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sabato 22 agosto 2009

Somalia: guerra e siccità causerebbero crisi alimentare

La Somalia potrebbe essere sull'orlo di una catastrofe per fame. Lo afferma l'Associazione popoli minacciati (APM) di Bolzano.

L'Associazione per i popoli minacciati (APM) mette in guardia da una probabile catastrofe per fame che minaccia la Somalia con l'approssimarsi dell'autunno. I cooperanti internazionali a causa dell'inasprimento della guerra civile hanno sempre meno la possibilità di raggiungere la popolazione civile con gli aiuti umanitari.

Tra l'altro gli attacchi ai cooperanti nel corso degli ultimi sei mesi sono aumentati drammaticamente. Urge adesso un intervento straordinario dell'Unione Europea per portare la pace in Somalia, per poter garantire l'approvvigionamento umanitario a favore di quasi quattro milioni di persone in situazione di estremo bisogno.

Tutte le parti in conflitto dovrebbero essere invitate a non ostacolare l'accesso e le forniture umanitarie per la popolazione civile.

L'Unione Europea, nel corso della lotta ai pirati nel Golfo di Aden aveva anche promesso "ampie misure" per stabilizzare la Somalia. Adesso l'Unione europea deve anche passare alle azioni concrete e impegnarsi con forza per garantire la pace in Somalia.

Ai due stati vicini in guerra tra loro, Eritrea ed Etiopia, deve essere impedito di spostare il proprio conflitto sul territorio della Somalia. La crisi umanitaria verrebbe ulteriormente aggravata dalla siccità, che minaccia seriamente la sopravvivenza di 700.000 nomadi nel nord della Somalia e nei vicini Puntland e Somaliland.

E' da quattro anni ormai che nella regione le precipitazioni sono completamente assenti. Ora si rischia la totale distruzione delle mandrie.

Dal gennaio 2008 in Somalia sono stati uccisi 42 cooperanti e 33 operatori umanitari sono stati rapiti, 13 aiutanti sono ancora nelle mani dei rapitori. Data la crescente frequenza degli attacchi le organizzazioni ritirano il proprio personale in quanto la loro sicurezza non è più garantita. Così l'UNICEF ha dovuto sospendere la fornitura di aiuti per 85.000 bambini nel sud della Somalia per motivi di sicurezza.

Regolarmente attrezzature e veicoli di soccorso delle organizzazioni umanitarie vengono derubate.

Il 17 agosto è stato respinto con molta difficoltà un attacco armato notturno alla sede del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite. Tre degli attaccanti sono rimasti uccisi nel raid.

Dagli inizi di maggio 2009 sono stati circa 280.000 i civili fuggiti in seguito all'escalation della violenza nella capitale Mogadiscio. Almeno 12.000 rifugiati erano in attesa nel nord della costa somala presso la città costiera di Bosasso nel Puntland in attesa di buone condizioni atmosferiche, per tentare la pericolosa fuga attraverso il Golfo di Aden verso lo Yemen con l'aiuto di trafficanti di esseri umani.

Più di 30.000 persone dal gennaio 2009 sono fuggite via mare.

Quasi 500.000 profughi provenienti dalla Somalia vivono già in condizioni di estrema povertà e indigenza in Yemen.

Nel 2008, il numero dei nuovi rifugiati arrivati dalla Somalia è aumentato del 70% rispetto all'anno precedente.

da AfricaNews

Giocate a "Rimbalza il clandestino". Bossi junior a caccia di immigrati su facebook

Renzo Bossi, 21 anni figlio del più noto Umberto si è inventato un originale passatempo estivo che è apparso sul sito della Lega Nord. Si chiama "rimbalza il clandestino" e l'obiettivo del gioco è molto semplice come recita la spiegazione per gli utenti di facebook: "mantenere il controllo sui clandestini che arrivano in Italia!" Come? Durante i vari livelli del gioco alcune barche di varie dimensioni toccheranno a sorpresa il suolo italiano. Premendo su di esse un numero variabile di volte che va da 1 a 5 le rimanderai indietro ottenendo un punteggio a seconda dell'imbarcazione. Il giovane cacciatore di clandestini si sarà ispirato alla nota massima del compagno di partito Calderoli che nel 2006 sentenziava "ributtiamoli in mare".
Poteva fare anche di più, studiare ad esempio un sistema che, a seconda della pressione sul mouse aumentasse l'effetto deflagratorio sulle imbarcazioni: sfiori appena il mouse e scheggi minimanente la prua, clicci con più decisione e un raggio laser divide la barca in due. Tieni premuto il pulsante e la nave scoppia in mille pezzi.

Siamo sicuri che la prossima volta non ci deluderà, soprattutto ora che, dopo tanti sforzi e tre bocciature, Bossi junior è riuscito brillantemente a superare l'esame di maturità. Già, maturità... "...l’avere raggiunto un avanzato stadio di sviluppo in relazione alla legislazione, al comportamento sociale e al grado di civilizzazione..." E' la definizione estensiva dell'Enciclopedia Treccani. Per la commissione esaminatrice Renzo è maturo. Siete proprio sicuri?

P.S. La nostra redazione invita gli utenti di Facebook ad inventare un nuovo gioco: "rimbalza l'immaturo". Clicca sul mouse e fai rimbalzare il figlio di Bossi nelle facoltà universitarie italiane di Giurisprudenza. Vince chi lo farà restare più a lungo incollato sui libri di diritto.

da Articolo21

“E’ stata una strage. Maroni? Un uomo irresponsabile e immorale”

“L’imbarcazione non è stata mai avvistata”. Così c’è scritto nella relazione inviata dal prefetto di Agrigento al Ministero dell’Interno. Nessuno sa dunque da dove sia spuntato quel gommone con a bordo 5 naufraghi stremati che è stato segnalato giovedì all’alba dalle autorità maltesi alla Guardia di Finanza di Messina. Nessuno lo sa. Tranne i 5 eritrei, che hanno raccontato: “Siamo stati alla deriva per più di venti giorni, abbiamo incrociato almeno dieci imbarcazioni, ma solamente un pescatore si è fermato per darci cibo e acqua”. La loro versione, che pure pare attendibile alle organizzazioni internazionali e umanitarie, però non convince il ministero dell’Interno. “Ci sono degli elementi contrastanti”, dice Maroni. Per Econews e ItaliaRadioWeb Ambra Murè ha intervistato Pietro Marcenaro, senatore del Pd e presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei diritti umani.

“Io mi son fatto l’opinione che ci sia stata una strage. E questo mi basta per avermi sulle responsabilità che ciascuno di noi ha per un fatto così grave”.
Il senatore ci ha tenuto a rimarcare la propria distanza dalle prudenze del Viminale: “Maroni è un uomo che da sempre rifiuta le proprie responsabilità, è un uomo che rifiuta di guardare le conseguenze delle sue azioni. Lo ha fatto per Lampedusa e continua a farlo. Il fatto che di fronte a una cosa così grave l’unica cosa che esca dalla sua bocca sia di mettere in dubbio la versione di queste persone la dice lunga sulla sua figura morale, prima ancora che politica”.

Il problema vero, secondo Marcenaro, non sta tanto nella diatriba sulle reciproche responsabilità che ormai da mesi segna i rapporti diplomatici tra Roma e La Valletta: “La questione tra Italia e Malta è solo uno degli aspetti che andranno chiariti, per capire se siamo di fronte all’ennesimo episodio di un conflitto che avviene sulla pelle di questi poveracci”.

I punti da chiarire sono altri. E Marcenaro li evidenzia uno per uno, girandoli al ministro Maroni e al Governo sotto forma di domande. E sono domande che bruciano.
“La prima riguarda i rapporti con la Libia. Nessuno infatti può pensare che si parta da un paese poliziesco come la Libia, che ci si raduni e si riesca a partire a bordo di imbarcazioni senza che le autorità ne siano informate. Cosa sta capitando? Il Governo si era impegnato a verificare l’accordo con la Libia, a controllarne la gestione, a rendersi garante del rispetto dei diritti fondamentali. Cosa ha fatto? Cosa sta facendo?”.
“Seconda questione: si dice che queste persone siano eritree. Gli eritrei, che fuggono da una zona di guerra, hanno quasi sempre il riconoscimento della protezione umanitaria. Ma allora perché una persona che ha diritto alla protezione umanitaria deve essere costretta alla clandestinità, a consegnarsi alle strutture e al meccanismo della tratta? Perché non si costruisce un meccanismo per cui chi ha diritto alla protezione umanitaria possa venire in modo trasparente nel nostro paese?”

“La terza questione: com’è possibile che in un tratto di mare che dovrebbe essere tra i più sorvegliati al mondo possa capitare che un’imbarcazione vada alla deriva per giorni e giorni, senza nessuna segnalazione? Adesso sta venendo fuori che le segnalazioni ci sono state e nessuno è intervenuto per tempo. Noi oggi abbiamo chiesto al Governo cosa intende fare per perseguire e punire, come prevede la legge, quelle persone che non hanno effettuato soccorso in mare”.

