sabato 12 giugno 2010
Calcio e sciovinismo: il fascista Capello carica la nazionale inglese con un video dall'Afganistan
Dai campi di battaglia dell'Afghanistan a quelli di altre battaglie, metaforiche ma non del tutto, in Sud Africa. I giocatori dell'Inghilterra hanno ricevuto un video di auguri e incitamento da un battaglione di soldati britannici stanziati ad Helmand, sul fronte della guerra contro i Talebani. Fabio Capello ha riunito la squadra e ha voluto che tutti lo guardassero, come ulteriore fonte di ispirazione per i Mondiali che cominciano domani per la squadra dei Tre Leoni.
L'emozione, a quanto pare, è stata forte. "Sono ragazzi e giovani uomini come noi, hanno la nostra stessa età, ci somigliano fisicamente, ma loro sono in Afghanistan a rischiare la vita per la libertà e a difendere il nostro paese, mentre noi indossiamo una maglia e calzoncini corti per una partita di pallone", ha commentato il capitano Steven Gerrard. "Vedere la gioia con cui questi soldati ci hanno mandati gli auguri ci ricorda quanto siamo fortunati, rispetto a loro. E ci spingerà a dare ancora di più, a dare il massimo, per rappresentare degnamente l'Inghilterra, i nostri tifosi, inclusi i nostri soldati, nelle partite che ci aspettano".
E' quello che desiderava sentire Capello. Il coach ha mandato a sua volta un messaggio ai soldati britannici in Afghanistan. Il messaggero è stato il primo ministro David Cameron, che ha visitato le truppe britanniche in Afghanistan proprio ieri, dicendo loro: "Vi porto un messaggio dell'uomo più importante di Inghilterra". Ed ecco le parole dell'allenatore: "In un momento in cui i giocatori ricevono un sostegno incredibile dal Paese, alla vigilia della Coppa del Mondo, è importante che voi sappiate quanto i vostri sforzi significhino per tutti i giocatori e lo staff della nazionale. llvostro coraggioso servizio al Paese significa tanto per i giocatori e tutti abbiamo rispetto totale per i sacrifici incredibili che voi e le vostre famiglie avete fatto. Anche se faremo tutto il possibile per raggiungere il successo in Sud Africa per l'intero Paese, voglio che sappiate che noi crediamo che siete voi i veri eroi".
Coincidenza vuole che la prima partita dell'Inghilterra, domani contro gli Stati Uniti, stia davvero assumendo i contorni di una battaglia: le accuse sempre più sferzanti del presidente Obama alla Bp per il disastro petrolifero nel golfo della Louisiana, in particolare l'uso ripetuto dell'espressione "British Petroleum", che normalmente non viene usata poiché tutti nell'azienda e nel mondo dell'oro nero preferiscono chiamarla da molti anni con il diminutivo di due lettere Bp, ha scatenato una dura reazione nei media e nell'opinione pubblica britannica. "Obama vuole infangare tutta la Gran Bretagna", titolano i tabloid popolari. "Ne abbiamo abbastanza", rispondono vari esponenti della City, accusando Washington di una campagna tesa a mettere in ginocchio la Bp, magari perché possano comprarla a buon mercato aziende petrolifere americane. E una vignetta del Times ritrae il capo della Casa Bianca vestito da calcio, mentre tira un pallone con su scritto Bp nella porta dell'Inghilterra. "Cameron deve fare di più per rispondere per le rime a Obama", titola il Daily Telegraph.
E qualcosa Cameron ha fatto, decidendo di fare sventolare la bandiera dell'Inghilterra, accanto all'Unione Jack, bandiera britannica, sul pennone di Downing street, per l'intera durata dei mondiali. L'Inghilterra è l'unica squadra dei mondiali che non rappresenta una nazione, ma solo parte di una nazione: il premier, tuttavia, ha detto in parlamento che tutto il paese, in queste circostanze, dunque incluse anche Scozia, Galles e Ulster, farà il tifo per "gli uomini di Fabio Capello". Qualcuno commenta che sembra di essere tornati al clima della guerra d'indipendenza tra Regno Unito e "colonie americane". Vedremo domani chi vincerà questa volta.
da Indymedia
L'emozione, a quanto pare, è stata forte. "Sono ragazzi e giovani uomini come noi, hanno la nostra stessa età, ci somigliano fisicamente, ma loro sono in Afghanistan a rischiare la vita per la libertà e a difendere il nostro paese, mentre noi indossiamo una maglia e calzoncini corti per una partita di pallone", ha commentato il capitano Steven Gerrard. "Vedere la gioia con cui questi soldati ci hanno mandati gli auguri ci ricorda quanto siamo fortunati, rispetto a loro. E ci spingerà a dare ancora di più, a dare il massimo, per rappresentare degnamente l'Inghilterra, i nostri tifosi, inclusi i nostri soldati, nelle partite che ci aspettano".
E' quello che desiderava sentire Capello. Il coach ha mandato a sua volta un messaggio ai soldati britannici in Afghanistan. Il messaggero è stato il primo ministro David Cameron, che ha visitato le truppe britanniche in Afghanistan proprio ieri, dicendo loro: "Vi porto un messaggio dell'uomo più importante di Inghilterra". Ed ecco le parole dell'allenatore: "In un momento in cui i giocatori ricevono un sostegno incredibile dal Paese, alla vigilia della Coppa del Mondo, è importante che voi sappiate quanto i vostri sforzi significhino per tutti i giocatori e lo staff della nazionale. llvostro coraggioso servizio al Paese significa tanto per i giocatori e tutti abbiamo rispetto totale per i sacrifici incredibili che voi e le vostre famiglie avete fatto. Anche se faremo tutto il possibile per raggiungere il successo in Sud Africa per l'intero Paese, voglio che sappiate che noi crediamo che siete voi i veri eroi".
Coincidenza vuole che la prima partita dell'Inghilterra, domani contro gli Stati Uniti, stia davvero assumendo i contorni di una battaglia: le accuse sempre più sferzanti del presidente Obama alla Bp per il disastro petrolifero nel golfo della Louisiana, in particolare l'uso ripetuto dell'espressione "British Petroleum", che normalmente non viene usata poiché tutti nell'azienda e nel mondo dell'oro nero preferiscono chiamarla da molti anni con il diminutivo di due lettere Bp, ha scatenato una dura reazione nei media e nell'opinione pubblica britannica. "Obama vuole infangare tutta la Gran Bretagna", titolano i tabloid popolari. "Ne abbiamo abbastanza", rispondono vari esponenti della City, accusando Washington di una campagna tesa a mettere in ginocchio la Bp, magari perché possano comprarla a buon mercato aziende petrolifere americane. E una vignetta del Times ritrae il capo della Casa Bianca vestito da calcio, mentre tira un pallone con su scritto Bp nella porta dell'Inghilterra. "Cameron deve fare di più per rispondere per le rime a Obama", titola il Daily Telegraph.
E qualcosa Cameron ha fatto, decidendo di fare sventolare la bandiera dell'Inghilterra, accanto all'Unione Jack, bandiera britannica, sul pennone di Downing street, per l'intera durata dei mondiali. L'Inghilterra è l'unica squadra dei mondiali che non rappresenta una nazione, ma solo parte di una nazione: il premier, tuttavia, ha detto in parlamento che tutto il paese, in queste circostanze, dunque incluse anche Scozia, Galles e Ulster, farà il tifo per "gli uomini di Fabio Capello". Qualcuno commenta che sembra di essere tornati al clima della guerra d'indipendenza tra Regno Unito e "colonie americane". Vedremo domani chi vincerà questa volta.
da Indymedia
Non ci avrete mai come volete voi!

Riforma dei consultori nel Lazio.
Un ennesimo attacco al diritto di autodeterminazione delle donne.
Dal Veneto al Piemonte, dalla Lombardia al Lazio, risuona da settimane la stessa cantilena. Ne avevamo avuto un assaggio già in campagna elettorale, quando i candidati del centrodestra alla presidenza delle regioni, avevano espresso il loro impegno pro-life promettendo battaglia al diritto di autodeterminazione delle donne.
Lo scorso febbraio Zaia, neo eletto governatore del Veneto, aveva dichiarato che non avrebbe mai dato l'autorizzazione all'acquisto o all'utilizzo di "questa pillola" negli ospedali veneti e che la sua attività amministrativa sarebbe stata volta ad evitare assolutamente che la Ru486 venisse diffusa.
Lo stesso aveva fatto Roberto Cota, leghista eletto nella Regione Piemonte, il quale non pago dell'alleanza siglata con alcune associazioni cattoliche antiabortiste, aveva dichiarato il giorno dopo la vittoria elettorale che avrebbe fatto marcire la Ru nei magazzini degli ospedali piemontesi.
Anche la Polverini, in corsa per la presidenza laziale, non si era risparmiata nello scontro e confrontandosi con la rivale Bonino aveva assicurato un interventismo pro-life a tutto campo. Sulla stessa scia di Cota, la Polverini proponeva la reintroduzione del bonus bebè, una politica per le giovani coppie sposate con mutui agevolati e sostegno all'assistenza domiciliare.
Oggi invece, abbandonata la querelle sulla pillola abortiva (querelle tutta strumentale perché già si sapeva che dei presidenti di regione non avrebbero potuto bloccare un protocollo già firmato e approvato dall'agenzia nazionale del farmaco), si passa ad altro. Ahinoi ad un progetto assai più pericoloso e insidioso delle dichiarazioni da palco elettorale a cui abbiamo fin'ora assistito.
La Polverini ha difatti annunciato di aver presentato in Consiglio regionale una proposta di legge per la riforma dei consultori. Poiché secondo la Polverini c'è una parte della legge 194, quella sulla prevenzione, in parte disattesa, la presidente propone una riforma dei consultori per convincere le donne a non abortire.
Qualcuna/o potrebbe spiegare alla signora Polverini che prevenire non vuol dire convincere le donne a non abortire? Prevenzione significa campagne di educazione sessuale nelle scuole, sensibilizzare e promuovere la contraccezione maschile e femminile, sostenere economicamente i consultori pubblici. E' giusto che arrivando in un consultorio una donna trovi tutte le informazioni del caso e che sia messa nelle condizioni di scegliere consapevolmente se interrompere o portare avanti una gravidanza, ma come si fa a pensare di arrogarsi il diritto di convincerla a non abortire?
C'è da scommettere che saranno gli operatori e volontari del Movimento Per la Vita a svolgere questa beata funzione e conosciamo bene le pressioni psicologiche, per usare un eufemismo, che questa gentaglia è in grado di mettere in campo contro le donne.
La signora Polverini pensa che le donne siano così stupide da non essere in grado di prendere una decisione in autonomia? Pensa che possa bastare qualche falsa promessa di sostegno economico o una minaccia di peccato mortale per convincere una donna a tornare sui suoi passi?
Abortire è un diritto, la maternità è una scelta. Questi due semplici principi dovrebbero guidare la mente di chiunque avesse l'intenzione di legiferare in materia o pretendesse di controllare i corpi delle donne.
Se la 194 ha delle criticità, bisognerebbe andarle a rintracciare nell'altissimo tasso di obiezione di coscienza di medici e operatori sanitari, nella carenza di strutture e servizi pubblici, nel taglio ai finanziamenti dei consultori, che fino a prova(riforma) contraria sono nati come luoghi per le donne, a difesa della salute e a tutela delle scelte delle donne.
Sulla stessa lunghezza d'onda si muoverà presto anche il governatore del Piemonte Roberto Cota. Nel suo patto per la vita e per la famiglia ha garantito finanziamenti pubblici al Movimento per la Vita perché i suoi volontari si insedino in tutti i consultori e in tutti i presidi ospedalieri. Abortire è peccato e le donne scelgono questa via con troppa facilità. Secondo Cota il Mvp metterà fine a tali ingiustizie e riporterà l'ordine nelle corsie ospedaliere.
Se non bastasse al Senato sono stati presentati dal centrodestra due disegni di legge per legittimare l'obiezione di coscienza dei farmacisti sulla contraccezione d'emergenza. A rischio quindi anche la possibilità di avere libero accesso alla pillola del giorno dopo.
La vita va difesa a tutti i costi, quella dei feti, degli embrioni, delle cellule., degli spermatozoi..della vita delle donne non gliene frega niente a nessuno.
da Infoaut
Italia Nostra - Puglia DICE NO ALLA COSTRUZIONE DI MEGA IMPIANTI EOLICI E FOTOVOLTAICI
Ai Parlamentari italiani: onorate il vostro ruolo!
Nessun passo indietro nella manovra finanziaria a favore dei mega impianti eolici e di mega fotovoltaico che stanno impoverendo e distruggendo l’Italia!
«Dove si devasta il paesaggio, lì c’è la mafia!»
Italia Nostra scrive una lettera aperta a tutti i parlamentari italiani senza alcuna distinzione di appartenenza partitica, a nome delle migliaia di persone che in tutta Italia, e specialmente nel Sud, stanno patendo per la meschina speculazione della “Green economy”, e chiede che non sia emendato il salvifico articolo 45 della manovra finanziaria con cui il Governo, ascoltando l’appello delle centinaia di comitati ed associazioni che si stanno battendo quotidianamente per salvare il paesaggio italiano, ha praticamente provveduto al taglio del meccanismo degli esosi “certificati verdi”, che aveva innescato una corsa all’oro alla produzione di energie rinnovabili da mega-eolico e mega-fotovoltaico in forme devastanti e industriali, alimentando quella che si deve certamente ritenere “la più catastrofica ed immane speculazione della storia d’Italia”, la cui incidenza in negativo sulle casse dello Stato e sulle tasche degli italiani è enorme!
Una speculazione che ha favorito, come numerose inchieste penali stanno smascherando in tutta Italia, infiltrazioni malavitose e diffuse azioni mafiogene ad ogni livello, corruzione, mastodontiche operazioni di riciclaggio di denaro sporco, e danni impressionanti all’ambiente, al paesaggio, alla qualità di vita e alla salute delle persone, calpestando senza ritegno i principi della nostra Costituzione, che affermano la necessità prioritaria dello Stato di salvaguardare il paesaggio e i beni culturali ed ambientali della Nazione; priorità che divengono strategiche in quelle regioni del Sud, quali il Salento, che vedono una florida economia diffusa legata al turismo culturale d’eccellenza e destagionalizzato e all’agriturismo, nonché alle produzioni agricole di prodotti silvo-agro-pastorali tradizionali di alta qualità; economie locali oggi minacciate dalla scomparsa dei suoli agricoli e di pascolo sotto distese sconfinate di pannelli fotovoltaici desertificanti il territorio in nome di una strumentalizzata falsa “ecologia”. Terraferma e mare sono messi a rischio da centinaia di torri eoliche d’acciaio alte ben oltre cento metri, con danni sull’avifauna impressionanti, come un’inchiesta della Procura di Bari in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato sta tristemente verificando per la Puglia.
E in tutto questo catastrofico quadro a tinte fosche, che vede un impoverimento di ampie aree, dove muore l’economia turistica, che da ricchezza diffusa ai cittadini, sotto l’ombra imponente delle turbine del vento, dove terreni ed abitazioni vengono svalutati terribilmente a causa delle ingombranti innaturali presenze industriali ad altissimo impatto, le ditte e i grandi gruppi visceralmente legati al meschino business che hanno creato ad hoc, con forti appoggi politici, per edificare il castello legislativo immorale, e spesso incostituzionale, che ha permesso questo mega-furto ai danni dell’erario, e con una tartassante propaganda volta ad imporre subdolamente alla gente una vera e propria “ideologia dell’energia” per giustificare la mostruosa deformazione del paesaggio quotidiano, fanno oggi la voce grossa contro il Governo per l’art. 45, avendo pure il coraggio e l’ardire di dichiarare il loro settore come l’unico capace di crescere in tempo crisi; ma questo è chiaro, dato che si alimenta dell’impoverimento delle casse dello Stato e delle ricchezze del paese e dei cittadini! Così, si cavalca la questione occupazionale come Cavallo di Troia per la frode: è una falsità fare credere che il settore delle energie rinnovabili, in forme industriali di alto impatto, darà lavoro a tanti; a impianti ultimati un grande impianto d’energie rinnovabili occupa stabilmente pochissime unità! Allo stesso modo e con gli stessi fini strumentali, si dice che gli ecologisti difendono questa offesa all’ecologia chiamata “Green Economy”, che di “verde”, di “green”, non ha nulla! Ma quali ecologisti? Forse, alcuni falsi-ambientalisti che strumentalizzano l’ecologia per fini che con l’ecologia non hanno nulla a che vedere! Italia Nostra, la LIPU (Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli), e tantissime altre associazioni ecologiste italiane ed europee, centinai di comitati pro-paesaggio son nettamente contrari agli impianti industriali di mega eolico e mega fotovoltaico, e chiedono, invece, che si incentivi l’efficienza energetica, il risparmio energetico anziché la sovrapproduzione d’energia; chiedono che si mantenga la politica di incentivo solo per gli impianti fotovoltaici domestici a basso impatto con pannelli ubicati sui tetti e tettoie di edifici e strutture moderne, che danno vantaggi diretti economici per le famiglie, tanto importanti, questi sì davvero, in questi tempi di crisi, e che si mantengano gli incentivi per i rimboschimenti in ottemperanza del Protocollo di Kyoto, come forme d’intervento virtuose e intelligenti, alternative alla produzione d’energia in forme, sempre industriali, sebbene da fonti rinnovabili, fin ora catastroficamente sostenuta con grandissimi fondi pubblici. Il taglio dei “Certificati Verdi” taglia la testa al toro di una speculazione immorale e dagli effetti assurdi e paradossali, poiché ha trasformato le energie alternative, che dovranno salvare il pianeta da nocivi fumi ed altri inquinanti, nonché dall’effetto serra, il surriscaldamento globale desertificante, in occasioni di interventi, invece, di vasta desertificazione artificiale e morte della biodiversità e della più florida e sana economia turistica e agricola del territorio italiano!
