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giovedì 8 aprile 2010

La firma sulla deriva populista


La cosa che più dovrebbe apparire strana, è la considerazione generalmente data alla notizia della firma di Napolitano sulla legge sul legittimo impedimento. Non è notizia da prima pagina.

Lo sarebbe in un Paese, come si dice? normale; in uno Stato con una democrazia matura ed affermata; in una nazione che ancora è capace di vergognarsi, indignarsi e reagire. In Italia, no. In Italia appare più che ovvio che un presidente della Repubblica apponga il suo sigillo su una ignobile legge, che si dichiara incostituzionale nel suo stesso testo di appena due articoli: il primo afferma che presidente del consiglio e ministri sono più uguali degli altri, di fronte alla legge; il secondo rimanda ad una legge costituzionale per trattare la materia della legge stessa.L'articolo 2, in sostanza, ammette che la materia deve essere trattata con una legge costituzionale, ma che siccome i procedimenti penali del caimano sono in corso ed i tempi per l'emanazione di una legge costituzionale sono lunghi, si è fatto ricorso ad una legge ordinaria per salvare Mr. B dai processi. In attesa del Lodo Alfano, rivisto e corretto.

C'era da immaginare che qualcuno potesse sperare in uno scatto d'orgoglio istituzionale da parte di Napolitano, dopo il rinvio alle Camere del DDL che aggira l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Ma di fatto, il capo dello Stato, anche in quel caso non oppose giudizi di sospetta incostituzionalità (che pure ci sono), ma osservazioni che saranno presto e facilmente aggirate. E poi, diciamola tutta: l'abolizione di fatto dell'articolo 18, non è questione di prioritario interesse di Berlusconi. Ha altro a cui pensare il caudillo, il quale ha bene in mente la necessità di arrivare penalmente immacolato alla presidenza della Repubblica, rivestita di semipresidenzialismo alla francese (sul quale sono d'accordo praticamente tutti, dal PDL al PD, passando per la Lega). Dovrà essere presentabile il Napoleone de noiartri, quando salirà in cima al Colle, legittimato dal voto popolare a comandare uno Stato ridotto ad essere un giocattolo a suo uso e consumo.

Se così fosse, i timori per questa firma di Napolitano all'ennesima legge vergogna del governo Berlusconi, sono ancora più giustificati leggendo il richiamo ai partiti, da parte dello stesso presidente della Repubblica, a fare le riforme dello Stato. Un richiamo contemporaneo alla promulgazione del "legittimo impedimento". In pratica Napolitano, proprio nel momento in cui appone la sua firma su una delle peggiori leggi dell'era Berlusconi IV, invita le forze politiche a dialogare su riforme che sono già annunciate come funzionali a rafforzare i poteri dell'esecutivo, che con la guida del caimano vedrà pericolosamente accresciuta la spinta populista e autoritaria. Non c'è da stare tranquilli.

Related Link: http://ilcambiodellaruota.blogspot.com/

da Indymedia

Pasolini e la morte di Enrico Mattei. Il mistero “scandaloso” della storia italiana

La tragica morte dello scrittore legata a filo doppio a quella del fondatore dell’Eni Enrico Mattei. Un’inchiesta giudiziaria finita nell’archivio di Pavia e la probabile riapertura delle indagini a Roma. Un filo rosso che lega la “storia criminale” della nostra Repubblica e che ripercorriamo nei suoi aspetti più incredibili

L’indagine del magistrato Calia e la morte di Mauro De Mauro


Vincenzo Calia, magistrato della Procura di Pavia, sembra uscito dalle pagine di un romanzo di Carofiglio. Nel 2001 decise di riaprire il “caso Pasolini”, che poi fu archiviato per l’impossibilità di farlo arrivare ad un processo. Nonostante ciò, Calia ha maturato una convinzione precisa sulla morte di Mattei e su quella dello scrittore friulano. L’ha riassunta il maresciallo Enrico Guastini, responsabile della parte investigativa, secondo il quale Pasolini era arrivato alle medesime conclusioni del giornalista palermitano Mauro De Mauro, scomparso il 16 settembre 1970 (in realtà ucciso da esponenti mafiosi con il metodo della lupara bianca). Com’è noto, De Mauro era stato assoldato dal regista Francesco Rosi per fare un’indagine sulla morte di Mattei, che poi sarebbe stata utilizzata per il film che Rosi avrebbe diretto con Gian Maria Volontè. Lui stesso aveva confidato agli intimi di aver scoperto una “verità sconvolgente” sulla morte di Mattei, orgoglioso del più importante scoop della sua carriera di cronista investigativo.
[Mauro De Mauro, vittima della lupara bianca]

Mauro De Mauro, vittima della lupara bianca
Secondo il maresciallo Guastini, furono parecchi quelli che, avendo incrociato la tragica sorte di Mattei, ci lasciarono le penne e precisa: «L’ipotesi che l’ambiente politico-economico avesse tutto l’interesse ad eliminare Pasolini merita un serio approfondimento, specialmente dopo che Pelosi ha fatto le sue ammissioni. Diciamo che è una possibilità logica». Pelosi, infatti, dopo trent’anni di silenzio ha ammesso che, la famosa sera del 2 novembre 1975, non era solo con Pasolini. L’ex assessore alla cultura del Comune di Roma Gianni Borgna che, su ispirazione di Walter Veltroni, ha promosso la costituzione di parte civile del Comune in un’eventuale nuovo processo, ha affermato: «Noi abbiamo sempre pensato che non si tratta di un omicidio sessuale ma politico. Nel caso Pasolini si voleva eliminare una voce scomoda, facendo passare tutto per un delitto sessuale. Il caso Mattei è una possibile chiave». Borgna precisa anche che «in quei mesi le sue accuse (di Pasolini, ndr) erano diventate sempre più dure e circostanziate, cominciava a fare dei nomi. Bisognerebbe collegare il suo omicidio con “Petrolio” e con il fatto che proprio in quel periodo Pasolini maneggiava materiale incendiario».

Un omicidio necessario

Chi non nutre alcun dubbio sulla morte di Pasolini sono due bravissimi giornalisti dell’Ansa di Palermo, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza che, nel febbraio 2009, danno alle stampe “Profondo nero”, la più completa inchiesta sulla morte di Pasolini in collegamento con la vicenda Mattei-Cefis. Partendo dalla inchiesta del pubblico ministero Scalia, gli autori illustrano e commentano, con un abbondante materiale indiziario, le conclusioni cui essa giunge, che sono così riassumibili: «Il cuore di “Petrolio” è tutto qui. Nella denuncia della ramificazione criminale del potere economico in Italia. Nella scoperta delle origini della strategia della tensione, orchestrata e finanziata dai potentati economici, con un gioco perverso tollerato dai più alti rappresentanti delle istituzioni. Nella consapevolezza della totale manipolazione degli organi di informazione in un Paese che non ha mai conosciuto e forse non conoscerà mai, una vera libertà di stampa. Nella individuazione di un progetto eversivo, che corre parallelo alla storia repubblicana degli anni Settanta, e che funziona come perenne arma di ricatto, di corruzione, di potere».

[Il pm Vincenzo Calia, autore dell'inchiesta sulla morte di Mattei]

Il pm Vincenzo Calia, autore dell'inchiesta sulla morte di Mattei
Un unico filo – rosso di sangue – legherebbe, dunque, numerosissimi misteri italiani, che avrebbero una data di inizio proprio a Bascapè nel 1962, tanto che Amintore Fanfani ebbe a dichiarare: «Forse l’abbattimento dell’aereo di Mattei è stato il primo gesto terroristico nel nostro Paese». Basti a tal fine considerare quanto si riferiva in una nota riservata del Sismi (il servizio segreto civile), allegata alle carte dell’inchiesta del giudice Calia: «La Loggia P2 è stata fondata da Eugenio Cefis che l’ha gestita fino a quando è rimasto presidente della Montedison». Ancora una volta, spunta fuori la Loggia massonica apparentemente capeggiata da un oscuro mercante di materassi, Licio Gelli, al crocevia di infiniti misteri, tutti irrisolti ma che molto probabilmente era soltanto un prestanome di personaggi più autorevoli e potenti.

L’ultimo tassello: Marcello Dell’Utri

Ad ingarbugliare ancora di più i nodi di una matassa che forse non sarà mai districata ci si è messo anche il senatore Marcello Dell’Utri. Il 2 marzo scorso, durante una conferenza stampa, il senatore berlusconiano ha annunciato con grande clamore di essere entrato in possesso del famoso capitolo pasoliniano, “Lampi sull’Eni” e che lo stesso sarebbe stato esposto alla Mostra del Libro Antico a Milano il 12 marzo. Ma poi, si scopre che si tratta di un bluff. Dell’Utri successivamente ha affermato che quelle carte, in realtà, le ha potute soltanto visionare ma il reale possessore, spaventato dal clamore della vicenda, si è rifiutato di concederle. Incredibile affermazione,
smentita soltanto a distanza di pochi giorni. Tanto che il sostituto procuratore di Roma Francesco Minisci ha chiesto l’audizione del parlamentare per chiarire la reale portata di quanto dichiarato. Lo stesso magistrato cui, nel 2009, è stata indirizzata una richiesta di riapertura delle indagini da parte dell’avvocato Stefano Maccione. Proprio nei giorni scorsi, lo stesso legale ha annunciato l’esistenza di un testimone, finora sconosciuto, il quale avrebbe confermato la presenza di almeno un’altra persona la notte dell’omicidio all’Idroscalo di Ostia, una persona mai comparsa nelle indagini, della quale avrebbe fornito nome e cognome.

Come scrive acutamente Carla Benedetti, critico letterario de “L’Espresso” e stimata filologa, «Finché l’assassino siede sul trono di Danimarca, il fantasma del re ucciso non trova pace. E nemmeno il figlio. Non ci sarà pace finché il mondo resterà così fuori dai cardini, con i colpevoli impuniti e le storie letterarie che raccontano di Pasolini ucciso mentre tentava di violentare un ragazzo». Una violenza che, invece, fu interamente rivolta contro Pier Paolo Pasolini. Ed il movente potrebbero essere quelle sue parole: "Io so".

da Indymedia

Kirghizistan, ri-rivoluzione colorata

Le opposizioni prendono il potere instaurando un governo provvisorio guidato da Roza Otunbayeva, molto vicina agli Usa, che infatti sono stati subito rassicurati sulla permanenza della loro grande base militare nel paese

Chi di rivoluzione colorata ferisce, di rivoluzione colorata perisce.
Cinque anni dopo essere salito al potere con la 'rivoluzione dei tulipani', il presidente kirghiso Kurman Bakyiev è stato rovesciato nello stesso modo e dalle stesse forze che lo avevano portato in carica: quelle sostenute dagli Stati Uniti, delusi dai risultati del cambio di regime del 2005.

