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sabato 17 luglio 2010

IL RITORNO DI ZEMAN


E’ stato uno dei più innovativi allenatori italiani di calcio e la sua visione critica del mondo che ci gira intorno, farmacie comprese, gli è costato l’indesiderabilità da parte del potere. Porte in faccia Zdenek Zeman ne ha prese parecchie ma, sigaretta tra le labbra e voce bassa e tagliente, se n’è sempre fatta una ragione. Ora, per gli appassionati del football, torna in panchina ad allenare il Foggia. Chiamato da Pasquale Casillo che già lo volle nel 1986. L’ imprenditore uscito indenne dalle accuse di legami con la camorra è tornato anch’esso al suo vecchio amore e ha comperato la società rossonera che milita adesso in Prima Divisione. L’ultimo campionato è stato disastroso a dire il vero. E i ricordi del bel tempo che fu non hanno trovato adeguati investitori in questi anni. Ma il miracolo già fatto dalla coppia Casillo Zeman in passato potrebbe ripetersi. I tifosi sono tornati a parlare della squadra e di calcio e c’è grande attesa per i programmi e le parole che Zeman dirà per le mete future, con la serietà che lo contraddistingue. Tutti sono consapevoli della difficoltà dell’impresa. Riportare sù dall’inferno il Foggia non sarà un compito da poco. Certo Zeman è Zeman. Ed è l’unico che senza bacchetta magica può cambiare il corso delle cose. Casillo lo sa bene e lo ha richiamato subito.
Le sfide sono belle e questa lo è senza dubbio alcuno. Ci vorrà molta pazienza, anche perchè i caratteri dei due personaggi sono noti e, sia pur avendo anni fa trovato un modus vivendi, non è detto che si riesca a ricreare un clima favorevole ai miracoli.

Sicuramente i nuovi passi del Foggia saranno da seguire con attenzione e, per quanto riguarda i romanisti, con molto affetto. Con l’augurio che ci siano ancora nella città, e nei vivai della regione, dei campioni da scoprire come negli anni d’oro del Foggia. Senza i quali anche uno come Zeman poteva fare poco, e tutt’oggi poco potrà fare.

venerdì 16 luglio 2010

I piani di Vendola: " Adesso sfido anche bersani"


Il governatore della Puglia racconta il suo obiettivo politico: scalare la leadership del centrosinistra in vista delle prossime primarie

Ha convocato a Bari questo pomeriggio, con la regia del suo braccio destro Nicola Fratoianni e della banda di giovanissimi creativi che lo hanno portato alla vittoria già due volte, gli “Stati generali” delle fabbriche di Nichi”. L’obiettivo politico, ormai non è più un segreto, provare l’impresa: la scalata alla leadership del centrosinistra in vista delle primarie. Lui, Nichi Vendola, governatore della Puglia, ha già iniziato a girare l’Italia. E questa sera verificherà se la pioggia di adesioni raccolte via Internet sono una realtà o un bluff.

Governatore Vendola, chi è il popolo delle fabbriche?
Sappiamo che sono 2 mila; la metà ha meno di quarant’anni. Ma non sono apparato, non sono burocrazia politica: è la prima volta che si mettono insieme, li conosceremo stasera.
Suvvia, non scherzi…
Non scherzo! C’è una grande speranza, avverto un’onda di entusiasmo, ma nulla è pianificato o pianificabile.
Le Fabbriche di Nichi sono la cinghia di trasmissione di Sinistra e libertà?
Ma nemmeno per sogno! Sono fatte di gente che vota nel modo più diverso, di moltissimi che tornano alla politica dopo le delusioni degli apparati, di molti alla prima esperienza politica.
Lei, di fatto, sta lanciando la sua candidatura.
Detto così è un problema di ambizioni, di carriera personale. Bè, se fosse questo non me ne frega nulla, la partita è un’altra.
Quale?
Io voglio capire se c’è la possibilità di rimettere in moto una una speranza.
Adesso parla in Obamese…
Al contrario. Io non sono un fenomeno, ma un epifenomeno. Provo a rispondere a un’esigenza di novità, non me la invento.
Probabilmente sfiderà Bersani: per via dello statuto il candidato del Pd dovrebbe essere lui
Le primarie, come si è visto, non sono una gara distruttiva, ma una gara feconda.
A quale domanda lei vuol dare risposta?

In un momento drammatico come quello che viviamo, la ripetizione delle vecchie logiche di partito e di apparato viene percepita come una cerimonia cimiteriale. Anche il centrosinistra si deve rinnovare, deve costruire una nuova alleanza.
Intanto lei a Mestre ha raccolto gli applausi dei militanti della Festa democratica. Che fa, ruba consensi fuori casa?
Non mi sento il rappresentante di una frazione di partito. Durante le primarie dicevo di essere “il vero” candidato del popolo Pd: sono stati anche loro a darmi in consenso per vincere.

Non teme di essere troppo radicale?
Non sono stato mai percepito come il leader di una estremità, ma come il punto di sintesi tra il bisogno di diritti dei settori marginali della società e gli interessi dei ceti produttivi più forti.
In Veneto corteggia il popolo delle partite Iva, a Pomigliano difende gli operai, a Vicenza, scrive Ilvo Diamanti, la applaude Confindustria…
Sì, ma facendo in tutti posti lo stesso discorso! Semmai, se ho un punto di forza, è che voglio rompere la sindrome di Zelig del vecchio centrosinistra…
Zelig? Il camaleontico personaggio di Woody Allen?
Proprio lui. Esattamente come Zelig, in questi anni, la sinistra tende a mimetizzarsi con i suoi interlocutori: padronale con i padroni, vescovile con i cattolici… Io invece provo ad offrire una nuova sintesi, un nuovo alfabeto di priorità.
Mi faccia un esempio.
Sono stato pochi giorni fa all’Expo universale di Shanghai. Visitare i padiglioni della vecchia Europa è stato più istruttivo di mille convegni.
In che senso?
Padiglione tedesco: lo spettacolo penoso del karaoke sull’inno alla gioia. Padiglione francese: una pinacoteca di finti quadri, un Louvre di cartapesta.
E Il padiglione più bello?
Quello cinese. Sali su un tapis roulant, che poi è un fiume, che poi scorre davanti a un murales animato con delle stampe cinesi. Si parte dal villaggio denghiano per arrivare alla nuova Cina.
E il padiglione italiano?
Ecco il punto. Meglio di tedeschi e francesi. Ma cosa ci salva? Il lavoro degli artigiani e il belcanto, l’industria del bello. Ovvero: quello che stiamo smantellando e definanziando nel nostro Paese. Capisce le conseguenze politiche?
Quali?
Perché non possiamo rispondere noi a questa domanda? Perché non è la sinistra a difendere questa idea di innovazione? Questo progetto può tenere insieme gli industriali produttivi del Nord-est e gli operai del Sud.

Secondo Tremonti è la manodopera cinese a fare concorrenza ai nostri operai.
Quando mi hanno intervistato, ho detto che bisogna difendere sia i panda che gli operai di Shenzhen. Bè, non mi hanno censurato. Il regime permette ai giornali di raccontare le tante lotte operaie che si concludono con le multinazionali che raddoppiano gli stipendi.
Agli operai della Fiat è andata peggio…
Quando sono andato a Pomigliano i giornali italiani non hanno scritto una riga. La Fiom, trattata dai media – tranne voi e Il Manifesto – come una setta integralista ha raccolto, sola contro tutti, il 40% dei consensi!
Lei dice che in questi giorni Tremonti è più pericoloso di Berlusconi. È una battuta?
È sotto gli occhi di tutti: siamo all’inizio della fine. Siamo sull’uscio di una fase che può preludere alla dissoluzione del sistema paese.
E Tremonti?
Berlusconi è stato di fatto commissariato da un potere economico, di cui Tremonti è l’espressione e il dominus.
Mi spieghi meglio
L’attacco alle Regioni messo in atto con questa Finanziaria è usato anche come manovra per mettere fuori i possibili competitor del dopo-Berlusconi.
Si riferisce a Formigoni.
Le do due numeri. Alla Puglia vengono tagliati 365 milioni su un bilancio di un miliardo: una follia. Ma alla Lombardia vengono tagliati 1 miliardo e 600 milioni in due anni!
Cosa le resta dopo i tagli?
Pagati tremila stipendi, nulla. Vuol dire che nel 2011 non è finanziato il fondo per i non autosufficienti, che a pagare sono gli ultimi e i deboli.
A sinistra c’è anche chi lo apprezza, Tremonti.
Negli ultimi due anni l’evasione è aumentata di 20 miliardi, una manovra finanziaria. E il 50% della ricchezza nazionale è finito nelle mani del 10% del Paese. Io preferirei definirlo il ministro dei ricchi. Sono angosciato.

Da cosa?
Dal quadro che emerge: una classe dirigente inquinata di camorristi, massoni e faccendieri strangola il Paese. Anche gli elettori e gli uomini della destra perbene se ne rendono conto.

Dicono che le Regioni devono tagliare gli sprechi inutili.
Ma chi lo dice? Le veline tremontiane? Se è la casta dei ministeri a chiedere sobrietà, in un Paese in cui è vietato tassare le rendite, mi permetto di dubitare. C’è un’Italia pacchiana da battere. È il triangolo dei bermuda e delle bandana… Tremonti-Briatore-Cosentino.
E la Lega?
Mentre a Napoli la camorra attacca manifesti che inneggiano a Cosentino, ieri Bossi cambiava rotta sulle intercettazioni, forse spaventato dalle ultime inchieste: Padania Ladrona?
Ma le primarie ci saranno?
Si sono rivelate il metodo migliore per avvicinare il nostro popolo alla sinistra. Le abbiamo già fatte per Prodi. Non solo sarebbe assurdo: ormai è impossibile non farle.

