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venerdì 15 aprile 2011

Vittorio Arrigoni è stato strangolato dai rapitori durante un blitz dei miliziani di Hamas nella casa in cui era tenuto ostaggio a Gaza City.

Vittorio Arrigoni è morto. Il suo corpo è stato trovato questa notte intorno alle 1.50 in un'abitazione nella Striscia di Gaza, nel quartiere Qaram, periferia di Gaza City. La notizia è stata dapprima diffusa da fonti di Hamas e poi confermata a PeaceReporter da un'attivista dell'International Solidarity Movement. Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio della Striscia, non è riuscito a mediare per la sua liberazione. O forse non ci ha nemmeno provato. Secondo quanto riferito dal portavoce del movimento, dietro indicazione di uno dei membri del gruppo ultra-radicale interrogato nel primo pomeriggio, le forze di sicurezza avrebbero circondato l'area nella quale era detenuto Vittorio, dando luogo a un'irruzione sfociata in uno scontro a fuoco, in seguito al quale alcuni militanti salafiti sarebbero stati feriti, due di loro arrestati, mentre altri ancora sarebbero ricercati.

Non è chiaro come e quando Vittorio sia stato ucciso, anche se il portavoce di Hamas, Yiab Hussein, ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi poco dopo le 3 di stanotte, che Arrigoni era morto circa tre ore prima, senza però spiegare come fosse stato possibile stabilire il decesso con tale esattezza. Una militante dell'Ism si è recata sul luogo del ritrovamento e ha riconosciuto il corpo alle 3.10. "Aveva le mani legate dietro la schiena, e giaceva supino su un materasso". La ragazza ha raccontato a PeaceReporter che la sicurezza di Hamas ha detto anche a lei e agli altri membri dell'International Solidarity Movement giunti nella casa che Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo. Il pacifista è stato strangolato, anche se, dal racconto reso a PeaceReporter dalla militante dell'Ism, dietro la nuca presentava contusioni varie. "Aveva ancora la benda intorno agli occhi, e perdeva sangue da dietro la testa. Sui polsi c'era il segno delle manette".

La sera prima del rapimento Arrigoni era andato in palestra. Poi aveva chiamato per prenotare il ristorante dove spesso era solito recarsi a cena. Aveva detto che sarebbe arrivato verso le 22. Alle 22.30, non vedendolo arrivare, lo chiamano dal ristorante. Ma Vittorio non risponde. Nessuno si preoccupa, perchè comunque spegne spesso il cellulare. Dopo la cena avrebbe incontrato un'amica e l'indomani sarebbe andato a Rafah a far visita ad alcune famiglie palestinesi con i compagni dell'Ism, che hanno provato anche loro a contattarlo dopo la palestra. Invano. Vittorio è stato rapito appena uscito dalla palestra.

La sua salma è stata trasferita durante la notte allo Shifa Hospital di Gaza, dove è stato condotto l'esame autoptico e redatto il certificato di morte. Il pacifista italiano era stato rapito ieri da un gruppo islamico salafita che, in un filmato su You Tube, minacciava di ucciderlo se entro 30 ore, a partire dalle 11 locali, il governo di Hamas non avesse liberato alcuni detenuti salafiti. Vittorio è morto dopo che nemmeno metà del tempo concesso dai rapitori si fosse esaurito, ben prima che l'ultimatum scadesse. E' morto senza che neppure l'accenno di un negoziato fosse avviato per la sua liberazione. Purtroppo, a queste domande non sarà facile dare una risposta. Con la sua morte se ne va uno dei più ferventi sostenitori della causa palestinese. Un giornalista di guerra. E un amico. Addio, Vik.

da Indymedia

mercoledì 13 aprile 2011

venerdì 8 aprile 2011

9 aprile 1920-2011 : il popolo / i diritti


NARDO' - Nell'anniversario dello sciopero del 9 aprile 1920 il circolo neritino di sel,

che da quella data prende il nome, e la locale sezione della cgil organizzano

una conversazione pubblica sul tema : il popolo/ i diritti.Interverranno :
Salvatore Arnesano (Segretario generale CGIL Lecce)
Anna Cordella (Portavoce provinciale SEL)
Dora Raho ( Insegnante e studiosa storia locale)
Gianni Ferraris (Giornalista Paese Nuovo Quotidiano)

Claudia Raho
portavoce circolo sel 'noveaprile' - Nardò

GELINDO CERVI ....... UNA VOCE FUORI DAL CORO "FASCISTA"

Pdl e Fli si ritrovano Ricompattati dal partito fascista...

E chi dice che Pdl e Fli non votano più assieme peggio del diavolo e dell’acquasanta? Su una cosa invece sono d’accordo: l’abolizione del divieto di rifondare il partito fascista. Ebbene sì, non fosse altro che, spiegano, la norma è transitoria da 65 anni. Loro sono Cristiano De Eccher, Fabrizio di Stefano, Francesco Bevilacqua, Achille Totaro del Pdl e Egidio Digilio di Futuro e libertà. Al Senato hanno presentato un disegno di legge che chiede l’eliminazione dalla Costituzione della dodicesima disposizione transitoria e finale che vieta la riorganizzazione del partito fascista. «Sono passati 65 anni e che “transitoria” è? - chiede Bevilacqua - Da transitoria sta diventando definitiva». Da qui, secondo i senatori, l’esigenza di cancellare la norma. Il comma di cui si chiede l’abrogazione è il primo. «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista».
Fonte: Il Giornale

Booooom! Breve storia di un timer e di un parlamentare
27 agosto 2008

Cristiano De Eccher e l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana: secondo il giudice Salvini, l’oggi senatore del PdL avrebbe custodito il dispositivo che ha consentito lo scoppio della bomba che ha ammazzato diciassette persone nel dicembre del 1969 a Milano

Tic-tac tic-tac tic-tac tic-tac…Boom. A causa della loro brevità, le biografie dei parlamentari non sempre rendono giustizia alle loro molteplici attività. A puro titolo di esempio, basta leggere questa dedicata al senatore del Popolo delle Libertà in quota Alleanza Nazionale Cristiano De Eccher. Alla voce “professione” il calepino recita soltanto “insegnante di chimica e scienze naturali”. Eppure il buon De Eccher è stato molto di più, ed è giusto che la storia gliene renda merito. Come l’intensa attività politica dentro Avanguardia Nazionale, “un’organizzazione politica della destra estremista ed eversiva italiana, fondata nel 1960 da Stefano Delle Chiaie e disciolta, legalmente, nel 1976″, di cui è stato responsabile per il Triveneto. Oppure il suo ingresso nell’inchiesta sulla bomba di Piazza Fontana a Milano, che il 12 dicembre 1969 provocò la morte di 17 persone (e il volo da un davanzale della questura di un innocente, Pino Pinelli).

QUEI MERAVIGLIOSI SEVENTIES - Ne parla diffusamente e con dovizia di particolari Gianni Barbacetto nell’ultimo numero di Micromega. Il nome di De Eccher entra in gioco nel 1973, quando i carabinieri gli perquisiscono la casa. Il ragazzone promette bene: alto, biondo, nibelungo, diretto discendente di una nobile famiglia del Sacro Romano Impero, e proprietaria del magnifico castello di Calavino dalle parti di Trento. Ma soprattutto: amicone di Franco Freda, condannato ad anni 15 di reclusione per associazione sovversiva. Le forze dell’ordine trovano il solito florilegio di libercoli, volantini, manifesti e opuscoli; ma anche 78 pile elettriche. Le pile all’epoca facevano parte dell’armamentario del perfetto stragista: servivano a confezionare esplosivi. Gli chiedono che se ne fa, e lui risponde: “mi servono per i miei hobby”. La madre, alla stessa domanda, replica invece che li usano per far giocare i figli di un amico di famiglia, il colonnello Santoro, ufficiale dei carabinieri e superiore di chi sta effettuando la perquisizione. Uno strano riferimento, e ancora più strano è che un documento del Sid (l’allora servizio segreto) che racconta della perquisizione e del particolare delle pile viene inviato in lettura al famigerato generale Gianadelio Maletti.

