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mercoledì 2 giugno 2010

NARDO' - SI SVEGLIA LA CITTA' CON LA COSTITUZIONE

Il circolo Sinistra Ecologia e Libertà di Nardò ricorda alla cittadinanza quanto sia importante e intoccabile la COSTITUZIONE ITALIANA.



SULLE SCALINATE DEL COMUNE: ART. 21 - TUTTI HANNO DIRITTO A MANIFESTARE LIBERAMENTE IL PROPRIO PENSIERO



AL CENTRO DELLA NOSTRA BELLA PIAZZA: ART.7 - LO STATO E LA CHIESA SONO INDIPENDENTI E SOVRANI



SULLA VETRATA DI UNA BANCA: ART. 1 - L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO



SUL CANCELLO DI UNA SCUOLA: ART. 33 - L'ARTE E LA SCIENZA SONO LIBERE E LIBERO NE E' IL LORO INSEGNAMENTO



SULLA RECINSIONE DEL TRIBUNALE: ART. 3 - TUTTI I CITTADINI HANNO PARI DIGNITA' E SONO UGUALI DAVANTI ALLA LEGGE



SULLA STATUA COMMEMORATIVA DEI CADUTI DI GUERRA: ART. 11 - L'ITALIA RIPUDIA LA GUERRA



SUL MURO DELLE POSTE ITALIANE: ART. 53 - TUTTI SONO TENUTI A CONCORRERE NELLE SPESE PUBBLICHE



SULLA STATUA COMMEMORATIVA DEI CADUTI SUL LAVORO: ART. 2 - LA REPUBBLICA RICONOSCE E GARANTISCE I DIRITTI INVIOLABILI DELL'UOMO



ALL'INGRESSO DEL PARCO REGIONALE DI PORTO SELVAGGIO: ART. 9 - LA REPUBBLICA TUTELA IL PAESAGGIO E IL PATRIMONIO STORICO E ARTISTICO DELLA NAZIONE

Liberi, ma non tutti


Tornano a casa 450 attivisti della Freedom Flotilla, italiani compresi, ma alcuni restano in carcere

''La Rachel Corrie, cargo da 1200 tonnellate allestito dalla associazione internazionale Free Gaza Movement, partito dall'Irlanda è in navigazione nel Mediterraneo. Si sta dirigendo verso un porto per imbarcare giornalisti e personalità di spicco - non più di 15 persone - Non si esclude che tra di esse vi potranno essere alcuni italiani. Quindi proseguirà alla volta del porto di Gaza City.

La decisione è stata presa in primo luogo dal comandante e dall'equipaggio del cargo che, pure a conoscenza di quanto accaduto all'alba del 31 maggio a 75 miglia dalla costa palestinese, sono fortemente determinati a portare a termine la missione che si sono assunti di portare aiuti e solidarietà alla popolazione di Gaza, per sostenere il suo diritto alla libertà, e di affermare il rispetto delle norme del diritto internazionale cui anche Israele deve sottostare''.

Questo il testo di una nota diffusa questa mattina da Nino Lisi, della Rete Romana di solidarietà con il Popolo Palestinese, che in questi giorni confusi sta tirando le fila dell'iniziativa in Italia.
Adesso bisogna aspettare per vedere se e come la marina militare israeliana reagirà. Secondo la stampa in Israele, che cita fonti del ministero della Difesa, la reazione potrebbe essere addirittura più violenta dell'assalto costato la vita ad almeno nove persone. In realtà, considerato il gelo internazionale verso lo Stato Ebraico e la rabbia della Turchia è difficile immaginare un altro massacro, ma allo stesso tempo è impossibile che il cargo, con un'altra imbarcazione, venga fatto arrivare nella Striscia di Gaza.

Un comunicato del free Gaza Movement, sempre oggi, chiarisce la dinamica del rilascio degli attivisti. Secondo l'organizzazione, non sono stati rilasciati tutti come chiesto dall'Onu e dalla Nato.
''Almeno quattro Palestininesi/Israeliani non sono liberi. Si tratta di un membro direttivo del Free Gaza Movement , Lubna Masarwa, dello sceicco Raed Salah, leader del sezione nord dell'Islamic Movement in Israel, Mohammed Zeidan, direttore dell' International Advocacy Programme per l ' Arab Association for Human Rights e di Hamed abu Dabis, su cui gravano serie accuse di reati criminali per aver partecipato ad un viaggio pacifico per interrompere l'assedio di Gaza - continua il comunicato - Dopo una intera giornata di udienza in aula, rappresentati da avvocati eccellenti di Adalah, l'udienza è stata aggiornata all'8 giugno, rendendo evidente quanto sia seria la situazione per questi attivisti per i diritti umani.L'incarcerazione illegale è solo un altro esempio della politica brutale di Israele. Primo, hanno abbordato la nostra nave, mentre viaggiava in acque internazionali e carica di materiale per Gaza. Hanno ucciso almeno nove dei nostri passeggeri, altre decine sono stati feriti, hanno dirottato le nostre barche dirigendole forzatamente nel porto di Ashdod. Hanno sbattuto oltre 600 passeggeri in prigione. Nessuno di questi passeggeri aveva intenzione di andare in Israele ma sono stati trasportati a forza e poi deportati. Ora detengono quattro famosi attivisti per i diritti umani, leader politici e religiosi per aver espresso solidarietà ai loro fratelli e sorelle di Gaza''.

Sono stati rilasciati con certezza almeno 450 attivisti, tra i quali il gruppo degli italiani. Si tratta di sei persone. Giuseppe Fallisi, detto Joe, cantante milanese 50enne da anni impegnato nella lotta a sostegno dei palestinesi. Nei mesi scorsi, al Cairo, aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il governo egiziano che impediva a un gruppo di attivisti il passaggio verso Gaza per portare aiuti umanitari. Angela Lano, 47 anni, giornalista e saggista specializzata nel mondo arabo e islamico. Ha collaborato con numerose testate in Italia, prima di dirigere l'agenzia Infopal. Manolo Luppichini, 47 anni, documentarista free lance di Roma. Ha collaborato a lungo con Riccardo Iacona per la trasmissione Presa Diretta e non solo.
Manuel Zani, 30 anni, foto-videoreporter di Longiano, che documentava le iniziative delle ong che sostiene anche come attivista. Gli ultimi due sono Marcello Faracci, in possesso di doppio passaporto italo-tedesco, motivo per il quale non era considerato nella prima lista. Stessa sorte per Muhim Qaqer, italo-palestinese. Secondo l'Unità di Crisi della Farnesina dovrebbero essere trasportati in Turchia e poi in Italia. Per la Rete Romana di Solidarietà nessuno di loro ha firmato l'ammissione di 'colpa' chiesta dalle autorità israeliane. Un portavoce del premier israeliano Netanyhau ha fatto sapere che gli altri attivisti saranno rilasciati entro domani.

di Christian Elia da PeaceReporter

Un ergastolano commenta il libro "LOTTA CIVILE" di Antonella Mascali

Durante il “corso di lettura” con la psicologa del carcere abbiamo letto il libro di Antonella Mascali, a cui invio queste riflessioni.

Credo che il perdono ti faccia amare il mondo e che la vendetta te lo faccia odiare.
Giustizia dovrebbe significare verità e non vendetta.

Mi potrei fare i fatti miei, ma sono un ergastolano, un uomo “libero” che non ha più nulla da perdere e quindi mi posso permettere di dire quello che penso.
Premetto che condanno la mafia, sia quella che spara, sia quella politica, giudiziaria, religiosa, finanziaria, mediatica e lobbistica che comanda e che in carcere non ci va mai.
Premetto che va tutta la mia sincera solidarietà a tutte le vittime innocenti della mafia.


Detto questo, ho trovato questo libro molto omertoso perché non dice che il più grande mafioso dei mafiosi è lo Stato Italiano;
che la mafia esisterà fin quando lo Stato la farà esistere perché gli è utile;
che lo Stato conosce bene la mafia, la comprende e la usa;
che molti assassini di vittime innocenti sono fuori perché collaboratori di giustizia;
che moltissimi di loro hanno ammazzato più da collaboratori di giustizia che da mafiosi;
che in carcere ci sono solo gli esecutori, i mandanti politici e i notabili sono tutti ai loro posti e molti di loro sono passati all’antimafia;
che non è logico e razionale pensare che la mafia sia solo quella contadina quasi analfabeta che si trova in carcere sottoposta al regime di tortura del 41bis da tanti anni;
che il Sud è sempre stato un serbatoio di voti di chi governa perché chi vince le elezioni in Sicilia governa l’Italia, per questo l’ex partito comunista non è mai andato al potere;
che molti ergastolani sono pure loro vittime della mafia;
che molte persone normali per sopravvivere sono stati costrette a diventare mafiosi; che molti mafiosi non hanno mai ammazzato degli innocenti ma si sono spesso ammazzati tra di loro;
che molti mafiosi sono nati mafiosi a causa di uno Stato mafioso, assente, fuori legge, perché la legalità prima di pretenderla va donata.

Antonella, molti fanno finta di non sapere una verità vera: i mafiosi sono spesso usati dai poteri forti.
Antonella, voglio farti una domanda semplice: secondo te chi è più mafioso, chi accetta la sua pena, giusta o sbagliata che sia, o chi usa la giustizia per uscire dal carcere diventando collaboratore?
Antonella, la pena non va evitata, ma va espiata, per fargli svolgere la sua funzione rieducativa.
Ma non credo che sia giusto punire i detenuti che accettano di espiare la loro condanna con il carcere a vita senza nessun beneficio fino alla morte, quando molti di questi sono stati arrestati a diciotto, diciannove, vent’ anni.

Antonella, non mi dire che anche tu non conosci l’ergastolo ostativo?
Se lo vuoi conoscere leggi su www.informacarcere.it e su www.urladalsilenzio.wordpress.com e scoprirai “La pena di morte viva”, una pena che non avrà mai fine, se al tuo posto in cella non ci metti un altro.
Antonella, apri gli occhi, la mafia e lo Stato sono spesso la stessa cosa, le persone per bene sono diverse, ma sono influenzate dai mass media quando pensano che è tutta colpa di un pugno di uomini murati vivi dal 1992.
Il nemico è tra voi che vi usa e ci usa.