Luca Telese

da www.ilfattoquotidiano.it

martedì 13 luglio 2010

La sinistra oggi

Per provare a tracciare le linee guida di ciò che deve rappresentare la sinistra del terzo millennio occorre prima rintracciare i vincoli ed i malanni che incalzano le umane società.
Esiste una crisi globale determinata dallo strapotere di alcuni gruppi finanziari, rapaci e divoratori di economie in crescita ed emergenti e stati imperialisti che cingono d’assedio popoli poveri di sviluppo ma pieni di materie prime, perciò usurpati di esse. Grazie alla persistente azione di governi ed agenzie segrete straniere questi poveri stati non riescono a darsi piena autodeterminazione ed il collasso delle proprie istituzioni pare legittimare l’intrusione di ingerenze di interessi di stati stranieri e multinazionali che spolpano il midollo di quelle economie fino a configurare veri e propri protettorati che però si fingono all’esterno sulla mappa geopolitica come entità statuali indipendenti.
Fondamentalmente ciò avviene
sotto gli occhi di tutti e con l’unica esigenza di rimpinguare i lauti introiti di organismi sovranazionali (NATO, UE, ONU…). Questi organismi altro non sono che soggetti politici che legittimano l’uso della forza da parte dei paesi ricchi, opulenti e sviluppati ma con grande richiesta di fabbisogno alimentare ed energetico a scapito dei paesi più poveri.
In questa fase è appropriato parlare di un Nord del mondo che muove guerra, addestra ed insedia governi fantoccio in quei Sud del mondo che devono essere deprivati di quelle ricchezze utili alla propria emancipazione per garantire porzioni di approvvigionamento alimentare ed energetico consoni a quei consumi senza freno che costituiscono il vero primo comandamento delle società occidentali, cosiddette sviluppate. Occorre precisare che tutto è in ottica di sfruttamento dei Sud del mondo: si pensi che le imprese che non possono più produrre per gli alti costi della manodopera preferiscono delocalizzare i
propri impianti per vessare maggiormente il capitale umano meno garantito e questo spesso e quello dei Balcani, del Sud dell’Asia, del Sud America, del Nord Africa…
Riemerge in questo nostro medioevo lo schiavismo con le sue tratte e le sue rotte: flussi migratori dal Sud risalgono per prestare le braccia all’agricoltura di altri stati situati più a Nord rispetto ai luoghi di provenienza. La grande mamma Africa è la mammella da spremere per dare il suo latte a popoli di un
Nord straniero, ricco, arrogante, xenofobo, razzista e predone, padrone e ingordo.
Se fisso lo sguardo sulla società italiana mi accorgo che crisi globale e crisi democratica corrono all’unisono per disegnare uno scenario prossimo alla disintegrazione sociale.
La pace sociale è garantita da processi che promettono lavoro stabile, occupazione, contribuzione, previdenza sociale, rappresentanza, cittadinanza e armonia dell’impianto politico-istituzionale. Tutti questi caratteri sono sconvolti se si osserva la loro effettività (senza parlare del debito pubblico, secondo al mondo dopo lo Zimbabwe). La iperbole degli ultimi governi in carica delinea una mancanza di volontà politica di innovare. Anzi si sperimenta un conflitto generazionale che porterà a delle conseguenze disastrose per gli assetti odierni:
1. I giovani possono aspirare ad avere un lavoro tuttalpiù precario (la disoccupazione giovanile nel Sud d’Italia è la più alta d’Europa);
2. Sulla pelle dei bambini e dei giovani si predispone dal governo centrale una propaganda costante, fatta da campagne permanenti instillate con programmi tv, con internet, con modelli mediocri che determinano nei piccoli un processo di alienazione verso le arti, i mestieri, la cultura, la religione. Con la
fiction si predispone dal governo centrale una politica di abbrutimento dei processi di formazione dei più piccoli per ritardare o ostacolare in loro quei traguardi di consapevolezza che da grandi li spingeranno alla riscossioni più o meno dura dei propri diritti elementari.
A ciò si aggiungono i tagli alla spesa pubblica, alla ricerca, alla scuola, ai teatri, ai cinema…, si taglia tutto quello che potrebbe spronare la natura sensibile dei bambini, per trattenerli in un alone ovattato di fiction fatto di televisione che non è vita reale; ma oltre al conflitto generazionale, vero detonatore sociale che scardinerà la cultura italiana (più che nel ’68), un altro fattore risulta costante nella pratica dei governi in carica che si succedono, specie nell’ultimo.
La matrice confindustriale nordista ed antimeridionalista di questo governo (Tremonti, Maroni, Zaia, Berlusconi) attua politiche di intrusione ed esproprio di risorse proprie del Mezzogiorno d’Italia per trasferirle al Nord, violando sistematicamente il “patto dell’unità d’Italia”, quello che garantiva sussidi
adeguati per portare le aree sottosviluppate del Sud a livello delle aree industrializzate del Nord.
La solidarietà nazionale non esiste più, anzi: con i fondi FAS (i fondi per le aree sottoutilizzate) si pagano i disastri provocati da terremoti (vedi L’Aquila), i G8, la delocalizzazione delle imprese del Nord oltrechè la cassa integrazione. Addirittura le multe degli allevatori padani delle quote latte.
Nel Sud dove maggiore è il risparmio le banche, tutte di proprietà del Nord, asfissiano il sistema creditizio. Così nel Nord per dar via ad una attività basta una firma il più delle volte. Mentre nel Sud per vedersi elargito un prestito occorre prestare, a volte, la firma di un mafioso.
Alto risparmio, bassissimo credito al Sud; basso risparmio, alto credito alNord.
Antinomia e paradosso sono la normalità nel sistema bancario italiano. Tutti gli indicatori economici pongono la democrazia italiana dinanzi ad un dilemma: l’Italia è unita perché Nord e Sud del paese sono costituzionalmente legate da un vincolo ideale e dallo sforzo dei nostri nobili padri o perché il Nord ricco
ed industriale sfrutta le risorse materiali ed umane del Sud per la propria produttività lasciando il Sud colonia delle mafie?
Per declinare l’alfabeto di una vera sinistra e redigere un vocabolario occorre un opera mastodontica di promozione culturale che parta dai pargoli e miri ad una più equa redistribuzione del reddito. Se si guarda al mondo del lavoro, la sinistra deve anzitutto porsi come strumento di emancipazione per le classi di lavoratori più martoriate. Se nel ‘900 la difesa era per il salario e per l’orario di lavoro dell’operaio nelle fabbriche, qui ed oggi la difesa nasce dal tema della cittadinanza e dei diritti del, per il e sul lavoro degli schiavi neri braccianti agricoli del Mezzogiorno. Se il mar Mediterraneo è il maggior sito di transito di merci della nuova economia occorre potenziare le infrastrutture ed i porti oltre a difendere il Mediterraneo intenso come bene comune. Oggi il Mediterraneo è invece il cimitero più grande al mondo. Se la sinistra vuole porsi come soggetto politico moderno deve trovare i modi per aprire processi di istruzione legati alla vera storia d’Italia: la storia non è solo quella dei Cavour e dei Cattaneo, di Carlo Alberto e Vittorio Emanuele e Garibaldi e Mazzini come cinghia di giunzione… la nostra storia è fatta anche da “vespri siciliani”, da Repubblica Partenopea e Masaniello, dalla Repubblica Romana, da Borboni, Svevi e Normanni, da Briganti e da eroi senza gloria; da servizi segreti americani, da stragi di stato e Gladio, da destra eversiva e mafie lottizzatrici già ai tempi della Liberazione. Se la sinistra non elabora una strategia per condurre una guerra di liberazione dalle mafie, la sinistra non è strumento di emancipazione di quei popoli che ne subiscono da schiavi i soprusi e le angherie; quei popoli vivono a Sud un Sud che deve trovare la forza di accogliere e implementare la dignità della vita di altri popoli che da altri Sud risalgono per risorgere.

Angelo

Ganzer il generale, comandante del Ros, è stato condannato a 14 anni per la costituzione di associazione a delinquere


Il generale, attuale comandante del Ros, è stato processato per la costituzione di associazione a delinquere finalizzata alla vendita di stupefacenti. Condannato anche all'interdizione perpetua dai pubblici uffici

MILANO - Il generale Giampaolo Ganzer, attuale comandante del Ros, è stato condannato a 14 anni di carcere a Milano nell'ambito del processo su presunte irregolarità in operazioni antidroga condotte negli anni '90 da un piccolo gruppo all'interno del reparto speciale dell'Arma. Ganzer è stato inoltre interdetto in perpetuo dai pubblici uffici. "Le sentenze non si possono che rispettare. Aspettiamo le motivazioni", è stato l'unico commento del generale.


Giampaolo Ganzer era accusato insieme ad altre 17 persone di aver costituito un'associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati. Per Ganzer è scattata anche l'interdizione perpetua ai pubblici uffici.
Condannato anche l'ex colonnello del Ros e attuale membro dell'Aise (servizi segreti) Mauro Obinu, a cui è stata inflitta la pena di sette anni e dieci mesi di carcere, oltre che l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.
La Corte, presieduta da Luigi Capazzo, dopo una settimana di camera di Consiglio, ha dunque accolto solo in parte le richieste del pm Luisa Zanetti che sosteneva che "all'interno del raggruppamento operativo speciale dei carabinieri c'era un insieme di ufficiali e sottoufficiali che, in combutta con alcuni malavitosi, aveva costituito una associazione per delinquere finalizzata al traffico di droga, al peculato, al falso e ad altri reati, al fine di fare una carriera rapida".

da Indymedia

E allora…denunciateci tutti.

Siamo venuti oggi a conoscenza delle denunce nei confronti di due partecipanti alla manifestazione degli aquilani a Roma del 7 di luglio.

Ribadiamo quanto espresso ieri dall’assemblea cittadina nella lettera indirizzata al Ministro degli Interni On. Maroni: di quanto è accaduto durante la manifestazione i promotori si assumono la piena ed unica responsabilità.

I cittadini aquilani hanno partecipato numerossissimi a quella manifestazione, partendo con oltre 40 pullman dalla città. Voler negare il fatto che erano i terremotati a chiedere diritti e ad urlare la propria rabbia è un’offesa nei confronti di chi, tra mille difficoltà, ha scelto di essere in piazza a Roma.


Dopo averci espropriati del diritto ad essere protagonisti della ricostruzione della nostra città ora si sta tentando in tutti i modi di nascondere l’evidenza del fatto che ERAVAMO NOI ad urlare sotto i palazzi del governo.

Il fatto che non ci fossero solo aquilani, significa soltanto che in tanti hanno aderito ai nostri appelli e alla nostra richiesta di solidarietà, hanno compreso e condiviso i nostri problemi e le nostre richieste: molte istituzioni locali non solo aquilane, movimenti, collettivi, associazioni di ogni città e territorio italiano. Questo perchè la questione aquilana non è non può essere considerata una questione locale. E’ un tema nazionale e a chiunque ci abbia espresso una solidarietà concreta esprimiamo la nostra gratitudine e la nostra solidarietà.

Denunciamo, inoltre, il continuo tentativo di spostare l’attenzione da quelli che sono i reali problemi del cratere . I media oggi dovrebbero parlare delle richieste legittime ed urgenti della popolazione aquilana, nessuna delle quali accolta dal governo. Le uniche risposte che abbiamo ricevuto sono state le mangnellate, gli scudi levati dalle forze dell’ordine, i feriti e oggi le denuce.

E allora denunciateci tutte e tutti.

da Indymedia

lunedì 12 luglio 2010

LA LETTERA PER LA FONDAZIONE DE “ L’ UNITA’ ”


Al CE del PC d’Italia 12 settembre 1923

Cari compagni,
nella sua ultima seduta il Pres. Ha deciso che in Italia sia pubblicato un quotidiano operaio redatto dal CE al quale possano dare la loro collaborazione politica i terzinternazionalisti esclusi dal PS. Voglio comunicarvi le mie impressioni e le mie opinioni a questo proposito.
Credo che sia molto utile e necessario, data la situazione attuale italiana, che il giornale sia compilato in modo da assicurare la sua esistenza legale per il più lungo tempo possibile.
Non solo quindi il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito, ma esso dovrà essere redatto in modo che la sua dipendenza di fatto dal nostro partito non appaia troppo chiaramente.
Dovrà essere un giornale di sinistra, della sinistra operaia, rimasta fedele al programma ed alla tattica della lotta di classe, che pubblicherà gli atti e le discussioni del nostro partito, come farà possibilmente anche per gli atti e le discussioni degli anarchici, dei repubblicani, dei sindacalisti e dirà il suo giudizio con un tono disinteressato, come se avesse una posizione superiore alla lotta e si ponesse da un punto di vista << scientifico >>. Capisco che non è troppo facile fissare tutto ciò in un programma scritto; ma l’ importanza non è di fissare un programma scritto , è piuttosto nell’ assicurare al partito stesso, che nel campo delle sinistre operaie ha storicamente una posizione dominante, un tribuna legale che permetta di giungere alle più larghe masse con continuità e sistematicamente.