C’E’ UN GIUDICE A MILANO - La perquisizione rimane senza esito, ma negli anni Novanta il giudice Guido Salvini, ritrovando l’appunto del Sid, ricostruisce la storia. Partendo dal presupposto che, secondo alcune fonti “nere”, De Eccher è il custode del timer della bomba di piazza Fontana. Secondo Salvini, la spiegazione della madre per le pile è un messaggio cifrato: Santoro di figlio ne ha uno solo, ma è famoso per aver depistato le indagini sulla strage di Peteano; e secondo Azzi è anche il “fornitore del tritolo ufficiale” dei neofascisti, in associazione con “Stefano Delle Chiaie, Paolo Signorelli, Mario Merlino, Franco Freda e Giovanni Ventura”. Insomma, la genitrice del nostro con quella frase forse voleva mandare un messaggio cifrato, dicendogli più o meno che il figlio era “coperto” dai più alti gradi, e che quindi non ci mettessero troppo zelo nell’indagare su di lui, tanto era inutile. In effetti, emerge che la cellula trentina era in effetti sotto l’ala protettiva del centro Cs di Verona.

Fonte: Giornalettismo

da Antifa

giovedì 7 aprile 2011

MARCELLO RISI " SEL - E' " CAVATA BENE...

"Con Sel sarà più facile raggiungere i risultati che mi prefiggo"

Marcello Risi risponde al documento di SEL;
Il circolo neritino di Sel vede in me la candidatura più avanzata. E' un giudizio generoso di cui sono orgoglioso. E' un giudizio che mi impegna.

Da Sel giungono alcune richieste che vengono considerate fondamentali per il futuro della coalizione. Una coalizione di centrosinistra allargata a Udc, Io Sud e liste civiche.

Si chiede, a ragione, un accordo sui punti principali del programma di governo della Città. E' essenziale per costruire su basi solide l'alleanza. Non governeremo navigando a vista. Governeremo perché i cittadini credono in noi e nelle cose che vogliamo fare. Concretamente.

Le scelte più importanti saranno condivise in un coordinamento del quale faranno parte i dirgenti di tutti i partiti e delle liste civiche. Prima del voto e nei cinque anni di governo della Città.

Chiedo ai partiti e alle liste che mi sostengono di poter scegliere in autonomia gli assessori, privilegiando le competenze e l'esperienza amministrativa. Farò, naturalmente, tesoro delle indicazioni e delle rose che mi saranno sottoposte. Non ci faremo schiacciare da criteri legati semplicemente al consenso ottenuto. Per certi ruoli e per certe funzioni, inclinazioni e conoscenze possono valere più dei voti ricevuti.

Attraverso l'esaltazione delle competenze intendiamo affermare un nuovo modo di fare politica. Anche per questo dichiaro fin da ora di poter fare a meno di staff affollati. Non ne ho bisogno. La scelta di rinunciare allo staff del sindaco mi consentirà di risparmiare almeno 100.000 euro l'anno. 50.000 euro saranno utilizzati per sostenere iniziative e misure a favore degli studenti di famiglie povere.

In occasione delle varie nomine verificheremo con rigore eventuali conflitti d'interesse.

La legalità sarà principio di governo, come l'allargamento dei diritti civili.

Con Sel sarà più facile raggiungere i risultati che mi prefiggo. Con Sel sarà più facile concepire e attuare una politica attenta ai bisogni di chi ha meno.

Ringrazio Sel per il sostegno che saprà dare alla coalizione e alla mia candidatura. E ringrazio di cuore pubblicamente tutti i dirigenti di Sel che si sono adoperati perché la mia candidatura divenisse definitiva.

Marcello Risi

mercoledì 6 aprile 2011

MARCELLO, NON ABBANDONARE LA SINISTRA!

NARDO' : OBBLIGO DI SVOLTA A SINISTRA PER IL CANDIDATO SINDACO MARCELLO RISI


SEL - Il sostegno a marcello risi di ‘io sud’ e la presenza tra le personalità al suo fianco di esponenti legati e coinvolti pesantemente con la passata amministrazione sembrerebbero porre motivati dubbi sulla concreta possibilità di cambiamento e governabilità della futura giunta.

la coalizione che si prospetta vede forze eterogenee per ceppo ideologico e orientamento e il circolo neritino di sel, che pure vede in marcello risi la candidatura più avanzata che offre una adeguata garanzia di tenuta, legalità e buone pratiche nel funzionamento della macchina amministrativa, chiede a tutte le forze politiche convergenti un esplicito impegno politico-programmatico i cui punti non sono trattabili.

l’assemblea del circolo sel ‘noveaprile’ ha deciso di confermare il sostegno a marcello risi ma anche di condizionarlo alla stesura immediata di un accordo di coalizione che contempli le linee guida politico-programmatiche e contestualmente la costituzione di una cabina di regia permanente per la stesura del programma e l’attuazione dello stesso.

in particolare, come segno evidente e concreto di discontinuità col passato, chiediamo che l’accordo escluda la possibilità che i consiglieri comunali possano rivestire la carica di assessori; chiediamo pure che gli assessori siano scelti dal sindaco tra una rosa di nomi segnalati dai partiti sulla base delle loro competenze professionali e amministrative; i soggetti politici che aderiscono al progetto devono accettare che la coalizione si definisca e caratterizzi come centro-sinistra; deve essere prevista l’esclusione da nomine incarichi consulenze in caso di conflitto d’interesse o per coinvolgimento in indagini e/o processi

devono essere altresì garantiti meccanismi partecipativi e di controllo democratico, il miglioramento della qualità della vita deve essere visibile in termini di politiche per la salvaguardia e la valorizzazione dell’ambiente e del territorio, allargamento della sfera dei diritti civili, soddisfazione di bisogni, fruibilità di beni e organizzazione di servizi.

sentiamo tutto il peso e la responsabilità della scelta che questo momento critico ci impone; riteniamo però necessario contribuire a ricostruire un rapporto di fiducia tra i cittadini e le istituzioni, ristabilire la centralità della politica, ripristinare le condizioni perché sia possibile a nardò la normalità di una amministrazione serena.

circolo sel ‘noveaprile’ - nardò

giovedì 31 marzo 2011

martedì 29 marzo 2011

Violenza sessuale di lieve entità...ecco gli autori...




Emendamento 1707 sulla "Violenza sessuale di lieve entità", ecco gli autori:

Gasparri, Bricolo, Quagliariello, Centaro, Berselli, Mazzatorta, Divina.

Uno dei firmatari dell'emendamento ha dichiarato che serve a non far arrestare i giovani di 17 anni che hanno rapporti con una quattordicenne(!), in quanto quello sarebbe una violenza di minore gravità.


Fonte: blog di Filippo BERSELLI (Sindaco di Montefiore Conca (Rimini))

venerdì 25 marzo 2011

Generazione revolution: da Benghazi a Lampedusa

A volte una chiacchierata aiuta a chiarirsi e a chiarire le idee. Soprattutto quando l'interlocutrice è una come Alma Allende, che è una che ha seguito tutta la rivoluzione in Tunisia per il sito Rebelion. Le domande sono le sue, e le risposte le mie, che da due settimane sto qui a Benghazi con i ragazzi della rivoluzione. Dove sta andando la Libia? Perché in giro tutti gridano al complotto americano o islamista? Quale è stato il ruolo dell'informazione? Si può essere imparziali in un posto come questo? E infine Lampedusa. La Libia c'entra davvero qualcosa il boom degli sbarchi delle ultime settimane?

Gabriele, adesso che si è deciso l'intervento dell'ONU e le bombe degli alleati cadono sulla Libia, ci sono delle voci antimperialiste che tentano di dimostrare che la rivolta era stata preparata dall'inizio dalle potenze occidentali. Tu cosa ne pensi? C'è stato un disegno esterno o sono state rivolte popolari spontanee come in Tunisia e Egitto?

