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domenica 17 gennaio 2010

Pd, primo strappo: l'area Franceschini non vota

L´onorevole Cinzia Capano è categorica: parlare di candidatura all´unanimità è un trucco; spero che vinca Vendola.


Le primarie ricompattano il Pd, ma soltanto per poco. L´assemblea che dà il via libera alla candidatura di Francesco Boccia, che domenica sfiderà Nichi Vendola, si chiude con uno strappo. Il rifiuto di "Area democratica", il gruppo che si rifà a Dario Franceschini, di votare per l´investitura di Francesco Boccia, scegliendo l´abbandono dell´aula, apre di fatto una breccia nel muro eretto dal Pd intorno al proprio candidato alle primarie.

«C´è stata una forzatura rispetto all´accordo e alla mediazione raggiunti nell´incontro con Massimo D´Alema», attacca l´onorevole Gero Grassi, che comunque fa sapere che «difficilmente mi vedrete salire sul palco insieme con Vendola». L´onorevole Cinzia Capano è categorica. «L´accordo raggiunto l´altra sera con D´Alema e Boccia - osserva - prevedeva che non ci sarebbe stata alcuna votazione. Hanno compiuto una violazione statutaria. Parlare di candidatura all´unanimità è un trucco, ma soprattutto libera noi di "Area democratica" da un patto. Il candidato del Pd alla presidenza della Regione sarà colui che vincerà le primarie. Io farò in modo che sia Nichi Vendola».

La posizione della parlamentare non è isolata. Nel Pd esiste un ampio schieramento vendoliano. Per il momento, però, prevale la soddisfazione per la ritrovata unità. Almeno intorno alle primarie. Lo spettro di una conta che con tutta probabilità avrebbe ridotto a brandelli il Pd pugliese è stato allontanato. La fatica della politica, come ama ripetere il segretario regionale Sergio Blasi, ha prodotto il risultato sperato.

«Più che un accordo, le primarie sono un fatto naturale per il Pd: è quello su cui ho sempre lavorato - afferma soddisfatto Blasi - Questa è una soluzione che unisce». Il risultato dell´assemblea convince anche Nicola Latorre. «Il Pd - dice - all´unanimità oggi ha proposto la possibilità di avere un´ampia coalizione di centrosinistra che vada da Vendola all´Idv, fino all´Udc. E proprio per sostenere e concretizzare questa possibilità, il Pd ha messo in campo Francesco Boccia. Ora si va alle primarie e il quadro si semplifica: se vince il candidato del Pd, potremo avere una coalizione allargata e con ragionevoli possibilità di vittoria; se invece le primarie le vincerà Vendola, avremo una coalizione più piccola e meno competitiva. Mi auguro che Vendola lo comprenda e possa contribuire con un suo passo indietro, a far fare a tutti due passi in avanti».


Il passaggio delle primarie convince anche Michele Emiliano, che nella serata di venerdì ha incontrato Nichi Vendola nella sede di Sinistra ecologia e libertà, in via De Rossi. «Sono molto soddisfatto. Siamo in una fase in cui la democrazia ha dimostrato la sua potenza e la sua esistenza», fa sapere il sindaco di Bari e presidente regionale del Pd. «Con la decisione di oggi, il Pd pugliese rinasce», esulta l´onorevole Alberto Losacco. Francesco Boccia sa però che il difficile comincia adesso. Per questo nel suo intervento in assemblea ha ricordato che «io e Nichi Vendola lavoriamo per un solo obiettivo: sconfiggere il centrodestra e continuare a dare alla Puglia una storia nuova».

Il candidato del Pd alla primarie ha anche invitato tutto il partito, veltroniani compresi, a sostenerlo. L´appello è già caduto nel vuoto. «Siamo allo scontro finale di D´Alema contro Vendola - taglia corto Guglielmo Minervini - Questo è il senso della conclusione rocambolesca dell´assemblea. È un errore personalizzare lo scontro: adesso se Boccia perde, perde anche il Pd. Ci avviamo purtroppo a elezioni primarie militarizzate. D´Alema è apparso poco lucido e molto rancoroso: nel suo discorso la componente di giudizio personale ha prevalso sull´analisi politica».


bari.repubblica.it

Haiti se non siete abbonati eccovi il formicaio delle ombre disperate

di Doriana Goracci
Grazie grazie a Eddyburg posso e potete leggere Nelle bidonville nessuno scava
Un formicaio di ombre disperate di Federico Mastrogiovanni e grazie grazie al Fatto e al Manifesto se Federico Mastrogiovanni può scriverne, da Haiti. Entrambi i quotidiani vivono con la vendita e gli abbonamenti, e come si sa, per restare indipendenti. Edicola chiusa e non abbonata e l’aiuto di un amico, hanno fatto il resto che invio.Federico Mastrogiovanni ci chiedeva di leggerlo, lo so che in tanti ne stanno scrivendo ma Federico è lo stesso di RadicalShock,il suo blog diario dalla periferia dell’impero, fermo all’8 gennaio. Un po’ uno di noi, un po’ come un nostro figlio, un cattivo ragazzo in giro…sta a voi giudicare e leggere quanto scritto da Port-au-Prince, con dolore senza confine.Adieu Haiti “Je sais que la Terre est plate”

Doriana Goracci


Nelle bidonville nessuno scava
Un formicaio di ombre disperate
Port-au-Prince è un cumulo di macerie e di corpi. La puzza di morte si appiccica addosso. Per le strade, all’improvviso compaiono decine di accampamenti improvvisati, delimitati da pietre e pezzi di calcinaccio: la gente che ha perso la casa e non sa dove andare si sistema in mezzo alle carreggiate, anche per paura di nuovi crolli, dovuti al peso degli edifici, a scosse di assestamento o conseguenza del sisma di martedì scorso, il più forte degli ultimi 200 anni.
Passando da Rue Dalmas, una delle arterie della capitale haitiana maggiormente colpite dal sisma, si stagliano le gru al lavoro tra le macerie della prigione. Qui sotto sono sepolti molti detenuti e guardiani, ma molti altri prigionieri sono riusciti a salvarsi e a scappare. Secondo testimoni e agenzie stampa, il violento incendio divampato al palazzo di Giustizia sarebbe opera di questi fuggitivi, intenzionati a distruggere i loro fascicoli. La fuga ha generato una violenta caccia all’uomo da parte delle forze dell’ordine e della Minustah, la missione Onu che dal 2004 ha il compito di stabilizzare il paese dopo la cacciata di Aristide.
Ma le ricerche sono concentrate soltanto in alcuni punti della città, come l’hotel Montana, in centro, mentre nella gran parte di Port-au-Prince, soprattutto nelle bidonville, nessuno scava. Non si è nemmeno iniziato, perché non ci sono mezzi per farlo.
Si aprono fosse comuni per raccogliere le decine, forse centinaia di migliaia di morti senza un volto né un nome, semplicemente spazzati via da un terremoto che non ha scalfito le case dei ricchi, costruite con criterio e materiali resistenti.
«Questo disastro non sarebbe successo se queste case fossero state costruite seguendo le elementari norme antisismiche», sostiene Fiammetta Cappellini, capo missione ad Haiti della Ong Avsi. «Dopo tre giorni stiamo ancora contando i morti e i dispersi, ma non si riesce a calcolare con precisione. Sono troppi».
Nel centro città, in Rue Nasone, i morti sono accatastati sulla strada, coperti, nel migliore dei casi, da striminziti lenzuoli, ma vengono anche trasportati a braccia, dai parenti, su carretti trainati da animali. I più fortunati, hanno una bara.
Port-au-Prince è un formicaio di gente che vaga per le strade cercando superstiti, trasportando feriti, oppure sotto shock, assediando i pochi ospedali che danno soccorso e le tendopoli allestite alla meglio da volontari e istituzioni delle Nazioni unite.
«Il problema vero qui è che tutti questi cooperanti e le forze internazionali non hanno un buon coordinamento», sostiene Philippe, cooperante francese aspettando una riunione nel centro logistico delle Nazioni unite allestito all’aeroporto. «La funzione di coordinamento la dovrebbe svolgere la Ocha, l’agenzia Onu che si occupa di gestire tutte le forze sul campo in casi di emergenza umanitaria, ma finora non sembra che siano stati in grado di coordinarsi in modo efficace. Poi le comunicazioni sono precarie. Fino a due giorni fa nemmeno gli integranti della Minustah erano in grado di comunicare adeguatamente tra loro».
Gli aiuti arrivano, ma ancora non si è iniziato a distribuirli sistematicamente alla popolazione.
Di fronte al centro logistico di Medici senza frontiere Belgio, nel «ricco» quartiere di Petionville, si ammassano feriti bisognosi di cure. «Qui ci occupiamo dei casi meno gravi – racconta Nadine, una giovane infermiera haitiana – abbiamo comunque poche risorse e poco posto». E infatti i corpi si ammucchiano negli spazi comuni, uno sull’altro in discesa sulle rampe dei garage, buttati su teloni, cartoni, lenzuoli.
Le ossa vengono aggiustate con steccature di cartone e garza, si fa come si può.
Uno scenario dantesco in cui, col passare dei giorni, la mancanza di cibo, acqua e carburante si fa sempre più drammatica. Le poche pompe di benzina disponibili sono presidiate dai caschi blu nel caos di traffico e gente, per impedire disordini e sommosse.
Nel quartiere di Cité du Soleil, uno dei più poveri della città, si fa la fila per fare rifornimento di acqua da alcuni pozzi. Ma l’acqua non è potabile. È acqua di scolo di una città che non ha un sistema fognario, le cui strade sono una fogna a cielo aperto che si pulisce quando piove, portando tutto a valle.
Cala il buio su Port-au-Prince, la città del buio, dove la corrente – se va bene – c’è per 4 o 6 ore al giorno, in tempi di normalità.
Un predicatore col megafono gira per le strade del centro, seguito da un gruppetto di persone. «La fine del mondo è vicina, preparatevi a ricevere la fine del mondo. Non si sa quando arriverà ma sarà molto presto».
Col buio, l’atmosfera diventa più irreale. Ombre ammucchiate, sdraiate, vaganti. Qualcuno balla, canta e prega davanti a ciò che rimane della sua casa disintegrata, affinché Dio lo aiuti a superare un nuovo giorno all’inferno.