Carmelo Musumeci
Giugno 2010

martedì 1 giugno 2010

GIOVANI MERIDIONALI SENZA FUTURO CONDANNATI ALLA MORTE CIVILE

L’ Italia è un paese per vecchi, alla domanda di futuro che emerge dalle viscere della società non v’è risposta.
Scorrendo il rapporto annuale dell’ Istat si arriva alla conclusione che i giovani meridionali sono senza futuro, un milione fra essi non studia e non lavora.
Gli istituti di ricerca per definire questa tipologia di cittadini usano l’ acronimo “ Neet “ ( not in education, employment or traning ) e l’ Italia vanta il primato europeo di Neet.
La metà dei Neet è concentrata nel Mezzogiorno.
Si resta a vivere in famiglia non perché si è bamboccioni, ma perché la famiglia è l’ unica forma di protezione sociale, nonostante che il reddito disponibile delle stesse sia sceso del 2,7% e il potere d’ acquisto si sia contratto del 2,5%.
Dal 1983 i 30-34enni che rimangono in famiglia sono triplicati: in tutto sono 7 milioni.
Coloro che rimangono in famiglia non lo fanno per scelta ma per questioni inerenti alla sopravvivenza stessa.
Inoltre le giovani donne, i giovani in generale, stanno subendo i contraccolpi più feroci della crisi economica senza avere su le proprie spalle alcuna responsabilità.
Occorre tenere presente che la crisi italiana parte da lontano e se guardiamo solo l’ ultimo decennio si evince che l’ Italia è sempre cresciuta meno rispetto alle medie europee: l’ 1,4% contro il 10% dell’ Eurozona e il 12,1% della UE.
Il tasso di occupazione giovanile femminile nell’ ultimo anno è sceso al 46,4% ( la media europea è del 58,6% ): nel Sud fino al 30,6% ( 105mila posti di lavoro in meno ), contro il 57,3% del Nord-Est.
Il direttore dell’ Istat Giovannini nel suo rapporto enuclea evidenze che segnalano gravi debolezze del sistema formativo e lavorativo, alcuni rischi per la coesione sociale e segnali di disagio espressi direttamente dai giovani.
I laureati sono solo il 21,6% dei giovani tra i 25 e i 29 anni, valore lontano dal 40% proposto da Europa 2020, progetto UE.
I nostri quindicenni, poi, sono incompetenti non solo nelle materie scientifiche perché anche nella lettura mostrano una capacità inferiore alla media internazionale: 469 punti contro 492.
Non deve sorprendere quindi se nel 2009 il 13,2% dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni, cioè più di un milione e 200mila, non ha letto neanche un libro.
Record negativo per l’ Italia è rappresentato dal numero di giovani, tra i 18 e i 24 anni, che abbandona gli studi senza aver conseguito il diploma di scuola superiore: siamo al 19,2% nel 2009, pari a 4 punti percentuali in più della media europea e 9 punti sopra l’ obiettivo fissato dalla strategia di Lisbona e riproposto in strategia Europa 2020.
Occorre aggiungere che il titolo di studio conseguito spesso non corrisponde al tipo di lavoro richiesto dalle imprese, con due conseguenze:
c’è un gruppo di persone comprese tra i 15 e i 34 anni che ha un livello di istruzione medio-alto che, arrivato nel mondo del lavoro, deve accontentarsi di contratti a termine e la crisi dell’ ultimo biennio si scaglia soprattutto su queste fasce di lavoratori; il secondo gruppo è costituito da sottoinquadrati di almeno 35 anni: ci sono 2 milioni e 600mila persone con scarse possibilità di migliorare le proprie condizioni di lavoro.
I dati dell’ Istat dimostrano che il Paese ha fallito il suo compito fondamentale: dare un futuro ai giovani. Che ormai sono diventati solo un tema dei varietà domenicali.
A dirlo è il Presidente delle Puglie Vendola che proseguendo la sua analisi sui dati forniti dall’ Istat continua esclamando: “ la nuova generazione ha saltato il turno del diritto al lavoro, candidandosi involontariamente alla morte civile “. Oltre ad esser d’accordo con Vendola credo, scientemente che
noi giovani del meridione senza un’ organizzazione politica capace di inoltrare una lotta di civiltà rischiamo di perdere oltre al lavoro anche il treno della natalità e dell’ esistenza stessa.

LA MAGGIOR QUESTIONE D’ ITALIA


Perché se lo tolgano bene dalla mente i fautori del reclutamento territoriale, i partigiani del decentramento regionale: l’ unione spirituale della patria, che è quanto dire la stessa vita della nazione, resta ancora da fare.
L’ unità politica fu una magnifica sorpresa, dovuta, non all’ identità etnografica che non esiste, non alla geografia così diversa da un estremo all’ altro del Regno, non alla storia divisa in due da quando Roma non signoreggiò più, ossia, dacchè la sua posizione topografica non le giovò più a signoreggiare su tutte le terre italiche- ma alla sola tarda comunanza della lingua, al solo vincolo di una religione rifatta dall’ antico ingenito paganesimo; e, quindi, per molti anni ancora la maggiore questione d’ Italia- io temo- sarà sempre l’Italia, stessa moralmente ed economicamente una.
Troppa distanza di civiltà e di ricchezza corre tra una parte e l’ altra del nostro paese…
Le idee, che dico? , le bestemmie separatiste non hanno mai avuto come ora terreno più propizio; non mai come ora è stato con maggiore impudenza proclamato insuperabile il dissidio fra l’ Alta Italia, conglomerato di antichi comuni, di antiche diocesi, di antiche provincie, già annesse o all’ impero austriaco o al reame di Francia, e l’ Italia meridionale, che è stata bensì signoreggiata da dinastie straniere, ma ha sempre costituito un grande Stato e italianizzato tutti i suoi dominatori.
E’ cieco chi non prevede il pericolo, è matto chi nega le necessità di convergere tutte le nostre forze all’ impresa ardua, lunga, di rifarci nella vita fisica e morale, tenendo dietro a’ progressi degli altri popoli d’ Europa, non mai memori di quanto dobbiamo alla dea Fortuna, che per nessun altro paese ha fatto più che per l’ Italia, sebbene in nessun altro se ne parli meno…
Mandiamo alla malora gli epifenomeni delle glorie passate, un passato così remoto da noi, e invidiamo i corpi vivi delle altrui grandezze, le presenti grandezze del pensiero umano.
O vogliamo noi forse imitare la Spagna, che ancora tre secoli fa imperava su tutte le Potenze, ed ora, perché ha tanto disprezzata l’ educazione dello spirito e della mente, è alla coda di tutte nelle vie dell’ ordine morale e civile?

Giustino Fortunato, 1897.

Comprendere il pensiero (meridiano) di scrittori illustri del passato, illuminati fuori dal loro tempo, perché proiettati nel futuro è per noi essenziale per vivere il presente.
Tecnicamente questo scritto di oltre un secolo fa sembra pensato per i nostri giorni.
Unica variabile intervenuta in tanti anni di storia è che adesso non è la Spagna la “ coda di tutte le Potenze nelle vie dell’ ordine morale e civile “, ma la nostra Italia purtroppo.

Nestore, contro l'abbandono degli amici a quattro zampe


di Nestore
All’arrivo dell’estate, ogni anno, il fenomeno del randagismo registra un notevole incremento, con circa 135 mila nuovi abbandoni.
Le autostrade si popolano di cani abbandonati a sé stessi e ad un triste destino: morire di stenti, di sete sotto un solo cocente, sull’asfalto bollente, o peggio investiti da una macchina, marcendo sul ciglio di una strada. Un gesto vigliacco da parte degli pseudo amanti degli animali che mentre si godono il sole, il mare e le bibite fresche, lasciano crudelmente che il povero animale a quattro zampe gema disperato nella speranza che qualcuno torni a prenderlo.

In realtà i cuccioli vengono considerati come degli autentici giocattoli viventi da questa assurda razza di esseri umani. Dei giocattoli utili ad intrattenere per un po' i propri figli.

Esattamente come dei giocattoli, al cambio di stagione, verranno poi rimpiazzati da altri cuccioli di animale, magari più alla moda dei precedenti. Tutto ciò mi pare assurdo, si tratta di un terribile modo di educare le nuove generazioni, queste cresceranno senza alcun senso di responsabilità, non saranno in grado di affezionarsi a nessuno e di conseguenza non riusciranno a costruire dei sani rapporti impersonali poiché così come sono stati abituati nell'infanzia con gli animali domestici, tratteranno anche le persone come un Kleenex.

Forse la mia analisi può sembrare estrema, ma secondo me, il fenomeno dell'abbandono dei cuccioli va inserito in un contesto sociale più ampio. La crudeltà dell'uomo in questi casi, non si limita al solo rapporto con gli animali ma indubbiamente va a riflettersi nella sfera dei rapporti interpersonali della moderna società, dove assistiamo ad una costante crescita del fenomeno della disgregazione familiare. I due fenomeni ritengo siano legati. Laddove i genitori mancano, per motivi diversi,
nel corrispondere la giusta educazione ed affetto verso i propri figli, tendono a fornire loro dei surrogati che vengono rappresentati dai cuccioli di animali. I cuccioli di uomo, però, non sono in grado di dare amore. Mi spiego meglio: i bambini, perchè non ancora maturi, ricambiano l'amore solo se ricevono amore. Se invece di ricevere amore ricevono regali, giochi, vestiti, cuccioli, saranno di conseguenza abituati a voler bene ai genitori o chi per loro solo in cambio di
qualcosa. Per questo i giovani di oggi non hanno rispetto di niente o di nessuno. Mancano di rispetto per le persone, per gli anziani, per i genitori, per i disabili, per l'ambiente, per gli animali, per gli educatori e la lista potrebbe continuare all'infinito.

Il rispetto invece non manca per chi ostenta il successo, il potere economico o
politico. Il messaggio distorto che hanno appreso è semplice: “ognuno conta per quello che possiede, non per ciò che è oppure conosce”.

Forse, di fronte a gesti di crudeltà come questi, bisognerebbe farsi un esame di coscienza collettivo. Non basta solo condannare coloro che si rendono protagonisti di imprese del genere, cercando di arginare il fenomeno con la sensibilizzazione fatta di spot pubblicitari e di iniziative, ma andando a recuperare certi valori che oggi si sono persi in nome del progresso e della società consumismo.

Concludo con i dati del ministero, nei canili, vivono 600 mila cani dietro le sbarre, senza contare i 2,6 milioni di gatti abbandonati a sé stessi. Con l’arrivo
delle vacanze estive la situazione precipita ogni anno.
Nestore, consiglia di scegliere per le vacanze strutture attrezzate ad ospitare il vostro animale domestico, o di optare per le pensioni.
Qualsiasi alternativa è migliore di un gesto così crudele come l’abbandono sul
ciglio di una strada.

La sterilizzazione è una scelta responsabile nei confronti degli animali con cui viviamo perché se anche si riesce a dare una casa a tutti i cuccioli generati dal proprio cane o dal proprio gatto, si toglieranno possibilità preziose di affidamento per uno dei tanti animali rinchiusi nei canili o abbandonati per la strada.