“E, infine, sono mesi che ci raccontano che sono finiti gli sbarchi. Ma qui non c’è solo questa tragedia di fronte a Lampedusa. A Porto Empedocle, in Sardegna, ovunque, gli sbarchi sono ripresi. E il Governo come pensa di gestirli? Attraverso il meccanismo dei cie, che è già al punto di esplosione?”
Marcenaro ha concluso rivolgendo un appello al Ministro dell’Interno: “Maroni la smetta di nascondersi dietro un velo di propaganda immorale e affronti i problemi che ha di fronte”.

da Articolo21

Intervista ad Antonio Ingroia

Che cosa succederebbe se Cosa nostra decidesse di allungare le mani sul ricchissimo porto di Napoli, estromettendo i clan locali, come suggeriscono i risultati di alcune indagini della magistratura siciliana? «Ci troveremmo davanti a due possibili ipotesi: una guerra tra mafie, o la creazione di un sistema criminale federativo. In entrambi i casi, gli scenari sono assolutamente terribili».

Per Antonino Ingroia, pm di punta del pool antimafia di Palermo ed «erede» del giudice Paolo Borsellino, tutto dipende dall’esistenza, o meno, di accordi pregressi: «Se non c’è un patto alla base, la possibilità di uno scontro tra mafia e camorra è molto elevata, anche se l’esperienza porta a considerare una eventualità diversa: che le organizzazioni criminali giungano a un rapporto di gestione comune degli interessi finanziari su base nazionale, rendendo gli investimenti sempre meno localizzati e localizzabili. In pratica, creando un unico sistema mafioso».

Una super-cupola, dunque?

«Parlerei piuttosto di un sistema mafioso integrato tra camorra, Cosa nostra e ’Ndrangheta. È in corso un processo evolutivo delle mafie, che cercano di interagire per il raggiungimento di un obiettivo unico. Ciò che si ipotizzava potesse accadere all’indomani delle stragi di Capaci e di via D’Amelio non è più una fantasia, ma una realtà».

Dottor Ingroia, gli scenari di cooperazione tra clan napoletani e siciliani si rinforzeranno, allora?

«I rapporti, su cui si è indagato negli anni Novanta, esistono tuttora e non si sono mai interrotti. Non posso entrare nel dettaglio, ma abbiamo notizie certe di collaborazioni molto solide su specifici affari illeciti»

Quali?

«Soprattutto traffico di droga e armi. Siamo sicuri che si sia creato un processo di scambio tra camorra e mafia siciliana su questi due canali: Cosa nostra rifornisce di armi i gruppi di Napoli e Caserta e, in contemporanea, acquista da loro ingenti partite di stupefacenti. Al contrario di quanto accadeva nel passato, dunque, sono i clan campani a vendere la droga alla mafia e non più viceversa».

Qualche settimana fa, indiscrezioni di stampa parlavano di un carico di tritolo giunto ai Casalesi da un deposito segreto della mafia siciliana. È possibile?

«Abbiamo notizia dell’esistenza di questa “santabarbara”, perché, nella fase stragista di attacco allo Stato, Cosa nostra accumulò un incredibile quantitativo di armi ed esplosivo, che solo in parte negli anni è stato sequestrato e che, probabilmente, si trova ancora nascosto nel Palermitano. Avendo rinunciato nel frattempo alla strategia terroristica, la mafia potrebbe aver deciso di vendere questo materiale bellico ad altre organizzazioni. E non è un caso che proprio i Casalesi siano stati interessati all’acquisto dell’esplosivo, dal momento che, da quanto leggo, hanno alzato il livello di scontro».

Proprio come fecero i Corleonesi nel 1992…

«Sì, è un paragone che regge, perché anche i Casalesi fondano il loro potere sulla intimidazione e sul controllo militare del territorio, ma con una differenza sostanziale, però: i Corleonesi, prima di inaugurare la strategia stragista, attuarono un meccanismo di trasformazione dell’organizzazione interna, dandosi una struttura piramidale e verticistica. Modello che ancora manca alla camorra, che resta una organizzazione orizzontale e di natura federativa».

Il pericolo rappresentato dai Casalesi, intanto, ha suggerito al Governo di inviare l’Esercito in Campania. Lei che ne pensa?

«Nel 1992, in Sicilia, l’invio dei militari diede dei frutti importanti, ma fu accompagnato da sforzi legislativi e di impegno finanziario davvero notevoli. Al contrario, in Campania mi sembra che la questione sia limitata soltanto all’impiego degli uomini in divisa, in un numero peraltro inferiore all’esperienza siciliana».

18 agosto 2009

venerdì 21 agosto 2009

"Ha vinto Karzai". Ma Abdullah non ci sta: "Con me il 61%"

Guarda il video

Il presidente afghano uscente, Hamid Karzai, ha vinto le presidenziali di ieri al primo turno, secondo quanto afferma il responsabile della sua campagna elettorale, alla luce dei primi risultati dello scrutinio A poche ore dalla chiusura delle urne, tuttavia, arrivano le prime accuse di brogli da parte del principale avversario di Karzai, il candidato alle presidenziali Abdullah Abdullah.

Nardò: emergenza acqua per i migranti, ma il comune va in ferie!

Occorre denunciare l' inefficienza del Comune e la sua totale indifferenza e inadeguatezza per la gestione dell' amministrazione della cosa pubblica.
Da ieri, l' associazione Finis-Terrae ha chiuso i battenti perchè scaduto il contratto di lavoro.
La masseria Boncuri che ospita ancora una cinquantina di persone è rimasta totalmente senza acqua e il dormitorio è praticamente chiuso.
Noi del Movimento per la Sinistra di Nardò giunti sul posto per chiedere spiegazioni ai gestori del centro di accoglienza ci siamo ritrovati la porta sbattuta in faccia.
I " mercenari " della Finis-Terrae, così amano appellarsi i gestori del centro a detta del responsabile Giuseppe Arrivo, si sono dimostrati in tutta questa vicenda degli imprenditori senza scrupoli che lucrano sulla pelle degli schiavi.
Ci siamo recati presso la masseria per sapere come faranno adesso i migranti a lavarsi. visto che il loro soggiorno durerà ancora circa quindici giorni e dormitorio e acqua non sono disponibili.
Io, Angelo Cleopazzo, ho chiesto apertamente a Giuseppe Arrivo dove potranno adesso lavarsi i migranti che ancora stanziano nella masseria e quelli che stanziano nel campo vicino(una trentina di unità), e la risposta è stata la medesima:
" PORTALI A CASA TUA MOCCIOSO "! Poi sono andati via lasciandoci esterrefatti e adirati.
Come se non bastasse, questa mattina ci rechiamo al comune per informare di questa emergenza e per cercare una soluzione per questi poveri cristi che sono rimasti lì, nel limbo, in un inferno che li sfrutta e li lascia in balia di un destino amaro senza pane ma soprattutto senza acqua.
La sorpresa più bella è stata constatare che il comune è chiuso e che nessuno può parlare con chicchessia perché le istituzioni a Nardò sono vacanti, vanno in ferie, e il comune è aperto solo nei giorni di martedì e giovedì.
La domanda è: come fanno queste persone a lavarsi, come faranno per bere in questi giorni di caldo?
…ma chi ascolta dei mocciosi in questo fottuto paese di merda!

Angelo

“PRESTO OTRANTO PATRIMONIO CULTURALE DI PACE UNESCO"

L’annuncio arriva nel corso della settimana del libro da parte dei rappresentanti della Federazione nazionale: ora necessaria anche una raccolta firme, per sostenere il possibile imminente traguardo

Il borgo antico di Otranto e la Porta Alfonsina potrebbero a breve essere riconosciuti “sito della cultura della pace dell’Unesco”. L’annuncio di questa importante svolta è avvenuto nel corso della prima serata della “Settimana del Libro e della Cultura”, che si sta svolgendo in questi giorni nella città dei Martiri, per bocca del vicepresidente della Federazione nazionale, Antonio Ruggiero, e del presidente del Club Unesco Otranto, Enrico Risolo.Presenti alla serata che ha visto la presentazione del libro “I Leoni di Messapia II – Il cerchio di fuoco” del professor Fernando Sammarco, anche il consigliere regionale, Saverio Congedo, il vicepresidente della provincia di Lecce ed assessore alla cultura, Simona Manca, il consigliere provinciale, Francesco Bruni, l’assessore allo spettacolo del comune di Otranto, Salvatore Sindaco, e quello all’ambiente, Salvatore Miggiano.

A neanche un anno dalla creazione di un Club Unesco ad Otranto, dunque, è stata già inoltrata la richiesta ufficiale a Firenze e a Parigi per l’importante riconoscimento, che sottolineerà l’attenzione ai temi della pace e dei diritti umani che la perla del Salento ha manifestato in tutta la sua storia, attraverso le mura del centro storico, teatro di avvenimenti decisivi e radicali.