Federico Mastrogiovanni


Lotta per la sopravvivenza all’università

Chang Yafang nata a Taiwan nel 1973. Vive in Italia dal 1998 e insegna cinese all’università di Urbino.

Confesso che dopo sette anni di lavoro nell’università italiana, con tutta la buona volontà non sono ancora riuscita a integrarmi del tutto. Vittima di razzismo? Diffidenza dei colleghi? Diffidenza mia verso gli italiani? Niente di tutto questo.

Lavoro benissimo con i miei colleghi e ho costruito ottimi rapporti con i miei studenti. Quello che proprio non riesco ad accettare ha a che vedere con la politica culturale italiana. Negli ultimi sette anni le risorse per sostenere il normale insegnamento di una lingua – non sto parlando quindi di corsi aggiornati o particolarmente innovativi – sono diminuite costantemente.

All’inizio ci raccomandavano di limitare il numero di fotocopie e l’uso di gessetti e pennarelli. Poi, l’amministrazione ha bloccato l’accesso libero alla fotocopiatrice e ci ha dato una scheda con cui potevamo fare un numero limitato di fotocopie. Per averne una nuova dovevamo fare una richiesta corredata da data e firma.

Tagli e schizofrenia
Sono lettrice di cinese e faccio molti esercizi in laboratorio. Visto il boom di studenti degli ultimi anni, mi capitava di finire una scheda nel giro di una mattinata. E, quando andavo a chiederne una nuova, mi facevano pesare il mio consumismo suggerendomi velatamente di cambiare la mia didattica. Ho consultato i miei colleghi per trovare una soluzione.

Alcuni, però, mi hanno dato dell’ingenua, dicendo che loro avevano smesso di fare certi tipi di esercizi ormai da tempo, dal momento che nessuno riconosceva il loro sudato lavoro. Altri, invece, erano troppo impegnati a salvare le loro materie minacciate dai tagli per pensare alle fotocopie o alla didattica.

Quest’anno ci sono stati nuovi tagli e le cose vanno sempre peggio: la ricarica della scheda è a pagamento. Questo mi manda quasi fuori di testa: dovrei pagare per fare meglio il mio lavoro? Per un secondo ho desiderato che il numero dei miei studenti diminuisse drasticamente, ma mi sono subito sentita profondamente in colpa. È come se il sistema universitario italiano ti spingesse alla schizofrenia. Ma molti miei colleghi sembrano non farci più caso, e devo guardare all’estero per trovare un briciolo di normalità.

Docenti senza frontiere
Mia sorella insegna in un’università statunitense ed è contrattista come me, ma ha un ufficio e un computer tutti per lei. Non poteva credere ai miei racconti e si è offerta di spedirmi con un corriere espresso delle schede per fotocopie e della carta.

Per non parlare dei miei amici che insegnano nelle scuole di Taiwan. Secondo un rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico del 2007, la Finlandia era al primo posto nel mondo per le competenze di lettura e le conoscenze scientifiche e matematiche dei suoi studenti. Taiwan, invece, era al terzo posto. Le autorità dell’isola hanno deciso allora di rendere obbligatori gli scambi tra insegnanti taiwanesi e finlandesi, in modo da rinnovare i manuali di studio e la didattica. I miei colleghi taiwanesi, che considerano la didattica una cosa quasi sacra, vorrebbero fare una colletta per comprarmi una fotocopiatrice.

Un’altra mia amica invece vorrebbe fondare una nuova nobile associazione internazionale di cui, secondo lei, io faccio già parte: docenti senza frontiere. Un amico americano mi ha suggerito di scrivere un best seller per attirare l’attenzione sul mio lavoro. Ma, se dovessi avere successo, il numero di iscritti ai corsi potrebbe aumentare e sarebbe come scavarmi la fossa con le mie stesse mani. Un taglio dopo l’altro, quello che si riduce in brandelli è la nostra etica professionale. Capite allora quant’è difficile integrarsi per una straniera come me? Chang Yafang

da Internazionale

Cancellata piazza 25 aprile. Accade a Pecorara, nella provincia di Piacenza


di Anpi*

A Pecorara, comune della provincia di Piacenza, luogo simbolo della Resistenza al nazifascismo, il sindaco Franco Albertini ha cancellato Piazza 25 aprile. Un affronto a quanti hanno sacrificato la loro vita per la libertà, alla Costituzione della Repubblica, nata dalla Resistenza, all’Italia tutta, che su queste radici ha costruito la democrazia. Un affronto che non ha assunto il dovuto rilievo nazionale, fatto che denunciamo con forza: è in corso un attacco senza precedenti ai valori e ai principi che fondano la nostra convivenza civile, la nostra Repubblica. Chiudere gli occhi è irresponsabile.
L’Anpi, Associazione nazionale partigiani d’Italia, nel richiamare tutti i democratici ad associarsi alla sua denuncia e a mobilitarsi con opportune iniziative, chiede l’immediata revoca di questo vergognoso provvedimento.

* Anpi - Comitato Nazionale
Anpi - Comitato Provinciale di Piacenza

“Raccogliamo e facciamo nostro l’appello dell’Anpi e chiediamo a tutti i media nazionali di illuminare a giorno questa vicenda che non può essere derubricata a fatterello marginale perché questo è un episodio non isolato ma corrisponde purtroppo allo spirito dei tempi, alla volontà di spiantare il ricordo del 25 aprile e dileggiare la resistenza e l’unità antifascista che sono valori fondanti della nostra Costituzione”. Lo affermano Giuseppe Giulietti e Federico Orlando, portavoce e presidente di Articolo21. “Chiediamo ai media di raccontare questa vicenda e di non cancellarla e siamo sicuri che il ministro degli Interni vorrà vigilare e fare tutti i passi affinché questo scempio non si compi. Articolo 21 ha deciso di invitare all’assemblea nazionale di Acquasparta che si terrà il 22-23-24 gennaio i rappresentanti dell’Anpi per concordare opportune iniziative”.

sabato 16 gennaio 2010

NARDO' - RISCOPRENDO I CAFONI - OGGI NELLA LIBRERIA "I VOLATORI"

Si parlerà della storica occupazione delle Terre di Arneo da parte dei lavoratori agricoli salentini sabato 16 gennaio nella saletta verde della libreria I Volatori di Nardò. Il protagonista dell'incontro, che avrà inizio alle 19:00 , sarà Luigi Del Prete, regista del film-documentario "L'Arneide - lo stato fa la guerra ai contadini", che dialogherà con la professoressa Genoveffa Giuri. Nel corso della serata sarà proiettato il filmato che racconta le vicende risalenti all'inizio degli anni '50.