Alle istituzioni nazionali e locali, ma anche ai singoli cittadini, la richiesta di fare prevenzione attraverso alcuni comportamenti responsabili.
Oltre alla sterilizzazione e all’adozione come alternativa all’acquisto, denunciare chi abbandona animali, reato questo punito con l’arresto fin ad un anno con con l’ammenda da mille a 10 mila €.

lunedì 31 maggio 2010

Israele assalta Freedom Flotilla in acque internazionali! Almeno 16 morti, decine i feriti


Dalla Freedom Flottilla, così InfoPal, riporta dell'attacco sionista subito in mare:

Israele attacca la Freedom Flotilla: almeno dieci morti e vari feriti tra i partecipanti

[Acque internazionali, al largo della Striscia di Gaza - Infopal] All'alba di quest'oggi, 31 maggio, Israele ha aggredito con navi da guerra della Marina militare appoggiata da elicotteri la Freedom Flotilla, che trasporta tonnellate di aiuti per la popolazione della Striscia di Gaza, sotto embargo da circa quattro anni. Vi sono almeno dieci morti (ma probabilmente di più) e vari feriti sulla nave turca della Flotilla. L'aggressione - che è ancora in corso - è avvenuta in acque internazionali, pertanto si tratta a tutti gli effetti di pirateria. È degno di nota il fatto che i partecipanti sono persone assolutamente pacifiche, disarmate, il cui unico scopo è quello di portare gli aiuti alla popolazione di Gaza.


Il Comunicato degli attivisti sulla Freedmo Flotilla

Nel cuore della notte, commandos israeliani hanno abbordato la nave passeggeri Turca "Mavi Marmara" sparandole contro. Il filmato in diretta streaming dall'imbarcazione mostra che 2 persone sono state uccise e 31 ferite. Al Jazeera ha appena confermato questi numeri. Israele ha dichiarato che sta entrando in possesso delle imbarcazioni. Lo streaming video mostra i soldati Israeliani che sparano a civili, e il nostro ultimo messaggio spot diceva: ‘Aiutateci, siamo stati abbordati dagli Israelian'. La coalizione formata dal Free Gaza Movement (Fg), European Campaign to End the Siege of Gaza (Ecesg), Insani Yardim Vakfi (Ihh), Perdana Global Peace Organisation , Ship to Gaza Greece, Ship to Gaza Sweden, e International Committee to Lift the Siege on Gaza lancia un appello alla comunità internazionale per chiedere a Israele di fermare questo brutale attacco contro civili che stavano tentando di portare aiuti di vitale importanza ai palestinesi imprigionati a Gaza e di consentire alle navi di continuare il loro cammino. L'attacco è avvenuto in acque internazionali, a 75 miglia al largo della costa di Israele, in violazione del diritto internazionale.

da Infoaut

Per un 2 agosto contro ogni revisionismo


di Nodo Sociale Antifascista – Bo
Non è davvero difficile capire quanto, in questi ultimi anni, lo slogan bipartisan della “memoria condivisa” sia stato un eufemismo per manipolare e demolire la memoria collettiva.

Oggi si sa molto della stagione dello stragismo neofascista. Sappiamo persino di che colore era l’auto con cui fu portata la bomba in Piazza Fontana il 12 dicembre 1969. Conosciamo i nomi degli esecutori materiali della strage di Piazza della Loggia e di quella del 2 agosto 1980. Sappiamo anche che quasi tutti gli stragisti sono riusciti a farsi assolvere, o a ritornare in libertà, grazie a prescrizioni, coperture, complicità, favoritismi, polveroni mediatici. Oppure sono riparati in dorate residenze all’estero: il generale Gianadelio Maletti in Sudafrica, i neofascisti Delfo Zorzi in Giappone, Giovanni Ventura in Argentina, ecc.


Ogni 12 dicembre i giornali scrivono che quella di Piazza Fontana sarebbe «una strage senza colpevoli», quando invece i processi hanno stabilito senza ombra di dubbio precise responsabilità e assolto però gli assassini neofascisti: Zorzi, Freda, Ventura e altri militanti di «Ordine nuovo».

Ogni 2 agosto i giornali si interrogano sulla colpevolezza di Mambro e Fioravanti esibendo fantomatiche «piste alternative» imbastite sul nulla, senza che vi sia alcun elemento nuovo, con esercizi di fantasia contraddittori e offensivi.

È una tecnica manipolatoria che da anni si esercita con grande fervore anche sulla strage del 2 agosto 1980. Prima è stata la volta della famigerata, fumosissima “pista palestinese”: o un’azione di rappresaglia per l’arresto in Italia di tal Abu Saleh, oppure un incidente durante il trasporto di una grossa quantità di esplosivo. Peccato che le due ipotesi siano solo bugie con le gambe cortissime: Abu Saleh non fu rilasciato il 14 agosto 1980, ma due anni dopo; e l’esplosivo T4 – un esplosivo militare – non può esplodere senza innesco e nessuno lo trasporterebbe innescato se non per farlo esplodere.

Così, in mancanza di meglio, nel 2009 è tornato di moda Carlos “lo sciacallo”, presentato dai giornali come “il più feroce terrorista di tutti i tempi” o “il più famoso e sanguinario terrorista del mondo” a fronte dei poveri “innocenti” Mambro e Fioravanti, quando invece le vittime del primo sono qualche decina e quelle della coppia neofascista sono nell’ordine delle centinaia (la loro è una lunga carriera da assassini e stragisti già prima del 2 agosto 1980). Secondo Carlos – nemico degli Stati Uniti e di Israele nonché bugiardo incorreggibile – la strage di Bologna sarebbe stata fatta dai servizi segreti statunitensi e israeliani per addossarla ai palestinesi e rompere quei margini di tolleranza di cui godevano in Italia. Un piano così abile ed efficace che in quegli anni nessuno pensò di addossare la strage ai palestinesi! Comunque sia, si tratterebbe di una smentita della “pista palestinese”, fermamente sostenuta da Cossiga, Alemanno, Enzo Raisi & C.

Come in un romanzo di quart’ordine, pare insomma che il 2 agosto 1980 la stazione di Bologna brulicasse di spie, terroristi, trafficanti d’armi e tipacci d’ogni risma. Anzitutto c’era Thomas Kram che dormì nella notte fra l’1 e il 2 agosto all’Hotel Centrale di Bologna, si registrò con il proprio nome e cognome, ed era un personaggio conosciuto e controllato dalla polizia italiana. Pare fosse esperto nella falsificazione di documenti e non di esplosivi (come scrivono caparbiamente i giornali ogni anno). E apparteneva a certe “Cellule rivoluzionarie” e non al gruppo del sopracitato Carlos. Poi pare ci fosse un’altra terrorista, tal Christa-Margot Frohlich che “sarebbe stata vista”, forse, all’Hotel Jolly di Bologna l’1 agosto 1980. Ovviamente la preziosa testimonianza vien fuori adesso: il tempo è galantuomo. Poi c’erano palestinesi, agenti della CIA e del Mossad, “sciacalli” vari. Basta moltiplicare gli enti senza il minimo indizio e senza alcuna logica, e la storia diventa un balletto dove tutto è possibile: è il revisionismo della moltiplicazione immaginifica. Di fatto, qualsiasi cosa va bene, anche la più incredibile, pur di far dimenticare che i mandanti stavano verosimilmente ai piani alti dello Stato.

Analogamente, nel macchinoso volume Il segreto di Piazza Fontana, Paolo Cucchiarelli l’anno scorso ha sostenuto che per la strage di piazza Fontana erano necessarie due bombe: una anarchica e una fascista, poste nello stesso luogo, una sopra l’altra. Basta sovrapporre la realtà accertata (la bomba fascista collocata da Ordine Nuovo) e l’irrealtà fantasiosa (l’immaginaria bomba anarchica) per rendere pienamente manipolabile – o quantomeno sempre più evanescente – la verità storica.

Quest’anno, per il consueto depistaggio sul 2 agosto, i postfascisti al governo cercheranno di inventarsi l’ennesima “pista internazionale”. Così ora c’è un gran fervore di magistrati intorno alle presunte “rivelazioni” della Commissione Mitrokhin e alle carte provenienti da Germania Est, Ungheria, Grecia, ex Cecoslovacchia... Negli archivi ex-comunisti, dove la Stasi e altre polizie segrete fabbricavano dossier buoni per tutti gli usi, si vorrebbe trovare un qualche pezzo sbrindellato di carta, una nota spese, uno scarabocchio che supporti le fantasie autoassolutorie dello Stato.

Di recente, anche Giorgio Napolitano si è unito al coro dei revisionisti sulla strage del 2 agosto: «Le ombre e i dubbi che sono rimasti, hanno stimolato un nuovo filone di indagine, dagli sviluppi imprevedibili». Oggi lo Stato ha bisogno di «sviluppi imprevedibili» e di celebrazioni generiche di «tutte le vittime del terrorismo» per far dimenticare che lo Stato stesso ha avuto un ruolo attivo nel promuovere la «strategia delle stragi» e ha poi sempre mantenuto un atteggiamento opaco e reticente impedendo in ogni modo l’accertamento della verità.

Da ogni parte oggi si cerca di manipolare e negare quella che è un’evidenza difficilmente confutabile: la «strategia della tensione» fu di «matrice neofascista» e di regia istituzionale. Una lunga, incalzante serie di stragi indiscriminate (Piazza Fontana, il treno Freccia del Sud, Peteano, la Questura di Milano, Piazza della Loggia, il treno Italicus, la Stazione di Bologna...) fu portata avanti da uomini degli apparati più coperti dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Lo scopo era quello di promuovere con la violenza un clima di paura e smarrimento per scoraggiare e sconfiggere le lotte operaie e le proteste sociali.

E fin dal principio lo stragismo fu neofascista, come confermò già la condanna definitiva di Freda e Ventura per le bombe del 1969 pre-piazza Fontana: attentati per i quali alcuni anarchici erano già stati condannati e sarebbero stati incastrati se a Treviso il giudice Stiz nel 1971-1972 non avesse riportato gli accertamenti sulle prove di fatto.

A lungo preparata, anche la strage di Bologna fu uno di questi capitoli e la sua verità storica non può essere staccata dalla storia dello stragismo neofascista e dei suoi appoggi istituzionali di ieri e di oggi. Dimenticare la specificità delle stragi di Stato pare diventato ormai un obbligo istituzionale a cui nessuno più si sottrae. Dopo il revisionismo su fascismo e Resistenza, il revisionismo sul neofascismo stragista è un passo decisivo sulla via di un totalitarismo aggiornato alla contemporaneità.

Per questo crediamo che il 2 agosto non si tratti solo di ricordare come ogni anno la strage neofascista, ma anche di preparare – a trent’anni da quell’evento doloroso – un corteo nazionale contro ogni revisionismo che sappia smascherare le operazioni ideologiche di manipolazione della memoria. Se e come questo corteo debba seguire, sovrapporsi o contrapporsi a quello “ufficiale”, è decisione che spetta a chi intende costruirlo e promuoverlo.

