mercoledì 16 marzo 2011
La Lega nord e le leggi razziali

di Marco Barone
In questi giorni piovono provocazioni di varia natura.Vedi le dichiarazioni della Gelmini contro la categoria docente ed Ata, vedi l’insistere sul nucleare senza prospettar rispetto alcuno per i morti presenti e futuri del Giappone, e vedi specialmente le continue dichiarazioni della Lega Nord.
In un comunicato pubblicato sul sito della Lega Nord di Trieste si legge che….
E’ ora di smetterla con le strumentalizzazioni di un partito come quello di Fini sulla bandiera e sull’inno nazionale. Sempre nei confronti della Lega, unico vero partito del nord. Ieri ho dato indicazione di uscire dall’aula del Consiglio per evitare scontri, oggi, letto il giornale, sono costretto a dire ciò che penso. Come può festeggiare il 150° un partito i cui uomini votati dal centro destra hanno tentato e tuttora tentano di far cadere il governo proprio nell’anno del 150°. Con chi intende festeggiare questo evento un partito che continua a sfavorire gli italiani cercando di destinare quelle poche risorse disponibili agli stranieri ultimi arrivati. Come può sventolare la bandiera italiana e cantare l’inno nazionale un partito come il F.L.I. che in Consiglio comunale ha votato no al tetto degli stranieri nelle scuole comunali e no alla precedenza agli italiani nei servizi sociali ? Maurizio Ferrara - capogruppo Lega Nord
Tale comunicato si chiude con un chiaro punto interrogativo.
Ora la domanda la pongo io.
Come è possibile che in questo paese, che ha vissuto, patito, sofferto e debellato il fascismo, si permetta a forze politiche come la Lega Nord, Casapound, Forza Nuova, giusto per citarne alcune, legittimazione politica ed istituzionale?Come si conciliano i programmi separatisti,i richiami alla carta di Verona, alla legislazione fascista sul lavoro, che caratterizzano alcune forze politiche di questo paese con la Carta Costituzionale? O Con le DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI titolo XII dove si esplica che È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista?
Per rinfrescar la memoria perduta il Gran Consiglio del Fascismo stabiliva ad esempio
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero
Mentre il .“REGIO DECRETO – LEGGE 5 settembre 1938 – XVI, n. 1390″ Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA stabilica che :
Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, nè al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.
Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.
Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.
Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.
Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.
Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l’educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.
Cosa vogliono i leghisti? Proporre nuove leggi razziali fasciste?
Vogliono il fascismo?
Ed allora mi chiedo perchè queste forze politiche antidemocratiche e con principi e valori contrastanti con la Costituzione ancora vigente, trovano legittimazione istituzionale e legale?
La lega nord è stata sottovalutata per anni ed anni, ed ora hanno un potere così consolidato che sono in grado di determinare le sorti presenti e future di un Governo.
Ma la cosa più preoccupante è che rappresentano anche un sentimento diffuso sul territorio nazionale.
Campagne mediatiche continue ed orribilanti, il creare sentimento di insicurezza, di allarmismo, di precarietà esistenziale e lavorativa, il dividere, ha uno scopo ben preciso.
Riproporre il fascismo.
Credo che deve essere valutata la possibilità e la contestuale necessità di proporre iniziativa popolare per chiedere lo scioglimento di partiti come quello della Lega Nord, Casapound, Forza nuova.
Non è democrazia richiamarsi a principi fascisti, non è democrazia invocare le armi per distruggere l’unità dello Stato Italiano.
Questa democrazia per quanto mal funzionante, è figlia di un qualcosa che è costata la vita, sofferenze enormi a milioni di persone.
Quel qualcosa di meschino, schifoso era il fascismo.
La legge n. 645 20 giugno 1952, anche detta legge Scelba, all’art. 4 sancisce il reato di apologia del fascismo. Un reato commesso da chiunque faccia propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche
da Reset-Italia
LOU REED - PERFECT DAY
LOU REED - PERFECT DAY
Just a perfect day
drink Sangria in the park
And then later
when it gets dark, we go home
Just a perfect day
feed animals in the zoo
Then later
a movie, too, and then home
Oh, it's such a perfect day
I'm glad I spend it with you
Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on
You just keep me hanging on
Just a perfect day
problems all left alone
Weekenders on our own
it's such fun
Just a perfect day
you made me forget myself
I thought I was
someone else, someone good
Oh, it's such a perfect day
I'm glad I spent it with you
Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on
You just keep me hanging on
You're going to reap just what you sow [x4]
LOU REED - GIORNO PERFETTO
Solo un giorno perfetto
Bevendo sangria nel parco
E poi, più tardi
Quando fa buio, andiamo a casa
Solo un giorno perfetto
dare da mangiare agli animali allo zoo
E poi, più tardi
un film, e poi casa
Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere
Solo un giorno perfetto
I problemi sono lasciati soli
Turisti per conto nostro
E' così divertente
Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
qualcuno valido
Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere
Raccoglierai ciò che hai seminato (x 2)
martedì 15 marzo 2011
Mashreq va alla guerra

da FortressEurope
Mashreq ha 20 anni e non ha mai stretto prima un fucile tra le mani. Ma non c'è problema. È venuto qui apposta per imparare, insieme agli altri “volontari”, come li chiamano. Arrivano a Benghazi ogni giorno, da tutte le città della Cirenaica, per arruolarsi e difendere la popolazione dalla violenta repressione scatenata dalla famiglia Gheddafi. Funziona che chi ha un'arma e sa usarla va direttamente al fronte in macchina, per gli altri c'è una specie di centro di addestramento in città, dove imparare i rudimenti delle armi da fuoco. Perché i militari in servizio sono troppo pochi. I corsi si tengono all'aperto, nel piazzale della caserma “7 aprile”, rinominata per l'occasione “base dei martiri”. Stamattina c'erano almeno 500 ragazzi. C'è il gruppo della contraerea, quello dei lanciarazzi, ma anche quello più elementare dove si insegna a sparare con i vecchi kalashnikov del malridotto esercito libico della Cirenaica. Perché si parte proprio dall'abc. Ragazzi come Mashreq infatti non hanno la più pallida idea di cosa li aspetti al fronte.
Lui fino al mese scorso era un comune studente di informatica. All'inizio nemmeno tanto coinvolto nel movimento del 17 febbraio. Fin quando negli scontri di Ras Lanuf della settimana scorsa ha perso uno dei suoi migliori amici e ha deciso di arruolarsi. Dietro di lui, in fila indiana davanti all'ingresso del campo di addestramento, incontriamo i suoi compagni di corso dell'università, Mahmud Adrira e Younes, di 21 e 20 anni, e i loro amici Monsif e Jamal, che di anni ne hanno appena 17. Sono fieri e coraggiosi, anche se i più sinceri non nascondono la paura. Perché intanto dal fronte arrivano pessime notizie.
Oggi Zuwarah, alla frontiera con la Tunisia, è stata bombardata. Si parla al momento di almeno sette feriti e un morto, Sama 'Azzabi, conosciuto come un attivista della città. La notizia mi è arrivata per telefono da un attivista di Tripoli che mi ha chiamato dalle montagne di Nalut, una regione liberata a sud di Tripoli, dove si sono rifugiati molti libici scappati dalla capitale.
Mentre ancora non è chiaro il destino della cittadina di Brega e della sua preziosa raffineria. Domenica sera anche il generale Abdelfattah Younis, l'ex ministro dell'interno passato con gli insorti, aveva ammesso la disfatta, ma oggi si rincorrono voci di un contrattacco che avrebbe portato alla sua riconquista da parte dei ribelli. Ad ogni modo il fronte è destinato a spostarsi sempre più vicino alla città di Ijdabiya, che da Benghazi dista soltanto 150 km e che oggi ha ricevuto un primo avvertimento, con un bombardamento alle porte della città che fortunatamente non ha fatto nessuna vittima. L'importanza strategica di Ijdabiya deriva dal fatto che da lì partono tre importanti strade che se dovesse cadere la città, permetterebbero alle forze di Gheddafi di aggirare Benghazi da est verso Tobruk, e cingerla d'assedio. Mentre Benghazi si prepara alla guerra però, chi conosce meglio Gheddafi invita alla calma. Kamal Mussa è uno di loro.
Lui a Benghazi è il responsabile delle evacuazioni degli stranieri. Prima della rivoluzione faceva il commerciante, a Ginevra, in Svizzera. Ma di politica si occupa dai tempi dei movimenti studenteschi del 1977, quelli finiti con gli studenti di Benghazi impiccati in piazza per intendersi. Per la sua attività politica è già finito in carcere una volta, nel 1996. Ma oggi non ha più paura di parlare a volto scoperto e scommette sulla imminente fine del Colonnello. Secondo lui le milizie di Gheddafi sono sicuramente superiori sul terreno aperto, fondamentalmente perché dispongono dell'artiglieria pesante e dell'aviazione. Ma quelle stesse forze sono insufficienti - sostiene – per affrontare una guerriglia urbana in una città di 100.000 abitanti come Ijdabiya, e tantomeno in una città di un milione di abitanti come Benghazi.
A maggior ragione vista la determinazione e la passione dei giovani insorti. È un'intera generazione che per una volta ha voglia di vincere. Di piegare la storia al proprio volere. Con la stessa forza di quella ruspa che oggi ha sfondato il muro della vecchia base delle milizie di Gheddafi, la Katiba, nel cuore di Benghazi. Al tramonto, del vecchio muro di cinta non restavano che i tondini d'acciaio del cemento armato annodati tra le macerie venute giù. Sui blocchi lasciati in piedi all'ingresso della caserma, restano soltanto i poster con le foto dei martiri e gli slogan della rivoluzione scritti con lo spray. È una vera e propria profanazione dei luoghi della dittatura, che il regime cerca di censurare in tutti i modi.
Mms e sms non funzionano, a parte il messaggino pro governativo spedito oggi dalla compagnia Libyana a tutti i suoi clienti con su scritto “Viva la Libia unita e sicura”. I telefonini prendono male. E soprattutto internet è completamente fuori uso da settimane. Le uniche connessioni sono quelle satellitari degli alberghi della stampa a Benghazi. Ma la gente non ha accesso alla rete. Non può caricare i video su facebook e farli circolare da una città all'altra, per incoraggiarsi l'un l'altro e per organizzare in tempo reale le manifestazioni. L'unico mezzo di condivisione è il bluetooth dei telefonini, ma è troppo lento per una comunicazione di massa. Così a Tripoli sono in pochi a sapere cosa stia succedendo davvero a Benghazi e la paura continua a tenere in stallo la popolazione della capitale.
Gli amici di Tripoli confermano questa mia impressione. Sono tornati oggi in città dalle montagne di Nalut. Dicono che in città è stato schierato un dispositivo securitario impressionante. Ci sono agenti delle forze di sicurezza dappertutto. E dopo la strage di due settimane fa, la gente è semplicemente terrorizzata. Anche perché gli arresti degli attivisti stanno continuando. Anche se poi nel quartiere popolare di Abu Selim al contrario molti abitanti si sono schierati a favore di Gheddafi. Secondo i miei amici attivisti di Tripoli, si tratterebbe di ragazzi poveri, che sarebbero stati ben pagati per scandire gli slogan cari al colonnello. Ma allo stesso tempo non ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ogni regime ha i suoi sostenitori, e anche quello di Gheddafi ne ha di sinceri. Sono pochi ma sono dappertutto, anche dove meno te lo aspetti. Ad esempio in mezzo ai ragazzi della rivoluzione di Benghazi.