"L'Arneide - si legge sulla copertina del dvd -, che deve il suo titolo ad un articolo di Vittorio Bodini, è il racconto della straordinaria stagione di lotte dei contadini poveri e dei braccianti del salento del secondo dopoguerra. Tra il 1949-1950 ed il 1950-1951 migliaia di contadini si mossero per occupare le terre del comprensorio dell'Arneo, un vasto latifondo allora incolto situato tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Quel periodo segnò la resa dei conti tra la modernità ed il feudalesimo in tutto il Mezzogiorno d'Italia.
Moriva definitivamente una cultura ormai superata, fortemente impregnata di feudalesimo, e si apriva la contemporaneità in termini di nuovi diritti e di una nuova idea di società".
L'ingresso è libero per informazioni, libreria i volatori, Piazza delle Erbe Nardò (LE) tel. 0833.567062

I VOLATORI NARDO’

Morire nel deserto

Un filmato documenta la tragica fine degli immigrati espulsi dalla Libia. Così come prevede l'accordo siglato tra Berlusconi e Gheddafi

di Fabrizio Gatti
Le mani nere sollevate ad afferrare l'aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima la smorfia dell'ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a Lampedusa. Bloccati in Libia dall'accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo avamposto dell'esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un breve video che 'L'espresso' è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal Niger. Un'operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.

Il video è stato girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi, avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16 marzo 2009 alle 12.31. L'ora centrale della giornata è confermata dall'assenza di ombre nelle immagini. L'uomo che filma è accompagnato da una pattuglia militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse speravano di avvistare da quell'altura un convoglio di passaggio e chiedere aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con il sole e le stelle. In quei giorni migliaia di emigranti dell'Africa subsahariana salgono in Libia da Agadez, l'ultima città del Niger, ancora isolata dal mondo per la guerra civile tra l'esercito e una fazione di tuareg. Dalla fine del 2008 si contano almeno 10 mila emigranti in partenza ogni mese, dopo una lunga interruzione del traffico di clandestini. I passatori del Sahara riaprono gli affari sfruttando la ribellione tuareg, sostenuta dalla Francia per ottenere lo sfruttamento del secondo giacimento al mondo di uranio, a Imouraren, vicino ad Agadez. Il 2 marzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è invece in Libia per siglare l'ennesimo accordo con il colonnello Muhammar Gheddafi. È la visita in cui Berlusconi porge le scuse per l'occupazione coloniale. Quella in cui i governi di Roma e Tripoli mettono le basi per la collaborazione nei pattugliamenti sottocosta, contro le partenze per Lampedusa. Nel 2008 il regime di Gheddafi aveva lasciato salpare verso l'Italia più di 30 mila immigrati, un record che ha richiamato in Libia migliaia di persone fino a quel momento bloccate ad Agadez.

Nell'incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.

La notizia del filmato arriva a 'L'espresso' nella primavera 2009 durante la preparazione del documentario 'Sulla via di Agadez'. L'uomo con il telefonino però non è più nella città di fango rosso: "È tornato in Libia", sostiene una fonte: "Lo stesso giorno del filmato, a molti chilometri da quei cadaveri, hanno soccorso due ragazzi ancora vivi. I due hanno detto che erano stati costretti dai militari a partire da Al Gatrun. Arrivati nella zona del confine hanno dovuto proseguire a piedi". Nel Sahara i passaparola richiedono molto tempo. Ma di solito vanno a destinazione. Il 16 luglio il dvd con il filmato viene recapitato in redazione. Mancano altre conferme. Bisogna aspettare che l'uomo con il telefonino torni ad Agadez e passano cinque mesi. È il 9 gennaio di quest'anno quando finalmente arrivano le risposte. Nel frattempo il video finisce anche in altre mani. Il 13 dicembre qualcuno lo carica su YouTube dagli Stati Uniti. Dice di averlo ricevuto da Augustine, ospite di un campo di rifugiati a Malta. Augustine però non conosce la storia delle espulsioni a piedi.

Palazzo Chigi sa ufficialmente dal 3 marzo 2004 che gli immigrati bloccati in Libia subiscono maltrattamenti. È la data stampata su un rapporto riservato della presidenza del Consiglio che 'L'espresso' ha potuto leggere. La relazione viene consegnata allo staff di Berlusconi, dopo la visita nel Sahara della delegazione della Protezione civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione libici: "Si ritiene di dover scegliere, per motivi di opportunità e per una fluidità delle operazioni, la via che impegna il governo italiano in misura ridotta", dice il rapporto: "Tale soluzione ci farebbe calare meno nella configurazione dei centri, in considerazione anche del trattamento che riservano i libici ai cittadini extracomunitari trattenuti nei loro centri, di cui si allega documentazione fotografica". Il governo invece si cala, eccome. Fino a chiedere a Gheddafi di proteggere i nostri confini meridionali. Costi quel che costi. Incuranti che in Italia esiste ancora l'articolo 40 del codice penale. Dice così: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo".

da L'Espresso

Craxi statista. Piatto ricco mi ci ficco

Le ragioni per cui la Moratti e Minzolini vogliono dare sanzione ufficiale all’agiografia di Bettino Craxi offrono ampio pascolo alla satira ma non sono intellettualmente stimolanti. Nessuno le ignora.

La folgorazione sulla via di Hammamet di personaggi come Piero Fassino e Massimo D’Alema, per contro, è interessante. I sofismi con cui questi si sforzano di dare rispettabilità a un revisionismo fetente aprono ampie fenditure sul fondale della politica italiana e aiutano a capire meglio uomini e idee.


Per cominciare, in una repubblica videocratica come la nostra in cui i partiti sono un ectoplasma evanescente che balugina nella coscienza dello spettatore-cittadino solo per il tempo della rappresentazione catodica, nessun politico di professione (cioè che guadagna soldi con la politica) può rimanere indifferente alla possente spinta mediatica che c’è dietro la riabilitazione del grande statista morto latitante.

In secondo luogo Craxi ha assolto alla funzione storica di rendere la parola “riformismo” una oscenità impronunciabile, e trasformarlo in “grande statista” apre proprio quello spazio politico che persone come Violante, Fassino e D’Alema vogliono occupare. Voi credete che si stiano comportando da farabutti? No, no, non avete capito niente. Stanno facendo i “riformisti”.

Si potrebbero aggiungere altri elementi al quadro, come la possibilità che a parlare bene di Craxi si ottenga un’ambita nota personale di lode da parte di Paolo Buonaiuti, Daniele Capezzone o — non plus ultra — la stessa Stefania Craxi. Ma già le prime due voci della lista costituiscono un incentivo più che sufficiente a indurre i Nostri a pensare “piatto ricco, mi ci ficco”.

Stupido chi rimane fuori da questa mano.

da Indymedia

Haiti il paese è morto

Manca tutto nell'isola caraibica. Nel frattempo arrivano le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona il terremoto

"Urla, urla e urla ancora. Questo ricordo dei minuti successivi alla prima scossa, la più forte, di sicuro quella maggiormente avvertita dalla popolazione" racconta Etienne Kidorsè, haitiano 40 anni di professione autista (quando capita). "Ero per strada al momento della prima scossa, nel quartiere di Petion Ville. Stavo versando dell'acqua in un bicchiere di plastica. Il primo bicchiere l'ho bevuto con tranquillità.
Poi l'ho riempito nuovamente e l'ho portato alla bocca. E' stato in quel preciso istante che tutto intono a me ha iniziato a tremare, a traballare. Io stesso sono stato scosso, quasi spintonato dalla potenza della scossa. L'acqua mi si è rovesciata addosso. Il rumore era forte, non saprei descrivere se assomigliasse a qualcosa che conoscevo. La prima scossa è durata a lungo. Secondi che mi hanno paralizzato sul marciapiede dove mi trovavo. Non ho saputo cosa fare. Avevo paura e il mio unico pensiero è corso verso mi moglie Jakie e nostro figlio Sam. Ho avuto paura, molta paura. Non avevo mai provato una sensazione simile".
Etienne racconta poi le difficoltà di raggiungere la sua casa che si trova non distante dallo stradone principale che porta verso la bidonville di Citè Soleil. "Nessuno può immaginare il silenzio abbattutosi su Port au Prince subito dopo la fine della prima scossa. Un silenzio irreale, durato sette massimo otto secondi. Pochi ma sembravano un'eternità. Non ne sono sicuro ma credo si aver sentito lo spostamento d'aria di un albero che si trovava a una quindicina di metri da me. Credo di aver sentito il vento provocato dai suoi rami. Subito dopo mi sono messo in cammino per raggiungere la mia casa".