I “certificati verdi”, causa della colonizzazione del Sud Italia da parte di ditte, spesso estere dell’energia, che realizzano impianti a bassissima ricaduta occupazionale a regime, hanno poi una natura ingannevole e spietata poiché venduti lucrosamente dalle ditte d’energie rinnovabili, che li intascano con le autorizzazioni, alle ditte che producono energie da combustibili fossili (gas, carbone, petrolio), danno a queste ultime la possibilità di continuare ad operare immettendo quantitativi inalterati, quando non addirittura aumentati, di gas serra in atmosfera, causa proprio di quel surriscaldamento globale che le energie rinnovabili dovrebbero impedire!
Italia Nostra
Sezione Sud Salento
Presidente
Marcello Seclì
ItaliaNostraONLUS
SezioneSudSalento
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO
STORICO ARTISTICO E NATURALE DELLA NAZIONE
Via G. Vinci 7/9 – 73052 PARABITA (Lecce)
cell. 360 322769
Sottoscrivono questo accorato appello al Parlamento italiano anche:
Forum Ambiente e Salute-Puglia
Coordinamento Civico del Salento
Biocontestiamo per la Tutela del Territorio e della Salute-Puglia
Nessun passo indietro nella manovra finanziaria a favore dei mega impianti eolici e di mega fotovoltaico che stanno impoverendo e distruggendo l’Italia!
«Dove si devasta il paesaggio, lì c’è la mafia!»
Italia Nostra scrive una lettera aperta a tutti i parlamentari italiani senza alcuna distinzione di appartenenza partitica, a nome delle migliaia di persone che in tutta Italia, e specialmente nel Sud, stanno patendo per la meschina speculazione della “Green economy”, e chiede che non sia emendato il salvifico articolo 45 della manovra finanziaria con cui il Governo, ascoltando l’appello delle centinaia di comitati ed associazioni che si stanno battendo quotidianamente per salvare il paesaggio italiano, ha praticamente provveduto al taglio del meccanismo degli esosi “certificati verdi”, che aveva innescato una corsa all’oro alla produzione di energie rinnovabili da mega-eolico e mega-fotovoltaico in forme devastanti e industriali, alimentando quella che si deve certamente ritenere “la più catastrofica ed immane speculazione della storia d’Italia”, la cui incidenza in negativo sulle casse dello Stato e sulle tasche degli italiani è enorme!
Una speculazione che ha favorito, come numerose inchieste penali stanno smascherando in tutta Italia, infiltrazioni malavitose e diffuse azioni mafiogene ad ogni livello, corruzione, mastodontiche operazioni di riciclaggio di denaro sporco, e danni impressionanti all’ambiente, al paesaggio, alla qualità di vita e alla salute delle persone, calpestando senza ritegno i principi della nostra Costituzione, che affermano la necessità prioritaria dello Stato di salvaguardare il paesaggio e i beni culturali ed ambientali della Nazione; priorità che divengono strategiche in quelle regioni del Sud, quali il Salento, che vedono una florida economia diffusa legata al turismo culturale d’eccellenza e destagionalizzato e all’agriturismo, nonché alle produzioni agricole di prodotti silvo-agro-pastorali tradizionali di alta qualità; economie locali oggi minacciate dalla scomparsa dei suoli agricoli e di pascolo sotto distese sconfinate di pannelli fotovoltaici desertificanti il territorio in nome di una strumentalizzata falsa “ecologia”. Terraferma e mare sono messi a rischio da centinaia di torri eoliche d’acciaio alte ben oltre cento metri, con danni sull’avifauna impressionanti, come un’inchiesta della Procura di Bari in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato sta tristemente verificando per la Puglia.
E in tutto questo catastrofico quadro a tinte fosche, che vede un impoverimento di ampie aree, dove muore l’economia turistica, che da ricchezza diffusa ai cittadini, sotto l’ombra imponente delle turbine del vento, dove terreni ed abitazioni vengono svalutati terribilmente a causa delle ingombranti innaturali presenze industriali ad altissimo impatto, le ditte e i grandi gruppi visceralmente legati al meschino business che hanno creato ad hoc, con forti appoggi politici, per edificare il castello legislativo immorale, e spesso incostituzionale, che ha permesso questo mega-furto ai danni dell’erario, e con una tartassante propaganda volta ad imporre subdolamente alla gente una vera e propria “ideologia dell’energia” per giustificare la mostruosa deformazione del paesaggio quotidiano, fanno oggi la voce grossa contro il Governo per l’art. 45, avendo pure il coraggio e l’ardire di dichiarare il loro settore come l’unico capace di crescere in tempo crisi; ma questo è chiaro, dato che si alimenta dell’impoverimento delle casse dello Stato e delle ricchezze del paese e dei cittadini! Così, si cavalca la questione occupazionale come Cavallo di Troia per la frode: è una falsità fare credere che il settore delle energie rinnovabili, in forme industriali di alto impatto, darà lavoro a tanti; a impianti ultimati un grande impianto d’energie rinnovabili occupa stabilmente pochissime unità! Allo stesso modo e con gli stessi fini strumentali, si dice che gli ecologisti difendono questa offesa all’ecologia chiamata “Green Economy”, che di “verde”, di “green”, non ha nulla! Ma quali ecologisti? Forse, alcuni falsi-ambientalisti che strumentalizzano l’ecologia per fini che con l’ecologia non hanno nulla a che vedere! Italia Nostra, la LIPU (Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli), e tantissime altre associazioni ecologiste italiane ed europee, centinai di comitati pro-paesaggio son nettamente contrari agli impianti industriali di mega eolico e mega fotovoltaico, e chiedono, invece, che si incentivi l’efficienza energetica, il risparmio energetico anziché la sovrapproduzione d’energia; chiedono che si mantenga la politica di incentivo solo per gli impianti fotovoltaici domestici a basso impatto con pannelli ubicati sui tetti e tettoie di edifici e strutture moderne, che danno vantaggi diretti economici per le famiglie, tanto importanti, questi sì davvero, in questi tempi di crisi, e che si mantengano gli incentivi per i rimboschimenti in ottemperanza del Protocollo di Kyoto, come forme d’intervento virtuose e intelligenti, alternative alla produzione d’energia in forme, sempre industriali, sebbene da fonti rinnovabili, fin ora catastroficamente sostenuta con grandissimi fondi pubblici. Il taglio dei “Certificati Verdi” taglia la testa al toro di una speculazione immorale e dagli effetti assurdi e paradossali, poiché ha trasformato le energie alternative, che dovranno salvare il pianeta da nocivi fumi ed altri inquinanti, nonché dall’effetto serra, il surriscaldamento globale desertificante, in occasioni di interventi, invece, di vasta desertificazione artificiale e morte della biodiversità e della più florida e sana economia turistica e agricola del territorio italiano!
I “certificati verdi”, causa della colonizzazione del Sud Italia da parte di ditte, spesso estere dell’energia, che realizzano impianti a bassissima ricaduta occupazionale a regime, hanno poi una natura ingannevole e spietata poiché venduti lucrosamente dalle ditte d’energie rinnovabili, che li intascano con le autorizzazioni, alle ditte che producono energie da combustibili fossili (gas, carbone, petrolio), danno a queste ultime la possibilità di continuare ad operare immettendo quantitativi inalterati, quando non addirittura aumentati, di gas serra in atmosfera, causa proprio di quel surriscaldamento globale che le energie rinnovabili dovrebbero impedire!
Italia Nostra
Sezione Sud Salento
Presidente
Marcello Seclì
ItaliaNostraONLUS
SezioneSudSalento
ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO
STORICO ARTISTICO E NATURALE DELLA NAZIONE
Via G. Vinci 7/9 – 73052 PARABITA (Lecce)
cell. 360 322769
Sottoscrivono questo accorato appello al Parlamento italiano anche:
Forum Ambiente e Salute-Puglia
Coordinamento Civico del Salento
Biocontestiamo per la Tutela del Territorio e della Salute-Puglia
giovedì 10 giugno 2010
Tortura, no dell'Italia all'Onu per definizione nel codice penale
Le raccomandazioni formulate dal Consiglio per i diritti umani accolte parzialmente da Roma. Fra i temi oggetto di preoccupazione, l'indipendenza della magistratura e il "razzismo tra i politici"
Tortura, no dell'Italia all'Onu per definizione nel codice penale
NEW YORK - L'Italia non ha accettato di introdurre una definizione esplicita di "tortura" nel Codice penale così come raccomandato dal Consiglio diritti umani dell'Onu che a febbraio ha esaminato la situazione italiana formulando una serie di raccomandazioni (Roma ne ha accettate 80 respingendone 12).
Lo ha riferito l'ambasciatore d'Italia presso le Nazioni Unite Laura Mirachian presentando stamani a Ginevra le risposte dell'Italia al Consiglio Onu. L'Italia si è invece detta determinata a ratificare il protocollo facoltativo relativo alla Convenzione contro la tortura "quando si sarà dotata di un meccanismo nazionale di prevenzione indipendente".
Tra gli altri temi oggetto di preoccupazione da parte dell'organismo Onu per quanto riguarda il nostro Paese, l'efficienza e l'indipendenza della magistratura; le dichiarazioni e atteggiamenti "xenofobi e intolleranti" da parte di alcuni politici; la discriminazione razziale, particolarmente ai danni dei nomadi; la politica dei respingimenti dei migranti; il sovraffollamento delle prigioni; la rappresentanza femminile in Parlamento e nei posti decisionali e, non ultima, l'indipendenza dei media.
da Indymedia
Tortura, no dell'Italia all'Onu per definizione nel codice penale
NEW YORK - L'Italia non ha accettato di introdurre una definizione esplicita di "tortura" nel Codice penale così come raccomandato dal Consiglio diritti umani dell'Onu che a febbraio ha esaminato la situazione italiana formulando una serie di raccomandazioni (Roma ne ha accettate 80 respingendone 12).
Lo ha riferito l'ambasciatore d'Italia presso le Nazioni Unite Laura Mirachian presentando stamani a Ginevra le risposte dell'Italia al Consiglio Onu. L'Italia si è invece detta determinata a ratificare il protocollo facoltativo relativo alla Convenzione contro la tortura "quando si sarà dotata di un meccanismo nazionale di prevenzione indipendente".
Tra gli altri temi oggetto di preoccupazione da parte dell'organismo Onu per quanto riguarda il nostro Paese, l'efficienza e l'indipendenza della magistratura; le dichiarazioni e atteggiamenti "xenofobi e intolleranti" da parte di alcuni politici; la discriminazione razziale, particolarmente ai danni dei nomadi; la politica dei respingimenti dei migranti; il sovraffollamento delle prigioni; la rappresentanza femminile in Parlamento e nei posti decisionali e, non ultima, l'indipendenza dei media.
da Indymedia
Patti Smith: un concerto speciale per Emergency

La sacerdotessa del rock a Venezia il primo agosto
E' la sacerdotessa del rock. La poetessa dell'impegno. Patti Smith sarà a Venezia il 1° agosto per un concerto speciale dedicato ad Emergency, durante il suo tour We Shall Live Again.
Patti Smith ha conosciuto Emergency lo scorso anno a Firenze, durante l'ottavo incontro nazionale con i volontari, e le ha dedicato la sua indimenticabile People Have The Power. È dalla sintonia con gli ideali su cui si fonda l'impegno di Emergency a favore delle vittime della guerra e della povertà che nasce il concerto di Piazza San Marco, organizzato in collaborazione con il Centro Pace di Venezia e International Music.
Attivista per i diritti sociali e ideale ponte tra la Beat Generation e gli artisti contemporanei, Patti Smith è reduce dall'enorme successo del suo libro-biografia "Just Kids", di recente pubblicazione in Italia, e torna con il nuovo tour a proporre i suoi successi e a offrirci un'anticipazione del suo prossimo progetto musicale. We Shall Live Again sarà un tour totalmente acustico, con gli storici Lenny Kaye alla chitarra e Jay Dee Daugherty alle percussioni, Tony Shanahan, suo collaboratore da quasi quindici anni, al basso, la figlia Jesse Smith al pianoforte e Mike Campbell alla chitarra.
da PeaceReporter
INTERVISTA DI PEACE REPORTER A PATTI SMITH RISALENTE AL FEBBRAIO SCORSO
La cantante a Milano presenta il film sulla sua vita e spiega perchè crede in Obama
Anche durante i 16 anni di esilio dalla scena pubblica, Patti Smith non ha dimenticato il mondo, la politica, le sofferenze dell'umanità.
Una 'doppia' vita. E' lei stessa a dirlo, durante una fugace visita milanese alla Feltrinelli di via Manzoni per la presentazione di 'Dream of life', film documentario sugli ultimi 12 anni della sua vita girato dall'amico Steven Sebring. La Smith, 62 anni e un'intatta carica energetica, ammalia per voce e intensità. Non si legge, sul suo volto, la fatica di essere poetessa, rock-star (quasi suo malgrado, a sentirla) e madre di due ragazzi. Perchè Patti sa come dividere la realtà in due parti: la prima è la vita pubblica, fatta di incontri con la gente, comunicazione, rock and roll e attivismo. La seconda è fatta di solitudine, contemplazione, poesia. "Eppure, per me, è più stancante scrivere e lavorare sulla solitudine, che non cantare in un gruppo rock", spiega la cantante. Le sue assenze dalla scena (a seguito del primo ritiro, altre volte è 'scomparsa' per lunghi periodi), sono servite "per occuparmi della famiglia, per studiare, per apprendere ciò che non sapevo, riguardo al mondo, alla politica e alle sofferenze umane. Il ritiro è stato un'occasione per lavorare, per studiare, per scrivere, per evolvermi. Il ritorno alla vita pubblica è stato difficile, anche perchè è avvenuto poco dopo che mio marito (Fred 'Sonic' Smith) era morto. Ma la gente mi ha accettato, mi accolto con calore, subito dopo i primi concerti. Mi sono sentita a casa".
Eroi di tutti i giorni. A chi le chiede chi sono gli eroi al giorno d'oggi, Patti Smith risponde: "Chiunque. Che significa essere eroe? E' un concetto ovviamente relativo. Per me, mia madre potrebbe essere un'eroina, perchè ha dovuto tirar su quattro figlioli e non aveva soldi. Stirava camicie, faceva la cameriera... Ma non ha rinunciato a crescere intellettualmente. Tutti noi possiamo contribuire, soprattutto nella nostra semplicità. Io ho cercato di essere una buona madre, ma ho anche cercato di essere sempre 'impegnata', nelle vicende di questo mondo, nell'arte e via dicendo. Madre Teresa era un'eroina. Per me essere eroe significa dare qualcosa all'umanità. Gli artisti spesso non sono eroi. Gli artisti sono auto-referenziali. Gli eroi, sono molto più attenti alle altre persone che non a loro stessi. La semplicità, per esempio, è una cosa eroica. La mancanza di materialismo. Chi spazza le strade, chi ricicla, chi fa qualcosa per far star meglio gli altri. Non so... anche lei che mi ha fatto la domanda, con quel suo maglione verde che spicca tra tutti per vivacità, è a suo modo 'eroico'. E così chi ha fatto quel maglione, regalando a me e a quelli che sono qui oggi un tocco di colore e di gioia. Così chi lavora per migliorare il mondo".
Come vede Patti Smith le tematiche da lei citate, ovvero il mondo, la politica e le 'sofferenze umane', attraverso la lente del nuovo presidente Obama?
Credo che l'elezione di Obama sia un evento meraviglioso, e credo che farà del suo meglio. Tuttavia, Obama deve lavorare entro i vincoli di un sistema, deve confrontarsi con individui che hanno una loro idea del mondo, combattere contro i repubblicani e contro le lobby. Farà del suo meglio, ne sono certa. A livello globale, è ciò che si dovrebbe chiedere a tutti, di fare del proprio meglio. Bisognerebbe che ciascuno guardasse e vedesse ciò che sta facendo, chiedendosi 'perchè sto lanciando dei missili, perchè voglio questa piccola striscia di terra che è Gaza', esprimendo invece il desiderio e la necessità di vivere in modo pacifico ed elementare. Credo in Obama perchè è un uomo intelligente, ed è un uomo di buon senso. Sarà però molto difficile per lui, in questo mondo stupido, dove la gente ha perso la semplicità e il buon senso. Tutti siamo esseri umani, abbiamo bisogno di mangiare, di bere acqua pulita, di respirare aria pulita. E' talmente semplice. Dobbiamo tornare alle cose semplici. Perchè il mondo oggi è terribilmente complicato, e se si vive a un livello così elevato da smarrire il contatto con le cose piccole, questa distanza, quest'area di 'disconnessione' diventa semplicemente inquinamento. Un inquinamento fatto di pregiudizi, gerarchie, materialismo. Sto saltando di palo in frasca, ma solo per dire che Obama ha un duro lavoro davanti a se', un lavoro che non può fare da solo. Ha bisogno del sostegno e della pazienza degli americani. Negli ultimi otto anni l'America ha avuto un cattivo esempio, che è davanti a tutti, e che ha fatto cose immorali oltre che illegali. Dopo l'11 settembre avremmo dovuto tornare indietro e pensare come tornare a comunicare, chiedersi perchè le persone sono così frustrate, emarginate. Come possiamo tornare a privilegiare l'inclusione rispetto all'esclusione? Abbiamo spinto tutte queste persone ai margini, anzichè cercare di capire il senso della loro frustrazione. Tutti dobbiamo fare del nostro meglio. Obama, come tutti noi, sta navigando in acque molto difficili. Ma talvolta, è nei tempi difficili che emergono le cose migliori.