Da quando sono arrivato ho sempre immaginato che nella piazza del tribunale di Benghazi ci fosse qualche spia. Ma non avrei mai pensato che parlasse italiano. Mohamed invece lo parla molto bene. E dire che ha vissuto in Italia soltanto due anni, a Avezzano , in Abruzzo, dove ha lavorato come cameriere al Gran Caffè. Oltre all'italiano parla anche inglese e ungherese. Ripete a memoria le battute del discorso di Gheddafi: “I manifestanti sono drogati, avanzi di galera e puttane. Non c'è più sicurezza nel paese, hanno ucciso troppa gente. Anche il giornalista di Al Jazeera, l'hanno ammazzato per creare il caos e attirare l'attenzione del mondo. Ma Gheddafi tornerà e riconquisterà la città. Perché è un uomo benedetto. E la rivoluzione è tutto un complotto delle potenze straniere che vogliono mettere le mani sul petrolio. È tutto un problema di colonialismo”.
Fortuna che non tutti i libici reduci dall'Italia la pensano allo stesso modo! Gioacchino è uno di loro. Come si chiami davvero non lo so, ma si fa chiamare così dagli amici italiani con cui parla con un marcato accento romanesco. A Benghazi vive con la moglie italiana e i tre bambini, Marco, Sara e Ahmed. Classe media, gira con una Chevrolet e ha un negozio di arredamento, che però è chiuso da un mese. Come metà delle attività commerciali della città d'altronde. I motivi sono due. Il primo è che gli affari in questo momento girano male. Anche perché ci sono pochi contanti in giro, i bancomat sono fuori uso, e la gente non spende soldi con la paura e l'incertezza che regnano. Il secondo è che non ci sono più i lavoratori. A Benghazi come in tutta la Libia, un abitante su quattro è un emigrato. Qui la più grande comunità è quella degli egiziani. Poi ci sono i tunisini, i sudanesi, i chadiani, gli indiani, i cinesi. C'erano anzi, perché se ne sono andati a migliaia. Centomila hanno raggiunto il varco di frontiera di Sallum in Egitto. Diecimila cinesi sono stati evacuati dal porto sui traghetti greci diretti a Creta, altri sono partiti sulle navi dirette a Alexandria d'Egitto. E il risultato è che non ci sono più muratori, operai, camerieri, artigiani, baristi. Senza di loro l'economia è ferma e la situazione è destinata a peggiorare visto che ogni giorno ci sono nuove partenze.
Anche oggi se ne sono andati in Egitto un centinaio di chadiani, a bordo di due autobus partiti dal campo della Mezza luna crescente rossa libica, allestito nei dormitori di un cantiere edile di una compagnia indiana davanti allo stadio di Benghazi. Qui vivono da un mese alcune centinaia di africani. Sono i neri fuggiti dai quartieri di Benghazi, per paura di essere scambiati per i miliziani delle legioni africane di Gheddafi e uccisi per vendetta dai ragazzi della rivoluzione. Per un certo periodo sono infatti girate voci di africani linciati dalla folla durante la caccia ai miliziani stranieri.
Anche Marih ne ha sentito parlare, ma non sa se sia vero perché non ha visto niente e non conosce nessuno che abbia fatto quella fine. Lui è eritreo e vive a Benghazi da quattro anni. Ma a differenza degli altri, ha preferito restare a casa sua anziché trasferirsi al campo della crescente rossa. Vive con la moglie e il bambino piccolo e a spostarsi in città non ha grossi problemi. Ormai parla bene l'arabo e sa muoversi a Benghazi. La traversata verso l'Italia l'ha tentata tre volte, nel 2007, 2008 e 2009, ma l'hanno sempre riportato indietro i libici. Qui al campo viene una volta al giorno a vendere le bevande per alzare qualche soldo. Nei prossimi giorni spera di essere evacuato in Egitto.
Magari potrà approfittare di un passaggio dai camionisti che continuano a arrivare con i carichi di solidarietà. L'ultimo autoarticolato è arrivato stasera alle dieci. Un intero rimorchio carico di riso, pasta, latte, olio e coperte. Ventisettemila dollari di valore, messi a disposizione da sette anonimi benefattore del salotto buono del Cairo, che hanno finanziato l'intera operazione. Il cibo sarà smistato tra le famiglie di Benghazi, Baida, Derna e Tobruk. Perché si sentano meno sole nella loro lotta per la libertà. Dopotutto è questo l'ingrediente fondamentale di ogni rivoluzione popolare. Non le armi affilate, ma la solidarietà tra i popoli e le genti. A tal proposito, cosa fanno gli italiani a parte respingere, pattugliare, identificare e rimpatriare?
Le 10 ragioni per dire NO all’energia nucleare

di Reset Staff
Dopo l'ennesimo, gravissimo incidente in Giappone molti Paesi abbandonano il nucleare. Ma il governo Berlusconi vuole andare avanti comunque
E’ opportuno conoscere e riflettere prima di parlare, lo sappia anche qualche Testa senza testa, pagata profumatamente per sparlare.
1) IL NUCLEARE È UNA ENERGIA FOSSILE.
L’uranio non è una fonte di energia rinnovabile. La sua disponibilità è limitata: tra 40 e 120 anni secondo differenti stime. La disponibilità dell’uranio è limitata quanto quella del petrolio…
2) IL NUCLEARE PRODUCE DEI GAS A EFFETTO SERRA.
L’emissione specifica di CO2 al kWh prodotto da una centrale nucleare è superiore all’emissione specifica per le energie rinnovabili…
3) IL NUCLEARE NON CREA POSTI DI LAVORO DECENTRALIZZATI E SICURI.
Il numero di posti di lavoro creati da una centrale elettronucleare è 15 volte inferiore al numero di posti di lavoro creati sviluppando, con lo stesso investimento e assicurando un risultato equivalente, il settore delle energie rinnovabile e le misure che rinforzano l’efficienza energetica. La potente organizzazione sindacale IG Metall in Germania difende pienamente il settore delle energie rinnovabile in nome dell’impiego… Il nucleare non lotta contro la disoccupazione.
4) IL NUCLEARE SPRECA UNA DELLE NOSTRE RISORSE PIU PREZIOSE: L’ACQUA!
Una centrale nucleare consuma molta acqua virtuale (circa 2 metri cubi/ MWh). Per cuocere un dolce nel forno elettrico con l’energia eolica si consuma 1 cl d’acqua, con l’energia solare fotovoltaica si consumano 0,3 litri, invece con l’elettricità nucleare 5,5 litri d’acqua…
5) IL NUCLEARE NON E ADATTO ALLE STAGIONI CALDE E IN ITALIA FA PIU CALDO CHE IN FRANCIA!
Una centrale nucleare per fare funzionare il suo sistema di raffreddamento preleva importanti volumi d’acqua dai fiumi o dal mare, e li rigetta riscaldati creando cosi un inquinamento termico. In Francia nell’estate 2006, l’aumento della temperatura delle acque entrante ha richiesto delle misure eccezionali: EDF sorella francese di ENEL ha ottenuto l’autorizzazione di superare di qualche grado il limite imposto per la temperatura delle acque scaricate e di ricorrere alla clorazione massiva. Questa clorazione ha per scopo di limitare la proliferazione di germi responsabili di una meningo-encefalite gravissima. Certe centrali hanno funzionato a basso regime, certe sono state chiuse, il tetto della centrale Fessenhein è stato annaffiato d’acqua per permettere il suo funzionamento…
6) IL NUCLEARE NON RISOLVE LA DIPENDENZA ENERGETICA DELL’ITALIA.
L’uranio che dovrebbe alimentare le centrali nucleari italiane proviene dai siti di estrazione dell’AREVA nel Niger, in una zona contesa tra il governo e le tribù locali, “pacificata” con l’aiuto economico e militare della Francia. Proviene dunque da una zona politicamente instabile ciò che non ci garantisce un approvvigionamento sicuro. L’introduzione del nucleare rende l’Italia dipendente:
- tecnologicamente dall’expertise francese;
- dall’uranio estratto dall’AREVA francese nel Niger.
7) IL kWh NUCLEARE È PIÙ CARO DEL kWh RINNOVABILE.
Il costo del kWh prodotto da una centrale nucleare è adesso comparabile al costo del kWh dalle energie rinnovabili.
Pero se si considera:
- la gestione della centrale nucleare dopo la sua fine di vita (incluso smantellamento),
- il stoccaggio sicuro delle scorie,
- i costi per garantire la sicurezza della centrale e del suo approvvigionamento,
Il nucleare è una delle energie le più care….
8 ) IL NUCLEARE PRODUCE DEI RIFIUTI INSOSTENIBILI PER IL SISTEMA TERRA.
Che cosa fare delle scorie radioattive? Affondarle con le barche? Mandarle in Siberia come fanno i francesi? Lasciarle in regalo ai nostri figli? I nostri figli ci accuseranno! Che nonni e che genitori siamo?
9) IL NUCLEARE È ALTAMENTE VULNERABILE.
Una centrale nucleare è vulnerabile nel caso di un attentato terroristico o nel caso di guerra, molto più vulnerabile che tutte le fonti di energia rinnovabile. Nessuno ci può boicottare il sole, il vento, i rifiuti organici,…. Anche in tempi di crisi le fonti d’energia rinnovabili sono sempre disponibili….
10) IL NUCLEARE È UN’ARMA POTENTE CAPACE DI DISTRUGGERE OGNI FORMA DI VITA SU TERRA.
Le centrali nucleari sono un rischio per l’ambiente e la salute. Già durante il suo funzionamento normale, una centrale è responsabile di un inquinamento radioattivo a bassa intensità, il cui impatto è difficile da valutare a causa dell’assenza di studi epidemiologici.
Probabilmente più grave è l’impatto sulla salute degli incidenti nucleari – qualunque sia il livello di tecnologia, il 100% senza rischio d’incidente nucleare grave è un assoluto inaccessibile.
L’incidente di Chernobyl ha provocato la morte tra 5.000 e 200.000 mila persone (mancano i dati per un’analisi epidemiologica). Vaste regioni sono state, e lo sono sempre, gravemente inquinate. Una zona attorno alla centrale di un raggio di 30 km è vietata all’accesso. Nella fauna e flora di questa zona è stato osservato un aumento delle alterazioni genetiche.
In più, una catastrofe ancora più grande (l’esplosione nucleare del nucleo del reattore) era possibile ed è stata evitata di poco, grazie alla lucidità di uno scienziato e il sacrificio non consapevole di soccorritori “volontari”.
Senza di loro chi lo sa se oggi l’Europa sarebbe abitabile…Con le nostre conoscenze attuali, chi di noi andrebbe a sacrificarsi per spegnere un incendio in una centrale nucleare ?
Ma se l’errore è umano, se la malafede è di regola, se il non sacrificio è legittimo e se l’analisi lucida non è sempre al RDV, allora nessuno, tranne un pazzo, ci può garantire un rischio zero d’incidente nucleare che contamina tutta l’Italia….
ALLORA, PERCHE’ VOLER IMPORRE ANCORA IL NUCLEARE?