Non sono assolutamente d'accordo con chi grida al complotto. In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari. Stupisce che certe teorie cospirazioniste arrivino dagli ambienti di sinistra. Ma forse è anche perché queste rivoluzioni trascendono e superano le categorie della sinistra. È un paradosso interessante da analizzare. In piazza al Cairo, come a Tunisi e a Benghazi, ci sono soprattutto i poveri. Ma i poveri non chiedono salari, non gridano contro i padroni, non si identificano come classe operaia. O almeno non ancora. Prima di tutto chiedono la libertà e prima di tutto si identificano come cittadini. E uno degli strumenti principali che gli permette di organizzarsi è un oggetto di consumo. Forse il simbolo dei beni più futili del consumismo: il computer con cui mettersi in rete, e i videofonini per registrare quello che succede per strada. Infine c'è un elemento generazionale. Sono paesi giovani, al contrario dell'Italia dove il cittadino medio è cresciuto nella guerra fredda. Qui la maggior parte della popolazione ha meno di 25 anni e spinge per il cambiamento. Un cambiamento che sulla riva nord non sappiamo capire, anche per un approccio razzista e coloniale di cui non riusciamo a liberarci. L'Europa si ritiene unica depositaria della democrazia. Come se fosse un concetto che potesse appartenere a qualcuno e non ad altri. E ritiene impossibile che un paese musulmano possa aspirare alla libertà anziché all'oscurantismo religioso. Ecco perché attecchiscono le tesi cospirazioniste. Non riusciamo a accettare che alla “nostra” decadenza corrisponda il “loro” risorgimento.


Perché credi che gli USA, l'UE e pure l'Italia abbiano deciso per un intervento "umanitario" contro un amico e alleato?

Credo fondamentalmente per un errore di calcolo. Mi spiego. In un primo momento sembrava che il regime di Gheddafi sarebbe imploso su se stesso nel giro di pochi giorni. In Tunisia e in Egitto era andata così. E in quei giorni c'è stato un rincorrersi delle potenze mondiali per condannare la dittatura libica e mandare segnali di apertura agli insorti, in modo da garantirsi la continuità dei contratti di petrolio e degli appalti miliardari che la Libia offre e offrirà nei prossimi anni. Poi è successo che Gheddafi si è dimostrato un osso più duro del previsto, e ha riguadagnato terreno grazie al temporeggiare delle Nazioni Unite e all'ingresso in Libia di mercenari professionisti della guerra, venuti da altri paesi africani, e impiegati in una campagna di guerra nelle città degli insorti. A quel punto le potenze internazionali hanno dovuto fare una scelta per proteggere i propri interessi in Libia. O scommettere sugli insorti, e preparare le armi. Oppure tornare sui propri passi, con il rischio molto alto che un personaggio come Gheddafi, risentito per l'affronto, cancellasse i contratti con le compagnie di quegli Stati, sulla base della sua nota gestione personale e lunatica del sistema Libia.


Chi fa parte del Consiglo Nazionale Libico? Sono agenti del imperialismo, bravi rivoluzionari, un mischio di tutto?


Sono personaggi di varia estrazione. Soprattutto avvocati, giudici, uomini d'affari e qualche faccia pulita del regime che ha abbandonato Gheddafi in tempo e che non ha le mani sporche di sangue. Alcuni sono rientrati in Libia dopo anni di esilio all'estero, soprattutto negli Stati Uniti. Dalle loro dichiarazioni è chiaro che ambiscono a una Libia unita, con capitale Tripoli, che sia retta su un sistema costituzionale, parlamentare e partitico, che rispetti i vecchi contratti del petrolio e che veda riconosciuta la libertà di espressione, di associazione, di impresa e di pensiero. Il lavoro che hanno davanti è lunghissimo, perché in Libia da 42 anni la società civile è stata azzerata. Non esistono associazioni. Non esistono sindacati. Non esistono partiti politici. Non esistono istituzioni. C'è soltanto la rete dei comitati popolari di Gheddafi, le sue forze speciali di sicurezza, un esercito che non conta niente, e la mano lunga del grande capo che decide su tutto in base al suo umore.


C'è una sinistra più o meno organizzata a Benghazi? Che ruolo hanno giocato i giovani?

La sinistra non c'è e se c'è non si vede. Di nuovo, non ci sono e non ci sono stati partiti negli ultimi quarant'anni. Ogni forma di dissenso è stata repressa. L'unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell'islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura. Basti pensare ai 1.200 islamisti fucilati in una notte nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel 1996. E anche la rivoluzione del 17 febbraio è esplosa sulla scintilla di una loro protesta, quando il 15 febbraio i familiari delle vittime sono scesi in piazza per chiedere giustizia. Per il resto è un movimento spontaneo, fatto soprattutto di giovani, anche ingenuo se volete, ma nel senso positivo del termine. Nel senso che c'è una generazione che senza farsi troppi sofismi ha deciso che per la libertà vale la pena lottare e che ha deciso di porre fine al regime di Gheddafi, anche a costo della vita.


Quale era la situazione sociale ed economica nella Cirenaica prima delle rivolte? La Libia, non è un paese ricco? Allora, perché protesta?

Questa è un'altra cosa interessante. A differenza della Tunisia e dell'Egitto, la Libia è un paese ricco. Anche in questi giorni si vedono in giro fuoristrada nuovi di pacca e le case dove sono entrato sono case di classe media. I poveri in città sono soprattutto gli stranieri. Egiziani, sudanesi, chadiani, tunisini, marocchini, nigeriani, emigrati in Libia a cercare fortuna e finiti a fare i lavori più umili e meno pagati. Diverso è il discorso della campagna e del mondo rurale, che vive molto al di sotto del tenore di vita delle città. Ma di nuovo, qui non si protesta per i salari. Non ho mai sentito nominare la parola “salario” in piazza. Certo si grida allo scandalo per la corruzione, ma il punto principale è la libertà e la fine della dittatura e del terrorismo di Stato. Poi è chiaro che tutti credono che una gestione del petrolio attenta al bene pubblico porterà grande ricchezza al paese, più istruzione e qualità della vita. Ma il punto principale, di nuovo, è la libertà.


Gli abitanti di Benghazi, hanno veramente richiesto l'intervento? Non hanno paura di perdere il controllo sulla loro rivoluzione? Di perdere di credibilità a livello internazionale?

Gli abitanti di Benghazi hanno le idee chiare su due punti. Vogliono la no fly zone e i bombardamenti degli alleati sull'aviazione di Gheddafi e sui suoi armamenti pesanti che minacciano i civili. E allo stesso tempo non vogliono l'ingresso delle truppe straniere né l'occupazione militare. Lo dice la piazza e lo ribadisce il consiglio transitorio nazionale.


Gli antimperialisti che parlano di cospirazione si chiedono come mai i manifestanti si sono armati subito dopo i primi giorni. Da dove hanno tirato fuori quelle armi? Chi ha rifornito i ribelli?

Strano che invece non si chiedano chi ha armato Gheddafi e da dove ha tirato fuori tutti quei carri armati e quei lanciamissili con cui sta terrorizzando i civili. Ma venendo alla domanda, la dinamica è molto semplice. Il 15 febbraio inizia la protesta a Benghazi. L'esercito, come a Tunisi e al Cairo, si rifiuta di sparare sul popolo. Ma lo fanno al suo posto le forze speciali di sicurezza di Gheddafi. In pochi giorni è un massacro, almeno 300 morti. A quel punto l'esercito sotto la pressione del popolo, apre le caserme e lascia che i ragazzi prendano i vecchi kalashnikov e i pochi lanciarazzi che si trovano nei depositi. Grazie a quelle armi riescono a cacciare dalla città le forze speciali di Gheddafi. E con quelle stesse armi difendono la città di Benghazi e liberano le città vicine di Ijdabiya, Brega e Ras Lanuf. Fin quando Gheddafi gli spedisce contro unità speciali e mercenari armati di carri armati e lanciamissili e appoggiati dall'aviazione militare che semina il panico tra le file degli insorti bombardando il fronte. Poi è vero che, nei giorni successivi alle prime disfatte militari contro l'armata di Gheddafi, sono arrivate in città nuove armi e nuove munizioni. Sempre vecchi kalashnikov e un po' di contraerea. Qualcuno ha rimesso in moto tre elicotteri e due aerei militari Mirage, entrambi poi abbattuti, uno dal fuoco amico e l'altro per un'esplosione del motore. Comunque se è un mistero da dove siano arrivate le nuovi armi, è invece certo che si tratti di armi leggere e di pessima qualità. In quanto ai presunti addestratori militari su cui tanto si è speculato, diciamo che a giudicare dal caos sul fronte si direbbe che non sono mai arrivati.