Roza rassicura Washington. Dopo un giorno e una notte di violenti scontri, costati decine di morti e centinaia di feriti, il presidente Bakyiev ha lasciato la capitale tornando nella sua città natale (Jalalabad, nel sud del paese) e le opposizioni hanno preso il controllo del paese e delle forze armate, installando a Bishkek un governo provvisorio con a capo la loro principale leader, Roza Otunbayeva, che nei giorni scorsi era rimasta nell'ombra in attesa di tornare in scena. In una conferenza stampa, la Otunbayeva ha annunciato che sono già stati nominati nuovi ministri e che l'esecutivo transitorio rimarrà in carica fino a settembre per dare al paese una nuova Costituzione, più democratica, e preparare il terreno a nuove elezioni presideziali. Ha anche annunciato che la grande base militare Usa di Manas rimarrà aperta senza cambiamenti.

Dalle rose ai tulpani' made in Usa'. Ministro degli Esteri negli anni '90, quando era ancora al potere Askar Akayev, Roza Otunbayeva è stata la prima ambasciatrice del Kirghizistan negli Stati Uniti, in Canada e Gran Bretagna, dove ha vissuto fino al 2003, quando si è trasferita in Georgia per conto dell'Onu in coincidenza con la 'rivoluzione delle rose' di Tbilisi. Lì la Otunbayeva ha 'studiato' da vicino la pratica delle 'rivoluzioni colorate' e ha stretto contatti con le fondazioni statunitensi che le finanziano e le sostengono per conto di Washington: in particolare la fondazione Open Society di George Soros, la Freedom House di William Taft IV, il National Endowment for Democracy del Dipartimento di Stato e le due potenti organizzazioni internazionali di democratici e repubblicani, ovvero il National Democratic Institute e l'International Republican Institute.

Cinque anni dietro le quinte. Nel 2004 è tornata in patria diventando subito una delle principali leader della 'rivoluzione dei tulipani' del marzo 2005. Lasciata fuori dal nuovo governo 'rivoluzionario' del presidente Bakiev, la Otunbayeva è subito diventata la sua principale critica per le scarse aperture alla democrazia e all'Occidente. Nel novembre 2006 ha guidato le manifestazioni popolari contro il governo, per poi continuare a guidare l'opposizione da dentro il parlamento. Fino al suo clamoroso ritorno in scena di oggi.

di Enrico Piovesana da PeaceReporter

Placare Placanica


di Doriana Goracci
Mario Placanica era un giovane carabiniere il 20 luglio 2001, accusato e poi assolto di aver ucciso Carlo Giuliani, a Genova.Il giovane carabiniere cresce come la somma erogata, 400.000 euro, che gli fu consegnata da Vittorio Feltri direttore del quotidiano Libero, ricavata da sottoscrizioni aperte e chiuse in un anno, per sostenere le spese legali e mediche del giovane militare coinvolto, suo malgrado, nei gravi incidenti di Genova, simbolo non solo delle aggressioni fisiche, ma anche di una campagna di delegittimazione del lavoro delle forze dell’ordine“ e diventa anche padre oltre che marito di Sveva Mancuso. Sono passati 9 anni e non è chiaro niente,tantomeno cosa passa nella mente di quell’uomo non qualunque per una giornata non qualunque del G8 italiano.

Sono invece molto comuni le denunce della moglie che da un articolo del secolo XIX intitolato «Le minacce a Placanica? Se le scriveva da solo», si rende noto che “ lo ha lasciato nell’ottobre 2007, dopo due anni di matrimonio, e un figlio, dopo aver diviso con lui sofferenze, botte, incidenti sospetti, paranoie, microspie, psicofarmaci, ossessioni: un baratro in cui i fantasmi di Mario avrebbero fatto sprofondare l’intera famiglia. Con i pezzi di una vita da rimettere insieme, giù in Calabria.“

Si sono aggiunte da due anni le accuse di violenza sessuale nei confronti di una bambina, all’epoca undicenne.Placanica scrive, alla moglie e ai giornali, bigliettini non proprio amorosi e non a firma sua, ovviamente.

La vicenda comune di una donna che denuncia violenze, si accoppia alla banalità di una straordinaria giornata genovese, dove chi l’ha vissuta, ha visto con i propri occhi la conferma di una società senza diritto e certezza di giustizia, dove il potere rappresentato da potenze mondiali, non nuove a scenari di violenza e terrore indotto, ha dato una prova schiacciante ogni verità, anche se migliaia sono state le documentazioni e le denunce. E tutto si placa,non Placanica, in nome della nostra Protezione, anche le stragi, prima e dopo Genova, con qualunque amministrazione allora presente, qualunque istituzione avesse calcato, o calcherà, lo scenario. Lo spettacolo del silenzio omertoso, continua e il sipario cala, a placare qualunque domanda, anche quelle che non si fanno, per ignoranza, stanchezza, rassegnazione. Ci diamo delle risposte. E chi le sente le une e le altre? Tornano le voci, come nelle menti dei matti, quelli che si sdoppiano, che fanno la parte di chi recita il torturatore e il torturato.E’ legittimo qualsivoglia impedimento, perchè nulla accada.Si aspetta, la fine del chiacchiericcio e la Ricostruzione, quella dai modi seri e certi, che non ha paura di reprimere e controllare la paura, di mettere a tacere, per sempre.Magari in una grotta come in un innocente gioco, un Domino.Cappuccio nero e maschera bianca, effetto a catena.

Doriana Goracci



“Dal 19 marzo le sono arrivati a ripetizione tre bigliettini: «Puttana ti ammazzo stai zitta», «Morte stronza», «Puttana muori», frasi sovrastate da una piccola falce e martello, scritte a stampatello, con la grafia nervosa di un bambino. «Inizialmente – fa annotare Sveva ai carabinieri – non volevo fare questa denuncia in quanto credevo si trattasse di qualcosa di poca importanza»… «Mario è abituato a scrivere bigliettini e minacce per attirare l’attenzione», dice.Lo ha già fatto nel 2007. La lettera di minacce firmata Brigate Rosse rivolte a lui e al segretario della Cei Angelo Bagnasco, con su scritto “Mario Placanica morte. Bagnasco al rogo. Solidarietà con i compagni. Viva Carlo Giuliani”, «se l’è scritta da solo» racconta Sveva: «La sera del 30 aprile del 2007 stavo dormendo. Apro gli occhi e vedo Mario che guarda su internet un sito con le immagini del sequestro di Aldo Moro. Noto che sta ricalcando con cura la stella delle Br. Gli chiedo cosa sta facendo, e lui mi dice di stare zitta, per le microspie. Mi avrebbe raccontato la mattina dopo, l’1 maggio, quando ho visto con i miei occhi imbucare la lettera nella nostra cassetta della posta». Allo stesso modo nei giorni precedenti «è stato lui a scrivere con le bombolette spray le minacce di morte apparse sui muri vicino a casa nostra a Sellia Marina, firmate “Brigata 20 luglio”». E sempre lui è l’autore a delle minacce telefoniche di morte all’avvocato Ezio Menzione, che si occupava di difendere alcuni no-global nel processo per i disordini del G8 di Genova. Telefonate partite da una cabina di Montepaone Lido a fine maggio 2007. L’1 giugno Placanica sarebbe stato chiamato a deporre come teste a Genova. Sveva ha assistito impotente ad ogni azione del marit: ,«Ero costretta – si sfoga – mi minacciava, mi picchiava. Non sta bene. È psicopatico e schizofrenico»…Ma perché dire tutto solo oggi? «Perché sono sola e penso che Mario venga coperto da polizia e carabinieri. Che nonostante le mie continue denunce non mi aiutano. E poi perché mi vuole togliere il bambino che ho avuto da lui». Sveva infatti il 5 maggio sarà in tribunale, convocata dall’avvocato di Placanica per sottrazione di minore.Ricorda anche «le sue continue sniffate di coca» che mescolate agli psicofarmaci una volta stavano costando la vita a tutti e due per un incidente. Dopo essere riuscita a liberarsi di lui, a lasciarlo, Sveva ha chiamato Menzione e gli ha raccontato quasi in lacrime la verità. Ma perché dire tutto solo oggi? «Perché sono sola e penso che Mario venga coperto da polizia e carabinieri. Che nonostante le mie continue denunce non mi aiutano. E poi perché mi vuole togliere il bambino che ho avuto da lui». Sveva infatti il 5 maggio sarà in tribunale, convocata dall’avvocato di Placanica per sottrazione di minore.

da Reset-Italia

mercoledì 7 aprile 2010

Non resta che Nichi


Ha convinto i moderati, sfida Berlusconi. E ora potrebbe candidarsi alla regia dell'opposizione: "Sono pronto a un percorso inedito e coraggioso"

di Francesca Schianchi
Sono a disposizione per la creazione di un nuovo centrosinistra, un percorso inedito e coraggioso». All'indomani della vittoria, il presidente confermato della Puglia, Nichi Vendola, baluardo della sinistra che vince in un panorama dominato dal Pdl e dalla Lega, parla con il consueto tono morbido. Ma la sostanza è chiara.«Ciascuno da solo è inadeguato, ma insieme possiamo fare un passo avanti: trovare le parole per un nuovo programma, dove sia centrale la nozione di popolo. A quel punto il problema della leadership sarà risolto». Giusto il modello che lo ha fatto vincere in Puglia, due volte alle primarie contro il Pd, Massimo D'Alema e le strategie romane, e due contro il centrodestra, «io ho battuto sia Bersani che Berlusconi». Il leader di Sinistra, ecologia e libertà non si tira indietro e il risultato lo spedisce dritto nella rosa ristretta dei padroni del centrosinistra che verrà, in vista delle politiche del 2013. Nell'anno zero della gauche italiana, per lui si profila un futuro nazionale. Il rifondatore della sinistra sparita dal Parlamento due anni fa. E, in caso di primarie, un candidato alla leadership della coalizione.

