HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

giovedì 14 maggio 2009

VENDOLA: BARRICATE CONTRO IL NUCLEARE

No alla centrale a Ostuni. Il 19 primo voto in Consiglio regionale

"Il nucleare potranno imporcelo solo con l´esercito. La ribellione della Puglia sarà rabbiosa e radicale". Nichi Vendola alza le barricate e si dichiara pronto a tutto per difendere la regione dal rischio atomico. Contro l´improvvisa accelerazione del governo Berlusconi, che - come anticipato ieri da Repubblica - ha inserito Ostuni tra i siti che dovranno ospitare le centrali atomiche nazionali, il governatore pugliese ha scelto di mettere da parte la diplomazia. “Siamo pronti a costruire una ribellione popolare nei confronti di una ipotesi che è semplicemente offensiva e demenziale”.
Ma quella annunciata dalla Puglia sarà una battaglia su tutti i fronti, anche quello legale: «Contro questa decisione del governo ricorreremo alla Corte costituzionale», ha annunciato Vendola, scagliandosi contro il declassamento delle regioni, previsto nel ddl votato in Senato. Le giunte locali potranno solo esprimere un parere consultivo e non vincolante sulle centrali: «Altro che federalismo - ha accusato Vendola - le regioni sono ridotte al rango di buca per le lettere. Questo governo avrà bisogno di un grado crescente di militarizzazione per poter saltare il confronto con le comunità locali».
Ma non è solo una questione di metodo. Il no pugliese alla centrale nucleare di Ostuni è soprattutto una questione di principio: «La Puglia ha già dato - ha sottolineato il presidente della giunta - la sola centrale a carbone di Cerano comporta una percentuale impressionate di inquinamento ambientale con conseguenze molto serie per la salute dei cittadini. Non abbiamo bisogno di nuove centrali ma di uscire dal carbone». In tre anni, la Puglia ha conosciuto uno sviluppo impetuoso delle energie rinnovabili ed è diventata la prima produttrice italiana di eolico e di fotovoltaico. Ma, nonostante questo primato, l´85 per cento dell´energia prodotta, deriva ancora dagli insalubri combustibili fossili.
Non solo nelle piazze e nelle aule dei tribunali. La battaglia pugliese contro la centrale atomica di Berlusconi si disputerà anche sul piano politico. Il vicepresidente Anci, Fabiano Amati, ha invitato le amministrazioni locali a esprimere la propria contrarietà alla centrale. Le prime scintille si avranno nel consiglio regionale del prossimo 19 maggio quando, su richiesta del Pd, approderà un ordine del giorno contro il nucleare. L´opposizione di centrodestra è in difficoltà su questo tema. La linea del Pdl è di difendere la scelta del governo ma, come per l´Ilva, non sarà semplice, per gli esponenti brindisini di centrodestra, votare a favore del nucleare con una centrale in arrivo sulla costa salentina

di Paolo Russo (da Rep. on line)

Per una società della decrescita - di Serge Latouche - Le Monde Diplomatique.

«Sarebbe senz'altro una bella soddisfazione poter mangiare alimenti sani, vivere in un ambiente equilibrato e meno rumoroso, non subire più i condizionamenti del traffico ecc.»
Jacques Ellul (1)