I comunisti e i serratiani collaboreranno al giornale, manifestamente, cioè firmando gli articoli con nomi di elementi in vista, secondo un piano politico, che tenga conto mese per mese, e direi, settimana per settimana, della situazione generale del paese e dei rapporti che si sviluppano tra le forze sociali italiane. Bisognerà stare attenti ai serratiani che tenderanno a trasformare il giornale in un organo di frazione nella lotta contro la direzione del PS. Bisognerà essere severissimi in ciò ed impedire ogni degenerazione. La polemica si farà necessariamente, ma con spirito politico, non di setta ed entro certi limiti. Bisognerà stare in guardia contro i tentativi per creare una situazione << economica >> a Serrati, che è disoccupato e sarà dai suoi compagni proposto, molto probabilmente, come redattore ordinario. Serrati collaborerà firmando e non firmando; i suoi articoli firmati dovranno però essere fissati in una certa misura e quelli non firmati dovranno essere accettati dal CE nostro. Sarà necessario fare con i socialisti, meglio con lo spirito socialista di Serrati, Maffi ecc. delle polemiche di principio che saranno utili per rinsaldare la coscienza comunista delle masse e per preparare quella unità ed omogeneità di partito che sarà necessaria dopo la fusione per evitare una ricaduta nella caotica situazione del 1920.

Io propongo come titolo L’ Unità puro e semplice, che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale, perché credo che dopo la decisione dell’ Esec. All. sul governo operaio e contadino, noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non soltanto come problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale.
Personalmente io credo che la parola d’ ordine << governo operaio e contadino>> debba essere adattata in Italia così: << Repubblica federale degli operai e dei contadini >>. Non so se il momento attuale sia favorevole a ciò, credo però che la situazione che il fascismo va creando e la politica corporativa e protezionistica dei confederali porterà il nostro partito a questa parola d’ ordine. A questo proposito sto preparando una relazione per voi che discuterete ed esaminerete. Se sarà utile, dopo qualche numero, si potrà nel giornale iniziare una polemica con pseudonimi e vedere quali ripercussioni essa avrà nel paese e negli strati di sinistra dei popolari e dei democratici che rappresentano le tendenze reali della classe contadina e hanno sempre avuto nel loro programma la parola d’ ordine dell’ autonomia locale e del decentramento.
Se voi accettate la proposta del titolo L’ Unità lascerete il campo libero per la soluzione di questi problemi e il titolo sarà una garanzia contro le degenerazioni autonomistiche e contro i tentativi reazionari di dare
interpretazioni tendenziose e poliziesche alle campagne che si potranno fare: io d’ altronde credo che il regime dei soviets, con il suo accentramento politico dato dal partito comunista e con la sua decentralizzazione amministrativa e la sua colonizzazione delle forze popolari locali, trovi un’ ottima preparazione ideologica nella parola d’ ordine: Repubblica federale degli operai e contadini.
Saluti comunisti
Antonio Gramsci

Provate a pensare che cosa è diventa oggi L’ Unità e a quali interessi essa difenda.
Io so solo che il povero Gramsci disconoscerebbe all’ istante quel giornale da lui fondato se potesse darci uno sguardo oggi. Unità degli operai del Nord e dei contadini del Sud è ancora la più vasta
operazione per riqualificare questa italietta violentata ed abbandonata ad un manipolo di ingordi feudatari, padroni vecchi e nuovi.
La lotta di classe è oggi, e sarà sempre il motore della storia.

giovedì 8 luglio 2010

QUELLO CHE IL TG1 SI E' SCORDATO DI DIRCI



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mercoledì 7 luglio 2010

I morti di Reggio Emilia - I morti del luglio 1960


di Girolamo De Michele
Il 7 luglio 1960, nel corso di una manifestazione sindacale, cinque operai reggiani, tutti iscritti al PCI, sono uccisi dalle forze dell'ordine. I loro nomi, immortalati dalla celebre canzone di Fausto Amodei "Per i morti di Reggio Emilia": Lauro Ferioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri, Afro Tondelli. I morti di Reggio Emilia sono l'apice - non la conclusione - di due settimane di scontri con la polizia, alla quale il capo del governo Tambroni ha dato libertà di aprire il fuoco in "situazioni di emergenza": alla fine si conteranno undici morti e centinaia di feriti. Questi morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno dei fascisti del M.S.I. e dei monarchici, e apriranno la strada ai futuri governi di centro-sinistra.
Ma soprattutto, contrassegneranno in modo repentino un radicale mutamento di clima politico nel paese: l'avvento della generazione dei "ragazzi con le magliette a righe". Sino a quel momento i giovani erano considerati come spoliticizzati, distanti dalla generazione dei partigiani e orientati al mito delle "tre M" (macchina, moglie, mestiere): la giovane età di tre delle cinque vittime testimonia invece la presa di coscienza, in forme ancor più radicali della generazione che aveva resistito negli anni Cinquanta, di un nuovo proletariato giovanile. Di questo mutamento di clima - dalla disperata tristezza per il revanchismo fascista alla rinascita della speranza dopo i fatti di luglio - sono testimonianza la poesia di Pasolini "La croce uncinata" (aprile 1960) e l'articolo "Le radici del luglio" (Vie nuove, 29 ottobre 1960).


Il contesto storico-politico

Il 25 marzo 1960 il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi conferisce l'incarico di formare il nuovo governo a un democristiano di secondo piano, Fernando Tambroni, avvocato quasi sessantenne ed esponente della sinistra democristiana, attivo sostenitore di una politica di "legge ed ordine". La sua designazione segna un punto di svolta all'interno di un'acuta crisi politica, con pesanti risvolti istituzionali. La politica del centrismo è ormai esaurita, ma le trattative con il Partito Socialista di Pietro Nenni per la formazione di un governo di centro-sinistra non sembrano in grado di partorire la svolta politica, auspicata e preparata dall'astro nascente della DC Aldo Moro, che nell'ottobre 1959 aveva aperto ai socialisti affermando il carattere "popolare e antifascista" della DC in occasione del congresso democristiano svoltosi a Firenze. Il governo Tambroni ha al suo interno una forte presenza di uomini della sinistra democristiana, ma ottiene la fiducia alla camera solo grazie ai voti dei fascisti e dei monarchici. La direzione della DC sconfessa l'operato del gruppo parlamentare, e tre ministri (Sullo, Bo e Pastore) aprono una crisi che si conclude col rinvio alle Camere del Governo, con l'invito del presidente Gronchi a sostituire i tre ministri riottosi. In questo modo Gronchi esplicitava la proposta politica di un "governo del Presidente" che cercava spregiudicatamente i suoi consensi in aula con chiunque fosse disponibile ad appoggiarlo: una soluzione autoritaria, come lo era del resto la proposta di un "gollismo italiano" caldeggiata da Fanfani, volta a sminuire le prerogative del Parlamento davanti al rischio di un ingresso dei socialisti nella maggioranza. Degna di nota la presenza nel governo di due uomini del "partito-Gladio": Antonio Segni (agli Esteri) e Paolo Emilio Taviani, (oltre all'immancabile Giulio Andreotti, Oscar Luigi Scalfaro e Benigno Zaccagnini).


Da Genova a Reggio Emilia

Nel giugno il MSI annuncia che il suo congresso nazionale si terrà a Genova, città medaglia d'oro della Resistenza, e che a presiederlo è stato chiamato l'ex prefetto repubblichino Emanuele Basile, responsabile della deportazione degli antifascisti resistenti e degli operai genovesi nei lager e nelle fabbriche tedeschi. Alla notizia Genova insorge. Il 30 giugno i lavoratori portuensi (i cosiddetti "camalli") risalgono dal porto guidando decine di migliaia di genovesi, in massima parte di giovane età (i cosiddetti "ragazzi dalle magliette a righe"), in una grande manifestazione aperta dai comandanti partigiani. Al tentativo di sciogliere la manifestazione da parte della polizia, i manifestanti rovesciano e bruciano le jeep, erigono barricate e di fatto si impadroniscono della città, costringendo i poliziotti a trincerarsi nelle caserme. In piazza De Ferrari viene acceso un rogo per bruciare i mitra sequestrati alle forze dell'ordine. Il prefetto di Genova è costretto ad annullare il congresso fascista. In risposta alla sollevazione genovese Tambroni ordina la linea dura nei confronti di ogni manifestazione: il 5 luglio la polizia spara a Licata e uccide Vincenzo Napoli, di 25 anni, ferendo gravemente altri ventiquattro manifestanti. Il 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, la polizia reprime con una carica di cavalleria (guidata dall'olimpionico Raimondo d'Inzeo) un corteo antifascista, ferendo alcuni deputati socialisti e comunisti.


Il 7 luglio

La sera del 6 luglio la CGIL reggiana, dopo una lunga riunione (la linea della CGIL era sino a quel momento avversa a manifestazioni politiche) proclama lo sciopero cittadino. La polizia ha proibito gli assembramenti, e le stesse auto del sindacato invitano con gli altoparlanti i manifestanti a non stazionare. Ma l'unico spazio consentito - la Sala Verdi, 600 posti - è troppo piccolo per contenere i 20.000 manifestanti: un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decide quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di protesta. Alle 16.45 del pomeriggio una violenta carica di un reparto di 350 celerini al comando del vice-questore Giulio Cafari Panico investe la manifestazione pacifica: "Cominciarono i caroselli degli automezzi della polizia. Ricordo un'autobotte della polizia che in piazza cercava di disperdere la folla con gli idranti", ricorda un testimone, l'allora maestro elementare Antonio Zambonelli. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, partecipano alla carica. Incalzati dalle camionette, dalle bombe a gas, dai getti d'acqua e dai fumogeni, i manifestanti cercano rifugio nel vicino isolato San Rocco, "dove c'era un cantiere, ricorda un protagonista dei fatti, Giuliano Rovacchi. Entrammo e raccogliemmo di tutto, assi di legno, sassi...". "Altri manifestanti, aggiunge Zambonelli, buttavano le seggiole dalle distese dei bar della piazza". Respinti dalla disperata sassaiola dei manifestanti, i celerini impugnano le armi da fuoco e cominciano a sparare: "Teng-teng, si sentiva questo rumore, teng-teng. Erano pallottole, dice Rovacchi, e noi ci ritirammo sotto l'isolato San Rocco. Vidi un poliziotto scendere dall'autobotte, inginocchiarsi e sparare, verso i giardini, ad altezza d'uomo".

In quel punto verrà trovato il corpo di Afro Tondelli (1924), operaio di 35 anni. Si trova isolato al centro di piazza della Libertà. L'agente di PS Orlando Celani estrae la pistola, s'inginocchia, prende la mira in accurata posizione di tiro e spara a colpo sicuro su un bersaglio fermo. Prima di spirare Tondelli dice: "Mi hanno voluto ammazzare, mi sparavano addosso come alla caccia". Partigiano della 76a Sap (nome di battaglia "Bobi"), è il quinto di otto fratelli, in una famiglia contadina di Gavasseto. Sposato, è segretario locale dell'Anpi.

Davanti alla chiesa di San Francesco è Lauro Farioli, 22 anni, orfano di padre, sposato e padre di un bimbo. Lo chiamavano "Modugno" grazie alla vaga somiglianza con il cantante. Era uscito di casa con pantaloni corti, una camicetta rossa, le ciabatte ai piedi: ai primi spari si muove incredulo verso i poliziotti come per fermarli. Gli agenti sono a cento metri da lui: lo fucilano in pieno petto. Dirà un ragazzo testimone dell'eccidio: "Ha fatto un passo o due, non di più, e subito è partita la raffica di mitra, io mi trovavo proprio alle sue spalle e l'ho visto voltarsi, girarsi su se stesso con tutto il sangue che gli usciva dalla bocca. Mi è caduto addosso con tutto il sangue".