Poeta e amministratore, cantastorie e uomo del Web, comunista e credente («Ricordo quando coi miei ragazzi recitavamo il rosario al pomeriggio», sospira la vivace madre 85enne). L'orecchino luccicante portato con disinvoltura sopra giacca e cravatta, la fede al pollice regalo di un marinaio, «simbolo del mio matrimonio col popolo di Puglia», l'omosessualità dichiarata ma discreta, l'eloquio alato, le citazioni dotte. Un «inedito», lo definisce il professor Luciano Canfora (aggiungendo «Per questo fa ben sperare»): uno che la sua campagna elettorale l'ha costruita con una banda di ragazzi che non arrivano a trent'anni, La fabbrica di Nichi, una fucina di idee senza logo di partito, «un'esperienza di cooperazione e non di competizione, come sono i partiti, ormai in crisi irreversibile», dice Vendola, decine di pullman arrivati da varie città del Nord per mettere la croce sul suo nome, al grido di «Non torno per votare ma voto per tornare », come esortava il Pci in tempi lontani gli italiani immigrati all'estero. Lui alza il tiro e punta direttamente all'avversario numero uno: «Io e Berlusconi siamo due anomalie».
Nichi contro Silvio. Due visioni del mondo, due approcci alla vita e alla politica che più diversi non potrebbero. Là dove Berlusconi teorizza di rivolgersi agli elettori come a bambini di prima media, Vendola li convince a colpi di protocollo di Kyoto, di impianti fotovoltaici, di parabole evangeliche.

Se il Cavaliere si propone come "l'uomo del fare" - datemi il voto e io risolvo i problemi - il poeta di Terlizzi rivendica l'estetica della fragilità: «Siamo belli non perché onnipotenti, ma perché siamo fragili, perché abbiamo paura, perché ci sentiamo goffi e ci tremano le gambe». L'uomo di Arcore propaganda i successi dell'esecutivo, il presidente della Puglia ammette gli errori: «Il nostro governo ha avuto molte luci e anche qualche ombra, perché si impara facendo ». Il premier gigioneggia sulle ragazze, Vendola spiega il suo rapporto col potere, «come si fa a evitare che ti manipoli il cuore e ti mangi l'anima? Questa è stata la scommessa più difficile, per vincerla non facevo che ripetermi la frase di San Paolo: "Io sono nel potere, non del potere"». In comune però hanno un concetto, ripreso, evocato, coccolato: il popolo.
Quello "della libertà" che acclama a piazza San Giovanni il premier, quello che «finché mi sarà vicino avrò forza» proclama il segretario di Sel, quello da rimettere al centro del programma di centrosinistra, perché «non esistono uomini della Provvidenza, ma solo popoli che trovano la forza di mettere in campo un racconto».

Per ora, a credere in lui è stato il popolo pugliese. Ha premiato «la nostra narrazione », come ripete il presidente, che è stato capace di attraversare senza danni i guai della sua giunta e ripresentarsi come uomo nuovo agli elettori. Aiutato nell'operazione dall'ostinata opposizione del Pd: più D'Alema e compagnia cercavano di farlo fuori, più l'opinione pubblica lo sosteneva, novello Davide contro Golia, «mi hanno visto come un guerriero», ammette. Alle primarie di gennaio ha giocato su questo tentativo di isolamento: "Solo con(tro) tutti", strillavano i suoi manifesti. Continuando una pratica che gli ha portato fortuna: ribaltare le accuse, sottolineare i possibili punti deboli. Lo ha fatto cinque anni fa, quando sposò parole forti come "diverso" o "estremista", lo ha ripetuto stavolta giocando sulla definizione di poeta, con lo slogan "La poesia è nei fatti" e i claim in rima, "Troppe scorie, via smammare, disse il sole al nucleare", "Col contratto co.co.pro. questo bimbo a chi lo do?". Adesso potrebbe arrivare il momento di mettersi alla prova su scala nazionale. E capire se il suo immaginario mediterraneo, le "o" chiuse, il linguaggio avvolgente, la sua rivoluzione gentile potrebbero avere un appeal sul popolo del Nord così massicciamente schierato con il centrodestra, sulle piccole e medie imprese, sugli operai che votano Lega. La strada potrebbe essere quella di ripetere la ricetta pugliese in chiave nazionale. Correre alle primarie per fare il candidato premier di un centrosinistra unito nel 2013: sembrava fantapolitica, il successo alle urne, così netto e isolato, autorizza a sognare. Non a caso i più preoccupati sono proprio i compagni di strada del Partito democratico, gli sconfitti di queste regionali.
Il segretario Pier Luigi Bersani ha già cominciato un corteggiamento per neutralizzarlo con l'offerta di entrare nel Pd, «vedo una prospettiva comune». Meglio controllarlo da dentro che osservarlo come una mina vagante fuori. Massimo D'Alema ha già generosamente sbarrato la strada, confinandolo allo status di leader meridionale. «Il Pd deve ricordare che non ci sono raccolti senza semine», ammonisce lui. Ci vuole la forza per rimettere insieme cocci di sinistra, gli ex compagni di partito di Rifondazione, abbandonati poco più di un anno fa non senza traumi, le schegge di sinistra radicale. «Bisogna proporre un'alternativa, di valori prima ancora che politica, perché non c'è da parte del centrosinistra oggi un cantiere di politica forte e buona», predica Vendola. E poi ci sono i nuovi movimenti della società, il popolo viola che lo ha accolto con un'ovazione a piazza del Popolo. C'è una sintonia con l'Italia dei valori: a fine gennaio con Luigi De Magistris c'è stata una curiosa iniziativa, un seguitissimo incontro a Roma, con la gente in attesa sotto la pioggia per ascoltarli. «Dobbiamo fare una cosa nuova, un grande cambiamento di popolo», lo ha invitato esplicitamente l'ex magistrato. Con Emma Bonino, dopo un passato di critiche dure, c'è stato un sostegno trasparente, «lei è la credibilità fatta persona». Nel suo universo, in apparenza sembrerebbe mancare la componente moderata: non è così, lo dimostra il risultato della lista La Puglia per Vendola, promossa dall'ex democristiano Pino Pisicchio, 5,5 per cento di voti centristi per un comunista. «Il tema dell'allargamento al centro di per sé non è una narrazione, ma tutto ciò che può mettere insieme l'allargamento e la nitidezza di un programma riformatore va bene». E ora per il poeta potrebbe arrivare la tentazione di inventare un racconto popolare capace di parlare a tutto il Paese.

da L'Espresso

I Legionari di Cristo fondati da un pedofilo


Nessuno ricorda le disavventure pedofile dei Legionari di Cristo, ma qualche giorno fa, con discrezione rispettata dal silenzio dai media italiani, unica eccezione, il “Fatto quotidiano”, i Legionari hanno chiesto perdono.

di Tatiana Fabbrizio - RCA
E i commenti sulle ombre di questa “macchina da guerra” sono fioriti su giornali e tv delle due americhe e della Spagna.
Coinvolge una congregazione che ha potere, capitali e influenza in frenetica espansione: 80 sacerdoti, 2.500 seminaristi con sedi in diversi parti del mondo.


Il fondatore Marcial Maciel era pedofilo e pederasta e ha vissuto una doppia vita, una da sacerdote cattolico e quella di uomo orribile che approfittava dei ragazzi in seminario. Le rivelazioni si moltiplicarono, anche la Chiesa dovette ammettere gli sbagli, tanto che Papa Wojitla gli impedì di celebrare la messa, ma Maciel poteva contare su un grande potere economico, tanto che un canale messicano che aveva raccolto le testimonianze sull’infanzia rubata dei seminaristi torturati venne asfissiato da un blocco della pubblicità e fu costretto a chiudere.

Lui morì a fine secolo a 87 anni, ma per un tempo troppo lungo era riuscito salvare il potere nonostante tutto aggregando politici e soldi. Un seminarista , sette anni fa aggiunse che soldi e politica riguardano anche altre chiese dell’America Latina. E non solo.

Tra arrestati, indagati e condannati sono circa 130 i casi di sacerdoti italiani coinvolti in reati legati alla pedofilia e venuti alla ribalta delle cronache , soprattutto locali, negli ultimi due anni.
Da Bolzano a Trapani, nelle città così come nei piccoli borghi, le procure italiane si sono ritrovate spesso a dover intraprendere indagini in cui erano coinvolti ecclesiastici. Un dato allarmante se si tiene conto che quello che è emerso è solo la punta di un iceberg. Molti casi rimangono sommersi e non hanno un eco mediatica e molte vittime poi sono riluttanti ad uscire allo scoperto, spesso dei fatti non ne parlano nemmeno ai familiari.

Inoltre il Vaticano in Italia ha lavorato alacremente con i vescovi per nascondere i casi, rispetto all’estero, semplicemente perché il contatto era più vicino e la chiesa molto potente in Italia.

La dinamica degli abusi è sempre la stessa, vittime tutti maschi e al di sotto dei 14 anni, ragazzi che frequentano i locali della parrocchia, vengono attirati in altre stanze dove vengono costretti a soddisfare i desideri del sacerdote in cambio di piccole somme o capi d’abbigliamento. Nel corso del processo sono stati ripetutamente chiamati in causa Monsignor Carlo Galli di Legnano, il vescovo Gino Reali di Roma, come prelati che sapevano da anni dei fatti senza prendere alcuna posizione concreta.

