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venerdì 18 settembre 2009

La cultura delle veline

Che l’intemperanza sessuale rappresenti il peccato per eccellenza, in assenza del quale non si possono rilevare infrazioni degne di nota è un vecchio portato della morale cattolica, di cui sarebbe ora di liberarsi.

È strano. Si è parlato tanto di “veline”, in questi mesi, e nessuno, che io sappia, ha mai sentito il bisogno di ricordare che l’uso contemporaneo di questo termine – nel senso, più o meno, di giovane donna partecipante in funziona esornativa a spettacoli televisivi di vario tipo – è il frutto di una metafora, anzi, di una doppia metafora strettamente legata al mondo dell’informazione.“Veline”, nel gergo giornalistico, erano le direttive che, in periodo fascista, e anche dopo, i vari ministeri facevano avere alle redazioni per prescrivere come andassero trattate le notizie del giorno e per evitare commenti sgraditi al governo. Erano scritte, queste istruzioni, su fogli di carta sottile (velina, appunto, anche se il termine esatto sarebbe dovuto essere “vergatina”), perché all’epoca la tecnologia della produzione simultanea di testi identici non andava oltre l’uso della carta carbone, che tale materiale, in genere, richiedeva, e nessuno avrebbe associato il termine a una bella ragazza finché, in tempi a noi più vicini, un comico televisivo nel cui programma si simulava l’attività di una redazione non ebbe l’idea di far apparire accanto ai suoi finti giornalisti appunto delle “veline” personificate. Era un accenno piuttosto pesante alla mancanza di libertà e di spirito critico che in quel mondo vigeva e vige tuttora, ma l’allusione andò presto perduta e l’espressione, come spesso succede, rimase, moltiplicandosi, anzi, fino a produrre le “letterine”, le “letteronze”, le “meteorine” e tutti gli altri diminutivi e accrescitivi usati per indicare le giovani sorridenti e non molto vestite che sempre più affollano i teleschermi.
Che poi, nella società dello spettacolo in cui ci tocca di vivere, quelle care figliole dai teleschermi finissero per uscire, diventando protagoniste in prima persona della vita sociale e passando, quindi, dal ruolo di operatrici dell’informazione a quello di soggetti della medesima, sfruttando anche l’ormai acquisita consuetudine con personaggi maschili illustri, quali calciatori, imprenditori e uomini politici di primo piano, non è cosa che possa stupire nessuno. Come non è da stupirsi se un personaggio che già di suo tende a esorbitare dai vari ruoli televisivi confondendoli tutti (è, al tempo stesso, proprietario di televisioni, personaggio televisivo e oggetto, in quanto uomo politico, di cronaca e commenti in TV) apprezzi particolarmente la loro compagnia. Pure non si dovrebbe dimenticare che ogni volta che sulla stampa o in televisione si parla di “veline” si allude, in genere senza accorgersene, al problema di fondo dei rapporti tra informazione e potere, con particolare riguardo alle incessanti pretese del secondo di conculcare la prima. Da questo punto di vista, è fin troppo naturale che la compagnia di veline si addica particolarmente a chi ha giocato tutta la sua carriera politica e imprenditoriale sull’uso e l’abuso degli strumenti di informazione. E nel fatto che chi di veline ha ferito di veline rischi, se non di perire, almeno di soffrire dei seri danni, si potrebbe vedere, con un pizzico di ottimismo, la manifestazione di una sorta di nemesi mediatica.

Problema culturale

Tutta mediatica, d’altronde, è la guerra che si è combattuta, nel corso della recente campagna elettorale, attorno al presidente del consiglio, sulle sue frequentazioni femminili e sul loro significato personale e morale. La storia del perfido Silvio e della povera Veronica e quella, simmetrica, della perfida Veronica e del povero Silvio si sono contrapposte sulle prime pagine dei quotidiani e nei salotti televisivi, il che, visto la stato di squilibrio vigente in Italia in tema di controllo di quegli strumenti non ha potuto che produrre una versione squilibrata dei fatti. Così, il problema – assolutamente trascurabile – dell’eventuale esistenza di un intercorso sessuale tra l’anziano premier e una giovinetta dei dintorni di Napoli (un evento, a mio avviso, piuttosto improbabile, vista la pubblicità che lo stesso presidente del consiglio ha dato ai loro rapporti) ha avuto un rilievo francamente spropositato, lasciando in ombra una quantità di altri, pur leciti, interrogativi.
Perché, in definitiva, se scopro che il leader politico del paese ha fatto l’amore con una minorenne, posso scandalizzarmene – certo – o dirmi che da un tipo così non ci si poteva aspettare nient’altro, ma, in fondo, quelli restano affari suoi e di motivazione tutt’altro che oscura, mentre mi possono interessare di più i motivi della sua pubblica comparsa in una discoteca alle falde del Vesuvio, o il tipo di feste che usa organizzare nella sua villa di Porto Rotondo, o altri dati relativi agli ambienti che frequenta e in cui si riconosce. È un problema, in buona parte, di carattere culturale, ma merita di essere posto. Che l‘intemperanza sessuale rappresenti il peccato per eccellenza, in assenza del quale non si possono rilevare infrazioni degne di nota è un vecchio portato della morale cattolica, di cui sarebbe ora di liberarsi. Perché poco mi interessa delle imprese erotiche di Berlusconi (o dell’esistenza di eventuali “compagni” di sua moglie) e molto di più vorrei sapere sul tipo di morale sociale che il personaggio incarna, sulla cultura che propone e adibisce nel governo del paese. Ma so bene che di argomenti del genere la stampa e la televisione delle veline non hanno né la capacità né l’interesse di trattare.

di Carlo Oliva da "A"rivista

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