Le domande sarebbero ancora molte, per la platea affamata dei giornalisti, ma la Smith chiede se è possibile sacrificarne qualcuna per cantare una canzone. Domanda retorica: imbracciata la chitarra, intona 'My blakean year', cantando come se fosse tra amici. E anche gli applausi non sono quelli destinati a una rock-star. Sono applausi per un'amica.
di Luca Galassi da PeaceReporter
"Bella ciao", un pericolo per l'ordine costituito

di Mario Pirani
Vorrei esprimere qualche riflessione scevra da indignazione o acredine di parte sull'episodio incorso al ministero della Pubblica Istruzione in seguito al canto di "Bella ciao", intonato da ragazzini e ragazzine, età media 12 anni, appartenenti ad un gruppo interclasse ad indirizzo musicale della scuola media inferiore "G. G. Belli" di Roma, invitati a prodursi con orchestrina e relativo accompagnamento corale, a viale Trastevere.
Era presente il sottosegretario Pizza e si è anche affacciata la ministra Gelmini. Al termine alcuni alunni, presto seguiti dagli altri, hanno intonato e suonato "Bella ciao". La canzone, pur non figurando nell'elenco di quel giorno, fa tuttavia parte del repertorio "musicale" del Belli ed era stata eseguita in molte altre occasioni. Si è trattato, comunque, di un fuori programma, difficile da confondere con un bis, in genere concesso altre volte ma con l'innocuo "tanto pè cantà". È lecito arguire che quegli adolescenti abbiano voluto in un certo senso mimare una forma di protesta mutuata dai cortei studenteschi, già visti tante volte direttamente o alla televisione. Nella forma e nella sostanza si è trattato di una manifestazione corretta, direi gentile, senza slogan e tanto meno espressioni di aggressività. Ciò detto la preside era nel suo diritto nel fare osservare ai ragazzi che quando si è chiamati a partecipare a una performance istituzionale è d'uopo attenersi al copione concordato, senza abbandonarsi a dissonanze che non sempre si concludono, come invece questa volta, in ordine e in allegria.
Quel che, invece, preoccupa è l'irato risvolto politico, fortemente polemico della lettera della preside a docenti, alunni e famiglie in cui stigmatizza lo "sconcertante episodio" che getterebbe "un'ombra di discredito difficile da dissipare, che ha messo in difficoltà la scuola Belli nel suo complesso", invita i genitori a scusarsi e a far capire che "se è giusto esprimere le proprie convinzioni anche se divergenti, è altrettanto giusto non assumere iniziative che travalicano i limiti dell'opportunità, del rispetto delle persone, della correttezza e del buon gusto". Frasi che si attaglierebbero ad un coro di sconcezze goliardiche e non a una spontanea, innocua disobbidienza adolescenziale. È seguito un fitto scambio di e-mail tra genitori, in grande maggioranza critici nei confronti della lettera. Alcuni hanno ricordato che fino a poco tempo fa "Bella Ciao" era quasi una canzone istituzionale, un canto di partigiani senza colore politico, in cui si possono riconoscere i democratici di ogni colore politico e le Istituzioni nate dalla Resistenza e dalla Costituzione.
Tutto vero, anche se non voglio pensare che la preside nutra sentimenti antidemocratici, ma piuttosto risenta, ed è forse più grave, di un clima generale di misconoscimento e snaturamento della storia d'Italia, con un ricasco polemico che svia il senso degli eventi. Questo può riguardare la Resistenza o, se visto in chiave leghista, il Risorgimento, il Tricolore, l'Unità d'Italia o, infine, per non pochi esponenti del Pdl, la stessa Costituzione. Le conseguenze, soprattutto, sul piano formativo possono essere devastanti. Credo che per evitare le asperità di un libero dibattito, molti insegnanti optino per una specie di agnosticismo che porta a considerare una turbativa della normalità scolastica l'intrusione di certe tematiche, gestibili al massimo nell'alveo dei corsi di studio stabiliti. Una pedagogia riduttiva, senza passione, impossibilitata a formare giovani cittadini. È un fenomeno che riguarda anche il mondo adulto, dove si può dissacrare ogni cosa senza imbarazzo. Mi vien da pensare quando a "Porta a porta", parlando della Resistenza dei militari deportati in Germania che avevano rifiutato di essere liberati a condizione di giurare per Salò, il ministro della Difesa, La Russa, spiegò il loro gesto come un atto di comoda prudenza: meglio nel lager che di nuovo in guerra. Nessuno gli ha ricordato le diecine di migliaia di soldati, tra cui 18 generali, morti in quei "comodi" lager.
(07 giugno 2010) © Riproduzione riservata
http://roma.repubblica.
it/cronaca/2010/06/07/news/bella_ciao_un_pericolo_per_l_ordine_costituito-
4632635/
mercoledì 9 giugno 2010
Lituania, la svastica non è un simbolo nazista, ma un'eredità storica
Secondo una corte si tratta di "un simbolo molto antico che rappresenta il sole" - Una corte di Klaipeda, città della Lituania, ha emesso una sentenza in cui la svastica viene decretata parte dell'eredità storica del Paese e non un simbolo nazista. Dopo tre mesi, la corte ha giustificato la sua decisione citando il fatto che la svastica è un simbolo molto antico che rappresenta il sole ed è presente su numerosi manufatti.La sentenza arriva dopo che alcuni studenti avevano utilizzato il simbolo durante una parata per l'indipendenza. La decisione ha suscitato scalpore nel Paese, dove molti sono preoccupati che adesso il simbolo possa essere utilizzato dai gruppi neo-nazisti. Uno degli organizzatori della parata ha riferito di voler spingere le persone a pensare anche fuori dagli schemi: "La svastica - una volta un simbolo sacro - viene ora frainteso e umiliato". In principio, gli studenti erano stati arrestati e accusati. La corte ha creduto alla motivazione degli imputati di voler soltanto promuovere un simbolo storico.
da Indymedia
da Indymedia
FAUSTO E IAIO: Un dossier sull'eroina pagato a caro prezzo
Chiunque volesse capire cosa sia stata la controinformazione a Milano dovrebbe incontrare, almeno una volta nella vita, Umberto Gay, oggi giornalista di Radio Popolare. «Negli anni 70 fare controinformazione significava essere militanti e conoscere a fondo il territorio, viverlo». Gay ha cominciato a sedici anni e non ha più smesso. Nel suo racconto c’è tutta la Milano degli anni 70: i volti dei protagonisti, le tensioni e le violenze, le granitiche certezze dell’essere militanti, l’impegno politico che, col tempo, si fonda con la vocazione per il giornalismo.
Il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento Moro, nel contesto di un’Italia blindata, un gruppo di fuoco di matrice neofascista uccide due ragazzi diciottenni, Fausto e Iaio. Umberto Gay non li conosce personalmente, ma un luogo li accomuna: il centro sociale Leoncavallo. Un luogo che coincide con un ideale, con un impegno di vita. Gay ha 21 anni e non è ancora giornalista, ma è responsabile del gruppo della controinformazione di Avanguardia Operaia. La sera stessa dell’omicidio inizia quindi un lavoro collettivo di ricerca e di indagine che porterà, dieci anni più tardi, alla pubblicazione della controinchiesta.
«Quello che era successo era talmente enorme che nessuno di noi poteva restare indifferente. Il nostro lavoro aveva un solo obiettivo: la ricerca della verità».
Come nasce la controinformazione?
L’origine va cercata nel mondo delle fabbriche. Il primo grande esempio fu rappresentato dal professore Giulio Maccacaro, medico e biologo che, insieme a Luigi Mara, sindacalista del movimento Medicina Democratica, si occupò della Montedison di Castellanza. Negli anni 60 Maccacaro e Mara iniziarono a produrre dati di informazione sull’ambiente, sulla chimica, sulle condizioni di salute degli operai in Italia, analizzando il tutto da un prospettiva interna, cioè quella della fabbrica.
Poi però, con il ’68 e negli anni ’70, l’atmosfera cambiò. Furono anni fertili per lo sviluppo della controinformazione?
In quegli anni si vivevano grandi dinamiche come lo sfruttamento in fabbrica, le lotte dei lavoratori, le mobilitazioni studentesche. Molti giovani iniziavano ad immaginarsi la vita in maniera diversa. Il meccanismo iniziale che ha mosso il concetto di controinformazione era guardare all’informazione ufficiale con occhio critico, trovare un’alternativa al telegiornale della sera, non per partito preso, ma perché era oggettivamente l’organo dello Stato. E se nello Stato ci fosse stato qualcosa che non andava, non poteva essere certo il Tg la fonte di informazione adatta a raccontarlo. C’era, insomma, un movente politico-culturale: la ricerca della verità.
Per la controinformazione si possono definire delle fasi storiche?
Penso sia importante distinguere tra i decenni 50, 60 e 70, perché sia il livello d’informazione che lo scenario politico erano diversi. Negli anni 50 e 60 non esisteva una controinformazione che riusciva a esprimersi pubblicamente. Tuttavia il Pci era una struttura enorme e aveva un apparato di controinformazione da fare spavento. Essere sopravvissuti a vent'anni di dittatura fascista voleva dire aver avuto alle spalle strutture di informazione, di sicurezza, che dovevano gestire l'esistenza di un partito clandestino. Negli anni ‘50 e ‘60 neanche il Pci si permetteva di tirare fuori delle verità alternative.
Nel 1978, l’anno dell’uccisione di Fausto e Iaio, non eravate ancora giornalisti. Cosa facevate? Avevate avuto altre esperienze di giornalismo anche se non professionale?
Nel 1978 avevo 21 anni e facevo controinformazione già da cinque anni. Anche Fausto e Iaio morirono per aver fatto controinformazione. Fare controinformazione al centro sociale Leoncavallo significava, ad esempio, occuparsi del traffico di eroina a Milano. In quel periodo, in piazza Vetere c’erano ogni sera alcune centinaia di persone a bucarsi. Avevi paura in quella zona. Erano i giovani ad essere colpiti da quel fenomeno, giovani di sinistra che conoscevi, che erano tuoi amici.
Nel vostro lavoro d’indagine arrivate ad affermare con certezza che Fausto e Iaio furono uccisi proprio a causa del famoso dossier sul traffico di eroina a Milano. Come e quando siete arrivati a questa conclusione?
L’inchiesta su Fausto e Iaio fu presentata da Radio Popolare nel 1988, dieci anni dopo l’omicidio. Alle spalle c’era un decennio di lavoro. La sera stessa dell’omicidio capimmo che quello che era successo era di un’enorme gravità per due motivi: accadde due giorni dopo il sequestro di Aldo Moro con tutta l’Italia blindata; in secondo luogo, ad essere stati colpiti erano due ragazzi del centro sociale più importante di Milano con una rete di migliaia di militanti. Due che fondamentalmente non contavano nulla, due ragazzini di diciotto anni come altri centomila. E lo dico con affetto. Io, che ero responsabile della controinformazione per Avanguardia Operaia, immediatamente, quella sera parlai con uno dei responsabili dell’Autonomia e uno del Movimento Lavoratori per il Socialismo. Capimmo subito che era un grande mistero. Non conoscevamo personalmente Fausto e Iaio, ma sapevamo che Fausto era all’interno di un gruppo di lavoro particolare, quello del dossier sull’eroina: un libretto con foto, informazioni e indirizzi degli spacciatori che, dal quel momento in poi, sarebbero stati riconosciuti e indicati pubblicamente.
Un lavoro di controinformazione rischioso per un ragazzo di 18 anni.
Non era un lavoro particolarmente difficile perché, a differenza di adesso, dal boss al consumatore i passaggi erano tre. Ce l’avevi sotto gli occhi se stavi nel territorio. Tuttavia era rischioso perché tirare fuori un dossier del genere, con un centinaio di nomi, avrebbe dato fastidio a molti. Capimmo subito che era questa la pista da seguire. Non poteva essere infatti un’aggressione fascista capitata per caso al Leoncavallo di sabato sera, non poteva essere una vicenda personale di uno dei due ragazzi. La matrice doveva essere per forza di destra ma con l’avallo di chi gestiva il traffico di droga. L’intuizione iniziale fu subito quella giusta. Non eravamo veggenti, ma avevamo alle spalle dieci anni di pratica di controinformazione sul territorio.
Tuttavia, fare un dossier in mancanza di un’indagine ufficiale o in presenza di indagini deviate, era complicato. Infatti passarono dieci anni prima della pubblicazione. Fu un lungo e lento lavoro di ricerca e di verifica: magari per mesi non portavamo a casa niente, poi subentrava improvvisamente qualche novità. Ad esempio, poteva capitare che ad una manifestazione alcuni nostri atteggiamenti venissero graditi dalle forze dell’ordine. Questo ti permetteva di riuscire a parlare con un commissario di zona e chiedergli se certi personaggi erano ancora presenti sul territorio.
Tu invece, nel 2000, un nome l’hai fatto: Mario Corsi. Dodici anni dopo la pubblicazione dell’inchiesta. Perché dopo così tanto tempo?
Lo denunciai pubblicamente quando ho capito che non c’era più niente da fare. Volevo farmi querelare. Era l’unico modo per riaprire il processo, perché si sarebbe dovuto accertare se la mia accusa era fondata. Per questo feci quella conferenza stampa. E infatti Mario Corsi, tutt’ora mitico dj di una radio romana, dopo un’ora da quella denuncia minacciò querela. Che però non arrivò mai, su consiglio dei suoi avvocati.
Il lavoro di controinformazione seguiva un metodo strutturato?
Le inchieste possono essere di due tipi: o poliziesche/giudiziarie, o giornalistiche. Noi non facevamo né le une né le altre. Essenziale era avere una rete sul territorio. Per territorio intendo case, strade, luoghi di lavoro e di aggregazione, fabbriche. Con alle spalle una rete d’informazione alternativa, che all’inizio era solo sociale ma che poi divenne sempre più politicizzata, avevamo antenne disseminate sul territorio. Nessuno aveva il bisogno di essere nominato giornalista. I gruppi di militanti andavano ad accendere queste antenne: rappresentanti politici, sindacato, intellettuali, il lavoratore cimiteriale che scava la fossa, quello che lavora all’obitorio, il poliziotto di sinistra o il magistrato, ogni potenziale voce alternativa.
Alla fine eravamo in grado, nel momento in cui si verificava un fatto, piccolo o grande che fosse, di muovere sempre la stessa macchina.
Come facevate a procurarvi informazioni riservate?
Prendiamo un esempio. Nel caso di un procedimento penale tra le parti in causa c’è anche l’avvocato di parte civile, che rappresenta i famigliari delle vittime. Questo è l’unico estraneo alla macchina giudiziaria ad aver accesso alle carte. In quel periodo, nel caso di un fatto penale con caratteristiche politiche era facile che l’avvocato scelto dalle vittime fosse tendenzialmente vicino a che faceva un lavoro come il nostro. L’avvocato era per noi l’unica possibilità di avere accesso alle carte ufficiali. In ogni caso è buona norma verificare anche ciò che è scritto sui documenti ufficiali.
Ci puoi raccontare un caso in cui siete riusciti ad ottenere delle informazioni importanti per la vostra inchiesta su Fausto e Iaio?
No. Vi ho detto dello spirito che teneva unito il nostro lavoro, della creazione di strutture che man mano si specializzavano, della verifica costante, del rapporto col territorio, del moltiplicarsi delle fonti anche al di fuori dell’ambiente militante. Sui metodi concreti non posso dirvi altro. Qualunque cosa vi venga in mente va bene, tranne toccare la vita umana.
Per esempio, si parla di una moto sospetta vista mentre si allontanava dal luogo dell’omicidio. Come avete ottenuto quelle informazioni?
La moto fu vista da una militante di Lotta Continua che quella sera si trovava casualmente in piazza Aspromonte intorno alle 20 e constatò semplicemente un fatto strano. Vide una moto arrivare veloce e fermarsi davanti a una pizzeria. Vide il passeggero scendere, strappare un cartone che copriva la targa ed entrare in pizzeria mentre la moto si allontanava. La ragazza non sapeva che avevano appena ammazzato Fausto e Iaio a un chilometro di distanza. Ma era buona norma che una militante riferisse un fatto strano come questo al gruppo della controinformazione. Questo fatto è emblematico per capire come funzionasse il meccanismo delle fonti.
In cosa si differenziava il vostro lavoro di inchiesta rispetto alle indagini dei giudici e della polizia? Si sono mai intrecciati o sovrapposti i due piani?
Non eravamo poliziotti ma in realtà dovevamo usare metodi di ricerca assolutamente identici a quelli della polizia. Un’intervista poteva diventare un interrogatorio, un’indagine poteva essere avvalorata da una fotografia o da un pedinamento. Avevamo a che fare con gente che metteva bombe, accoltellava, uccideva, spacciava. Tu sei solo un cittadino, un militante politico, la tua motivazione è solo questa ed è la forza di tutto. Sulla base di questo si costruisce una rete di persone, possibili fonti, che ti riconosce e decide di aiutarti. Altrimenti non hai nessun tipo di potere; noi non avremmo mai potuto fare indagini o interrogatori. Non eravamo autorizzati né intenzionati a fare questo, anche se poi è successo. La controinformazione non nacque da un’idea di giornalismo di sinistra alternativo, ma come strumento di autodifesa, di difesa o di attacco politico.
Hai conosciuto personalmente i giudici che si sono occupati in questi anni dell’omicidio di Fausto e Iaio? Che rapporti hai avuto con loro?
Il primo pm, Armando Spataro, oggi a capo dell’antiterrorismo a Milano, ebbe subito l’intuizione giusta, come noi. Tant’è che fu lui ad ordinare le uniche intercettazioni del fascicolo, effettuate negli unici due bar dove andavano fatte. Vennero fuori degli elementi interessanti, ma le indagini si fermarono. Il caso di Fausto e Iaio è l’unico omicidio politico nella storia del dopoguerra dove non si è indagato fino in fondo, dove non c’è stato un confidente o un pentito.