Anche quando i sacerdoti sono stati arresati in flagranza di reato, le Curie sono sempre rimaste fedeli alla difesa dei loro parroci come nel caso di Don Marco Cerullo, arrestato nelle campagne tra Villa Literno e Casal di Principe nel dicembre del 2007, mentre era in macchina con un bambino di 11 anni e lo costringeva ad un rapporto orale.

da Indymedia

La carta straccia della Costituzione in carcere

“La California svuota le carceri. Costano troppo, meglio liberi. Progetto rivoluzionario.|
(Fonte: Liberazione giovedì 25 marzo 2010)

Nel Corriere della sera di giovedì 25 marzo 2010 leggo che il Presidente delle Repubblica Napolitano, riguardo alla nostra Carta Costituzionale, dichiara:
“La Carta si onora rispettando le Istituzioni.”
Signor Presidente, non sono d’accordo.
Non credo che la nostra Costituzione si rispetti solo onorando le Istituzioni quando le stesse Istituzioni non la rispettano.
La Costituzione Italiana si onora solo quando si applica ai cittadini, a tutti, anche a quelli cattivi che sono in carcere a scontare una pena.
Signor Presidente, mi permetta di ricordare che il dettato costituzionale assegna alla pena una funzione rieducativa e non vendicativa.
Invece in Italia il carcere trasforma i suoi abitanti in mostri perché fra queste mura non esiste la Costituzione.
Signor Presidente, a parte le responsabilità istituzionali esistono quelle morali e intellettuali.
La esorto, guardi cosa sta accadendo dentro le carceri italiane .
Esiste ormai una rassegnazione d’illegalità diffusa, spesso incolpevole, sia per chi ci lavora, sia per chi ci vive.
La legalità prima di pretenderla va offerta.
Invece in carcere ci sono uomini accatastati uno accanto all’altro, uno sopra l’altro.
Detenuti che si tolgono la vita per non impazzire.
Ci sono uomini murati vivi sottoposti al regime del 41 bis che non possono vedere neppure la luna e le stelle dalle loro finestre.
Ci sono uomini condannati all’ergastolo ostativo, una pena interminabile che può finire solo quando muori o quando trovi un altro da mettere in cella al posto tuo.
Signor Presidente, come fa il carcere e rieducare se sei sbattuto come uno straccio da un carcere all’altro?
Lontano da casa, chiuso in una gabbia come in un canile, privato degli affetti, da una carezza e di perdono?
Signor Presidente, ci dia una mano a educare le Istituzioni e a portare la legalità e la Costituzione in carcere.
Non siamo solo carne viva immagazzinata in una cella, siamo anche qualche cos’altro.
Dietro i nostri reati e le nostre colpe ci sono ancora delle persone.
Le ricordo che il rimpianto Presidente della Repubblica Italiana, Sandro Pertini, che in galera passò lunghi anni, diceva spesso:
-Ricordatevi, quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto
Marzo 2010

ALESSIO LEGA - DOVE VOLA L'AVVOLTOIO



(1961)
Testo di Italo Calvino
Musica di Sergio Liberovici


Cantata da i "Cantacronache" e ripresa da molti artisti tra i quali il leccese Alessio Lega.


Il Cantacronache (gennaio 1962). Da sinistra: Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Michele L. Straniero, Margot

Da sottolineare che alcuni versi sono rieccheggiati, non sappiamo se per caso o meno, ne La guerra di Piero.

Un giorno nel mondo finita fu l'ultima guerra,
il cupo cannone si tacque e più non sparò,
e privo del tristo suo cibo dall'arida terra,
un branco di neri avvoltoi si levò.

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dal fiume
ed il fiume disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Nella limpida corrente
ora scendon carpe e trote
non più i corpi dei soldati
che la fanno insanguinar".

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dal bosco
ed il bosco disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Tra le foglie in mezzo ai rami
passan sol raggi di sole,
gli scoiattoli e le rane
non più i colpi del fucil".

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò dall'eco
e anche l'eco disse "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Sono canti che io porto
sono i tonfi delle zappe,
girotondi e ninnenanne,
non più il rombo del cannon".

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò ai tedeschi
e i tedeschi disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
Non vogliam mangiar più fango,
odio e piombo nelle guerre,
pane e case in terra altrui
non vogliamo più rubar".

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò alla madre
e la madre disse: "No
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
I miei figli li dò solo
a una bella fidanzata
che li porti nel suo letto
non li mando più a ammazzar"

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

L'avvoltoio andò all'uranio
e l'uranio disse: "No,
avvoltoio vola via,
avvoltoio vola via.
La mia forza nucleare
farà andare sulla Luna,
non deflagrerà infuocata
distruggendo le città".

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla terra mia,
che è la terra dell'amor.

Ma chi delle guerre quel giorno aveva il rimpianto
in un luogo deserto a complotto si radunò
e vide nel cielo arrivare girando quel branco
e scendere scendere finché qualcuno gridò:

Dove vola l'avvoltoio?
avvoltoio vola via,
vola via dalla testa mia...
ma il rapace li sbranò.

martedì 6 aprile 2010

La "porcata" di Fitto non graverà sulle tasche dei cittadini pugliesi!

L'aumento dei consiglieri è legato al "premio di governabilità", previsto dalla legge regionale per consentire al presidente della giunta di avere una maggioranza del 60%. Un meccanismo, ideato dalla giunta Fitto e nato per scongiurare la cosiddetta "anatra zoppa", che ora zoppica di suo. A risolvere il giallo, sarà la Corte d'Appello: il premio non è infatti previsto nello statuto regionale, che invece indica un consiglio composto da 70 seggi e che ha un valore preminente rispetto alla legge elettorale regionale.

COMUNICATO STAMPA

Aumento dei consiglieri regionali: dichiarazione
del Presidente Vendola


La crescita del numero dei consiglieri conferma che la legge elettorale, confezionata dal centrodestra pugliese a suo tempo, ha prodotto un pasticcio istituzionale, che purtroppo non consente di ridurre il numero dei consiglieri regionali eletti due giorni fa. Infatti, non è tecnicamente possibile, sulla base dell’attuale normativa, identificare criteri che possano eliminare questa assurdità.
Me ne rendo perfettamente conto: ci troviamo di fronte a una situazione inaccettabile per diversi aspetti. Per questo motivo proporrò nella prima seduta utile un provvedimento con il quale si prescrive che il monte stipendi complessivo del Consiglio Regionale non verrà aumentato, ma ridistribuito equamente tra tutti i consiglieri. In questo modo, i danni incautamente prodotti non graveranno sulle tasche dei cittadini pugliesi. E non ho alcun dubbio che la legge verrà approvata all’unanimità.

Bari, 31 Marzo 2010

lunedì 5 aprile 2010

Decine di miglia di bambini nativi americani torturati,violentati,uccisi da preti in scuole cattoliche canadesi! Il documentario



Il documentario “Unrepentant: Kevin Annett and Canada’s Genocide” descrive la storia personale di Kevin Annett quando, nelle veste di reverendo, si è scontrato con la Chiesa Unita per il suo interessamento ai fatti accaduti
nelle scuole residenziali canadesi e il genocidio commesso dai responsabili religiosi di queste scuole, dove centinaia di migliaia di bambini Nativi sono stati rinchiusi, dopo essere stati rapiti alle famiglie, e costretti a parlare solo inglese, a dimenticare la propria cultura e a professare la religione cristiana.
Qui hanno subito violenze fisiche e sessuali, elettroshock, sterilizzazioni e, in molti casi, la morte.
Il film ha ricevuto numerosi premi, al New York Independent Film and Video Festival nel 2006 e come miglior documentario al Los Angeles Independent Film Festival nel marzo 2007.
Questa versione sottotitolata in italiano è frutto di un lavoro di numerose persone, in primo luogo Kevin Annett, Nativi Americani.it e Stefania Pontone, Cristina Merlo, Vittorio Delle Fratte, White Tara Production.

Se la comicità inciampa nel sessismo


di Paolo Bonazzi, Ida Dominijanni

Care compagne/i, rivolgo questa lettera in particolare alle donne del manifesto per avere un conforto.Durante la diretta di Raiperunanotte io e la mia compagna ci siamo sbellicati dalle risate per il monologo di Daniele Luttazzi, che personalmente ritengo il più grande comico satirico in Italia. Scopro poi che tale monologo ha sollevato parecchie ire e critiche da parte di molte donne per il noto riferimento alla pratica di sesso anale quale analogia con l'Italia di ieri e di oggi: 1. Berlusconi forza l'opinione pubblica usando tutta la sua potenza mediatica; 2. Berlusconi penetra il consenso trovando una mediocre e condiscendente opposizione; 3. il popolo penetrato gode. La pratica di sesso anale, insomma, è puro sessismo e parlarne, anche come metafora comica, è da machisti. Non mi sto a concentrare sul fatto che sia anche un atto omosessuale maschile, e che d'altronde gli esempi riportati da Luttazzi all'acme del monologo riguardavano solo uomini (Saccà), i più servili e sottomessi in questa metafora.
Io l'ho trovata esilarante, ben conoscendo il linguaggio forte ed i ritmi incalzanti dell'attore che ha cercato sempre di farci ridere sui nostri disagi e tabù sessuali. Ritengo che la sottomissione della donna nella società moderna ed in questo nostro paese non vada cercata nelle camere da letto, dove agiscono altre dinamiche e desideri. Credo sia sessista la comicità di certi innocui monologhi di Zelig, in cui la donna è dipinta come una scassapalle che pensa solo a far shopping e a torturare il marito rientrato da una faticosa - solo per lui - giornata lavorativa. E che dire dei balletti chemettono in scena un lesbismo che è ovviamente quello che abita i nostri desideri onanistici maschili? E le pubblicità e i video musicali? Gli esempi sono infiniti. Fate caso a quante volte non viene rappresentato il sesso, ma una pura violenza. Uno stupro che la donna agogna dal suo padrone. Luttazzi non ha parlato di questo.
Personalmente porto avanti, insieme alla mia compagna, un rapporto basato sulla totale uguaglianza, frutto non già di concessioni, ma di reciproche responsabilità, riconosciute e condivise, rivendicate, quando serve. Mi piace che questo aspetto della mia vita sia coerente con lemie idee politiche di uguaglianza e libertà, e mi piace che questa dinamica mi dia piacere. Non sono un forzato dell'uguaglianza. Ora, ho profondo rispetto per chiunque si sia sentita offesa e mi sto ponendo delle domande. Vorrei però chiedere a chi c'era, Norma Rangeri, o anche a chi ha sempre parlato di questi argomenti, Ida Dominijanni, o a voi del manifesto se di tali risate mi devo vergognare. Tengo in enorme conto le vostre opinioni e saprò farne tesoro. Ma mi chiedo: davvero la sottomissione, l'ineguaglianza di genere ed il sessismo derivano dalle pratiche sessuali - anche estreme - e queste pratiche ne sono una perversa estensione in camera da letto? Non sono invece indice di un potere e di uno sfruttamento che ha mercificato l'oggetto del desiderio come conseguenza del suo essere socialmente inferiore?
Davvero è colpa del sesso e del piacere che può derivare da pratiche di sottomissione che sono tante, intersessiste e di infinita fantasia?
Paolo Bonazzi, Bologna