Nello specifico, oltre alla documentazione che è posta alla valutazione della Federazione nazionale e mondiale dell’Unesco, di cui il Club otrantino fa parte, nei prossimi giorni e nelle serate restanti della settimana del libro e della cultura, verrà promossa una raccolta di firme a sostegno dell’importante obiettivo, che potrebbe essere raggiunto a stretto giro.

Soddisfazione è stata espressa dai vertici della federazione dell’Unesco, che attraverso il vicepresidente nazionale, l’ingegnere Ruggiero ha sottolineato l’impegno straordinario profuso dal Club Unesco di Otranto, capace di contraddistinguersi per le numerose iniziative realizzate e promosse. E soddisfazione hanno espresso anche i rappresentanti regionali e provinciali, che hanno evidenziato il valore storico, strategico e culturale di un centro come Otranto, professando la massima disponibilità a collaborare per valorizzare al meglio il territorio.

Intanto la settimana del libro procede con la presentazione de “Lo strano caso di Federico II di Svevia – Un mito medievale nella cultura di massa” del giornalista, ex corrispondente de L’Unità e di Tv sorrisi e canzoni, Marco Brando. Il testo si è meritato una prefazione ed una postfazione di due dei principali storici medievalisti, Raffaele Licinio e Franco Cardini. Appuntamento alle ore 20.30 in Largo Porta Alfonsina

LOCKERBIE: SCOZIA, ATTENTATORE AL-MEGRAHI RILASCIATO

L'accoglienza "da eroe" tributata ieri al rientro in Libia ad Abdelbaset al-Megrahi, il libico condannato per la strage di Lockerbie e rilasciato ieri dalla giustizia scozzese perché malato terminale, è "profondamente avvilente": lo ha dichiarato il ministro degli esteri britannico, David MilibandDavid.
La Lega Araba ha invece salutato la scarcerazione di Abdelbaset Al Megrahi, l'agente condannato all'ergastolo per la strage di Lockerbie e rimesso in liberta' per ragioni umanitarie dalla Scozia. La positiva valutazione, ha riferito l'agenzia ufficiale egiziana Mena, e' giunta dal segretario aggiunto della organizzazione Ahmed Ben Hilli, che ha sottolineato come la scarcerazione sia avvenuta per gravi motivi di salute di Megrahi e al termine ''di lunghi sforzi diplomatici''. Ben Hilli ha a anche dichiarato di sperare che la liberazione ''apra una nuova pagina nella crisi di Lockerbie e che la Libia ottenga indennizzi per sofferenze patite negli anni a causa della crisi di Lockerbie''. Ma l'accoglienza ''da eroe'' tributata ieri al rientro in Libia ad Abdelbaset al-Megrahi e' stata definita ''profondamente avvilente'' dal ministro degli esteri britannico, David Miliband. L'uomo e' stato accolto infatti all'aeroporto di Tripoli da centinaia di giovani, che sventolavano bandiere libiche e scozzesi mentre gli ltoparlanti dello scalo diffondevano canti patriottici. Il presidente Usa Barack Obama, da parte sua, aveva ieri definito ''un errore'' la decisione scozzese. ''Siamo in contatto con il governo libico e vogliamo essere certi che (al-Megrahi) non sia accolto calorosamente, ma piuttosto sia confinato agli arresti domiciliari'' ha detto Obama. l'ex agente libico era stato condannato all'ergastolo per la morte di 270 persone nell'esplosione di un aereo PanAm il 21 dicembre 1988). Unico condannato per quella strage, l'uomo e' malato terminale di cancro.

Dietro le sbarre esplode la protesta

Sollicciano, Como, Genova, Arezzo, Perugia. Dopo ferragosto «battiture» e proteste in molti istituti. Il governo non fa nulla e pensa all'esercito

Esplode la tensione nelle carceri italiane dopo ferragosto. Ormai sono quasi 65mila i detenuti per una capienza regolamentare di 43mila posti. Dietro le sbarre fino al 31 luglio sono morte 118 persone, con 45 suicidi. Le proteste di questi ultimi giorni rischiano di assumere i profili della rivolta.
In diversi istituti la tensione è sfociata in episodi di forte contestazione, mentre sono almeno dieci i penitenziari sotto osservazione per il timore di nuove possibili proteste. A Como, 400 presenti con una capienza di circa 100 detenuti, la protesta è stata dura ed è durata tre giorni. E' cominciata con la battitura delle gavette sulle celle e i detenuti sono giunti a far esplodere le bombolette di gas utilizzate per cucinare. I corridoi di una sezione sono stati inondati di acqua e sapone. Tre sezioni su sei sono state coinvolte nella protesta che è terminata solo al termine di un incontro con la direzione. Nel carcere di Sollicciano, nel quale sono presenti circa mille reclusi a Firenze, i detenuti hanno dato fuoco a lenzuola, giornali, suppellettili e hanno dato vita ad una intensa battitura delle celle, al grido di «libertà». Per riportare la calma nella struttura è stato necessario anche l'intervento di supporto di polizia e carabinieri.
Anche ad Arezzo, 140 presenti per una capienza ufficiale di 65 posti, i detenuti hanno bruciato lenzuola e asciugamani e si sono registrati scoppi di bombolette di gas. Protesta dura, ma pacifica, che è terminata con un incontro tra detenuti e direzione. Si torna ad utilizzare per le carceri, forse con un eccesso di enfasi, la parola «rivolta» che sembrava ormai dimenticata. E invece, complici l'irrefrenabile aumento di detenuti dopo l'indulto e la fatiscenza delle carceri italiane, il clima torna ad essere teso.
Uno scenario prevedibile, visto che già a giugno scorso Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, annunciava «un'estate difficile», visto che il sovraffollamento è «un fenomeno che condurrà ad atti di estrema disperazione». Uno scenario che accomuna, insolitamente, Nord e Sud del paese. A Milano San Vittore, 1.372 presenze per una capienza di 712 posti, secondo i dati di Giorgio Bertazzini, il garante provinciale per i diritti dei detenuti, ci sono stati 200 casi di autolesionismo e un suicidio nei primi mesi del 2009. In celle da 10 metri quadri si trovano fino sei detenuti. A Udine invece, nelle celle da 30 metri quadri si arriva a 10 detenuti. Qui i presenti sono 216 contro una capienza di 105 posti. I detenuti hanno fatto lo sciopero della fame per tre giorni. Esplode anche il Dozza di Bologna, 1.150 persone su una capienza di 437 posti, quasi il triplo. Tanto che Desi Bruno, il garante bolognese, ha definito la struttura «vicina al collasso».
Un po' meno critiche le condizioni a Roma del carcere di Regina Coeli, dove ci sono "solo" 120 detenuti in più rispetto alla capienza di 760 posti. In Campania, su tutti, ovviamente, spicca il carcere di Poggioreale a Napoli, che con le sue 2.549 presenze e fino a 12 persone per cella, è insieme uno degli istituti più grandi e più sovraffollati d'Europa. Meno nota, ma non meno grave la condizione del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove al sovraffollamento (940 presenti su 540 posti) si è aggiunta una carenza d'acqua che ha portato prima al razionamento e poi all'uso delle autobotti dei pompieri.
Situazione critica anche in Sicilia. Nel carcere di San Giuliano a Trapani, 500 presenti per una capienza di 280 posti, ad Agrigento 444 presenti su una capienza di 190 posti, all'Ucciardone di Palermo, (690 detenuti per una capienza di 419), problemi di approvvigionamento idrico e assenza di impianti di riscaldamento.
A fare la sintesi delle problematiche di ciascun istituto emerge un quadro deprimente. Molti penitenziari sono «strutturalmente» inadeguati ai nuovi standard penitenziari. In molti casi nelle celle non ci sono le docce, in altri il bagno non va oltre un lavandino e un water da dividere in troppi. Gli edifici di vecchia costruzione assorbono molte risorse ma non si prestano ad interventi di modifica strutturale. L'assistenza sanitaria è in molti casi pregiudicata dalla difficoltà delle Asl di assumere realmente la responsabilità della sanità penitenziaria decisa finalmente dal governo Prodi. In molte regioni meridionali, i deficit di bilancio e la lentezza del reale trasferimento di competenze e risorse determina tempi lunghi anche per effettuare esami medici non complessi come le lastre.
A ciò bisogna sommare la carenza di personale civile (educatori, psicologi, mediatori) e la lamentata carenza di organico da parte dei sindacati del corpo di polizia penitenziaria che conta circa 43mila agenti. Sono proprio i sindacati autonomi i critici più severi della gestione di Franco Ionta, il pubblico ministero chiamato dal governo Berlusconi a presiedere il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e a cui è affidato anche il ruolo di commissario straordinario per l'edilizia penitenziaria. Il Sappe è arrivato ad accusarlo di «incapacità» e a chiederne apertamente le dimissioni.
Dal canto suo Ionta nei giorni scorsi non ha negato le evidenti difficoltà negli istituti di pena e ha dichiarato che «serve più personale», e «l'esercito potrebbe darci una consistente mano nella vigilanza all'esterno della carceri» e che «ciò rappresenterebbe un ragionevole ruolo sociale per i militari». Per Ionta, inoltre, è necessario realizzare il piano di edilizia penitenziaria «per il quale però servono risorse».
Il Piano straordinario, più volte annunciato dal ministro Alfano, sarà discusso dal consiglio dei ministri solo a settembre. Prevede la creazione di 17.891 nuovi posti entro il 2012 attraverso 48 nuovi padiglioni in carceri già esistenti, la ristrutturazione di due istituti e la realizzazione di 24 nuovi penitenziari. Il tutto a un costo di 1,5 miliardi di euro. Ma al momento sono disponibili solo 200 milioni. Per il resto si ipotizza il ricorso ai privati, con forme che al momento non sono note. Bisogna anche aggiungere che anche se il Piano fosse realizzato nel 2012, con questo andamento negli ingressi, si può comunque stimare un sovraffollamento di 15mila detenuti. In assenza di altre scelte politiche, quindi, ciò che è emergenza oggi sarà emergenza anche domani.