Come credi che l'intervento occidentale possa influenzare il corso della rivoluzione libia e araba?

Dipende tutto da quali decisioni saranno prese. Per ora il bombardamento dell'artiglieria pesante di Gheddafi ha semplicemente evitato un massacro. Certo sono stati uccisi decine e forse centinaia di soldati e mercenari libici. Certo si poteva evitare intervenendo prima con la diplomazia, magari dieci anni prima, anziché corteggiare il dittatore dai tempi della fine dell'embargo nel 2004. Ma stanti così le cose, quel bombardamento ha evitato che trenta carri armati e venti lanciamissili entrassero a Benghazi, quando erano già alle sue porte, e dopo che un solo giorno di battaglia in città aveva fatto 94 morti! Piaccia o non piaccia la guerra, e a me non piace, di questo stiamo parlando. Adesso però bisogna che l'intervento militare si fermi, e che il resto del lavoro lo facciano i libici. Perché il problema non è guerra sì o guerra no. La guerra c'è già. Ed è una guerra di liberazione. Di un popolo contro il regime, i suoi fantocci e suoi mercenari. E non deve diventare una guerra coloniale contro un governo nemico dei propri interessi particolari. Per quello che ho visto in questi giorni, io mi sento di appoggiare pienamente il popolo libico. Nella migliore delle ipotesi ne uscirà una repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista. Può non piacerci, ma è quello che piace ai libici e avranno pure il diritto di scegliere del proprio futuro! Sostenere Gheddafi in nome della sua maschera socialista e terzomondista è non solo da sciocchi ma da complici di un criminale di guerra.


"A Gheddafi non va torto un capello, le foto della sua casa bombardata mi fanno star male", dice Berlusconi. Dice anche di voler fare un blitz in prima persona a Tripoli, per negoziare con il Rais "un'uscita di scena onorevole". Per quale motivo?

Berlusconi dice così un po' per il suo delirio di onnipotenza e la sua continua ricerca di un posto tra i grandi statisti della storia italiana. E un po' per distrarre l'opinione pubblica italiana e internazionale dall'immagine di puttaniere che gli si è ormai incollata addosso dopo gli ultimi scandali sessuali così morbosamente indagati da magistratura e stampa italiana.


Parliamo di Lampedusa. Undicimila migranti sbarcati, di cui tremila oggi presenti ancora sull’isola, circa duemila trasferiti. All’appello ne mancano tra i cinquemila e gli ottomila che il ministero dell'Interno dice di aver già "distribuito" sul territorio, come se il numero di posti disponibili nei CIE e nei CARA non fosse un dato pubblico. La fabbrica della clandestinità insomma funziona a pieno regime. Anche se non sembra che ci siano libici tra i migranti, c'è un nesso con la Libia?

No, per ora il nesso con la Libia non c'è. Ci sarà presto, appena torneranno a partire da Zuwara, presumibilmente dopo la fine della rivoluzione. Ma per ora non lo vedo. Sull'isola non sta arrivando nessuno in fuga dalla Libia. Certo, di stranieri da qui se ne sono andati almeno 250.000, soprattutto egiziani e tunisini, e poi cinesi e bangladeshi e altri, ma ormai sono in buona parte rientrati a casa in attesa di tornare a lavorare in Libia. Mentre i profughi libici per adesso si spostano da una città all'altra del paese, cercando rifugio nelle zone liberate, a est. A Lampedusa invece sono arrivati finora esclusivamente tunisini. E perlopiù originari di Zarzis, Djerba e Tataouine. Di nuovo anche qui all'origine dell'impennata delle partenze non c'è il caos generato nel paese dalla rivoluzione, come molti hanno detto invocando l'asilo politico e parlando di profughi. Ci sono invece due fattori. Uno più contingente legato alla crisi economica della costa tunisina seguita al crollo del turismo crollato dopo le notizie dell'insurrezione. Il secondo é legato all'avventura collettiva. Di nuovo, ragionare soltanto in termini di crisi é riduttivo e razzista perché ci fa dimenticare che parliamo di ragazzi, uguali a noi, con i loro sogni e il loro gusto per le sfide. Migliaia di giovani con la rivoluzione hanno imparato che ribellarsi é giusto. E magari senza neanche averlo razionalizzato, hanno iniziato a ribellarsi all'ingiustizia della frontiera. Vogliono andare a Parigi dai parenti, vogliono lavorare qualche mese, vogliono vedere la riva nord, vogliono fidanzarsi con un'italiana. Vogliono viaggiare. Il perché sono fatti loro, dopotutto viaggiare non é un'esclusiva dei disperati, ma al contrario una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo di oggi. E per farlo violano una legge che ritengono ingiusta. A me sembra un atto di ribellione che porta con sé uno straordinario potenziale. Per quello dico che in fondo non è un male che Lampedusa sia sovraffollata. Perché pone delle questioni serie in modo esplosivo. Il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo. I tempi sono ormai maturi.


Scrivendo da Benghazi non hai avuto l'impressione di essere di parte? Come giudichi le qualità dell'informazione sulla Libia in generale e quelle da Benghazi in particolare? Ci hanno manipolato? Chi? La sinistra - certa sinistra - dice, per esempio, che Gheddafi non ha mai bombardato i manifestanti e che questo dimostra che é tutto una bugia. Ma anche certi giornalisti di sinistra - come Matteuzzi de Il Manifesto o Telesur - hanno dato una informazione parziale o direttamente falsa.

Certo che sono di parte. Ne sono consapevole e fiero. Ogni racconto ha un punto di vista. E è importante scegliere il proprio. Così come scrivo di frontiera assumendo il punto di vista dei respinti e delle famiglie dei morti in mare anziché quello della borghesia europea o della polizia di frontiera, così ho raccontato le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto stando in mezzo agli insorti e non tra gli scagnozzi dei dittatori. In Libia è lo stesso. Non voglio essere il portavoce di un criminale di guerra come Gheddafi. Vorrei invece essere a Tripoli, quello sì, e raccontare il dissenso della capitale, che è scomparso dalle notizie dopo che le prime timide manifestazioni sono state represse nel sangue e dopo che tutti i giornalisti embedded sono stati rinchiusi negli alberghi e costretti a coprire solo le notizie selezionate dal regime. Per cui sì sono di parte, e preferisco essere dalla parte di chi lotta per la libertà anziché da quella di chi impiega truppe mercenarie e lanciamissili per attaccare il proprio popolo, perché non vuole mollare il potere dopo 42 anni di dittatura. Poi la sinistra va in crisi perché Gheddafi è stato un simbolo per un certo socialismo e un certo terzomondismo. E ha ancora oggi molti amici. Tra cui Chavez e dunque Telesur, e Valentino Parlato e dunque il Manifesto. Quindi non citerei queste due testate come buoni esempi di giornalismo rispetto alla questione Libia. Come pure non citerei la tv Al Arabiya che ha messo in giro la cifra falsa dei 10.000 morti, e tutte le altre testate che hanno rilanciato senza prove la notizia dei bombardamenti sulle folle dei manifestanti e delle fosse comuni arrivando addirittura a usare a sproposito la parola genocidio. In questo emerge per l'ennesima volta la scarsa qualità del giornalismo odierno, soprattutto quello italiano. Soprattutto quando si tratta di raccontare fenomeni che escono dalle abituali categorie di pensiero. Il socialismo e la dittatura, la guerra e la pace, l'islam e la democrazia. Proprio per quello mi sembra importante essere qui e scrivere a partire dalle storie dei veri protagonisti di questa rivoluzione. I ragazzi della nuova generazione libica.

da FortressEurope

Ergastoli bianchi - Gli inferni legalizzati.