Risponde Ida Dominijanni
Caro Paolo,
il confine fra pratiche sessuali, immaginario sessuale e ruoli sessuali è molto poroso: è vero che bisogna sforzarsi di tenerli distinti, ma è falso che possiamo separarli con un taglio netto. Sono del tutto d'accordo con te che le pratiche sessuali vanno tenute distinte dal sessismo sociale, e che se il secondo va combattuto alle prime va lasciata la massima libertà; ma è pur vero, d'altra parte, che da un anno combattiamo contro un certo uso sessista, o certe ricadute sociali sessiste, di un certo immaginario sessuale, berlusconiano ed evidentemente non solo berlusconiano. A questo si aggiunge, nel caso che tu poni, il modo in cui tutto questo viene messo in scena, e la necessità di garantire da una parte la libertà d'espressione di un artista, dall'altra la libertà di critica del pubblico (due libertà ugualmente sacrosante).
Personalmente non ho niente contro l'idea di mettere in scena il rapporto sociale sadomasochista con un monologo sul sesso anale; mi domando però come mai in quel monologo il sesso anale venisse rappresentato naturalmente come atto sessuale di un uomo violento sul corpo di una donna sottomessa.
Come tu stesso dici, c'erano altre rappresentazioni possibili, e non credo che questa sia stata scelta a caso. Ma se la rappresentazione del rapporto sociale sadomasochista prende naturalmente la forma di un rapporto violento di un uomo su una donna, io non mi diverto affatto e ci trovo, sì, la doppia traccia della normatività eterosessuale e del sessismo.
Ma si tratta, ovviamente, di valutazioni personali.

da Il Manifesto

Turbolenze Sudafrica: ucciso leader dell'estrema destra razzista


Eugene Terreblanche, 69 anni, leader del Movimento di Resistenza Afrikaner (Awb), retaggio razzista dell'estrema destra sudafricana sopravvissuto alla fine del regime d'apartheid, è stato ucciso nella sua proprietà agricola nel nordovest del paese. Incarnazione dell'opposizione bianca ad ogni ipotesi di superamento del razzismo di Stato e condensatore dei pruriti e delle rivendicazioni segregazioniste di parte della minoranza white. Terreblanche è stato assalito da due suoi giovani dipendenti neri di 15 e 21 anni, in seguito ad una diatriba nata per il mancato pagamento del lavoro effettuato nella sua tenuta agricola. Avvenimento di sangue che, al di la della natura razzista del personaggio Terreblanche (...), non ha in se particolarità rilevanti; ne avvengono sporadicamente dappertutto, rabbia e frustrazione contro il comando prepotente del padrone di turno, bianco o nero che sia. La differenza, in questo caso, la demarca il contesto: un Sudafrica che arranca nel superamento reale delle discriminazioni razziste, immersa nei macro e micro conflitti sociali che l'imperversano, avviato verso la vetrina internazionale dei mondiali di calcio 2010 nell'emersione e, per certi versi, esplosione, delle contraddizioni e delle conflittualità sopite.

Terreblanche, ex poliziotto e proprietario agricolo, fondò il suo movimento d'estrema destra negli anni '70: molti esponenti razzisti anche sotto l'apartheid furono condannati per detenzioni di armi ed esplosivi, all'inizio degli anni '90 le sfilate paramilitari dell'Awb assunsero lo spazio pubblico anche di "rivendicazione" delle azioni violente e degli attentati dinamitardi compiuti dal gruppo contro i neri. Il leader segregazionista nel 2001 fu condotto in carcere per tentato omicidio, per aver picchiato con una spranga di ferro un vigile nero, al quale provocò lesioni celebrali irreversibili. Nel timore di una nuova escalation di conflitto interrazziale il presidente sudafricano Jacob Zuma ha invitato alla calma, lo stesso ha fatto, da altra angolatura, il partito razzista di Terreblanche, preannunciando però che l'Awb vendicherà l'assassinio contro il suo leader...

da Infoaut

Non mi uccise la morte - Un fumetto su Stefano Cucchi


Intervista a Toni Bruno, disegnatore del libro.

Intervista al disegnatore Toni Bruno, co-autore assieme allo sceneggiatore Luca Moretti del libro Non mi uccise la morte, appena pubblicato da Castelvecchi Editore dedicato al caso di Stefano Cucchi, il ragazzo morto pochi mesi fa in circostanze quantomeno poco chiare dopo essere stato arrestato per la detenzione di pochi grammi di hashish.

Quando vi è venuta l’idea del libro a fumetti sul caso Cucchi?

Collaboriamo da diverso tempo, Luca sostiene io sia “le mani che non ha mai avuto” e probabilmente lui rappresenta quell’immaginazione che stento spesso a ritrovare. Questo caso ci avevaparecchio sconcertato, abbiamo pensato di poter sfruttare uno strumento tanto diretto come il fumetto, per far conoscere al maggior numero di persone questa storia.

Come avete lavorato?

Ogni giorno ci sentivamo scambiandoci informazioni. Luca si è occupato della ricerca documentaria e della sceneggiatura, io disegnavo e gli mostravo le tavole per essere sicuro di aver interpretato al meglio le sue parole.Si era creata una sorta di simbiosi mitopoietica, abbiamo vestito uno i panni dell’altro. E’ stato molto faticoso, ma ce l’abbiamo fatta.

Quali fonti avete utilizzato per documentarvi?

Fonti su internet come foto e video, tutta la documentazione clinica messa a disposizione dalla famiglia Cucchi e oggi reperibile sul blog del libro “nonmiucciselamorte.blogspot.com”. Abito giusto dietro Tor Pignattara quindi conoscevo bene la zona e ripercorrere quelle strade dopo l'accaduto è stato molto strano, cercavo nello sguardo di ognuno un senso d'appartenenza a quella rabbia e mi chiedevo: come si può disegnare la sete di giustizia?

Avete avuto rapporti, per realizzare il libro, con la famiglia? Cosa ne pensano di un fumetto sul caso?

Luca è in contatto continuo con Ilaria Cucchi, gli ha mostrato il suo saggio e le tavole prima che il libro andasse alle stampe. Ilaria sarà con noi per la prima presentazione del libro che faremo nel corso di una serata in memoria di Stefano all’Angelo Mai di Roma il 14 aprile.

A mia memoria è il primo “istant book” su un caso di cronaca, cioè un fumetto realizzato quasi in “diretta” rispetto al caso trattato. Pensate che il vostro lavoro possa contribuire a far luce sull’omicidio di Stefano Cucchi?

Sono certo di una reazione da parte del lettore. Il fumetto nasce come arte popolare, tante cose ricostruite nel libro, sono state omesse dai media e con questo libro vogliamo farle riemergere, fare chiarezza su “una storia che riguarda tutti.”