Riteniamo altresì che il luogo più adatto di discussione, riflessione, elaborazione di materiali informativi, possa essere il Festival Sociale delle Culture Antifasciste programmato a Bologna dal 28 maggio al 6 giugno. Il Festival ci pare infatti un’occasione da non sprecare assolutamente per tessere relazioni e plasmare progettualità comuni che possano poi dare frutti, creando spazi di agibilità collettiva per tutto il resto dell’anno.

Dimenticare la storia vuol dire condannarsi a subirla di nuovo. Non c’è memoria senza la lotta per un mondo più giusto!

da Indymedia

PIAZZA DELLA LOGGIA



Venerdì 28 maggio ricorreva il trentaseiesimo anniversario della strage di stampo fascista compiuta a Brescia in Piazza della Loggia



sabato 29 maggio 2010

DIRITTI NEGATI

L'altro ieri il Senato ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (D.d..L. 733) tra gli altri con un emendamento del senatore Gianpiero D'Alia (UDC) identificato dall'articolo 50-bis: /Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet;

la prossima settimana Il testo approderà alla Camera diventando l'articolo nr. 60.

Il senatore Gianpiero D'Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo e ciò la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della"Casta".
In pratica in base a questo emendamento se un qualunque cittadino dovesse invitare attraverso un blog a disobbedire (o a criticare?) ad una legge che ritiene ingiusta, i /providers/ dovranno bloccare il blog.

Questo provvedimento può far oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all'estero; il Ministro dell'Interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può infatti disporre con proprio decreto l'interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

L'attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore; la violazione di tale obbligo comporta per i provider una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000.

Per i blogger è invece previsto il carcere da 1 a 5 anni per l'istigazione a delinquere e per l'apologia di reato oltre ad una pena ulteriore da 6 mesi a 5 anni perl'istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all'odio fra le classi sociali.

Con questa legge verrebbero immediatamente ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta!

In pratica il potere si sta dotando delle armi necessarie per bloccare in Italia Facebook, Youtube e *tutti i blog* che al momento rappresentano in Italia l'unica informazione non condizionata e/o censurata.

Vi ricordo che il nostro è l'unico Paese al mondo dove una /media company/ ha citato YouTube per danni chiedendo 500 milioni euro di risarcimento.

Il nome di questa /media company/, guarda caso, è Mediaset.

Quindi il Governo interviene per l'ennesima volta, in una materia che, del tutto incidentalmente, vede coinvolta un'impresa del Presidente del Consiglio in un conflitto giudiziario e d'interessi.

Dopo la proposta di legge Cassinelli e l'istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al "pacchetto sicurezza" di fatto rende esplicito il progetto del Governo di /normalizzare/ con leggi di repressione internet e tutto il istema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.

Tra breve non dovremmo stupirci se la delazione verrà premiata con buoni spesa!

Mentre negli USA Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet in Italia il governo si ispira per quanto riguarda la libertà di stampa alla Cina e alla Birmania.

Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati il blog Beppe Grillo e la rivista specializzata Punto Informatico.

Fate girare questa notizia il più possibile per cercare di svegliare le coscienze addormentate degli italiani perché dove non c'è libera informazione e diritto di critica il concetto di democrazia diventa un problema dialettico.

venerdì 28 maggio 2010

Imprese, gelo su Berlusconi E lui cita il Duce: non ho poteri


«Come vedreste Emma (Marcegaglia, ndr) a darmi una mano al ministero dello Sviluppo? Come la prenderanno in Confindustria? Alzi la mano chi dice sì». Silvio Berlusconi vorrebbe tornare ai suoi toni eroici, fatti di battute e slogan sostenuti da boatti di approvazione, davanti all’assise annuale di Confindustria. Così davanti alla platea riunita all’Auditorium - quest’anno più «ricca» vista l’occasione dei cento anni dell’Associazione - tenta ancora la carta dello scherzo. Ma sono in pochi a ridere, e ancora meno quelli che rispondono al suo invito: solo un paio di mani alzate . La battuta è tutta fuori tempo: nella grande sala c’è un gelo imbarazzato. Gli imprenditori restano freddi durante tutto il suo intervento, in cui peraltro il premier mostra la corda più volte.

Offre di sé l’immagine di un uomo stanco («cara Emma, sono vecchio non riesco a seguire bene le immagini», esordisce), chiede aiuto («conoscete l’indirizzo di Palazzo Chigi, se qualche imprenditore vuole venire a darci una mano...»), sulla manovra ammette che «è difficile tagliare le spese». Tenta di replicare a quell’attacco sferzato senza esitazione dalla presidented egli industriali contro la (mala) politica, a quel verdetto senza appello che Marcegaglia emette. «Se la maggioranza dovesse ridursi, per litigi o divisioni, all’impotenza - aveva declamato la presidente - si chiuderebbe nell’insuccesso la lunga promessa di una politica del fare». Parole come lame acuminate, che sembrano presagire un fallimento politico complessivo del berlusconismo.
E lui, in trincea a difendersi. «C’è qui Fini - dichiara facendo un cenno alla prima fila dove siede il presidente della Camera - e noi vi garantiamo che nei voti alla Camera la maggioranza sarà coesa». Qualche tempo fa sarebbe bastato un suo cenno, una sula parola: e forse neanche quella. Ma ora le imprese sono stanche. «Non incanta più» dice qualcuno. Soprattutto quando ripete i clichés ormai più che decennali. Come il «tradizionale: «Non potete prendervela con il governo. Noi siamo dei poveracci e abbiamo ereditato una situazione di decenni precedenti». La linea dell’irresponsabilità, dell’impossibilità a proseguire sulla strada del «governo del fare», delle mani legate. Stesso oerientamento espresso anche qualche ora più tardi a parigi. Citando Mussolini - «persona ritenuta un grande dittatore», si perita di specificare - Berlusconi dichiara: «Io non ho nessun potere, forse ce l'hanno i gerarchi, ma non io. Io posso solo decidere se far andare il mio cavallo a destra o a sinistra, ma niente altro».

Gli ostacoli al suo potere (assoluto) sarebbero tutti i dissenzienti: opposizione e soprattutto alleati non allineati. Nonostante tutto, tuttavia, il premier si ritiene ancora «in una posizione fortunata», sostiene, visto che ha ancora «il 60% dei consensi.
In casa confindustriale non sembrava proprio. Marcegaglia approva l’ultima manovra («di Tremonti» dichiara), ma chiede di più. Invoca riforme strutturali e sferra un attacco frontale al mondo della politica, incassando l’applauso più lungo. «Diciamolo chiaro: la politica dà occupazione a troppa gente in Italia - declama - Ed è l’unico settore che non conosce né crisi, né cassa integrazione». Il messaggio di fondo che parte dalle imprese punta dritto a un nuovo corso, ispirato alla concordia nazionale e sociale. Basta liti, basta contrapposizioni. Di fronte all’emergenza serve altro. Sul fronte del lavoro si chiede un patto allargato a tutte le forze in campo. «Serve una grande assise dell’Italia delle imprese e lavoro - dichiara Marcegaglia - Incontriamoci subito, entro l’estate, con l’obiettivo di una grande intesa per la crescita».

L’appello è rivolto anche a chi non ha siglato l’ultimo accordo sul modello contrattuale: la Cgil. Senza il sondacato di Epifani è impossibile cambiare l’Italia - spiegano fonti interne alla struttura - per questo la presidente rivolge l’ennesimo invito a una nuova unità. Ma l’«abbraccio» invocato sul fronte del lavoro, ha il suo «omologo» politico. Quella presa di distanza dalle contrapposizioni spalanca la strada alle ipotesi del Palazzo su un futuribile governo di unità nazionale. «Davanti alle scelte difficili che dovremo compiere - aggiunge la presidente - non ricomincino i soliti giochetti. Dell’opposizione e di parti della maggioranza. Serve unità nazionale, senso del Paese, fare cose per il bene del Paese». I radicalismi sono banditi. Eppure dal tramonto del berlusconismo si salva proprio la sua anima più radicale. Quella leghista, a cui anche ieri le imprese hanno strizzato l’occhio.

da Indymedia

Amnesty International: “l’Italia viola i diritti umani”.


Migliaia di rom residenti a Roma si trovano di fronte alla minaccia di subire molteplici violazioni dei diritti umani come effetto del nuovo piano destinato a chiudere buona parte dei campi della capitale.

Il "Piano nomadi" spiana la strada allo sgombero forzato di migliaia di rom e al trasferimento della maggior parte di essi, ma non di tutti, in campi ampliati o di nuova costruzione situati nella periferia di Roma.


Anche se sono state effettuate alcune consultazioni nei campi coinvolti dal "Piano nomadi", gli standard internazionali sui diritti umani richiedono che vangano consultate tutte le persone di cui è previsto lo sgombero. Coloro che saranno titolati a essere trasferiti verranno portati in altri campi, non in alloggi permanenti in cui molti rom vorrebbero vivere. Non avranno possibilità di scegliere in quale campo andare.

Molti temono che le loro prospettive d'impiego e la carriera scolastica dei figli verranno compromesse. Ma questi sono i fortunati. Agli altri non verrà fornito alcun alloggio alternativo: alcuni lasceranno Roma, altri troveranno un rifugio dove potranno, fino a quando non verranno di nuovo sgomberati.

Firma l'appello.

Commissario straordinario per l'emergenza nomadi a Roma
Prefetto Giuseppe Pecoraro
Prefetto di Roma
Via IV Novembre 119/a
00187 Roma

Egregio Commissario straordinario

Le scriviamo per esprimere la nostra profonda preoccupazione relativa al "Piano nomadi" che, qualora fosse attuato, causerebbe molteplici violazioni dei diritti umani dei rom.

Il piano contiene numerose disposizioni discriminatorie ed è mal concepito. Non risolverà i problemi sociali da cui ha preso le mosse né assicurerà il godimento del diritto all'alloggio alla maggior parte dei rom interessati.

La esortiamo quindi a rimandare l'attuazione del "Piano nomadi" e a rivederlo sulla base di un'appropriata consultazione con coloro che sono direttamente coinvolti, assicurando che la revisione del "Piano nomadi" rispetti il diritto a un alloggio adeguato.

La sollecitiamo inoltre ad assicurare che gli sgomberi siano eseguiti solo come soluzione estrema e nel pieno rispetto delle salvaguardie previste dagli standard europei e internazionali in materia di diritti umani.

La ringraziamo per l'attenzione.

http://www.amnesty.it/rom_diritto_alloggio

da Indymedia

giovedì 27 maggio 2010

Chi ha paura del giornalista che indaga sulle navi dei veleni?