Intanto l'operaio Marino Serri, 41 anni, partigiano della 76a brigata si è affacciato piangendo di rabbia oltre l'angolo della strada gridando "Assassini!": cade immediatamente, colpito da una raffica di mitra. Nato in una famiglia contadina e montanara poverissima di Casina, con sei fratelli, non aveva frequentato nemmeno le elementari: lavorava sin da bambino pascolando le pecore nelle campagne. Militare a 20 anni, era stato in Jugoslavia. Abitava a Rondinara di Scandiano, con la moglie Clotilde e i figli.

In piazza Cavour c'è Ovidio Franchi, un ragazzo operaio di 19 anni. Viene colpito da un proiettile all'addome. Cerca di tenersi su, aggrappandosi a una serranda: "Un altro, racconta un testimone, ferito lievemente, lo voleva aiutare, poi è arrivato uno in divisa e ha sparato a tutti e due". Franchi è la vittima più giovane (classe 1941, nativo della frazione di Gavassa): figlio di un operaio delle Officine Meccaniche Reggiane, dopo la scuola di avviamento industriale era entrato come apprendista in una piccola officina della zona. Nel frattempo frequentava il biennio serale per conseguire l'attestato di disegnatore meccanico, che gli era stato appena recapitato. Morirà poco dopo a causa delle ferite riportate.

Ma gli spari non sciolgono la manifestazione: sono proprio i più giovani - tra i quali è Rovacchi - a resistere: "La macchina del sindacato girava tra i tumulti e l'altoparlante ci invitava a lasciare la piazza, che la manifestazione era finita. Ma noi non avevamo alcuna intenzione di ritirarci, qualcuno incitava addirittura alle barricate. Non avremmo sgomberato la piazza almeno fino a quando la polizia non spariva. E così fu. Mentre correvo inciampai su un corpo senza vita, vicino al negozio di Zamboni. Era il corpo di Reverberi, ma lo capii soltanto dopo".

Emilio Reverberi, 39 anni, operaio, era stato licenziato perché comunista nel 1951 dalle Officine Meccaniche Reggiane, dove era entrato all'età di 14 anni. Era stato garibaldino nella 144a Brigata dislocata nella zona della Val d'Enza (commissario politico nel distaccamento Amendola). Nativo di Cavriago, abitava a Reggio nelle case operaie oltre Crostolo con la moglie e i due figli. Viene brutalmente freddato a 39 anni, sotto i portici dell'Isolato San Rocco, in piazza Cavour. In realtà non è ancora morto: falciato da una raffica di mitra, spirerà in sala operatoria.

Polizia e carabinieri sparano con mitra e moschetti più di 500 proiettili, per quasi tre quarti d'ora, contro gli inermi manifestanti. I morti sono cinque, i feriti centinaia: Zambonelli, riuscito a entrare nell'ospedale, testimonia di "feriti ammucchiati ai morti, corpi squartati, irriconoscibili, ammassati uno sull'altro". Drammatica anche la testimonianza del chirurgo Riccardo Motta: "In sala operatoria c'eravamo io, il professor Pampari e il collega Parisoli. Ricordo nitidamente quelle terribili ore, ne passammo dodici di fila in sala operatoria, arrivava gente in condizioni disperate. Sembrava una situazione di guerra: non c'era tempo per parlare, mentre cercavamo di fare il possibile avvertivamo, pesantissimi, l'apprensione e il dolore dei parenti".


La caduta del governo Tambroni

Nello stesso giorno altri scontri e altri feriti a Napoli, Modena e Parma. Il ministro degli Interni Spataro afferma alla Camera che "è in atto una destabilizzazione ordita dalle sinistre con appoggi internazionali". Invano il presidente del Senato Cesare Merzagora tenta una mediazione, proponendo di tenere le forze di polizia in caserma e invitando i sindacati a sospendere gli scioperi per "non lasciare libera una moltitudine di gente che può provocare incidenti": la polizia continua a sparare ad altezza d'uomo. A Palermo la polizia carica con i gipponi senza preavviso, e quando i dimostranti rispondono a sassate, gli agenti estraggono i mitra e le pistole e uccidono Francesco Vella, di 42 anni, mastro muratore e organizzatore delle leghe edili, che stava soccorrendo un ragazzo di 16 anni colpito da un colpo di moschetto al petto, Giuseppe Malleo (che morirà nei giorni successivi) e Andrea Gangitano, giovane manovale disoccupato di 18 anni. Viene uccisa anche Rosa La Barbera di 53 anni, raggiunta in casa da una pallottola sparata all'impazzata mentre chiudeva le imposte. I feriti dai colpi di armi da fuoco sono 40.

A Catania la polizia spara in piazza Stesicoro. Salvatore Novembre di 19 anni, disoccupato, è massacrato a manganellate. Si accascia a terra sanguinante: "mentre egli perde i sensi, un poliziotto gli spara addosso ripetutamente, deliberatamente. Uno due tre colpi fino a massacrarlo, a renderlo irriconoscibile. Poi il poliziotto si mischia agli altri, continua la sua azione". Il corpo martoriato e sanguinante di Salvatore viene trascinato da alcuni agenti fino al centro della piazza affinché sia da ammonimento. Essi impediscono a chiunque, mitra alla mano, di portare soccorso al giovane il quale, a mano a mano che il sangue si riversa sul selciato, lentamente muore. Le autorità imbastiranno successivamente una macabra montatura disponendo una perizia necroscopica al fine di "accertare, ove sia possibile, se il proiettile sia stato esploso dai manifestanti". Altri 7 manifestanti rimangono feriti.

Il 9 luglio imponenti manifestazioni di protesta a Reggio Emilia (centomila manifestanti), Catania e Palermo rilanciano la protesta. Tambroni arriva a collegare le manifestazioni a un viaggio di Togliatti a Mosca, affermando che "questi incidenti sono frutto di un piano prestabilito dentro i palazzi del Cremlino". Ma il governo è ormai nell'angolo: il 16 luglio la Confindustria firma con i sindacati l'accordo sulla parità salariale tra uomini e donne, il 18 viene pubblicato un documento sottoscritto da 61 intellettuali cattolici che intima ai dirigenti democristiani a non fare alleanza con i neofascisti. Il 19 luglio Tambroni si reca dal presidente Gronchi, il 22 viene conferito ad Amintore Fanfani l'incarico di formare un governo appoggiato da repubblicani e socialdemocratici.

Nel 1964 si svolge a Milano il processo a carico del vice-questore Cafari Panico e dell'agente Celani. Il 14 luglio la Corte d'Assise di Milano, presidente Curatolo, assolve i responsabili della strage: Giulio Cafari Panico, che aveva ordinato la carica, viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto; Orlando Celani, da più testimoni riconosciuto come l'agente che con freddezza prende la mira e uccide Afro Tondelli, viene assolto per insufficienza di prove.

da http://www.reti-invisibili.net/reggioemilia/

CANTACRONACHE - PER I MORTI DI REGGIO EMILIA



CANTACRONACHE - PER I MORTI DI REGGIO EMILIA

Compagno cittadino fratello partigiano
teniamoci per mano in questi giorni tristi
Di nuovo a reggio Emilia di nuovo la` in Sicilia
son morti dei compagni per mano dei fascisti

Di nuovo come un tempo sopra l'Italia intera
Fischia il vento infuria la bufera

A diciannove anni e` morto Ovidio Franchi
per quelli che son stanchi o sono ancora incerti
Lauro Farioli e` morto per riparare al torto
di chi si è gia` scordato di Duccio Galimberti

Son morti sui vent'anni per il nostro domani
Son morti come vecchi partigiani

Marino Serri e` morto e` morto Afro Tondelli
ma gli occhi dei fratelli si son tenuti asciutti
Compagni sia ben chiaro che questo sangue amaro
versato a Reggio Emilia e` sangue di noi tutti

Sangue del nostro sangue nervi dei nostri nervi
Come fu quello dei Fratelli Cervi

Il solo vero amico che abbiamo al fianco adesso
e` sempre quello stesso che fu con noi in montagna
Ed il nemico attuale e` sempre ancora eguale
a quel che combattemmo sui nostri monti e in Spagna

Uguale la canzone che abbiamo da cantare
Scarpe rotte eppur bisogna andare

Compagno Ovidio Franchi, compagno Afro Tondelli
e voi Marino Serri, Reverberi e Farioli
Dovremo tutti quanti aver d'ora in avanti
voialtri al nostro fianco per non sentirci soli

Morti di Reggio Emilia uscite dalla fossa
fuori a cantar con noi Bandiera Rossa!

martedì 6 luglio 2010

La sala di tortura di Brak, l'altro volto degli accordi Italia-Libia


Continua la congiura del silenzio sul destino degli eritrei

di Fulvio Vassallo Paleologo - per Terre Libere
Centinaia di eritrei sono stati trasferiti dal centro libico di Misurata alla prigione di Brak, in pieno deserto, nota per gli episodi di tortura. I profughi avrebbero diritto all`esame della richiesta di asilo politico, invece rischiano di essere rimpatriati e uccisi. Non hanno niente da dire i 413 deputati che hanno votato il trattato Italia - Libia?
Apprendiamo con angoscia crescente, ogni giorno che passa, delle torture e del rischio di "deportazione in patria" subiti dagli eritrei trasferiti il 30 giugno dal centro di detenzione di Misurata alla prigione di Brak, in pieno deserto, vicino Sebha, una prigione gestita direttamente dalle forze di sicurezza libiche. Neppure le decine di persone che erano state gravemente ferite a Misurata, durante i primi tentativi di "identificazione" da parte di rappresentanti del governo eritreo, vengono curate e sembrerebbe che almeno due eritrei non siano più ritornati nelle camerate, dopo essere stati condotti nelle sale di tortura del carcere di Brak.

Dopo un viaggio in condizioni disumane, stipati dentro un container, probabilmente trainato da una delle motrici Iveco cedute dall`Italia alla Libia, nell`ambito degli accordi di collaborazione in materia di contrasto dell`immigrazione irregolare, centinaia di uomini, giovani donne e minori, detenuti in condizioni disumane, rimangono esposti ad abusi sistematici, sorte che da anni tocca in Libia a tutti gli eritrei che vengono arrestati dalla polizia, come già confermato da testimonianze dirette e da dettagliati rapporti delle principali agenzie umanitarie, Human Rights Watch ed Amnesty International, da ultimo, proprio pochi mesi fa.

Mentre i carcerieri libici stanno infliggendo, ancora in queste ore, le peggiori torture ai detenuti eritrei, e mentre potrebbero ripetersi gli abusi e le violenze sessuali, che la maggior parte delle donne giunte in Italia dalla Libia hanno confermato, la stampa italiana, con l`eccezione dell`Unità, e di qualche sito web, continua ad ignorare sistematicamente fatti gravissimi che dovrebbero inquietare la coscienza di chiunque. Evidentemente anche chi protesta contro la "legge bavaglio" che limita la libertà di informazione, quando si tratta di abusi subiti da migranti in Libia preferisce tacere, forse perché sarebbe troppo rischioso far conoscere all`opinione pubblica quali e quanti sono i vari responsabili degli accordi tra Italia e Libia contro l`immigrazione irregolare, e quali le connivenze di cui gode nel nostro paese il regime di Gheddafi negli ambienti politici, economici e giornalistici.