Si sono alternati dieci magistrati, ma nessuno è mai stato messo nelle condizioni di lavorare seriamente. Un giorno andai da uno dei migliori, il giudice istruttore Graziella Mascarello, un personaggio eccezionale. Aveva cento fascicoli sulla sua scrivania. Mi indicò quello su Fausto e Iaio e mi disse: «Come faccio a dedicarmi a loro mentre gli altri fascicoli riguardano tre morti due giorni fa?». Ecco, non c’era la volontà di trovare i colpevoli. Tutto questo era scientemente voluto. Se è vero che, come dicono anche le carte processuali, tutto si basava sul giro di droga nella zona Casoretto-Leoncavallo-Lambrate-Viale Padova-Viale Monza, vuol dire che, se le indagini fossero proseguite, si sarebbe andati a toccare i “mammasantissima” e non uso la parola a caso che hanno avallato l'operazione.
Il vostro documento è stato acquisito in qualche modo dalla magistratura?
La magistratura fermò le indagini. Fu il giudice Guido Salvini a riaprire il caso e a rimettere insieme i pezzi del puzzle, prendendo spunto anche dal dossier che viene citato nelle carte processuali, pur non essendo un atto giudiziario.
Ci sono stati tentativi di depistaggio, vi hanno mai fornito prove false?
No, e quando ci sono giunte notizie non vere, per verificarle abbiamo impiegato mesi. Ma le fonti erano assolutamente in buona fede. Invece, ci furono diversi tentativi di depistaggio che arrivarono alla questura. Anzi fu la questura stessa che, dalla sera dell’omicidio scelse come pista più probabile quella del regolamento di conti interno agli ambienti della droga. Solo noi eravamo certi che non era la pista giusta perché conoscevamo Fausto e Iaio.
Hai mai ricevuto minacce per questa storia?
No, perché il mio è stato un lavoro sotterraneo. Quando crei una struttura del genere, solo una persona deve conoscere tutti e questa persona deve stare al riparo, per tutelare fonti e materiali.
Oggi può esistere un lavoro di controinformazione analogo?
Apparentemente no. Non viene più fatta informazione militante, o controinformazione nel senso di metodo giornalistico. In realtà, però, sono cambiate le esigenze dei media: mentre in passato si faceva informazione contro quella ufficiale, adesso c’è più libertà di espressione e di stampa. Quindi ciò che serve non è una controinformazione, quanto piuttosto l’informazione. Bisogna muoversi, andarla a cercare. Altrimenti c’è un sistema che ti permette di parlare delle mutande del presidente dello Zimbabwe anche stando seduto su questa sedia.
Si può fare controinformazione senza essere partigiani?
No, per fare controinformazione devi essere contro qualcosa.
da Indymedia
Il 18 marzo 1978, due giorni dopo il rapimento Moro, nel contesto di un’Italia blindata, un gruppo di fuoco di matrice neofascista uccide due ragazzi diciottenni, Fausto e Iaio. Umberto Gay non li conosce personalmente, ma un luogo li accomuna: il centro sociale Leoncavallo. Un luogo che coincide con un ideale, con un impegno di vita. Gay ha 21 anni e non è ancora giornalista, ma è responsabile del gruppo della controinformazione di Avanguardia Operaia. La sera stessa dell’omicidio inizia quindi un lavoro collettivo di ricerca e di indagine che porterà, dieci anni più tardi, alla pubblicazione della controinchiesta.
«Quello che era successo era talmente enorme che nessuno di noi poteva restare indifferente. Il nostro lavoro aveva un solo obiettivo: la ricerca della verità».
Come nasce la controinformazione?
L’origine va cercata nel mondo delle fabbriche. Il primo grande esempio fu rappresentato dal professore Giulio Maccacaro, medico e biologo che, insieme a Luigi Mara, sindacalista del movimento Medicina Democratica, si occupò della Montedison di Castellanza. Negli anni 60 Maccacaro e Mara iniziarono a produrre dati di informazione sull’ambiente, sulla chimica, sulle condizioni di salute degli operai in Italia, analizzando il tutto da un prospettiva interna, cioè quella della fabbrica.
Poi però, con il ’68 e negli anni ’70, l’atmosfera cambiò. Furono anni fertili per lo sviluppo della controinformazione?
In quegli anni si vivevano grandi dinamiche come lo sfruttamento in fabbrica, le lotte dei lavoratori, le mobilitazioni studentesche. Molti giovani iniziavano ad immaginarsi la vita in maniera diversa. Il meccanismo iniziale che ha mosso il concetto di controinformazione era guardare all’informazione ufficiale con occhio critico, trovare un’alternativa al telegiornale della sera, non per partito preso, ma perché era oggettivamente l’organo dello Stato. E se nello Stato ci fosse stato qualcosa che non andava, non poteva essere certo il Tg la fonte di informazione adatta a raccontarlo. C’era, insomma, un movente politico-culturale: la ricerca della verità.
Per la controinformazione si possono definire delle fasi storiche?
Penso sia importante distinguere tra i decenni 50, 60 e 70, perché sia il livello d’informazione che lo scenario politico erano diversi. Negli anni 50 e 60 non esisteva una controinformazione che riusciva a esprimersi pubblicamente. Tuttavia il Pci era una struttura enorme e aveva un apparato di controinformazione da fare spavento. Essere sopravvissuti a vent'anni di dittatura fascista voleva dire aver avuto alle spalle strutture di informazione, di sicurezza, che dovevano gestire l'esistenza di un partito clandestino. Negli anni ‘50 e ‘60 neanche il Pci si permetteva di tirare fuori delle verità alternative.
Nel 1978, l’anno dell’uccisione di Fausto e Iaio, non eravate ancora giornalisti. Cosa facevate? Avevate avuto altre esperienze di giornalismo anche se non professionale?
Nel 1978 avevo 21 anni e facevo controinformazione già da cinque anni. Anche Fausto e Iaio morirono per aver fatto controinformazione. Fare controinformazione al centro sociale Leoncavallo significava, ad esempio, occuparsi del traffico di eroina a Milano. In quel periodo, in piazza Vetere c’erano ogni sera alcune centinaia di persone a bucarsi. Avevi paura in quella zona. Erano i giovani ad essere colpiti da quel fenomeno, giovani di sinistra che conoscevi, che erano tuoi amici.
Nel vostro lavoro d’indagine arrivate ad affermare con certezza che Fausto e Iaio furono uccisi proprio a causa del famoso dossier sul traffico di eroina a Milano. Come e quando siete arrivati a questa conclusione?
L’inchiesta su Fausto e Iaio fu presentata da Radio Popolare nel 1988, dieci anni dopo l’omicidio. Alle spalle c’era un decennio di lavoro. La sera stessa dell’omicidio capimmo che quello che era successo era di un’enorme gravità per due motivi: accadde due giorni dopo il sequestro di Aldo Moro con tutta l’Italia blindata; in secondo luogo, ad essere stati colpiti erano due ragazzi del centro sociale più importante di Milano con una rete di migliaia di militanti. Due che fondamentalmente non contavano nulla, due ragazzini di diciotto anni come altri centomila. E lo dico con affetto. Io, che ero responsabile della controinformazione per Avanguardia Operaia, immediatamente, quella sera parlai con uno dei responsabili dell’Autonomia e uno del Movimento Lavoratori per il Socialismo. Capimmo subito che era un grande mistero. Non conoscevamo personalmente Fausto e Iaio, ma sapevamo che Fausto era all’interno di un gruppo di lavoro particolare, quello del dossier sull’eroina: un libretto con foto, informazioni e indirizzi degli spacciatori che, dal quel momento in poi, sarebbero stati riconosciuti e indicati pubblicamente.
Un lavoro di controinformazione rischioso per un ragazzo di 18 anni.
Non era un lavoro particolarmente difficile perché, a differenza di adesso, dal boss al consumatore i passaggi erano tre. Ce l’avevi sotto gli occhi se stavi nel territorio. Tuttavia era rischioso perché tirare fuori un dossier del genere, con un centinaio di nomi, avrebbe dato fastidio a molti. Capimmo subito che era questa la pista da seguire. Non poteva essere infatti un’aggressione fascista capitata per caso al Leoncavallo di sabato sera, non poteva essere una vicenda personale di uno dei due ragazzi. La matrice doveva essere per forza di destra ma con l’avallo di chi gestiva il traffico di droga. L’intuizione iniziale fu subito quella giusta. Non eravamo veggenti, ma avevamo alle spalle dieci anni di pratica di controinformazione sul territorio.
Tuttavia, fare un dossier in mancanza di un’indagine ufficiale o in presenza di indagini deviate, era complicato. Infatti passarono dieci anni prima della pubblicazione. Fu un lungo e lento lavoro di ricerca e di verifica: magari per mesi non portavamo a casa niente, poi subentrava improvvisamente qualche novità. Ad esempio, poteva capitare che ad una manifestazione alcuni nostri atteggiamenti venissero graditi dalle forze dell’ordine. Questo ti permetteva di riuscire a parlare con un commissario di zona e chiedergli se certi personaggi erano ancora presenti sul territorio.
Tu invece, nel 2000, un nome l’hai fatto: Mario Corsi. Dodici anni dopo la pubblicazione dell’inchiesta. Perché dopo così tanto tempo?
Lo denunciai pubblicamente quando ho capito che non c’era più niente da fare. Volevo farmi querelare. Era l’unico modo per riaprire il processo, perché si sarebbe dovuto accertare se la mia accusa era fondata. Per questo feci quella conferenza stampa. E infatti Mario Corsi, tutt’ora mitico dj di una radio romana, dopo un’ora da quella denuncia minacciò querela. Che però non arrivò mai, su consiglio dei suoi avvocati.
Il lavoro di controinformazione seguiva un metodo strutturato?
Le inchieste possono essere di due tipi: o poliziesche/giudiziarie, o giornalistiche. Noi non facevamo né le une né le altre. Essenziale era avere una rete sul territorio. Per territorio intendo case, strade, luoghi di lavoro e di aggregazione, fabbriche. Con alle spalle una rete d’informazione alternativa, che all’inizio era solo sociale ma che poi divenne sempre più politicizzata, avevamo antenne disseminate sul territorio. Nessuno aveva il bisogno di essere nominato giornalista. I gruppi di militanti andavano ad accendere queste antenne: rappresentanti politici, sindacato, intellettuali, il lavoratore cimiteriale che scava la fossa, quello che lavora all’obitorio, il poliziotto di sinistra o il magistrato, ogni potenziale voce alternativa.
Alla fine eravamo in grado, nel momento in cui si verificava un fatto, piccolo o grande che fosse, di muovere sempre la stessa macchina.
Come facevate a procurarvi informazioni riservate?
Prendiamo un esempio. Nel caso di un procedimento penale tra le parti in causa c’è anche l’avvocato di parte civile, che rappresenta i famigliari delle vittime. Questo è l’unico estraneo alla macchina giudiziaria ad aver accesso alle carte. In quel periodo, nel caso di un fatto penale con caratteristiche politiche era facile che l’avvocato scelto dalle vittime fosse tendenzialmente vicino a che faceva un lavoro come il nostro. L’avvocato era per noi l’unica possibilità di avere accesso alle carte ufficiali. In ogni caso è buona norma verificare anche ciò che è scritto sui documenti ufficiali.
Ci puoi raccontare un caso in cui siete riusciti ad ottenere delle informazioni importanti per la vostra inchiesta su Fausto e Iaio?
No. Vi ho detto dello spirito che teneva unito il nostro lavoro, della creazione di strutture che man mano si specializzavano, della verifica costante, del rapporto col territorio, del moltiplicarsi delle fonti anche al di fuori dell’ambiente militante. Sui metodi concreti non posso dirvi altro. Qualunque cosa vi venga in mente va bene, tranne toccare la vita umana.
Per esempio, si parla di una moto sospetta vista mentre si allontanava dal luogo dell’omicidio. Come avete ottenuto quelle informazioni?
La moto fu vista da una militante di Lotta Continua che quella sera si trovava casualmente in piazza Aspromonte intorno alle 20 e constatò semplicemente un fatto strano. Vide una moto arrivare veloce e fermarsi davanti a una pizzeria. Vide il passeggero scendere, strappare un cartone che copriva la targa ed entrare in pizzeria mentre la moto si allontanava. La ragazza non sapeva che avevano appena ammazzato Fausto e Iaio a un chilometro di distanza. Ma era buona norma che una militante riferisse un fatto strano come questo al gruppo della controinformazione. Questo fatto è emblematico per capire come funzionasse il meccanismo delle fonti.
In cosa si differenziava il vostro lavoro di inchiesta rispetto alle indagini dei giudici e della polizia? Si sono mai intrecciati o sovrapposti i due piani?
Non eravamo poliziotti ma in realtà dovevamo usare metodi di ricerca assolutamente identici a quelli della polizia. Un’intervista poteva diventare un interrogatorio, un’indagine poteva essere avvalorata da una fotografia o da un pedinamento. Avevamo a che fare con gente che metteva bombe, accoltellava, uccideva, spacciava. Tu sei solo un cittadino, un militante politico, la tua motivazione è solo questa ed è la forza di tutto. Sulla base di questo si costruisce una rete di persone, possibili fonti, che ti riconosce e decide di aiutarti. Altrimenti non hai nessun tipo di potere; noi non avremmo mai potuto fare indagini o interrogatori. Non eravamo autorizzati né intenzionati a fare questo, anche se poi è successo. La controinformazione non nacque da un’idea di giornalismo di sinistra alternativo, ma come strumento di autodifesa, di difesa o di attacco politico.
Hai conosciuto personalmente i giudici che si sono occupati in questi anni dell’omicidio di Fausto e Iaio? Che rapporti hai avuto con loro?
Il primo pm, Armando Spataro, oggi a capo dell’antiterrorismo a Milano, ebbe subito l’intuizione giusta, come noi. Tant’è che fu lui ad ordinare le uniche intercettazioni del fascicolo, effettuate negli unici due bar dove andavano fatte. Vennero fuori degli elementi interessanti, ma le indagini si fermarono. Il caso di Fausto e Iaio è l’unico omicidio politico nella storia del dopoguerra dove non si è indagato fino in fondo, dove non c’è stato un confidente o un pentito.
Si sono alternati dieci magistrati, ma nessuno è mai stato messo nelle condizioni di lavorare seriamente. Un giorno andai da uno dei migliori, il giudice istruttore Graziella Mascarello, un personaggio eccezionale. Aveva cento fascicoli sulla sua scrivania. Mi indicò quello su Fausto e Iaio e mi disse: «Come faccio a dedicarmi a loro mentre gli altri fascicoli riguardano tre morti due giorni fa?». Ecco, non c’era la volontà di trovare i colpevoli. Tutto questo era scientemente voluto. Se è vero che, come dicono anche le carte processuali, tutto si basava sul giro di droga nella zona Casoretto-Leoncavallo-Lambrate-Viale Padova-Viale Monza, vuol dire che, se le indagini fossero proseguite, si sarebbe andati a toccare i “mammasantissima” e non uso la parola a caso che hanno avallato l'operazione.
Il vostro documento è stato acquisito in qualche modo dalla magistratura?
La magistratura fermò le indagini. Fu il giudice Guido Salvini a riaprire il caso e a rimettere insieme i pezzi del puzzle, prendendo spunto anche dal dossier che viene citato nelle carte processuali, pur non essendo un atto giudiziario.
Ci sono stati tentativi di depistaggio, vi hanno mai fornito prove false?
No, e quando ci sono giunte notizie non vere, per verificarle abbiamo impiegato mesi. Ma le fonti erano assolutamente in buona fede. Invece, ci furono diversi tentativi di depistaggio che arrivarono alla questura. Anzi fu la questura stessa che, dalla sera dell’omicidio scelse come pista più probabile quella del regolamento di conti interno agli ambienti della droga. Solo noi eravamo certi che non era la pista giusta perché conoscevamo Fausto e Iaio.
Hai mai ricevuto minacce per questa storia?
No, perché il mio è stato un lavoro sotterraneo. Quando crei una struttura del genere, solo una persona deve conoscere tutti e questa persona deve stare al riparo, per tutelare fonti e materiali.
Oggi può esistere un lavoro di controinformazione analogo?
Apparentemente no. Non viene più fatta informazione militante, o controinformazione nel senso di metodo giornalistico. In realtà, però, sono cambiate le esigenze dei media: mentre in passato si faceva informazione contro quella ufficiale, adesso c’è più libertà di espressione e di stampa. Quindi ciò che serve non è una controinformazione, quanto piuttosto l’informazione. Bisogna muoversi, andarla a cercare. Altrimenti c’è un sistema che ti permette di parlare delle mutande del presidente dello Zimbabwe anche stando seduto su questa sedia.
Si può fare controinformazione senza essere partigiani?
No, per fare controinformazione devi essere contro qualcosa.
da Indymedia
Italia, uno steccato contro i vu' cumpra'
“Il dettaglio progettuale – spiega Simone Villa, assessore alla Polizia locale e Sicurezza- manca ancora, ma a bilancio 2010 è stato inserito un emendamento per garantire un finanziamento pari a centomila euro per recintare il parcheggio"
Una recinzione contro i vu' cumpra'. Questa la proposta lanciata dalla giunta leghista del comune di Monza per far fronte al problema dell'abusivismo. “Il dettaglio progettuale – spiega Simone Villa, assessore alla Polizia locale e Sicurezza- manca ancora, ma a bilancio 2010 è stato inserito un emendamento per garantire un finanziamento pari a centomila euro per recintare l'area del parcheggio davanti all'ospedale nuovo”.