GRASSO: RAPPORTO MAFIA - POLITICA COME PESCI E ACQUA

"Il rapporto tra la politica e la mafia e' come quello fra i pesci e l'acqua". Lo ha dichiarato dal palco di Cortina InConTra Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia. "Basterebbe che la politica locale alzasse la testa e si liberasse dall'abbraccio della mafia. Certe volte sembra quasi che abbia voglia di mafia, invece di liberarsene. Finche' la politica restera' cosi' bassa, soddisfera' bisogni individuali e clientelari, non si liberera' mai".

Nardò; panchine, ombrelloni e rastrelliera Et voilà: la mia spiaggetta privata

Occupata abusivamente la scogliera di Torre Inserraglio: i deturpatori denunciati dalla guardia costiera

Una porzione di dorato arenile salentino sottratto al demanio e utilizzato per fini privati. Gli autori però sono stati individuati e denunciati dalla Guardia costiera di Gallipoli. Per ottenere la spiaggetta privata non hanno esitato a cementificareparte della scogliera di «Torre Inserraglio», a circa sette chilometri ad ovest di Nardò, posizionando anche quattro panchine in ferro, cinque ombrelloni e una rastrelliera per biciclette.

Hanno persino realizzato due scalinate per potere accedere più comodamente al mare. Però i deturpatori sono stati scoperti. L’area, che sorge in una zona sottoposta a vincolo di tutela paesaggistica e biologica, è stata poi parzialmente sequestrata, solo per renderla fruibile ai turisti.

Buttiglione lancia Adriana: «Ma la lite con Zaia è un errore»

Dice di stimare Nichi Vendola, ma quando si tratta di tracciare il profilo del candidato ideale per governare la Puglia, il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglion e, fa un solo nome, quello di Adriana Poli Bortone, ex sindaco di Lecce, ex An, ora alla guida del movimento «Io Sud»
Professor Buttiglione, nei giorni scorsi lei ha detto che “dalla Puglia in su” l’Udc è pronto ad allearsi con il Pdl a patto che Silvio Berlusconi si liberi dalla morsa della Lega di Bossi. Che cosa vuol dire? Come va letto quel “dalla Puglia in su”? La Puglia è compresa o esclusa da questo suo ragionamento? «Noi non faremo alleanze strategiche con nessuno. Valuteremo regione per regione e dopo aver fatto le nostre assemblee regionali. Non saliremo sul carro di nessuno. Il nostro carro invece è aperto per chi ci vuole salire. A condizioni oneste».

È la politica dei due forni. «E allora? Se dai due forni compriamo valori e buon governo, vada per i due forni».

Ma come si concilia tutto questo con l’obiettivo di tornare al governo? «Perché si vuol già parlare di governo? È prematuro. Però, certo, in qualunque momento Berlusconi voglia scaricare la Lega, noi una mano gliela diamo».

Anche se non sembra proprio questa l'intenzione del Cavaliere. O no? «Per il momento, il presidente del consiglio arriva solo all'idea di bilanciare la Lega. Noi invece preferiremmo scaricarla. Anche se sappiamo che in questa legislatura non ci sono i numeri e quindi continueremo a stare all'opposizione».

Lei vorrebbe scaricare la Lega. «Sì, perché è pericolosa per l'unità nazionale. Noi guardiamo con grande sgomento ai nostri amici ex di An che non dicono niente pur vedendo crescere l'odio contro il tricolore, l'odio contro l'unità nazionale, l'odio contro la lingua nazionale, il disprezzo per il Mezzogiorno, la proposta insultante di pagare di meno il lavoro meridionale. Noi stiamo vivendo un processo di nazionalizzazione dell'Italia, guidato da Bossi. E nessuno, tranne la Chiesa, dice nulla».

A dire il vero, qualcosa l'ha detta il presidente Napolitano. «E ha tutto il nostro appoggio e il nostro sostegno».

Torniamo alla Puglia dove si vota in primavera. Con chi vi schiererete? «Noi guardiamo la situazione con equanimità. Tutta la mia stima per Vendola. Che è stato amico di don Tonino Bello. Ma Vendola capirà per primo che lui impersona una formula politica diversa dalla nostra. Per noi inaccettabile. Né uno può cambiare formula. Un giorno è l'uomo della saldatura fra la sinistra moderata e la sinistra estrema e il giorno dopo è l'uomo della saldatura fra la sinistra e il centro. Non è possibile, non ci sono le condizioni».

Eppure in Puglia c'è chi è pronto a scommettere su un’alleanza ancora più larga. Michele Emiliano, ad esempio, sembrerebbe non disdegnare un'intesa che comprenda Vendola e persino Adriana Poli Bortone. «La Poli Bortone sarebbe un bel candidato».

Un bel candidato del centrosinistra? «Non lo so. Questo è un problema loro, Sarebbe anche un bel candidato del centrodestra. È una persona che sentiamo vicina alle nostre idee, alle nostre aspirazioni, ai nostri valori».

Lei dice che andrebbe bene anche come candidato del centrodestra. Ma come e soprattutto che cosa si può fare per riappacificare la Poli Bortone con il Pdl? «Non lo so. Non è un problema mio. Noi mica vogliamo riappacificare la Poli Bortone col centrodestra. Questo è un problema del centrodestra, semmai. Noi diciamo che la Poli Bortone ha una fisionomia di candidato che a noi piace. E gli altri non ce l’hanno. Se uno pensa di fare a meno del nostro apporto, non ha il problema di riappacificarsi con la Poli Bortone. Se uno invece pensa di aver bisogno del nostro apporto, un pensierino ce lo deve fare su questo. Ovviamente non basta scegliere il candidato che piace a me. Bisogna mettersi d'accordo sul programma e su tante altre cose. Però lo spirito è quello. Noi faremo la nostra assemblea. E sarà la gente di Puglia a decidere sul programma e sugli uomini. Io non avanzo la candidatura della Poli Bortone. Non fatemi il titolo su questo».

Professore, sarà inevitabile. «La Poli Bortone è una buona amministratrice. Non condivido le ultime cose che ha detto. Perché non bisogna replicare a Bossi, alle sciocchezze di Bossi, andando sul terreno dell'esagerazione».

Si riferisce al suo appello a non comprare i prodotti del Nord? «Siamo italiani. E non ha senso... Però ha governato benissimo Lecce. È una che... E poi: a qualcuno non va bene la Poli Bortone? Parliamone. Si facciano altri nomi. Si sappia però che quell’identikit a noi va bene. Vendola è un identikit che a noi non va bene. Un uomo identificato con l'attuale Pdl in Puglia non va bene».

E chi allora? «Ci vuole un uomo o una donna che noi possiamo sentire garante del nostro programma. Noi vorremmo qualcuno che ci garantisse che si faccia pulizia nella mala amministrazione della sanità in Puglia; che si ripristini la differenza fra indirizzo politico e gestione amministrativa; che ci dia garanzie che l'amministrazione recupera la sua autonomia rispetto all'invadenza della politica e che quindi l'indirizzo politico venga applicato con criteri di sana e corretta gestione».

Ma questo che cosa significa? Non si può certo dire che la malasanità in Puglia sia inziata con la giunta Vendola. Il suo partito, ad esempio, era nella giunta Fitto, la cui attività in campo sanitario è tuttora sotto osservazione da parte della magistratura. O no? «Non c'è dubbio. Noi siamo di quelli che sanno battere il proprio petto. Però mi sembra che quella gente lì se ne sia andata dal partito. O sbaglio? Comunque, mi faccia fare un’ultima considerazione».

Dica. Dica pure. «Berlusconi ci ha cacciati e si è messo nelle mani di Bossi e ora ha capito di aver commesso un grave errore. Ma venirne fuori non è facile. Ha tentato con il partito del Sud, ma poi si è reso conto che è un rimedio peggiore del male. E però adesso deve farsi venire in mente qualche idea per riprendere il rapporto con noi, se lo vuol riprendere. D'altro canto, noi guardiamo con attenzione anche al congresso del Pd. Il nostro problema è l'Italia. E faremo alleanze strategiche con chi accetterà con noi un progetto nazionale. Un progetto in cui il Sud sia protagonista. Senza questa follia del partito del Sud e del Nord, che litigano fra di loro per la distribuzione delle risorse. Quella è l'anticamera della rottura dell'unità nazionale».