Oggi, possiamo produrre tutta l’energia necessaria in Italia con le fonti rinnovabili: VARI SCENARI CE LO DIMOSTRANO.
PERCHE’ NELLO SPECIFICO IL GOVERNO ITALIANO VUOLE IL NUCLEARE?
Una sola risposta in favore del nucleare: come le altre energie fossili (es. gas, carbone), anche il nucleare permette di centralizzare il potere e il guadagno tra le mani di poche persone, in due parole il nucleare rende ancora possibile L’OLIGARCHIA.
Il vento, il sole, l’acqua, i rifiuti organici, sono elementi alla portata di tutti e tutti, se lo vogliamo, possiamo produrre la nostra energia. Queste fonti di energia essendo diffuse su tutta la terra, tanti imprenditori sia del Nord sia del Sud possono investirsi nel mercato delle energie.
Anche l’autoproduzione è possibile. Nel mondo ci stanno tanti esempi di autoproduzioni individuali e collettive. Il comune di Prato di Stelvio, nelle Alpi italiane, produce più energia che ne consuma solo con le energie rinnovabili.
Oggi non abbiamo bisogno di tecnologia in più, abbiamo solo bisogno di cooperazione in più. Difendere il nostro diritto d’accesso alle energie rinnovabili è lottare per LA DEMOCRAZIA!
IL SIMBOLO DELLA DEMOCRAZIA E DELLA PACE: L’ENERGIA RINNOVABILE!
IL SIMBOLO DELL’OLIGARCHIA E DELLA GUERRA: L’ENERGIA FOSSILE, URANIO INCLUSO!
Queste dieci conclusioni sono il risultato di ricerche approfondite accessibili al pubblico.
Fonte: Catherine, da un commento a “il manifesto online” del 14-03-2011.
Siti consigliati
- Zona Nucleare - Il sito unico nazionale per la raccolta delle scorie nucleari, la Sogin, i Personaggi, le Norme, il business dei rifiuti radioattivi, le situazioni ambigue di una vicenda attorno cui girano Miliardi di Euro.
- Fermiamo il Nucleare – Sito ufficiale della campagna referendaria a favore del Sì, per l’abrogazione dell’articolo che prevede il ritorno all’energia nucleare in Italia.
NON DIMENTICATE DI VOTARE SI’ AI REFERENDUM DEL 12 E 13 GIUGNO 2011
Sì – CONTRO IL NUCLEARE
Sì – IN FAVORE DELL’ACQUA PUBBLICA, CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE (2 quesiti)
Sì – CONTRO IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO AI PROCESSI PER LE ALTE CARICHE DELLO STATO (no ai decreti salva-premier: la legge è uguale per tutti)
Intanto dal costosissimo Forum Nucleare si attendono ancora risposte a domande semplicissime come questa:
Spett. le Forum Nucleare,
ci chiediamo come si possa chiamare Forum uno spazio in cui non si può intervenire, né direttamente né commentando gli interventi (persino commenti e votazioni ai video pubblicati esternamente, es. YouTube, sono negati).
Così com’è, il sito si presenta di fatto come una propaganda a senso unico.
In qualità di cittadini italiani, desideriamo partecipare al dibattito attivamente, con contributi propositivi che presumiamo fondamento imprescindibile di una piattaforma aperta al confronto di tutte le parti coinvolte, quale è il Forum nelle sue intenzioni dichiarate.
Si attendono delucidazioni in merito, grazie.
Paolo Margari e altri autori di Reset-Italia.net
12 Marzo 2011
lunedì 14 marzo 2011
Terremoto di Miyagi: è il capitalismo che aggrava gli effetti della catastrofe naturale!

Alle 14.46 di venerdì 10 marzo (ore 6.46 di sabato 11 in Italia), nell’Oceano Pacifico a 130 km a nord-est della città di Sendai, al largo dell’isola di Honshu, a poco più di 24 km di profondità, la terrà si spacca. I rilevatori più vicini, saltano. La scossa più violenta dura quasi 2 minuti, ed è fortissima: 8.9 gradi della scala Richter, il che ha per conseguenza, nel territorio colpito, lo sconvolgimento per sempre nel raggio di centinaia di chilometri. Ma la terra continua a tremare con magnitudo tra i 4 e i 7 gradi Richter, mentre i sismologi preannunciano che potrebbe verificarsi ancora qualche scossa superiore agli 8 gradi della scala Richter.
Le scosse più violente sono sempre annunciate da scosse che le precedono, come ricordano ancora oggi gli abitanti dell’Aquila che nei giorni precedenti avevano inutilmente allarmato le istituzioni e la Protezione Civile. Nei tre giorni precedenti il fatico venerdì 10 marzo, si erano già verificati dei terremoti tra i 3 e i 4 gradi Richter: ma sembrava una cosa “normale” visto che non passa giorno che in Giappone non vi siano delle scosse…
La scossa delle 14.46 di venerdì scorso è stata invece particolarmente devastante: la diga di Fujinuma si spezza in due e l’acqua che si riversa a valle e cancella del tutto la città di Sukagawa; quattro treni con centinaia di passeggeri scompaiono nel fango e solo oggi si viene a sapere che i passeggeri sembra si siano fortunosamente salvati, come i passeggeri di una nave anch’essa sparita venerdì. Le vittime in un primo momento sembrano qualche decina, poi qualche centinaio, e già sabato mattina si parlava di circa 2.000. Ma, oltre al terremoto, i pericoli arrivano dallo tsunami. Mentre scriviamo giunge notizia che i morti dovuti al terremoto e, soprattutto, allo tsunami successivo, sono già 10.000 e molti altri possono aggiungersi; decine di migliaia gli sfollati, interi paesi e villaggi rasi al suolo dalla furia dello tsunami; nella sola città costiera di Minamisanriku risultano disperse 10 mila persone; Sendai è quasi completamente distrutta. Un terremoto di questa potenza ha fatto tremare anche la capitale Tokyo, con i suoi grattacieli e i suoi palazzi a prova di sisma, sì, ma solo fino al 6° grado della scala Richter: la scienza borghese si ferma qui, per terremoti di potenza superiore… ci pensi iddio!
Che il Giappone sia l’isola dei terremoti, la più sismica che esista, ormai lo sanno anche i sassi. Il Giappone si trova nell’intersezione di quattro grandi placche tettoniche: la placca del Pacifico, la placca delle Filippine, la placca eurasiatica, la placca nordamericana. Ma non basta, il Giappone è collocato sopra la così detta cintura di fuoco del Pacifico che è una enorme ferita nella crosta terrestre lunga 40 mila chilometri da cui fuoriesce costantemente materiale magmatico che va a rigenerare la stessa crosta terrestre: questa ferita va dalla Nuova Zelanda alle Filippine, attraversa tutto il Giappone, raggiunge la Corea e si dirige verso l’Alaska da cui ridiscende lungo la costa americana verso la California fino al Cile. Lungo questa interminabile ferita, secondo gli studi dei sismologi e dei vulcanologi, si produce il 90% dei terremoti del pianeta e, naturalmente, delle eruzioni vulcaniche tra le più catastrofiche. Che i terremoti provochino, inoltre, anche dei maremoti, è cosa altrettanto risaputa; il termine stesso tsunami, che è giapponese, la dice lunga sulla “normalità” storica dei terremoti e dei maremoti nell’isola del Sol Levante dove si concentra non solo per numero ma anche per potenza di magnitudo una notevole quantità di sismi che vanno dai 4 agli oltre 6 gradi della scala Richter.
Il Giappone è anche il paese che si è dotato di molte centrali nucleari dalle quali ottiene il 30% del fabbisogno energetico, e in un paese ad altissima sismicità come questo basta una piccola crepa nelle vasche di contenimento dei reattori per provocare disastri incontrollabili, alla Chernobyl. Il terremoto ha infatti colpito duramente la centrale nucleare di Fukushima, situata nel vicino distretto di Futaba, provocando un’esplosione a causa della quale è già stato rilasciato del materiale radioattivo nelle immediate vicinanze tanto da indurre il governo ad evacuare rapidamente più di 100mila abitanti della zona dove sono collocate altre 11 centrali che sono state chiuse dai dispositivi automatici di sicurezza. Che questi dispositivi siano, poi, di effettiva sicurezza, nemmeno le autorità preposte sono in grado di garantirlo, anche perché una volta fermato il reattore nucleare il problema non è per nulla risolto poiché bisogna raffreddarlo: qui non ci sono computer e robot che tengano, non è un problema di tecnologia superavanzata, perché è un problema di tubi e di pompe, insomma di “vecchia” tecnologia. E quando manca l’elettricità, perché il terremoto manda all’aria le centrali che producono e distribuiscono la corrente elettrica, non si può pompare acqua fredda per abbassare la temperatura dei reattori; quindi, come si raffreddano i reattori impedendo loro di rilasciare materiale radioattivo nel terreno e nell’aria? Con il secchiello? L’homo capitalisticus, come un apprendista stregone, ha evocato energie potenti dall’atomo ma non sa controllarle.
La scienza borghese conosce da tempo la situazione, avendo studiato migliaia di questi fenomeni; ma solo molto recentemente, dopo molti terremoti e molte migliaia di vittime, e soprattutto dopo lo spaventoso terremoto di Kobe del 1995 (1), il governo giapponese si è preso la briga di obbligare per le nuove costruzioni (per le vecchie, ormai…) di edifici, e dei grattacieli innanzitutto, l’uso di sistemi antisismici come ad esempio tenere basso il baricentro dei palazzi, usare materiali più leggeri per i palazzi più alti e i grattacieli, non adornare i palazzi con sporgenze o cornicioni, concentrare nei pilastri verticali l’armatura di cemento, dotare la base degli edifici di cilindri di gomma rinforzati da molle d’acciaio, riutilizzare travi di legno che sono più elastiche e deformabili assorbendo perciò meglio le scosse sismiche, e via dicendo. E per le centrali nucleari ha pensato bene di dotarle di contenitori d’acciaio e doppi contenitori di cemento. Ma queste “soluzioni” sono state adottate per resistere a quali scosse? La centrale di Fukushima è stata costruita alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso prevedendo di resistere a scosse fino a 6 gradi della scala Richter; è una delle 25 centrali nucleari più grandi del mondo ancora in funzione, a 6 reattori di cui, a rotazione, tre sono in attività e tre in manutenzione. Come è ormai palese, a parte incidenti di diverso tipo nello stesso impianto, o un repentino abbassamento della portata d’acqua – fondamentale per raffreddare il reattore e quindi controllarne la temperatura – basta un sisma più forte di quanto “previsto” dalla General Electric che l’ha costruita (e in Giappone non è certo raro) e l’incidente è sicuro, con tutte le sue conseguenze di contaminazione. Il governo, dopo aver dichiarato che le fuoriuscite di materiale radioattivo erano limitate, ha dichiarato l’emergenza nucleare, a dimostrazione che le conseguenze dell’esplosione interna alla centrale erano in ogni caso gravi.