La scelta, di per sé, non è una novità. Muri e steccati sono ormai diventati la soluzione più gettonata per risolvere problemi di vicinato o di convivenza difficili. La recinzione che circonderà il perimetro del parcheggio a pagamento ostacolerà l'ingresso dei vu' cumpra', garantendo a quanti si recano in ospedale di non essere disturbati dalle richieste e dalle pressioni dei venditori, spesso molto insistenti.
“L'area antistante il San Gerardo – continua Simone Villa – ha sempre conosciuto una grande presenza di venditori abusivi, ma negli ultimi anni, in coincidenza con gli sgomberi nel centro storico, la situazione sta diventando insostenibile e ci sono arrivate moltissime lamentele da parte di quanti vengono assaliti dai venditori nel parcheggio”. A quanti sollevano l'obiezione che sgomberando e spostando, i problemi non si risolvono, l'assessore risponde facendo riferimento al pragmatismo della Lega che punta alla soluzione immediata delle questioni per dare risposte concrete ai cittadini. Basta, quindi, coi sofismi e con l'analisi delle conseguenze future dei provvedimenti e largo all'azione.
Sull'efficienza leghista esprime qualche perplessità Giuseppe Civati, consigliere della regione Lombardia nella circoscrizione di Monza per il Pd, che accusa la giunta di ingigantire le questioni relative all'immigrazione a uso e consumo politico. La recinzione, secondo l'esponente del Pd, sarebbe “una modalità di risoluzione scontata e banale per chi è a corto di idee”. “Qualche anno fa – aggiunge Civati – c'è stata la stagione delle ronde, poi gli sgomberi e ora arrivano le recinzioni. Nessuno lo dice, ma tutti questi espedienti sono falliti e non hanno mai raggiunto gli obiettivi sperati. Non solo a Monza, ma anche a livello nazionale, da quando c'è la Lega al governo, gli immigrati sono aumentati. La giunta monzese, tra l'altro, ha una certa passione per le recinzioni. Qualche tempo fa, quando c'era in progetto di costruire un centro di accoglienza per gli immigrati, che poi è diventata una residenza per anziani, la Lega voleva circondare l'area col filo spinato”.
Desta qualche perplessità anche il costo della recinzione, che comporterebbe una spesa di centomila euro. Una somma onerosa da sostenere, visti i tempi di crisi. “Se un problema c'è – conclude Civati – allora va risolto. Non esistono buoni e cattivi, ma iniziative stupide e intelligenti. Prima di spendere centomila euro, conviene capire se non esistano altre soluzioni meno costose e più efficienti”.
di Benedetta Guerriero da PeaceReporter
Una recinzione contro i vu' cumpra'. Questa la proposta lanciata dalla giunta leghista del comune di Monza per far fronte al problema dell'abusivismo. “Il dettaglio progettuale – spiega Simone Villa, assessore alla Polizia locale e Sicurezza- manca ancora, ma a bilancio 2010 è stato inserito un emendamento per garantire un finanziamento pari a centomila euro per recintare l'area del parcheggio davanti all'ospedale nuovo”.
La scelta, di per sé, non è una novità. Muri e steccati sono ormai diventati la soluzione più gettonata per risolvere problemi di vicinato o di convivenza difficili. La recinzione che circonderà il perimetro del parcheggio a pagamento ostacolerà l'ingresso dei vu' cumpra', garantendo a quanti si recano in ospedale di non essere disturbati dalle richieste e dalle pressioni dei venditori, spesso molto insistenti.
“L'area antistante il San Gerardo – continua Simone Villa – ha sempre conosciuto una grande presenza di venditori abusivi, ma negli ultimi anni, in coincidenza con gli sgomberi nel centro storico, la situazione sta diventando insostenibile e ci sono arrivate moltissime lamentele da parte di quanti vengono assaliti dai venditori nel parcheggio”. A quanti sollevano l'obiezione che sgomberando e spostando, i problemi non si risolvono, l'assessore risponde facendo riferimento al pragmatismo della Lega che punta alla soluzione immediata delle questioni per dare risposte concrete ai cittadini. Basta, quindi, coi sofismi e con l'analisi delle conseguenze future dei provvedimenti e largo all'azione.
Sull'efficienza leghista esprime qualche perplessità Giuseppe Civati, consigliere della regione Lombardia nella circoscrizione di Monza per il Pd, che accusa la giunta di ingigantire le questioni relative all'immigrazione a uso e consumo politico. La recinzione, secondo l'esponente del Pd, sarebbe “una modalità di risoluzione scontata e banale per chi è a corto di idee”. “Qualche anno fa – aggiunge Civati – c'è stata la stagione delle ronde, poi gli sgomberi e ora arrivano le recinzioni. Nessuno lo dice, ma tutti questi espedienti sono falliti e non hanno mai raggiunto gli obiettivi sperati. Non solo a Monza, ma anche a livello nazionale, da quando c'è la Lega al governo, gli immigrati sono aumentati. La giunta monzese, tra l'altro, ha una certa passione per le recinzioni. Qualche tempo fa, quando c'era in progetto di costruire un centro di accoglienza per gli immigrati, che poi è diventata una residenza per anziani, la Lega voleva circondare l'area col filo spinato”.
Desta qualche perplessità anche il costo della recinzione, che comporterebbe una spesa di centomila euro. Una somma onerosa da sostenere, visti i tempi di crisi. “Se un problema c'è – conclude Civati – allora va risolto. Non esistono buoni e cattivi, ma iniziative stupide e intelligenti. Prima di spendere centomila euro, conviene capire se non esistano altre soluzioni meno costose e più efficienti”.
di Benedetta Guerriero da PeaceReporter
FOLKABBESTIA - AMANDO ARMANDO
FOLKABBESTIA - AMANDO ARMANDO
Amando Armando
in guerra e in amore di guerra e d'amore
si soffre e si muore il sangue che scorre
mi da felicità
amando armando
ci armiamo di bontà
Un giorno a Kinshasa
l'Armando uscì di casa e cammina e cammina
pose piede su una mina un grande fragor dentro il suo cuor
saltando l'Armando di botto s'innamorò
E così rimesso a nuovo ed in mezzo a quella gente disse "ih che
contingente!"
un sibilo nell'aria seguito da un gran rumor non fanno male
non fanno male son missili d'amor
L'esercito di pace dalla padella alla brace
dalla brace alla padella si spara sulla folla un piccolo ripensamentouna
lieve esitazion
sparando l'Armando di colpo s'innamorò
Carri armati cingolati portareoplani mettiamoci dell'erba in questi cannoni
mitraglie bazzoka proiettili e fucili non fanno male son missili d'amor
Proiettili per me proiettili per te
proiettili per noi proiettili per voi
se pur danno dolor son proiettili d'amor;
proiettili di qua proiettili di là
proiettili di su proiettili di giù
proiettili per me proiettili per te
proiettili per noi proiettili per voi
se pur danno dolor son proiettili d'amor!
martedì 8 giugno 2010
BOCCIATURA DELLA CENTRALE A BIOMASSE DI CAVALLINO(LE)

Mai più altre Copersalento nel territorio!
Il “Forum Ambiente Salute” ringrazia la gente del Salento e condanna la sua attuale classe dirigente gravemente non all’altezza della maggiore cultura, saggezza e forte sensibilità ecologista dell’intero territorio!
Basta con l'aberrante "IDEOLOGIA DELL'ENERGIA" in Puglia!
Il Forum Ambiente e Salute esprime grande soddisfazione e ringrazia le centinaia di persone senza il cui grido, di fermo “No”, non si sarebbe facilmente giunti a questo importante risultato nella storia della terra salentina: la bocciatura della pazzesca mega-centrale a biomasse di Cavallino oleose che avrebbe portato inquinamento nel Salento e danni irreparabili alla foresta tropicale e alle genti del terzo mondo! «Come un fulmine d’una tempesta atteso nella siccità, che annuncia la pioggia agognata, così le tante persone, che si sono e si stanno ritrovando nel Forum Ambiente e Salute, hanno accolto con grande gioia e speranza l’annuncio del parere, sfavorevole, espresso da Arpa, Asl e Provincia di Lecce contro il progetto d’una centrale a biomasse da 37 MW in feudo di Cavallino, – dice Oreste Caroppo del direttivo del Forum, che continua, - si sono espressi pareri sfavorevoli per carenze progettuali dell’impianto, e questo ha salvato i cittadini del Salento da un'altra grave fonte di inquinamento, che si stava per addizionare alle tante già presenti e contro cui il Forum, con decine di comitati e associazioni, si sta battendo. Ma ci chiediamo oggi: se la presentazione del progetto fosse stata meglio supportata da studi e belle promesse di mitigazione dell’impatto ambientale e di stretto monitoraggio degli inquinanti emessi, cosa sarebbe accaduto? Gli enti tecnici di provincia e regione avrebbero dovuto esprimere parere favorevole, e i cittadini sarebbero stati ugualmente vittime di una burocrazia acefala e meccanicista. Da qui la critica forte, a 360°, senza distinzioni di colore politico e distinzioni di campanile, si solleva alle oltre cento amministrazioni comunali del Grande Salento, dove siamo certi, o vogliamo sperare, vi siano comunque, lontani dai riflettori, micro-esempi positivi, e così alle province e alla Regione: è in corso un fenomeno di grave svendita del territorio, dei suoi valori preesistenti ed ereditari del Salento, da parte di tanti amministratori, per un piatto di lenticchie o per un sacchettino di trenta denari; tutto ciò riguarda le autorizzazioni che si stanno concedendo a piene mani agli impianti industriali di mega-eolico, mega-fotovoltaico e non ultimo di biomasse d’ogni tipo, solide e liquide. Mentre si chiude l’emergenza cavallinese, ne sono in corso centinaia altre, ancora pericolosamente aperte, nel territorio, e legate e scaturite dallo stesso meccanismo folle dei “certificati verdi” e degli spropositati incentivi pubblici concessi dallo Stato agli imprenditori che investono in mega centrali d’energia rinnovabile, fisiologicamente ad alto impatto, tanto sulla terraferma quanto nel nostro mare. Dai “Paladini del No alla devastazione del Salento e del suo mare”, dalla casa del Forum, si leva un messaggio forte che chiede di non continuare a prendere in giro questa terra e la sua gente, strumentalizzando il Protocollo di Kyoto e l’ “effetto serra”, per distruggere e speculare! L’appello forte a porre fine, con una “moratoria urgente di tutti gli impianti”, a tutta questa “corsa all’oro” delle rinnovabili industriali come l’hanno definita i giudici del Tribunale Amministrativo di Puglia-Bari, dagli effetti catastrofici sull’ambiente come ha denunciato il direttore dell’ARPA Puglia, il Prof. Giorgio Assennato, epidemiologo di fama mondiale, e che rischia di cancellare la nostra identità territoriale come ha messo in guardia l’Arch. Ruggero Martines, Direttore Generale della Soprintendenza ai Beni culturali e Paesaggistici della Puglia. Tutto ciò, anche al fine di avviare un percorso politico-amministrativo realmente virtuoso, che abbia come punti cardine la riduzione dei consumi e l’aumento dell’efficienza energetica, e che miri davvero a salvare il nostro pianeta iniziando a salvare la Puglia, tornando a rimboschire il territorio con politiche di rinaturalizzazione di migliaia di ettari, che devono tornare saggiamente alla natura e all’agricoltura di qualità, d’eccellenza e del biologico, non svenduti, profanati e stuprati in nome della produzione d’energia in una terra che già produce, anche da fonti rinnovabili, ben oltre il proprio fabbisogno contro ogni buon principio di federalismo energetico e solo in sottomessa ipnotica obbedienza ad un’ "ideologia dell'energia" , inculcata con ogni mezzo pubblicitario, da una corrotta lobby politico-imprenditoriale, da cui tutti dobbiamo liberarci per tornare a vivere in pace, salute e serenità nel nostro futuro quotidiano; l'ideologia della produzione ossessiva d’energia ed energia senza limite e da ogni fonte da esportare ed esportare! »
8 giugno 2010
Il Forum Ambiente & Salute
gruppo d'azione locale a difesa della salute e del territorio,
rete coordinativa di comitati, associazioni e movimenti.
Sito web: http://forumambientesalute.splinder.com/
La verità dovuta ai morti
di Claudio Fava
A ben guardare, in questo tempo sottosopra ciò che fa paura non sono i fatti ma le loro conseguenze. I fatti ci dicono che più o meno da vent’anni pezzi importanti delle istituzioni dello Stato e dei servizi di sicurezza ci mentono. Menzogne raffinate, come le “menti raffinatissime” a cui si riferì Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura. Ci hanno mentito e ci hanno ingannati decidendo di stare dalla parte dei nostri nemici.Le stragi del ’92, le bombe del ’93, le incursioni di Cosa Nostra in politica a partire dal ’94, le eterne latitanze di certi capi mafia… l’elenco è lungo, e porta in calce una firma sbiadita ma non illeggibile: servizi segreti.Con i loro padrini politici, con i loro aiutanti di campo mafiosi. Questi i fatti, che in un paese normale dovrebbero portare a una ricerca rigorosa sulle responsabilità del passato e a un supplemento di attenzione per il futuro su questi corpi dello Stato, troppo spesso animati da vocazioni che nulla hanno a che fare con il rispetto delle leggi. In un paese normale, a questi fatti sarebbe seguita un impegno di limpidezza, uno sguardo più vigile sulle nostre strutture di sicurezza, la garanzia di strumenti di investigazione efficaci per i magistrati. In un paese normale, non in Italia.
Il cui governo ha appena sfornato un emendamento che intende estendere il segreto di Stato alle intercettazioni dei funzionari e degli agenti dei servizi segreti. Come dire: prima di mettere sotto controllo il telefono di uno “007”, dovremo chiedere permesso all’esecutivo. Che quel permesso potrà negarcelo senza doverci nemmeno una spiegazione. Reazione singolare dopo i furti di verità che abbiamo subito in questi vent’anni. Invece di promettere chiarezza, si stabilisce per decreto il diritto all’opacità e all’impunità per i servizi di sicurezza e per i loro infiniti affluenti.
Uno dei quali, tanto per far nomi e cognomi, porta al costruttore Anemone, il grande ristrutturatore di case auguste e potenti. Il signor Anemone aveva ottenuto dal Viminale il NOS, un Nulla Osta Sicurezza, che equiparava la sua persona, le sue funzioni e le sue attività a quelle dei funzionari dei servizi segreti. Insomma, con questo emendamento in vigore non avremmo potuto sapere nulla non solo dei depistaggi e delle collusioni sulla morte di Falcone e di Borsellino ma nemmeno sugli affari miserabili della “cricca” che passavano attraverso la generosità (e le telefonate) di Anemone.
In un’Italia normale, di fronte a un simile atto di sciacallaggio istituzionale non sentiremmo solo le voci indignate di alcuni magistrati (uno per tutti, Armando Spataro, un giudice con la schiena dritta che di segreti di Stato ne ha subiti parecchi), non vedremmo solo qualche irruento sciame di folla occupare le piazze romane. In un’Italia normale, di fronte alla rivendicazione del diritto all’impunità, vorremmo sentire tutte le voci oneste di questo Stato. A cominciare dal Presidente della Repubblica che su un emendamento gaglioffo come quello proposto dal governo potrebbe pretendere dai partiti qualcosa in più di un generico senso di responsabilità.
E non vorremmo che, nel nome di un italianissimo volemose bene, questa trattativa da angiporto sul Ddl Alfano lasciasse tutti contenti. Il punto non è, come reclamano i finiani, estendere a 75 giorni la durata delle intercettazioni o evitare che s’abbatta sui processi in corso. Questi, ci sia consentito, restano dettagli. Il cuore mai scalfito del problema è che con questa legge verranno secretati i processi, i giornalisti non potranno più raccontare le inchieste in corso e agli italiani verrà negato il diritto di sapere. Questa è la posta in palio, non altre.
Post scriptum. Questa mattina ho incontrato un sopravvissuto. Uno di quelli che, grazie alla leggina di Alfano, sarebbe crepato da tempo. Si chiama Lirio Abate, ha l’età dei vostri figli, fa il cronista a Palermo e Cosa Nostra aveva deciso di ammazzarlo per qualche articolo poco cortese. E’ vivo perché alcune telefonate sono state intercettate, bel oltre il limite dei 50/75 giorni oggi graziosamente concessi dal sovrano. In quelle telefonate si spiegava perché il giornalista doveva morire, chi se ne sarebbe occupato, dove e quando. Se un appuntato dei carabinieri non fosse stato messo dai magistrati in condizioni di ascoltarle, Abate oggi sarebbe morto. E Alfano sarebbe stato in prima fila, ad ogni anniversario, a battersi il petto e a compiangere un altro siciliano caduto sul dovere.
Claudio Fava
A ben guardare, in questo tempo sottosopra ciò che fa paura non sono i fatti ma le loro conseguenze. I fatti ci dicono che più o meno da vent’anni pezzi importanti delle istituzioni dello Stato e dei servizi di sicurezza ci mentono. Menzogne raffinate, come le “menti raffinatissime” a cui si riferì Falcone dopo il fallito attentato dell’Addaura. Ci hanno mentito e ci hanno ingannati decidendo di stare dalla parte dei nostri nemici.Le stragi del ’92, le bombe del ’93, le incursioni di Cosa Nostra in politica a partire dal ’94, le eterne latitanze di certi capi mafia… l’elenco è lungo, e porta in calce una firma sbiadita ma non illeggibile: servizi segreti.Con i loro padrini politici, con i loro aiutanti di campo mafiosi. Questi i fatti, che in un paese normale dovrebbero portare a una ricerca rigorosa sulle responsabilità del passato e a un supplemento di attenzione per il futuro su questi corpi dello Stato, troppo spesso animati da vocazioni che nulla hanno a che fare con il rispetto delle leggi. In un paese normale, a questi fatti sarebbe seguita un impegno di limpidezza, uno sguardo più vigile sulle nostre strutture di sicurezza, la garanzia di strumenti di investigazione efficaci per i magistrati. In un paese normale, non in Italia.