Morti in 73 e nessun soccorso

Il racconto dei disperati: "Solo qualche pescatore ci ha dato un po' di acqua e di cibo".

Lampedusa, 20-08-2009

Quando sono sbarcati sul molo del porto di Lampedusa sembravano fantasmi, come ha raccontato uno degli operatori in servizio nel Centro di accoglienza. Cinque eritrei, tra cui una donna e due ragazzi minorenni, con il corpo ridotto a uno scheletro e gli occhi persi nel vuoto, che a fatica hanno ricostruito la loro odissea: "Siamo partiti oltre venti giorni fa dalla Libia, eravamo in 78. Noi siamo gli unici sopravvissuti. I nostri compagni morivano e noi gettavamo in mare i loro cadaveri" L'ultima tragedia
Una nuova tragedia dell'immigrazione il cui bilancio difficilmente potra' essere verificato. Il racconto dei superstiti viene ritenuto attendibile dalle organizzazioni umanitarie mentre il Viminale esprime dubbi e perplessita', tanto che il ministro Roberto Maroni ha chiesto al prefetto di Agrigento una relazione sulla vicenda. Le autorita' maltesi in serata hanno comunque comunicato di aver avvistato negli ultimi giorni sette cadaveri in mare, in acque libiche, che potrebbero appartenere al gruppo di migranti che erano sul gommone con gli eritrei soccorsi oggi. Gli immigrati sono stati soccorsi questa mattina da una motovedetta della Guardia di Finanza: erano su un gommone alla deriva, dopo essere rimasti per diversi giorni senza carburante e senza viveri.

Il racconto
"Durante la traversata - ha raccontato Habeton, 17 anni, uno dei superstiti - abbiamo incrociato almeno dieci imbarcazioni, alle quali abbiamo chiesto inutilmente aiuto. Solo qualche giorno fa un pescatore ci ha offerto acqua e cibo". L'imbarcazione e' stata intercettata al confine con le acque territoriali, in seguito a una segnalazione delle autorita' maltesi a quelle italiane impegnate nell'operazione Frontex. Un allarme scattato solo all'alba di oggi, quando l'imbarcazione era ormai al limite delle acque di competenza del nostro Paese per quanto riguarda le operazioni Sar di ricerca e soccorso in mare. Una circostanza che rischia di fare esplodere un nuovo caso diplomatico tra Malta e l'Italia.

La reazione delle organizzazioni umanitarie
L'ennesima strage nel Canale di Sicilia suscita anche la dura reazione di numerose organizzazioni umanitarie, da Save The children all'Alto commissariato Onu per i rifugiati. "E' allarmante - osserva Laura Boldrini, portavoce in Italia dell'Unhcr - che per oltre 20 giorni queste persone abbiamo vagato nel Mediterraneo senza che nessuna imbarcazione le abbia soccorse. Come se fosse passato il messaggio che ci arriva via mare sia una sorta di 'vuoto a perdere"'. Boldrini ricorda che gli eritrei che arrivano in Italia via mare "sono richiedenti asilo, persone in pericolo che cercano protezione a e a cui l'Italia riconosce questo bisogno e questo diritto". Un riferimento, sia pure indiretto, alla politica dei respingimenti adottata dal governo italiano dopo l'accordo bilaterale con la Libia. Ancora piu' esplicito e' Christopher Hein, direttore del Consiglio italiano per i rifugiati: "Dopo il primo respingimento dello scorso maggio, il numero di sbarchi e' drasticamente diminuito, ma l'Italia ha detto a meta' luglio alla Commissione europea che non avrebbe piu' fatto respingimenti e cio' non e' vero perche' ci risulta che nella prima parte di agosto ne siano stati fatti altri. Ce l'hanno comunicato i migranti stessi respinti in Libia, dove siamo presenti in un centro per immigrati".

La polemica politica
La polemica si ripercuote inevitabilmente anche tra le forze politiche: se il ministro Roberto Calderoli difende la "linea dura" sottolineando che grazie ai respingimenti gli arrivi di clandestini "sono fortemente diminuiti", il segretario del Pd Dario Franceschini dice di "provare orrore" di fronte al racconto dei cinque superstiti, e invita il governo "a chiarire in Parlamento quello che e' successo". A Lampedusa, intanto, dopo i cinque eritrei soccorsi in mattinata, nel pomeriggio sono approdati altri due barconi. Uno dei quali e' colato a picco mentre veniva trainato in porto. Una conferma che si tratta di vecchie "carrette", anche se il rischio di naufragare non ferma le traversate della speranza con il loro corollario di morti.

giovedì 20 agosto 2009

L' orrore non è solo neretino!

L'emergenza umanitaria si sposta a Palazzo San Gervasio e non solo!

In questi giorni, noi ragazzi del Movimento per la sinistra di Nardò abbiamo continuato ad occuparci dell'emergenza umanitaria dei lavoratori stagionali nella nostra città; abbiamo potuto chiaccherare un po' con loro, e conoscere quali saranno le loro prossime tappe, che come si può immaginare non saranno degli alberghi a 5 stelle. Una di queste è Palazzo San Gervasio dove c'è un centro di accoglienza, che dovrebbe accogliere in modo adeguato queste persone, ma purtroppo ciò non avviene, poiché il centro è in totale abbandono, non ci sono strutture adeguate per accogliere in modo dignitoso questi lavoratori.
Per questo motivo Il giorno 13/08/2009 si è costituito a Palazzo San Gervasio, il “Comitato per la difesa dei Migranti“, con lo scopo di sensibilizzare i cittadini e le amministrazioni locali sul problema degli extra-comunitari presenti nel Vulture Alto-Bradano, ogni anno presenti sul nostro territorio per la raccolta dei pomodori.

DI SEGUITO IL COMUNICATO UFFICIALE

“La decisione di costituire un comitato-riferiscono alcuni membri del comitato- è stata presa in seguito ad una presa di coscienza di un problema reale che ormai da tanto tempo investe questi territori, e cioè la presenza massiccia di braccianti sia Africani,in larga misura, che provenienti dall'Est-Europa, che vivono in totale mancanza dei più basilari diritti umani, e nella totale carenza igienico-sanitaria e che vengono puntualmente sfruttati da caporali locali e non senza che gli vengano concessi i diritti basilari che chiunque vive su questa terra dovrebbe avere. Anzi, fino ad ora le amministrazioni locali hanno favorito questi meccanismi schiavisti, essendo così complici, e non hanno fatto nulla per gestire questa che è diventata una vera e propria emergenza umanitaria.
Questo tema, cioè lo sfruttamento privo di scrupoli che viene attuato nei confronti di migliaia di “stagionali” impiegati nei campi dei nostri territori, riteniamo sia un tema scottante e di fondamentale priorità, perchè ribadiamo che ora si tratta di una vera e propria emergenza umanitaria. Inoltre oltre agli aspetti tipici del caporalato, cioè l’insicurezza delle condizioni di lavoro, l’irregolarità e lo sfruttamento economico, la totale assenza di assistenza sindacale si aggiunge un ulteriore elemento: la vera e propria riduzione in schiavitù di cui sono vittime queste persone. Ogni contatto verso l’esterno è precluso. Nella generalità dei casi, le persone impiegate nella raccolta sono sottoposte a rigida sorveglianza da parte dei ‘caporali’ e non viene fornito loro un alloggio, ma anzi sono costretti a sopravvivere in casolari abbandonati presenti nelle nostre terre con totale assenza di acqua, e altri bisogni fondamentali per la vita di qualsiasi essere umano. Nessuna garanzia è dunque data alle vittime di questa forma moderna di schiavitù.Inoltre abbiamo la presenza a Palazzo San Gervasio di un centro di accoglienza, che dovrebbe accogliere in modo adeguato queste persone, ma purtroppo ciò non avviene, poiché il centro è in totale abbandono, non ci sono strutture adeguate per accogliere in modo dignitoso questi lavoratori. In pratica il centro non è gestito, un centro dove nel pieno della campagna di raccolta dei pomodori ospita oltre mille migranti che vivono nell'indifferenza totale dei locali, sono invisibili, o meglio si vuole che essi restano invisibili. Noi del Comitato per la difesa dei Migranti riteniamo che tutti questi siano dei problemi seri e non possiamo e non vogliamo rimanere indifferenti a questa totale mancanza di diritti per queste persone e a questa totale mancanza di doveri da parte delle amministrazioni. Quindi riteniamo importante e urgente che venga esercitata una pressione e una sensibilizzazione nei confronti delle forze politiche e delle popolazioni locali. Per questo, e per provare a dare una assistenza sindacale, e per informare i migranti stessi su quelli che sono i loro diritti, il comitato sarà presente all’interno del Centro di Accoglienza di Palazzo San Gervasio attivamente dal giorno 18 Agosto 2009. Tutto questo, perchè pensiamo che chiunque vive su questa Terra ha diritto ad una vita dignitosa senza tener conto della provenienza, della religione e soprattutto del colore della pelle e ha diritto ad essere integrato e non solamente sfruttato dalle comunità locali”.
Lorenzo Zolfo
18-08-2009
Questo articolo è tratto dalla rassegna stampa dele notizie della Basilicata, curata da Rocco Zotta

Perché mai alla Sicilia (e solo alla Sicilia) va un ottavo di tutti gli incassi delle giocate al Superenalotto fatte nell’isola?