Il 14 febbraio 2002, a Silver Spring, davanti ai responsabili americani della meteorologia, Gorge W. Bush ha dichiarato: «La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema» (2). Ma di fondo, questa posizione «pro-crescita» è condivisa dalla sinistra, compresi anche molti «altromondisti» che nella crescita vedono la soluzione del problema sociale, attraverso la creazione di posti di lavoro e una più equa ripartizione dei redditi.
Un esempio è quello di Fabrice Nicolino, già cronista ecologico del settimanale parigino Politis, vicino al movimento altromondista, recentemente uscito dalla rivista a causa di un conflitto interno ... sulla riforma delle pensioni. Il dibattito seguito a quest'episodio è rivelatore del disagio in seno alla sinistra (3). Secondo il parere di un lettore, il conflitto è nato perché qualcuno «ha osato contrapporsi a una sorta di pensiero unico, comune a quasi tutta la classe politica francese, per la quale la nostra felicità deve per forza passare per l'aumento della crescita, della produttività, del potere d'acquisto e quindi dei consumi (4)». Dopo alcuni decenni di sprechi frenetici, siamo entrati a quanto pare in un'area di perturbazioni, sia in senso proprio che figurato.
Lo sconvolgimento climatico avanza di pari passo con le guerre del petrolio, cui seguiranno quelle per l'acqua (5), ma non solo. Si temono pandemie, e corriamo inoltre il rischio della scomparsa di specie vegetali e animali essenziali in seguito alle prevedibili catastrofi biogenetiche.
In queste condizioni, la società della crescita non è né sostenibile, né auspicabile. È dunque urgente pensare a una società della «decrescita», se possibile serena e conviviale.
La società della crescita si può definire come una società dominata da un'economia improntata, per l'appunto, al principio della crescita, dal quale tende a lasciarsi fagocitare. La crescita fine a se stessa diventa così l'obiettivo primario della vita, se non addirittura il solo. Ma una società di questo tipo non può essere sostenibile, in quanto si scontra con i limiti della biosfera. Se si assume come indice dell'impatto ambientale del nostro stile di vita l'«impronta» ecologica, misurata in termini di superficie terrestre, i risultati che emergono sono insostenibili, tanto dal punto di vista dell'equità dei diritti di prelievo sulla natura quanto da quello della capacità di rigenerazione della biosfera. Un cittadino degli Stati uniti sfrutta in media 9,6 ettari di superficie terrestre, un canadese 7,2, un europeo medio 4,5. Siamo lontanissimi dall'uguaglianza planetaria, e più ancora da una civiltà sostenibile, per la quale non potremmo sfruttare più di 1,4 ettari a testa - e per di più con il presupposto che la popolazione rimanga al livello attuale. Per conciliare i due imperativi contraddittori della crescita e del rispetto per l'ambiente, gli esperti pensano di aver trovato la pozione magica nell'ecoefficienza: un concetto cruciale, che rappresenta in verità l'unica base seria dello «sviluppo sostenibile». Si tratta di ridurre progressivamente l'impatto ecologico e l'incidenza del prelievo di risorse naturali, per raggiungere un livello compatibile con la capacità di carico accertata del pianeta (7). Indubbiamente, l'efficienza ecologica è notevolmente migliorata; ma poiché la corsa forsennata alla crescita non si ferma, il degrado globale del pianeta continua ad aggravarsi.
Se da un lato l'impatto ambientale per unità di merci prodotte è diminuito, questo risultato è sistematicamente azzerato dall'aumento quantitativo della produzione: un fenomeno cui si è dato il nome di «effetto rimbalzo». È vero che la «nuova economia» è relativamente più immateriale (o meno materiale); ma essa non viene a sostituire, bensì a completare l'economia tradizionale. E tutti gli indici dimostrano che a conti fatti il prelievo continua ad aumentare (8).
Infine, ci vuole proprio la fede incrollabile degli economisti ortodossi per pensare che la scienza del futuro possa essere in grado di risolvere tutti i problemi, e per ritenere illimitate le possibilità di sostituire la natura con l'artificio.
Secondo Ivan Illich, la fine programmata della società della crescita non sarebbe necessariamente un male. «C'è una buona notizia: la rinuncia al nostro modello di vita non è affatto il sacrificio di qualcosa di intrinsecamente buono, per timore di incorrere nei suoi effetti collaterali nocivi - un po' come quando ci si astiene da una pietanza squisita per evitare i rischi che potrebbe comportare. Di fatto, quella pietanza è pessima di per sé, e avremmo tutto da guadagnare facendone a meno: vivere diversamente per vivere meglio». (9) La società della crescita non è auspicabile per almeno tre motivi: perché incrementa le disuguaglianze e le ingiustizie; perché dispensa un benessere largamente illusorio, e perché non offre un tipo di vita conviviale neppure ai «benestanti»: è un'«antisocietà» malata della propria ricchezza. Il miglioramento del tenore di vita di cui crede di beneficiare la maggioranza degli abitanti dei paesi del Nord si rivela sempre più un'illusione. Indubbiamente, molti possono spendere di più per acquistare beni e servizi mercantili, ma dimenticano di calcolare una serie di costi aggiuntivi che assumono forme diverse, non sempre monetizzabili, legate al degrado, non quantificabile ma subìto, della qualità della vita (aria, acqua, ambiente): spese di «compensazione» e di riparazione (farmaci, trasporti, intrattenimento) imposte dalla vita moderna, o determinate all'aumento dei prezzi di generi divenuti rari (l'acqua in bottiglie, l'energia, il verde...). Herman Daly ha compilato un indice sintetico, il «Genuine Progress Indicator» (Gpi) che rettifica il Prodotto interno lordo tenendo conto dei costi dovuti all'inquinamento e al degrado ambientale.
A partire dal 1970, per gli Stati uniti l'indice del «progresso genuino» è stagnante, o addirittura in regresso, mentre quello del Prodotto interno lordo continua registrare aumenti (10). È un peccato che in Francia nessuno ancora si sia preso la briga di fare un calcolo del genere. Con tutta probabilità i risultati sarebbero analoghi.
Difatti, mentre si cresce da un lato, dall'altro si accentuano le perdite. In altri termini, in queste condizioni la crescita è un mito, persino all'interno dell'immaginario dell'economia del benessere, se non della società dei consumi! Ma tutto questo purtroppo non basta a farci scendere dal bolide che ci sta portando diritti contro un muro, per cambiare decisamente rotta. Intendiamoci bene: la decrescita è una necessità, non un ideale in sé. E non può certo essere l'unico obiettivo di una società del dopo-sviluppo, o di un altro mondo possibile. Si tratta di fare di necessità virtù, e di concepire la decrescita per le società del Nord come un fine che ha i suoi vantaggi (11). Adottare la parola d'ordine della decrescita vuol dire innanzitutto abbandonare l'obiettivo insensato di una crescita fine a se stessa. Ma attenzione: il significato di decrescita non è quello di crescita negativa, espressione antinomica e assurda che letteralmente è un po' come dire: «avanzare retrocedendo»; e che riflette in pieno il dominio del concetto di crescita nell'immaginario.
La difficoltà di tradurre «decrescita» in inglese è rivelatrice di questo predominio mentale dell'economicismo, e simmetrica alla difficoltà di esprimere i concetti di crescita o sviluppo (e quindi ovviamente anche di decrescita) nelle lingue africane. Come è noto, basta un rallentamento della crescita per allarmare le nostre società con la minaccia della disoccupazione e dell'abbandono dei programmi sociali, culturali e di tutela ambientale, che assicurano un minimo di qualità della vita. Possiamo immaginare gli effetti catastrofici di un tasso di crescita negativo! Così come una società fondata sul lavoro non può sussistere senza lavoro, non vi può essere nulla di peggio di una società della crescita senza crescita. Ecco perché la sinistra istituzionale è condannata al social- liberismo, fintanto che non osa affrontare la decolonizzazione dell'immaginario.
La decrescita è concepibile solo nell'ambito di una «società della decrescita», i cui contorni devono essere delineati.
Un primo passo per una politica della decrescita potrebbe essere quello di ridurre, se non sopprimere, l'impatto ambientale di attività tutt'altro che soddisfacenti. Si tratterebbe ad esempio di ridimensionare l'enorme mole degli spostamenti di uomini e merci sul pianeta, con tutte le loro conseguenze negative: si potrebbe parlare di una «rilocalizzazione» dell'economia. Non meno importante è ridimensionare la pubblicità più invadente e rumorosa, e contrastare la prassi di accelerare artificialmente l'obsolescenza dei manufatti e la diffusione di prodotti usa e getta, la cui sola giustificazione è quella di far girare sempre più vorticosamente la megamacchina infernale. Tutto ciò rappresenta, nel campo dei consumi materiali, una notevole riserva per la decrescita.
Intesa in questo modo, una società della decrescita non comporta necessariamente un regresso sul piano del benessere. Fin dal 1848 Karl Marx riteneva che i tempi fossero maturi per la rivoluzione sociale; c'erano già le condizioni per il passaggio alla società comunista dell'abbondanza. L'incredibile sovrapproduzione dei cotonifici e di altre manifatture gli sembrava più che sufficiente, una volta abolito il monopolio del capitale, per garantire alla popolazione (o quanto meno a quella occidentale) l'alimentazione, l'alloggio e il vestiario. Eppure la «ricchezza» materiale era incomparabilmente inferiore a quella di oggi. Non c'erano macchine né aerei, non esisteva la plastica, e neppure le lavatrici, i frigoriferi, i computer, le biotecnologie, i pesticidi, i fertilizzanti chimici o l'energia atomica! Nonostante gli inauditi effetti dell'industrializzazione, i bisogni erano ancora modesti e il loro soddisfacimento era possibile. La felicità, o almeno la sua base materiale, sembrava a portata di mano.
Per concepire e realizzare una società di decrescita serena dovremo uscire letteralmente dall'economia. O in altri termini, rimettere in discussione il dominio dell'economia su tutti gli altri ambiti della vita, nella teoria come nella pratica, ma soprattutto nelle nostre menti. Una condizione necessaria è la drastica riduzione dell'orario di lavoro imposto, per assicurare a tutti un impiego soddisfacente.
Fin dal 1981 Jacques Ellul, che è stato uno dei primi pensatori di una società della decrescita, aveva fissato per l'orario di lavoro l'obiettivo di un massimo di due ore al giorno (12). Ispirandosi alla Carta «Consumi e stile di vita» proposta dal Forum delle organizzazioni non governative (Ong) di Rio, tutto questo si potrebbe sintetizzare in un «programma delle 6 R»: Rivalutare, Ristrutturare, Ridistribuire, Ridurre, Riutilizzare, Riciclare. Questi sei obiettivi interdipendenti avvieranno un circolo virtuoso di decrescita serena, conviviale e sostenibile. Si potrebbero aggiungere varie altre R a quelle elencate: rieducare, riconvertire, ridefinire, rimodellare, ripensare ecc.; e naturalmente «rilocalizzare». Ma tutte queste «R» sono già più o meno incluse nelle prime sei.
Si vede subito quali sono i valori prioritari da anteporre a quelli oggi dominanti: l'altruismo dovrebbe prevalere sull'egoismo, la cooperazione sulla competizione sfrenata, il piacere dello svago sull'ossessione del lavoro, l'importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il gusto del lavoro bello e ben fatto sull'efficientismo produttivista, il ragionevole sul razionale, e così via. Il problema è che i valori attualmente dominanti sono sistemici, in quanto suscitati e stimolati dal sistema, che a loro volta contribuiscono a rafforzare. Certo, la scelta di un'etica personale diversa, come quella della semplicità volontaria, può incidere sull'attuale tendenza e minare alla base l'immaginario del sistema. Ma senza una sua radicale contestazione, il cambiamento rischia di rimanere limitato.
Un programma troppo vasto e utopistico? E fino a che punto la transizione potrebbe avvenire senza una rivoluzione violenta? O più esattamente, la necessaria rivoluzione mentale è possibile senza violenza sociale?
Un drastico ridimensionamento dei processi che comportano danni ambientali, cioè della produzione di valori di scambio incorporati in supporti materiali fisici, non comporta necessariamente una limitazione della produzione di valori d'uso per mezzo di prodotti immateriali. Per questi ultimi si potrebbe conservare, almeno in parte, una forma mercantile.
Tuttavia, se il mercato e il profitto possono sussistere come incentivi, non devono più costituire il fondamento del sistema. Si potrebbero concepire misure progressive da adottare in una serie di tappe.
Ma è impossibile dire se saranno accettate passivamente dagli attuali «privilegiati» che ne sarebbero colpiti, così come dalle stesse vittime del sistema, dal quale sono mentalmente e fisicamente drogate. Comunque, più di quanto possano fare tutti i nostri argomenti, l'inquietante canicola dell'estate 2003, in particolare nell'Europa sud- occidentale, sta a dimostrare la necessità di una società della decrescita. Per l'indispensabile decolonizzazione dell'immaginario potremo largamente contare, negli anni a venire, sulla pedagogia delle catastrofi.