Il cui governo ha appena sfornato un emendamento che intende estendere il segreto di Stato alle intercettazioni dei funzionari e degli agenti dei servizi segreti. Come dire: prima di mettere sotto controllo il telefono di uno “007”, dovremo chiedere permesso all’esecutivo. Che quel permesso potrà negarcelo senza doverci nemmeno una spiegazione. Reazione singolare dopo i furti di verità che abbiamo subito in questi vent’anni. Invece di promettere chiarezza, si stabilisce per decreto il diritto all’opacità e all’impunità per i servizi di sicurezza e per i loro infiniti affluenti.
Uno dei quali, tanto per far nomi e cognomi, porta al costruttore Anemone, il grande ristrutturatore di case auguste e potenti. Il signor Anemone aveva ottenuto dal Viminale il NOS, un Nulla Osta Sicurezza, che equiparava la sua persona, le sue funzioni e le sue attività a quelle dei funzionari dei servizi segreti. Insomma, con questo emendamento in vigore non avremmo potuto sapere nulla non solo dei depistaggi e delle collusioni sulla morte di Falcone e di Borsellino ma nemmeno sugli affari miserabili della “cricca” che passavano attraverso la generosità (e le telefonate) di Anemone.
In un’Italia normale, di fronte a un simile atto di sciacallaggio istituzionale non sentiremmo solo le voci indignate di alcuni magistrati (uno per tutti, Armando Spataro, un giudice con la schiena dritta che di segreti di Stato ne ha subiti parecchi), non vedremmo solo qualche irruento sciame di folla occupare le piazze romane. In un’Italia normale, di fronte alla rivendicazione del diritto all’impunità, vorremmo sentire tutte le voci oneste di questo Stato. A cominciare dal Presidente della Repubblica che su un emendamento gaglioffo come quello proposto dal governo potrebbe pretendere dai partiti qualcosa in più di un generico senso di responsabilità.
E non vorremmo che, nel nome di un italianissimo volemose bene, questa trattativa da angiporto sul Ddl Alfano lasciasse tutti contenti. Il punto non è, come reclamano i finiani, estendere a 75 giorni la durata delle intercettazioni o evitare che s’abbatta sui processi in corso. Questi, ci sia consentito, restano dettagli. Il cuore mai scalfito del problema è che con questa legge verranno secretati i processi, i giornalisti non potranno più raccontare le inchieste in corso e agli italiani verrà negato il diritto di sapere. Questa è la posta in palio, non altre.
Post scriptum. Questa mattina ho incontrato un sopravvissuto. Uno di quelli che, grazie alla leggina di Alfano, sarebbe crepato da tempo. Si chiama Lirio Abate, ha l’età dei vostri figli, fa il cronista a Palermo e Cosa Nostra aveva deciso di ammazzarlo per qualche articolo poco cortese. E’ vivo perché alcune telefonate sono state intercettate, bel oltre il limite dei 50/75 giorni oggi graziosamente concessi dal sovrano. In quelle telefonate si spiegava perché il giornalista doveva morire, chi se ne sarebbe occupato, dove e quando. Se un appuntato dei carabinieri non fosse stato messo dai magistrati in condizioni di ascoltarle, Abate oggi sarebbe morto. E Alfano sarebbe stato in prima fila, ad ogni anniversario, a battersi il petto e a compiangere un altro siciliano caduto sul dovere.
Claudio Fava
ERGASTOLO OSTATIVO E CERTEZZA DELLA PENA
di Pierfrancesco Palattella
In Italia si fa un gran parlare di ergastolo, situazione dei nostri detenuti, carcere rieducativo e certezza della pena; è di poche ore la notizia di un detenuto in gravissime condizioni di salute nel carcere di Cagliari a letto con le bombole di ossigeno, si continua a discutere in queste ore di rimedi efficaci per eliminare il sovraffollamento.
Alcune di queste tematiche sono anche affrontate dalla nostra Carta Costituzionale come nel caso dell’art. 27 nel quale è affermato che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La giustizia italiana è accusata non certamente a torto di essere talvolta troppo lassista, la certezza della pena non è quasi mai tale e spesso chi delinque finisce per tornare in libertà troppo presto; discorsi sentiti più volte cui comunque è difficile controbattere con argomentazioni efficaci.
A fronte di tutto questo vi è tuttavia, come si conviene, un’eccezione che ai più risulterà sconosciuta ma che infligge la sua austerità in maniera perentoria sui condannati, attuando la legge con un’attenzione che a molti appare del tutto efficiente, ad altri esagerata ma non lasciando spazio ad interpretazioni di dubbia certezza della pena; il regime del carcere ostativo che consiste, questo si, nel passare in carcere praticamente tutta la vita.
E’ importante spiegare bene il concetto di ergastolo ostativo per evitare equivoci: si tratta di una pena che viene data per reati di associazione a delinquere, per intenderci non è previsto l’ergastolo ostativo per stupratori, pedofili e tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla.
Con legge 356/92 si introduce in sostanza nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, in virtù del quale per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale è stato previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento beneficiario extramurario i condannati a meno che questi collaborino con la giustizia.
Un ergastolano che ha ammazzato e violentato una o più donne ha la possibilità di uscire, chi invece ha ucciso in una guerra fra bande in un territorio mafioso, in virtù del carcere ostativo non potrà mai uscire se non diventando collaboratore di giustizia.
A questa categoria è negato ogni beneficio penitenziario, dai permessi premio alla semilibertà e liberazione condizionale a meno che non si collabori con la giustizia per far arrestare altre persone. Chi non collabora, spesso, lo fa per paura di vendette una volta uscito o di rappresaglie sulla propria famiglia e non necessariamente per omertà; costui è destinato a restare tutta la vita in carcere escluso da ogni sorta di beneficio.
Al di là di ogni considerazione morale o presa di posizione è importante notare come si sia venuta a creare una doppia connotazione dell’aspetto e come sia stata tracciata una profonda linea di demarcazione tra due modi diversi di intendere l’ergastolo; da un lato, uno che lascia un barlume di speranza di uscire in permesso dopo dieci anni, dopo venti anni in semilibertà e dopo 26 anni in condizionale. Dall’altro, come detto, vi è quello ostativo circoscritto a determinati reati di associazione ed a casi di non collaborazione con la giustizia.
A lottare contro questo tipo di ergastolo ed a cercare di dar voce agli internati vi è l’'Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII", fondata nel 1973 Don Oreste Benzi ed attiva nel vasto ambiente dell'emarginazione e della povertà. Tra le altre attività dell’associazione vi è quella di occuparsi di carcerati ed in quest’ottica, da alcuni membri de gruppo particolarmente dediti al problema è nato da circa un anno il blog “Urla dal Silenzio”, nome anche dell’omonimo gruppo su Facebook, con l'intento di far conoscere a tutti la disumana realtà dell'ergastolo ostativo; il blog è diventato nel tempo la voce degli ergastolani con testi, poesie, drammatici racconti di vita pubblicati di volta in volta. Incontriamo una delle responsabili del progetto “Urla dal Silenzio”, Nadia Bizzotto.
Come è nato e cos'è il progetto “Urla dal Silenzio”?
Iniziamo dicendo che faccio parte della comunità fondata da don Oreste Benzi, "Comunità Papa Giovanni XXIII" e che tra le tante attività ci occupiamo di carcerati. Siamo stati a Spoleto in carcere per la prima volta nel 2007 accedendo come art. 17, ossia persone esterne che entrano per fare colloqui. In quell’occasione abbiamo scoperto cos’è il carcere ostativo e da allora abbiamo iniziato ad entrare in carcere sistematicamente per cercare di dar sostegno a quelle persone. Don Oreste Benzi ha appoggiato subito la loro battaglia, è stato il primo a dare un supporto a questi detenuti; era veramente un tipo eccezionale, un prete sui generis che si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, fondatore della comunità e conosciuto tra l’altro per essere il prete delle prostitute, dormiva con i barboni, andava per strada ad aiutare i bisognosi. Quindi era abituato a questo tipo di situazioni. Quando i carcerati di Spoleto hanno visto che c’era una persona di quel calibro cui poter raccontare il loro dramma sono stati estremamente entusiasti. Il blog è nato da circa un anno, all’interno vi sono testimonianze dirette dei carcerati stessi, storie e testi scritti da loro.”
Cosa si intende per ergastolo ostativo?
Quando parliamo di ergastolani ostativi non stiamo parlando di pedofili o di gente che ha ammazzato figli e mogli; stiamo parlando di chi è stato condannato per reati di associazione mafiosa. Il carcere ostativo è per gli imputati che hanno preso l’ergastolo per reati di mafia e sono ostativi perché nessuno di loro collabora con la giustizia; chi non collabora non ottiene i benefici penitenziari. Ma è bene precisare che il padre di famiglia che rimane dentro perché ha scelto di non collaborare non lo fa sempre per scelta consapevole o omertà, ma è anche paura di ripercussioni su loro stessi una volta usciti o sulla loro famiglia. Gli ergastolani in Italia oggi sono circa 1400, la stragrande maggioranza dei quali provenienti dal sud; l’ostatività nasce dall’inasprimento delle pene come risposta dello Stato dopo i reati di mafia, più o meno negli anni 90. La maggior parte di loro ha già scontato all’incirca 20 anni e l’ergastolo ostativo sta venendo fuori adesso perché, dopo i 20, normalmente uno può chiedere la semi - libertà. A tutti quanti è stata negata poiché in base all’art. 4 bis O.P. non vi è traccia nelle loro cartelle di collaborazione con la giustizia. Non è che uno nasce con l’ergastolo ostativo; molte volte non si sa neanche di averlo finchè non si scopre che la magistratura ti rifiuta i benefici in quanto non risulti collaboratore.
Perché si dice che in Italia non c’è la certezza della pena?
Non è assolutamente vero il luogo comune che qui in Italia non c’è la certezza della pena. Esiste eccome. Ma è circoscritta a determinati reati. Se uno domani mattina si alza ed uccide 3 o 4 persone molto probabilmente non si farà l’ergastolo e sicuramente non farà quello ostativo; è questo il problema, la certezza della pena esiste, ma esiste solo per alcuni tipi di reato. Parlando di cronaca attuale prendiamo ad esempio il famoso caso Izzo. Nessuno dice che lui era un collaboratore di giustizia ed è stato messo fuori perché ha fatto i nomi di altri; allora ecco che viene agevolato il pentito, che poi esce ed ammazza nuovamente, piuttosto di chi sta in galera perché non vuole esporre la propria famiglia a rischi. Allo stesso modo non sono d’accordo sul fatto che il carcere non ti cambia; 20 o 30 anni di carcere ti cambiano profondamente, non sono uno scherzo.
Come affrontate il problema morale sapendo che si parla comunque di persone che hanno commesso reati?
Quando andiamo in carcere a parlare con loro sappiamo bene che di fronte non abbiamo dei santi; se stanno lì dentro è perché hanno commesso reati. E lo sanno anche loro; io però cerco di relazionarmi con l’uomo che ho davanti adesso, non con il colpevole di 20 o 30 anni fa che non è più il ragazzo di allora. È un uomo che non ha alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morto. Un ragazzo di 18 anni per quante ne possa ave fatto non può essere il boss della mafia che ha distrutto l’Italia, può esser stato al massimo manovalanza a servizio della mafia. Persone che sanno di aver fatto errori molte volte anche grossi, che stanno pagando e che vogliono pagare e che l’unica cosa che chiedono è una data certa. Ormai sono anni che li conosciamo, abbiamo rapporti quasi familiari con alcuni d loro. Addirittura con le famiglie dei detenuti, con i figli, con le mogli, siamo spesso in contatto anche perché il dramma dell’ergastolo si ripercuote non solo su chi lo sconta ma su tutta la famiglia.
Qual è la vera contraddizione del'ergastolo ostativo?
Non si tratta di tirar fuori delinquenti dalla galera a tutti i costi, ma di dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto. In carcere, per ottenere i benefici occorrono il diritto ed il merito: per gli ostativi non si arriva al merito, non si arriva a stabilire se hai fatto un percorso tale per cui psicologi, direttore del carcere ecc.. possano presentare una relazione su di te e su quanto tu sia cambiato; non ne hai diritto perché non ha collaborato. Allora qui il principio educativo non c’è proprio, il famoso art. 27 non serve assolutamente a niente. Che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai; educarlo per cosa, per portarlo alla tomba? Il nostro è uno Stato che per certi versi ha una giustizia assolutamente lassista e ch per altri, invece, fa pagare in maniera ingiusta e spropositata.
da LaVeraCronaca
In Italia si fa un gran parlare di ergastolo, situazione dei nostri detenuti, carcere rieducativo e certezza della pena; è di poche ore la notizia di un detenuto in gravissime condizioni di salute nel carcere di Cagliari a letto con le bombole di ossigeno, si continua a discutere in queste ore di rimedi efficaci per eliminare il sovraffollamento.
Alcune di queste tematiche sono anche affrontate dalla nostra Carta Costituzionale come nel caso dell’art. 27 nel quale è affermato che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. La giustizia italiana è accusata non certamente a torto di essere talvolta troppo lassista, la certezza della pena non è quasi mai tale e spesso chi delinque finisce per tornare in libertà troppo presto; discorsi sentiti più volte cui comunque è difficile controbattere con argomentazioni efficaci.
A fronte di tutto questo vi è tuttavia, come si conviene, un’eccezione che ai più risulterà sconosciuta ma che infligge la sua austerità in maniera perentoria sui condannati, attuando la legge con un’attenzione che a molti appare del tutto efficiente, ad altri esagerata ma non lasciando spazio ad interpretazioni di dubbia certezza della pena; il regime del carcere ostativo che consiste, questo si, nel passare in carcere praticamente tutta la vita.
E’ importante spiegare bene il concetto di ergastolo ostativo per evitare equivoci: si tratta di una pena che viene data per reati di associazione a delinquere, per intenderci non è previsto l’ergastolo ostativo per stupratori, pedofili e tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla.
Con legge 356/92 si introduce in sostanza nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, in virtù del quale per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale è stato previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento beneficiario extramurario i condannati a meno che questi collaborino con la giustizia.
Un ergastolano che ha ammazzato e violentato una o più donne ha la possibilità di uscire, chi invece ha ucciso in una guerra fra bande in un territorio mafioso, in virtù del carcere ostativo non potrà mai uscire se non diventando collaboratore di giustizia.
A questa categoria è negato ogni beneficio penitenziario, dai permessi premio alla semilibertà e liberazione condizionale a meno che non si collabori con la giustizia per far arrestare altre persone. Chi non collabora, spesso, lo fa per paura di vendette una volta uscito o di rappresaglie sulla propria famiglia e non necessariamente per omertà; costui è destinato a restare tutta la vita in carcere escluso da ogni sorta di beneficio.
Al di là di ogni considerazione morale o presa di posizione è importante notare come si sia venuta a creare una doppia connotazione dell’aspetto e come sia stata tracciata una profonda linea di demarcazione tra due modi diversi di intendere l’ergastolo; da un lato, uno che lascia un barlume di speranza di uscire in permesso dopo dieci anni, dopo venti anni in semilibertà e dopo 26 anni in condizionale. Dall’altro, come detto, vi è quello ostativo circoscritto a determinati reati di associazione ed a casi di non collaborazione con la giustizia.
A lottare contro questo tipo di ergastolo ed a cercare di dar voce agli internati vi è l’'Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII", fondata nel 1973 Don Oreste Benzi ed attiva nel vasto ambiente dell'emarginazione e della povertà. Tra le altre attività dell’associazione vi è quella di occuparsi di carcerati ed in quest’ottica, da alcuni membri de gruppo particolarmente dediti al problema è nato da circa un anno il blog “Urla dal Silenzio”, nome anche dell’omonimo gruppo su Facebook, con l'intento di far conoscere a tutti la disumana realtà dell'ergastolo ostativo; il blog è diventato nel tempo la voce degli ergastolani con testi, poesie, drammatici racconti di vita pubblicati di volta in volta. Incontriamo una delle responsabili del progetto “Urla dal Silenzio”, Nadia Bizzotto.
Come è nato e cos'è il progetto “Urla dal Silenzio”?
Iniziamo dicendo che faccio parte della comunità fondata da don Oreste Benzi, "Comunità Papa Giovanni XXIII" e che tra le tante attività ci occupiamo di carcerati. Siamo stati a Spoleto in carcere per la prima volta nel 2007 accedendo come art. 17, ossia persone esterne che entrano per fare colloqui. In quell’occasione abbiamo scoperto cos’è il carcere ostativo e da allora abbiamo iniziato ad entrare in carcere sistematicamente per cercare di dar sostegno a quelle persone. Don Oreste Benzi ha appoggiato subito la loro battaglia, è stato il primo a dare un supporto a questi detenuti; era veramente un tipo eccezionale, un prete sui generis che si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, fondatore della comunità e conosciuto tra l’altro per essere il prete delle prostitute, dormiva con i barboni, andava per strada ad aiutare i bisognosi. Quindi era abituato a questo tipo di situazioni. Quando i carcerati di Spoleto hanno visto che c’era una persona di quel calibro cui poter raccontare il loro dramma sono stati estremamente entusiasti. Il blog è nato da circa un anno, all’interno vi sono testimonianze dirette dei carcerati stessi, storie e testi scritti da loro.”
Cosa si intende per ergastolo ostativo?