Occuparsi delle navi dei veleni significa pagare un prezzo fissato in termini di intimidazioni, attentati e furti quanto meno strani. È il caso di Gianni Lannes, giornalista investigativo sotto scorta dallo scorso dicembre, che negli ultimi tempi è stato oggetto di nuove pressioni. La penultima poco prima della metà di maggio 2010e il sospetto era che sull’auto della moglie fosse stata piazzata una bomba. Il presunto ordigno si rivelerà una manomissione all’impianto elettrico: qualcuno ha sfondato il finestrino, aperto il veicolo e armeggiato lasciando in bella evidenza cavi volanti. Un avvertimento che giunge dopo tre veicoli distrutti (il primo esploso il 2 luglio 2009, il secondo bruciato il 5 novembre e il terzo – auto dai freni manomessi – il 23 luglio 2009). Qualche giorno dopo – mentre il cronista stava radunando documentazione acquisita di recente – i ladri fanno visita alla sua casa: spariscono un computer, una fotocamera subacquea e un hard disk portatile. Approfittando di una breve assenza, entrano nella sua abitazione senza scassinare la porta (nessun segno di effrazione) e non si appropriano di nient’altro: televisore, stereo, gioielli, denaro.

Cos’hanno portato via?

Documenti di lavoro. A casa non ho uno schedario, non ho un archivio, la mole di dati raccolti sta da un’altra parte, ma casualmente ho lasciato quel materiale pensando che tra le mura domestiche fosse al sicuro. Ero stato via tre giorni, ero a Perugia per una serie di seminari e conferenze sul tema dell’informazione. Ho partecipato proprio domenica scorsa alla marcia della pace e quando ho fatto rientro mi sono accorto di ciò che era accaduto. Una brutta sorpresa, anche perché sono sotto tutela del ministero degli interni che dovrebbe sorvegliare anche la mia abitazione, no?

Intimidazione che arriva mentre stai procedendo nell’inchiesta sulle navi dei veleni…

Proprio il giorno prima, l’11 maggio, ero a Roma e dovevo incontrare il comandante generale delle guardie costiere, l’ammiraglio Raimondo Pollastrini. Era stata concordata un’intervista, ma l’ufficiale non si è fatto trovare, nonostante avesse chiesto e ottenuto di conoscere per iscritto le domande. Ne avevo inviate ventitré, ma nessuna risposta, neppure le scuse per l’appuntamento saltato.

Negli ultimi articoli pubblicati sul tuo sito, viene fuori che c’è di mezzo un parlamentare. Chi è? Cosa c’entra?

È il presidente della commissione bicamerale sul ciclo dei rifiuti, altrimenti detta commissione sulle “ecomafie”, l’avvocato Gaetano Pecorella, con studio a Milano. C’entra con la questione delle navi dei veleni e dei rifiuti radioattivi perché ho intercettato un bel po’ di documenti del suo studio legale in riferimento all’arrivo nel porto di Ravenna di un carico proveniente da Israele con container di rifiuti metallici. Dalle misurazioni della sezione provinciale di Ravenna dell’Arpa (servizio sistemi ambientali), è risultata una notevole radioattività. Lo studio legale Pecorella-Fares, difende gli interessi di coloro che importano in Italia questo tipo di rifiuti. C’è un carteggio in cui si sostiene che tutto è a posto, tutto è normale. Anzi, lo studio chiede di autorizzare, testualmente, “l’individuazione del materiale radioattivo e [il suo] smaltimento e bonifica in maniera tale da consentire la commercializzazione della parte sicura ed evitare così un grave pregiudizio economico per la stessa. In subordine, qualora si ritenesse che il materiale in ogni caso non debba sostare presso il porto di Ravenna, si chiede che sia autorizzato il trasporto in un altro Paese diverso da Israele”. Questo documento porta la data del 12 novembre 2009 ed è stata inviato all’Arpa di Ravenna, all’attenzione della dottoressa Patrizia Lucialli.

Nessuno ha mai parlato di questo “conflitto di interessi”?

Nessuno. Anche io l’ho colto per caso. Ero a Ravenna per portare a termine una verifica sul registro dei sinistri marittimi e sull’affondamento di due navi albanesi nel medio-alto Adriatico e casualmente mi sono imbattuto in questa documentazione. Dunque ho voluto vederci chiaro e ho scoperto che anche a Ravenna sono arrivati carichi di questo genere. Non è la prima né l’unica nave ovviamente, ma mi fa davvero specie che il presidente di quella commissione parlamentare difenda gli interessi di chi si occupa di questo genere di trasporti a livello internazionale. A questo punto, secondo me Pecorella dovrebbe spiegare la sua posizione e subito dopo dimettersi.

Notizie che fanno parte di un dossier più ampio…

Sì. Non do i numeri, ma la certezza è matematica: siamo a quota 200 affondamenti nel Mediterraneo. Sto parlando dell’Adriatico, dello Ionio soprattutto e del Tirreno. Non si tratta di relitti bellici della prima e della seconda guerra mondiale, bensì di navi affondate dai primi anni Settanta fino ai giorni nostri. L’ultima che abbiamo rilevato è una nave affondata tre anni fa nello Ionio. Abbiamo filmati, fotografie, rilevamenti sonar e poi ricerche nelle banche dati. Per esempio, in quelle dei Lloyds di Londra e Genova, poi sono stati consultati il registro italiano navale Rina e l’Imo, le guardie costiere e le direzioni marittime.

Renderai pubblico il contenuto del dossier?

Questo è il frutto di una ricerca soprattutto in mare, ma anche presso le fonti ufficiali, come l’archivio storico della marina militare. La prima cosa che abbiamo fatto è capire quali erano i relitti risalenti al primo e al secondo conflitto mondiale per fare una cernita: quelli si sa cosa sono ed esiste un elenco risalente al 1952 che li censisce. Ben altra cosa sono queste carrette del mare. Spesso si tratta di carichi a perdere non innocui, pieni di rifiuti chimici e spesso di scorie radioattive. Ma abbiamo trovato anche altro: migliaia di container, droni e missili chiamiamoli penetrator. Due in particolare sono nello Ionio. Tornando alla pubblicazione del dossier, pare che ci siano difficoltà a presentarlo alla Camera dei Deputati e forse sarà più facile farlo a Strasburgo, al parlamento europeo, dove c’è una disponibilità del presidente. Faremo tappa anche in vari porti italiani partendo da Genova e a seguire La Spezia, Livorno, Civitavecchia e su fino a Trieste, risalendo la costa, isole comprese. In merito ai tempi – slittati più di una volta per via della grande mole di materiale, scoperte e riscontri – non dovrebbero andare oltre i primi di ottobre. Inoltre l’intenzione è quella di stampare il dossier in almeno 10 mila esemplari.

C’è un legame tra minacce, furti e le navi dei veleni?

Non mi era mai accaduto in 25 anni di attività di subire pressioni così ravvicinate e anomale. Da 10 mesi mi occupo esclusivamente di navi dei veleni e se si tratta di vendette postume per altre storie è curioso che appaiono adesso. A parere degli inquirenti e dei carabinieri in particolare, sembrano dei tentativi di condizionamento del mio lavoro d’indagine. Peraltro questi episodi accadono sempre in coincidenza di qualche evento: quando devo intervistare qualcuno, quando scopro qualcosa arriva una risposta del genere.

Sei un cronista che sta rischiando, però nessuno ne parla. Troppo solo, come mai?

Non lo so, potrebbero essere tanti i motivi. Innanzitutto non appartengo a nessuna parrocchia, non ho tessere, non sono un raccomandato e non devo ringraziare nessuno. E poi credo che il problema sia più generale, non legato specificamente alla mia persona. Il fenomeno trattato comprende interessi di multinazionali della chimica e del nucleare che negli ultimi trent’anni hanno costituito un cartello, una sorta di network criminale, e hanno utilizzato gli oceani e i mari (Mediterraneo e Italia compresi) per affondare ogni genere di porcheria. Il vero buco nero in Europa e in Occidente è la quantità di rifiuti industriali prodotti: che fine fanno? Aggiungo un altro dettaglio a questa risposta: per la trasmissione di Gianni Minoli “La storia siamo noi”, ho lavorato come autore e consulente ad una puntata sulla strage del motopeschereccio “Francesco Padre”, affondato il 4 novembre ‘94 nel corso di un’azione di guerra simulata nel basso Adriatico. Ecco, la puntata è pronta e ora, senza fornire alcuna motivazione, mi chiedono di modificarne i contenuti violando il contratto che mi hanno fatto firmare. Un episodio del genere potrebbe far pensare a qualche forma di censura.

Non voglio farti i conti in tasca, ma la tua è un’inchiesta è molto complessa, quindi costosa. Da dove arrivano i soldi?

È autofinanziamento. Ho speso soldi miei che avevo da parte. Vuoi una cifra? Non vorrei inquietare oltremodo mia moglie, ma è tanto, migliaia di euro.

Forse le ombre che ti seguono non appartengono alla criminalità organizzata né alla criminalità comune. Chi ti dà la caccia?

Credo vi sia la mano dei servizi segreti di questo Paese e non solo. La vicenda chiama in causa interessi di altri Paesi europei e degli Stati Uniti. Non saprei dettagliare di più. Sicuramente sono seguito e osservato. Peraltro un magistrato del calibro di Francesco Neri me l’ha fatto rilevare di recente a Reggio Calabria: nel corso di un nostro incontro, avevamo “compagnia” e si noti che mentre io ho la scorta, lui non ha nemmeno quella. A una domanda del genere è poi il governo italiano a dover rispondere, quello attualmente in carica e quelli precedenti. E dovrebbe fornire qualche risposta anche in merito a un filmato subacqueo di alcuni minuti che abbiamo messo online nei giorni scorsi: si vede una nave dei veleni nello Ionio e ne chiediamo conto al presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, e al ministro dell’ambiente, Stefania Prestigiacomo. Citiamo loro un caso: è una nave affondata tre anni fa, ci sapete dire cosa contiene o ve lo dobbiamo dire noi? E come mai non ve ne siete accorti, ma l’ha fatto un giornalista? Peraltro non è la prima volta che chiediamo un confronto pubblico al ministro Prestigiacomo: a marzo avevamo proposto un contraddittorio televisivo con i suoi esperti parlando prove alla mano. Non ci è mai giunta alcuna risposta, neanche negativa.

di Antonella Beccaria su “Domani.arcoiris.tv”

http://www.ilbriganterosso.info/2010/05/26/chi-ha-paur...

