo tipo di impianti. Le fonti energetiche rinnovabili rappresentano una speranza per un futuro sviluppo economico, industriale e sociale sostenibile, lontano dai combustibili fossili, in armonia con l’ambiente e chi lo vive, a garanzia della salute propria e dei propri figli. E proprio perchè non vogliamo che questa rimanga pura retorica, dobbiamo vigilare che questa rivoluzione verde, potenzialmente utilissima per il paese contribuisca fedelmente ed efficacemente al fabbisogno ed alle esigenze della collettività, con un adeguato ritorno per gli investitori, ma senza – come troppo spesso avvenuto in passato – speculazioni di breve periodo ad appannaggio di pochi, spregiudicati, imprenditori.
Per una Frascheta libera, verde e pulita, fermiamo il consumo di territorio.

Comitato per la Frascheta

da GlobalProject

Dietro le quinte della crisi: bassi salari e finanziamenti pubblici


Viaggio nelle delocalizzazioni: da Fiat a Geox, passando per Bialetti e Golden lady, le imprese in fuga dall’Italia alla ricerca dei salari più bassi e dei finanziamenti statali. La colonizzazione dell’est europeo e il caso Geox, ovvero, produzione all’estero, bassi salari e il falso mito del made in Italy.

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La natura delle delocalizzazioni produttive e la loro articolazione recente in Italia (vedi “la fabbrica cambia sede: la frontiera è ad oriente”), si innestano pienamente nei processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale che hanno caratterizzato la recente, ed ancora in corso, crisi internazionale. In tempi di crisi infatti, più che in tempi di crescita, le imprese tendono ad acquisire dei vantaggi in termini di produttività e di costi e la delocalizzazione produttiva risponde proprio a questa esigenza attraverso il trasferimento degli stabilimenti nei paesi in cui il costo della manodopera è più basso e maggiori sono gli incentivi alla produzione sotto forma di finanziamenti ed agevolazioni fiscali.Tuttavia, nel guardare alla delocalizzazione va innanzitutto tenuto conto che si tratta di un fenomeno strettamente connesso al tendenziale processo di internazionalizzazione del capitale e di concentrazione industriale. Da un lato, infatti, è necessaria un dimensione minima per poter effettuare il trasferimento degli impianti, cosa che limita il fenomeno per lo più alle grandi imprese (benchè esso si stia diffondendo anche tra quelle di media grandezza), dall’altro la delocalizzazione è funzionale alla ristrutturazione industriale e può accompagnarsi ad accordi di partnership o fusione.
Nelle fasi di crisi entrambi i processi subiscono di norma una accelerazione. Il perché è evidente: le imprese incapaci di reagire, per struttura produttiva, alla riduzione della domanda vengono espulse dal sistema e le imprese rimaste sfruttano il momento per consolidarsi attraverso fusioni ed acquisizioni tentando di acquisire ulteriori quote di mercato. Il patto Fiat-Chrysler ne è un tipico esempio.

È a tutti noto che le imprese europee subiscono con crescente difficoltà la concorrenza dei paesi in via di sviluppo, Cina ed India in primo luogo, che si è progressivamente aggiunta a quella esercitata dal capitale nordamericano. A fronte di questa pressione le imprese europee hanno reagito già in passato delocalizzando al di fuori dei confini europei e, più organicamente, sfruttando i processi di allargamento dell’Europa. Anzi, si potrebbe più correttamente dire che l’allargamento dell’Unione risponde in maniera diretta alle esigenze dell’industria europea in termini di competizione e si accompagna ad una serie di incentivi alla concentrazione oltre che a politiche monetarie comunitarie ritagliate su misura. L’apertura dei mercati e la privatizzazione di settori strategici adottate unanimemente da tutti i paesi membri hanno agevolato la concentrazione del capitale nel centro economico dell’Europa. Inoltre, l’allargamento ha garantito alle grandi imprese la possibilità di accedere a mercati dei fattori meno costosi, attraverso la delocalizzazione produttiva, e di ottenere nuovi mercati di sbocco per i prodotti finali.