Inchiesta sugli OPG - Ospedali Psichiatrici Giudiziari
di Federica Pennelli

OPG - Ospedali Psichiatri Giudiziari - Cosa sono?
Sono strutture giudiziarie dipendenti dall’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia che, a metà degli anni ’70, hanno sostituito i precedenti manicomi criminali. Il ricovero in Ospedale Psichiatrico Giudiziario è trattato dall’articolo 222 del Codice Penale, su cui si è più volte espressa la Corte Costituzionale.
IL DPCM del 1 aprile 2008 (GU n. 126 del 30-5-2008), entrato in vigore il 14 giugno 2008, sancisce il passaggio della funzione sanitaria in tutti gli Istituti penitenziari (adulti e minori e OPG) dal ministero della Giustizia a quello della Salute.Nella “riforma” dell’attuale DPCM, con il relativo trasferimento della competenza sanitaria al Ministero della Salute (il Titolo V° della Costituzione), si individuano gli interventi clinico-riabilitativi delle funzioni sanitarie (che passano al SSN), e quelli di sicurezza che rimangono di competenza al DAP ed alla Magistratura. Inoltre, viene sottolineato che “l’ambito territoriale costituisce la sede privilegiata per affrontare i problemi della salute, della cura, della riabilitazione delle persone con disturbi mentali” analogamente a quanto aveva previsto, per la psichiatria civile la legge “180”, recepita dalla legge n. 833 del 12 dicembre 1978.
Marzo 2011 - La Commissione d’inchiesta SSN del Senato della Repubblica sta monitorando settimanalmente ciascuna struttura per avere notizie degli internati che dovrebbero essere stati dimessi già da mesi o anni: su 376 internati dichiarati dimissibili per ora solo 65 sono stati effettivamente dimessi, mentre per altri 115 è stata prevista una proroga della pena.
Di questi ultimi, solo 5 sono ancora internati perché ritenuti "socialmente pericolosi", tutti gli altri non hanno varcato i cancelli dell’ Opg perché non hanno ricevuto un progetto terapeutico, non hanno una comunità che li accolga o una Asl che li assista.
In questi luoghi l’internamento continua a prevalere sulla cura ed è questo che la Commissione ha fatto emergere tramite testimonianze video e audio girate - senza preavviso - all’interno degli OPG: questi lager vanno chiusi, subito.
Testimonianze dei Direttori Sanitari e Penitenziari degli OPG di Reggio Emilia e Aversa
Dott.ssa Valeria Calevro - Psichiatra, Direttore Sanitario OPG Reggio Emilia "[…] io spero che si possa lavorare per superare gli OPG. […] l’OPG prima del 2008 era sicuramente un paradosso, adesso secondo me lo è ancora di più perchè il paradosso - come dice lei di coniugare la custodia con la cura di una malattia psichiatrica dove quindi anche la possibilità di usufruire anche di un ambiente più sereno è molto importante - è stato ulteriormente aggravato. "Dott..ssa Carlotta Giaquinto - Direttore Penitenziario OPG di Aversa "L’indagine ha messo in evidenza una serie di problematiche esistenti purtroppo da molto tempo negli OPG […] il personale sanitario e parasanitario è scarso e non riesce a farci fare quel salto di qualità per farci passare da carcere ad ospedale."

Testimonanze:
On. Ignazio Marino - chirurgo, presidente della "Commissione Parlamentare d'inchiesta sul SSN del Senato della Repubblica"
“[…] nalla maggior parte di questi OPG i malati hanno meno di 30 minuti al mese di contatto con gli psichiatri. Nel primo luogo in cui siamo entrati l’estate scorsa - nell’OPG di Barcellona Pozzo di Gotto - abbiamo trovato un uomo nudo legato con delle garze ad un letto di ferro arrugginito con un buco al centro per la raccolta dell’urina e degli escrementi: condizioni non tollerabili in un paese civile e democratico.”.

Massimo Cirri - psicologo, conduttore di "Caterpillar" (Radio 2) e di "La terra è blu" - Solo “matti” in onda alla radio, un’ora di salute mentale radiodiffusa" (su Radio Popolare di Milano e Roma e Radio Fragola di Trieste).
A lui abbiamo chiesto un parere rispetto le immagini girate all’interno degli OPG italiani e un commento rispetto alle dichiarazioni di alcune Regioni in merito alla difficoltà economiche di reinserimento delle persone che dovrebbero al più presto uscire dagli OPG.
"Guardare le immagine trasmesse a "Presa Diretta" colpisce e ci riporta indietro ad una dimensione di reclusione, di tortura, di annichilimento, di sofferenza. L’idea che devi nostri concittadini siano tenuti in quelle condizioni, legati al letto, colpisce […] mi permetto di dire una cosa ma non in senso provocatorio: stiamo parlando di 1.500 persone all’interno degli OPG (quelle che indica la Commissione) di cui 300 che potrebbero essere dimesse immediatamente. Siamo la quinta, la sesta potenza economica mondiale? Il fatto che non si voglia trovare quella miseria -rispetto a tante altre spese - per cambiare la vita a questi sciagurati concittadini prima di essere una questione economica è una questione etica, politica, di scandalo."

Peppe dell’Acqua - psichiatra, Direttore del "Dipartimento di Salute Mentale" di Trieste
"Il commento a caldo è che era ora che se ne parlasse in maniera così diffusa. Malgrado questo impegno non è così recettiva quell’opinione pubblica ma anche quei Servizi e quegli apparati che su questo devono lavorare. […]e’ un punto programmatico del Forum di salute mentale quello della chiusura degli OPG"

Francesco Paolo Bisanti - ex internato Opg di “Madìa” di Barcellona Pozzo di Gotto
Francesco ci racconta la sua storia all’interno dell’OPG e di come - attraverso l’art. 21 prima e alla semilibertà poi - abbia ricominciato a vivere fuori dalle mura dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario.
Una storia da ascoltare tutta d’un fiato.
Francesco Cordio- regista ed attore che ha realizzato per conto della “Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficenza del Sistema Sanitario Nazionale del Senato della Repubblica” il documentario sugli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, presentato con degli estratti nel programma "Presa Diretta" di Riccardo Iacona nel 2011.
A lui abbiamo chiesto di raccontare le impressioni rispetto alla situazione che hai trovato all’interno degli OPG e cosa ha significato per lui girare questo documentario.
"Io ho lavorato in molte situazioni gravi e deprecabili - anche nelle Favelas Brasiliane - ma come questo posto mai…non ho mai provato quello che ho provato in questi luoghi orribili […] ho faticato a riprendere le cose che avevo davanti e preferivo guardarlo con gli occhi che attraverso la telecamera"

Palermo: scontri presentazione libro Casapound alla Mondadori a Palermo ·



23 Marzo 2011 -- Palermo : Ancora una volta, la stretta ed efficace cooperazione tra forze di polizia e fascisti si dimostra palese quanto consolidata.
La Mondadori, che in questa situazione ha avuto un ruolo fondamentale nonostante una settimana di campagna di boicottaggio cittadino nei loro confronti, ha fatto i suoi oscuri conti e ha deciso di chiudere al pubblico la libreria per un pomeriggio, rinunciando a tutti gli eventuali introiti e di dedicarla totalmente alla presentazione del libro dei fascisti di Casa Pound.Fascisti perchè così si dichiarano e da tali si comportano. Nella grande opera di revisionismo storico la cultura diventa un comodo cuscinetto che riporta l'opinione pubblica alla vecchia teoria degli opposti estremi ma questa non è una storia di "rossi" e "neri" perchè spesso si sminuisce il ruolo dei "blu".
Oggi sin dalle prime luci dell'alba la libreria Mondadori è stata militarizzata e con questo è stata garantita la presentazione del libro e il presidio di una cinquantina di militanti di estrema destra, protetti da due cordoni di polizia da un lato e guardia di finanza dall'altro in assetto antisommossa.
L'iniziativa è stata denunciata al prefetto in quanto, questa "semplice possibilità di espressione" è di chiaro stampo fascista e va in contrapposizione con la nostra costituzione ma questo poco importa a chi dovrebbe stare a tutela delle leggi.
Le forze dell'ordine hanno mantenuto la parola data: proteggere i neofascisti e caricare chi si è opposto a coloro i quali, fanno propaganda razzista, xenofoba e sessista, dietro la retorica della libertà di espressione. A differenza di ciò che è stato scritto da certa stampa compiacente, CasaPound non è nuova ad episodi di pestaggi, accoltellamenti e aggressioni.