La propaganda borghese ammette da sempre che le forze della natura sono potenti e imprevedibili, ma sostiene che la sua scienza, sfidando le forze della natura, è riuscita finora a impossessarsi di molti misteri che prima della sua civiltà mantenevano la società umana nell’oscurantismo, nell’ignoranza, nella paura, nella superstizione. La propaganda borghese poggia su un tessuto economico che, da un lato, ha consentito all’uomo di progredire tecnicamente nella produzione di tutto ciò che serve per vivere, di dare risposte scientifiche e non superstiziose ad una considerevole quantità di fenomeni naturali e di migliorare la conoscenza, ma, dall’altro, ha inevitabilmente condotto la società a dipendere dalla produzione mercantile e dai rapporti di scambio mercantili che permeano l’intera società, riconducendola alle vecchie paure e alle vecchie superstizioni con l’aggravante di imporre un’ulteriore superstizione, più insidiosa e abbrutente di quelle del passato medioevale: il profitto capitalistico, nuovo dio assoluto da cui dipende vita e morte sull’intero pianeta.
E’ in ragione del profitto capitalistico, difeso strenuamente dalla classe dominante borghese e in nome del quale si deturpa l’ambiente, lo si inquina e contamina nel modo più cinico, si impiegano le maggiori energie umane per la sua produzione e riproduzione al fine di ingigantirne l’appropriazione da parte di una infima minoranza di capitalisti che dettano vita e morte di intere popolazioni con la più vasta dissolutezza; è in nome del profitto capitalistico che i governi, le autorità costituite, i grandi poteri economici e politici, le reti di interessi finanziari mondiali, persistono nella cieca politica del tornaconto capitalistico per cui si risparmia nella prevenzione – contribuendo così all’aumento vertiginoso di vittime e di cose non solo causate dall’attività sconsiderata della produzione e della distribuzione capitalistica, ma anche dai fenomeni naturali –, e si spreca in quantità mastodontiche nell’iperfollia produttiva. I commenti, riportati dai media sull’atteggiamento della popolazione giapponese di fronte a questa catastrofe, hanno voluto mettere in risalto la “dignità e la compattezza” di un popolo che, di fronte ad una tragedia simile, assorbe il colpo, tumula i propri morti e si predispone a “rimettersi al lavoro”: chi, i pochi, dalla parte dell’imprenditoria e del brigantaggio commerciale e finanziario, chi, i molti, dalla parte dei lavoratori salariati pronti da sfruttare ancor più di prima visto che bisognerà ricostruire e rimettere in piedi un’economia (che è e rimane capitalistica) che il terremoto ha in parte arrestato e che deve riguadagnare livelli accettabili di profitto in tempi brevi!
Il Giappone è il paese più evoluto e più sofisticato nelle tecniche antisismiche e nella protezione civile; è un dato riconosciuto da tutti i grandi paesi. Ma questo non è bastato per evitare la tragedia che sta davanti agli occhi di tutto il mondo. Le scosse, giunte a Tokyo, hanno provocato crolli e incendi ed hanno piegato la Tokyo Tower, l’antenna autoreggente d’acciaio alta 332 metri che è il simbolo della capitale e della ricostruzione postbellica. E’ significativo che gli abitanti di Tokyo, alle scosse più intense, siano fuggiti dai grattacieli e dai palazzi riversandosi nelle piazze e nei parchi di fronte al palazzo imperiale perché è l’unica (l’unica!) zona di Tokyo dove è proibito costruire grattacieli! Il vecchio telefono a gettoni, la vecchia bicicletta, sono tornati in auge visto che il black-out aveva mandato in tilt i cellulari e gli immani ingorghi avevano bloccato auto, treni e metro. Tutto ciò che di più “avanzato” il Giappone ha costruito, da venerdì 10 marzo è collassato; come nel caso delle centrali nucleari, prima fra tutte la Fukushima, che hanno avuto bisogno del liquido refrigerante portato dall’aviazione americana.
Miyagi oki, la grande scossa: oggi ancora, la grande scossa sarà un’occasione per il capitale, nella necessaria ricostruzione, di rinnovare i suoi cicli di produzione e riproduzione, rinnovando il suo dominio sulla società e sull’uomo cercando di riprendersi una specie di rivincita sulla crisi economica che ancora attanaglia il Giappone, generata dal capitale stesso nella sua corsa inesorabile alla sovrapproduzione e nell’inevitabile lotta di concorrenza mondiale. La grande scossa che attendiamo noi riguarda il terremoto sociale, la lotta della classe del proletariato contro la classe borghese non solo per condizioni di vita e di lavoro migliori, ma per una società del tutto diversa, che non sia più dipendente dal mercato, dal profitto capitalistico, dalle leggi della concorrenza fra capitali e fra Stati, per una società in cui tutte le energie e le capacità dell’uomo siano indirizzate a soddisfare i bisogni della vita sociale e non i bisogni del mercato. Ma il terremoto sociale può avvenire solo quando le masse proletarie si ribellano, e si organizzano per lottare contro le condizioni attuali di vita e di sopravvivenza dominate dall’imprevisto, dall’incertezza, da un falso progresso tecnologico inseguito esclusivamente allo scopo di produrre e accumulare profitto capitalistico sulle spalle del lavoro salariato e sfruttando masse sempre più vaste di proletari costretti a vivere e a morire da schiavi. Il futuro non sta nei grattacieli più alto del mondo come non sta nella vita digitale dei nuovi apparati elettronici: sta nella lotta di classe rivoluzionaria, guidata dal partito comunista rivoluzionario, che il proletariato muove contro tutto ciò che simboleggia la società del lusso, dell’opulenza, dello spreco, dell’inutile, del dannoso, e per distruggere non solo i simboli ma le cause profonde di una vita sociale di miliardi di uomini appesi all’incerto andamento di un mercato capitalistico che, come uno tsunami, può distruggere dalla sera alla mattina la vita non solo futura, ma presente, di moltitudini ammassate in osceni alveari incastonati in città invivibili.
(1) Il terremoto di Kobe, primo porto giapponese e quarto porto mondiale, è avvenuto il 17 gennaio 1995 facendo più di 6.000 morti, oltre 300.000 senza casa e distruggendo case d’abitazione ed edifici a migliaia, ferrovia, strade, le installazioni portuali, cantieri navali, terminal ecc. (vedi il nostro articolo: Il sisma di Kobe, ovvero una catastrofe naturale aggravata dal capitalismo, il comunista n. 45 del 1995). Ma, per la quantità di morti, il terremoto più devastante è stato quello del settembre 1923, noto come terremoto del Kantò, che fece tra i 100mila e i 140mila morti, dovuti in particolare agli incendi che si svilupparono con estrema rapidità anche perché la scossa più violenta, di gradi 7,9 della scala Richter, avvenne all’ora di pranzo quando tutti avevano i fuochi accesi per cucinare.
13 marzo 2011
www.pcint.org PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (il comunista)
da Indymedia
sabato 12 marzo 2011
L’ Unità d’Italia vista da un olandese al 12 marzo 2011
E che c’entra ora un Forestiero Straniero nel nostro Paese, residente dal 1956 che parla di noi? A me piace l’ Amico Peter Boom e ve lo passo. Ricordo sempre a tutti , L’INESISTENTE LAICITA’ DELLO STATO ITALIANO a fumetti, la Disattenzione applicata agli Articoli della Costituzione Italiana, e una certa Musica di Giorgio Gaber, lo stesso che diceva che Io non mi sento italiano…e siccome anch’io per fortuna o purtroppo lo sono, metto in chiaro. Oggi 12 marzo 2011, a Roma per la Costituzione, lo stato di diritto e la scuola pubblica, l’Italia scende in piazza. Forestieri compresi anche se non vi aggrada. Chiamatelo pure Intervallo.
Doriana Goracci
L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA UN OLANDESE
di Peter Boom
Quanto entusiasmo riscosse in noi ragazzini olandesi quando la maestra alle elementari ci raccontò le eroiche gesta di Garibaldi che con soli mille uomini rivoluzionò la storia d’Italia. A noi sembrava uno straordinario ed incredibile miracolo. L’Olanda ha più o meno la stessa superficie della Sicilia e l’Italia con la sua grande storia, l’antica Roma, il Rinascimento, l’arte, il Vaticano, tutto in quello stivale lunghissimo trasformato in poco tempo da questi Mille che disponevano solo di qualche imbarcazione e cavalli, ma evidentemente armati, più che dalle poche e povere armi di allora, di grande determinazione, coraggio ed uno spirito che già allora alludeva idealmente ad una futura Europa Unita che poté nascere dopo diverse e tragiche vicissitudini circa cento anni dopo. Noi avevamo dovuto combattere una guerra contro l’inquisizione spagnola (re Filippo II) dal 1568 al 1648, ben ottanta anni, per liberarci dallo opprimente giogo e diventare uno stato autonomo. Non è per caso che nel nostro sangue scorre una buona dose di testardaggine forse ancora più determinata dalla nostra eterna lotta contro le acque.
L’unione fa la forza e garantisce proprio con la pluralità, le differenze culturali, etniche e anche logistiche, una maggiore democrazia. Questo lo abbiamo potuto constatare anche in altre nazioni come per esempio gli Stati Uniti d’America, la piccola Svizzera nella quale convivono pacificamente e con grande stabilità le popolazioni di lingua tedesca, italiana e francese. Dopo la seconda guerra mondiale nasce l’Europa Unita, con la Francia, la Germania, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e naturalmente l’Italia, sei paesi con quattro lingue principali diverse, che dopo il 1945 non ha più conosciuto guerre interne e che costantemente si sta ampliando.
Non è solo un’unificazione dei mercati, ma anche un’importante realizzazione volta al benessere e la felicità delle genti attraverso il rispetto di diritti umani e civili. I problemi certamente non mancano ma col tempo, la buona volontà e senza violenza questi si risolvono. L’Unità d’Italia ha significato un importante passo in questa direzione malgrado le critiche della Lega Nord, un partito di una mentalità poco lungimirante, spesso razzista e con tendenza alla emarginazione. Gente che vuole sentirsi superiore a chi abita più a sud dove, è vero, l’organizzazione statale ha sempre lasciata molto a desiderare. La cultura, la bellezza, le risorse umane, le risorse energetiche e la vicinanza con le aree mediterranee, il Medio Oriente, negli anni a venire saranno decisive per una rinascita con grande vantaggio per l’Europa tutta.
A proposito del razzismo vorrei dire che non bisogna mai discriminare nessuno, neanche i popoli più primitivi dell’Africa o della Papuasia. Le differenze tra noi esseri umani dipendono soltanto dalle diverse condizioni ambientali, dalle diverse culture, dalla storia. Attraverso lo strumento dei diritti umani dobbiamo darci una mano per superare il pensiero che vuole dividere ed escludere.
Per tornare all’Italia ritengo che la realizzazione della sua unità sia nata da una lotta tra titani, cioè tra quelli che traggono le loro azioni dal pensiero fisso, dogmatico, che personalmente chiamerei “non pensiero”, e coloro che si ispirano al “pensiero libero”, da un eroe come Garibaldi che era anche il Gran Maestro della Massoneria.
I cambiamenti importanti vengono sempre iniziati da poche, talvolta pochissime persone, che disinteressatamente mettono a disposizione di tutti le loro idee e le loro energie.