note:

* «Obiettore di crescita», presidente di Ligne d'horizon, professore emerito dell'Università Paris- Sud. Autore, tra l'altro, di: Giustizia senza limiti. La sfida dell'etica in un'economia globalizzata, Bollati Boringhieri, 2003; La fine del sogno occidentale. Saggio sull'americanizzazione del mondo, Eleuthera, 2002.

(1) Colloquio con Jacques Ellul, Patrick Chastenet, La table ronde, Parigi, 1994, p. 342.

(2) Le Monde, 16 febbraio 2002.

(3) Fabrice Nicolino, «Retraite ou déroute?», Politis, 8 maggio 2003.
La crisi è stata provocata di fatto da alcune frasi discutibili di Fabrice Nicolino, quali «festival di schiamazzi corporativistici» (intendendo i moti sociali) o «il signore che insiste per andare in pensione a 50 anni - ma che diamine, guida i treni! Lavora in miniera, è Germinal!»

(4) Politis, 12 giugno 2003

(5) Vandana Shiva, La guerra dell'acqua, Feltrinelli, 2003.

(6) Gianfranco Bologna (a cura di), Italia capace di futuro. Wwf-Emi, Bologna, 2001, pp. 86-88.

(7) The Business Case for Sustainable Development. Documento del World Business Council for Sustainable Development per Johannesburg.

(8) Mauro Bonaiuti, Nicholas Georgescu-Roegen, Bioeconomia. Verso un'altra economia ecologicamente sostenibile, Bollati Boringhieri, Torino, 2003. in particolare, pp. 38-40.

(9) Jean-Pierre Dupuy, «Ivan Illich ou la bonne nouvelle», Le Monde, 27 dicembre 2002.

(10) C. Cobb, T. Halstead, J. Rowe, «The Genuine Progress Indicator: Summary of Data and metodology, Redefining Progress», 1995, e degli stessi autori: «If the Gdp is Up, Why is America Down?», in Atlantic Monthly, N° 276, San Francisco, ottobre 1995.

(11) Nel caso delle società del Sud quest'obiettivo non è veramente all'ordine del giorno, nel senso che pur essendo influenzate dall'ideologia della crescita, il più delle volte non sono «società della crescita» in senso proprio.

(12) Si veda «Changer de révolution», citato da Jean- Luc Porquet in Ellul, l'homme qui avait (presque) tout prévu, Le cherche midi, 2003, pp. 212/213.


"SE FOSTE PERSONE NORMALI"

Se foste un rom, quella di Salvini non vi apparirebbe come la
sortita delirante di un imbecille da ridicolizzare.

Se foste un
musulmano, o un africano, o comunque un uomo dalla pelle scura, il
pacchetto sicurezza non lo prendereste solo come l'ennesima sortita di
un governo populista e conservatore, eccessiva ma tutto sommato
veniale.

Se foste un lavoratore che guadagna il pane per sé e per i
suoi figli su un'impalcatura, l'annacquamento delle leggi sulla
sicurezza nei luoghi di lavoro non lo dimentichereste il giorno dopo
per occuparvi di altro.

Se foste migrante, il rinvio verso la condanna
a morte, la fame o la schiavitù, non provocherebbe solo il sussulto di
un'indignazione passeggera.

Se foste ebreo sul serio, un politico
xenofobo, razzista e malvagio fino alla ferocia non vi sembrerebbe
qualcuno da lusingare solo perché si dichiara amico di Israele.

Se
foste un politico che ritiene il proprio impegno un servizio ai
cittadini, fareste un'opposizione senza quartiere ad un governo
autoritario, xenofobo, razzista, vigliacco e malvagio.

Se foste un
uomo di sinistra, di qualsiasi sinistra,non vi balocchereste con
questioni di lana caprina od orgogli identitari di natura narcisistica
e vi dedichereste anima e corpo a combattere le ingiustizie.

Se foste
veri cristiani, rifiutereste di vedere rappresentati i valori della
famiglia da notori puttanieri pluridivorziati ingozzati e corrotti
dalla peggior ipocrisia.

Se foste italiani decenti, rifiutereste di
vedere il vostro bel paese avvitarsi intorno al priapismo mentale
impotente di un omino ridicolo gasato da un ego ipertrofico.

Se foste
padri, madri, nonne e nonni che hanno cura per la vita dei loro figli e
nipoti, non vendereste il loro futuro in cambio dei trenta denari di
promesse virtuali.

Se foste esseri umani degni di questo nome, avreste
vergogna di tutto questo schifo.

di Moni Ovadia

mercoledì 13 maggio 2009

CAPPELLANI & CARCERE MINORILE

E' stato denunciato dal sindacato di polizia penitenziaria (Sappe)e èpubblicato sul "Nuovo Quotidiano" di Lecce ( venerdì 8 maggio '09)la chiusura da quasi due anni del carcere minorile di Lecce per lavori di ristrutturazione preventivati in un anno con una spesa improduttiova di oltre due milioni di euro.
C'è da tenere presente che quell'istituto fu anche chiuso per un processo a carico degli agenti per gravi violenze e maltrattamenti nei confronti dei minori, subito dopo trasferiti, oggetto anche di una interogazione parlamentare del sen. Maritati.
La evidenziata spesa di non gestione della struttura comprende il compenso ai 28 guardie e 10 impiegati, ma anche 20mila euro all'anno erogati ai cappellani.
Una ulteriore indagine andrebbe proposta a tutti i livelli per accertare la fondatezza del compenso tuttora eogato ai cappellani per un compito evidentemente da sospendere, se si tien conto soprattutto che il loro impiego dovrebbe essere rapportato anche al numero dei minori internati.
La vicenda dimostra ancora di più di come gli apparati religiosi si pongano, oltre le varie contribuzioni, come "angeli custodi" della vita delle persone e delle istituzioni ( scuola, ospedali, carceri, assistenza), un " ruolo" con simboli e rappresentanti ovunque e a totale carico dello Stato.