La cosa più sconvolgente secondo il racconto di Etienne, avvenuto in circostanze davvero fortunate considerando che le comunicazioni con Haiti sono ancora praticamente impossibili, è stata la reazione della popolazione che ha "iniziato a uscire dalla case, dalle baracche semidistrutte e gridava, urlava, pregava. Anche adesso la gente sta pregando. E' l'unica cosa che si sente in città.
Il terribile sisma, oltre trenta scosse in poche ore, ha raso al suolo la capitale Port au Prince. Meglio è andata anche sembra difficile immaginarlo alle baraccopoli abbarbicate sulle colline intorno alla città. In queste aree vive la frangia di popolazione più povera. Ma durante la costruzione degli edifici è stato utilizzato molto cemento e forse per questo parzialmente le costruzioni hanno retto.
"Ciò che serve di più in questo momento, oltre a tanta solidarietà sono medicinali di prima necessità. Ma ciò che è davvero indispensabile è l'organizzazione degli aiuti" racconta Massimo Agosti neonatologo della Fondazione Rava appena rientrato da Port au Prince dopo un breve soggiorno per dare una mano ai bambini meno fortunati.
Port au Prince era una città in grave agonia fino all'atro ieri. Oggi è una città morta.

di Alessandro Grandi da PeaceReporter

venerdì 15 gennaio 2010

Sondaggio elezioni regionali 2010 in Puglia.

Per quale partito voterai alle prossime elezioni regionali in Puglia?
Per quale partito voterai alle prossime elezioni regionali in Puglia?
Sinistra Ecologia e Liberta'
PDL
Italia dei Valori
Io Sud
PD
UDC
Rifondazione Comunista
Verdi
Partito Socialista Italiano
pollcode.com free polls



Sondaggio aperto Venerdì 15 gennaio 2010 ore 16:30

durata 15 giorni

Ilva: Taranto, Vendola inaugura impianto aspirazione delle polveri


Il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, ha inaugurato oggi l’impianto di aspirazione polveri e captazione fumi dell’acciaieria 2 dello stabilimento Ilva di Taranto. Si tratta di un impianto costato all’azienda 30 milioni di euro che consentirà il miglioramento dell’impatto ambientale. È stato Vendola, alla presenza del vicepresidente dell’azienda, Fabio Riva, a premere il tasto di avvio dell’impianto che ridurrà le emissioni in atmosfera delle polveri sottili di circa il 50% rispetto al precedente metodo di aspirazione.«Abbiamo fatto un passo in avanti straordinario – ha detto Vendola ai giornalisti – nella risposta alla domanda di salute e di qualità ambientale dei tarantini.

Qualche mese fa abbiamo inaugurato le nuove tecnologie dell’urea che rappresentano la sfida ambiziosa e io credo di poter dire vincente dell’abbattimento delle diossine e dei furani. Questi sono fatti concreti – ha concluso – per combattere in modo finalmente deciso l’inquinamento». Soddisfazione è stata espressa da Riva. «Il prossimo passo – ha annunciato – sarà quello di avviare altri impianti innovativi per riuscire ad arrivare a quanto concordato negli atti d’intesa. Noi su questa strada stiamo proseguendo e ad oggi abbiamo rispettato tutti gli accordi».

da Grandesalento.org

Bari: razzismo, scritte contro Balotelli - Ombre sul big match di sabato notte


Il ministro dell'Interno Maroni chiede «tolleranza zero»
e sospensione della partita nel caso di cori razzisti


di Vincenzo Damiani
BARI - «Tolleranza zero» per i cori razzisti negli stadi, dice Roberto Maroni a SkyTg24, e chiede che gli arbitri intervengano per decidere la sospensione immediata delle gare nel caso in cui ci siano cori razzisti come quelli di cui è spesso oggetto il calciatore dell’Inter Mario Balotelli.

IL MINISTRO - Ora, intanto, compaiono scritte razziste (con tanto di svastica) sui muri di Bari all'indirizzo di Super-Mario. Un caso isolato? Non c'è che da attendere la partita di sabato sera (ore 20,45) che rischia di essere «sorvegliata speciale» visto che il ministro Maroni ha chiesto il pugno duro. «La Figc - ha detto il numero uno del Viminale - deve darsi delle regole molto rigide. Se c’è anche il minimo dubbio che un coro sia un coro razzista, secondo me l’arbitro deve immediatamente sospendere la partita e prendere i provvedimenti conseguenti».

LE SCRITTE - «Balotelli non sarai mai italiano», «Balotelli negro di m….»,e anche qualche svastica di contorno. A meno di una settimana dall’affascinante sfida del San Nicola contro la capolista Inter, nel centro di Bari sono comparse frasi e simboli poco edificanti per una città e una tifoseria ospitale e accogliente come quella del capoluogo La loro apparizione - su via Capruzzi e vicino all’Ateneo - non è passata inosservata: gli agenti della Digos le hanno notate e stanno indagando sugli autori. Intanto, hanno dato ordine di cancellarle, anche se domenica sera erano ancora al loro posto. La polizia esclude che possa essere stata la mano di un tifoso biancorosso a fissare sui muri quegli obbrobri, però l’allarme emulazione c’è e non viene sottovalutato. Ormai, insultare il giovane talento dell’Inter sembra essere diventato sport nazionale: da Torino a Verona, passando per Cagliari gli episodi si sono ripetuti con una certa e frequenza nell’ultimo anno. Qualche ragazzino - si teme - magari nemmeno di fede biancorossa potrebbe essere portato a copiare il cattivo esempio. Meglio, quindi, spegnere sul nascere ogni velleità. «Si tratta di casi isolati - commenta Stanislao Schimera, capo della Digos barese - non riteniamo nemmeno imputabili a componenti della tifoseria organizzata. Abbiamo chiesto che quelle scritte vengano cancellate immediatamente. Sabato sera ci sarà il pienone, sono attesi circa 55mila spettatori. Sono sicuro - rassicura il dirigente - che sarà una grande festa, come quella vissuta con la Juventus. Non ho dubbi sul grado di civiltà dei supporter di casa». Ad ogni modo, i controlli all’ingresso del San Nicola saranno serrati: ogni striscione dovrà passare al vaglio delle forze dell’ordine.

da Il Corriere Della Sera

"Quella di Casa Pound è propaganda di chiara ispirazione neofascista"


«In numerose città italiane si sono svolte manifestazioni antifasciste per protestare contro l’apertura di sedi dell’associazione Casa Pound; associazione che, come è facilmente riscontrabile navigando sul suo sito internet, si riferisce chiaramente agli ideali che hanno animato il Fascismo italiano e si propone di riscrivere radicalmente la Carta Costituzionale del nostro Paese». Queste le parole della senatrice del PD Albertina Soliani che ha presentato un’interrogazione sul tema al ministro dell’Interno Roberto Maroni.

«Con l’interrogazione sottoscritta da diversi senatori del Partito Democratico, tra cui la capogruppo Anna Finocchiaro, e condivisa anche dall’onorevole Carmen Motta che ne presenterà una analoga alla Camera dei Deputati alla ripresa dell’attività parlamentare – ha proseguito Soliani – ho chiesto al ministro dell’Interno come il Governo interpreti le iniziative e i programmi di Casa Pound, anche alla luce della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione che dispone il divieto di riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

«Chiediamo inoltre al ministro - conclude Soliani - quali iniziative il Governo intenda assumere per impedire la diffusione di una chiara propaganda di ispirazione neofascista, contraria ai nostri comuni valori costituzionali».

da Indymedia

L’inginocchiatoio di via Zara

Barbara Serdakowski è una scrittrice e poetessa canadese d’origine polacca che vive a Firenze. È in Italia dal 1996.

Per la prima volta, nell’ottobre del 2008 ho potuto inoltrare la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno alla posta, invece di andare in questura. L’angusta saletta di via Zara, a Firenze, sarebbe diventata un antipatico ricordo, così come le umilianti file sotto il porticato di via San Gallo per il ritiro.

Nella stanzina di via Zara eravamo al coperto ma stretti. Eri fortunato se riuscivi a trovare una sedia per appoggiarci mezza natica. Poi c’era l’“inginocchiatoio”. Era lo sportello delle informazioni davanti al quale si formava una fila di cinque colonne di persone. Quando arrivava il suo turno, il primo della fila spariva in basso. Ho capito che succedeva non perché si doveva chinare, ma perché si gettava in ginocchio: il buco sul vetro era troppo in basso e non c’era spazio per appoggiare i documenti. A un certo punto abbiamo cominciato a riderci su, e a fare il tifo per chi avrebbe dovuto dibattersi tra carte e cartelle, mentre gli agenti gli abbaiavano contro.