da Indymedia

La rottamazione dell'intelligenza


Non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista era stata anticipata da Michel Foucault: nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus. L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente.
«Tutti devono sapere» è lo slogan di una campagna di informazione e denuncia sulla riforma Gelmini che partirà a metà del mese di maggio nelle scuole di Bologna. Tutti devono sapere che in Italia si è avviato un processo di smantellamento del sistema di produzione e trasmissione del sapere, destinato a produrre effetti devastanti sulla vita sociale dei prossimi decenni.
Taglio di otto miliardi di finanziamenti per la scuola pubblica mentre il finanziamento alle scuole private viene triplicato. Gli effetti di questo intervento sono semplicissimi da prevedere. La scuola pubblica viene messa in condizioni di agonia, ridotta a luogo di contenimento della popolazione giovanile svantaggiata, consegnata così a un destino di rapido imbarbarimento. Alle scuole private accederanno solo i figli delle classi agiate. Nel frattempo, per completare il quadro, la nuova intellettualità [nella fascia tra i venticinque e i quaranta anni] sta migrando massicciamente verso l’estero. I nuovi intellettuali italiani non sono italiani e soprattutto non vogliono esserlo. Si sta disegnando una situazione dalla quale il paese non si riprenderà né domani né dopodomani, perché la distruzione del sistema pubblico di istruzione e il soffocamento della ricerca non sono fenomeni passeggeri e non sono neppure rimediabili nell’arco di una generazione.
Come può accadere una cosa di questo genere? Per chi, come me, è abituato a ragionare nei termini marxisti dell’analisi di classe, per chi si è abituato a pensare che viviamo in una società capitalistica in cui c’è una classe – la borghesia proprietaria – che trae il suo profitto presente e quello futuro dallo sfruttamento delle energie fisiche e mentali della società, quello che sta accadendo è incomprensibile. Il capitalismo italiano sta distruggendo il suo stesso futuro, non soltanto il futuro della società. Ma forse proprio qui sta il punto che sfugge alla nostra analisi: la borghesia non esiste più, il capitalismo borghese non esiste più. La rendita finanziaria non fonda più le sue fortune sul rapporto referenziale con l’economia reale. Non vi è più alcun rapporto tra aumento della rendita e crescita del valore socialmente disponibile. Da quando la finanza si è autonomizzata dalla sua funzione referenziale, la distruzione è diventata l’affare più redditizio per il ceto post-borghese che si è impadronito delle leve del potere. Un ceto post-borghese che potremmo definire ceto criminale, dal momento che la genesi del suo potere è essenzialmente legata alla illegalità, alla violenza, alla manipolazione.
Quello italiano è senza dubbio un quadro estremo, se comparato al quadro europeo. Pur avendo umiliato il sistema educativo francese sul piano politico e culturale nel 2009, poi nel 2010 Nicholas Sarkozy ha investito una somma notevole sulla ricerca pubblica, mentre in Italia la ricerca pubblica viene avviata all’estinzione. A livello europeo stiamo assistendo a un’intensa lotta tra la borghesia capitalista, che permane dominante in gran parte del nord protestante, e la classe criminale che si sta impadronendo del potere nei paesi barocchi, anzitutto l’Italia. La crisi dell’Unione europea è anzitutto il segnale di questa guerra, il cui esito al momento non è scontato.
Ma non bisogna pensare che quello italiano sia un caso isolato, o una controtendenza. La distruzione del sistema pubblico di formazione è una tendenza universale della fase finale della mutazione neoliberista, quella che Michel Foucault ha anticipato nel seminario del 1979 [pubblicato col titolo «Naissance de la biopolitique»], quella che nelle sue parole deve portare alla formazione del modello antropologico dell’homo oeconomicus.
L’espansione delle competenze cognitive sociali per affrontare la crescente complessità del mondo tecnico e sociale, che è stata fondamentale nella storia della civiltà moderna, è stata invertita, bruscamente e drammaticamente. La nuova dinamica del capitalismo finanziario criminale non prevede il futuro, non lo immagina, non lo vuole e non lo prepara. Non a caso è un potere essenzialmente gerontocratico, anche se la sua ideologia è giovanilistica. Il fascismo futurista del Novecento era una forma di giovanilismo aggressivo di giovani che scalpitavano per raggiungere il potere. Il fascismo post-futurista di oggi è invece un regime giovanilista dei vecchi.
Il ceto nichilista che si è impadronito del potere in Italia [ma non solo in Italia naturalmente] si muove lungo le linee di una consapevolezza inconfessabile: la civiltà umana è destinata a finire con noi, entro le condizioni del capitalismo non esiste più la possibilità di vita civile. Dunque appropriamoci in maniera frenetica del valore che proviene dalla demolizione di ciò che le generazioni moderne di proletari e di borghesi hanno prodotto, a cominciare con la cultura, la scienza, il sapere.
Negli anni ottanta e novanta la dinamica del capitalismo globale si accompagnava alla diffusione di nuove scuole, nuovi comparti della formazione, in gran parte legati allo sviluppo delle nuove tecnologie digitali. Impresa dinamica e lavoro cognitivo si trovarono alleati, fino all’esperienza culturale ed economica delle «dot.com», le piccole imprese ad altissimo investimento cognitivo sostenute dall’azionariato privato e dall’intervento pubblico. Negli anni novanta il cognitariato si formò come classe post-operaia, proprio nell’incrocio tra dinamiche finanziarie [venture capital], dinamiche culturali [net-culture] dinamiche tecnologiche [la rete].
Questa classe virtuale post-operaia, dai contorni labili e dall’esistenza precaria, nucleo sociale decisivo dell’insorgenza anticapitalista che ebbe inizio a Seattle, per alcuni anni attraversò la storia del mondo come ultimo appello alla coscienza etica del genere umano. Ma il movimento non riuscì mai a uscire dai confini dell’etica, per farsi trasformazione della vita sociale quotidiana, autonomia solidale capace di sottrarsi all’abbraccio mortifero dei media dominanti e del ricatto precario. Nel frattempo, infatti, nella sfera del lavoro cognitivo si era consolidata un’idea meritocratica del reddito, una percezione competitiva e non solidale del mercato del lavoro. Sta qui la debolezza del cognitariato, costretto alla condizione del lavoro precario, e incapace di produrre comportamenti collettivi di autonomizzazione nella vita quotidiana.
La Carta di Bologna, che nel 1999 venne approvata dai rappresentanti dei sistemi educativi dei paesi europei, segnò l’imposizione definitiva del modello aziendale alla scuola pubblica europea, e avviò un processo di immiserimento e di frammentazione dei saperi, che corre parallelo alla precarizzazione del lavoro scolastico e universitario, alla drastica riduzione del salario-docente, soprattutto nella sfera universitaria. Il crollo azionario della primavera 2000 segna l’inizio di un vero e proprio smantellamento della forza sociale del cognitariato, cui il cognitariato non seppe opporsi. Nel 2001 Christian Marazzi scrisse un articolo dal titolo «Non rottamiamo il general intellect». Proprio questo invece è accaduto: la rottamazione del «general intellect» è stato il processo che il ceto criminale post-borghese ha messo in moto fino dai primi anni del decennio 2000.
Un ceto criminale si impadronisce del mondo nel primo decennio del 2000 – Cheney e Bush ne sono i rappresentanti americani, Putin, il Kgb, Gazprom in Russia, Fininvest-Mediaset in Italia, per non citare che i più illustri esempi di questo ceto che non è più definibile borghese, perché non fonda più la sua ricchezza sullo sfruttamento regolato di una classe operaia territorializzata, ma sull’arbitrarietà di un comando che si esercita sull’aleatorio dello scambio linguistico, sul raggiro, sulla simulazione e infine sulla guerra. Questo ceto criminale persegue una politica di distruzione accelerata della civilizzazione sociale. La borghesia investiva sul lungo periodo, sul territorio, sulla continuità di una comunità laboriosa e consumatrice. La classe del capitale finanziario non ha alcun interesse al futuro della comunità, del territorio. Una delle attività finanziarie più lucrose diviene proprio quella dello smantellamento, della messa in fallimento, della smobilitazione di nuclei di intelligenza collettiva.
La distruzione del sapere sociale è un affare che rende bene al ceto criminale. Quegli otto miliardi che il governo Berlusconi ha risparmiato distruggendo il sistema della scuola pubblica finiranno nelle tasche capienti del ceto cadaverico, mentre il business della scuola privata si ingigantisce.
Esiste una via d’uscita dalla dittatura dell’ignoranza. Per il momento non la vediamo. Come dice Mark Fisher nel suo «Capitalist Realism»: «Gli studenti inglesi sembrano rassegnati al loro fato. Ma questo non è un problema di apatia, o di cinismo, ma di impotenza riflessiva. Sanno che le cose vanno male, ma soprattutto sanno che non possono farci niente. Questa loro consapevolezza non è una osservazione passiva di uno stato già esistente delle cose. È una profezia che si autorealizza».

da Indymedia

Vendola attacca la manovra economica : "Grande opera di macelleria sociale"


Una manovra economica che fa macelleria sociale, e contro cui bisogna organizzare una grande rivolta popolare. Un centrosinistra che non sa più parlare al Paese, che cerca la modernità nelle parolacce, e che nonostante questo continua ad apparire antico. Un'alternativa alle destre da costruire facendo una rivoluzione culturale, abbandonando l'ottica spartitoria del potere, riconnettendosi con l'Italia vera e smarrita. Nel videoforum di Repubblica Tv 1 - 380 messaggi in tempo reale - il leader di Sinistra ecologia e libertà e governatore della Puglia Nichi Vendola non fa sconti a nessuno: né al governo, né ai suoi alleati. Non perdona a Bersani la parolaccia contro il ministro dell'Istruzione Gelmini. Non perdona a Tremonti una manovra che colpisce sempre gli stessi, i deboli, i non colpevoli.


Cosa pensa di questa manovra?

"Giungono rumori di guerra da Palazzo Chigi. Hanno giocato a nascondino per due anni, hanno avuto paura di confrontarsi con quello che accadeva nel resto del mondo: l'esplosione di una bolla speculativa che riassumeva la follia di un ventennio di ubriacatura liberista. Hanno giocato a nascondere la crisi, l'Europa si è occupata prevalentemente di risarcire quei soggetti che ne erano stati i protagonisti, coloro che hanno portato il mondo sull'orlo di un precipizio. E oggi questa decisione determina i propri effetti. I giovanotti delle agenzie di rating bocciano la Grecia, la Grecia comincia a tremare, dopo la Grecia è il turno del Portogallo, della Spagna, e ora appaiono nuvole nere anche sul cielo d'Italia. Ma cos'è questa crisi? E' qualcosa che ha a che fare con le viscere della terra e del creato, l'ha portata la cicogna? E' la crisi di un mondo che è stato imprigionato da gruppi sofisticati di rapinatori, da un ceto mondiale di rapinatori travestiti da procacciatori finanziari, da acrobati della finanza internazionale. Ma come si può immaginare di proporre a un lavoratore o a un pensionato il sacrificio - fosse pure di un euro - se prima non si spiega come si intende cambiare questa logica perversa? Se non si pone fine all'allegra finanza degli speculatori e degli squali che attraversano gli oceani dell'economia mondiale producendo questo disastri? Se non si chiede scusa al lavoro che è stato umiliato, offeso e marginalizzato e non si ricostruiscono le regole del gioco a livello planetario?"