L’ingresso nell’Unione degli stati dell’est è stato generalmente presentato come una straordinaria opportunità: agli evidenti benefici per i capitali tedeschi, francesi o italiani si sarebbero accompagnate maggiori opportunità di attrazione dei capitali esteri da parte dei nuovi entranti e dunque nuove opportunità di sviluppo. In realtà, il processo di allargamento , combinato ai processi delocalizzativi, ha generato un progressivo appiattimento verso il basso dei livelli salariali per via dell’accresciuta competizione sul mercato del lavoro ed un peggioramento complessivo della solidità economica dei paesi periferici.

Tralasciando gli evidenti vantaggi a favore dell’impresa, che si sostanziano non tanto nella riduzione del costo del lavoro quanto, piuttosto, nell’accesso a finanziamenti e prestiti pubblici ed agevolazioni fiscali, la delocalizzazione, se interpretata alla luce delle politiche comunitarie, non si traduce certo in un operazione vantaggiosa nei confronti del paese ricevente. Senza dubbio, Il Paese che ‘perde’ l’impianto subisce un incremento della disoccupazione e realisticamente una riduzione in termini di reddito complessivo anche per via della perdita del cosiddetto ‘indotto’, cioè dell’insieme di attività economiche presenti nel territorio connesse alla presenza dell’impianto principale. Per il paese che ottiene l’impianto, la delocalizzazione si traduce in un investimento che è rappresentabile, contabilmente, come un flusso di risorse in entrata. Tuttavia, tali risorse restano in gran parte a disposizione dell’impresa essenzialmente sotto forma di profitti e di capitale fisico anche per via il regime di tassazione agevolato. Dunque, per il paese ricevente, l’effetto più evidente è la maggiore domanda di beni generata dall’aumento dell’occupazione che si traduce, soprattutto, in un incremento delle importazioni. Ciò dipende dal fatto che le politiche di moderazione salariale, adottate dai paesi centrali ed in particolare dalla Germania, garantiscono la maggiore competitività delle imprese provenienti dal centro. Il risultato dunque, in termini di conti con l’estero finisce per essere sostanzialmente nullo. Al peggioramento dei conti con l’estero i paesi riceventi possono ormai reagire quasi esclusivamente attraverso una compressione della spesa pubblica ed una riduzione dei salari, così incrementando ulteriormente la competizione nel mercato del lavoro europeo, favorita dalla tendenziale compressione del ruolo dei sindacati.La crisi mondiale ha acuito in parte questi processi. All’ulteriore e plausibile allargamento in favore della Turchia, l’Unione accompagna una stretta su spesa pubblica e salari e, d’altra parte, la ristrutturazione del capitale a livello europeo e mondiale subisce un’accelerazione.

Se i casi Omsa e Bialetti rispondono alle classiche logiche di disinvestimento tipiche dei processi delocalizzativi, il caso Fiat risulta emblematico: Marchionne ha impresso una svolta nelle strategie di localizzazione la cui dinamica appare ora in tutta la sua chiarezza. Da una parte l’accordo con Chrysler ha permesso al Lingotto di ottenere finanziamenti da parte del governo statunitense per penetrare il mercato americano, acquisire (o farsi acquisire da) l’impresa statunitense e mantenere gli impianti sulla base di condizioni non dissimili a quelle approvate a Pomigliano e Mirafiori. Dall’altro, in seguito all’indebolimento del ruolo delle autorità di politica economica ed alla competizione tra Stati per l’acquisizione del capitale estero, la Fiat e con essa le altre grandi imprese possono avviare una fase di contrattazione perenne fondata sul continuo ricatto occupazionale. Da Tichy e Mirafiori a Pomigliano, i lavoratori saranno esposti dalla competizione reciproca al rischio probabile di una ulteriore spirale deflazionistica in termini salariali. L’immagine romantica dell’impresa ‘costretta’ al trasferimento e al licenziamento di massa, per continuare a produrre, non è adeguata a raffigurare una FIAT in cui il peso delle attività finanziare è ormai strategicamente preponderante rispetto alla produzione di veicoli e in cui i lavoratori assumono ormai la funzione di ostaggi a tempo indeterminato.

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da Indymedia