Per ritirare il permesso bisognava invece andare in via San Gallo. C’era una folla compatta, che non cedeva per paura di perdere il posto, e un agente che raccoglieva i nostri dati. Una volta per farmi mettere in lista ho dovuto strusciarmi contro centinaia di persone urlando disperata: “Ci sono anch’io!”. E non ho fatto in tempo a tornare sul marciapiede che sotto il porticato già rimbombavano i nomi: Mamadou Diakhate, Gabriela Mihaela Tateanu, Chen Liu, Ibrahim Abdoul Azaouri… Barbara Serdakowski. Ho sentito sbraitare il mio nome più volte. Con imbarazzo ho guardato le finestre aperte sulla strada, i passanti e le macchine che passavano lentamente.

Cambiare per restare uguale
L’ultima volta, invece, sono andata alla posta. Ero felice di poter sfruttare questa nuova opportunità. Un po’ di tempo dopo mi è arrivato un sms: la data del ritiro era otto mesi dopo. Il giorno stabilito ho mancato l’appuntamento. Avevo cercato di avvisare ma avevo ricevuto solo informazioni contraddittorie. Così sono andata al nuovo ufficio immigrazione della questura di Firenze. È grande e accogliente, ci sono le file numerate, diversi sportelli e posti a sedere per tutti. Sembra un altro paese.
“Lei aveva appuntamento il 2 agosto”, mi dicono.
“Sono stata operata. Ho chiamato la questura, mi hanno detto…”.
“Oggi non abbiamo tempo per lei”. Mi danno appuntamento per tre mesi dopo.
“Come? E la tessera sanitaria? È da otto mesi che aspetto, è solo un rinnovo…”.
“Le ricordo che lei ha presentato la richiesta in ritardo e potrei benissimo annullarle il permesso, lo sa questo?”.

Torno in questura il 12 novembre 2009. L’altra volta funzionavano entrambi i bagni. Stavolta quello dei maschi è chiuso, quello delle donne è sporchissimo e non ha nemmeno il rubinetto. Niente acqua per circa mille persone.
B52, tocca a me.
“Vada allo sportello 3, lì si occupano di quelli sposati con italiani”.
Non mi guarda in faccia, qualcosa non va. Allo sportello 3 mi dicono che non dovevo spedire la richiesta per posta. Che non è colpa mia ma dell’ufficio postale. L’uomo mi fa ricompilare tutti i moduli e mi dice allegro:
“Torni tra un paio di mesi per vedere se è pronto”.
“Tra due mesi?”.
Mi guarda come per capire se parlo bene l’italiano:
“Venga pure verso le dieci, le undici, non si preoccupi…”.

Mentre esco barcollando vedo nell’atrio una folla di persone pressate l’una contro l’altra. Un bel giovane ufficiale con la voce grossa tuona: Mamadou Diakhate, Gabriela Mihaela Tateanu, Chen Liu… Mi sembra già di sentire di nuovo il mio nome: Serdakowski 1, Serdakowski 2, Serdakowski 3. Barbara Serdakowski

da Internazionale

Pd: Boccia-choc: Mi ritiro. Domani il sì a Vendola?


BARI - Decisione choc, nella serata di ieri, del candidato Pd Francesco Boccia. Il deputato si ritira dalla corsa, a poche ore dall’assemblea regionale che - domani - avrebbe dovuto decidere tra la sua proposta di coalizione larga con l’Udc (rinunciando a Nichi Vendola) e le primarie col governatore uscente.


La scelta a a sorpresa di Boccia, che ha fatto saltare sulla sedia i vertici del partito riuniti a Roma nel «caminetto» convocato in tarda serata dal segretario nazionale Pierluigi Bersani, cambia completamente il quadro della situazione: il Pd, a questo punto, dovrà riconvergere su Vendola e dire addio al patto con l’Udc (dopo che il leader Pier Ferdinando Casini ha posto un veto sull’appoggio al governatore) oppure trovare in extremis un nuovo candidato da schierare in alternativa a Nichi, agganciando per i capelli l’alleanza coi moderati e i dipietristi. In ogni caso, viene a mancare la necessità di una conta interna all’assemblea (come si prefigurava) tra «primaristi» e «pattisti», conta difficile per i secondi al punto che gli stessi vertici nazionali del partito, da Bersani a D’Alema, si erano convinti nei giorni scorsi della necessità di ricorrere ai gazebo.

«È venuta giù la maschera alla minoranza del partito incosciente, che preferisce una coalizione piccola, con un candidato presidente di un altro partito, a una coalizione più ampia guidata dal Pd. È evidente - accusa Boccia - che l’assemblea di sabato non ha più un candidato presidente e sarà molto utile per capire con chi sta la minoranza, se con il Pd o con Sinistra ecologia e libertà. Forse stasera (ha detto ieri l’ormai ex candidato governatore, uscendo da Montecitorio, ndr) si comprendono meglio molte posizioni strumentali dei giorni scorsi».

Boccia si smarca, dunque, dall’alleanza che aveva già raccolto attorno a sè in Puglia e punta l’indice sulla «minoranza» del partito, dicendosi inviperito per le dichiarazioni di Grassi, Capano, Minervini e Amati: «A questo punto penso tocchi ai leader di area democratica, a partire da Franceschini, spiegare come stanno le cose». È lì, secondo i bersaniani, che si annida l’ostracismo alla candidatura indicata dal partito e che sarebbe stata ufficializzata domani, onde convincere lo stesso Boccia a misurarsi nelle primarie con chi (vendola) lo aveva sconfitto cinque anni fa.

In realtà i diretti interessati, che avevano applaudito alla linea decisa dal partito nei giorni scorsi (portare la proposta Boccia in assemblea ma preventivare l’alternativa delle primarie per il 24, al massimo il 30 gennaio), ora cadono dalle nuvole. «In luogo delle dieci domande - commenta a caldo l’assessore Fabiano Amati - ne faccio io una a Boccia: perché non dirmi, come recita il proverbio, che non è la banda che ti piace, ma che hai il figlio musicista? È un chiaro pretesto quello di Boccia, oggi non ho dichiarato alcunché».

Anche Gero Grassi si mostra meravigliato: nel pomeriggio aveva sollevato la questione delle fughe di Carra e Lusetti dal Pd verso l’Udc , accusando la segreteria nazionale di non fare nulla per curare il «disagio» interno. Insomma, fa capire, quella di Boccia appare più una scusa per sfilarsi dopo che Bersani ha aperto alle primarie, appuntamento che sinora aveva sperato di evitato consapevole di avere con sè solo mezzo partito. Sorpreso anche l’assessore Guglielmo Minervini: «Prendiamo atto del ritiro di Boccia. Rammarica che per giustificare tale scelta, comprensibilmente sofferta, abbia avvertito il bisogno di ricorrere ad argomentazioni pretestuose».

Prima dell’addio alla corsa, l’assessore regionale aveva spiegato che «qualora all’assemblea dovesse essere presentata una candidatura che matura all’interno del Pd lo troverei un fatto politico molto positivo. Se questa va nell’obiettivo dell’allargamento della coalizione, a quel punto - aveva sottolineato - considerei obbligato il percorso delle primarie».

Più duri i toni usati da Cinzia Capano, prima che cadesse l’opzione Boccia: «Ritengo Vendola più forte. Il governatore ha più possibilità di vincere. E non solo rispetto a Boccia, ma anche rispetto ad Emiliano che pure per me è un fratello. Mi spiace ma agli schematismo dalemiani non credo. Io faccio un ragionamento politico e sceglierò il candidato che considero più forte per vincere. Anche perché, come potrei chiedere ai cittadini di ridare fiducia al centrosinistra, mentre sparo a zero contro Vendola e contro il suo governo in Puglia?».

Il «caminetto» di Bersani, tra gli addii di esponenti nazionali e la rinuncia di Boccia, è stato più infuocato del previsto. Difficile prevedere se lo sarà anche l’assemblea di domani: sono annunciati sit-in «pacifici e silenziosi» dei vendoliani dinanzi allo Sheraton, dopo che il Pd ha previsto un maxi-schermo e la diretta via web sul sito del partito onde consentire la discussione a porte chiuse, ma senza segreti. Forse il patto con l’Udc perseguito da Massimo D’Alema, che presenzierà i lavori, ha trovato lo scoglio finale. E per Vendola comincia la discesa.


www.lagazzettadelmezzogiorno.it

ANNO ZERO - LA RIVOLTA DEGLI IMMIGRATI

































giovedì 14 gennaio 2010

Vendola--Boccia: basta chiedere!