Quando parliamo di ergastolani ostativi non stiamo parlando di pedofili o di gente che ha ammazzato figli e mogli; stiamo parlando di chi è stato condannato per reati di associazione mafiosa. Il carcere ostativo è per gli imputati che hanno preso l’ergastolo per reati di mafia e sono ostativi perché nessuno di loro collabora con la giustizia; chi non collabora non ottiene i benefici penitenziari. Ma è bene precisare che il padre di famiglia che rimane dentro perché ha scelto di non collaborare non lo fa sempre per scelta consapevole o omertà, ma è anche paura di ripercussioni su loro stessi una volta usciti o sulla loro famiglia. Gli ergastolani in Italia oggi sono circa 1400, la stragrande maggioranza dei quali provenienti dal sud; l’ostatività nasce dall’inasprimento delle pene come risposta dello Stato dopo i reati di mafia, più o meno negli anni 90. La maggior parte di loro ha già scontato all’incirca 20 anni e l’ergastolo ostativo sta venendo fuori adesso perché, dopo i 20, normalmente uno può chiedere la semi - libertà. A tutti quanti è stata negata poiché in base all’art. 4 bis O.P. non vi è traccia nelle loro cartelle di collaborazione con la giustizia. Non è che uno nasce con l’ergastolo ostativo; molte volte non si sa neanche di averlo finchè non si scopre che la magistratura ti rifiuta i benefici in quanto non risulti collaboratore.
Perché si dice che in Italia non c’è la certezza della pena?
Non è assolutamente vero il luogo comune che qui in Italia non c’è la certezza della pena. Esiste eccome. Ma è circoscritta a determinati reati. Se uno domani mattina si alza ed uccide 3 o 4 persone molto probabilmente non si farà l’ergastolo e sicuramente non farà quello ostativo; è questo il problema, la certezza della pena esiste, ma esiste solo per alcuni tipi di reato. Parlando di cronaca attuale prendiamo ad esempio il famoso caso Izzo. Nessuno dice che lui era un collaboratore di giustizia ed è stato messo fuori perché ha fatto i nomi di altri; allora ecco che viene agevolato il pentito, che poi esce ed ammazza nuovamente, piuttosto di chi sta in galera perché non vuole esporre la propria famiglia a rischi. Allo stesso modo non sono d’accordo sul fatto che il carcere non ti cambia; 20 o 30 anni di carcere ti cambiano profondamente, non sono uno scherzo.
Come affrontate il problema morale sapendo che si parla comunque di persone che hanno commesso reati?
Quando andiamo in carcere a parlare con loro sappiamo bene che di fronte non abbiamo dei santi; se stanno lì dentro è perché hanno commesso reati. E lo sanno anche loro; io però cerco di relazionarmi con l’uomo che ho davanti adesso, non con il colpevole di 20 o 30 anni fa che non è più il ragazzo di allora. È un uomo che non ha alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morto. Un ragazzo di 18 anni per quante ne possa ave fatto non può essere il boss della mafia che ha distrutto l’Italia, può esser stato al massimo manovalanza a servizio della mafia. Persone che sanno di aver fatto errori molte volte anche grossi, che stanno pagando e che vogliono pagare e che l’unica cosa che chiedono è una data certa. Ormai sono anni che li conosciamo, abbiamo rapporti quasi familiari con alcuni d loro. Addirittura con le famiglie dei detenuti, con i figli, con le mogli, siamo spesso in contatto anche perché il dramma dell’ergastolo si ripercuote non solo su chi lo sconta ma su tutta la famiglia.
Qual è la vera contraddizione del'ergastolo ostativo?
Non si tratta di tirar fuori delinquenti dalla galera a tutti i costi, ma di dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto. In carcere, per ottenere i benefici occorrono il diritto ed il merito: per gli ostativi non si arriva al merito, non si arriva a stabilire se hai fatto un percorso tale per cui psicologi, direttore del carcere ecc.. possano presentare una relazione su di te e su quanto tu sia cambiato; non ne hai diritto perché non ha collaborato. Allora qui il principio educativo non c’è proprio, il famoso art. 27 non serve assolutamente a niente. Che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai; educarlo per cosa, per portarlo alla tomba? Il nostro è uno Stato che per certi versi ha una giustizia assolutamente lassista e ch per altri, invece, fa pagare in maniera ingiusta e spropositata.
da LaVeraCronaca
ECCO PERCHE’ DIFENDERE LE RAGIONI DELL’IRAN… (ALMENO SUL NUCLEARE!)
di Gaspare Serra
Mi rendo conto di come questo titolo possa bastare per attrarmi addosso critiche e condanne, specie da parte dei lettori più “distratti” (di coloro pronti a giudicare senza aver nemmeno letto “una riga in più” della mia analisi!).
La riflessione che pongo alla sua attenzione è semplicemente un tentativo (non so se riuscito) di analizzare la “Questione iraniana”:
- sganciandomi dai parametri di giudizio più “scontati”;
- rifuggendo dai “topos” propri della politica internazionale;
- ed evitando il ricorso ai più banali “luoghi comuni” con cui si tende sempre più spesso a dividere la realtà in “piani contrapposti” (Occidente/ Oriente; Democrazie/ “Stati canaglia”; Cristianesimo/ Islam…).
“La vera libertà di stampa è dire alla gente quello che la gente non vorrebbe sentirsi dire”, ripeteva lo scrittore britannico George Orwell (1903/1950, in realtà Eric Arthur Blair).
Io non sono “la stampa” né detengo alcuna verità “tascabile”!
Possiedo ancora, però, quella libertà di pensiero e onestà intellettuale sufficiente:
- per interrogarmi “criticamente” sulla gestione della politica internazionale statunitense (seguita passivamente “a ruota” da molti paesi europei, in primis l’Italia);
- per dubitare persino della presunta “superiorità morale” dell’Occidente rispetto al resto del Mondo (in materia di rispetto della legalità internazionale, uso legittimo della forza e proliferazione nucleare);
- e per arrivare a sostenere (pur da “convinto” pacifista e antinuclearista!) che, a queste condizioni, l’Iran ha “tutte le ragioni del mondo” per rivendicare finanche il diritto di dotarsi di armi nucleari!
Senza voler dare minimamente l’impressione di sostenere il governo teocratico, reazionario, illiberale e antisionista di Ahmadinejad, infatti, mi sento comunque in dovere di giustificare le pretese nucleari iraniane, almeno finché le nove potenze nucleari “già esistenti”:
I- non ammettano che la fonte primaria d’“instabilità e insicurezza” nel Mondo è rappresentata anzitutto dai propri arsenali atomici;
II- e non accettino di affrontare il problema mettendo anzitutto in discussione la propria “politica nucleare”!
Mi rendo conto di come questo titolo possa bastare per attrarmi addosso critiche e condanne, specie da parte dei lettori più “distratti” (di coloro pronti a giudicare senza aver nemmeno letto “una riga in più” della mia analisi!).
La riflessione che pongo alla sua attenzione è semplicemente un tentativo (non so se riuscito) di analizzare la “Questione iraniana”:
- sganciandomi dai parametri di giudizio più “scontati”;
- rifuggendo dai “topos” propri della politica internazionale;
- ed evitando il ricorso ai più banali “luoghi comuni” con cui si tende sempre più spesso a dividere la realtà in “piani contrapposti” (Occidente/ Oriente; Democrazie/ “Stati canaglia”; Cristianesimo/ Islam…).
“La vera libertà di stampa è dire alla gente quello che la gente non vorrebbe sentirsi dire”, ripeteva lo scrittore britannico George Orwell (1903/1950, in realtà Eric Arthur Blair).
Io non sono “la stampa” né detengo alcuna verità “tascabile”!
Possiedo ancora, però, quella libertà di pensiero e onestà intellettuale sufficiente:
- per interrogarmi “criticamente” sulla gestione della politica internazionale statunitense (seguita passivamente “a ruota” da molti paesi europei, in primis l’Italia);
- per dubitare persino della presunta “superiorità morale” dell’Occidente rispetto al resto del Mondo (in materia di rispetto della legalità internazionale, uso legittimo della forza e proliferazione nucleare);
- e per arrivare a sostenere (pur da “convinto” pacifista e antinuclearista!) che, a queste condizioni, l’Iran ha “tutte le ragioni del mondo” per rivendicare finanche il diritto di dotarsi di armi nucleari!
Senza voler dare minimamente l’impressione di sostenere il governo teocratico, reazionario, illiberale e antisionista di Ahmadinejad, infatti, mi sento comunque in dovere di giustificare le pretese nucleari iraniane, almeno finché le nove potenze nucleari “già esistenti”:
I- non ammettano che la fonte primaria d’“instabilità e insicurezza” nel Mondo è rappresentata anzitutto dai propri arsenali atomici;
II- e non accettino di affrontare il problema mettendo anzitutto in discussione la propria “politica nucleare”!
lunedì 7 giugno 2010
Il premio RENATA FONTE alla Carfagna: uno schiaffo alla memoria di Renata.

Oltre ad essere il titolo di questo post, quello che leggete in alto è anche il "lamento", la "protesta", la denuncia che parte da FACEBOOK e che speriamo possa coinvolgere la memoria e la coscienza di quante piu' persone è possibile.
Giovedì 3 giugno 2010, in occasione della XI Edizione della Festa della Legalità, l’associazione “Donne insieme” – Centro Antiviolenza “Renata Fonte” di Lecce ha consegnato il premio RENATA FONTE al ministro Mara Carfagna. Non è dato sapere a che titolo.
Crediamo che con questo premio sia stato dato uno schiaffo alla memoria di Renata, una donna simbolo della legalità e della lotta per la tutela del territorio, una donna vittima di una violenza inaudita, vilmente uccisa da due sicari il 31 marzo 1984 per aver difeso la sua terra, una donna che rappresenta un’idea di legalità, di pulizia e di difesa del proprio territorio. Una donna che ha pagato il prezzo di una battaglia politica combattuta con tenacia guidata da grande rigore morale e dall’amore per la sua terra. Una donna giovane, onesta, decisa a non cedere, a difendere la sua terra dall’assalto famelico e violento dell’imprenditoria mafiosa e della politica corrotta e connivente.
Ci chiediamo a che titolo il premio sia stato dato al Ministro Carfagna.
Se condividete questo pensiero iscrivetevi in tanti a questo gruppo e passate parola.
..."IO LA CONOSCEVO RENATA"
di Claudia Raho
Io la conoscevo, Renata.
Sabrina che mangia un gelato, Viviana il giorno della sua prima comunione, Renata che versa il caffè nelle tazzine, Sabrina che accarezza il gatto, Viviana che guarda la tv, Renata che legge il giornale, Sabrina che si passa la
mano fra i capelli, Viviana con le ginocchia sbucciate, Renata che prende il sole...Sabrina che piange, Viviana che non parla, Renata che non c'è...più.
Istantanee scolpite nella mente, momenti insignificanti eppure preziosissimi, di vita normale, di quella che non c'entra con gli eroi e avresti preferito non c'entrasse mai; di quella che si interrompe, come il suo respiro, e quando
riprende non è più la stessa; e quello che facevi prima non ha più alcun senso e solo sai che ogni momento ogni ora ogni gesto si porta con sè, come treno che sferraglia, quel rumore sordo nel cervello di quelle parole ripetute
incessantemente e che ancora cerchi inutilmente di 'comprendere': hanno ucciso Renata.
E chiedersi come, chi, paradossalmente è quasi meno importante, o meglio, arriva un secondo dopo quello che senti di dover fare: andare da loro, stare con loro, esserci per loro. perché il dolore ha molte sfumature ed è grande il
dolore e può essere grande come l'amore sa essere grande.
E convivi: da una parte con l'offesa che brucia per la dignità ferita di cittadina e donna; dall'altra con la tristezza infinita, la malinconia muta per quel racconto interrotto.
All'inizio hanno fatto di tutto, anzi di niente, per 'rimuoverla' renata, come se i suoi capelli sporchi di sangue, la sua giacca bianca macchiata di rosso, le riviste sparse, la sua scarpa sfilata fossero solo fotogrammi di un film.
poi hanno tentato di liquidare il suo omicidio come fatto piccolo piccolo, secondario, un incidente drammatico ma insignificante nella vita politica 'tranquilla' della provincia; infine hanno celebrato il personaggio finto, senza mettere In discussione il costume politico di intrallazzi e corruzione che ha armato gli assassini.
Tutti hanno usato il legittimo desiderio di riconoscimento e rivalsa delle figlie di renata, che hanno avuto l'unico torto di fidarsi di furbi senza scrupoli, quelli che hanno usato e continuano a farlo, il nome di Renata e la sua vicenda, violentando la realtà e travisando i fatti, strumentalizzando la sua figura, saccheggiando i ricordi e bruttando la memoria.
L'ennesimo episodio di questi giorni scandalizza chi è stufo di targhe e premi e chiede a gran voce verità e giustizia.
sabato 5 giugno 2010
Vendola scrive ai direttori generali della Asl e ne chiede le dimissioni

"Un atto di grande sensibilità ma insieme di rilevanza politico-istituzionale"
Il presidente della giunta regionale Nichi Vendola in una lettera inviata ai direttori generali delle Asl pugliesi e ai direttori delle aziende ospedaliere universitarie di Bari e Foggia chiede di rimettere, nelle sue mani, il mandato fiduciario che a suo tempo la giunta regionale gli affidò. «Un atto – per il presidente - di grande sensibilità ma insieme di rilevanza politico-istituzionale». Vendola chiede nel contempo ai direttori «di continuare serenamente nel loro lavoro, in attesa di affrontare il percorso previsto per tutti i candidati».
Si tratta di avviare concretamente «un percorso che porterà al riposizionamento del rapporto tra la politica e la sanità in Puglia, permettendo alla giunta regionale di esercitare le sue doverose scelte previste dalla legge nazionale, all’interno di una rosa di nomi selezionati al di fuori di qualsiasi indicazione partitica».
Ecco il testo completo della lettera inviata dal presidente della Regione:
"Caro Direttore, come Lei sa venerdì della scorsa settimana si è insediata la commissione di valutazione degli aspiranti direttori generali delle ASL pugliesi. Si tratta dell’avvio concreto del percorso che porterà al riposizionamento del rapporto tra la politica e la sanità in Puglia, permettendo alla Giunta Regionale di esercitare le sue doverose scelte previste dalla legge nazionale, all’interno di una rosa di nomi selezionati al di fuori di qualsiasi indicazione partitica.
L’applicazione della recente norma regionale fa quindi i suoi primi importanti passi avendo l’ambizione di proseguire e completarsi con il corso di formazione manageriale dedicato. Le chiedo quindi un atto di grande sensibilità, ma insieme di rilevanza politico-istituzionale: quello di rimettere nelle mie mani il mandato fiduciario che a suo tempo la precedente Giunta da me diretta Le affidò. Le chiedo al contempo di continuare serenamente il suo lavoro, in attesa di affrontare il percorso previsto per tutti i candidati. Sono certo che comprende pienamente non solo l’opportunità, ma la necessità dell’atto che Le viene chiesto, nell’interesse di una nuova stagione per la sanità pugliese, cui non Le è precluso di partecipare e che potrà averLa ancora tra i suoi protagonisti"
giovedì 3 giugno 2010
ONU, INCHIESTA SU BLITZ. IL REGIME FASCISTA ITALIANO VOTA NO CON USA
Onu, inchiesta su blitz. Il regime fascista italiano vota no con USA
Espulsi tutti gli attivisti stranieri arrestati dopo l'attacco alla flottiglia diretta a Gaza
BEER SHEVA/TEL AVIV - Sono stati rilasciati e sono in viaggio verso la Turchia i sei italiani detenuti da lunedì in Israele, con altre centinaia di attivisti filopalestinesi, dopo il sanguinoso blitz contro la flottiglia di aiuti in navigazione verso la Striscia di Gaza. La notizia del rilascio, annunciata fin dalle ore precedenti, é stata formalizzata in tarda mattinata da Betlemme (Cisgiordania) dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, che si trova in visita nella regione. Ed è stata subito dopo confermata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, il quale si è detto "particolarmente grato al governo israeliano per la collaborazione offerta" e ha dato atto dell'impegno profuso dall'ambasciata italiana a Tel Aviv. I sei - Giuseppe Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin - sono stati caricati su un pullman con altri attivisti stranieri, sotto scorta e senza possibilità di contatti con l'esterno.
All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove è prevista la presenza di rappresentanti diplomatici italiani, li attende un volo verso la Turchia, da dove proseguiranno per l'Italia. L'accelerazione delle procedure di espulsione è scattata sull'onda delle crescenti pressioni internazionali e dopo il via libera di ieri sera del gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal premier Benyamin Netanyahu, al rimpatrio "immediato" di tutti gli stranieri fermati: inclusi quei turchi che in un primo momento avevano rischiato di finire sotto processo per la reazione violenta all'abbordaggio della Mavi Marmara, la nave guida del convoglio denominato 'Freedom Flotilla'. Già in mattinata una cinquantina di turchi aveva lasciato il centro di detenzione di Beer Sheva, mentre nella notte era stata completata l'espulsione via terra verso la Giordania di altre 124 persone - originarie di diversi Paesi arabi e musulmani - nonché quella di tre libanesi: tutti accolti, al di là del ponte di Allenby - che collega le due sponde del fiume Giordano - da una folla inneggiante alla "libertà della Striscia di Gaza" (l'enclave palestinese controllata dal 2007 dagli islamico-radicali di Hamas) da slogan ostili verso Israele.
A bordo delle navi della flottiglia c'erano in totale 682 persone di 42 diverse nazionalità. Almeno 9 sono state uccise nell'assalto delle forze speciali della marina israeliana, mentre più di 40 sono state ferite e sono tuttora ricoverate in ospedale; una cinquantina di persone, infine, era stata rimpatriata già fra lunedì sera e ieri, avendo accettato di firmare un provvedimento amministrativo d'espulsione. Tutti gli altri stranieri - rinchiusi temporaneamente nel centro di detenzione per essersi rifiutati di firmare tale provvedimento, che li avrebbe costretti ad ammettere di essere entrati illegalmente in Israele e non catturati in acque internazionali - dovrebbero essere rimpatriati entro domani in via extra giudiziale, sulla base di quanto stabilito dal gabinetto di sicurezza.