Eppure i fatti da raccontare, che hanno anticipato la deportazione dei profughi eritrei, non mancherebbero. All`inizio di giugno Gheddafi ha deciso di chiudere - con l`accusa di svolgere attività illegale - la piccola delegazione di Tripoli dell`Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati che, malgrado la Libia non aderisse alla Convenzione di Ginevra, almeno riusciva ad incontrare alcuni richiedenti asilo, proprio come gli eritrei trattenuti a Misurata. Una delegazione molto importante, al punto che il governo italiano l`aveva richiamata in diverse occasioni per giustificare gli accordi di cooperazione con la Libia ed i respingimenti collettivi in acque internazionali.

Il Parlamento Europeo lo scorso 17 giugno protestava per le esecuzioni capitali che la giustizia libica aveva sancito dopo processi senza alcuna garanzia effettiva di difesa, in alcuni dei quali erano coinvolti anche degli immigrati nigeriani. Nella sua risoluzione, in diversi passaggi, il Parlamento europeo esprimeva anche forte preoccupazione per la sorte dei migranti bloccati in Libia, ricordando il divieto di trattamenti inumani o degradanti, oltre che della tortura e della pena di morte. Adesso centinaia gli eritrei detenuti in Libia sono sottoposti giorno dopo giorno a trattamenti inumani o degradanti e rischiano di essere riconsegnati ad altri torturatori, che già li attendono nel paese di origine, oppure di essere dispersi nel deserto, ancora una volta alla mercé dei trafficanti e dei poliziotti collusi.

La collaborazione Italia-Libia nel contrasto dell`immigrazione irregolare, in realtà nel blocco e nell`arresto di migliaia potenziali richiedenti asilo, procede da un "successo” ad un altro. Il tutto condito dalla "cattiveria" annunciata, e poi praticata dal ministro Maroni. Mentre società italiane si stanno preparando a costruire una barriera elettronica che dovrebbe impedire gli attraversamenti dei confini meridionali della Libia dopo che poliziotti italiani hanno svolto corsi di addestramento degli agenti libici. Ci si potrebbe chiedere, con quali risultati sotto il profilo del rispetto dei diritti fondamentali della persona? Nessuna delle autorità italiane e straniere alle quali sono stati rivolti accorati appelli per la liberazione degli eritrei deportati da Misurata ha ancora avviato una azione di pressione sulla Libia perché questo scempio di persone innocenti cessi al più presto. Sembra soltanto che sia stata presentata una interrogazione parlamentare, una iniziativa importante ed utile, almeno per fare memoria, alla quale seguirà la solita scontata litania da parte di qualche sottosegretario con delega all`immigrazione, che garantirà il rispetto dei diritti umani in Libia.

Eppure anche il parlamento italiano potrebbe fare qualcosa, dopo avere approvato a larghissima maggioranza, prima alla Camera nella seduta del 21 gennaio 2009, presieduta da Rosy Bindi, con 413 voti a favore, su 513 votanti, appena 63 contrari e 37 astenuti (i nomi si possono rinvenire nei siti che riportano gli atti della Camera) e poi al Senato, con analoga maggioranza bipartisan, la legge di ratifica 7/09 del 6 febbraio 2009, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 40 del 18 febbraio 2009 , e dunque il Trattato di amicizia tra Italia e Libia del 30 agosto 2008, che includeva e rendeva operanti i precedenti protocolli d`intesa siglati dal governo Prodi con Gheddafi nel dicembre del 2007.

Accordi in base ai quali erano previsti, oltre alla cessione di mezzi navali e terrestri, un sistema di comando interforze unificato a guida libica, "manovre congiunte e scambio di esperti e tecnici". Un raro esempio di politica "bipartisan", che continua con la vicendevole omertà degli ultimi giorni, un caso piuttosto raro ormai, in tempi di (almeno apparenti) contrapposizioni frontali, che in questo campo, quando è in gioco il rispetto dei diritti umani di uomini, donne, minori, sono sfumate in un gelido voto di ratifica sulla base delle politiche di "larghe intese".

Senza che successivamente, almeno, fosse rispettato l`impegno contenuto in un ordine del giorno, approvato contestualmente alla stessa legge di ratifica nel febbraio del 2009, che prevedeva di verificare, dopo un anno, la situazione dei rapporti con la Libia, inviando in quel paese una delegazione parlamentare per verificare lo stato di attuazione degli accordi ed il rispetto dei diritti umani dei migranti. Nell`ultimo viaggio di Berlusconi a Tripoli neppure un cenno a questo tema, mentre veniva risolto l`ennesimo sequestro in acque internazionali, ma ormai affidate al controllo libico, di tre pescherecci mazaresi da parte delle motovedette regalate dall`Italia a Gheddafi. Sarebbe bene che i parlamentari ed i partiti che hanno approvato gli accordi con la Libia riflettessero sulle attuali conseguenze del loro voto di ratifica degli accordi italo-libici, soprattutto per la legittimazione che quel voto ha rappresentato per le politiche più violente di Gheddafi nei confronti dei migranti, in gran parte potenziali richiedenti asilo, persone che se fossero giunte in Italia, come gli eritrei, avrebbero certamente avuto diritto ad una protezione internazionale.

Adesso, probabilmente, di molti degli eritrei detenuti e torturati a Brak non si saprà più nulla, i morti saranno fatti sparire come in passato, altri saranno dispersi nel deserto, altri ancora scompariranno nelle segrete delle carceri e nei campi di lavoro forzato in Eritrea, dopo la loro deportazione. Le loro famiglie non sapranno più nulla di loro. Come è successo per altri migranti che, a partire dal 2004, hanno tentato anche di difendersi inviando istanze e presentando ricorsi ai più importanti organismi internazionali, come la Commissione Europea e la Corte Europea dei diritti dell`Uomo.

Il governo italiano, quando è stato chiamato in causa, ha dato prova di raro cinismo, mettendo in discussione la stessa esistenza dei ricorrenti, attaccando sistematicamente gli avvocati che erano riusciti a raccogliere le denunce delle persone, presentate prima della loro espulsione, da centri di detenzione italiani, come negli anni dal 2004 al 2005, o che si era riusciti a fare arrivare fino alla Corte di Strasburgo, per la prima volta lo scorso anno, da un un centro di detenzione in Libia, dopo un respingimento collettivo praticato direttamente da mezzi militari italiani. Adesso il timore è che, ancora una volta, coloro che hanno presentato (o potrebbero presentare) denunce e ricorsi davanti a tribunali o organismi internazionali possano essere deportati dalla Libia e quindi fatti scomparire. La Corte Europea dei diritti dell`uomo, con una decisione assai grave ( Caso Hussun/Italia del 19 gennaio 2010), che riguardava un gruppo di immigrati trattenuti nel 2005 in un centro di detenzione italiano, alcuni fuggiti dal centro e quindi irreperibili nel territorio italiano, altri successivamente espulsi in Libia, ha affermato che la circostanza che i migranti avessero perso i contatti con gli avvocati, magari a distanza di anni di tempo dal ricorso, rendeva lo stesso ricorso individuale privo di un interesse da affermare, quasi come se fosse venuto meno l`interesse della persona (che aveva lamentato una violazione della Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell`uomo ma che non era più in contatto con il suo avvocato) ad ottenere una sentenza di condanna dello stato che era chiamato in causa.

Al paragrafo 49 della decisione di cancellazione dal ruolo del caso Hussun/Italia, si osserva come "tenuto conto della impossibilità di stabilire il benché minimo contatto con i ricorrenti in questione, la Corte considera che i loro rappresentanti non possono, in modo significativo, continuare la procedura pendente innanzi a lei (vedere, mutatis mutandis, Ali c. Svizzera, 5 agosto 1998, §§ 32-33, Recueil des arrêts et décisions 1998 V e Tubajika c. Paesi Bassi, no 6864/06, dec. 30 giugno 2009)". Secondo la Corte "in queste circostanze, è in effetti impossibile approfondire la conoscenza di elementi di fatto riguardanti la particolare situazione di ogni ricorrente. Soprattutto per quanto riguarda i ricorrenti espulsi, non è possibile per la Corte acquisire informazioni riguardanti, da una parte, il luogo in cui questi ricorrenti sono stati rinviati in Libia e, dall'altra parte, le condizioni di accoglienza di questi ultimi da parte delle autorità libiche".

Come se si dovessero attendere le memorie scritte dei ricorrenti espulsi in Libia per conoscere le "condizioni di accoglienza"o, meglio, a "quali trattamenti disumani o degradanti" sarebbero stati esposti in maniera sistematica, abusi sui quali non si dovrebbe più dubitare, come recentemente ammesso anche dal Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) dello stesso Consiglio d`Europa, in un dettagliatissimo rapporto sulla Libia. Una decisione, questa della Corte di Strasburgo che, se si legge oggi alla luce delle "sparizioni" sistematiche di migranti detenuti in Libia, "sparizioni" che si stanno verificando in modo più evidente e tragico in questi giorni, ma che si sono verificate anche negli anni passati, ai danni di nigeriani e somali soprattutto, oltre che di eritrei, interroga sul ruolo effettivo di garanzia che la Corte può ancora assolvere nei casi di trattamenti inumani o degradanti inflitti ai migranti irregolari espulsi o respinti in quel paese o in altri paesi di transito, o nei casi di respingimento collettivo, praticati con il concorso di autorità appartenenti a paesi firmatari della Convenzione, casi vietati adesso anche dall`art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell`Unione Europea. Vorremmo invece, oltre al blocco - già avvenuto- dei negoziati tra l`Unione Europea e la Libia in materia di immigrazione, che la Corte Europea dei diritti dell`uomo si pronunci al più presto sul ricorso presentato contro l`Italia dopo i respingimenti collettivi in mare effettuati da nostre unità militari il 6 e 7 maggio dello scorso anno.

Da quella decisione e dalla sua portata potrebbe dipendere il destino di molte vite, non solo quello dei ricorrenti, una circostanza che, al di là del carattere individuale del ricorso, la Corte di Strasburgo non può certo ignorare. Non sappiamo come e quando il Parlamento Italiano rispetterà i suoi impegni di inviare una delegazione in Libia per verificare l`applicazione degli accordi, con specifico riferimento al rispetto dei diritti umani dei migranti arrestati in quel paese e dei potenziali richiedenti asilo. Vorremmo soltanto che i parlamentari, che nel 2009 hanno votato in massa a favore di quegli accordi, pensino qualche volta alle tragiche notizie che giungono dalla Libia ancora in questi giorni, quando guardano negli occhi figli e mogli al sicuro nelle loro case. E che magari provino a sollecitare in Parlamento una sospensione degli accordi con Gheddafi fino a quando la Libia non si atterrà, nella forma e nella sostanza, al rispetto delle convenzioni internazionali che garantiscono i diritti umani e la protezione dei rifugiati.

da Infoaut

lunedì 5 luglio 2010

Quando il cinema di Hollywood faceva affari con il Terzo Reich

Un saggio storico americano: «Inizialmente Hitler non fu contrastato»

E' una delle storie che Hollywood ama raccontare a se stessa e che viene tramandata di generazione in generazione: come la fabbrica dei sogni ebbe il suo momento di eroismo reale durante la II Guerra Mondiale, trasformandosi in un efficace braccio di propaganda e mandando al fronte divi come James Stewart, Robert Taylor e Clark Gable. C'è pure Carole Lombard, morta in un incidente aereo mentre era in un tour per vendere obbligazioni di guerra. Ma come le storie generate nelle sue sale di posa anche questa ha un difetto ed è che non corrisponde alla realtà, che è perlomeno un po' più complessa: negli anni tra l'arrivo del nazismo in Germania e l'ingresso in guerra dell'America, Hollywood mantenne un atteggiamento alquanto timido e schizofrenico. Come il resto del Paese.