Questa mattina a Roma riunione Pd per decidere.

Il Pd e' sempre piu' orientato ad accettare le primarie per risolvere la “querelle” della candidatura in Puglia. E’ quanto emerge al termine di una giornata in cui si è svolta una riunione sulla Puglia nella sede nazionale del partito, e ci sono state ampie consultazioni tra i leader nell’aula della Camera, dove anche Massimo D’Alema avrebbe definito “difficilmente evitabile” il ricorso ai gazebo.

Al Tg1 D'Alema ha poi detto: ''In Puglia c'e' lo sforzo di darevita ad una coalizione in grado di battere la destra. Io credo che si debba lavorare per riportare ad unità il centrosinistra, intorno alla soluzione che garantisce l’alleanza più ampia".
Intanto l’assemblea del Pd pugliese di sabato – composta da 126 delegati – dovrà decidere se fare le primarie come chiede Nichi Vendola, presidente uscente della Regione Puglia, o sostenere la candidatura di Francesco Boccia e l’alleanza con l’Udc che su Vendola ha posto un veto. Boccia a tre giorni dall'assemblea pone 10 domande al suo antagonista Vendola per chiedergli conto di questi cinque anni di governo della Regione e delle scelte politiche fatte. E Vendola, a strettissimo giro di posta, gli ha risposto.

BOCCIA, LE MIE DIECI DOMANDE

1)Non sei stato forse tu il primo a parlare in Puglia, quasi due anni fa sulle colonne del Corriere della Sera, di alleanza tra sinistra e Casini?

2) Non sei stato tu l’autore di un rimpasto nel luglio del 2009 che ha permesso l’entrata in giunta di un esponente Udc, Dario Stefano assessore all’agricoltura? E quel rimpasto non fu motivato da 'un’esigenza di allargamento della coalizionè?

3) Secondo te abbiamo vinto o perso la sfida sui tempi di attesa per una mammografia o una visita cardiologica?

4) Ritieni che la Puglia abbia completato il ciclo di trattamento dei rifiuti?

5) Perchè hai dato avvio e autorizzato l¨iter procedurale per il raddoppio della raffineria-monstre di Taranto dell¨Eni?

6) Perch‚ hai permesso che si spendessero quattro milioni di euro per consulenze esterne di stagisti e altro personale non bene identificato nell’amministrazione regionale?
7) Perch‚ hai licenziato dalla presidenza dell’Acquedotto il presidente Riccardo Petrella, che nel mondo si batte per l’acqua pubblica?

8) Ti sembra apprezzabile che la tua giunta abbia speso per tre giorni di spettacoli gratuiti nelle piazze pugliesi secondo lo schema 'panem et circenses' sei milioni, dico sei milioni di euro. Sai in quei giorni che cosa accadeva? Tremila lavoratori Ilva andavano in cassa integrazione.

9) Perchè se l’allargamento all’Udc lo propone Vendola è una lungimirante operazione politica, mentre se lo fa D’Alema èun inciucio affaristico? Per quanto mi riguarda, sono impegnato con il segretario regionale Blasi a cercare l¨unità e insieme lo faremo fino in fondo.

10) Perchè‚ se qualcuno critica, come me, l’azione di governo della Regione è bollato come amico del potere, mentre il potere, quello reale, che oggi comanda, sta procedendo a un’ondata di assunzioni in Regione a due mesi dalla fine del mandato?

“E a proposito di potere – conclude Boccia – voglio dirti che vedendoti così a tuo agio nel salotto di Santoro e così coccolato da così tante intelligenze della cosiddetta sinistra radicale, che a me sembrano purtroppo molte lontane dalle persone in carne e ossa e dai loro problemi, ho l’impressione che non sia io ad avere forti legami”.

VENDOLA,CARO FRANCESCO BOCCIA ECCO LE MIE RISPOSTE

Caro Francesco Boccia, nonostante la pesantezza polemica delle tue domande, ti risponderò. Anche perché io non sono un Berlusconi fuggente e tu non sei un giornalista pungente. Cercherò di stare ai fatti.

1) Sulle pagine del “Corriere della Sera” io ho posto alla sinistra italiana il tema di un nuovo compromesso con forze moderate e centriste, incluso l’Udc di Casini: senza tabù, senza veti, con una seria discussione programmatica. E dunque? Io mi dichiaro pronto a riprendere un dialogo e una ricerca tra culture diverse per tessere una nuova alleanza riformatrice.

2) Si, io ho nei fatti dimostrato un’apertura all’Udc, chiamando Dario Stefano a svolgere il compito di Assessore regionale all’Agricoltura. Come vedi non solo non pongo veti, ma compio gesti unilaterali. Non ti pare che meriti una piccola lode?

3) Per quanto riguarda le mammografie, è notorio che, nel 2008, è stato avviato lo screening precoce, per cui le donne sane vengono invitate a recarsi presso uno dei 45 servizi di radiologia di riferimento per l’esecuzione dell’esame. Questo non è un dato autoreferenziale o contestabile, ma è testimoniato da tutte le donne sane nella fascia d’età tra i 50 ed i 69 anni che ricevono la lettera di chiamata attiva.
Questa metodologia viene attuata nel rispetto delle Linee guida Ministeriali, per cui le donne pugliesi accedono alle prestazioni preventive con la stessa cadenza temporale rispettata in tutta Italia.
Inoltre la Regione Puglia, anticipando i più recenti orientamenti internazionali, garantisce la prevenzione del carcinoma mammario anche alle donne della fascia d’età tra 40 e 49 anni, che in molte regione sono escluse dai programmi di diagnosi precoce. Per le donne di qualsiasi età che siano sintomatiche, cioè che presentano noduli sospetti, viene garantita la priorità di accesso ed i tempi d’attesa sono brevissimi (mediamente una settimana), così come stabilito in tutti i Piani aziendali per il contenimento dei tempi d’attesa.
Per quanto riguarda le visite cardiologiche, il Piano regionale per il contenimento dei tempi d’attesa (DGR n.1200 dell’agosto 2006 e DGR n. 68 del febbraio 2007) garantisce, ai pazienti per i quali i medici curanti segnalino condizioni cliniche particolari, il rispetto dei tempi massimi individuati dalla regione.
Questi pazienti sono inserirti nelle liste d’attesa entro 10 o 30 giorni massimo in relazione alla priorità indicata. Le prestazioni prioritarie sono erogate presso strutture appositamente individuate dalle Aziende sanitarie, per le quali è attivo un programma di monitoraggio ministeriale.
Solo per i pazienti che devono effettuare controlli programmati, e quindi non con carattere prioritario, i tempi d’attesa sono più lunghi. A questo proposito, il modello del Progetto Leonardo ha dimostrato che è possibile governare le liste d’attesa per i controlli programmati da eseguire periodicamente ai pazienti cronici, facendosi carico anche delle loro difficoltà ad accedere ai servizi, in particolare per le fasce più deboli della popolazione.
E’ da segnalare, inoltre, che per le prestazioni urgenti o che vengono considerate tali dallo stesso paziente, sia il sistema del 118 che i Punti di primo soccorso sono attrezzati con il sistema della telecardiologia, che consente la risposta in tempo reale ai pazienti con patologie acute e/o emergenti. Solo attraverso tale sistema vengono erogate circa 50-60.000 prestazioni ogni anno.
I passi avanti compiuti dalla regione Puglia nell’assistenza cardiologica sono di tale importanza che questo settore viene considerato all’avanguardia nel nostro Paese. Non solo le riviste specializzate, ma anche importanti settimanali di divulgazione sottolineano questa realtà.
Non ultimo, le segnalazioni ed i reclami sui tempi d’attesa in Puglia si sono progressivamente ridotti.