I veri liberi pensatori la pensano in modo diverso anche fra loro e difficilmente si coalizzano in grandi o potenti organizzazioni, bensì ispirano con le loro idee, con i loro diversi liberi pensieri anche le grandi masse che in Italia si organizzarono nella carboneria. Gli eventi storici che si stanno susseguendo con grande rapidità sul nostro globo oramai “globalizzato” dovranno portarci non solo ad una maggiore unificazione europea ma ad un mondo più solidale che, nel rispetto dei diritti umani e civili, del benessere e la felicità, dovrà diventare un “Mondo Unito”.
http://www.pansexuality.it
http://digilander.libero.it/pboom

da Reset-Italia
Akon - Ghetto
Akon - Ghetto
Ghetto, Ghetto, Ghetto, Ghetto we livin
[verse one]
These streets remind me of quicksand (quicksand)
When your on it you'll keep goin down (goin down)
And there's noone to hold on too
And there's noone to pull you out
You keep on fallin (falling)
And noone can here you callin
So you end up self destructing
On the corner with the tuli on the waist tight just got outta the bing doin stay time
Teeth marks on my back from the canine
Dark Memories of when there was no sunshine
Cause they said that I wouldn't make it
(I remember like yesterday)
Holdin on to what god gave me
[chorus]
Cause thats the life when ur
Living in the (ghetto)and
Eating in the (ghetto)or
Sleeping in the (ghetto) (ghetto)
Cause thats the life when ur
Living in the (ghetto)and
Eating in the (ghetto)or
Sleeping in the (ghetto, ghetto, ghetto)
[verse two]
No need to cherish luxuries (cause everythin' come and go)
Even the life that you have is borrowed
(Cause your not promised tomorrow)
So live your life as if everydays' gon be your last
Once you move forward can't go back
Best prepare to remove your past
Cause ya gotta be willin to pray
Yea There gotta be (there gotta be) a better way oh
Yea ya gotta be willing to pray
Cause there gotta be (there gotta be) a better day (ay)
Whoever said that this drama would stop today
A lot of niggers dead or locked away
Teenage Women growing up with A.I.D.S.
[chorus]
Cause thats the life when your
Living in the (ghetto) oh
Eating in the (ghetto) or
Sleeping in the (ghetto, ghetto)
Thats the life when ur
Living in the (ghetto)oh
Eating in the (ghetto) or
Sleeping in the (ghetto, ghetto, ghetto)
[bridge]
Gun shots every night in the (ghetto)
Crooked cops on sight in the (ghetto)
Every day is a fight in the (ghetto)
(oh oh oh oh oh) (ghetto)
Got kids to feed in the (ghetto)
Selling coke and weed in the (ghetto)
Every day somebody bleed in the (ghetto)
(oh oh oh oh oh) (ghetto)
[chorus]
Thats the life when your
Living in the (ghetto)oh
Living by the (ghetto)oh
Eating in the (ghetto, ghetto)
Thats the life when your
Living in the (ghetto)oh
Sleeping in the (ghetto)
Living in the (ghetto, ghetto, ghetto)
(wooohhoohh)
Akon - Ghetto Traduzione
Ghetto, Ghetto, Ghetto, Ghetto che viviamo
[Verse One]
Queste strade mi ricordano di sabbie mobili (sabbie mobili)
Quando la tua su di essa vi continuo ad andare giù (andando giù)
E non c'è nessuno a cui aggrapparsi troppo
E non c'è nessuno a tirarti fuori
Si continua a cadere (caduta)
E nessuno qui si può chiamare
Così si finisce per auto distruggendo
All'angolo con il Tuli sulla vita stretta appena ricevuto il outta doin bing soggiorno tempo
segni di denti sulla mia schiena dal canino
Buie memorie di quando non c'era il sole
Perchè hanno detto che non lo fanno
(Mi ricordo come fosse ieri)
Holdin a ciò che Dio mi ha dato
[Chorus]
Perchè questo è il momento della vita ur
Vivere nel (ghetto) e
Mangiare in (ghetto) o
Dormire nella (ghetto) (ghetto)
Perchè questo è il momento della vita ur
Vivere nel (ghetto) e
Mangiare in (ghetto) o
Dormire in (ghetto, ghetto, ghetto)
[Verse Two]
Non c'è bisogno di amare lussi (causa Everythin 'andare e venire)
Anche la vita che avete è preso in prestito
(Perché il tuo domani non promesso)
Quindi vivi la tua vita come se tutti giorni 'gon essere l'ultimo
Una volta che si sposta in avanti non può tornare indietro
I migliori si preparano a rimuovere il passato
Causa ya gotta be Willin a pregare
Sì ci deve essere (ci deve essere) un modo migliore oh
Sì quello che devi essere disposto a pregare
Perché ci deve essere (ci deve essere) un giorno migliore (aa)
Chi ha detto che questo dramma si fermerebbe oggi
Un sacco di negri morti o chiusi a chiave
Teenage donne crescono con l'AIDS
[Chorus]
Causa thats la vita quando la tua
Vivere nel (ghetto) oh
Mangiare in (ghetto) o
Dormire in (ghetto, ghetto)
Quella è la vita quando ur
Vivere nel (ghetto) oh
Mangiare in (ghetto) o
Dormire in (ghetto, ghetto, ghetto)
[Bridge]
Gun colpi ogni notte nel (ghetto)
poliziotti corrotti a vista in (ghetto)
Ogni giorno è una lotta nella (ghetto)
(Oh oh oh oh oh) (ghetto)
ragazzi Got to feed nella (ghetto)
Vendere coke e erbaccia in (ghetto)
Ogni giorno qualcuno vivo nella (ghetto)
(Oh oh oh oh oh) (ghetto)
[Chorus]
Quella è la vita quando la tua
Vivere nel (ghetto) oh
Vivere con la (ghetto) oh
Mangiare in (ghetto, ghetto)
Quella è la vita quando la tua
Vivere nel (ghetto) oh
Dormire nella (ghetto)
Vivere nel (ghetto, ghetto, ghetto)
(Wooohhoohh)
venerdì 11 marzo 2011
11 marzo 1977

Era la rossa primavera.
Era il marzo del 1977 in quella terra chiamata Bologna ove il tempo ha scandito la sua massima lentezza nella via Mascarella.
Bom bom, bom,bom, bom, bom.
Sei colpi di pistola.
Un ragazzo, conosciuto come Francesco, ma il cui vero nome era Pierfrancesco Lorusso, cade.
Cade nel giorno di lotta.
Cade nella Bologna sconvolta dalla repressione di Stato.
Bom,bom,bom,bom,bom.bom.
Sei colpi di Stato.
Stato processa Stato.
Stato assolve lo Stato.
Fuga rivoluzionaria, curiosità apuleiana.
Colpo alla schiena.
Secco, diritto, violento, tremendo.
Il respiro è svanito.
Il cuore è fermo.
” Mi hanno beccato“.
Ultime parole, ultimo fiato in tal via ove forse ha sognato.
Sognato la libertà, sognato la libertà, sognato la libertà.
Ma tal sogno si muta nella triste realtà.
Bologna arresta la sua essenza.
Bologna la grassa, la dotta, Bologna la rossa, è ora rossa, rossa, rossa del sangue di un compagno, ucciso, ucciso, per protestare contro l’autoritarismo, per rivendicare altro sistema, per il sogno della non utopica rivoluzione.
Bologna.
Ed ecco che ora un corteo, lungo corteo, profondo momento di condivisione nella collettiva visione della repressione di Stato, sfiderà i divieti del nuovo protezionismo securitario.
La solitaria e controversa,Piazza Verdi, il piccolo largo Repighi, la rossa via Mascarella, la frenetica via Irnerio, la borghese via Indipendenza, la senza identità via Rizzoli per ritornar in via Zamboni.
Via Zamboni è sempre la, ferma, immobile.
Vede scorrere persone e pensieri, lotte e collettivi, divisioni e unioni, ceri e anatemi,divieti e conquiste.
Era il lontano 11 marzo del 1977.
Vivo nel nostro cuore, vivo nel nostro amore.
da Reset-Italia
mercoledì 9 marzo 2011
"We want sex"

Riflessioni sulll'inchiesta che sarà pubblicata dal prossimo numero di DWF
L'eredità del femminismo e il discorso sulla sessualità delle nuove generazioni
di Serena Orazi da GlobalProject
Quanto sia difficile oggi articolare, da parte di donna, un discorso compiuto sul tema della sessualità è indicato dalla ripetizione dei singulti di piazza, la cui cifra resta la genericità dei contenuti, risolta nella scelta di termini quali “indignazione” o “dignità”. Non si tratta di fare le pulci alla grande giornata del 13 febbraio scorso, si tratta, piuttosto, di capire come questa “indignazione” si tramuti in un ragionamento pubblico non solo sulle questioni (urgentissime) del lavoro e del welfare, ma anche sulla sessualità, l’immaginario e il loro legame con il potere.Il vuoto di discorso sul tema da parte delle donne merita attenzione, non fosse altro perché è stata la molla che ha fatto scattare l'onda “reattiva”. Vale a dire che ci si indigna pubblicamente anche e soprattutto perché l’immagine e il ruolo delle donne nel nostro paese sono continuamente sviliti dalle politiche del governo e dai comportamenti del raìs di Arcore. Va bene...ma equivale a stizzirsi quando ci si vede tolta la sedia da sotto il sedere. Una riflessione, invece, andrebbe articolata sul rapporto Sesso-Potere.
A partire dalla rivoluzione sessuale degli anni '60 il femminismo italiano ha fatto della sessualità la sua tematica centrale ‒ da Lonzi a Staderini ‒ e della ricerca della “vera sessualità femminile” uno degli obiettivi più importanti. L’affermazione del piacere femminile e della sua ricerca ha moltiplicato sperimentazioni e pratiche del corpo. In merito le formidabili riflessioni di Carla Lonzi restano centrali, nonostante le mistificazioni sull’esistenza o meno del punto G (nella vagina, of course!).
Viene da chiedersi quanto di tutto ciò sia giunto fino a noi. I continui tentativi di erosione degli spazi di libertà delle donne, l’arretramento sul terreno dei diritti, il successo dell’immaginario e dell’estetica di Drive-in e Colpo grosso, l’avvento della rete e la conseguente fruizione, produzione e condivisione di “materiale sessuale” di ogni genere, indicano che i risultati raggiunti in passato hanno prodotto uno spostamento e un capovolgimento tattici ‒ non strategici ‒ del dispositivo sessuale patriarcale, che ha affinato nuovi meccanismi di controllo, facendosi esso stesso “fabbrica” del desiderio.
La breve inchiesta centrata sull’immaginario e la sessualità delle giovanissime (18-19 anni), pubblicata sul prossimo numero in uscita di DWF DonneWomanFemme, ci segnala spunti molto interessanti. Ancora prima di sperimentare direttamente il sesso, esperienza che per lo più accade in età giovanissima, attorno ai 14, è centrale, nella costruzione dell’immaginario della relazione amorosa e sessuale delle ragazze, la rappresentazione che di essa danno alcuni autori di best seller come Federico Moccia, che mentono sapendo di mentire, perché fa parte del gioco. È chiaro a tutte, infatti, che la prima volta non sarà affatto “per sempre”, né necessariamente qualcosa di indimenticabile, ma è comunque importante fare come se lo fosse e crederci un po’, rispettare, in un certo senso, l’etichetta, perché sarebbe sconveniente esordire dichiarando di sapere ciò che si sa già da tempo: che si tratta del primo di una lunga serie di rapporti sessuali. La rappresentazione del sesso occupa progressivamente nuovi piani esperienziali, del resto anche le Bratz, ci fanno notare le ragazze, sono bambole per bambine, ma sono già sessualmente mature, ammiccanti, con le labbra di silicone e le scarpe col tacco alto, al contrario della cinquantenne Barbie, che in confronto è una signora “per bene”. Il sesso è divenuto, in qualche modo, la cifra della scoperta di sé, il medium attraverso il quale esprimere la propria identità. Conseguentemente il Desiderio, con la D maiuscola, diventa desiderio sessuale e il Piacere è sistematizzato attraverso il sesso. Un piacere “liquido” che rende agili – seguendo il discorso delle ragazze ‒ le sperimentazioni, dalla condivisione del/dei partner al passaggio da relazioni etero a omo e viceversa, ad una certa omologazione nell’estetica tra i generi (si pensi agli emo).