Le altre regioni del Sud per bocca di vari amministratori, dal campano Antonio Basso­lino al pugliese Nichi Vendola, dal calabrese Agazio Loiero al lucano Vito De Filippo han­no già storto il naso su troppi «aiutini» fatti avere negli ultimi mesi dal governo di destra alla sua roccaforte isolana. Perché mai alla Sicilia (e solo alla Sicilia) va un ottavo di tutti gli incassi delle giocate al Superenalotto fatte nell’isola?

Perché mai lo Stato non è altrettanto generoso con Lombardia, Toscana o Molise e neppure con le altre regioni a statuto speciale? La domanda, venata di irritazione, ha dilagato ieri on-line non appena è comparsa la notizia: l’erario lascia alla Regione il 12,25% della raccolta locale.

Un privilegio che ha consentito all’ente go­vernato da Raffaele Lombardo di incassare soltanto in queste prime settimane d’agosto 2,7 milioni di euro. Quasi quanto il governo ha distribuito in tutto il 2008 alle organizza­zioni di assistenza umanitaria con l’8 per mil­le. La notizia, a dire il vero, è l'ennesima di­mostrazione di quanto sia stato geniale, a suo tempo, il lancio sulla Settimana enigmi­stica di una fortunatissima rubrica: «Forse non tutti sanno che...». Dove da decenni si diffondono alla rinfusa le cose più curiose: «Forse non tutti sanno che... il canguro può fare salti di nove metri!», «Forse non tutti sanno che... Antonio Gramsci era alto un me­tro e mezzo». «Forse non tutti sanno che... il tennista Rafael Nadal ha vinto su terra 60 par­tite consecutive». Cose così: note agli specia­listi ma ignorate dal grande pubblico, che se le beve come ovetti freschi di giornata.

Spiegano dunque le agenzie che lo Stato incassa il 49,5% delle somme gioca­te agli sportelli Sisal di tutta l’Italia tranne al di là dello Stretto di Mes­sina dove questa sua percentuale scende a poco più del 37% dato che in base all’articolo 6 della leg­ge 599 del 1993 e del successivo de­creto 11 giugno 2009 («Misure per la regolamentazione dei flussi fi­nanziari connessi all’Enalotto») de­ve lasciare il 12,25% delle somme giocate nell’isola alla Regione. La quale incas­sa i soldi in aggiunta alla quota di diritto fis­so (0,052 euro per ogni colonna giocata) e al­l’aggio delle ricevitorie (8% della raccolta). «Una somma non di poco conto, visto che dalla Sicilia arriva il 6,8% circa della raccolta nazionale», precisa l’Agi. Visto che da genna­io ad oggi i siciliani hanno giocato oltre 143 milioni, «a Palazzo d’Orléans sono arrivati circa 15,6 milioni nel 2009, e già 2,7 milioni nel solo mese di agosto». Eppure forse non tutti sanno che l’articolo 6 di quella legge del 1993, in realtà, non riguarda solo l’Enalotto ma tutte «le riscossioni dei giochi di abilità e dei concorsi pronostici riservati allo Stato a norma dell’articolo 1 del decreto legislativo 14 aprile 1948, n. 496». Vale a dire che le pub­bliche casse girano alla Regione, stando alle norme, un ottavo di tutti gli incassi siciliani di tutti i giochi di questo genere.

C’è chi dirà che è giusto. Che si tratta di una cosa che alla Sicilia spetta perché il parla­mento isolano «è il più antico d’Europa», per­ché lo Statuto di Autonomia è nato prima del­la Costituzione italiana e magari perché la Si­cilia «avrebbe potuto diventare la 49 a stella della bandiera americana» come voleva il Partito per la Ricostruzione, che verso la fine della Seconda Guerra mondiale era arrivato ad avere oltre 40.000 iscritti dando battaglia per l’annessione della Sicilia agli Stati Uniti. Per non dire del «risarcimento» storico che sarebbe dovuto all’isola per lo sbarco di Garibaldi e dei Savoia, che qualche siciliani­sta fanatico ha ribattezzato sul web «na­zi- piemontesi».

Che la Sicilia sia economicamente nei guai è difficile da contestare. Il tasso di disoccupa­zione è doppio rispetto a quello nazionale, il 39, 3% dei giovani sotto i 24 anni non riesce a trovare lavoro, il tasso di attività (51,2%) è il più basso in Italia, le famiglie che secondo l’Istat sono ai limiti dell’indigenza sono qua­si una su tre e perfino il turismo, che secon­do prima Prodi e poi Berlusconi avrebbe do­vuto fare della Trinacria «la Florida d’Euro­pa », riusciva ad offrire nel 2007, ha scritto Maria Marchese, «appena 36,1 posti letto su 1.000 abitanti contro i 75,2 posti offerti dal­­l’Italia, e ad attrarre appena 2,9 giornate di presenze annue per abitante, contro una me­dia nazionale di 6,2». La scoperta di quella «quota superEnalotto» unica ed esclusiva, tuttavia, per quanto fosse già nota alla cer­chia ristretta degli addetti ai lavori, rischia di rilanciare una polemica che in questi mesi si è fatta via via più accesa non solo con il Nord (dove gli anti-meridionalisti hanno ora un nuovo spunto di polemica) ma con le altre regioni del Sud. Regioni che per bocca di vari amministratori, dal campano Antonio Basso­lino al pugliese Nichi Vendola, dal calabrese Agazio Loiero al lucano Vito De Filippo han­no già storto il naso su troppi «aiutini» fatti avere negli ultimi mesi dal governo di destra alla sua roccaforte isolana capace di regalarle anni fa il famoso «cappotto» di 61 parlamen­tari su 61.

Prima il regalo di 140 milioni a Catania per tamponare la catastrofe finanziaria comu­nale... Poi i 180 milioni a fondo perduto per ripianare i debiti di Palermo... Poi il via libe­ra di Roberto Calderoli alla pretesa della Re­gione («o passa la norma, o facciamo saltare il tavolo», chiarì l’allora assessore al bilan­cio) di trattenere sull’isola il gettito delle acci­se sui prodotti petroliferi, cosa che per ora è sospesa ma garantirebbe alla Sicilia nuovi in­troiti per circa 8 miliardi l’anno... Poi lo sbloc­co dei famosi 4 miliardi di fondi Fas, sblocco deciso per arginare l’offensiva sul Partito del Sud ma non concesso alle altre regioni che reclamano lo stesso trattamento... Non sarà facile, per Raffaele Lombardo, spiegare ai suoi stessi colleghi perché la sua regione deve avere questo trattamento «spe­ciale ».

Trivelle in mare, parte la protesta

Un impianto di trivellamento nel mar Jonio. A 70 metri metri dalla battigia. Per l’estrazione del petrolio. Un progetto, in dirittura d’arrivo, che vede la ferma opposizione dei comitati, ambientalisti e enti locali del Metapontino, in Lucania.
Il «mostro», infatti, dovrebbe sorgere nel golfo di Taranto con le proteste che interessano entrambe le sponde regionali: sia la Puglia che (soprattutto) la Basilicata. Le multinazionali che hanno ottenuto le concessioni per il trivellamento dei fondali marini sono l’Eni (per la parte pugliese) e la Consul Service (per il tratto lucano). A quest’ultima nello scorso autunno succede l’Apennine Energy srl. E’ qui che le associazioni scoprono il piano e iniziano la loro battaglia. Subito dopo si accodano alcuni consigli comunali del Metapontino, le amministrazioni locali votano delibere contrarie al trivellamento del mare. Per vari motivi. «La distruzione del paesaggio oltre alle albe joniche raderà al suolo, tutta l’economia turistica, posti di lavoro e gli investimenti turistici nella zona», afferma Felice Santarcangelo, del comitato No-Scorie Trisaia, ricordando come il disegno delle multinazionali potrebbe portare a pericolosi fenomeni di «subsidenza» (abbassamento del suolo a seguito delle estrazioni di gas fino ad oltre 5 metri che possono generare allagamenti). Motivo per cui il presidente del Veneto, il pidiellino Giancarlo Galan (sotto la spinta della Lega) ha vietato progetti simili nel golfo di Venezia.
«Aumenterebbe l’erosione delle coste mettendo in crisi le spiagge, i campi agricoli e i villaggi turistici per tutto il lido lucano - continua Santarcangelo - Oltre a perdere le nostre attività economiche ci ritroveremo un territorio inquinato senza risorse necessarie per sostenere tutti i servizi di cui la regione ha bisogno per le misure federaliste messe in atto dallo stesso governo». Lo stesso che, con l’ultimo disegno di legge «Energia» voluto dal ministro Scajola, espropria le regioni dalla Via (valutazione di impatto ambientale) sulle trivellazioni. Scavalcando quindi i pareri dei governatori di Puglia (Niki Vendola) e Basilicata (Vito De Filippo). Non intenzionati, al momento, a dare il loro consenso al progetto.
I comitati locali non tralasciano nemmeno l’impatto distruttivo dell’estrazione petrolifera nei confronti degli ecosistemi, dei fondali marini, della flora e della fauna: «Nei fondali nello Jonio esistono ancora vulcani attivi - denunciano ancora - E il terreno è geologicamente giovane». Non hanno intenzione di accettare un altro «scempio» nella propria zona. Soprattutto dopo l’arrivo delle scorie nucleari (battaglia poi vinta nel 2003 dal movimento no-nuke di Scanzano), e l’emergenza rifiuti con discariche malfunzionanti (con tanto di infiltrazione della mafia nella gestione delle ecoballe). Il territorio è già saturo.