Il governo ripete che non metterà le mani nelle tasche degli italiani.

"Mettono le dita negli occhi degli italiani. Siamo a un livello di dramma sociale che viene occultato e nascosto dalla propaganda. Bloccare per anni i contratti dei lavoratori del pubblico impiego, 1100-1200 euro al mese, significa produrre un effetto depressivo sull'economia nazionale, ridurre la platea dei consumi e dei consumatori, stare dentro l'onda della recessione. Pensare di poter bloccare l'andata in pensione di chi l'aveva programmata, pensare di togliere agli enti locali un numero impressionante di risorse, è assurdo. Loro non mettono le mani nelle tasche degli italiani, ma io non avrò più un euro per pagare i servizi sociali o per pagare la viabilità. Quello che fanno è un'operazione di trasferimento a qualcun altro della responsabilità della più grande opera di macelleria sociale della storia italiana."

Chiarissima l'analisi, questa crisi è costretto a pagarla chi non l'ha causata. Ma ora cosa bisogna fare? Napolitano ha auspicato che l'opposizione in Parlamento condivida la manovra.

"Se le misure fossero eque, ma per essere eque bisogna riesumare una parola che è stata maledetta e proibita in Italia: la parola tasse. Al primo punto bisognerebbe mettere la possibilità di colpire i grandi patrimoni, la rendita parassitaria, le transazioni finanziarie. Colpire quegli evasori che avevano portato milioni di euro all'estero. Ma si possono scaricare 24 miliardi di euro per intero sul lavoro dipendente, sui pensionati, sulla povertà, sulla fragilità? Si parla molto dello scandalo dei falsi invalidi, si parla poco dello scandalo dei veri invalidi che devono scalare le alpi della burocrazia per veder riconosciuto il loro diritto all'accompagnamento. Questo è diventato un paese feroce, e con questa manovra finanziaria la ferocia si fa stato. Tremonti ci chiama a condividere cosa? Il suicidio degli enti locali, il suicidio delle regioni, delle province, dei comuni? No io non mi assumo questa responsabilità."

Uno spettatore le chiede la sua opinione sulle ricette di " flexsecurity" del Pd sul lavoro, ricette su cui peraltro il Pd all'ultima assemblea non è riuscito a trovare un accordo.

"La flessibilità è un obiettivo straordinario in una società che realizza la piena occupazione. In un Paese in cui la disoccupazione in gran parte del territorio è a due cifre la flessibilità è un trucco semantico, è soltanto la mafia delle parole che consente di chiamare flessibilità ciò che è precarietà. E la precarietà oggi non è solo una condanna per chi ha contratti atipici, l'intero mondo del lavoro è turbato da questo sentimento di precarietà. Il lavoro è scomparso dalla scena pubblica. I media parlano del lavoro solo nelle rubriche di cronaca nera. Abbiamo di fronte a noi la prima giovane generazione che è compiutamente al di fuori dell'idea del lavoro come prospettiva, come futuro. Una generazione compiutamente precarizzata non solo nella sua proiezione produttiva, ma nella sua immagine di futuro. Questa è una tragedia. Qui c'è il vero problema della sinistra: per contestare questa roba qui bisogna rimettere il lavoro al centro della scena sociale. Ll'economia non c'è se non c'è il lavoro, se non c'è la produzione di beni e servizi c'è un'economia cartacea, quella delle agenzia di rating, dei piccoli gangster travestiti da manager esterofili. Questo è un punto culturale, sociologico e politico che chiama in causa il mestiere della sinistra. La sinistra da troppo tempo non ha un mestiere perché non si occupa più sul serio di questo tema."

Come risponde a chi le chiede di lanciare la sfida al centrodestra, al governo e alle vecchie classi dirigenti del centrosinistra?

"A sinistra non è possibile immaginare ricette taumaturgiche. A sinistra si è consumata una gravissima sconfitta che non è solo quella elettorale, ma è una crisi di cultura, di prospettiva, di narrazione, di egemonia. Berlusconi non ha vinto mica perché è stato un bravo amministratore, ma perché ha dato forza a un racconto strabiliante assolutamente manipolatorio nei confronti della psicologia di massa. La sinistra cosa gli ha contrapposto? Berlusconi è stato la proiezione in politica di quello che è avvenuto nei lunghi pomeriggi televisivi, quando la formazione culturale di un paese è stata surrogata dalle Isole dei famosi, dai Grandi fratelli, da un'ideologia e da un'idea della vita e della società miserabile, meschina, mercantile. Non può pensare la sinistra che basti una parolaccia per recuperare un codice di comunicazione con la realtà, per recuperare l'alfabeto perduto, il vocabolario perduto. La sinistra non sa più parlare alla gente e non sa più capire la gente. Oggi potremmo usare l'occasione drammatica della crisi economica e sociale per provare a recuperare un rapporto di verità con il paese, con le sue sofferenze e le sue aspettative. Lì c'è il cantiere dell'alternativa, l'alternativa non può nascere dalle alchimie di palazzo, sperando che un pezzettino dell'altra parte si possa staccare e venire in soccorso. Di lì non nasce niente. Dobbiamo soprattutto parlare alla società italiana e alle giovani generazioni, essere la sinistra che dà speranza perché organizza le lotte. Una sinistra che fa un mestiere antico ma nelle forme più moderne e più flessibili. Invece riusciamo a usare il peggio della modernità - la parolaccia - continuando a sembrare conservatori. C'è bisogno che tutte le forze del centrosinistra si accorgano della propria inadeguatezza e si lascino aiutare nel rapporto forte con la società civile, con i movimenti e con le associazioni. Provino a costruire un cantiere di autorigenerazione."

E da cosa si parte?

"Ad esempio, l'immigrazione. Noi non possiamo immaginare sull'immigrazione un discorso di contenimento dei danni delle leggi razziali e del razzismo che è insito in questa classe dominante. L'Italia dei roghi di Ponticelli, l'Italia di Rosarno, della mensa negata a un bambino, del bianco Natale cantato perché bisogna fare il Natale dei bianchi, l'Italia di una sommessa e ordinaria pulizia etnica è un'Italia schifosa, melmosa, putrescente. Contro di essa bisogna far vivere l'altra Italia, quella che ha memoria della sua storia, storia di migranti. Non si può essere sceriffi di sinistra, non si può essere un po' meno razzisti perché non vincano i razzisti. Su questo tema il centrosinistra ha bisogno di riscostruire una politica, un racconto di verità."

Lei la questione morale l'ha guardata in faccia cambiando la sua giunta quando sono arrivate le inchieste sulla gestione clientelare della sanità in Puglia. Pensa che il Pd non stia facendo abbastanza?

"Secondo me c'è un'idea così diffusa di politica come cinismo e affarismo e c'è una tale soggezione della politica al mercato che la realtà è questa. Perché la politica è corrotta, perché è debole. Ha ceduto il passo ad altri poteri che prendono decisioni sulla vita di tutti e non in sedi democratiche, non in modo trasparente. La politica - per combattere la corruzione - deve innanzi tutto riprendersi sovranità sulle scelte di un Paese. L'Italia sta uscendo dalla chimica di base: l'ha deciso il parlamento, l'ha deciso il governo, l'ha deciso qualcuno? E dov'è un tavolo su questo. Mentre poi sul versante del nucleare io non ho capito: ho l'impressione che abbiamo fatto due patti, uno con Sarkozy e uno con Putin. La partita la stiamo giocando in due casinò differenti, e questo potrebbe costarci caro anche in tema di relazioni internazionali."

Lei ha definito i partiti ossi di seppia, non è ingeneroso da chi viene da una lunga storia di partito? Cosa sono e cos'hanno le sue fabbriche in più di un partito?

"I partiti sono diventati molto simili a quella metafora che il presidente del Censis De Rita usa per definire l'Italia: mucillagine. Sono la rappresentazione di un'Italia frammentata per interessi di corporazioni, di caste, di lobby o di campanili. Il partito come luogo di costruzione dell'interesse generale, di protezione dei beni comuni, dov'è? Le fabbriche cui ho offerto il mio nome, le fabbriche di Nichi, sono luoghi in cui è abolita la cosa fondamentale che ci ha berlusconizzati tutti: la vita politica fondata sulla competizione. Lì c'è la cooperazione, non si viene eletti a niente. Sono un tentativo di connessione tra la rete e la piazza, e hanno assunto l'idea che si può coniugare la politica alla bellezza. Sono l'idea che la politica dev'essere un principio di ricostruzione della comunità. Per me sono state un osservatorio su quanto è grande la speranza di cambiamento. Nella mia testa il partito è stato sempre un mezzo, non un fine. Io mi sento innamorato dell'idea che si può ancora contribuire a cambiare la vita e a cambiare il mondo. Vediamo gli strumenti utili per il cambiamento."

La sua vittoria è stata percepita come una minaccia, ora si parla di Vendola come colui che sta dando la scalata al Pd, si agita il fantasma di un ticket con Veltroni. Hanno paura di lei?

"Tutto questo è vero ed è molto triste. Per me è triste sentirmi percepito come l'altro gallo che entra nel pollaio, come un uomo in carriera, mi dà molto fastidio. Io mi percepisco come una persona che si sente profondamente sconfitta rispetto alle cose che pensa e che ha sognato tutta la vita, e che si ritrova a gestire un laboratorio importante e controcorrente - come quello pugliese - ma in un Paese che ha smarrito i propri codici civili. Mi sento disperato per le cose che accadono nel mio Paese e vorrei fare qualcosa perché si determinasse non la carriera di qualcuno, o la sostituzione di ceti dirigenti ad altri ceti dirigenti, ma la riforma intellettuale e morale - per dirla alla Gramsci - di questo Paese. E' un paese smarrito, è possibile che la discussione sia su di me, su quello che voglio fare domani o dopodomani? Io voglio dare un contributo nel modo che so offrire, che è quello della mia comunicazione con la gente e della voglia di sparigliare i giochi degli alchimisti del centrosinistra, degli strateghi della tattica che dominano la scena del centrosinistra."

Ma l'alternativa la possono costruire insieme Pd, Sel, Italia dei Valori, magari anche l'Udc o comunque si chiami?

"E' sufficiente la buona volontà o c'è un problema politico? Siamo davanti a elezioni importanti come le comunali di Napoli. Il fatto che il candidato del centrosinistra sia subito diventato assessore nella giunta Caldoro ci dice qualcosa? Il fatto che la contesa non sia sul profilo di una città ma sulla spartizione di posti di potere ci dice qualcosa? Dov'è più la discussione sul governo del territorio, sul risanamento delle aree periferiche, sulla sfida energetica, sulle nuove povertà, sull'inclusione dei bambini, sulle politiche per i migranti? Nel campo nazionale l'alternativa può cominciare subito, a condizione che sappiamo leggere tra le carte di Tremonti, se ci liberiamo dall'illusione di un Tremonti che si presenta come un neutro risanatore delle finanze pubbliche. Tremonti è la copertura migliore di un mondo, di una classe, di una politica e di un'economia che hanno fallito e che hanno fatto male al Paese. Bisogna combatterlo frontalmente."