da Global Project

Lega, razzismo e mafia

di Claudio Metallo e Antonello Mangano
Mentre vietano il kebab, la ‘ndrangheta si mangia la «Padania». Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i «clandestini». Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza «antidegrado» per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i «centri massaggi» il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti Atm italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.
Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della Regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in «Padania» ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia.
A Legnano, roccaforte della Lega Nord, nel 2008 è stato ucciso con un colpo alla nuca e abbandonato nelle campagne Cataldo Aloiso, genero di Giuseppe Farao della cosca Farao-Marincola di Cirò Marina, in Calabria. Il 25 aprile del 2007 viene ucciso a Tagliuno [Bergamo] Leone Signorelli, raffinatore di cocaina colombiana che rivendeva alla ‘ndrangheta. Cinque mesi dopo i killer aspettano davanti casa Giuseppe Realini, artigiano del legno bergamasco. «Si ammazzano tra loro?». Non è così semplice. Secondo la Procura Realini sarebbe stato ucciso perché unico testimone del delitto Signorelli, a cui erano legati altri due morti ammazzati: Cataldo Murano e Giuseppe Russo, a loro volta connessi al clan Filippelli, alleati ai Rispoli che controllano proprio Legnano. Il cerchio si chiude proprio dove fu ucciso Aloisio: il suo cadavere fu fatto ritrovare di fronte al cimitero dove è sepolto Carmelo Novella, esponente dell’omonimo clan catanzarese di Guardavalle, ucciso al bar in un pomeriggio d’estate a San Vittore Olona, a metà strada tra Milano e Varese. Tutto ciò è avvenuto, non alle falde dell’Aspromonte o sulle coste calabresi, ma nel cuore della «Padania». Il settimanale l’Espresso ha recentemente ricostruito ben 25 omicidi di mafia compiuti nel Nord negli ultimi 10 anni. Questi fatti non hanno richiesto nessuna ordinanza comunale, riunioni straordinarie in Prefettura e nemmeno decreti d’urgenza. Nessuna emergenza sicurezza.
Se sei nero cambia tutto. La commissione antimafia presieduta da Francesco Forgione, quella della legislatura del secondo governo Prodi [2006-2008], è riuscita a mappare le famiglie mafiose operanti in Italia e ha prodotto una dettagliata relazione in meno di due anni di lavoro. L’attuale commissione deve ancora battere un colpo per capire se è in vita. Secondo l’ente presieduto da Forgione, dunque, in Lombardia operano, con tutta probabilità, le famiglie De Stefano, Morabito-Bruzzaniti-Palamara, Farao-Marincola, Sergi, Mancuso, Iamonte, Falzea, Arena, Mazzafferro, Facchineri, Bellocco, Mammoliti, Imerti-Condello-Fontana, Paviglianiti, Piromalli, Ursini-Macrì, Papalia-Barbaro, Trovato, Latella, Versace, Morabito-Mollica.
Il paese dove si sono insediati i Papalia-Barbaro – Buccinasco – viene chiamato la Platì del nord. Al sindaco di centrosinistra, Maurizio Carbonera, è stata incendiata la macchina tre volte, tra il marzo del 2003 e il novembre 2005, mentre era impegnato nell’approvazione del nuovo piano regolatore, non gradito alla cosca. Per tutta risposta, la regione Lombardia ha promulgato una legge che impedisce di cucinare kebab nei centri storici.
Ad Adro [Brescia], c’è una taglia di 500 euro che verrà versata a ogni vigile che catturerà un clandestino. A Voghera, si è deciso che non si ci può sedere sulle panchine in più di tre persone, per evitare assembramenti di stranieri. In altre regioni del Nord, afflitte comunque dal problema mafia, tutta l’attenzione è sulle panchine: a Vicenza devi avere almeno 70 anni se vuoi sederti, se no stai in piedi. A Sanremo, devi avere tra 0 e 12 anni oppure più di sessanta. Si potrebbe continuare con l’elenco di queste soluzioni per la sicurezza: ad esempio il «White Christmas» di Boccaglio, comune a sindacatura leghista, dove entro Natale 2008 si volevano stanare i migranti per cacciarli dal paese. Per sfuggire a questo clima razzista, spesso gli stranieri scappano verso sud. Dove trovano, ancora una volta, la ferocia italiana, fatta di mafia e sfruttamento.
La mafia non esiste. Secondo Libera, che ha tenuto a Milano la propria giornata nazionale antimafia 2010, sono 665 gli immobili e 165 le aziende confiscate in Lombardia, che la collocano al quinto posto tra le regioni italiane, preceduta solo da Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Nel rapporto «Ombre nella nebbia», Libera sottolinea che occorre superare il vecchio luogo comune delle aree non tradizionali come zone di riciclaggio. Ormai anche lì si punta al controllo del territorio: ci sono clan insediati stabilmente da decenni e la reattività antimafiosa dei cittadini locali è spesso pari a zero. Nel giugno 2008, trecento poliziotti appoggiati da un elicottero hanno circondato i palazzi di Quarto Oggiaro, periferia milanese, all’alba. L’operazione ha messo in evidenza una situazione gravissima. Piazze-roccaforti e squadre di giovanissimi spacciatori con turni di lavoro precisi. Un «mercato a cielo aperto» con un giro d’affari di 800 mila euro al mese. Ma non a Scampia, bensì nella capitale della «Padania», la terra che ha scatenato una guerra ideologica contro il pericolo islamico ma che non sa nulla dei potentissimi clan crotonesi [quelli che investivano i proventi del crimine in Fastweb, per intendersi]. Le «profezie» sulla presenza mafiosa nei prossimi cantieri milanesi nell’Expo non hanno generato alcun provvedimento, anzi la tendenza è la riduzione nei controlli sugli appalti legati ai «grandi eventi». Le cosiddette «infiltrazioni» mafiose nei cantieri Tav del settentrione non hanno prodotto neppure un editoriale sdegnato.
Leggi criminogene. E’ facile diventare «clandestino» al tempo della crisi. Basta un licenziamento. Le settimane passano inesorabili verso lo scivolamento nell’irregolarità, ovvero uno status che è diventato reato col pacchetto sicurezza. Anche se rimani onesto, comunque rischi di finire dentro. Alla fine, una regola nata col pretesto della sicurezza potrebbe trascinare tante persone nell’illegalità e creare maggiore insicurezza.
La Bossi-Fini impedisce, nei fatti, l’arrivo in forme regolari. Nessun imprenditore assume un lavoratore dall’altra parte del mondo, senza averlo mai visto. E chi lo fa non può adattarsi ai tempi lunghi della burocrazia. Dunque si parte sempre più spesso con falsi contratti di lavoro, su cui ha già messo le mani la mafia. Nel salernitano, dove tanti marocchini sono stati fatti arrivare così e poi resi irregolari da imprenditori che si sono volatilizzati. A Reggio Calabria, dove le cosche Iamonte e Cordì hanno fatto entrare centinaia di indiani per poi condannarli alla condizione di invisibili.
La mafia ingrassa, la Lega costruisce immeritate carriere politiche. Il reato non è etnico, e non avrebbe senso sostituire alle campagna contro i migranti quella contro i meridionali, che segnarono gli esordi dei leghisti. L’unica lotta è quella contro il crimine organizzato e lo sfruttamento, come dimostrano le rivolte di Castel Volturno e Rosarno fatte dagli africani. Al contrario, la mancata reazione contro il crimine organizzato è la cartina di tornasole di società malsane, che non vogliono sicurezza ma semplicemente scaricare – con viltà – paure e incertezze sui più deboli. Oltre che clan italiani, nelle città del Nord ci sono gruppi stranieri sempre più forti: albanesi e soprattutto nigeriani. Ma a questi si sono opposti eroicamente solo le centinaia di donne – quasi sempre ex prostitute – che hanno denunciato i loro aguzzini nell’ambito dei programmi dell’articolo 18, rischiando la pelle. E che non hanno mai ottenuto un ringraziamento, una medaglia, un titolo in cronaca, una stretta di mano.
www.terrelibere.org

da Carta

venerdì 2 aprile 2010

La Resistenza non si cancella


di Alba Sasso
Lentamente, la Resistenza va scomparendo. Un’azione di demolizione metodica, inesorabile, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli mai immaginati prima, sta recidendo le radici che legano la nostra storia all’oggi e al domani, un progetto portato avanti nel tempo, che oggi mette sotto gli occhi di tutti i suoi risultati.

Perché la proposta della Gelmini tendente ad eliminare anche il nome della Resistenza – resta solo un più generico “percorso verso l’Italia repubblicana”- dai libri di testo è più che una provocazione, o una boutade.È il perfezionamento di un progetto di egemonia culturale portato avanti da un berlusconismo che, ben lungi dall’essere quella macchietta che troppo spesso abbiamo dipinto, si è rivelato una vera costruzione ideologica, portatrice di valori diversi ed alternativi rispetto a quelli in cui è cresciuta la Repubblica nel dopoguerra.

La pochezza di personaggi come l’attuale ministro non deve trarci in inganno. La cancellazione della Resistenza è stata portata avanti nei fatti, prima ancora che nei libri di testo. L’assenza sistematica del premier da tutte le cerimonie non solo del 25 aprile, ma da qualunque cosa sapesse di Resistenza, è stata una goccia che ha scavato un solco, che rischia di diventare una voragine, distruggendo la memoria storica di un paese, la sua identità. Troppo spesso il berlusconismo è stato scambiato per folklore. Ne abbiamo sottovalutato le conseguenze. Oggi la Gelmini può permettersi gesti di questo tipo senza che vi sia ancora una reazione forte e generalizzata di protesta.

Non si tratta di difendere le cerimonie rituali e spesso stanche, che pure sono un mezzo per la conservazione della memoria. Si tratta di lanciare una grande campagna culturale nel paese, riprendendo il tema della Resistenza come identità di una nazione. Oggi paghiamo le concessioni ideologiche, prima ancora che culturali, ad un indistinto buonismo che accomunava i morti di tutte le parti, i “ragazzi di Salò” ai partigiani. Un equivoco storico alimentato anche a sinistra, pensiamo ai recenti film di smaccato revisionismo, senza giustificazioni che non fossero un basso politicismo, che in nome di tattiche di corto respiro sacrificava principi ed ideali. Rilanciare i valori della Resistenza vuol dire oggi riprendere una lunga marcia nel cuore delle giovani generazioni, in primo luogo per far conoscere loro quelle radici.

È questo il primo dato drammatico: i ragazzi, oggi, nella loro grande maggioranza, rischiano di vivere sempre più in un presente vuoto di storia e di futuro.

E la diffusione dei disvalori berlusconiani ha seminato il diserbante delle ideologie, sollecitato il rifugio negli egoismi rassicuranti delle identità minime, il locale e le appartenenze di gruppo.

La battaglia cui dobbiamo impegnarci non è solo quella dei libri di testo, da cui la Resistenza non può e non deve essere espulsa, come in una sorta di “damnatio memoriae”. È una battaglia culturale che non si può esaurire nel breve periodo. C’è bisogno di far vivere i valori di quella stagione, in un paese che non cessa di mandare segnali in questo senso. La voglia di pulizia e di cambiamento, la sete di moralità e di giustizia, sempre liquidate con la sprezzante definizione di giustizialismo, sono la testimonianza che quei valori esistono ancora, quelle radici non sono state recise.

Dovremo innaffiarle e curarle con l’amore per la storia, per la cultura, per il bello. Con il rilancio della Resistenza come epopea di un popolo alla ricerca di libertà e giustizia, riproponendo perfino i modelli di vita di quella generazione, i padri della patria con la loro sobrietà del vivere la politica, con lo spirito di servizio che caratterizzava il loro impegno, con l’inflessibilità sui grandi principi. La grandezza della Resistenza non può essere messa in discussione dalla pochezza di questi figuri. Ma a noi tocca l’impegno di impedire che ci provino comunque.

Alba Sasso
da Sinistra Ecologia e Libertà

Dal 13 Marzo al 1 Giugno 2010 - Kepp Cool. La Musica del Sud Est indipendente


La sesta edizione della rassegna di musica indipendente a cura di Coolclub ospita Sophia, Teatro Degli Orrori, Motel Connection, Langhorne Slim, Zen Circus, Masoko, Ulan Bator, Polar For The Masses, Yes Daddy Yes, Pan del Diavolo, Julie's haircut. Rock, psichedelia, folk, elettronica, indie, lo-fi sono alcuni degli ingredienti della sesta edizione di "Keep Cool. La musica del Sud est indipendente", a cura di Coolclub con la direzione artistica di Cesare Liaci. Una ricetta che continua a conquistare i palati degli estimatori salentini e pugliesi alla ricerca di suoni e tendenze che appartengono alla contemporaneità di una musica che non risponde ai cliché ma si fa chiamare semplicemente rock. La rassegna è realizzata in collaborazione con la Saletta della Cultura Gregorio Vetrugno di Novoli, con il sostegno di Laboratori Musicali e Cantele. Media Partner MusicClub, quiSalento, Mondoradio, Radio Popolare Salento, L'impaziente e Salentowebtv.

Nella frenesia del quotidiano spesso non ci si rende conto dei particolari, Keep Cool è un invito a fermarsi a guardare le cose nascoste - quelle che da alcuni sono chiamate di nicchia - ma che secondo noi rappresentano il folto substrato (inteso come essenza base) della cultura urbana. Undici appuntamenti (dal 18 marzo al 1 giugno) per tentare, con una programmazione interessante ma non eclatante, di mettere al centro dell'attenzione suoni lontani dalle frequenze a cui questa terra è abituata. Esiste una cultura non istituzionale, o meglio non istituzionalizzata che chiede spazi e momenti in cui esprimersi. Keep Cool è la dimostrazione che la buona musica non passa solo per i grandi centri ma si avventura fino a due passi da casa. Un viaggio per riportare la calma (Keep Cool, in italiano significa proprio "stai calmo") in un mondo musicale che sembra impazzire dietro cifre astronomiche e successi meteora.