Una tesi che emerge dalla ricerca di David Wilkes, professore di storia all'Università dell'Arkansas e autore di The moguls and the dictators: Hollywood and the coming of World War II. I «moguls» sono Harry Cohn alla Columbia, Louis Mayer alla MGM, Sam Goldwyin, Jack e Harry Warner, i padri-padroni degli studios e tutti di origine ebraica. I dittatori sono Hitler, Franco, Mussolini. Ed ecco, siamo nel 1933, l'anno in cui arrivano al potere Hitler in Germania e Frankin D. Roosvelt negli Stati Uniti. Un Paese, in quegli anni, ancora alle prese con gli effetti devastanti della Grande Depressione e, oltre che isolazionista, percorso da fremiti antisemiti.

Nonostante l'industria del cinema fosse stata fondata da ebrei sfuggiti ai progrom europei, che avevano trovato negli studios una nicchia dove operare, quando Hitler decise che i loro impiegati ebrei in Germania dovevano venire licenziati gli studios acconsentirono, perché quello tedesco era un mercato molto ricco. E perché spinti in quella direzione da due potentissime figure, Joseph Breen e Will Hays, responsabili rispettivamente dell'associazione di categoria dei produttori e del loro codice etico-morale. Il compito di Hollywood, secondo Breen e Hays, doveva essere «intrattenere» e dare un'immagine positiva e ottimistica della «American way of life». E attenzione, aggiunsero: l'industria dello spettacolo «non va usata per fini di propaganda personale».

Timorosi di perdere il mercato tedesco e di alienare una parte della stessa popolazione americana, gli studios si adeguarono al diktat hitleriano con la sola eccezione di Harry Warner, che decise di chiudere le operazioni della Warner in Germania. Anzi, scatenando l'ira di Breen e Hays che avevano vietato ogni critica e volevano che si parlasse di «quel che di buono Hitler ha fatto per la Germania», si mise a produrre film apertamente anti-fascisti, metaforicamente con Juarez e Robin Hood e poi apertamente con Confessioni di una spia nazista, basato sulla storia vera di alcuni agenti nazisti in azione e che copriva di ridicolo i loro simpatizzanti americani.

Era il 1939, un anno in cui Hollywood produsse ben 954 film (contro i circa 400 di oggi) tra cui alcuni entrati nella leggenda: oltre a Via col vento, Mr. Smith va a a Washington, Il mago di Oz , Ninotchka, Goodbye Mr. Chips, Il giovane Lincoln, Uomini e topi. Mentre Hitler invadeva la Polonia, l'America si accalcava fuori dai cinema e seguiva appassionatamente la lotta per l'Oscar tra Judy Garland , Greta Garbo, Bette Davis e Vivien Leigh (alla fine la vincitrice). E quando Hollywood iniziò a sfornare i primi film che prendevano di mira i dittatori europei, i «moguls» si trovarono sul banco di accusa del Senato americano. «Dovete fare spettacolo, non incitare alla guerra - ripeteva il senatore Gerald Nye - se esiste l'antisemitismo dovete dare la colpa solo a voi stessi».

Poco dopo, nel dicembre del 1941, ci fu l'attacco a Pearl Harbor. Roosvelt dichiarò guerra e finì per arruolare non solo milioni di giovani mandati a combattere sul fronte europeo e su quello del Pacifico ma anche Hollywood e le sue stelle. Fu solo a quel punto che venne fuori Il dittatore, con Charlie Chaplin nel duplice ruolo di un barbiere ebreo e del dittatore anti-semita Adenoid Hynkel, che Hitler volle vedere due volte e che negò ai suoi sudditi. Casablanca, con quella battuta «Scommetto a che a New York dormono, scommetto che in America dormono» arriva solo nel 1942 e poi fu la volta di Sergeant York e Thank you Lucky Stars, di This is the Army e dei film eoici con Erroll Flynn e con John Wayne. Ma ormai era una questione di sopravvivenza, non di principi.

da Indymedia

SUD SOUND SYSTEM - MUSICA COMU MARE



SUD SOUND SYSTEM - MUSICA COMU MARE

Intra le ricchie la musica comu mare,
ca 'ncarizza falesie te crita e sule,
comu lu tiempu cangia facce e umore
ma quiddhru ca simu nu po cancellare
e lu chientu ca fuce e porta parole
le loru icine e le noscie lontane,
cussi aune nate e sane mbiscate culture
comu la noscia crisciuta te sule a sule.
Intra le ricchie la musica comu mare
ca rusica terra e ne llea memorie
vita n'ha datu ma ne tae puru lu sale
ca suca l'acqua e sicca puru le ucche
e la gente ca cu la terra cerca te fatiare
n'ha bista gente te lu mere 'riare
'mparannu cose te auri e lontane
l'ha crisciuti comu fiji soi cu lu core


Musica comu mare, musica comu sule
ca quandu lucisce porta vita e calore,
musica comu mare ca bagna tante scogliere
cu onde ca te seculi le stannu a scolpire,
dolci armonie ca fannu sentire
suoni e parole te culture lontane
forti culuri ca tene lu mare
a ddhu se perdenu l'ecchi quandu lu stai a guardare.
Musica comu mare, musica comu sule
ca quandu lucisce porta vita e calore
musica comu mare ca bagna tante scogliere
de terre e de popoli te ogne culure
cu culture diverse ma cu la stessa voglia te amare
cu la stessa voglia te vita, vita ca a tutti ha datu lu mare
mare ca sape tare comu sape liare,
mare ca comu sta musica nu se face mai dominare


Famme sentire moi la uce toa ca 'ncarizza falesie te crita e sule. Intra le ricche......

E moi iti addhru imu rriati moi
armi cu miserie ni scangiamu a qquai
ma musica e mare nu ne olune cchiui.
Senza frontiere viaggia lu suonu te la musica,
comu lu sule tuttu illumina e comu lu mare le terre unifica,
ricca te tante origini ma poi denta unica,
ria ritta allu core e intra la capu se radica
intra lu postu a ddhu vivi cussi' ha nata la storia toa
comu ogne giurnu moi nasce na storia noa
per ci te lontanu sta ria cu migliora la vita soa
speranza ca nisciunu tene dirittu cu ni lea.

venerdì 2 luglio 2010

Ergastolo ostativo: vendetta di Stato?

di Davide Pelanda

«Considerando che i delitti sono stati commessi al fine di agevolare l'associazione criminosa di appartenenza e pertanto ostativi alla concessione dei benefici, dichiara inammissibile la richiesta di permesso – firmato: il Magistrato di Sorveglianza carcere di Spoleto».

«(...) I detenuti si dividono in due grandi categorie. La prima è costituita da soggetti pericolosi e "non liberabili" (...) – tratto dall'editoriale del n.37 del 19/9/2009 di "Guida al Diritto" firmato da Fabio Fiorentini, Magistrato di Sorveglianza presso il tribunale di Torino».

In sostanza questi due magistrati affermano l'esistenza in Italia di persone che saranno sempre colpevoli, che non potranno mai avere una possibilità di uscire dal carcere per quello che hanno fatto, soggetti talmente pericolosi da dove vivere tutta la loro esistenza in maniera definitiva nella cella di un carcere. Dove lo Stato italiano ha, come si suol dire eufemisticamente, "buttato via la chiave". Cioè "murati vivi", per legge.

Sono 1400 circa i detenuti in Italia che vivono in questa condizione, la stragrande maggioranza proveniente dal Meridione: in gergo prettamente giuridico, si chiamano "ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio", regolati dall'articolo 4 bis della legge n. 354/75 norme dell'Ordinamento Penitenziario. I reati per i quali si può essere condannati a questa pena sono quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico internazionale di stupefacenti, sequestro di persona e per tutti quei reati che hanno in qualche modo agevolato l'attività criminosa di stampo mafioso.

A dir poco curioso, invece, il fatto che in questo tipo di pena non si parli di reati tipo pedofilia, omicidio volontario e violenza carnale. Se poi pensiamo ai vari politici corrotti, a banchieri che fanno prestiti da strozzinaggio, oppure imprenditori colpevoli di tanti "omicidi bianchi" od ai vari Tanzi, Anemone e compagnia che hanno truffato a destra e a manca...questi se la cavano solo con qualche mese di carcere o patteggiamento. E di nuovo fuori come se nulla fosse accaduto. Non dimentichiamoci però che l'ostatività è stata voluta dallo Stato negli anni Novanta come risposta ai gravi reati di mafia.

«Una pena del diavolo - viene definito l'ergastolo ostativo da Carmelo Musumeci, detenuto nel carcere di Spoleto da 20 anni e sottoposto proprio all'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario – crudele, inumana e degradante perché trasforma la persona in una statua di marmo. In tutti i Paesi del mondo, anche dove esiste la pena di morte, il condannato alla pena dell'ergastolo ha la speranza o una possibilità di poter uscire: in Italia chi è condannato con l'ergastolo ostativo per "reati associativi" non potrà mai uscire se non collabora con la giustizia, quindi se al suo posto non ci mette qualche altro».

E qui sta il nodo principale e fondamentale: ti possono essere concessi dei benefici (dai permessi premio alla semilibertà e liberazione condizionale) solo se collabori con la giustizia, con i magistrati per far arrestare altre persone. Sembrerebbe una sorta di "vendetta" (le virgolette sono d'obbligo) dello Stato: «non più coercizioni e punizioni corporali come ai tempi dell'Inquisizione nel Medioevo – dice ancora Musumeci, nato in Sicilia dove ben presto il contesto sociale di quella terra povera lo ha portato a vivere fuori dalla legalità, scopertosi poeta dietro le sbarre tanto da vincere, nel 2009, un premio ad un Concorso Letterario Nazionale di poesia – ma delazione. Non più l'uso della tortura fisica per estorcere la verità, ma solo la tortura del tempo e dell'anima, molto più dolorosa di quella fisica. L'articolo 4 bis dell'Ordinamento penitenziario è stato introdotto allo scopo di ottenere informazioni da chi è detenuto, prolungando anche in perpetuo la pena, come nel caso dell'ergastolo. Con tale norma si è anche stabilito il divieto di concessione delle misure alternative alla detenzione a quei detenuti che non collaborano con la magistratura». Ma chi non collabora, molto spesso, lo fa per paura di vendette una volta uscito, o di rappresaglie verso la propria famiglia. Non certo per omertà. A questo punto capiamo che in Italia ci sono due modi di intendere l'ergastolo, una sorta di doppio binario: da un lato quello dove dopo 10, 20 anni di carcere può avere una semilibertà e dopo 26 anni la condizionale, dall'altro lato invece nessuna possibilità se non solo ed esclusivamente il carcere a vita fino alla morte.

«Un giorno mia figlia – racconta ancora Musumeci che, nel frattempo, si sta laureando in giurisprudenza - offuscata dall'amore che prova per me, mi ha confidato: "Papà, ma perché non collabori con la giustizia così torni a casa..."