4) Ritengo che la Puglia abbia compiuto un balzo epocale sul ciclo dei rifiuti. Tu eri forse troppo impegnato per sapere che nel 2005 avevamo solo discariche in via di esaurimento e tutti i bandi di gara del Piano regionale dei rifiuti appesi al contenzioso presso il Consiglio di Stato. In attesa delle sentenze ho cancellato dal Piano quella vera e propria porcheria che erano gli inceneritori di vecchia tecnologia (e mi sono liberato anche della presenza ingombrante di un imprenditore, recentemente arrestato in Lombardia, come Pino Grossi). Dopo le sentenze (a metà del 2006) ho firmato i contratti e ho cominciato la mia lotta contro il tempo (e anche contro chi costruiva una costante strumentalizzazione politica sulla pelle dei cittadini) per cantierizzare i nuovi impianti. Abbiamo oggi inaugurato quasi tutti gli impianti (separazione dell’umido e del secco, biostabilizzazione, impianti di produzione CdR, impianti di compostaggio) che dotano la Puglia di un parco impiantistico tra i più moderni d’Italia. In più abbiamo imposto agli Ato di diventare soggetti con personalità giuridica, abbiamo concertato con gli Ato e con i singoli Comuni ogni scelta, abbiamo avviato una campagna poderosa sulla raccolta differenziata. Ti invierò in dono i diari scolastici che abbiamo prodotto per educare i più piccoli alla cultura del recupero e del riciclo. E in tutto questo a metà del mio mandato ho rispettato un impegno assunto in campagna elettorale: ho chiuso il Commissariato straordinario, ho portato la Puglia fuori dai sentieri dell’emergenzialismo e degli strumenti che consentono di operare in deroga alla legge.

5) Questa domanda, caro Francesco, è proprio un incidente. Tu sai che io non ho grande confidenza con quei grandi gruppi industriali, italiani o esteri, che pensano di investire nel nostro Sud secondo un modello di industrializzazione che è ormai incompatibile con la democrazia e con l’ambiente. Per questo io, con delibera di giunta (la numero 1860 del 13 ottobre 2009), ho bocciato il raddoppio degli impianti Eni di Taranto. Per la cronaca vorrei che tu non dimenticassi il nostro impegno contro le centrali nucleari, nonché per la riduzione del carbone nella centrale di Cerano, o contro il rigassificatore nella pancia di Brindisi, o contro la piattaforma petrolifera al largo di Monopoli, eccetera. Tanti No ma anche tanti Si, come quelli che abbiamo detto a gran voce all’energia del sole e del vento.

6) Caro Francesco sei male informato: ed è un vero peccato. La Regione Puglia negli ultimi anni ha progressivamente e fortemente ridotto la spesa per consulenze e collaborazioni raggiungendo un picco nel 2008 (confermato dai dati tendenziali del 2009) quando la riduzione è stata di oltre il 50% rispetto all’anno precedente, portandola a livelli assoluti (peraltro, molto lontani da quelli indicati) incomparabilmente inferiori alla spesa di molte altre regioni italiane, addirittura vicini a quelli di alcuni comuni capoluogo.
E’ non è certo un caso che la Regione Puglia fa registrare una spesa per il personale (incluse consulenze e collaborazioni) che la colloca, unica regione meridionale, tra le regioni italiane virtuose.

7) Io non ho licenziato Riccardo Petrella, che considero un maestro della cultura dei beni comuni. Ho avuto con lui un dissenso trasparente e forte sulle priorità operative e strategiche di una azienda impoverita e arrugginita come era AqP nel 2005. La mia priorità è sempre stata quella di risanare l’azienda, di far partire gli appalti per la ricerca perdite e per il tele-controllo, di ridurre drasticamente perdite fisiche e amministrative, di prendere in carico i depuratori e di internalizzare il ciclo della depurazione. In questo quadro erano fondamentali quegli strumenti, che noi abbiamo varato, come il Piano di assetto idrogeologico o il Piano di tutela delle acque, che rendono la battaglia civile, culturale e politica contro la privatizzazione dell’acqua non una poesia da recitare nei giorni di festa, ma una moderna e complessa architettura di azioni amministrative e di scelte economiche e ambientali e che ci mette oggi nella condizione di praticare concretamente la ripubblicizzazione di AqP.

8) La domanda su “Le notti bianche” è veramente incredibile per una persona colta come te. Noi abbiamo investito risorse della promozione turistica (che come sai non sono spendibili per integrare ammortizzatori sociali) in forma inedita e con grande successo economico e non solo economico: in passato quei soldi si spendevano per la più stupida delle promozioni, come i cartelloni pubblicitari nelle stazioni ferroviarie o negli aeroporti della nostra Regione. Noi abbiamo costruito un’operazione culturale e spettacolare di cui ha parlato tutta l’Europa, costata molto meno di quelle che si fanno in città come Torino o Milano, con un ritorno davvero straordinario in termini di promozione ma anche in termini di ricaduta economica e turistica. Dati più che positivi certificati dal monitoraggio operato dagli Atenei pugliesi. (Basta consultare il portale turistico della nostra Regione per conoscere in dettaglio tutti i numeri). Anche con questo tipo di invenzioni la Puglia è riuscita a diventare l’unica regione italiana in clamorosa controtendenza rispetto alla crisi nazionale del turismo.

9) Io non ho mai definito un “inciucio affaristico” il dialogo tra D’Alema e Casini. Ho solo chiesto che quel dialogo e quella prospettiva alleanzistica potessero diventare un processo politico condiviso, fondato sulla preminenza dei programmi e su un forte profilo riformatore.

10) Caro Francesco, l’ultima domanda non meriterebbe alcuna risposta.
Le assunzioni non sono certo attività improvvisate e dell’ultima ora ma sono il frutto di un lungo percorso amministrativo e testimonianza di un fatto storico per la nostra regione, mai avvenuto prima: quello di avere bandito e portato a compimento, per l’assunzione di dirigenti e personale, diversi concorsi e selezioni pubblici. Concorsi e selezioni gestiti rendendo con immediatezza disponibili on line verbali e graduatorie, grazie alla nostra legge all’avanguardia sulla trasparenza e al nostro sito (http://concorsi.regione.puglia.it) che ha fatto segnare migliaia di contatti.
E fatto storico è, ancora, quello di avere internalizzato grande parte delle attività di assistenza tecnica per l’attuazione dei fondi comunitari in precedenza esternalizzate con appalti di servizi che hanno contribuito a produrre quel lavoro precario e incontrollato che ha costituito uno degli obiettivi dell’azione di contrasto della nostra amministrazione. Un’azione di contrasto che, con la internalizzazione di tali attività, la Regione Puglia ha condotto a cominciare da sé stessa, visto che negli anni 2000 – come ci testimoniano tante indagini di Funzione pubblica – proprio le pubbliche amministrazioni italiane sono state il più grande “produttore” di lavoro precario.
Invece di sottolineare il fatto rivoluzionario dello svolgimento, per la prima volta nella storia dell’Ente Regione Puglia, di concorsi pubblici che aprono finalmente una stagione nuova per la burocrazia e per la politica, tu ti inabissi in una polemica infondata e malevola.

Penso di averti risposto esaustivamente, non mancando di sottolineare che la tua vis polemica rischia di essere un gratuito atto d’accusa contro il tuo stesso partito. Ti esorto, se posso permettermi un tono di amicizia, a non cercare la strada della rissa, perché quella è un vicolo cieco. Sono giorni che colleziono, prendendole dai giornali, espressioni tue nei miei confronti che non brillano per garbo e gentilezza. Non risponderò a questo livello. Siamo uomini pubblici e abbiamo dei doveri pubblici: anche quello di difendere un certo decoro e una certa eleganza nell’esprimere le nostre passioni

IL TERREMOTO E IL POPOLO DEI “RESTAVEC”