ADDIO A FERNANDA PIVANO, A MILANO LA CAMERA ARDENTE


Aperta la camera ardente per Fernanda Pivano, allestita presso la casa di cura Don Leone Porta di Milano, dove la scrittrice è morta due giorni fa. All'entrata, sono stati collocati un gonfalone del Comune di Milano, in segno di omaggio da parte della città, e un registro dove già stamani sono stati lasciati dei messaggi di


affetto e ricordo di ammiratori e amici, tra cui l'architetto Arnaldo Pomodoro. Sul corpo della scrittrice è stata adagiata la traduzione da lei curata dell'Antologia di Spoon River. La camera ardente resterà aperta fino a stasera. Per espressa volontà degli amici non sono state autorizzate riprese e fotografie all'interno.

Fernanda Pivano è stata giornalista, scrittrice, traduttrice e critica musicale al tempo stesso: un'attività poliedrica che l'ha portata ad essere testimone di avvenimenti e personaggi letterari profondamente radicati nella cultura del secolo passato. Era nata a Genova il 18 luglio 1917 ed aveva quindi 92 anni appena compiuti. La Pivano è stata una figura di rilievo nella scena culturale italiana, protagonista e testimone dei più interessanti fermenti letterari del secondo novecento, amica, ambasciatrice e complice di autori leggendari, a lei si deve la pubblicazione e la diffusione in Italia degli autori della cosiddetta Beat Generation.

Da Genova si trasferì adolescente con la famiglia a Torino dove frequentò il liceo classico Massimo D'Azeglio. Nel 1941 si laurea in lettere con una tesi in letteratura americana sul capolavoro di Herman Melville, Moby Dick, che viene premiata dal Centro di Studi Americani di Roma. Nella sua lunga attività la Pivano Nel 1943 pubblica per Einaudi la sua prima traduzione, parziale, della Spoon River Anthology di Edgar Lee Masters, lavoro che segna l'inizio della carriera letteraria sotto la guida di Cesare Pavese, già suo professore al liceo. Nello stesso anno si laurea in filosofia con Nicola Abbagnano, di cui sarà assistente per diversi anni. Nel 1948 a Cortina Fernanda Pivano incontra Ernest Hemingway con il quale instaura un intenso rapporto professionale e di amicizia. L'anno successivo la Mondadori pubblica la sua traduzione di 'Addio alle armi'. Negli anni seguenti curerà la traduzione dell'intera opera di Hemingway, intensificando l'amicizia con lo scrittore americano, del quale sarà più volte ospite in Italia, a Cuba e negli Usa. Dal 1949 al '54 cura per la Mondadori la traduzione dei principali libri di Francis Scott Fitzgerald: ''Tenera è la notte" (dapprima pubblicata da Einaudi), "Il grande Gatsby", "Di qua dal paradiso" e "Belli e dannati". Nel 1956 compie il primo viaggio negli Stati Uniti, che sarà seguito da numerosi altri in America e in vari Paesi (India, Nuova Guinea, Mari del Sud, diversi Paesi orientali e africani). Nel 1959 appare la sua prefazione a "Sulla strada" di Jack Kerouac, per la Mondadori. Nel 1964 scrive l'introduzione a Poesie degli ultimi americani Feltrinelli e nello stesso anno si dedica alla traduzione e cura di Jukebox all'idrogeno di Allen Ginsberg - Mondadori. Nel 1972 cura l'introduzione alla prima raccolta di testi e traduzioni italiane di Bob Dylan "Blues ballate e canzoni" - Newton Compton. Nel 1985 pubblica la biografia di Hemingway, Milano, Rusconi, 1985, che riceve il Premio Comisso nello stesso anno. Nel 1995 pubblica "Amici scrittori" - Mondadori, Raccolta di saggi Nel 2000 pubblica "I miei quadrifogli" - Frassinelli Nel 2002 pubblica uno scritto su Fabrizio De André all'interno del volume "De André il corsaro" assieme a Michele Serra e a Cesare G. Romana. Nel 2005 è la volta di "I miei amici cantautori" - Mondadori, raccolta di saggi e interviste sui poeti della canzone d'autore e del rock, a cura di Sergio Sacchi e Stefano Senardi e "Pagine Americane" - Frassinelli, raccolta di scritti su narrativa e poesia dal 1943 al 2005. Nel 2006 pubblica "Spoon River, ciao" con fotografie di William Willinghton scattate nei luoghi dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters in Illinois - Dreams Creek e "Ho fatto una pace separata", - Dreams Creek. L'anno scorso ha pubblicato "Diari (1917.1973)" a cura di Enrico Rotelli con Mariarosa Bricchi e contributi di Erica Jong, Bret Easton Ellis, Jay McInerney, Gary Fisketjon - Bompiani e "Complice la musica" .


Nardò, caos nel PD: richiesta di commissariamento del circolo locale

Nel caos politico neretino, si aggiunge l’ammutinamento del direttivo del Pd locale, in cui ben otto membri hanno ravvisato ed espresso la propria estraneità rispetto alle scelte e alle posizioni del partito, assunte nella crisi della giunta Vaglio. Il direttivo, infatti, non sarebbe stato convocato e chiunque ha espresso una posizione nella vicenda, lo avrebbe fatto solo a titolo personale, scavalcando la segreteria. Patata bollente doppia, dunque, quella che passa nelle mani del segretario provinciale, Salvatore Capone, che potrebbe anche commissariare il coordinamento cittadino.
DI SEGUITO LA LETTERA

A chi ci chiede, sapendo che siamo nell’organismo direttivo del PD, quale sia stata la posizione ufficiale del nostro partito nella recente crisi amministrativa rispondiamo, tra l’incredulità dell’interlocutore: non lo sappiamo!
E in effetti non sappiamo nulla che ognuno di noi non abbia appreso dalla stampa né riusciamo a capire, come tantissimi altri cittadini, le ragioni “politiche” di quanto avvenuto. La posizione ufficiale del Pd di Nardò non c’è perché l’organismo deputato a formularla non è stato mai convocato.
Chi parla lo fa a titolo personale e anche la segreteria cittadina non rappresenta più nessuno. Nella disastrosa conclusione della crisi amministrativa il PD ha sicuramente la grave responsabilità di non aver parlato con una voce unitaria e trasparente, al sindaco e alla cittadinanza. Per parlare pubblicamente bisogna avere qualcosa da dire, senza provarne imbarazzo.
Gli spostamenti di “pedine” e i rimpasti si suggeriscono, invece, bisbigliando nelle orecchie. Abbiamo ripetutamente chiesto al Presidente e alla Segretaria la convocazione del coordinamento cittadino, ricevendo risposte sconfessate dai fatti, talvolta nessuna. Lo stesso trattamento è stato riservato ai Giovani Democratici che hanno chiesto di discutere una loro proposta. Conserviamo tutto il carteggio e possiamo provare facilmente quanto affermato. Tutto ciò non accade per la prima volta. Durante la crisi amministrativa dell’anno scorso, i “capi locali” del partito hanno evitato di convocare il direttivo durante la crisi, limitandosi a chiamarlo per ratificare decisioni già prese.
Eppure, per evitare il ripetersi di una simile assurda situazione, abbiamo approvato un regolamento interno al circolo che prevede che