Le ho risposto: "E tu continueresti a volermi bene se la mia libertà costasse sofferenza e dolore ad altre persone che ora hanno moglie e figli?". Io e gli altri ergastolani, con l'ergastolo ostativo, non condividiamo più i disvalori del passato, e per questo non accetteremo mai di tornare come eravamo, togliendo la vita degli altri per riavere la nostra».

E su questa questione dell'ergastolo ostativo il 4 novembre del 2008 è stato presentato un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo dove si faceva presente che «mentre in alcuni Paesi come Norvegia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Albania, Polonia e Ungheria l'ergastolo è stato abolito, dando un segno di grande civiltà e umanità al senso della pena, in altri Paesi l'ergastolano ha un chiaro e preciso fine pena: Irlanda dopo 7 anni, Olanda dopo 14 anni, Norvegia dopo 12 anni, Svizzera dopo 15 anni, Francia dopo 15 anni, Germania dopo 15 anni, Grecia dopo 20 anni, Danimarca dopo 10/12 anni, Belgio dopo 14 anni. Invece la patria del diritto romano, l'Italia, dopo 25 anni e mai, proprio mai, unico Paese in Europa e nel mondo, per le condanne all'ergastolo ostativo».

«Non si tratta di tirar fuori delinquenti dalla galera a tutti i costi – dice Nadia Bizzotto, volontaria nel carcere di Spoleto e responsabile di una struttura della "Comunità Papa Giovanni XXIII" fondata nel 1973 da don Oreste Benzi, ora scomparso – ma di dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto. In carcere, per ottenere i benefici, occorrono il diritto ed il merito: per gli ostativi non si arriva al merito, non si arriva a stabilire se hai fatto un percorso tale per cui psicologi, direttore del carcere ecc... possano presentare una relazione su di te e su quanto tu sia cambiato: non ne hai diritto perché non hai collaborato. Allora il principio educativo non c'è proprio, il famoso articolo 27 non serve assolutamente a niente. Che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai; educarlo per cosa, per portarlo alla tomba? Il nostro è uno Stato che per certi versi ha una giustizia assolutamente lassista e che per altri, invece, fa pagare in maniera ingiusta e spropositata»1.

Ed è proprio la Comunità di don Benzi ad aver preso "in carico" in qualche maniera le persone condannate a questa terribile pena: molti di loro li vanno a trovare nelle carceri, oppure hanno inventato il blog Urla dal Silenzio, oppure il gruppo su Facebook, dove gli stessi volontari dell'associazione ricopiano sul pc testi di lettere, poesie e vari scritti che gli ergastolani ostativi gli passano scritti a mano su pezzi di carta per poi pubblicarli in rete. Lo stesso don Benzi, quando era in vita, affermava: «Se cercassimo ai aiutare chi commette reati, anziché limitarci a reprimere, avremo molta meno delinquenza», cui ha fatto seguito più tardi la battuta del cardinal Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano: «E' proprio vero che l'ergastolo toglie la speranza».

E intanto Carmelo Musumeci ci ha provato a chiedere di uscire. Lo racconta nel suo diario quotidiano dal carcere di Spoleto. La pagina vergata di suo pugno porta la data del 20/01/2009, ed è piena di tristezza e amarezza: «Lo immaginavo, lo sapevo ma ci sono rimasto ugualmente male... mi è arrivata la respinta del permesso da parte del Tribunale di Sorveglianza: "le motivazioni affettive sottese alla richiesta avanzata dal Musumeci, encomiabili e rispettabili sul piano umano..., non è applicabile al Musumeci che, nonostante i progressi compiuti nel corso del trattamento penitenziario, è soggetto alla preclusione di cui all'art. 4 bis o.p. essendo in espiazione di pena inflitta per i reati cosiddetti di prima fascia... (ostativi)". Tante belle parole per dirmi di no...Ci sono dei momenti che mi viene voglia di rassegnarmi perché lottare senza speranza stanca, ma come faccio a dirlo a mia figlia?».

martedì 29 giugno 2010

Immigrazione: verso una nuova stagione di diritti.


Si terrà giovedì 1 luglio alle 19 presso il Chiostro dei Carmelitani a Nardò l’iniziativa pubblica promossa da Sinistra Ecologia e Libertà Salento e da PSI Lecce dal titolo Immigrazione: verso una nuova stagione di diritti.
L’iniziativa è stata concepita per essere un momento di incontro tra il neoeletto assessore regionale all’immigrazione Nicola Fratoianni e le realtà che a diverso titolo si occupano di immigrazione nella provincia di Lecce.

L’obiettivo è quello di portare a conoscenza dell’assessore, attraverso la testimonianza diretta di migranti, associazioni e sindacati, le condizioni di vita e di lavoro di migranti e rifugiati presenti sul nostro territorio.
In estate si accendono i riflettori anche sul nostro Salento, dove nelle campagne dilaga la riduzione in schiavitù dei lavoratori dell’est o dei lavoratori africani.
Vogliamo discutere di migranti non solo in una logica emergenziale e non solo perché siamo nella stagione del raccolto.
Vogliamo discutere di migranti per parlare di accoglienza, convivenza, diritti. Vogliamo farlo con tutte le associazioni e le organizzazioni che nel nostro territorio, da anni, si adoperano con impegno e dedizione per garantire diritti e condizioni di vita dignitose a chi nella nostra terra cerca una vita migliore.
Vogliamo, a partire da questa iniziativa, promuovere politiche abitative e politiche sul lavoro slegate dalla mera assistenza; vogliamo mettere in campo azioni di sostegno al diritto d'asilo per le donne e gli uomini che fuggono dalle guerre, dalle povertà e dalla disperazione, la cui unica colpa è quella di non avere documenti.
Il dibattito con l’Assessore Fratoianni è la prima di una serie di iniziative e di interventi per costruire una rete capace di essere sentinella, capace di intervenire contro lo sfruttamento sessuale e lavorativo e capace di garantire servizi e diritti quindi dignità e integrazione.
All’iniziativa aderiscono: Sinistra Ecologia e Libertà Salento, Federazione PSI Lecce, FLAI-CGIL, UIL Lecce, ARCI Lecce, Osservatorio Provinciale sull’Immigrazione, Rete Antirazzista Salentina, NAeMI Forum di donne native e migranti, , Associazione Finis Terrae, Emergency, Associazione Cuntrastamu, Merveta Saliaj Rappresentante del campo ROM Panareo, comitato per la difesa dei diritti degli immigrati - Lecce.

lunedì 28 giugno 2010

L’acqua entra in borsa

Il titolo sarà gestito dalla multiutility Iride guidata da Ettore Gotti Tedeschi indagato, e poi prosciolto, durante il processo Parmalat.

L’accordo è fatto. L’acqua volerà in borsa e la gestione sarà affidata a Iride, una multiutility, nata dalla fusione di tre società. Gli azionisti principali sono i comuni di Genova e Torino, ma l’accordo porta anche la firma di F2i: una società italiana titolare del fondo per gli investimenti nel settore delle infrastrutture a cui partecipano istituti bancari, casse previdenziali, fondazioni, assicurazioni, istituzioni finanziarie dello Stato, sponsor e management.

Il presidente si chiama Ettore Gotti Tedeschi, vecchio banchiere ora a capo dello Ior, la Banca Vaticana, che è stato prosciolto dopo esser stato scritto tra 71 indagati del processo Parmalat. L’amministratore delegato di F2i è Vito Gamberale, una carriera tra Autostrade Italia, Eni, Banca Italia, Benetton, e un arresto durante Mani Pulite.

Gamberale venne poi assolto dall’accusa di abuso d’ufficio e concussione. Ora, è lui l’uomo che guida l’accordo. Il piano per la privatizzazione del servizio idrico ruota in parte intorno alla Spa di Tedeschi e all’appoggio che questa riceve dalla San Giacomo srl, una società dal nome promettente. Lo scopo della manovra: creare un polo idrico industriale attraverso il delisting: la cancellazione del titolo azionario dal listino del mercato organizzato e la fusione con Mediterranea delle acque, l’azienda che gestisce le acque potabili di Piemonte, Liguria, Emilia e Sicilia.

Solo allora, Iride potrebbe compiere un altro passo e accorpare Enìa, la multiservizi emiliana nata dalla fusione delle Spa della provincia di Reggio Emilia, Parma e Piacenza. Insieme i due colossi delineerebbero un asse “padano occidentale” con 4 miliardi di capitalizzazione di borsa e 2,5 milioni di potenziali “clienti” che, tra Palermo ed Enna, si comprano come caramelle. Le conseguenze di ciò saranno visibili non solo al Sud, dove il controllo dei beni comuni ha già originato scontri tra clan, ma anche al Nord e al Centro dove la quotazione in borsa del servizio idrico stimolerà una famelica ricerca di profitto che farà dell’acqua un privilegio.

In un documento del 1973 si rilevava l’esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica della fascia costiera italiana. Acque destinate ad essere inserite nell’elenco delle risorse pubbliche ma che ancora oggi sono lasciate nelle mani nei “guardiani” e dei “fontanieri” meridionali. Eppure, il Sud soffre la sete, decine di dighe sono incomplete da oltre vent’anni mentre altre hanno condotte mai collaudate o a “colabrodo”, che causano perdite idriche del 50 per cento.

I 3 enti regionali, 3 aziende municipalizzate, 2 società miste, 19 società private, 11 consorzi di bonifica, 284 gestioni comunali e 400 consorzi fra utenti predisposti alla gestione del servizio idrico di queste zone hanno fallito il loro compito. Colpa delle amministrazioni che si sono rivelate incapaci di tutelare i beni comuni, dei i governi che, anche su pressione dell’Ue, hanno frettolosamente cercato soluzioni nel settore privato. Tutta colpa del clientelismo che, in Italia, grava sulla gestione di gran parte delle opere pubbliche. Prima di cedere non valeva la pena tentare di sanare il settore pubblico? E se i manager dell’acqua si rivelassero disonesti?

Allora, il prezzo della privatizzazione salirebbe alle stelle. Non si tratta di un’affermazione figlia di un anticonfromismo da quattro soldi. Ce ne renderanno conto quando il consigliere municipale di turno non sarà più in grado di elargire informazioni sull’acqua che esce dai rubinetti case, degli ospedali e delle scuole e quando, per risparmiare, sarà meglio non lavarsi le mani. E se ne accorgeranno anche i Comuni non appena dovranno pubblicamente rinunciare al ruolo di “imprenditori-gestori” di beni per agire da veri azionisti. Perché, per dirla con Massimo Mucchetti sul Corriere, ricorrendo al privato per nascondere i difetti del pubblico, “il Comune non sarà più responsabile e garante di un servizio e di un diritto per tutti i cittadini ma solo uno dei tanti soci che attende l’assemblea di aprile per sapere quanto incasserà sotto forma di dividendo”.

da Indymedia

Psicologia da pagliacci


di Augusto Illuminati

«Un problema psicologico». Questo era la crisi per Berlusconi, questo è la disfatta sudafricana per Lippi. Stessa faccia, stessa razza. Mai come adesso il fallimento politico è una metafora di quello sportivo (e viceversa, ma quella sarebbe banale).

Con la crisi, un Berlusconi non ce lo possiamo più permettere. Faticosamente il ceto dirigente italiano se ne sta rendendo conto e opera con cautela per sganciarsene.