Giacomo Grippa, UAAR circolo di Lecce

martedì 12 maggio 2009

NEONAZISTI GRIDANO 'HEIL HITLER' A MAUTHAUSEN. GUERRIGLIA AD ATENE SINISTRA-ESTREMA DESTRA

Irrompono durante la manifestazione per la liberazione del campo di concentramento
In Grecia, scontri con giovani di sinistra che protestano contro l'espulsione dei clandestini
Neonazisti gridano 'Heil Hitler' a Mauthausen
Guerriglia ad Atene sinistra-estrema destra

Neonazisti gridano 'Heil Hitler' a Mauthausen Guerriglia ad Atene sinistra-estrema destra

Gli scontri ad Atene
ATENE - Un rigurgito neonazista sembra attraversare l'Europa. Dall'Austria ad Atene gruppi di giovani bande nere urlano slogan xenofobi. E lo fanno nei luoghi simbolo della repressione nazista, nel campo di concentramento di Mauthausen. Incappucciati, hanno fatto irruzione durante la cerimonia per la commemorazione della liberazione del campo di concentramento urlando "heil Hitler". L'occasione era il 64esimo anniversario della liberazione del campo Ebensee, un sottocampo di Mauthausen. Sono entrati nel campo scandendo slogan e mostrando il braccio alzato ma sono riusciti a fuggire prima che intervenisse la polizia.

Oggi 7000 persone sono hanno partecipato ad un'altra cerimonia organizzata al campo principale di Mauthausen, alla presenza del presidente della repubblica austriaca Heinz Fischer e ai rappresentanti di diverse comunità religiose ma questa volta gli incappucciati sono rimasti lontano.

Corteo neonazista anche ad Atene, in Grecia. Trecento giovani del gruppo "Chryssi Avghi" (Alba d'oro) si sono scontrati con simpatizzanti della sinistra che protestavano contro l'esplulsione di un gruppo di clandestini. Dopo il raduno nella centrale piazza Omonia, i naziskin si sono diretti verso la ex sede della Corte d'appello, da qualche settimana occupata da circa 500 immigrati a rischio di espulsione. Al grido di "via dalla Grecia" e facendo il saluto nazista, gli attivisti di Chryssi Avghi hanno iniziato a lanciare petardi e altri oggetti contro l'edificio, da dove per tutta risposta è partita una fitta sassaiola. Cinque immigrati sono rimasti feriti. A un certo punto gli agenti anti-sommossa sono intervenuti con i lacrimogeni per sgomberare la zona.

In precedenza, circa 150 giovani di estrema sinistra che stavano protestando contro "il raduno razzista" della destra avevano attaccato le forze dell'ordine con bottiglie incendiarie nei pressi del Politecnico di Atene, considerata una roccaforte di autonomi e anarchici. La polizia anche in questo caso ha fatto uso di gas lacrimogeni e i giovani si sono rifugiati nei locali dell'istituto universitario, dove le forze dell'ordine non sono autorizzate a entrare. Tre persone sono state fermate. Una quindicina i feriti.

(10 maggio 2009)
da Antifa

TIROLO, ALBERGO RIFIUTA FAMIGLIA EBREA

L'albergatore ha motivato il no alla prenotazione con il fatto che in passato aveva avuto "cattive esperienze". La vicenda riportata da un quotidiano locale.
Tirolo, albergo rifiuta famiglia ebrea Il turista: "Mai più in questo posto di razzisti"

VIENNA - Un episodio di discriminazione si è verificato in Austria, in una località turistica del Tirolo. Un albergo di Serfaus non ha accettato la prenotazione di una famiglia ebrea di Vienna motivando il rifiuto, nella email di risposta alla richiesta di prenotazione, con le "cattive esperienze" avute in passato con ospiti ebrei.
E' il quotidiano Tiroler Tageszeitung a raccontare la vicenda, che vede protagonista un residence del paesino che, negli anni recenti, è diventato una meta turistica per le famiglie ortodosse ebree, con diversi alberghi che offrono cucina kosher.
Prevedibile il commento della locale comunità ebraica: "E' terribile", ha dettoil presidente Esther Fritsch. Indignazione anche da altri operatori del settore. La proprietaria di un altro albergo, Petra Micheluzzi, ha affermato che un incidente del genere rischia di compromettere il lavoro fatto nel settore turistico in tanti anni.
Il turista, padre di cinque figli, che si è visto rifiutare la prenotazione, ha detto al giornale austriaco che non intende trascorrere le vacanze "in questo posto di razzisti". "Informerò i miei amici di quello che succede in Tirolo", ha detto, senza rivelare il suo nome.

(10 maggio 2009)

da La Repubblica

lunedì 11 maggio 2009

LA CRISI MONDIALE DEL CAPITALISMO E L'ATTACCO ALLA SCUOLA PUBBLICA

E' impossibile capire il senso dell'attacco alla scuola pubblica, come alla sanità, alle pensioni ecc..in Italia e in gran parte del mondo senza tener conto di un dato: il capitalismo che sembrava trionfante e che da almeno due decenni non aveva più contestazioni neanche verbali da quella che una volta era la sinistra, è entrato in crisi.
Crollo delle borse, fallimenti di banche e assicurazioni questa situazione di grave crisi viene affrontata dagli stessi politici che avevano dato via libera agli speculatori tirando fuori di corsa centinaia di miliardi di dollari per compensare.
Concentrare l'attenzione sulla Gelmini è come sparare sull croce rossa , perchè lei nella riforma ci ha messo solo le stronzate come il grembiulino, il voto in condotta, mentre i tagli sono stati fatti da Tremonti e prima da Padoa Schioppa, da Zecchino, Berlinguer, Moratti, Mussi.
INSISTO sulla corresponsabilità del centrosinistra e della destra che, con politiche analoghe, hanno regalato ai privati molte imprese statali redditizie costruite a spese della comunità, non hanno tagliato le spese militari, anzi sono aumentate. Tagliare le spese per la scuola in modo così pasticcione ed affidarsi ad una politicante di provincia come la Gelmini incapace perfino di leggere bene un testo vuol dire che c'è dietro un disegno autoritario ben preciso che oltre che dei Berluscones è anche dei Gelli, Dell'Utri e compagnia cantando.
Aiutare i bancarottieri si trovano i miliardi, mentre per la scuola no, ed ecco che i ragazzi insieme a insegnanti e genitori hanno messo su un movimeto "l'onda anomala" che non si scioglierà in poco tempo, non si fermerà così facilmente. Un movimento ben organizzato che ha capito subito le bugie dei governanti e si sono collocati con altri lavoratori in lotta: erano decenni che non si vedevano studenti davanti alla Fiat di Mirafiori volantinare per coinvolgere gli operai. Hanno capito le bugie contro i lavoratori dell'Alitalia nascondendo che l'Azienda non è affatto in crisi come ci hanno detto per mesi, altrimenti la Air France e Lufthansa non farebbero a gara per comprarla, che i debiti se li è accallati lo stato e ai Colaninno davano gli utili. Perchè non vendere l'Alitalia ad un partner straniero così come fanno con fusioni finanziarie da per tutto nel mondo e dare quei soldi per salvare la scuola?
LA VOSTRA CRISI, DICONO I RAGAZZI, NON LA PAGHIAMO NOI. Continuate così la strada è in salita ma riannodare i fili di una sinistra politica e sindacale che ha disperso un patrimonio storico di decenni non è facile ma si può fare.

Maurizio Maccagnano

Sinistra, finalmente!