ONU, SI' A INCHIESTA INTERNAZIONALE - Il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu ha adottato oggi a Ginevra una risoluzione che chiede una "missione di inchiesta internazionale" sul blitz delle forze israeliane contro la flottiglia di pacifisti diretta a Gaza. La risoluzione è stata approvata da 32 dei 47 membri del Consiglio dei diritti umani. Il testo approvato a Ginevra chiede di "inviare una missione internazionale per indagare su violazioni delle leggi internazionali". Una sessione straordinaria dell'organismo sul blitz israeliano era stata convocata su iniziativa del rappresentante palestinese e di quelli del Sudan, del Pakistan a nome della Lega Araba e dell'Oci, l'Organizzazione della conferenza islamica.
ITALIA VOTA CONTRO INCHIESTA INTERNAZIONALE CON GLI USA - L'Italia ha votato contro la risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell'Onu che ha adottato una risoluzione che chiede una 'missione di inchiesta' internazionale sul blitz israeliano contro la flottiglia diretta a Gaza. Lo si è appreso da fonti della Farnesina che sottolineano come non ci sia stata "una posizione comune europea".
FARNESINA, ISRAELE IN GRADO DI INCHIESTA CREDIBILE - L'Italia ha votato contro il testo di risoluzione approvato dal Consiglio dell'Onu per i diritti umani - che chiede una missione di inchiesta internazionale sul blitz israeliano nei confronti della flottiglia di attivisti - perché ritiene Israele "uno Stato democratico e perfettamente in grado di condurre un'inchiesta credibile e indipendente, il che non significa necessariamente internazionale". Lo ha puntualizzato il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari, spiegando che il ministro degli Esteri Franco Frattini è stato uno dei primi a chiedere che vi fosse un'inchiesta credibile e democratica per accertare i fatti. L'Italia, in tal senso, condivide pienamente il testo della dichiarazione approvato ieri mattina dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si chiedeva un'inchiesta "rapida, imparziale, credibile e trasparente".
"L'Italia era incline verso un voto negativo perché il testo, a differenza di quello approvato ieri dal Consiglio di Sicurezza, conteneva toni fortemente polemici, poco costruttivi, che in questa fase delicata non erano in grado di creare le premesse per una diminuzione delle tensioni che l'Italia invoca per mantenere in vita il negoziato israelo-palestinese, che è la nostra priorità". Nonostante questo, ha aggiunto il portavoce della Farnesina, "abbiamo offerto la nostra più ampia disponibilità per cercare una posizione comune europea d'intesa con i nostri partner che avrebbe potuto coagulare il consenso intorno all'astensione". Una soluzione che avrebbe consentito una posizione comune dell'Europa ma che ha incontrato l'opposizione della Slovenia. Lubiana aveva deciso di votare sì al testo presentato dai palestinesi e ha voluto mantenere la propria posizione, ha spiegato ancora. Posizione che non ha quindi consentito di coagulare il consenso intorno all'astensione. "L'inchiesta per accertare i fatti, democratica ed indipendente - ha concluso comunque Massari - è comunque assolutamente necessaria per ristabilire la fiducia nella regione e sul piano internazionale".
TUTTI GLI ATTIVISTI FUORI DA PRIGIONE BEER SHEVA - Tutti gli attivisti stranieri della flottiglia filo-palestinese intercettata lunedì dalle forze speciali israeliane al largo della Striscia di Gaza sono usciti dalla prigione di Beer Sheva (sud di Israele), dove erano stati detenuti in attesa di rimpatrio. Lo ha reso noto oggi la direzione del centro di detenzione, confermando che le operazioni di rilascio sono state completate nel primo pomeriggio. Non tutti gli attivisti sono peraltro pienamente liberi: per diverse decine di loro proseguono infatti in queste ore le procedure di espulsione, senza contatti esterni e sotto la sorveglianza della polizia israeliana, che cesserà solo al momento dell'imbarco aereo o dell'arrivo a un valico di confine terrestre. Secondo fonti di polizia, due dei reduci della flottiglia, entrambi turchi, sono inoltre già tornati in stato di detenzione temporanea in una camera di sicurezza dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Entrambi sono accusati di aver dato in escandescenze durante i minuziosi controlli che precedono gli imbarchi e di essere stati per questo rinchiusi dietro una porta blindata. Saranno liberati, hanno riferito le fonti, soltanto al momento dell'imbarco su uno dei sei voli speciali allestiti oggi per la circostanza.
NETANYAHU: FLOTTIGLIA TERRORISTI, NON LOVE BOAT - Quella intercettata in alto mare dai commando israeliani "non era una 'Love Boat', bensì una flottiglia terroristica". Lo ha affermato il premier israeliano Benyamin Netanyahu. "Continueremo a difendere i nostri cittadini, è nostro diritto, nostro dovere" ha aggiunto il premier, confermando che il blocco a Gaza sarà mantenuto anche in futuro, malgrado "l'attacco internazionale di ipocrisia" nei confronti di Israele.
da Indymedia
Espulsi tutti gli attivisti stranieri arrestati dopo l'attacco alla flottiglia diretta a Gaza
BEER SHEVA/TEL AVIV - Sono stati rilasciati e sono in viaggio verso la Turchia i sei italiani detenuti da lunedì in Israele, con altre centinaia di attivisti filopalestinesi, dopo il sanguinoso blitz contro la flottiglia di aiuti in navigazione verso la Striscia di Gaza. La notizia del rilascio, annunciata fin dalle ore precedenti, é stata formalizzata in tarda mattinata da Betlemme (Cisgiordania) dal sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, che si trova in visita nella regione. Ed è stata subito dopo confermata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, il quale si è detto "particolarmente grato al governo israeliano per la collaborazione offerta" e ha dato atto dell'impegno profuso dall'ambasciata italiana a Tel Aviv. I sei - Giuseppe Fallisi, Angela Lano, Marcello Faraggi, Manolo Luppichini, Manuel Zani e Ismail Abdel-Rahim Qaraqe Awin - sono stati caricati su un pullman con altri attivisti stranieri, sotto scorta e senza possibilità di contatti con l'esterno.
All'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, dove è prevista la presenza di rappresentanti diplomatici italiani, li attende un volo verso la Turchia, da dove proseguiranno per l'Italia. L'accelerazione delle procedure di espulsione è scattata sull'onda delle crescenti pressioni internazionali e dopo il via libera di ieri sera del gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal premier Benyamin Netanyahu, al rimpatrio "immediato" di tutti gli stranieri fermati: inclusi quei turchi che in un primo momento avevano rischiato di finire sotto processo per la reazione violenta all'abbordaggio della Mavi Marmara, la nave guida del convoglio denominato 'Freedom Flotilla'. Già in mattinata una cinquantina di turchi aveva lasciato il centro di detenzione di Beer Sheva, mentre nella notte era stata completata l'espulsione via terra verso la Giordania di altre 124 persone - originarie di diversi Paesi arabi e musulmani - nonché quella di tre libanesi: tutti accolti, al di là del ponte di Allenby - che collega le due sponde del fiume Giordano - da una folla inneggiante alla "libertà della Striscia di Gaza" (l'enclave palestinese controllata dal 2007 dagli islamico-radicali di Hamas) da slogan ostili verso Israele.
A bordo delle navi della flottiglia c'erano in totale 682 persone di 42 diverse nazionalità. Almeno 9 sono state uccise nell'assalto delle forze speciali della marina israeliana, mentre più di 40 sono state ferite e sono tuttora ricoverate in ospedale; una cinquantina di persone, infine, era stata rimpatriata già fra lunedì sera e ieri, avendo accettato di firmare un provvedimento amministrativo d'espulsione. Tutti gli altri stranieri - rinchiusi temporaneamente nel centro di detenzione per essersi rifiutati di firmare tale provvedimento, che li avrebbe costretti ad ammettere di essere entrati illegalmente in Israele e non catturati in acque internazionali - dovrebbero essere rimpatriati entro domani in via extra giudiziale, sulla base di quanto stabilito dal gabinetto di sicurezza.
ONU, SI' A INCHIESTA INTERNAZIONALE - Il Consiglio dei diritti dell'uomo dell'Onu ha adottato oggi a Ginevra una risoluzione che chiede una "missione di inchiesta internazionale" sul blitz delle forze israeliane contro la flottiglia di pacifisti diretta a Gaza. La risoluzione è stata approvata da 32 dei 47 membri del Consiglio dei diritti umani. Il testo approvato a Ginevra chiede di "inviare una missione internazionale per indagare su violazioni delle leggi internazionali". Una sessione straordinaria dell'organismo sul blitz israeliano era stata convocata su iniziativa del rappresentante palestinese e di quelli del Sudan, del Pakistan a nome della Lega Araba e dell'Oci, l'Organizzazione della conferenza islamica.
ITALIA VOTA CONTRO INCHIESTA INTERNAZIONALE CON GLI USA - L'Italia ha votato contro la risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell'Onu che ha adottato una risoluzione che chiede una 'missione di inchiesta' internazionale sul blitz israeliano contro la flottiglia diretta a Gaza. Lo si è appreso da fonti della Farnesina che sottolineano come non ci sia stata "una posizione comune europea".
FARNESINA, ISRAELE IN GRADO DI INCHIESTA CREDIBILE - L'Italia ha votato contro il testo di risoluzione approvato dal Consiglio dell'Onu per i diritti umani - che chiede una missione di inchiesta internazionale sul blitz israeliano nei confronti della flottiglia di attivisti - perché ritiene Israele "uno Stato democratico e perfettamente in grado di condurre un'inchiesta credibile e indipendente, il che non significa necessariamente internazionale". Lo ha puntualizzato il portavoce della Farnesina, Maurizio Massari, spiegando che il ministro degli Esteri Franco Frattini è stato uno dei primi a chiedere che vi fosse un'inchiesta credibile e democratica per accertare i fatti. L'Italia, in tal senso, condivide pienamente il testo della dichiarazione approvato ieri mattina dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, in cui si chiedeva un'inchiesta "rapida, imparziale, credibile e trasparente".
"L'Italia era incline verso un voto negativo perché il testo, a differenza di quello approvato ieri dal Consiglio di Sicurezza, conteneva toni fortemente polemici, poco costruttivi, che in questa fase delicata non erano in grado di creare le premesse per una diminuzione delle tensioni che l'Italia invoca per mantenere in vita il negoziato israelo-palestinese, che è la nostra priorità". Nonostante questo, ha aggiunto il portavoce della Farnesina, "abbiamo offerto la nostra più ampia disponibilità per cercare una posizione comune europea d'intesa con i nostri partner che avrebbe potuto coagulare il consenso intorno all'astensione". Una soluzione che avrebbe consentito una posizione comune dell'Europa ma che ha incontrato l'opposizione della Slovenia. Lubiana aveva deciso di votare sì al testo presentato dai palestinesi e ha voluto mantenere la propria posizione, ha spiegato ancora. Posizione che non ha quindi consentito di coagulare il consenso intorno all'astensione. "L'inchiesta per accertare i fatti, democratica ed indipendente - ha concluso comunque Massari - è comunque assolutamente necessaria per ristabilire la fiducia nella regione e sul piano internazionale".
TUTTI GLI ATTIVISTI FUORI DA PRIGIONE BEER SHEVA - Tutti gli attivisti stranieri della flottiglia filo-palestinese intercettata lunedì dalle forze speciali israeliane al largo della Striscia di Gaza sono usciti dalla prigione di Beer Sheva (sud di Israele), dove erano stati detenuti in attesa di rimpatrio. Lo ha reso noto oggi la direzione del centro di detenzione, confermando che le operazioni di rilascio sono state completate nel primo pomeriggio. Non tutti gli attivisti sono peraltro pienamente liberi: per diverse decine di loro proseguono infatti in queste ore le procedure di espulsione, senza contatti esterni e sotto la sorveglianza della polizia israeliana, che cesserà solo al momento dell'imbarco aereo o dell'arrivo a un valico di confine terrestre. Secondo fonti di polizia, due dei reduci della flottiglia, entrambi turchi, sono inoltre già tornati in stato di detenzione temporanea in una camera di sicurezza dell'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Entrambi sono accusati di aver dato in escandescenze durante i minuziosi controlli che precedono gli imbarchi e di essere stati per questo rinchiusi dietro una porta blindata. Saranno liberati, hanno riferito le fonti, soltanto al momento dell'imbarco su uno dei sei voli speciali allestiti oggi per la circostanza.
NETANYAHU: FLOTTIGLIA TERRORISTI, NON LOVE BOAT - Quella intercettata in alto mare dai commando israeliani "non era una 'Love Boat', bensì una flottiglia terroristica". Lo ha affermato il premier israeliano Benyamin Netanyahu. "Continueremo a difendere i nostri cittadini, è nostro diritto, nostro dovere" ha aggiunto il premier, confermando che il blocco a Gaza sarà mantenuto anche in futuro, malgrado "l'attacco internazionale di ipocrisia" nei confronti di Israele.
da Indymedia
COMUNICATO DEGLI ANARCHICI ISRAELIANI
Anarchici Contro il Muro e la sinistra radicale in Israele manifestano la loro solidarietà a Gaza
Sapevamo che non sarebbe stato bello, ma non potevamo immaginare questa brutalità e insensata violenza. Avevamo fatto i preparativi in queste ultime settimane e, appena venuti a sapere degli orari precisi, ci siamo preparati per le azioni reciproche. Ma la sorpresa, lo sgomento che abbiamo provato quando sono giunte le notizie di questo atto di pirateria nei mari dell'Israele - anzi, in acque internazionali - a circa 150 kilometri dalle coste di Gaza, non si riesce a descrivere. Israele ha fatto del suo "meglio" per evitare un confronto diurno con la Flotilla al largo di Gaza, che avrebbe attirato troppa attenzione da parte dei media. Invece, il vergognoso, triste attacco militare notturno è finito lo stesso sulle prime pagine dei media internazionali ed israeliani. Durante la notte abbiamo ricevuto la triste notizia dei compagni e delle compagne morti e feriti, e si è subito mobilitato la sinistra radicale del paese. Circa 200 militanti - la maggior parte della coalizione per la solidarietà
con Gaza di cui fa parte anche Anarchists Against the Wall - sono confluiti al porto di Ashdod, vicino al punto dove le navi entrano nel porto. Sulle vie che portano alla città, le forze di Stato hanno fatto di tutto per impedire ai militanti di arrivarvi, ma siamo tutti riusciti ad esserci in orario.
Portavamo manifesti e striscioni e per ore abbiamo gridato e cantato. Abbiamo visto alcune delle navi sequestrate arrivare al porto.
La sera, ci sono state tre manifestazioni di massa a Gerusalemme, Haifa e Tel Aviv.
A Tel Aviv, una manifestazione, sorprendentemente ben partecipata, di circa due mila persone è confluita davanti al ministero di guerra.
Presente anche spezzoni della sinstra sionista. Per circa due ore abbiamo espresso il nostro sdegno e la nostra rabbia nei confronti dello Stato d'Israele. Dopo qualche tempo noi anarchici, con bandiere rossonere e tamburi, ci siamo ritirati da una parte, da dove abbiamo continuato a
cantare i nostri slogan non diluiti.
Traduzione a cura di FdCA-Ufficio relazioni internazionali
da Indymedia
Sapevamo che non sarebbe stato bello, ma non potevamo immaginare questa brutalità e insensata violenza. Avevamo fatto i preparativi in queste ultime settimane e, appena venuti a sapere degli orari precisi, ci siamo preparati per le azioni reciproche. Ma la sorpresa, lo sgomento che abbiamo provato quando sono giunte le notizie di questo atto di pirateria nei mari dell'Israele - anzi, in acque internazionali - a circa 150 kilometri dalle coste di Gaza, non si riesce a descrivere. Israele ha fatto del suo "meglio" per evitare un confronto diurno con la Flotilla al largo di Gaza, che avrebbe attirato troppa attenzione da parte dei media. Invece, il vergognoso, triste attacco militare notturno è finito lo stesso sulle prime pagine dei media internazionali ed israeliani. Durante la notte abbiamo ricevuto la triste notizia dei compagni e delle compagne morti e feriti, e si è subito mobilitato la sinistra radicale del paese. Circa 200 militanti - la maggior parte della coalizione per la solidarietà
con Gaza di cui fa parte anche Anarchists Against the Wall - sono confluiti al porto di Ashdod, vicino al punto dove le navi entrano nel porto. Sulle vie che portano alla città, le forze di Stato hanno fatto di tutto per impedire ai militanti di arrivarvi, ma siamo tutti riusciti ad esserci in orario.
Portavamo manifesti e striscioni e per ore abbiamo gridato e cantato. Abbiamo visto alcune delle navi sequestrate arrivare al porto.
La sera, ci sono state tre manifestazioni di massa a Gerusalemme, Haifa e Tel Aviv.
A Tel Aviv, una manifestazione, sorprendentemente ben partecipata, di circa due mila persone è confluita davanti al ministero di guerra.
Presente anche spezzoni della sinstra sionista. Per circa due ore abbiamo espresso il nostro sdegno e la nostra rabbia nei confronti dello Stato d'Israele. Dopo qualche tempo noi anarchici, con bandiere rossonere e tamburi, ci siamo ritirati da una parte, da dove abbiamo continuato a
cantare i nostri slogan non diluiti.
Traduzione a cura di FdCA-Ufficio relazioni internazionali
da Indymedia
Iscriviti a:
Post (Atom)