Il Pd quindi questa manovra non la deve votare?

"Il Pd - insieme al resto del centrosinistra, ai sindacati, al tribunale per i diritti del malato - deve organizzare una grande rivolta popolare contro la manovra economica della destra. Per potersi sedere a quel tavolo e poter dire: " Facciamo una manovra condivisa" le prime carte che bisogna vedere sono quelle che parlano di tasse ai ricchi, altrimenti a quel tavolo non ci si può sedere."

Ci doveva essere una convention a Firenze per lanciare la sua candidatura alle primarie per la guida del centrosinistra nel 2012, oggi non sappiamo neanche se ci saranno quelle primarie. Se ci fossero lei si candiderebbe?

"Io mi batterò fino allo stremo perché ci siano le primarie. La convention a Firenze è saltata perché invece che essere l'inizio di una ricerca sulle parole che ci mancano era diventata una danza della morte dei partiti su questo oggetto misterioso. Per quello che mi riguardava era meglio fermarsi lì, mentre fuori dai partiti ci sono domande, esperienze, un sapere che noi faremmo bene ad accogliere. Le primarie sono il minimo per sopravvivere. L'idea di mettere in discussione l'unica forma che è stata inventata di dissequestro delle scelte politiche fondamentali sequestrate in segreterie di partiti che sono diventati la roba di cui ho parlato è un'idea folle. La sinistra non può vincere se va in un laboratorio di chirurgia estetica a trovare una maschera di Berlusconi di sinistra da mettere in faccia a qualcuno. La sinistra vince se contro Berlusconi è capace di convocare un popolo che si appassiona a un'idea di futuro."

martedì 25 maggio 2010

NARDO' - DIRITTO AL CUORE - ARTISTI PER EMERGENCY


Questa sera intorno alle 21:00 nello stadio comunale neretino si gioca insieme per una giusta causa: scende in campo la solidarietà. Una partita di calcio fra artisti e musicisti, insieme col solo scopo di raccogliere fondi da devolvere in aiuto al centro “SALAM” di cardiochirurgia creato in Africa da Gino Strada responsabile EMERGENCY, più precisamente nel Sudan.

SALAM, che significa letteralmente “pace” in arabo, è la prima struttura di eccellenza, totalmente gratuita nel continente africano. Pertanto, si tratta di un centro altamente tecnologico, costruito con tecniche innovative e rispettose per l’ambiente interamente gestito da EMERGENCY, sia dal punto di vista clinico che amministrativo.

In questi anni sono stati operati migliaia e migliaia di pazienti provenienti da: Ciad, Eritrea, Etiopia,Gibuti,Giordania, Iraq, Kenia, Nigeria, Congo, Ruanda, Sierra leone,Zambia etc.
Il Gruppo Emergency Nardò sarà presente con un banchetto informativo e di raccolta fondi.
Alcuni artisti che scenderanno al campo “Papa Giovanni Paolo” a Nardò in veste di calciatori per EMERGENCY oggi 25 maggio sono:
ROY PACI
TERRON FABIO (SUD SOUND SYSTEM)
APRèS LA CLASSE
MINGO (STRISCIA LA NOTIZIA)
DANILO TASCO (NEGRAMARO)
MAX BRIGANTE (RADIO 105-HIP HOP TV)
ROMEUS (SANREMO 2010)
RAFFAELE CASARANO(JAZZ ARTIST)
UCCIO DE SANTIS (MUDù)
STEELA
ALDO la “MARA MAIONCHI”del CHIAMBRETTI NIGHT
FOLKABBESTIA
MODAXì
CHOP CHOP BAND
CARLO CHICCO (CONTRORADIO)
MARCO GUACCI (RADIONORBA)

"Gioca contro la guerra"

lunedì 24 maggio 2010

Milano, le trame di estrema destra


di Saverio Ferrari
«Milano capitale dei naziskin», così titolava giorni fa il Corriere della Sera all'annuncio dell'ennesima serie di manifestazioni e concerti neofascisti previsti per la fine di maggio. Due gli appuntamenti lanciati, entrambi di sabato. Il primo, in programma domani, avrebbe dovuto essere un corteo nazionale di Forza Nuova «contro banche e finanza», vietato dal prefetto dopo una serie di pressioni degli antifascisti e trasformato in un incontro all'interno della sede di piazza Aspromonte. Ospite della manifestazione una delegazione del partito di estrema destra ungherese «Jobbik» (estimatore delle Croci frecciate, collaborazioniste dei nazisti durante l'occupazione tedesca). Il 29 maggio si dovrebbe invece tenere un meeting musicale per il ventesimo anniversario della fondazione della setta neonazista degli Hammerskins, il cui nucleo originario si costituì a Dallas in Texas a opera di fuoriusciti dal Ku Klux Klan. Nell'occasione convergerebbero su Milano delegazioni provenienti da diversi paesi europei: Spagna, Francia, Germania, Svezia e Svizzera.

Ambedue le scadenze arriverebbero dopo una lunga serie di iniziative, partite simbolicamente l'ultimo 23 marzo con una commemorazione al cimitero Monumentale, presenti ex aderenti alle Ss italiane e alla Legione Muti, per il 91° anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento a Milano, con corone a un piccolo sacrario fatto erigere da Mussolini a ricordo di alcuni squadristi caduti negli anni Venti nei vari assalti alle camere del lavoro e alle sedi dei partiti di sinistra. Sono poi seguite: una messa in onore di Benito Mussolini, il 18 aprile, al campo X del cimitero Maggiore dove sono raccolte le spoglie di alcune centinaia di repubblichini, tra loro Alessandro Pavolini, il comandante delle Brigate nere, e altri gerarchi fucilati a Dongo. Ma soprattutto un corteo, il 29 aprile, per ricordare Sergio Ramelli, il ragazzo del Fronte della gioventù morto nel 1975 a seguito delle ferite riportate in un'aggressione da parte di alcuni militanti del servizio d'ordine di Avanguardia Operaia, e per ricordare Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell'Msi colpito a morte nel 1976 da un commando di Prima Linea, e Carlo Borsani, un alto esponente fascista firmatario del «Manifesto sulla razza», attivo fino all'ultimo a fianco dei tedeschi, fucilato nel 1945 dai partigiani in piazzale Susa, alla Liberazione di Milano.

Più che a un corteo, presenti circa ottocento persone, si è assistito a una vera e propria parata in stile Germania anni Trenta: file da cinque, tamburi a scandire il passo, decine di fiaccole e molte bandiere con la croce celtica. Il tutto tra saluti romani ritmati e camice nere. Un precedente inquietante. Mai prima a Milano si era visto qualcosa di simile.

Domenica 2 maggio infine si è tenuto un concerto, la mattina, nei pressi di Porta Venezia, con l'esibizione di «Skoll» (nome di battesimo: Federico Goglio, un cantautore il cui nome d'arte, per sua stessa ammissione, si ispirerebbe a un «lupo feroce» della mitologia germanica, dedito «alla violenta cancellazione della vita sulla terra azzannando il pianeta e riempiendo l'universo di spruzzi di sangue»). Al pomeriggio si è svolto un torneo di calcetto al Lido, con la partecipazione di squadre dai nomi inequivocabili: Forza nuova, Hammerskins, Casa Pound... Il tutto sponsorizzato dal consiglio di zona 3, dalla Provincia e del Comune di Milano. Un fatto, anche questo, senza precedenti.

In questo quadro, due i passaggi politici in corso da non sottovalutare. Da un lato, come già denunciato, l'ingresso di alcuni fra i principali esponenti del neofascismo milanese nel Popolo della libertà (dal «barone nero» Roberto Jonghi Lavarini, capo di Destra per Milano, a Lino Guaglianone, fondatore di Comunità in movimento), portati a infoltire le correnti dei due fratelli Romano e Ignazio La Russa, variamente denominate («Fare occidente» e «La nostra destra»). Dall'altro, la copertura politica e istituzionale per chi non ha maturato questa scelta, in primis Forza nuova e Hammer. Le foto scattate in occasione del piccolo corteo fascista che si recava all'interno del Lido il 2 maggio ritraevano, fianco a fianco, Stefano Del Miglio, il nuovo capo degli Hammer, con Antonluca Romano, il segretario provinciale di Azione giovani, braccio destro di Carlo Fidanza, nonché futuro candidato nel Pdl al consiglio comunale di Milano, e Duilio Canu, il capo lombardo di Forza nuova. A fare da cerniera tra le diverse anime, Roberta Capotosti, consigliera provinciale del Pdl, delegata a questo ruolo dallo stesso Fidanza e da Paola Frassinetti, oggi onorevoli, ex di An.

Si è anche ormai istituzionalizzato un luogo di riferimento, il bar «Lux» di via Canonica, gestito da Luca Cassani, coordinatore del Comitato Sergio Ramelli, alias «I camerati», firmatari dei manifesti che indicevano il corteo del 29 aprile. Quasi una base logistica. È qui che si sono svolte tutte le riunioni preparatorie delle manifestazioni.

C'è anche chi punta, oltre il reducismo, a promuovere un'alleanza trasversale fra i diversi camerati che militano nel Pdl, nella Lega e ne La Destra. Il primo esperimento, una manifestazione organizzata per il 10 aprile scorso, in piazza Duomo, dove «i musulmani due anni fa hanno pregato provocatoriamente». Si voleva realizzare in quel luogo una croce di dodici metri con delle fiaccole (tipo Ku Klux Klan), ma il tentativo è stato vietato dalla questura. A promuovere l'iniziativa Roberto Jonghi Lavarini, Carlo Lasi de La Destra e il leghista Valerio Zinetti.

Un ultimo dato: il panorama assai frastagliato del neofascismo milanese si è ulteriormente complicato dopo l'implosione di Cuore nero, causata anche dai forti contrasti interni. Dal fallimento di questo progetto sono nate da un lato Casa Pound Milano, guidata da Francesco Cappuccio, ora assai vicino alla Lega nord e al Centro identitario padano di via Bassano del Grappa (collabora anche alla rivista mensile di Mario Borghezio Il borghese del nord), dall'altro Calci e pugni (il nome è indicativo), nuova sigla dei fratelli Todisco, tempo fa solo una linea di produzione di magliette e gadget d'area. La prima uscita di questo nuovo raggruppamento è prevista per il prossimo 5 giugno, al pub Alabama di via Carlo Farini. Nella serata, come recita la locandina, saranno presentati i nuovi capi da «streetwear». Tra birra e buffet la serata sarà animata da una cubista. Quando si dice «i fascisti del terzo millennio»...

da Indymedia