Dal momento, però, che non sa come uscire dalla crisi –un limite comune a tutti gli attori strategici europei– non riesce a decidere né i tempi né i modi del ricambio. Cerca tuttavia di apprestarne gli strumenti tecnici e ideologici, con il grosso problema di non aver ancora trovata una leadership sostitutiva, per di più dopo anni di esasperata personalizzazione della politica: un logo servirebbe e come!
Dal momento, però, che non sa come uscire dalla crisi –un limite comune a tutti gli attori strategici europei– non riesce a decidere né i tempi né i modi del ricambio. Cerca tuttavia di apprestarne gli strumenti tecnici e ideologici, con il grosso problema di non aver ancora trovata una leadership sostitutiva, per di più dopo anni di esasperata personalizzazione della politica: un logo servirebbe e come!


Che Berlusconi, al momento in vacanza-premio, perda colpi è lampante: bloccato di fatto sulla legge per le intercettazioni, sputtanato sul legittimo impedimento dalla goffaggine di Brancher, silente sulla manovra economica (quando non scivoli in balle stratosferiche come l’Italia paese più ricco d’Europa o il presunto veto alla tassazione europea sulla finanza), oscurato all’inutile G8-G20 in Canada, incastrato fra Napolitano, Bossi e Fini sull’azione di governo e nel contempo impossibilitato a indire elezioni anticipate, il pagliaccio di Arcore cerca affannosamente un’occasione di rilancio che peraltro non arresterebbe il declino irreversibile della sua strategia politica e mediatica. Il quando della sua caduta è diventato meno rilevante del la configurazione del dopo Berlusconi. I concorrenti alla successione o i kingmakers sono decisamente più inquietanti del leader al tramonto. L’aria è quella sbrigativa del «dopo-Cristo» evocato da Marchionne in abbigliamento casual e ghigno decisionista, del Fini in kippà proclamante prioritaria la sicurezza di Israele, dell’uscita dal Novecento ideologico e scioperato cui aspirano Tremonti, Marcegaglia e Sacconi. Il contenuto: la rapida correzione dei conti pubblici a costo di frenare il Pil, una scelta di austerità piuttosto che di rilancio dello sviluppo –l’inverso della linea Usa e delle proposte di Soros e Krugman. Il tutto garantito dalla debolezza del mercato del lavoro causa disoccupazione. Per fortuna, ci sono troppi galli a cantare. Per di più con un contorno di polli starnazzanti, economisti rintronati, colonnelli aennini alla sbando, ladroni colti con il sorcio in bocca, giornalisti ahimé senza bavaglio, capezzoni in cerca del prossimo padrone.


Il contorno clownesco del “ricambio”, ben poco mutato rispetto all’èra berlusconiana, non deve offuscare la sostanziale pericolosità di un’operazione dei poteri forti che è economicamente dissennata quanto socialmente devastante. Senza contare gli effetti politici su forze di opposizione che, anch’esse prive di un leaader, anelano disperatamente a ritrovare un ruolo qualsiasi, a costo di rovinare ulteriormente il loro radicamento. Esse infatti non sembrano affatto prepararsi bene al nuovo round. Non ci soffermiamo tanto sul patetico annaspare del Pd intorno a scadenze parlamentari superficialmente ripensate (intercettazioni e riforma universitaria) e accadimenti quali Pomigliano, mancati oppure occasione di divisioni e pessime profezie, quanto su strategie che si vorrebbero più radicali e di base. In un vibrante articolo sul manifesto del 26 giugno Marco Revelli, con accenti quasi weberiani traccia un elogio nostalgico del confronto conflittuale “moderno” fra imprenditore produttivo e lavoratore fordista, depositari dell’innovazione schumpeteriana e della dignità di classe, che si rispettano a vicenda perché innanzi tutto rispettano se stessi. Che Marchionne svilisca l’epica industriale aggrappandosi ai quaquaraquà del sindacalismo giallo è probabile, ma l’intelligente resistenza di Pomigliano andrebbe forse letta non come baluardo residuale dell’etica del lavoro, piuttosto come aggressivo opportunismo post-fordista.

Di questo ha paura la Fiat, che non se la sente di affidare alle schiene ossequiose dei sindacati firmatari la «nuova Panda schiavi in mano» –secondo il beffardo cartello innalzato nello sciopero del 25 giugno. Non paventa il ritorno della modernità industriale, del Novecento keynesiano, dell’avanti-Cristo, magari del lavoro e persona, per dirla con Tronti, del rispetto dell’uomo e della promozione del lavoro, per dirla con il cardinal Bertone, ma della guerriglia materiale, dell’inaffidabilità che è il prezzo della precarizzazione, del declassamento sistemico delle competenze. Siamo tuffati nel mondo di Sacconi e Gelmini, del regresso ai lavori umili e all’apprendistato (lo stesso fanno in Cina con la forza lavoro intellettuale inoccupabile), ma allora ha ragione Sergio Bologna a gettar luce sul degrado dei rapporti di forza e, sì, della dignità umana che consegue, inavvertito da un paio di decenni, dalla flessibilizzazione del lavoro. Di qui deve partire la resistenza e sotto questa luce l’opportunismo di chi ha dosato i no e i sì a Pomigliano, gettando nel marasma Fiat, governo e krumiri senza prestarsi a fare da capro espiatorio, assume un inedito rilievo. La gestione del referendum in una fabbrica chiusa da due anni è stato un capolavoro, un prender di traverso la riorganizzazione del lavoro meno drammatico ma più efficace dell’arrampicarsi sui tetti o di gesti che si ha pudore a citare, come i suicidi di Telecom-France e della Foxconn di Shenzhen.


L’incomprensione di fondo che la Fiom ha trovato nella Cgil e nel Pd marca perfettamente la sua (non sempre consapevole) estraneità alla tradizione fordista-keynesiana e al conservatorismo politico di quelle organizzazioni e l’affinità virtuale con altre forme di lotta del precariato nei settori già prima non garantiti, nei servizi e soprattutto nella Scuola e nell’Università. Pomigliano –ripetiamolo– non è l’ultimo bagliore di un mitizzato Novecento, ma un momento ancora ambiguo di un’ondata di insorgenze contro la precarizzazione e il neo-liberismo che percorre tutto il mondo globalizzato. Contro la quale si allestisce la battaglia preventiva, in termini di unità nazionale, rigore e sacrifici, con cui i ceti dirigenti italiani vorrebbero uscire dalle secche del berlusconismo e della crisi.

da GlobalProject

domenica 27 giugno 2010

Addosso all’untore

Nel Corriere delle Sera di mercoledì 16 giugno 2010 leggo:

“Abbiamo saputo che si è suicidato un mafioso nel carcere di Catania. Se altri pedofili e mafiosi facessero lo stesso non sarebbe affatto male” Ha dichiarato Gianluca Buonanno, componente della Commissione Antimafia della Lega Nord in un’intervista.

Gentile Gianluca Bonanno ho letto la sua dichiarazione.

Non si nasce delinquente, si diventa, prima con l’aiuto della società, dopo con quella dello Stato e infine con l’aiuto di affermazioni forcaiole come le sue.
Non è da tutti essere contenti se le persone si tolgono la vita.

Sembra che lei lo sia.

Forse perché lei non è umano.

Non si offenda!

È molto difficile essere giusti e infallibili, solo le persone disumane ci riescono.

Quindi lei dovrebbe essere contento di non fare parte della razza umana.

Però io sono contento di non essere come lei.

Sono più contento di essere un delinquente, un criminale, un uomo ombra, un umano piuttosto di essere disumano come lei.

Si ricordi che chi non ha paura di vivere non ha paura neppure di morire.

Solo gli umani ci riescono.

Solo gli umani non riescono a sopravvivere, ma riescono a morire.

Gli riporto parte di una lettera che mi è arrivata da un amico di un altro carcere.

… Un compagno di qui, circa un mese fa è stato a Sollicciano per un’udienza. L’hanno messo con un detenuto dicendogli che stava un po’ giù. Lui ci ha chiacchierato, ha tentato di tirarlo sù e sembrava che si fosse rasserenato. Il secondo giorno il compagno è voluto scendere all’aria. È risalito neanche dopo dieci minuti, perché gli era montata l’ansia. Tornato in sezione ha trovato morto impiccato il suo compagno di cella. La guardia era inibita dalla paura e subito non è arrivato nessun medico. Per il nostro compagno è stata una brutta esperienza, mentre ce la raccontava, piangeva.

Vede, Gentile Gianluca Bonanno, i delinquenti, mafiosi e criminali piangono quando un umano si toglie la vita mentre le persone disumane e perbene come lei sorridono e sparano cazzate.
Giugno 2010

giovedì 24 giugno 2010

Sciopero Generale contro la manovra del Governo- Nardò 25 giugno

La CGIL ha scelto Nardò come sede salentina per la manifestazione del 25 giugno contro la manovra finanziaria del Governo Berlusconi. Venerdi prossimo in provincia di Lecce ci saranno 8 ore di sciopero nelle aziende e negli uffici.

A Nardò è stato organizzato un corteo e poi un comizio.

Il corteo partirà alle 9,30-10,00 da via XX Settembre (Nardò) per proseguire fino a a P.zza Cesare Battisti dove si terrà il comizio

Salvatore Arnesano, segretario provinciale della Cgil, lancia un appello a tutti i sindaci del Salento.

Dice: “ Ci aspettiamo la presenza di tanti sindaci alla manifestazione perché sono i primi ad essere danneggiati dalla manovra finanziaria del Governo.
Abbiamo scelto Nardò perché in questo momento è un simbolo positivo e negativo dell’economia a salentina. Da una parte c’è il successo delle aziende dell’alta moda legate al gruppo Barbetta con oltre mille occupati, dall’altra la storia dei braccianti agricoli africani che lavorano nei campi per la raccolta delle angurie”.

I cittadini sono invitati a partecipare.

LECCE - ANARCHICI - PRESENTAZIONE DEL LIBRO "DIFENDERE LA RAZZA"

VENERDÌ 25 GIUGNO ORE 17.30
ATENEO AULA B1


Presentazione del libro e incontro con l’autrice di
DIFENDERE LA “RAZZA”

Identità razziale e politiche sessuali
nel progetto imperiale di Mussolini



“Oggi i vecchi e sperimentati dispositivi razzisti e de-umanizzanti formatisi in quegli anni si stanno riattivando sulla pelle di donne e uomini migranti e molte parole, proprie dell’ideologia di quell’epoca, si ripresentano nel linguaggio quotidiano, così come torna a riaffacciarsi sempre più prepotentemente una concezione della donna e della famiglia di stampo clerico-fascista.”

POLITICHE SECURITARIE, CAMPI DI INTERNAMENTO PER IMMIGRATI,CONCEZIONE DELLO STRANIERO COME NEMICO, LEGGI RAZZIALI, TECNICHE DI CONTROLLO SEMPRE PIÙ INVASIVE E TOTALITARIE, AVANZATA DELLA DESTRA. TUTTI TEMI ATTUALI E URGENTI, PERCHÈ IL FASCISMO OGGI HA MOLTE FACCE, COMPRESA
QUELLA DI UN SISTEMA ECONOMICO DI SFRUTTAMENTO.
UNA RIFLESSIONE TRA PASSATO E PRESENTE CHE SVELI LA RESISTENZA
POSSIBILE

Circolo anarchico via massaglia 62/b Lecce
aperto lunedì e giovedì dalle 21
peggio2008@yahoo.it
Fip 16/6/2010 via massaglia 62/b Lecce