In realtà oggi, un piccolo spazio lo hanno avuto in una libreria chiusa al pubblico blindati e scortati dalla polizia.

www.bandaradio.info

http://www.youtube.com/watch?v=DpA9f9HP_E0

da Antifa

LA BUFALA DELL'AFFAIRE VENDOLA-VERZÈ

Circola in rete da qualche giorno la notizia, per certi versi clamorosa, secondo la quale la regione Puglia avrebbe finanziato al 100% la costruzione a Taranto di un ospedale privato facente capo a Don Verzè, il dinamico e molto discusso sacerdote diventato negli anni un vero e proprio boss della sanità nazionale. Sbuca da ogni dove, dai social-network rimbalza nei blog e nelle mailing-list, in versione estesa o riassunta con toni sempre più esaltati e si fa strada soprattutto tra i delusi dalla politica, tra il popolo di sinistra, e tra quanti hanno fatto della condivisione delle notizie in rete il metodo principale per conoscere il mondo.
L'origine di questa bufala, un vero e proprio falso, sembra essere un articolo pubblicato sul sito Terra Nostra, dal titolo "Vendola regala 60 milioni a don Verzé, socio di Berlusconi" che dice diverse cose che ai potenziali elettori di Vendola possono risultare indigeste, ma che sono platealmente false. Lo stesso articolo è stato rimaneggiato e riproposto più volte da siti come nuovaresistenza.org, stopthecensure.blogspot.org ed altri ancora, per non parlare di pagine di Facebook seguite da decine di migliaia di persone, fino a dilagare quasi ovunque.
Secondo l'autore: "Il costo del nuovo ospedale polo tecnologico ammonta – per il momento – a 120 milioni di euro, interamente versati dalla Regione Puglia".
L'ospedale è stato presentato a inizio articolo con le parole: "Quattrini pubblici per il “San Raffaele del Mediterraneo”: il nuovo mega ospedale privato che sarà realizzato a Taranto dalla fondazione San Raffaele di Luigi Verzé".
Lo stesso autore cade però in contraddizione scrivendo "Terra Nostra ne aveva già scritto in passato: il 28 maggio scorso, a Taranto, si è costituita, in presenza di un notaio, la Fondazione San Raffaele del Mediterraneo, che gestirà il complesso ospedaliero" e qui i lettori attenti avrebbero potuto rilevare una differenza cruciale, anche se per loro ignoranza non si avessero realizzato subito che le leggi del nostro paese non permettono affatto un'operazione del genere. Il resto dell'articolo è fuffa retorica sull'inciucio con i berlusconiani e sulla mancanza di una gara d'appalto, che però non c'entra niente con questo stadio dell'impresa, interessando semmai la costruzione e le
forniture del futuro ospedale.
Così com'è chiaro che un'impresa del genere non sia e non sarà affatto "senza controlli" come affermato spensieratamente nell'articolo, i controlli contabili e di legittimità sono gli stessi previsti per imprese del genere dalla legge e sono obbligatori
Perché l'articolo prima dice che l'ospedale sarà realizzato dalla Fondazione San Raffaele e poi spunta una seconda fondazione, appena costituita? È bastato un motore di ricerca per reperire una fonte locale, approfondire e svelare il mistero, confermando l'impressione di partenza che l'articolo fosse un falso clamoroso. Perché Terra Nostra abbia prodotto un tale falso non si sa, il sospetto è che siano partiti in tromba sulle ali di una faciloneria fin troppo diffusa in certi ambienti, certi richiami retorici e certi stilemi (Berlusconi è un nostro dipendente) rimandano all'ingenuo approccio alla politica e al sensazionalismo tipico di tanti gruppi cresciuti all'ombra di Beppe Grillo,
sarà forse per questo che dal sito traspare un robusto astio verso Vendola,tre articoli "contro" Vendola su nove in home colpiscono su un sito che si occupa d'ecologia e ne restituiscono l'immagine di un mostro nemico dell'ambiente.
Forse Vendola è visto come concorrente politico "naturale" del movimento che a Grillo fa riferimento, ma sono supposizioni di scarsa importanza.
Con queste considerazioni non voglio dire che ci sia malafede manifesta, ma che questo modo di partire in quarta e sparare alto senza curarsi troppo di verificare quel che si dice, non è una novità. Molte delle persone che s'impegnano in queste iniziative (siti, gruppi, organizzazioni) sono tanto naif che spesso si capisce che non sono in grado di afferrare certe sottigliezze e di capire che certe azioni possono risultare controproducenti e pericolose per le stesse idee che vogliono promuovere. È appena il caso di ricodare che lo stesso Grillo; mentore ed esempio di tanti che ne hanno seguito le orme anche al di fuori del suo movimento; nel tempo ha sposato una discreta serie di bufale, portandosi dietro migliaia di persone e poi lasciando cadere tutto nel silenzio quando la verità è emersa incontestabile a provocargli imbarazzo.
C'è poi una robusta produzione di senzazionalismo a sfondo ecologico che indigna tanti puri, ma che rischia di indirizzare l'interesse e le proteste verso falsi bersagli, oltre che di procurare grosse grane a chi si abbandona senza fare attenzione a certi eccessi e ancora più fastidi ai poveri "colpevoli" di nefandezze mai compiute, che occasionalmente vengono additati
dagli improvvisati Savonarola.
Ma torniamo all'ospedale e alla "Fondazione Don Verzè per il Mediterraneo", che nella realtà è una fondazione mista pubblico-privata, i soci della quale sono Regione Puglia, Asl di Taranto e Fondazione San Raffaele del Monte Tabor.
Una società nella quale la fondazione di Don Verzè è in minoranza, come peraltro è facile intuire dai rispettivi investimenti. Pubblico-privata sarà anche la gestione dell'ospedale, che sarà inquadrato nel Servizio Sanitario Nazionale. I terreni sul quale sarà costruito, insieme a un Polo Tecnologico sono dell'immobiliare del Ministero dell'Economia (ovviamente pubblica), che li conferirà in cambio della concessione dell'edificabilità su altri terreni di sua proprietà, ma non edificabili.
Il finanziamento dell'ospedale non ricadrà affatto solo sulla Regione Puglia, il suo costo stimato è infatti di 210 milioni di euro e, secondo gli accordi, 120 li mette la Regione Puglia, 80 la Fondazione San Raffaele di Don Verzè e gli altri 10 lo stato centrale. Le differenze con la versione di Terra Nostra sono clamorose ed evidenti anche sui conti, che è difficile equivocare. Se non si tratta di malafede dev'essere incapacità di comprendere i testi più elementari unita all'ignoranza crassa delle leggi e delle situazioni che si condannano.
Secondo quanto annunciato, la prima pietrà sarà posata a novembre prossimo e in tre anni Taranto dovrebbe avere un polo ospedaliero d'eccellenza. Una realizzazione in tempo record per gli standard italiani e un tipo d'ospedale del quale al Sud si sente grande bisogno, la mancanza del quale costringe ogni anno molti pazienti a una vera e propria migrazione verso Nord in cerca di cure non disponibili in zona.
Ovviamente nessuno può giurare che tutto andrà per il verso giusto, ma è chiaro che le cose non stanno esattamente come è stato fatto credere a tanti che poi si sono scandalizzati, per quello che è stato presentato come il regalo di denaro pubblico a un berlusconiano di ferro. Tanto più che il PDL locale ha pubblicamente avversato l'accordo, insieme alla cd "sinistra radicale" ritenendo evidentemente che l'opposizione a Vendola paghi di più del sostegno a Don Verzè, che pure è notoriamente vicino al caro leader. Altrettanto ovviamente la questione non è nella scelta politica di uno strumento del genere o sull'opportunità di preferire altri investimenti a questo, qui si tratta di
un falso maldestro e calunnioso.
L'anziano boss della sanità privata non raccoglie certo le mie simpatie e non è nuovo al ricevimento di favori da parte della politica, ma l'operazione è plausibile sotto molti punti di vista, sia perché il socio privato porta un know-how di difficile reperimento, sia perchè in italia non è facile trovare partner privati con esperienza nella sanità che siano meno discussi della Fondazione San Raffaele, che dalla sua ha il conseguimento di risultati e standard elevati certificati non solo dagli amici degli amici. Se poi i tempi di realizzazione saranno rispettati, i tre anni previsti sono davvero un tempo brevissimo, ancora di più se confrontati con i tempi medi di realizzazione degli ospedali pubblici in Italia, alcuni dei quali hanno impegnato le amministrazioni per decine d'anni, e molti dei quali; nonostante i tempi biblici; non sono mai stati terminati o terminati solo parzialmente, vittime della pochezza e della volatilità di amministrazioni che nel loro susseguirsi nel tempo vedevano l'affare più nel cantiere perenne, che nel completamento delle opere.
Ora, che Terra Nostra abbia preso un granchio o che si sia lanciata in un'operazione in malafede è poco importante vista la marginalità del sito foggiano, molto più interessante è che da un lato la notizia sia stata diffusa acriticamente come un lampo, nonostante la palese inverosimiglianza, tra una folla fin troppo abituata a non approfondire temi e notizie e fin troppo abituata a rilanciare e diffonderle in rete senza verificarle, ancora di più se eclatanti. Dall'altro lato c'è l'evidenza per la quale, nonostante la notizia abbia sicuramente raggiunto un numero notevole di giornalisti, molti dei quali "di sinistra", nessuno di questi abbia trovato il tempo o la voglia di smentire una bufala tanto evidente e clamorosa.
Un'evidenza che la dice lunga su quanto si presenti in salita la candidatura di Vendola alla Presidenza del Consiglio e sul fatto che, se le cose non cambieranno e se non riuscirà a raccogliere l'accordo dei maggiorenti della sinistra, non può contare nemmeno sul sostegno di quella stampa che dovrebbe guardare con maggior favore alla sua candidatura.