Nascosta anche dalle macerie dell’ultima immane tragedia di Haiti, c’è anche quella dei ‘restavek’ - o ‘restavec’, dal francese ‘reste avec’ ovvero ‘sta con’- un picolo popolo di oltre 225.000 bambini di famiglie tanto povere da ‘cederli’, mandandoli a vivere e servire in famiglie appena un po’ meno povere, semplicemente per poterli sfamare. A denunciare in modo documentato quella che in molti considerano una vera e propria piaga sociale diversi rapporti e sondaggi pubblicati negli ultimi anni dalla Pamamerican development foundation, (Padf), secondo cui i due terzi circa di questi “piccoli nuovi schiavi” è costituita da bambine tra i sei e i 12 anni di età.“Il restavek - afferma il rapporto del Padf intitolato ‘Infanzia perdura’ - è il primo a svegliarsi al mattino e l’ultimo ad andare a dormire, lavora dalle 12 alle 16 ore al giorno e non frequenta la scuola; deve svolgere lavori di ogni tipo: attingere acqua, pulire e riordinare la casa, andare al mercato e accompagnare altri bambini a scuola mentre lui non la frequenta. Può essere percosso (esiste un tipo di frusta considerata particolarmente indicata per questo uso), ferito, perfino ucciso”. Il reclutamento di questi bambini, a volte ridotti in condizioni di vera schiavitù - precisa il rapporto - è dovuto alla povertà estrema di ampie fasce della popolazione, in un paese in cui tra il 70 e l’80 per cento degli abitanti vive con meno di due dollari al giorno. Non è difficile immaginare che il sisma possa ora peggiorare ulteriormente le condizioni dei ‘restavec’ sopravvissuti e probabilmente aumentarne poi le schiere.[

da Misna

HAITI







Haiti, testimonianze dall'isola

Danni incalcolabili. Forse migliaia le vittime. La capitale quasi completamente rasa al suolo

di Alessandro Grandi
"La situazione è drammatica, tragica. Port au Prince è stata completamente devastata. Il palazzo presidenziale, la cattedrale, i vari ministeri sono crollati. Noi abbiamo la certezza che le nostre strutture a Port de Paix (nord del Paese) hanno retto e bambini e personale sono sani e salvi. Ma c'è stata una grande paura" dice Massimiliano Salierno uno dei responsabili di Anpil, associazione che si occupa dei bambini meno fortunati di Haiti.
Dal nord del paese ci hanno confermato che è impossibile comunicare via telefono" aggiunge Salierno. "Anche gli haitiani che possono farlo si affidano ad internet per mettersi in contatto tra loro all'interno del Paese" conclude.
"Via mail abbiamo dialogato con Jacquelin Louis, responsabile della scuola di Tendron sulla Tortuga. L'isola della Tortuga è stata fortunatamente risparmiata dalla devastazione che ha invece colpito Port au Prince. I bambini stanno bene. Solo tanto spavento".
"La mia casa è distrutta. Fortunatamente io e la famiglia possiamo stare da amici. A noi è andata bene mentre il paese, e soprattutto la capitale Port au Prince, le cose vanno molto male. E' tutto distrutto. Ci saranno sicuramente molte centinaia di morti" racconta Roberto Stephenson, fotografo italiano che da molti anni vive a Port au Prince.

L'ambasciatore haitiano presso l'Organizzazione degli Stati Americani (Osa) ha dichiarato che i morti causati dal sisma potrebbero essere decine di migliaia.
Le notizie che giungono da Haiti sono terribili. Anche le sedi della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite, Minustah sono parzialmente crollate. Diversi caschi blu, le notizie dicono almeno 4 e tutti id origine giordana, sarebbero morti. Fonti non confermate fanno sapere che diversi caschi blu filippini sarebbero intrappolati fra le macerie della loro caserma a Port au Prince.
Cittadini haitiani che vivono nella repubblica Dominicana raccontano di un terremoto potentissimo che ha fatto oscillare per decine di secondi i palazzi più alti. La popolazione si è riversata nelle strade impaurita. Nicolas Sergileffe ha raccontato al telefono con PeaceReporter: "Quello che so di Haiti l'ho visto su Internet. Le comunicazioni con l'atra parte dell'isola di Hispaniola sono interrotte. Non so come sentire i miei parenti. Sto decidendo in queste ore di partire e andare di persona a controllare la situazione". Intanto l'aeroporto internazionale di Port au Prince sembra essere tornato operativo.

da PeaceReporter

Voci via skype
Il terremoto visto da Haiti, New York, El Salvador

Marie-Pierre ha venticinque anni, è francese e lavora come volontaria in un progetto sull'acqua potabile. La raggiungiamo via skype, abita a Jérémie sulla punta di Haiti, nella Grande Ansa a 300 chilometri da Haiti. Racconta: "la prima scossa qui è durata una ventina di secondi. La mia casa è in cemento, ha tremato e oscillato, ma senza che gli oggetti cadessero per terra. Poi ci sono state le altre scosse, più leggere". Marie-Pierre è riuscita a contattare i suoi amici nella capitale solo una volta, ascolta la radio e ci dice che molti degli stranieri sono ammassati dentro le sedi delle ambasciate e che i collegamenti sono impossibili nella capitale e circondario.

"Le notizie arrivano con il contagocce. I miei amici mi hanno raccontato di interi edifici, scuole e supermercati che sono sprofondati. Qui nella regione che si affaccia sul Mare dei Caraibi la gente è scappata sulle montagne. Chi abita al bordo del mare ha avuto questo istitnto immediatamente, mentre la Cnn avvisava via internet di un allarme tsunami che le radio locali, però, non hanno diffuso".

Una nuova ricerca. Questa volta è Emio a rispondere. La sua città natale è Port au Prince, risponde alla chiamata via skype. Ma sta trascorrendo una vacanza fuori dal paese. "Sono a new York, in questo momento. Ho parlato con i il mio datore di lavoro questa mattina, mi richiamerà per dirmi in che stato è la mia casa". Emio, sua moglie e due figli piccoli sono partiti dalla capitale il 23 dicembre scorso, per un periodo di vacanza che doveva terminare il 17 gennaio prossimo. "Non so cosa farò adesso, aspetto di avere altre notizie. Il mio datore di lavoro ha un telefono satellitare e comunichiamo così".

Rodelyn risponde immediatamente alla richiesta di informazioni. Anche lui non si trova ad Haiti.
"Sono in Salvador, purtroppo". Come purtroppo, non è contento di aver scampato il drammatico e terribile terremoto? "Io dovrei essere là, in questo momento, per aiutare gli altri".

da PeaceReporter

ASSALTI FRONTALI - DEVO AVERE UNA CASA PER ANDARE IN GIRO



ASSALTI FRONTALI - DEVO AVERE UNA CASA PER ANDARE IN GIRO

E ogni giorno mando giù un po' di
Veleno, ogni giorno
Io che amo l'armonia
E vado un po' a giocare con la mia
Follia
Non mi pare il caso
Di passare la vita assetati
Sotto il potere dei falliti
Ohooohh
C'è guerriglia in cima a via Rousseau
E arrivano da tutta Roma
Arriva anche il questore in persona
Ora,
Ora che ci hai tolto la parola
Prima di partire
Così ci copriamo il volto
Per farci vedere
Devo sentirmi di morire
A volte
Per rinascere più forte tra
Le tue rovine
E mando giù veleno ogni giorno
Devo avere una case
Per andare in giro per il mondo
Vedo il confine lontano
Corro
Le gambe che mi pesano come in
Un sogno
Ma se rallento
Sento il fiato sul collo
Non mollo
Ho il noie dentro gli occhi
Forse è un riflesso di specchi
La luce quando è tanta abbaglia
è come il buio
Mi trovo allo sbaraglio
Devo tirare fuori il meglio di me
Dimmi io sono pronto
Ad andare avanti vuoi seguirmi?
In giro per il mondo
C'è nascosto il senso
Dei modi di vita all'apparenza
Senza
è il conflitto per la sopravvivenza
Questa è la spiegazione
La gabbia è la nazione
Prima ci tirano gli avanzi
Poi ci osservano sbranarci
Questa,
Questa è la mia casa
E ce ne andiamo in giro
Camminando al centro della strada
Questa è la mia casa
Il cuore scoppia
Do calci alla porta
Non c'è solidarietà senza rivolta
Madre, madre hei questo fuoco
Mi uccide
Cose mi succede
La miseria
Della sana vita quotidiana
Uccide
La casa esplode
Cosa mi succede
Sarò un pazzo
Rimpianti tanti forse
Ma nessun rimorso
Quando do e non chiedo il prezzo
Perché so che ti terrò
Tra le cose più care che ho
E arrivi per restare
Come una sorpresa attesa
Questa è la mia casa
Le sorelle guardano negli occhi
Puoi vedere i prepotenti
Diventare vigliacchi
Quante volte devo essere umiliato
Per capire l'importanza
Dei conflitti
La mentalità da vinti
Porta nella notte
Dove tutti i gatti sono grigi
La terra non è ferma gira
I popoli si spostano
La gente è viva
Anche se alla deriva nuota
Oppure affoga
è cosa nota
Osserva queste piazze
Una stupenda miscela di razze
Le colora
Ora scorda la paura
E guarda in faccia il vero
In questo viaggio di sola andata
Ognuno scelga il suo volo
Per non restare con in mano niente
Per quanto mi riguarda
Corro il rischio di frequente
Questa,
Questa e la mia casa
E ce ne andiamo in giro
Camminando al centro della strada
Questa è la mia casa
Il cuore scoppia
Do calci alla porta
Non c'è solidarietà senza rivolta.