Anche a Galatone la sinistra diffusa sul nostro territorio questo, che non sappiamo ancora se definire, Movimento politico inizia un percorso che non vuole esordire adesso perché incombono le elezioni europee e le provinciali.
Ma qui ed ora deve avere inizio un processo politico, non una sommatoria di sigle, una sinistra che sappia ospitare una comunità di popolo e non una elite di desueti dirigenti.
Per noi democrazia è attraversamento, conoscenza e radicamento del territorio, facciamo questo per dare vita ad un cantiere aperto che includa il mondo del lavoro e non lavoro, gli immigrati, il precariato e l’universo dei diritti oggi violati.
Una sinistra unita che sappia fare inchiesta sociale, indagine che diventa lotta politica esplicita, quando appunto fare politica è dare senso alle persone in carne ed ossa.
Oggi più che mai a Galatone, mal-governata da una destra divisa tra Poli Bortone e Pdl berlusconiano ma con l’obiettivo del potere fine a se stesso, c’è l’esigenza di una sinistra unita che sappia far uscire allo scoperto le clientele e le pastette diffuse da amministratori felloni.
Il nostro tentativo di riunire la sinistra è un’educazione civile alla conoscenza e all’amore nei confronti delle storie del nostro popolo.
Noi vogliamo provarci e invitiamo tutte e tutti coloro che si sentono di sinistra, laici, sinceramente democratici, libertari, ambientalisti a riannodare un filo quello spezzato della memoria storica del Movimento Operaio.

Maurizio Maccagnano

9 aprile del 1920 La proclamazione della Repubblica Neretina.

Recuperiamo sul filo della memoria un tentativo di liberazione da parte delle classi oppresse.
È stato istituito, giustamente, un museo della memoria in S.Maria al Bagno per ricordare che tanti neretini accolsero uomini e donne di religione ebraica durante le persecuzioni razziali nazi-fasciste nel ventennio. La destra governativa,
e non solo, ha fortemente voluto e quasi imposto, così come è cattiva tendenza e cattivo gusto, un giorno da dedicare alle foibe.
Qui andrebbe fatto un ampio dibattito serrato sul significato delle foibe che oggi sfugge perché i giovani studenti hanno un distorto insegnamento da parte di docenti poco informati sulla nostra storia che spesso ripiegano a spiegare la filosofia per essere più astratti e meno reali.
Ma allo stesso modo sul filo della memoria storica si è voluto cancellare un evento così importante per la nostra città, per la sinistra tutta, i fatti di quei giorni d’aprile del 1920, in un clima rivoluzionario che videro protagonisti i contadini, i cafoni di Nardò che tentarono di occupare le terre.
Facciamo un po’ di storia che non guasta mai per capire meglio il significato della sommossa dei cafoni:

il governo dell’epoca guidato da Francesco Saverio Nitti, tramite il suo Ministro all’Agricoltura Alfredo Visocchi; varò un decreto il 2 settembre 1919, noto come “decreto Visocchi” teso proprio a favorire la concessione di proprietà terriere incolte ai contadini reduci dalla Ia Guerra Mondiale. E Nardò di terre incolte ne aveva assai.
I contadini tornarono dalla trincea con questa promessa del governo.
Ma tutto questo non avevano fatto i conti con i proprietari terrieri che questi patti non avevano nessuna intenzione di rispettare.
Così con grande passione e spinti dalla mossa, se vogliamo, “rivoluzionaria” da parte del governo Nitti, quegli uomini forse non riuscirono nell’intento di occupare le terre ma a qualcuno di loro, purtroppo, l’impresa la pagò con la morte.
L’unico compagno socialista lombardiano, che qui vale la pena ricordare, per la sua veemenza ed intensità è Vittorio Raho che ebbe insieme con altri compagni della Sezione del PCI nel 1986 rappresentare e mettere in scena al Cinema Moderno in forma teatrale, con lettura di scritti dell’epoca, citazioni e canzoni quel movimento rivoluzionario della lega dei contadini.
Vittorio Raho intellettuale neretino va ricordato in quest’occasione come maestro di vita per come seppe condurre, riprodurre e far rivivere le lotte di quei compagni che come accade spesso la sinistra salottiera volutamente ha dimenticato.
Come possiamo dimenticare due figure di quel movimento dell’aprile del 1920, Giuseppe Giurgola e Gregorio Primitivo: dalla descrizione che ne dà Pantaleo Ingusci sulla Tribuna del Salento del 1975 questi due compagni riuscirono a condurre la rivolta fino in Municipio dove staccarono gli emblemi della monarchia e quadri dei sovrani e proclamarono la Repubblica Neretina.
E’ inutile dire che la polizia, voluta dai padroni della destra agraria locale, fermò la rivolta a modo loro spargendo sangue innocente.
Ma quello che mi chiedo ancora oggi:
possibile che questa sinistra, dispersa in mille rivoli, non riusciva nel 1920 ad organizzare i contadini perché sempre impegnata a realizzare compromessi governativi e subordinare le esigenze delle masse popolari, e non riesce oggi ad istituire un giorno per la memoria di quei contadini che con grande vitalità ebbero il coraggio di passare dalle parole dei politici felloni ed incapaci ai fatti spinti dalla fame e dalla voglia di giustizia sociale e per il riscatto dei propri diritti negati?

A quasi 90 anni da quel 9 aprile riprendiamo il filo spezzato della memoria del movimento operaio e contadino che si è voluto cancellare per dare spazio ai balbettii del socialismo pre-marxiano.
E’ indispensabile più che mai ricordare perché anche se a tratti la storia del movimento operaio può sembrare storia di sconfitte lo si deve alla cancellazione di ogni memoria.



p. COORD. RdB/CUB P.I. Prov:Le Maurizio MACCAGNANO

domenica 10 maggio 2009

9 DICEMBRE 1973. ACCULTURAZIONE E ACCULTURAZIONE

Molti lamentano (in questo frangente dell'austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata furi dal Centro "cattivo" nelle periferie "buone" (viste come dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali - appunto fino a pochi anni fa - era assicurata una vita propria sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addrittura miserabili.
Nussun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi.
Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi al contrario, l'adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. Si può dunque affermare che la "tolleranza" della ideologia edonistica voluta dal nuovo potere è la peggiore delle repressioni della storia umana.
Come si è potuta esercitare tale repressione?
Attraverso due rivoluzioni interne all'organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzone del sistema di informazione. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d'informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato in se l'intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un'opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè - come dicevo - i suoi modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un "uomo che consuma", ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neolaico, ciecamente dimenticato di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienza umane.
L'antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l'unico fenomeno culturale che "omologava" gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale "omologatore" che è l'edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo.
Non c'è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s'intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina) gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo?
No. O lo realizzano materialente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d'animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in posseso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i "figli di papà", i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli. Adesso, al contrario, essi comiciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato al proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricardano neanche più, l'hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l'analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari - umiliati - cancellano nella loro carta d'identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di "studente".
Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo borghese, che essi hanno sùbito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancoa in loro di svilupparsi. Da ciò deriva una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
La reponsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. E' il luogo dove si fa concreta un mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. E' attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.
Non c'è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l'aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l'anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione) non solo l'ha scalfita, ma l'ha lacerata, violata, bruttata per sempre................