(il coordinamento) nomina, su proposta del segretario, le delegazioni per le trattative con le altre forze politiche di maggioranza e opposizione e con il sindaco, fissando i termini del mandato.
Le delegazioni sono composte, di norma, dal segretario, dal capogruppo consiliare, da un consigliere nominato dal gruppo consiliare stesso e da un membro espresso dal coordinamento.
Chi disattende le proprie regole delegittima il ruolo che ricopre. Non siamo sorpresi dal comportamento di chi “capeggia” il PD locale. I due gruppi che si contendono il potere litigano decimando la segreteria, presentano liste elettorali separate (con l’unico risultato di frazionare gli stessi voti e non far eleggere nessuno) ma evidentemente né a l’uno né a l’altro conviene riportare la discussione dove si rischierebbe di dover rispondere a domande scomode. Adesso è momento dello scontro aperto, scontro privato, che è rimasto nel silenzio finché la parte soccombente non ha capito di essere tale. A tutto si è pensato fuorché convocare il proprio direttivo.
Visto il comportamento di Presidente e Segretaria, avevamo rivolto un appello ai componenti il coordinamento, per chiedere di convocarci e discutere le ragioni (per noi incomprensibili) della crisi e la linea politica da tenere. Siamo più di 40 ma abbiamo ricevuto due risposte, una sola di appoggio alla proposta. Solo un forte intervento della Segreteria Provinciale, peraltro messa al corrente da noi stessi in tempi non sospetti della situazione di intollerabile degrado del Pd neritino, può riportare il circolo di Nardò al suo normale funzionamento.
Commissariare il circolo può essere solo un bene per la sua democrazia interna. In questo momento ci è permesso solo comunicare a mezzo stampa e non abbiamo modo di far sentire la nostra voce all’interno del partito. A chi ci chiede, giustamente, che ci stiamo a fare possiamo solo rispondere che riponiamo l’ultima speranza nel congresso del prossimo autunno e nel rinnovamento della classe dirigente locale del PD. Le illustri defenestrazioni regionali possono dare anche una mano. Se questo non avverrà non ci resterà che restituire la tessera.

Giorgio Metafune, Rina Calignano, Genoveffa Giuri, Rocco Luci, Grazia D’Adamo, Cosimo Sasso, Giuliana Schirosi, Rino Giuri

Baghdad sotto attacco, è strage

Almeno 95 morti e 550 feriti

Alla vigilia delle elezioni in Afghanistan, il terrorismo a Baghdad 'ruba la scena' a quello di Kabul. E lo fa con in grande stile: almeno 95 morti e oltre 550 feriti, con due camion bomba, lo stesso micidiale strumento di morte utilizzato nell'attentato alla sede delle Nazioni Unite che esattamente sei anni fa causo' la morte di 22 persone, tra cui l'inviatopeciale dell'Onu Sergio Vieria de Mello. Difficile dire se l'anniversario e l'appuntamento elettorale afghano siano una semplice coincidenza, ma di certo si tratta della peggiore strage in Iraq da diversi mesi, che solleva nuovi, ulteriori dubbi sulla capacita' delle autorita' irachene di gestire la sicurezza dopo il ritiro delle forze Usa dai centri abitati, lo scorso giugno.

Obiettivo degli attentati di oggi sono stati due ministeri, quello delle finanze e quello degli esteri, nel cuore della capitale irachena. Una dimostrazione che, oltre ad avere ancore una imponente capacita' di fuoco, i terroristi sono in grado di colpire ovunque, comprese le zone piu' "blindate" di Baghdad. Nel primo caso, l'esplosione, poco dopo le 10.45, e' stata cosi' potente da provocare il crollo di un tratto di decine di metri del viadotto che costeggia l'edificio. Il bilancio delle vittime e' stato piu' volte aggiornato, verso l'alto, ed e' ancora incerto. Molte di esse erano a bordo di auto cadute nel vuoto, mentre altre erano all'interno del ministero, pesantemente devastato dall'onda d'urto.

Quasi allo stesso tempo, e' esploso il camion davanti al ministero degli esteri, nei pressi della superfortificata zona Verde, dove hanno sede il parlamento e il governo iracheni, nonche' numerose ambasciate di Paesi occidentali. Il risultato e' stato tremendo: la facciata e gran parte dell'interno dell' edificio sono stati investiti in pieno. Anche qui il bilancio, ancora piu' grave, e' difficile da stilare. Di certo, il numero dei morti si conta a decine e quello dei feriti a centinaia. E sono la maggior parte del totale dei due attentati, che le autorita' irachene hanno fissato a 95 morti e 550 feriti. A poca distanza c'e' anche l'hotel Rashid, che abitualmente ospita funzionari goverantivi, giornalisti e uomini d'affari stranieri, e che, come numerosi altri edifici vicini, e' stato notevolmente dannegiato.

E non e' tutto, perche' in un breve arco di tempo, esplosioni sono state registrate anche in altre quattro zone della citta'. Secondo fonti di stampa, un'autobomba e' esplosa nel quartiere Baija, e altri ordigni o colpi di mortaio in altre aree. Un funzionario del ministero degli interni, generale Jihad al Jaberi, ha pero' ridimensionato tali informazioni, affermando che si e' trattato di esplosioni causate da "residuati bellici" che erano sui camion-bomba e che sono stati proiettati lontano quando questi sono esplosi, e che sono poi a loro volta deflagrati. In un comunicato, il portavoce del comando delle operazioni di sicurezza a Baghdad, generale Qassim Atta, ha attribuito la responsabilita' degli attacchi "all'alleanza" tra al Qaida e nostalgici del partito Baath, del regime di Saddam Hussein. Atta ha inoltre riferito dell'arresto di due persone, "terroristi emiri di al Qaida", che erano su un'autobomba che intendevano far esplodere nel quartiere al Mansour.

Un altro camion bomba nella zona del ministero degli esteri, ha aggiunto, e' stato disinnescato dalle forze di sicurezza. Dall'inizio dell'anno, in Iraq c'e' stata una notevole recrudescenza del terrore. Era previsto, secondo quanto ha affermato il premier, Nuri al Maliki, che peraltro si aspetta una ulteriore impennata degli attacchi anche in vista delle cruciali elezioni parlamentari di gennaio.

PUGLIA: A ELEZIONI REGIONALI 2010 PARTECIPERA' LISTA EMILIANO

Scontato il sostegno a Nichi Vendola

(Adnkronos) - La lista Emiliano chiedera' al sindaco del capoluogo di regione ''di essere uno dei garanti del prossimo Presidente della Regione. Perche' quest'ultimo si impegni a costruire un programma che rappresenti davvero la sintesi delle esigenze dei pugliesi e non un semplice elenco dei dettami di leader nazionali, spesso distanti, non solo geograficamente, dalla realta' della nostra terra Ma il momento del programma e delle elezioni - sottolinea il comunicato - sara' solo il primo passo. Il nostro movimento, questa volta, insieme a tutti quelli che vorranno collegarsi con noi, stabilira' con il prossimo Presidente della Regione una relazione politica stabile e duratura. Con la legittima autorevolezza che ci verra' dal consenso popolare, diremo la nostra sulle scelte di governo dei prossimi cinque anni. E proporremo un programma ambizioso e articolato. Partendo da due sfide sulle quali, possiamo anticiparlo, non saremo disposti a mediazioni o compromessi di alcun genere''.

'Fuori la politica dalla sanita' e dagli appalti' e 'Un piano del lavoro regionale che risolva il dramma della disoccupazione': questi in sintesi i due punti essenziali del programma. Il primo e' di grande attualita' dopo gli scandali della sanita' regionale.
''Vogliamo che nessun primario, nessun direttore generale, nessun direttore sanitario, nessun ausiliario di reparto, nessuna azienda di pulizie o di somministrazione pasti, nessun fornitore di protesi o di materiale chirurgico - scrive il fratello del sindaco - debba raccomandarsi a un partito o a suoi esponenti per ottenere il posto o il contratto. Vogliamo che la prima legge della prossima legislatura vieti a tutti coloro che hanno relazioni economiche con la Regione Puglia o con le sue aziende di finanziare i partiti o le liste civiche, anche solo per singole iniziative culturali e di beneficenza, pena l'impossibilita' di partecipare alle gare. Non serve solo la galera''.

''Serve il divieto perpetuo di contrattare con la Regione Puglia - sottolinea la nota - per tutti coloro che sostengono i costi della politica anche se in modo legittimo e trasparente secondo le leggi nazionali. Tutte le aziende collegate a partiti o a loro esponenti non potranno ottenere, neanche in sub appalto, gare pubbliche. Vogliamo inserire tra le cause di rescissione dei contratti dei direttori generali, direttori sanitari, e direttori amministrativi delle Asl l'intervenuta indicazione da parte di consiglieri regionali o esponenti di partiti politici o di partiti politici stessi. Vogliamo, cioe', applicare il divieto esplicito di segnalazione''.

Per quanto riguarda la disoccupazione, la lista Emiliano per la Puglia si augura ''una risposta enormemente piu' efficace rispetto ai palliativi di un governo sempre piu' leghista. Pensiamo a un piano del lavoro regionale che metta in pratica i dettami dell'enciclica Caritas in Veritate, che rappresenta una delle analisi piu' lucide e avanzate sulla risposta possibile alla globalizzazione dell'economia''. Il simbolo, si annuncia, sara' presente ''in tutte le province e, se necessario, anche in tutti i comuni in cui si votera'. Le porte saranno aperte, se ne ricorreranno le condizioni, a candidati delle associazioni e delle tante liste civiche presenti nel nostro territorio, senza distinzione alcuna, purche' condividano lo spirito e il programma alla base della nostra sfida''.