Il discorso femminista sulla sessualità necessita allora di un ripensamento radicale. Occorre individuare con urgenza quali e quanti sono, ad esempio, i nuovi luoghi della formazione dell’immaginario sessuale, giovanile ma non solo. Senza ostinarsi a ripercorrere strade conosciute, occorre rendersi conto che, talvolta, lo stesso concetto di autodeterminazione, traslato nelle relazioni e/o nei rapporti sessuali, risulta un limite, di fronte al desiderio (o al bisogno) di passività.
Insomma, è necessaria una nuova riflessione a voce alta delle donne. Occorre rioccupare lo spazio pubblico sperimentando, senza timidezze, ma con grande fantasia.
Con questo spirito di ricerca, e con una rabbia senza pari per gli episodi di violenza sessuale che disseminano le cronache dei nostri giorni, l'8 marzo a Roma ci riprenderemo la notte, convinte che la strada da percorrere sia ancora tanta, consapevoli che il futuro è ancora tutto da scrivere.
* InfoSex - Esc, atelier autogestito (Roma)
Mubarak ordinò la strage degli italiani
Il ministro degli esteri Frattini si è finalmente accorto delle accuse al regime di Mubarak. Ha così finalmente riconosciuto che il ministro degli interni del caro amico e alleato è sotto inchiesta per aver organizzato l'attentato alla chiesa cristiana di Alessandria. Una notizia che girava da un po', ignorata da quasi tutti, si sa da almeno un mese.
Non poteva fare diversamente, nei giorni scorsi molti documenti del regime sono venuti alla luce e tra questi c'è anche, ad esempio, l'ordine per l'esecuzione dell'attentato a Sharm el Sheikh del 23 luglio 2005 , nel quale morirono (anche) sei italiani. Attentato attribuito ad al Qaeda, che lo avrebbe anche rivendicato.Frattini deve ancora arrivare all'attentato di Sharm, se mantiene il passo ne parlerà tra un altro mese. Intanto ha elegantemente glissato sul supporto del governo italiano al governo Mubarak in disgrazia e pure sulla sua stupida iniziativa, fondata proprio sulla "minaccia ai cristiani" da parte dell'estremismo islamico, con la quale si è coperto di ridicolo agli occhi della UE.
È abbastanza comprensibile, è difficile raccontare ai tuoi fedeli che li difendi dai feroci islamici, se poi salta fuori che sgozzatori e bombaroli che ci uccidono non sono gli "islamici" cattivi, ma i leader più amici e vicini al governo Berlusconi.
Le mani di Berlusconi e Frattini sono sporche di sangue, sangue italiano, egiziano, tunisino e ancora. Ma non sembra importare a nessuno, meglio far finta di non sapere, per i media come per le opposizioni, nessuno sembra disposto a far campagna su queste cosucce, "tira" molto di più la rissa tra le deputate che si danno delle puttane a vicenda.
fonte e link di rifrimento in http://mazzetta.splinder.com/post/24268252/mubarak-ordino-la-strage-degl...
da Indymedia
Non poteva fare diversamente, nei giorni scorsi molti documenti del regime sono venuti alla luce e tra questi c'è anche, ad esempio, l'ordine per l'esecuzione dell'attentato a Sharm el Sheikh del 23 luglio 2005 , nel quale morirono (anche) sei italiani. Attentato attribuito ad al Qaeda, che lo avrebbe anche rivendicato.Frattini deve ancora arrivare all'attentato di Sharm, se mantiene il passo ne parlerà tra un altro mese. Intanto ha elegantemente glissato sul supporto del governo italiano al governo Mubarak in disgrazia e pure sulla sua stupida iniziativa, fondata proprio sulla "minaccia ai cristiani" da parte dell'estremismo islamico, con la quale si è coperto di ridicolo agli occhi della UE.
È abbastanza comprensibile, è difficile raccontare ai tuoi fedeli che li difendi dai feroci islamici, se poi salta fuori che sgozzatori e bombaroli che ci uccidono non sono gli "islamici" cattivi, ma i leader più amici e vicini al governo Berlusconi.
Le mani di Berlusconi e Frattini sono sporche di sangue, sangue italiano, egiziano, tunisino e ancora. Ma non sembra importare a nessuno, meglio far finta di non sapere, per i media come per le opposizioni, nessuno sembra disposto a far campagna su queste cosucce, "tira" molto di più la rissa tra le deputate che si danno delle puttane a vicenda.
fonte e link di rifrimento in http://mazzetta.splinder.com/post/24268252/mubarak-ordino-la-strage-degl...
da Indymedia
martedì 8 marzo 2011
Donne pensanti, non festeggiate nessun 8 marzo

di Alessandro Consonni
Carissime, Fiorenza Sarzanini, Maria Teresa Meli, Marina Terragni, Emanuela Falcetti, Maria Laura Rodotà, Lina Sotis e donne tutte del mondo, a questo punto delle cose, cosa dovrebbero festeggiare l’otto marzo le donne ???
Nel mondo del lavoro, le donne, sono considerate nulla, guadagnano meno dei maschi e per raggiungere posizioni di rilievo devono lavorare il triplo ed assumersi responsabilità dieci volte superiori a quelle di un uomo! Quando e se, si affermano professionalmente nel lavoro, al 99% devono rinunciare al ruolo di donna, alla maternità e alla famiglia! Inoltre, hanno sul groppone, figli, marito e anziani oltre naturalmente al lavoro, senza il quale oggi, nessuna famiglia può permettersi di rinunciare all’apporto economico della donna! Nell’ambito della vita pubblica, la figura femminile NON esiste, ma quando casualmente capita, è per ricoprire incarichi e ruoli marginali o di basso profilo! In politica, le quote rosa, rappresentano una percentuale ridicola e non per demerito della donna ma per supremazia culturale, storico morale di questa nostra società maschilista! La pubblicità ed il marketing USANO da decenni il corpo della donna, per vendere qualsiasi prodotto che, nel 95% dei casi con la donna non ha nulla a che fare! I media e le Tv, fanno un uso improprio del corpo della donna, per aumentare le tirature dei giornali ed incrementare gli ascolti di qualsiasi trasmissione, sia essa d’informazione o di intrattenimento!? La donna per dimostrare ai maschi la propria emancipazione, s’è prestata ad una FALSA RIVOLUZIONE MORALE che, l’ha spogliata pubblicamente oltre che delle proprie vesti, anche di quella dignità che faticosamente aveva cercato di conquistare negli anni settanta! La donna in questi ultimi vent’anni è tornata al modello arcaico, tanto caro al maschio mediterraneo, che la voleva sottomessa, muta e NON pensante! La donna italiana s’è così piegata all’utilizzo del proprio corpo, e della propria immagine, con la falsa illusione di piacere a s’è stessa per ottenere così quella FALSA indipendenza economica dal maschio che, invece, la resa SCHIAVA a comportamenti etico morali che l’hanno riportata ad abitudini gerarchiche da ventennio fascista! Il recente consenso istituzionale, politico nonché morale Cattolico, del fenomeno bunga bunga, ha riportato la donna ai fasti degli anni trenta quando il maschilismo frequentava orgogliosamente i bordelli e le case chiuse !!!
Le uniche VERE donne italiane rimaste, pare siano state quella MINORANZA che offese, stanche, infastidite, tradite, stuprate dai comportamenti maschilisti di questa società del bunga bunga, sono RABBIORAMENTE SCESE NELLE PIAZZE il 13 febbraio scorso, contro un maschilismo gerarchico pericoloso e intollerabile che costituisce un INDEGNO SFRUTTAMENTO della dignità delle donne di questo nostro Paese, da qualcuno portato ad esempio come sesta potenza economica del pianeta !?!?!?
Cancellino dunque dal calendario le donne d’Italia, questa data dell’ 8 marzo, festa ipocrita e consumistica trionfo di speculazioni della mimosa e gioia delle pizzerie, complici le tradizionali tavolate di sole donne, che come qualcuno afferma, amano DIVERTIRSI e RIDERE con ottimismo al futuro !!!
Le donne lavoratrici, le mamme, le studentesse, le nonne, le pensionate, le disoccupate, le donne tutte di questo Paese del bunga bunga, ONORINO questa data dell’8 marzo MANDANDO (i mariti, i figli, i padri, i nonni, i colleghi, i datori di lavoro, i politici e gli uomini tutti d’Italia, che offriranno loro un rametto di mimose), MANDANDO ribadisco, questi ipocriti uomini a fottersi, perché l’uomo opportunista bunga bunga, solo di ESSERE MANDATO A FOTTERSI si merita!
Donne del mondo, al posto di rifarVi le tette e le labbra, per piacere di più a voi stesse, così Voi affermate, cominciate a mandare a fottersi i maschi, e fatevi rispettare nella vostra dignità profonda di essere donne a trecentosessanta gradi, per trecentosessantacinque giorni all’anno e RIFIUTATE questa presa per i fondelli dell’8 marzo, festa consumistica, borghese e capitalista voluta dai PADRONI del bunga bunga !!!
Donne PENSANTI del mondo, ripulite la società da una sparuta MINORANZA di sgualdrine che disonorano con il bunga bunga la Vostra dignità di donne !!!
Donne pensanti italiane, se Vi volete bene, non festeggiate nessun 8 marzo !?
Libia, le armi di Obama

di Christian Elia da PeaceReporter
Gli Usa chiedono aiuto all'Arabia Saudita per sostenere i ribelli
Quando il gioco si fa duro, una telefonata a Riad torna sempre buona. Questa almeno la tesi di Robert Fisk, l'inviato del quotidiano britannico The Independent, uno dei massimi conoscitori del grande gioco mediorientale.
Fisk lo scrive oggi: "Nel tentativo di evitare un coinvolgimento diretto in Libia, Washington ha chiesto all'Arabia Saudita di fornire armi ai ribelli per consentire loro di lottare ad armi pari contro il regime di Gheddafi". La risposta non dovrebbe essere negativa, visto che Riad dipende dagli Usa per la sua stessa sopravvivenza.La famiglia reale saudita è in grande difficoltà. L'Iran le contende la supremazia regionale, con una lotta che non è solo politica ma anche religiosa. Preminenza sunnita, preminenza sciita, con le due potenze simbolo dell'una e dell'altra comunità musulmana a giocare sporco senza esclusione di colpi.