La rassegna prende il via sabato 13 marzo (ingresso 3 euro) all'Istanbul Cafè di Squinzano (Le) con il concerto deiMasoko. La musica della indie pop band romana spazia dal pop al punk, dal rock alla disco. Nel marzo 2009 il gruppo ha pubblicato Masokismo (Snowdonia-Audioglobe) prodotto artisticamente insieme a Giorgio Canali. Il loro sound è allo stesso tempo melodico e alterato, orecchiabile e rumoroso, lineare e sghembo.

Giovedì 18 marzo (ingresso 10 euro) i Cantieri Koreja di Lecce ospitano l'attesissimo concerto del Teatro degli Orrori, organizzato in collaborazione con Tele e Ragnatele. La band nasce nel 2005 dai componenti di due gruppi di grande spessore della scena rock italiana: One Dimensional Man e Super Elastic Bubble Plastic. Fin dal primo disco il gruppo ha dimostrato di far musica per chi ha voglia di riflettere. "A sangue freddo" è denso di contenuti e "politico" come non mai.

Domenica 28 Marzo (ingress 10 euro) le Officine Cantelmo di Lecce accolgono il coinvolgente live dei Motel Connection. Il progetto di Samuel, voce dei Subsonica, è sempre più in grado di pilotarsi verso strade sconosciute. Il nuovo album H.E.R.O.I.N segnala un'ulteriore svolta dal punto di vista espressivo: un impatto di taglio funk sotto la pelle di canzoni elettroniche. Nei live di Motel Connection la trama si infittisce, voci strumenti e macchine si incrociano in un'interazione rara - riuscendo a parlare sia a chi è abituato a vedere concerti prettamente rock, sia a chi pratica con rigore l'alfabeto della club culture.

Sabato 10 Aprile (ingresso 3 euro) si torna all'Istanbul Cafè di Squinzano con i Polar For The Masses, una rock band di Vicenza. Il loro primo album, "Let me be here" è del 2007. Nel 2009 esce il secondo disco, "Blended" che viene accolto dalla critica come il miglior album dell'anno nella scena indipendente italiana. La musica dei Polar for the Masses è un rock and roll suonato con l'anima: chitarra, basso e batteria per un suono energico e orecchiabile, potente e leggero allo stesso tempo.

Giovedì 29 aprile (ingresso 10 euro) alle Officine Cantelmo di Lecce grande attesa per lo spettacolo At home with Sophia che si basa sull'idea di ricreare un ambiente casalingo e pochi elementi scenici, una sedia, un tavolo, una lampada. Un imperdibile show in solo acustico di Robin Proper Sheppard (già cantante dei God Machine). "There Are No Godbyes" quinto album in studio per Sophia è uscito nel 2009 su Flower Shop Recording (distribuito in Italia da Self). Sono pochi gli artisti in grado di prendere in mano una penna e scrivere una sequenza di canzoni come queste. Un album riuscito che recupera la vena più intima e acustica di Sophia senza però rinunciare a un'attitudine e un'abilità pop capaci di rendere i 10 brani freschi e coinvolgenti.

Sabato 8 maggio (ingresso 7 euro) all'Istanbul Cafè di Squinzano (Le), in collaborazione con Tele e Ragnatele, gliZen Circus, una certezza del rock indipendente italiano, che da circa una decade contemporaneamente unisce e divide il pubblico. Andate Tutti Affanculo è il loro ultimo disco, una riuscitissima mediazione fra il punk rock americano stralunato da cui provengono gli Zen e un cantautorato nazionale che potremmo definire una mezza via fra il primo Lucio Dalla, Piero Ciampi e Rino Gaetano. Ed il giovane De Andrè innamorato di Brassens. Ed il Beat dei bei tempi andati. Le loro storie sono fiabe disincantate, la loro biografia sembra un libro sul Punk '77, i commenti su di loro sempre in bilico fra amore ed odio.

Venerdì 14 Maggio (ingresso 3 euro) ultimo appuntamento all'Istanbul Cafè con il concerto dei Yes Daddy Yes. Giovane e talentuosa band che sciorina una ricercata miscela rock piena di allusioni ammiccanti allo strumentalismo noise della East Coast, ricca di costruzioni power pop riconducibili a band storiche del genere come Sparklers, Pavement, Sebadoh. Nella primavera 2009 esce il nuovo Ep autoprodotto dal titolo " It's cool to cruel to my family", che vanta la collaborazione di vari artisti del panorama indie tra cui Enzo Moretto degli A Toys Orchestra.


Sabato 15 Maggio (ingresso 7 euro) inizia la programmazione all'Arci Novoli (presso l'atrio del Palazzo Marchesale) con il Pan del Diavolo. Il duo, composto da Pietro Alessandro Alosi e Gianluca Bartolo, nasce in Sicilia nel 2006 e dopo tre anni di intensa attività live su palchi prestigiosi e al fianco di nomi enormi della scena mondiale, produce questo "Sono all'osso" uscito con Tempesta dischi. Propongono un folk originale (suonano due chitarre acustiche e una grancassa) e irruento che pesca nella tradizione folkloristica italiana e nella canzone d'autore nostrana e d'oltreoceano.

Sabato 22 maggio (ingresso 7 euro) ancora all'Arci Novoli concerto degli Ulan Bator, un gruppo post-rock francese formato nel 1993 a Parigi. Il nome viene noto in Italia con l'uscita del loro terzo disco "Vegetale" grazie a un support tour agli C.S.I. di Tabula rasa elettrificata e dopo a un disco prodotto dal americano Michael Gira (Swans, angels of light) che esce nel 2000 per l'etichetta "Sonica factory" di Gianni Marrocolo. Nel 2009 è uscito l'Ep "SOLeils", un mini album composto da cinque "perle" che ci tuffano nel universo onirico ma come sempre energetico che caratterizza la band diventata oggi internazionale.

Sabato 29 maggio (ingresso 7 euro) sempre all'Arci Novoli spazio al cantautore americano Langhorne Slim che arriva al terzo album e raggiunge una nuova quadratura nel suono e nella composizione. Meno ruvido e roots rispetto alle origini Langhorne Slim ci presenta "Be set free" un album fatto di canzoni che non abbandonano lo spirito blues ma riescono a spingersi verso atmosfere più cinematografiche.

Keep Cool conclude il suo lungo percorso martedì 1 giugno (ingresso 7 euro) all'Arci Novoli con il concerto degli emilianiJulie's haircut. In attività dal 1994, il loro album di debutto "Fever in the funk house" (Gammapop, 1999), uno strano mix di garage rock, psichedelia noise e melodie pop, fu salutato dalla critica come uno dei migliori debutti indie-rock italiani. Nel 2009 è uscito il quinto doppio album "Our Secret Ceremony" per l'etichetta A Silent Place.

Nelle precedenti edizioni la rassegna ha ospitato, tra gli altri, Karate, Demolition Doll Rods, The Hormonauts, Marta sui tubi, Sylvain Chauveau, BassHoles, Cesare Basile, Doctor Explosion, Giardini di Mirò, Zu, Yuppie Flu, Tom Verlaine, Richard Sinclair, Pier Faccini, Aidan Smith.

Programma Keep Cool 2010

13 Marzo - Masoko - Istanbul Cafè di Squinzano (Le) - 3 euro
18 Marzo - Teatro degli Orrori - Cantieri Koreja di Lecce - 10 euro
28 Marzo - Motel Connection - Officine Cantelmo di Lecce - 10 euro
10 Aprile - Polar For The Masses - Istanbul di Squinzano (Le) - 3 euro
29 Aprile - Sophia - Officine Cantelmo di Lecce - 10 euro
8 Maggio - Zen Circus - Istanbul di Squinzano (Le) - 7 euro
14 Maggio - Yes Daddy Yes - Istanbul di Squinzano (Le) - 3 euro
15 Maggio - Pan del Diavolo - Arci Novoli - 7 euro
22 Maggio - Ulan Bator - Arci Novoli - 7 euro
29 maggio - Langornhe Slim - Arci Novoli - 7 euro
1 giugno - Julie's haircut - Arci Novoli - 7 euro

BLOB - MIRACOLI



Vittorio Zucconi, gli zapatisti e la cattiva informazione


"Todos somos Marcos": volete le foto di tutti noi in basso a sinistra?

Come passare da una notizia non verificata alla "normalizzazione di un sogno"

di Daniele Di Stefano
Avvertenza: questa non vuole essere una lezione di giornalismo a opera di uno scribacchino, bensì una pubblica protesta di un attivista, contro un palese caso di disinformazione.

Una notizia quantomeno sospetta, lanciata dal quotidiano messicano Reforma, ha fatto il giro del mondo: ecco il dossier sugli zapatisti, ecco il volto scoperto del Subcomandante Marcos, ecco chi finanzia l’EZLN! Molti organi di stampa si sono affrettati a fare eco. Prendiamo il caso italiano: Corriere, Sole24Ore, Repubblica, e molti altri quotidiani hanno riportato la notizia acriticamente. Proprio su Repubblica del 28 marzo spiccava il caso limite, rappresentato dal blasonatissimo Vittorio Zucconi.
Un campionamento inserito in una vecchia canzone degli Ariadigolpe recitava: “Come nasce una falsa notizia? Prima di verificarla, si cominciano a chiedere pareri…”. Ebbene, Zucconi è andato ben oltre: ci ha voluto propinare un saggio di opinionismo geopolitico, sulla base della sua (presunta) autorità in fatto di cose americane. Il parere sulla falsa notizia, se lo è fornito da solo. Il suo articolo (titolo: L’ultimo volto del Subcomandante Marcos), per chi mastica un po’ di zapatismo, è al limite del vergognoso.