Corriere Della Sera - Pierpaolo Pasolini 1973

PIERPAOLO PASOLINI

"La civiltà dei consumi ci ha nauseati. Noi protestiamo in modo radicale. Creiamo un anticorpo a tale civiltà, attraverso il rifiuto. Tutto pareva andare per il meglio, eh? La nostra generazione doveva essere una generazione di integrati? Ed ecco invece come si mettono in realtà le cose. Creiamo nuovi valori religiosi nell'entropia borghese, proprio nel momento in cui stava diventando perfettamente laica ed edonistica. Lo facciamo con un clamore e una violenza rivoluzionaria (violenza di non-violenti!) perchè la nostra critica verso la nostra società è totale e intransigente."

sabato 9 maggio 2009

NUCLEARE? IL PARERE DI UN ESPERTO

Il professor Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica nel 1984, si è apertamente dichiarato CONTRO la costruzione di centrali nucleari in Italia. In un'intervista rilasciata a "La Repubblica" sottolinea che uno studio specifico elaborato dall’Energy Watch Group, documenta come fino all’epoca della "guerra fredda" la domanda e la produzione di uranio, il combustibile per l'energia nucleare, sono salite in parallelo, per effetto delle riserve accumulate a scopi militari. Dal ‘90 in poi, invece, la domanda ha continuato a crescere mentre ora la produzione tende a calare per mancanza di materia prima. Che cosa significa tutto questo, professor Rubbia? Qual è, dunque, la sua visione sul futuro dell’energia?"Significa che non solo il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l’uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni, come del resto anche l’oro, il platino o il rame. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".Eppure, dagli Stati Uniti all’Europa e ancora più nei Paesi emergenti, c’è una gran voglia di nucleare. Anzi, una corsa al nucleare. Secondo lei, sbagliano tutti?"Sa quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie".Ma non si parla ormai di "nucleare sicuro"? Quale è la sua opinione in proposito?"Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo".In che cosa consiste?"Nella possibilità di usare il torio, un elemento largamente disponibile in natura, per alimentare un amplificatore nucleare. Si tratta di un acceleratore, un reattore non critico, che non provoca cioè reazioni a catena. Non produce plutonio. E dal torio, le assicuro, non si tira fuori una bomba. In questo modo, si taglia definitivamente il cordone fra il nucleare militare e quello civile".Lei sarebbe in grado di progettare un impianto di questo tipo?"E’ già stato fatto e la tecnologia sperimentata con successo su piccola scala. Un prototipo da 500 milioni di euro servirebbe per bruciare le scorie nucleari ad alta attività del nostro Paese, producendo allo stesso tempo una discreta quantità di energia".E allora, professor Rubbia, escluso il petrolio, escluso l’uranio ed escluso il carbone, quale può essere a suo avviso l’alternativa?"Esiste un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell’elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità".Ma noi, in Italia e in Europa, non abbiamo i deserti…"E che vuol dire? Noi possiamo sviluppare la tecnologia e costruire impianti di questo genere nelle nostre regioni meridionali o magari in Africa, per trasportare poi l’energia nel nostro Paese. Anche gli antichi romani dicevano che l’uva arrivava da Cartagine. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l’energia necessaria all’intero pianeta. E un’area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell’Italia, un’area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma".Il sole, però, non c’è sempre e invece l’energia occorre di giorno e di notte, d’estate e d’inverno."D’accordo. E infatti, i nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l’energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l’acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente".Se è così semplice, perché allora non si fa?"Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com’è accaduto del resto per il computer vent’anni fa".


....e c'è chi dice che il nucleare a Nardò porterebbe posti di lavoro!



LA MINACCIA NEONAZISTA

Repubblica Ceca-27 aprile 2009
Marce minacciose in quartieri svuotati dalla paura e aggressioni con bombe molotov contro i rom. Negli ultimi giorni è questa la realtà in alcune città della Rep. Ceca. Protagonisti delle violenze, che hanno profondamente turbato il clima politico e sociale del Paese, sono gruppi di giovani neonazisti. Se fino a qualche anno fa le manifestazioni degli estremisti di destra raccoglievano poche decine di partecipanti, oggi attirano centinaia di ragazzi. Come spiega il settimanale Respekt, che all'argomento dedica un'inchiesta, il gruppo più attivo è il Partito operaio, un'ex organizzazione di sinistra infiltrata da neonazisti che alla fine ne hanno preso il controllo. Il Partito operaio è l'unico gruppo neonazista registrato in tribunale e in grado di partecipare alle elezioni. Se alle europee e alle prossime politiche riuscirà a superare la soglia di sbarramento, potrà ottenere cospicui finanziamenti statali. I neonazisti pubblicano anche riviste e fanno proseliti soprattutto tra i più giovani e i lavoratori. Finora, però, il Ministero degli interni non ha preso provvedimenti. Anche perchè, spiega il politologo Jan Charvàt, l'unica arma efficace contro di loro è la MOBILITAZIONE POPOLARE.
da Internazionale

SEGRETARIA LEGA NORD ARRESTATA CON 8 KG DI COCAINA

Erano di ritorno dal Brasile ma al posto dei souvenir sono rientrati con 8 chili di cocaina nascosti in vaschette di carne per il "churrasco". Una coppia di italiani è stata fermata e poi arrestata all'aeroporto di Lugano in Svizzera per traffico internazionale di stupefacenti. Ma di stupefacente c'è anche che la donna fermata non è un'illustre sconosciuta. Anzi.Si tratta infatti, della segretaria del gruppo parlamentare della Lega Nord a Roma. La cocaina, come ha affermato il commissario capo dell’antidroga Armando Scano a "La Regione Ticino", sul mercato si sarebbe trasformata in 200mila dosi.
Fermati per un normale controllo, durante la perquisizione delle valigie alle guardie di confine non sono sfuggite quelle vaschette avvolte in carta stagnola nascoste in mezzo ai vestiti che si trovavano nelle valigie. Le indagini sono affidate al Procuratore pubblico di Lugano Nicola Raspini.La coppia aveva raggiunto lo scalo svizzero con un volo proveniente da Zurigo. Non si esclude che abbiano scelto lo scalo ticinese sperando che i controlli fossero meno ferrei che a Malpensa. Da capire se lo stupefacente fosse destinato al mercato italiano o a quello ticinese.

da Indymedia
E' una notizia che non merita neanche un minuto di spazio nei tg nazionali............vero??????
Perchè in nessun blog o sito non è comparso il nome e cognome di questa gentile signora ????Forse per la legge sulla privacy...................................................................................................

venerdì 8 maggio 2009

NELLA PALUDE DELL' INDIFFERENZA

Quanto è grande un cimitero?
Può esser piccolo, piccolissimo a volte;
altre volte può essere grande, immenso, grande quanto un mare;
a volte può esser grande quanto il mar Mediterraneo…
Ma a chi interessa. Nella palude dell’indifferenza ci si sguazza che è una meraviglia!
A chi interessa se una PERSONA si impicca nel centro di espulsione romano di Ponte Galeria?
A chi interessa se è tunisina e se non aveva il permesso di soggiorno?
Nabruka M., non vedeva la Tunisia da trent’anni, da quando negli anni ‘80 era arrivata in Italia.
Nel 1999, grazie alla sanatoria Turco-Napolitano, ottiene un permesso di soggiorno.
Ma due anni dopo non è in grado di rinnovarlo e arriva la prima espulsione:
quindici giorni di tempo per lasciare il territorio italiano.
Nabruka M. decide di restare e nel 2003 viene arrestata per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Sconta cinque anni nel carcere di Rebibbia e poi passa ad un centro riabilitativo e dal 24 aprile viene,infine, trasferita al CIE, il centro romano di espulsione di Ponte Galeria (che è come un carcere in pratica).
Ieri doveva essere rimpatriata nel suo paese d’origine ma ella non voleva tornare indietro.
Non poteva crederci:
diceva che nessuno l’aspettava e che non aveva più nulla lì. Poi si vergognava di quel che aveva fatto e quindi aveva paura di come sarebbe stata accolta.
E così, con un gesto disperato, a soli 49 anni, Nabruka M., si impicca nel bagno del centro di espulsione con la sua maglietta elasticizzata.
Ma di queste PERSONE,
di Nabruka M., chi se ne fotte?!