La minoranza sciita in Arabia Saudita è in fermento e, venerdì prossimo, sono previste nuove manifestazioni per chiedere riforme della monarchia saudita e maggior rispetto dei diritti della minoranza sciita (pari a circa il venti per cento della popolazione) e la liberazione di alcuni leader arrestati dalla polizia politica di Riad nei giorni scorsi. Nonostante i problemi dinastici, nessuno teme in Arabia Saudita che la minoranza sciita abbia davvero qualche chance di rovesciare il regime, ma di destabilizzarlo si. Con il Bahrein in fiamme (proprio perché gli sciiti - che sono maggioranza - non tollerano più il regime della monarchia sunnita) e l'Iran alle porte, a Riad si armano fino ai denti.
Ecco perché, prendendo per buone le previsioni di Fisk, Riad non dirà no a Washington. Un rifiuto potrebbe comportare, in futuro, una rappresaglia diplomatica e di forniture militari ai sauditi, che non possono permetterselo. Sarebbe un sollievo per Washington, visto che l'amministrazione Obama è sempre più pressata dall'opinione pubblica interna e internazionale.
La no-fly zone, per impedire ai caccia del colonnello Gheddafi di bombardare i rivoltosi, è complicata. Ha ragione Robert Gates, che se ne intende. Per istituirla serve prima un bombardamento a tappeto che Obama e i suoi, all'insegna del nuovo corso in politica estera statunitense, vedono come fumo negli occhi. Anche l'inazione, però, è mal digerita negli Usa. L'aiuto dei sauditi risolverebbe molti dubbi negli Usa, senza impelagare troppo gli statunitensi.
Non è, però, che un rimandare il problema. Il regime di Gheddafi, dopo lo sbandamento iniziale, sta dimostrando una capacità di tenuta notevole. Al punto che, negli ultimi due giorni, ha rilanciato la sua offensiva fuori Tripoli. La rivolta, per ora, è in stallo e il fronte si sta solidificando a Sirte. Questo significa che, prima o poi, ci sarà la battaglia decisiva. E Obama non potrà chiedere ai sauditi di agire al posto di Washington in eterno.
Bisognerà, invece, aspettare la fine di tutto questo per saperne di più sulle armi che i ribelli hanno in mano fin dai primi giorni. La vulgata vuole che alcuni militari si siano, da subito, uniti ai rivoltosi garantendogli l'accesso ai depositi dell'esercito. Può essere, ma quella della rivolta in Libia è una storia tutta scrivere, a cominiciare dal finale.
Christian Elia
Comunicato stampa di Michele Rizzi di Alternativa comunista su chiusura ospedali pubblici e sciopero generale

Abbiamo ricevuto una mail da parte di Michele Rizzi, coordinatore regionale di Alternativa Comunista, circa la situazione ospedaliera pugliese.
Ve la proponiamo aprendo così un dibattito.
Commentate.
Serve uno sciopero della sanità per bloccare la chiusura degli ospedali
Mentre l'assessore Fiore e i vertici del PD si scontrano su come pianificare i tagli alla sanità, parte il giro di boa dell'applicazione del Piano sanitario regionale concordato da Vendola e Fitto che, con l'inizio del blocco dei ricoveri in molti ospedali, di fatto ne anticipa la chiusura. Stanno saltando ben 18 ospedali, tra proteste di sindaci e di lavoratori delle città interessate, mentre ben 4000 lavoratori, tra personale medico, infermiere e tecnico, saranno trasferiti altrove.Ecco cosa significa l'accordo tra centrosinistra pugliese e centrodestra nazionale: introduzione del ticket sulle ricette che è un ulteriore danno alle tasche impoverite dei lavoratori pugliesi, 18 ospedali pubblici da chiudere, 2200 posti letto da tagliare, la stabilizzazione dei precari della sanità da mettere in discussione, mentre la giunta Vendola autorizza l'apertura di ben 11 ospedali privati pagati con soldi pubblici, a partire dal San Raffaele di Taranto di Don Verzè.
A questo scempio contro i lavoratori pugliesi, i lavoratori della sanità pugliese rispondano con uno sciopero generale che appoggi la lotta che Alternativa comunista sta sviluppando ormai da molti mesi, con assemblee in tutte le città interessate dai tagli, per la ripubblicizzazione della sanità pugliese e per la lotta contro la precarietà anche in questo settore.
Michele Rizzi
Cari amici della redazione, vi mando questo comunicato stampa sulla sanità.
Un caro saluto.
Michele Rizzi - coordinatore regionale di Alternativa comunista
Tel. 3281787809
www.alternativacomunistapuglia.org
lunedì 7 marzo 2011
DAL 1997 AD OGGI POCO E' CAMBIATO - IMPRESSIONANTE ESPLOSIONE NOTTURNA DI FUMI E POLVERI DALL'ILVA DI TARANTO. 4 MARZO 2011
MI COMUNICANO: "A MEZZANOTTE RIPRISTINIAMO LA LINEA "D" DELL'AGGLOMERATO..." MI APPOSTO CON LA MIA TELECAMERA AD INFRAROSSI E FILMO UNA LUNGA ED IMPRESSIONANTE ESPLOSIONE DI FUMI e DI POLVERI DALL'ILVA DI TARANTO. (fabio matacchiera)
Ore 22,02,del 7 ottobre 2010, operai dell' Ilva mi telefonano e mi riferiscono: "STIAMO ANDANDO A RUOTA LIBERA... non puoi immaginare cosa sta accadendo! ". Filmo tutto con un magone in gola e con tanta rabbia. Questa volta non consegnerò questo video spontaneamente alla Magistratura poichè tutte le denunce fino adesso inoltrate non sono servite a nulla. Qui a Taranto, nemmeno le istituzione hanno pietà dei bambini... Aiutateci ad uscire da questo inferno. (fabio matacchiera).
VIDEO-SHOCK N.3 - TONNELLATE DI FANGHI VELENOSI, SCARICATI PER DECENNI, ANCORA OGG,I RICOPRONO I FONDALI MARINI DI TARANTO. LEGGERE NOTA. (clickare su "ulteriori informazioni" per dati e dettagli molto importanti).
Il gruppo speciale dell'associazione CARETTA CARETTA, guidato da Fabio Matacchiera e costituito, nella circostanza del video, dagli associati più coraggiosi ed intraprendenti, effettuò , negli anni dal 1992 al 1997, numerosissimi appostamenti, durante la notte, presso i canali Ilva di Taranto. In quei luoghi furono raccolte innumerevoli prove video, fotografiche e campioni di sostanze sulle quali furono effettuate analisi di laboratorio. La documentazione probatoria fu consegnata alla Procura della Repubblica di Taranto, unitamente agli esposti. In quegli anni furono effettuati appostamenti anche durante le notti di Natale, Santo Stefano e Capodanno, in considerazione del fatto che in quelle date si presumevano maggiori e fuori controllo gli sversamenti in mare di sostanze pericolose. All'epoca dei fatti descritti, la ASL di Taranto ed il suo dirigente del settore chimico, fisico e microbiotossicologico rassicuravano l'opione pubblica del fatto che tutto era sotto controllo e che anche ed i dati analitici erano a norma, contrariamente a quanto l'associazione rilevava. Frequentissimi erano gli sversamenti di sostanze catramose ed oleose attraverso i canali di raffreddamento ILVA che confluivano in mare e si accumulavano sui fondali.
Il CNR di Taranto, parallelamente al lavoro dell'associazione, fornì dati ufficiali allarmanti (in possesso dello scrivente e disponibili su richiesta). Questi ultimi dimostrarono che in tutti i campioni di sedimento marino, prelevati davanti ai canali ilva, anche a distanza di alcuni km, elevata era la presenza degli IDROCARBURI POLICICLICI AROMATICI, come il FENANTRENE, l'ANTRACENE, il FLUORANTENE ed i micidiali BENZO(a)PIRENE E CRISENE (particolarmente cancerogeni e mutagenI). In più, la relazione del CNR così espose: " ... oltre al materiale in sospensione, i reflui ILVA contengono un pool di inquinanti tossici come AMMONIACA, CIANURI, FENOLI, OLI MINERALI E METALLI PESANTI" . Anche i risultati delle analisi chimiche commissionate dall'associazione Caretta Caretta al centro specializzato di SIDERNO (RC) "RICERCHE & ANALISI SERVICE" non furono molto confortanti, in quanto risultò che, oltre alla presenza di IPA (idrocarburi policiclici aromatici), vi erano elevate quantità di solventi organici non alogenati come il temutissimo BENZENE. Testualmente il referto, firmato dal chimico, dott. Giuseppe Tassone, classificò i campioni come "RIFIUTI SPECIALI TOSSICI E NOCIVI, DESTINATI AD IMPIANTI DI TRATTAMENTO E/O TERMODISTRUZIONE".
L'associazione guidata dallo scrivente, in seguito ad UNA INDAGINE PRESSO LA CAMERA DI COMMERCIO DI TARANTO scopriì CHE IL DIRIGENTE DELLA ASL/TA1, A CUI SPETTAVA IL COMPITO UFFICIALE DI ESPRIMERSI IN MATERIA AMBIENTALE, RISULTAVA ESSERE SOCIO DI MAGGIORANZA DI UNA DITTA CHE EFFETTUAVA LAVORI PRIVATAMENTE ALL'INTERNO DELL'ILVA CON FATTURATI DA CAPOGIRO. Il dirigente fu denunciato dal sottoscritto PER PRESUNTA INCOMPATIBILITA' DEI RUOLI (QUELLO ISTITUZIONALE E QUELLO PRIVATO IN AFFARI CON L'ILVA STESSA ), quest'ultimo morì nel 2004 per male incurabile (2004). Fabio Matacchiera ringrazia con grande affetto ed ammirazione tutti i soci di CARETTA CARETTA che (negli anni dal 1991 al 1998) con il loro coraggioso apporto hanno reso incisiva lazione dell'associazione nel settore ambientale a Taranto. Caretta caretta ha rappresentato un punto di riferimento per coloro che amano il territorio jonico. A causa dei rischi, delle minacce subite e di un paio di gravi attentati subiti, l'associazione dovette interrompere il suo lavoro nel 1998.
Con la speranza che tutti i sacrifici fatti non siano stati vani e che possano contribuire a sensibilizzare le coscienze dei tarantini, al fine di cambiare le sorti di questa sfortunata città, Fabio Matacchiera rende disponibili i video ed eventualmente ogni prova documentale. LE ANALISI CHIMICHE POSSONO ESSERE RICHIESTE a: fabio@studiomatacchiera.it
sabato 5 marzo 2011
Libia, il silenzio dell'Africa

Poche e imbarazzate dichiarazioni, nessun passo concreto. Nella crisi libica, si registra l'assenza di un continente
di Alberto Tundo da Peacereporter
Sarà anche un Paese arabo, inserito nelle dinamiche mediorientali ma, fino a prova contraria, la Libia si trova in Africa. E allora, mentre nel Mediterraneo soffiano venti di guerra e Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina riscrivono le loro agende, mettendovi in cima la crisi libica, viene spontaneo chiedersi dove sia finita l'Unione Africana. E la risposta è semplice: non pervenuta. Mentre nella parte settentrionale del continente soffiano venti di democrazia e regimi illiberali vengono contestati e rovesciati, la massima organizzazione politica continentale non c'è. Se si va sul suo sito internet, la pagina d'apertura, sotto la testatina "What's happening?", porta una serie di notizie sull'attività dell'Ua ma della Libia non c'é traccia. Bisogna allora aprire la sezione Peace&Security e, dopo la missione a Cotonou, il Djibouti Process per la crisi somala, il comunicato della 263esima riunione del Consiglio di Pace e Sicurezza e il rapporto dello stesso organo sulla sua missione in Sudan, si scopre che "l'Unione Africana esprime una forte preoccupazione per la situazione in Libia". E' un comunicato datato 23 febbraio. Due paragrafi, 10 righe in tutto, in cui l'organizzazione "condanna l'uso spoporzionato della forza contro i civili e deplora la perdita di vite umane", "sottolinea che solo il dialogo e il confronto consentiranno al popolo libico di trovare le giuste soluzioni" e "incoraggia tutti gli attori a favorire il dialogo". Tutto qui. Prima e dopo non c'è nulla.