Innanzitutto, Zucconi evita di mettere in dubbio la veridicità di foto, dossier, illazioni. Costui è assolutamente certo che il “barbudo” della foto sia Marcos, e suffraga la sua tesi con metodo lombrosiano: ha la barba, dunque è guevarista, dunque è romantico: è lui! E dopo tale folgorazione dà la stura a una serie nauseante di banalità.
Zucconi è una delle penne meglio remunerate d’Italia, pertanto conosce i trucchetti del mestiere. Infatti si premura di infarcire l’articolo con riferimenti di nozionismo zapatista, impresa peraltro accessibile a qualsiasi adolescente capace di usare google. Offrendo una stereotipata cartolina della coleta San Cristóbal, crede di guadagnarsi lo status di esperto di movimenti latinoamericani. Ciò non gli impedisce di incorrere in banali gaffes, come quando dà per morto il vescovo Samuel Ruiz (nel 2000, cioè quando ha lasciato la sua carica ecclesiastica) o laddove considera "progressista" il neoliberale Reforma. In questo secondo caso, il poveretto cade su una delle trappole tipiche della tradizione messicana del Partito Rivoluzionario Istituzionale: usare una terminologia socialisteggiante per denominare realtà conservatrici o reazionarie.
Chissà cosa penserebbero veri conoscitori (purtroppo non più tra noi, e l’assenza ci pesa) come Carlos Montemayor e Manuel Vázquez Montalbán, dell’exploit del giornalista. Prendo il Pamphlet dal pianeta delle scimmie del grande scrittore catalano, in qualche occasione citato dallo stesso Marcos. Curiosamente, se Zucconi lo leggesse ci troverebbe un brano che fa al caso suo.

Dice Vázquez Montalbán, a proposito dell’educazione all’informazione: “L’abbiccì del decodificatore di un qualsiasi mezzo di comunicazione consiste nel sapere chi è il proprietario di tale mezzo e cosa questi intenda ottenere dal controllo della coscienza del ricevente”. Si è chiesto, l’esperto Zucconi, cosa rappresenta Reforma in Messico? Si è chiesto qual è l’interesse della destra di Felipe Calderón, coinvolto nelle faide di narcotraffico e in sanguinarie repressioni di movimenti?

Forse Zucconi ignora perfino il meccanismo di funzionamento della guerra di contrainsurgencia, che si muove da sempre su un doppio binario: da un lato le aggressioni alle comunità zapatiste, dall’altro le menzogne mediatiche. Ogni menzogna diffusa dal malgoverno precede, segue o accompagna un’aggressione militare o paramilitare. In realtà, l’articolo di Zucconi tutto ignora: la vicenda di Agua Azul e quella dei Montes Azules, i megaprogetti di penetrazione capitalistica, il recente caso di Mitzitón, le aggressioni nei vari municipi (dalla zona di Oventic a quella di Morelia a Roberto Barrios, l’elenco di violenze paramilitari è interminabile), i prigionieri politici. Immagino che anche la sigla OPDDIC sarebbe per lui una novità. Ignora le false notizie diffuse per screditare le Giunte di Buon Governo, e per punzecchiare l’EZLN attraverso la figura di Marcos.

Vorrei rendere edotto Vittorio Zucconi, per colmare il suo ritardo informativo, che la comandancia dell’EZLN tace da oltre un anno. Non compete qui disquisire sui motivi strategici di tale silenzio, ma quantomeno occorre notare che il Governo di FeCal ha tutto l’interesse a provocare, forse anche perché non sa che pesci prendere e ha bisogno di diversivi mediatici rispetto al caos delle guerre dei narcos, che ne rivelano impotenze e connivenze. Per Zucconi, ciò non è argomento degno di riflessione. Non gli serve conoscere i trascorsi tra EZLN e ETA. Non gli compete neppure smascherare la menzogna mondiale per la quale La Garrucha sarebbe un “bastione” inviolabile dello zapatismo, rimasto fino a oggi inaccessibile.

Per chi non lo sapesse, La Garrucha è uno dei cinque Caracoles, nati nel 2003, dalla trasformazione degli Aguascalientes, proprio per interfacciarsi con i visitatori, attraverso le autorità civili democraticamente scelte dalle comunità indigene. Di ogni Caracol esistono milioni di foto in giro per il mondo, scattate su autorizzazione delle Giunte di Buon Governo, e quelle pubblicate da Reforma non sembrano neanche molto recenti.

Zucconi dimentica di chiedersi come mai, da tale rilevantissimo dossier sugli zapatisti, abbiano di fatto ricavato solo una non-notizia di una pagina e mezzo. E il bello è che la conclusione del suo articolo è: siamo alla “normalizzazione di un sogno”, anche perché… ormai c’è Chavez al governo in Venezuela! Dunque, cinquecento anni di oppressione indigena, sedici anni di ribellione e costruzione di autonomia in Chiapas, secondo Zucconi, nascono e muoiono con l’identikit di Marcos (identikit nemmeno certificato da un qualsiasi fisionomista di regime).

Come al solito, è bastato l’Oracolo ANSA a investire di credibilità la notizia agli occhi dei giornali italiani. Le agenzie di stampa, pur essendo fatte da esseri umani, mantengono l’aura di sibilline divulgatrici di nudi fatti. Ma è facile capire che non è così.

Per coerenza, occorre rivolgersi la domanda raccomandata da Vázquez Montalbán: per conto di chi ha scritto l’articolo, il buon Vittorio Zucconi?
Di chi è Repubblica? E’ proprietà di quel Carlo De Benedetti capace di scucire milioni di euro a Silvio Berlusconi per la vicenda Lodo Mondadori. E’un giornale definito di “sinistra”, che Berlusca accusa di costituire un partito occulto contro di lui. Un quotidiano autorevole, con molti lettori, tanti dei quali si accontentano semplicemente di sentirsi dire ovvietà sul ducetto nostrano. Ma diciamolo: parlar male di Berlusconi è come dire che la cacca puzza. Tanto vale sentirselo ripetere da un giornale più documentato in tali analisi delle feci, quale il Fatto quotidiano di Travaglio e soci. Insomma, sapere che la cacca puzza non aggiunge granché alla nostra conoscenza del mondo, così come nulla aggiunge l’articolo di Zucconi alla conoscenza della guerra a bassa intensità in Chiapas: si tratta di puro ritualismo mediatico. Il “sinistro” Repubblica risulta più fuorviante (come quando si azzarda a descrivere i centri sociali) perfino del Sole24Ore. Sarà perché il giornale di Confindustria è il giornale dei padroni per antonomasia, ma ai suoi corsivisti e lettori non manca l’unico pregio tipico di chi bada al sodo, cioè alla pecunia: l’approccio materialistico. A parziale conferma, il sondaggio on line del Sole24Ore sulla veridicità della foto a volto scoperto del Sup, esprime un 80% di persone convinte che si tratti di un falso. Che ne pensa, Zucconi, di tanta diffidenza?

Ora la fatidica domanda mi si ritorce contro… per chi parlo, visto che nessuno mi paga? Parlo per me, sulla base delle esperienze maturate in anni di progetti con le comunità zapatiste, sulla base dei racconti di cooperanti e osservatori dei diritti umani italiani (i famosi “visitantes” di cui si favoleggiano abnormi finanziamenti agli zapatisti), europei e americani, molti dei quali ben più esperti di me. Parlo da lettore dei giornalisti de La Jornada, come Hermann Bellinghausen, Gloria Muñoz Ramirez e altri, che da anni vivono direttamente la realtà chiapaneca e hanno sempre esemplarmente raccontato il movimento zapatista. Parlo avendo presenti le denunce delle Giunte del Buon Governo sulle aggressioni militari e paramilitari, e rivendicando il diritto di indignarmi dinanzi alla cattiva informazione diffusa da taluni giornali di “sinistra”.

Cari giornalisti, rispolverando il vero significato del motto “todos somos Marcos”, eccovi un consiglio non richiesto: perché non vi procurate le foto di tutti noi che stiamo abajo a la izquierda al fianco dell’Altra Campagna e degli zapatisti, in Chiapas, in Messico, e nei cinque continenti? Solo così otterrete lo scopo di normalizzare il sogno. Ma attenzione: sarà un lavoro lungo. Procuratevi un album bello grosso.

Daniele Di Stefano
da GlobalProject

STEFANO ROSSO - COLPO DI STATO



STEFANO ROSSO - COLPO DI STATO

E tra gente che gesticola con le armi
e tra i nuovi santi illuminati al neon
sta nascendo un nuovo tipo di ideale
quello yankee tipo "fatelo da voi".

E tra scioperi d'autonoma estrazione
lo studente che si interroga da sè
sta covando forse la rivoluzione
mentre la signora bene prende il the.

Colpo di stato
ma che colpo se lo stato qui non c'è
colpo di stato
e qui intanto farà il colpo del caffè.

L'altra sera ha detto la televisione
si rafforzerà la polizia perchè
ha confuso infine il capo protezione
beh, non vorrei che poi colpissero anche me

Mentre tu che spingi poi di aver paura
l'ignoranza è nelle cose che non sai
e cerca insomma tu di farti una cultura
dieci e un libri rilegati e letti mai.

Colpo di stato
ma che colpo se lo stato qui non c'è
colpo di stato
metti la benzina e il colpo prende a te.

E c'è chi fa l'estremista per prudenza
chi comanda rappresaglie e lui non c'è
chi riempie di farina la credenza
chi fa guerra blaterando nei caffè.

Poi c'è chi cercando la rivoluzione
ha trovato infine le comodità
chi confonde il pranzo con la colazione
chi confonde la salute con l'età.

E da migliaia d'anni non cambia la storia
Giulio Cesare, Cavour testa pelata
e il copione ormai lo san tutti a memoria
e è la solita, non cambia la menata.

Colpo di stato
ma che colpo se lo stato qui non c'è
colpo di stato
vai allo stadio? Aspetta, vengo insieme a te

Pedofilia, anche Paolo VI sapeva. Il pm di Milano: tanti preti inquisiti


Anche Paolo VI era a conoscenza degli abusi perpetrati da preti pedofili negli Stati Uniti, già circa 50 anni fa. È quanto emerge da una lettera del 1963 indirizzata all'allora pontefice e ottenuta dall'Associated Press. La lettera fu inviata al papa dal reverendo Gerard M.C. Fitzgerald, capo dell'ordine dei Servi del Paraclito e contiene le opinioni dello stesso Fitzgerald sui principali problemi della Chiesa oltreoceano.

Il reverendo, a quel tempo, guidava l'ordine che si occupava dell'assistenza ai sacerdoti non più in grado di svolgere la loro missione a causa di gravi problemi personali. Nella lettera, il reverendo suggerì a Paolo VI la rimozione di alcuni preti pedofili americani. La lettera fa parte oggi della folta documentazione in possesso di uno studio legale della California che difende le vittime di abusi sessuali in New Mexico.

da L'Unità