9 MAGGIO 2009

Per non dimenticare, sabato 9 maggio, in occasione della commemorazione dell'annivrsario della morte di Aldo Moro e Peppino Impastato avvenuta il 9 maggio 1978, nel seminterrato ipogeo degli Aioresis, si terra un cineforum con la proiezione di: "Buongiorno notte - M.Bellocchio", "I Cento Passi - M.T.Giordana" e un inedito sui fatti del G8 di Genova "Governare con la paura - Cremagnani, Deaglio e Portanova".

giovedì 7 maggio 2009

Il 25 Aprile di Marcello Dell'Utri

Un colpo di fulmine. Il senatore Marcello Dell'Utri ha scoperto l'uomo Mussolini e confessa di trovarlo "straordinario, di grande cultura". La scoperta grazie ai diari segreti del dittatore sui quali il senatore già fondatore di Forza Italia mise le mani un paio di anni fa, in virtù dela passione per i libri antichi e della conoscenza di un notaio svizzero che li aveva in custodia. Molti storici sono scettici sull'autenticità di quelle cinque agende che vanno dal 1935 al 1939, ma Dell'Utri ha spiegato ieri - intervistato dalla web-tv di Klaus Davi - che da quella lettura "viene fuori una figura diversa da quella che ci è stata propinata dai vincitori, non era un buffone nè un ignorante e tantomeno un sanguinario. Era un uomo buono, era solona brava persona che ha fatto degli errori".
L'antico suggeritore e compagno di Berlusconi - già condannato per mafia a Palermo - è ormai un pò nell'ombra e al congresso fondativo del Popolo della Libertà è sfuggito ai riflettori. Sul ventennio ha idee decisamente all'antica, soprattutto rispetto alla <<>> del 25 Aprile scorso di Silvio Berlusconi. "Mussolini - spiega il senatore - ha perso la guerra perchè era troppo buono. Non era spietato e sanguinario come Stalin. Non è colpa sua se il fascismo diventò un orrendo regime. Sono state le sanzioni a costringerlo a trovare un accordo con Hitler che non stimava per niente, anzi temeva". Ci sono state le leggi razziali, certo, ma Dell'Utri rivela che "nei suoi diari Mussolini scrive chedovevano essere blande". Poi si passa alle opinioni personali. "I repubblichini di Salò? Secondo il senatore "erano al 100% partigiani di destra. Salò non è certo stata una bella cosa però erano esseri umani che hanno lottato al pari degli altri per la loro idealità". E poi largo all'attualità. Le veline? "Laureate e preparate politicamente sono di gran lunga più apprezzabili di alcune tele giornaliste che nonconoscono l'italiano". E la Rai. Il centrodestra deve occuparla, chiede Klaus Davi. "Perchè no - risponde Dell'Utri - anche se speriamo di non doverla occupare. Ma un pò ha ragione Gasparri, è ancora in mano alla sinistra. E non so come stia in piedi non essendo un'azienda a tutto tondo e avendo i presidenti, i direttori generali e gli amministratori delegati che vengono scelti dalla politica"

ANM: 6.000.000 PROCESSI PENDENTI, E' ALLA BANCAROTTA

Con 6 milioni e 600 mila processi pendenti tra civile e penale e risorse sempre più esigue la giustizia italiana è a "rischio bancarotta". <<>>, avverte il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara.
Quanto la situazione sia difficile lo dicono i numeri, denunciati ieri in una conferenza stampa: le pendenze civili ammontano a 5 milioni e 400 mila; quelle penali a un milione e 500 mila: per eliminarle occorrerebbero rispettivamante 16 mesi e 13 mesi di lavoro esclusivo (senza cioè che i magistrati si occupino dei nuovi procedimenti) e con un tasso di produttività altissimo. Una condizione irrealizzabile sia perchè secondo la ANM la produttività attuale << è ai limiti dell'intollerabilità >> sia per il numero elevatissimo dei nuovi procedimenti (4,5 mln nel civile) e (1,6 nel penale) ogni anno si aggiungono alla montagna dell'arretrato. L'allarme è condiviso dai rappresentanti delle altre magistrature del personale amministrativo e dell'avvocatura e che domani sarà al centro della giornata nazionale per la giustizia. Un appuntamento che per la prima volta mette a confronto tutto il settore e al quale sono stati invitati il ministro Alfano, la presidente di Confindustria Marcegaglia e il segretario della Cgil Epifani.

da il Manifesto

domenica 3 maggio 2009

CI CHIAMAVANO RIBELLI



"Vedendo voi giovani mi viene in mente la mia giovinezza.........ma soprattutto mi viene in mente questo: che sin dal primo momento, senza esitare, io presi la mia posizione contro il fascismo. E la presi pur sapendo che avrei pagato alti prezzi. Voi forse non sapete cosa significa sacrificare quindici anni della propria, ardente giovinezza. Ma io sono fiero di aver compiuto quel dovere. E' vero, noi anziani abbiamo commesso degli errori, io ho commesso degli errori. Ma non ho mai commesso l'errore di tradire la libertà e la democrazia. Questo è il mio orgoglio! Come noi prendemmo allora posizione, e subito, contro il fascismo, voi oggi dovete prendere posizione contro la violenza, una violenza che viene anche dal fascismo. Questo dovete farlo non per noi che stiamo terminando la nostra giornata ma per il vostro avvenire. Non dimenticate mai quanto ho detto a voi giovani in altre circostanze: QUANDO LA LIBERTA' E' PERDUTA, TUTTO E' PERDUTO. QUINDI, COME IERI, OGGI E SEMPRE RESISTENZA"

"Più volte ho fatto questo bilancio. E tutte le volte sono arrivato a questa conclusione: se per un prodgio della sorte mi fosse dato di ricominciare da capo, prenderei la stessa strada che presi, ventenne, nella mia Savona, e la percorrerei con la fede, la volontà e l'animo di allora, pur sapendo di doverne pagare il prezzo, lo stesso prezzo che ho pagato. Così, giunto al termine della mia giornata, mi volgo a guardare la strada che ho percorso, e mi sembra di avere speso bene la mia vita"