giovedì 24 marzo 2011

24 marzo, una data più volte tragica


di Lorenzo Repetto

Il 24 marzo è una data tragica, che ricorre nelle nostre menti per, almeno, tre grossi avvenimenti storici.

Il 24 marzo 1944 si verificò il MASSACRO DELLE FOSSE ARDEATINE, in cui morirono 335 civili e militari italiani per mano dei nazisti tedeschi. Questa fu una rappresaglia per l’azione partigiana del giorno precedente in Via Rasella, che vide la morte di 33 soldati tedeschi.

Il 24 marzo 1976, in Argentina, una giunta di militari, guidata dal tenente-generale Jorge Rafael Videla, fece un COLPO DI STATO ai danni dell’allora presidentessa Isabelita Peròn.

La nazione sudamericana cadde preda di una dittatura dalla ferocia inaudita, cancellante ogni diritto umano.

Non fu, peraltro, l’unica nazione centro-sudamericana vittima di golpe militari in quel periodo.La dottrina dei servizi segreti statunitensi, infatti, attraverso l’OPERAZIONE CONDOR, mirava a destituire ogni possibile governo di sinistra o centro-sinistra (in maniera simile all’OPERAZIONE CHAOS e alla cosiddetta STRATEGIA DELLA TENSIONE), in parte per motivi ideologici, ma soprattutto perchè governi di quel tipo, attraverso l’emancipazione delle classi operaie e meno abbienti, avrebbero causato enormi danni economici alle aziende americane presenti sui quei territori.

In 5 anni questa dittatura di estrema destra causò il cosiddetto fenomeno dei DESAPARECIDOS. In pratica sparirono da ogni elenco cittadino, comunale, nazionale almeno 30.000 persone, sequestrate, torturate e poi uccise e fatte sparire in quanto “non allineate” al pensiero del regime, o anche solo per sospetti di non allineamento, quasi sempre infondati.

Il 24 marzo 1999 le truppe NATO iniziarono la cosiddetta GUERRA del KOSOVO.

Questo conflitto fu perpetrato contro la SERBIA e, in particolare, contro il suo primo ministro SLOBODAN MILOSEVIC, reo di una pulizia etnica di rara crudeltà contro la minoranza albanese residente nella nazione slava.

RICORDARE AIUTA A NON DIMENTICARE. NON DIMENTICARE AIUTA A NON RIFARE.

da Reset-Italia

G8 a Genova, Strasburgo assolve l'Italia "Non ha colpe per la morte di Giuliani"


La Corte europea dei diritti dell'uomo scagiona il nostro Paese: non è responsabile per l'uccisione del giovane durante gli scontri per il vertice dei grandi nel 2001. La sentenza è definitiva. Il padre del ragazzo: "Non ci arrendiamo e andiamo avanti"

BRUXELLES - La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto oggi l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani avvenuta durante gli scontro tra manifestanti e forze dell'ordine nel corso del G8 di Genova. Con una decisione presa a maggioranza la Corte ha dato torto ai Giuliani su tutti i punti del loro ricorso e anche sulla parte che riguarda la conduzione dell'inchiesta sulla morte del figlio. I giudici della Grande Chambre non hanno rilevato lacune nell'indagine e su questo punto hanno, quindi, rovesciato il giudizio espresso in primo grado.

Con tredici voti a favore e quattro contrari i giudici della Grande Camera hanno stabilito la piena assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Giuliani in piazza Alimonda, confermando così la sentenza di primo grado emessa il 25 agosto 2009. Inoltre la Grande Camera ha assolto l'Italia dall'accusa di non aver condotto un'inchiesta sufficientemente approfondita sulla morte di Giuliani: in questo caso la Corte si è espressa con 10 voti a favore e 7 contrari. La stessa maggioranza si è pronunciata anche per l'assoluzione dell'Italia dall'accusa di non aver organizzato e pianificato in modo adeguato le operazioni di polizia durante il summit del G8 a Genova.

Palcanica fu incriminato per omicidio volontario ma il procedimento venne archiviato dal gup Elena Daloiso il 5 maggio 2003. Nella sua ordinanza Daloiso, oltre ad accogliere la richiesta di archiviazione per legittima difesa avanzata dal pm Silvio Franz il 2 dicembre 2002, aveva sostenuto come l'uso dell'arma fosse stato "legittimo" e "assolutamente indispensabile e graduato in modo da risultare il meno offensivo possibile".

Scaduti i termini per il ricorso in Cassazione, gli avvocati Pisapia e Vinci avevano deciso di fare appello alla Corte Europea dei diritti dell'uomo. La famiglia Giuliani, nel ricorso a Strasburgo, ha invocato, in particolare, l'articolo 2 della Convenzione dei diritti dell'uomo (diritto alla vita), sostenendo che la morte di Carlo "è dovuta ad un uso eccessivo della forza" e considerando che "l'organizzazione delle operazioni per ristabilire l'ordine pubblico non siano state adeguate".

Nell'agosto del 2009 la Corte Europea dei diritti dell'uomo, cui i familiari di Giuliani erano ricorsi, ha stabilito che Placanica agì per legittima difesa. La stessa Corte ha tuttavia rilevato alcune carenze nel rispetto degli obblighi procedurali previsti dallo stesso articolo, condannando lo Stato italiano a pagare 40.000 euro ai familiari di Carlo Giuliani, 15.000 euro a ciascuno dei genitori e 10.000 euro alla sorella, in quanto "le autorità italiane non hanno condotto un'inchiesta adeguata sulle circostanze della morte del giovane manifestante" e che non fu avviata un'inchiesta per identificare "le eventuali mancanze nella pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico". E si arriva così ad oggi ed ha una sentenza che ribalta, in gran parte, la precedente pronuncia.