Sandro Pertini

giovedì 30 aprile 2009

DIARIO DA L' AQUILA

LUNEDì 27\04\09 ORE 21;54

L ' AQUILA

Qui è un disastro...
Dal momento in cui scrivo, effettivamente non so ancora come passerò la notte.
La storia è questa:
da Pescara ho preso l' autobus diritto per l' Aquila.
Dopo esser salito per una sessantina di chilometri sulla dorsale dell' Appennino abruzzese son giunto in questa terra distrutta.
Fino a pochi chilometri dall' epicentro del sisma,e quindi l'Aquila,il paesaggio è rimasto inalterato.
Cascine,vegetazione e pascoli,fiumiciattoli e corsi d' acqua,dighe e promontori,cielo plumbeo,
come se dovesse piangere da un momento all' altro.
Sui fianchi scoscesi dei massicci più alti la neve pareva come velare e infarinare quei titani che creavano in me stupore al passaggio,mi disvelavano un mondo quanto mai inconsueto.
Poi,prima di giungere in questa "capitale d' orrore" comincio a intravedere le prime avvisaglie di quel che mi aspetta.
Di tanto in tanto una casetta mostrava un fianco,un tetto crollato..poi le rovine diventano man mano più presenti.
Finchè,giunto all' autostazione,scendo dal bus e cammino cammino a prender coscienza di come,natura,possente mano devastatrice possa calar dall' alto e troncare esistenze e il mondo dell' uomo,che qui a l' Aquila sembra davvero il mondo dei nani!
Trovo dapprima gendarmi che dell' esercito mi dicon che entrare nel centro non posso,
poichè completamente disabitato e quindi basta solo la presenza che l' occhiuta sorveglianza
della polizia fecean di me " uno sciacallo ".
Indi non entro,meglio l' esterno della città che gli interni di una Questura..
Poi proseguo e cammino cammino destandomi per guardar per aria come se fossero due le sensazioni madri che pervadevano il mio spirito:
stato di allerta per il rischio di vedermi sepolto da macerie di abitazioni pericolanti e stato di
circospezione per l' enorme dispiegamento di forze.
Sbirri e compagnia bella,carabinieri,guardie di ogni tipo,eserciti,protezioni e croci rosse.
Mi rendo conto sin da subito che,forse,non uno in Italia abbia fatto come me:
forse nessun civile ha sfidato da solo quei buontemponi del governo ed è venuto qui sul posto
a vedere cosa sia successo.
Trovo la prima tendopoli ma non pago sfido il maltempo e sotto la pioggia,arrivo, dopo quattro o cinque chilometri,presso Piazza d' armi(2500 persone),la più grande " tendaglia " del dopo sciagura.Quivi inoltro la mia richiesta,cioè quella di trovare uno studente o una studentessa che
voglia abbandonare questo inferno per seguirmi a Bologna dove un letto ed un pasto franco sono solo espressione di quel poco di solidarietà che posso offrire.
Ma niente da fare,è sera e gli uffici son chiusi.
Devo attendere perchè solo domani potrò raggiungere il centro informazioni principale.
Non mi resta che trovare riparo e pur nelle difficoltà non mi perdo d' animo:
scelgo la stazione e percorro altra strada finchè una volta li mi accorgo che tendopoli attigua e vagoni di treno son quasi tutti occupati dai terremotati,poveri cristi calamitati che anche nelle macchine trovano mezzo per dimorare.
Grandi,vecchi,donne e bambini..è questa la loro casa ora.
Mia fortuna,per ora,è ripiegare in un pezzo di biglietteria della stazione che pur inagibile rappresenta per me agio ed altro non chiedo se non un paio d' ore di agognato riposo.
Speriamo bene;ma più che a me mi piace pensare agli altri, a chi ha perduto tutto ed una cosa è certa:il centro dell' Aquila è completamente diroccato e svuotato,la circonvallazione mostra le case tutte "crepate" e quindi presuppongo che anche lì non ci sia vita.
Tutte le vite sono nelle tende,nelle macchine,nei treni,altrove,ma non qui,non all' Aquila;
qui la gente sta fuori!...
IL GIORNO DOPO. ORE 16,00 CIRCA:
Il treno intercity che mi conduce a Bologna(con mezz'ora di ritardo) rappresenta per me l' ultimo dei tram-tram che ho dovuto affrontare;non è così per i terremotati che se la vedranno brutta chissà ancora per quanto tempo.
La nottata è stata difficile:
dopo aver occupato la biglietteria della stazione dell' Aquila(sebbene inagibile) mi ero illuso di poter sostare senza problemi.
Ma così non è stato.Il freddo mi è entrato nelle ossa,ma non volendo creare,io,civile,ulteriore disagio alle organizzazioni che gestiscono i soccorsi e gli "alloggi", preferivo in un primo momento
fere resistenza e stringendo i denti mi ero messo in testa di dar battaglia al "generale freddo".
Poi,quando la temperatura è divenuta insostenibile,gelida e sotto lo zero ho capito che colla natura non ti ci puoi metter di traverso perchè è lei che decide;quindi verso le 03 e 30 sventolando bandiera bianca divento "sfollante" e chiedo un posto più caldo ai funzionari della croce rossa.
Questi subito mi danno una coperta caldissima e mi indicano carrozza e scompartimento ove poter riparare e lì provo quello che tanti e tanti ormai da settimane saggiano.
Per molti il treno è divenuto casa e letto e fra tanti dispersi mi accorgo che disperare è plausibile
per chi ha perduto tutto;che un treno non tuo è quel che ti rimane....
Quando mi sveglio è già mattino,ore 08;30 e prendo il cammino che porta al C.O.M.(centro operativo misto) dove potrò essere ascoltato.
Salgo e scendo per cinque o sei chilometri,o forse sette, tanto le scarpe son nuove e quindi bisogna andar,sotto una tenue "pioggia di Londra" mi lascio alla stazione una notte dura di quelle che ti fanno la scorza.
La veglia notturna,le donne chiuse a dormire nelle auto strapiene di ogni genere di fabbisogno,i discorsi di un vecchio "fumante" che ha perduto il suo figliuolo,i bimbi nei caravan,chi reca in mano uno spazzolino,chi fa da piantone alle entrate dei "dormitori d' occorrenza",tutto ciò non si può dimenticare.
Giunto al C.O.M. trovo udienza in due signori che si occupano di assistenza alla popolazione.
Trovando la mia iniziativa lodevole mi mettono in contatto con i rappresentanti degli studenti che
son nelle tende.
Mauro e Alessia spargon la voce ma prima delle 13;00 non ricevo alcuna notizia.
Poi mi chiamiano e mi dicon che i giovani studenti ringraziano chi come me vuol dare una mano
ma che sarebbe egoistico da parte loro lasciare quella terra anche perchè vecchi e bambini han bisogno di loro.
Capisco ringrazio e saluto e a me non resta che tornare a casa.
Altri cinque chilometri per raggiungere la stazione dei bus anche se con l' avvento del Papa forse non potrò salpare prima del pomeriggio(almeno così mi dice una vigilessa).
Invece alle ore 13;05 salto su e riparto per Pescara scattando con gli occhi fotografie di ultimi attimi che fissano in me memorie indelebili di umanità stravolte.
Poi ritornano i filmati pastorali e bucolici che mi accompagnano fino a Pescara.
Eccomi qui sul treno che scrivo...
quello che posso denunciare è lo sciacallaggio del governo che fra blocchi,stati di allerta per le nuove scosse,militarizzazioni davvero eccessive non fa che frenare comportamenti mutualistici e di solidarietà che dovrebbero accrescersi, secondo me.
Sono principi e pratiche sociali che spingono verso accezioni che chiamerei di comunismo e forse per questo riesco a vedere anche una lunga mano di proibizionismo.
Io spero sempre che qualora dovesse succedere qualche sciagura dalle nostre parti ci sia sempre un Angelo che porta la "crostata della nonna"....
L' impegno civile è una scuola che deve sempre toccare il cuore dell' altro ,del debole e di chi sta soffrendo..

Angelo