"Non è la prima brutta notizia che abbiamo. In ogni caso non ci arrendiamo, continuiamo la nostra battaglia per la verità - dice Giuliano Giuliani, il padre di Carlo - Dal punto di vista legale c'è un'ultima possibilità che sarà una causa civile contro chi ha sparato.Non c'è altra possibilità. Mi auguro che nessuno ci venga a dire che vogliamo rifarci su un povero carabiniere. Lo scopo della causa civile è avere un dibattimento processuale. L'unica cosa che non hanno ritenuto degna di un processo è stata l'omicidio di Carlo. E' vergognoso".

da La Repupubblica

mercoledì 23 marzo 2011

Ministero di giustizia e di morte

di Carmelo Musumeci
“ Si è sempre responsabili di quello che non si è saputo evitare” ( Jean Paul Sartre )

Il Ministro di giustizia e di morte è impegnato a difendere il Presidente del Consiglio e a urlare che ha firmato nuovi decreti di sottoposizione al regime di tortura del 41 bis, ma mai che in questi provvedimenti ci sia un politico, un corruttore, un notabile, un colletto bianco mafioso.
In carcere si continua a morire e tutto tace.
Pescara: detenuto di 35 anni si impicca in cella, è il 33esimo morto “di carcere” dall’inizio dell’anno (Il Messaggero, 21 marzo 2011).
Nell’anno 2010 si sono tolti la vita in Italia 66 detenuti.
Perché in Italia, sono molti i detenuti che si tolgono la vita?
Credo perché il prigioniero in Italia sta tutto il giorno attorno al nulla sdraiato in una branda, se è fortunato ad averne una tutta per se, a guardare un mondo che non vede e non sente. Probabilmente perché da noi il carcere ha solo una funzione: quella punitiva, diseducativa e criminogena.
Non ci si può opporre al male con altro male, con altra violenza.
Il carcere, così com’è oggi, non solo ci punisce, ma ci fa soffrire, ci odia, ci isola, ci istiga e spesso ci convince a ucciderci.
E i più deboli, o i più forti, a seconda dei punti di vista, scelgono di fuggire, di andarsene da questo mondo d’illegalità istituzionale.
Il carcere così com’è, quando va bene, ti convince a ucciderti e quando invece va male distrugge i corpi e le menti, perché sempre e solo galera invece di risolvere i problemi li peggiora. Non solo quelli dei detenuti, ma anche quelli della società.
In carcere in Italia non c’è solo il rischio che ti venga voglia di ucciderti, ma se non lo fai hai buone probabilità di diventare più criminale e più cattivo di quando sei entrato.
Purtroppo l’uomo in gabbia o diventa violento o si lascia morire.
E chi non ha il coraggio di farlo, come me, sente spesso il desiderio di farlo.
Voglio ricordare ai funzionari del Ministero di giustizia e di morte che molti detenuti scelgono di morire perché non hanno scelta.
Loro invece la scelta per fare smettere queste morti l’avrebbero: umanizzare i carceri e renderli luoghi di legalità e di diritto istituzionale.
In questo modo molti detenuti preferirebbero vivere che morire.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto
Marzo 2011

lunedì 21 marzo 2011

PIERPAOLO PASOLINI





Libia: ogni luogo di guerra è uno spazio sottratto alla libertà

Quel che sta avvenendo in queste ore in Libia ci pone di fronte a una contraddizione drammatica che sembra lasciarci, semplicemente, senza parole. Nei media ufficiali e nel dibattito politico, infatti, sono due le uniche prospettive che si scontrano: l’intervento militare internazionale o la vittoria di Gheddafi. Prospettive, entrambe, inconciliabili con l’idea di mondo che abbiamo costruito in questi anni.

Da una parte, infatti, sono inaccettabili la guerra e l’interventismo militare dei paesi europei e degli Stati Uniti, con il suo portato di bombe e distruzione sul suolo libico; così come è impensabile l’idea che qualunque mezzo sia lecito pur di raggiungere un fine umanitario. E, del resto, è evidente che di umanitario nei missili cruise e nelle bombe ad alto potenziale ci sia ben poco: non solo per la scia di morte che questi strumenti lasciano dietro di se, ma soprattutto per gli obiettivi politici che si nascondono dietro questi mezzi di distruzione. Non serve essere studiosi di geopolitica o storici, infatti, per ricordare che, fino a un mese fa, Gheddafi era un solido alleato di chi oggi lo bombarda.Quest’ultima affermazione ci evidenzia anche la diversità di questa guerra rispetto a quelle contro le quali ci siamo mobilitati negli anni passati: siamo di fronte a un intervento non pianificato, ma nato sulla scia di avvenimenti sociali e politici che hanno attraversato tutto il nord Africa e il Medio Oriente, dalla Tunisia all’Egitto passando per lo Yemen e fino alla Libia.

D’altra parte, però, la domanda su come si ferma la follia del dittatore libico resta drammaticamente senza risposta e le poche notizie provenienti da Bengasi raccontano di una popolazione civile messa sotto assedio, con i carriarmati che sparano indiscriminatamente contro abitazioni e civili.

In realtà, la risposta sta nelle mobilitazioni che abbiamo attraversato in questi anni. Perché è evidente che un’area militare è un territorio sottratto alla libertà, qualunque sia la bandiera che sventola sulla cima del pennone; e che mobilitarsi per un territorio senza basi militari significa battersi per un mondo senza guerre. Così come, opporsi al nucleare per promuovere le energie alternative significa rompere il meccanismo economico che gravita intorno alle fonti di approvvigionamento energetico, ma soprattutto parlare di un mondo diverso da quello rappresentato da Fukushima e dal disastro nucleare.

Per chi da anni si batte contro la militarizzazione del territorio e le sue conseguenze nel mondo, la dicotomia che ci viene proposta in queste ore rappresenta una gabbia da spezzare. E’ inaccettabile pensare ai bombardamenti come uno strumento legittimo, così come è impensabile guardare a quanto sta avvenendo in Libia senza proporre alcuna forma di sostegno alle donne e agli uomini, ai tanti giovani che cercano libertà. A partire dall’accoglienza di quante e quanti da quella guerra sono fuggiti, fuggono e fuggiranno nei prossimi giorni.

Una gabbia che, oggi, ci viene proposta come intoccabile, imprigionando il nostro ragionamento intorno alla legittimità o meno dell’intervento internazionale. Dobbiamo, invece, andare oltre questa discussione, che è superata nel momento stesso in cui si afferma che la guerra è comunque un crimine, senza se e senza ma, per provare a costruire un pensiero comune sul significato dell’altro mondo possibile, partendo dalla costatazione che è questo mondo a non aver più gli equilibri che hanno caratterizzato i decenni passati. La parola crisi attraversa oggi in maniera trasversale gli aspetti sociali, ambientali, economici, militari del globo, imponendo domande a cui rispondere è possibile soltanto con un’alternativa complessiva, generale, globale.

Su questo, ci sentiamo di dire che è quanto mai urgente aprire una discussione, a partire dagli spazi di movimento che in questi mesi abbiamo attraversato e visto crescere nel nostro paese. Siamo contro la guerra e con quanti nel mondo lottano per la libertà e la nostra risposta non può che essere quella di continuare a cercare l’altro mondo possibile. Per questo, nel nostro piccolo, continueremo a batterci per sottrarre terreno alla militarizzazione attraverso il Parco della Pace; e per questo, vogliamo accogliere con piena dignità quanti dalla guerra fuggono e fuggiranno.
domenica 20 marzo 2011

http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1243

da Indymedia

Vendola come un Robin Hood al contrario: toglie ai poveri per dare ai ricchi!

Michele Rizzi coord. reg. di Alternativa Comunista ci invia un comunicato nel quale dibatte dello scottante tema della sanità pugliese.
Commentate


Le ultime dichiarazioni dell'assessore alla sanità Fiore sull'aumento del buco nella sanità (fatto dal primo governo Vendola) e quelle dell'assessore al bilancio Pelillo sul possibile aumento dell'irpef dei lavoratori pugliesi, sono totalmente inaccettabili per Alternativa comunista. Infatti Vendola, che nei talk show televisivi parla di lotta per i diritti dei lavoratori, nella nostra regione, da novello Robin Hood al contrario, toglie ai lavoratori pugliesi, mettendo il ticket di un euro sulle ricette, chiudendo ospedali e posti letto, aumentando le tasse sui lavoratori dipendenti, aumentando l'accise sulla benzina; nel mentre arricchisce il padronato con un piano per il lavoro che aumenta i contributi pubblici agli imprenditori, regala fondi pubblici per la costruzione di ospedali privati, tipo il San Raffaele di Don Verzè, arricchisce le lobby dell'energia.Si prepara una nuova triste primavera per i lavoratori pugliesi sotto la duplice tenaglia del governo nazionale e di quello regionale.
Alternativa comunista, attraverso gazebo in piazza, comizi ed assemblee, continuerà la opposizione a queste misure antipopolari.
Michele Rizzi