Di "silenzio allarmante" ha parlato il primo marzo, ripreso dalla Cnn, un alto funzionario della Comissione economica per l'Africa delle Nazione Unite, Okey Onyekwe, ex responsabile della governance, che si è detto "sorpreso e imbarazzato per il fatto che l'Unione Africana e gli stati del continente siano rimasti piuttosto silenziosi di fronte alle vicende del Nord Africa e della Libia in particolare...Se l'Africa vuole diventare un attore globale ed essere presa sul serio dalle altre potenze, in questioni come questa dobbiamo far sentire la nostra voce". Ma per esprimere quale posizione? Il silenzio dell'Unione rispecchia (anche) la mancanza di una posizione comune. Il problema è anche questo. Più che critico, anzi durissimo, il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, che ha condannato "il silenzio inaccettabile davanti alla repressione brutale dei manifestanti". "E' una realtà scioccante che davanti a quanto accaduto in Tunisia, Egitto e ora in Libia, la leadership dell'Unione Africana non abbia fatto dichiarazioni e ne abbia preso provvedimenti, nonostante queste sollevazioni abbiano una pesante ricaduta su alcuni Paesi membri", ha detto il leader gambiano in un discorso trasmesso dalla tv di stato. E' un dato di fatto incontrovertibile che, fatta eccezione per un congelamento delle relazioni diplomatiche con la Libia paventato dal Botswana - il cui peso geopolitico è quasi nullo - l'Africa nella crisi libica ci è entrata dalla porta sbagliata, quella dei mercenari, e forse addirittura delle truppe regolari, affluite da Ciad, Niger, Kenya e Zimbabwe per aiutare Gheddafi a soffocare nel sangue la rivolta.
Resta l'interrogativo del perché di questa assenza in un momento in cui l'Africa cerca un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale. Le ipotesi sono diverse. Innanzitutto, per quanto siano stati forti i progressi in tema di democrazia e rispetto dei diritti umani, molti leader restano molto più vicini al modello di Gheddafi che a quello delle democrazie occidentali che lo vorrebbero fuori dai giochi. C'è una giunta in Guinea, un presidente golpista in Costa d'Avorio, e regimi illiberali in Ruanda, Uganda e Zimbabwe, giusto per fare qualche esempio. E' vero, poi, che Gheddafi ha comprato fedeltà politiche pagandole a peso d'oro, soprattutto negli anni del suo ultimo travestimento da nume del panafricanismo. In realtà, molti Paesi africani si sono mostrati molto meno sensibili di fronte alle lusinghe del denaro libico di tanti stati, e soprattuto molto più consapevoli della sua inaffidabilità politica. Lo dimostra la fine burrascosa della presidenza di Gheddafi dell'Unione Africana nel gennaio 2010, conclusione di una relazione tribolata, quella tra il Colonnello e l'Africa, che meriterebbe una trattazione a parte. Molto più semplicemente, l'Unione Africana è un'organizzazione troppo giovane (è stata fondata nel 2002, ndr) e poco rodata che si trova ad essere affiancata da organizzazioni regionali come Ecowas (Africa occidentale), Igad (Africa orientale) e Sadc (Africa meridionale) che spesso hanno meccanismi più oliati e seguono obiettivi strategici sui quali c'è un consenso maggiore. Nelle crisi ivoriana e somala, si sono registrate forti discrepanze tra le strategie regionali, di Ecowas e Igad, e quella continentale rappresentata dall'Unione Africana. Per questo, la proposta della Lega Araba di imporre una no fly zone sulla Libia e di affidarne il monitoraggio all'Ua, suona come uno sfregio per un'organizzazione che nelle ultime settimane ha fatto finta di non esserci. L'Unione Africana è già impantanata in Costa d'Avorio e Somalia. Difficile che possa gestire la crisi libica.
Legalità e giustizia : Il caso Napoli

Questura, magistratura e media contro le lotte sociali ed ambientali
di Antonio Musella
Quello che sta avvenendo a Napoli da circa due anni a questa parte in materia di repressione delle lotte sociale, rappresenta senza dubbio un laboratorio di sperimentazione di contrasto del conflitto sociale per gli apparati polizieschi e giudiziari.
La storia di questa spirale non ha una genesi definiti ma diversi fattori hanno contribuito ad una stretta repressiva progressiva rispetto alle lotte sociale che è coincisa con l’acuirsi delle politiche di austerità e dei tagli e di aggressione al territorio.
Le vicende legate alle lotte ambientali da Chiaiano in poi hanno senza dubbio segnato una strategia diversa delle forze dell’ordine che non si sono più solo limitate alla repressione nelle piazza ma a diverse operazioni di polizia giudiziaria. Contando sull’appoggio di un pool di magistrati tutti vicini a magistratura democratica, si è esercitato il tentativo di detronizzare l’attivismo sociale che aveva gia’ travalicato i confini delle realtà di movimento organizzate per invadere le comunità territoriali, aggiungendo agli arresti, le denuncie, gli obblighi di firma, anche un’opera dei diffamazione delle lotte sociali stesse.Si è sostenuta l’idea che le lotte ambientali in Campania fossero mosse ad arte dalla camorra. In questo modo non si è provato solo a bloccare la riproducibilità di azioni di disobbedienza sociale diffusa, ma al tempo stesso si è provato ad infamare per rompere il consenso ed il radicamento che le lotte ambientali si erano costruite sui territori.
Nessuna delle innumerevoli inchieste giudiziarie da Chiaiano e Terzigno ha portato alla dimostrazione di un ruolo attivo della criminalità nelle lotte. Eppure la funzione dei media di amplificare la diffamazione delle lotte in alcuni territori ha pesato molto. In ogni caso l’esempio dell’inchiesta condotta dal Pm Narducci ad esempio in merito a diversi episodi riguardanti le lotte di Chiaiano, che condusse nel marzo scorso all’arresto di un attivista ed all’obbligo di firma per altri 4 è esemplare per raccontarci come ha funzionato l’opera di diffamazione. Narducci ripercorre diversi mesi di lotta in una carteggio che raggiunge addirittura le 400 pagine. Un vero e proprio libro. Dopo aver costruito ipotesi di organigrammi che legherebbero i centri sociali alle lotte di Chiaiano ci si sofferma sull’individuazione di alcune targhe di motoveicoli i cui proprietari risulterebbero legato a famiglie camorristiche. Dopo queste lunghe pagine di curriculum criminali viene scritto a chiare lettere che nessuno degli individui identificati ha partecipato mai a nessun tipo di azione di lotta né tantomeno si può sostenere l’esistenza di un legame tra la criminalità organizzata e l’area dell’antagonismo sociale. La domanda nasce spontanea. Che hai scritto a fare decine di pagine ? Semplice per mandarle in pasto ai giornalisti e alimentare l’opera delatoria e diffamatrice.
Ad un anno di distanza, dopo che molti capi di accusa di quell’inchiesta del pm Narducci – lo stesso di Calciopoli – sono cadute nei confronti degli attivisti, gli stessi sono ancora sottoposti all’obbligo di firma.
Ma se la diffamazione delle lotte sociale è stata un’operazione fallita rispetto alle lotte ambientali, questo non si può dire per le lotte del mondo del non lavoro.
Il processo di acuirsi della repressione giudiziaria e dell’opera diffamatoria delle lotte sociale si è innescato sulle lotte ambientali quando l’azione governativa è divenuta sempre più di hard governance distruggendo ogni spazio di dialettica politica. Il cambio di gestione della Regione Campania, i tagli a tutte le misure di wlefare esistenti dal reddito di cittadinanza fino al progetto di inserimento socio lavorativo Bros per i disoccupati di lunga durata ha fatto scattare nei confronti dei disoccupati organizzati la stessa procedura.
L’intensificarsi delle pratiche radicali di lotta dei disoccupati organizzati a portato all’avvio di una spirale repressiva senza precedenti che ha unito violenza di piazza della polizia, operazioni giudiziarie con la costituzione di un vero e proprio pool di magistrati che indaga sui movimenti dei disoccupati organizzati, e un meccanismo di intimidazione e controllo degli apparati polizieschi che pensavamo da armamentario degli anni settanta. Perquisizioni notturne, fermi, pestaggi sono divenuti il pane quotidiano insieme ad una funzione svolta dalla nuova amministrazione regionale a guida Pdl che ha costruito una vulgata che vede i disoccupati come l’incarnazione degli sprechi della precedente amministrazione, il male assoluto della città di Napoli.
In questo clima, e sfruttando dei limiti oggettivi degli strumenti di comunicazione di quel tipo di movimenti, si è costruito un clima medioevale intorno ai movimenti dei disoccupati organizzati.
A questo si aggiunge anche un ruolo tutto nuovo giocato direttamente dalla Questura. La gestione dell’ex questore di Napoli Santi Giuffrè, ora promosso al Viminale dal 1 marzo, è stata lo specchio di un’operazione complessiva di attacco alla lotte sociali ed ambientali.
Dal 2009 fino al 2011 questo tipo di operazione repressiva che come abbiamo visto trova nella politica regionale, nella magistratura e negli apparati di polizia i registi principali, si è provato a distruggere le lotte sociali a Napoli.
Santi Giuffrè nei primi mesi del 2011 è praticamente sceso direttamente in politica rilasciando interviste al Corriere ed a La Repubblica dove elogiava in maniera diretta i tagli alle politiche per il welfare della Regione Campania e le politiche di austerità varate da Tremonti. Dichiarazioni assolutamente fuori luogo per un questore di una città dove le lotte sociali non sono certo il primo problema criminale.
All’interno stesso della Questura di Napoli e dell’ufficio Digos si è verificata una situazione di anomalia con la presenza di personale che dai commissariati territoriali è stato trasferito all’ufficio politico con ruolo di “consulente speciale” per così dire. Insomma anche gli stessi apparati repressivi si sono dovuti adeguare ad una stagione da santa inquisizione.
Le vicende legate alla repressione contro i disoccupati si evidenziano bene, oltre che nel quadro complessivo dell’azione repressiva, da due operazioni.
La prima riguarda l’arresto di alcuni disoccupati che nel mese di ottobre del 2010 avevano occupato gli uffici della commissione affari sociali della Regione Campania. Per sgomberare i locali, la polizia chiede prima il supporto dei vigili del fuoco, poi come denunciano attraverso i loro comunicati i movimenti dei disoccupati bastonano violentemente e senza alcun motivo valido tutti gli occupanti. Finiranno tutti in galera. Dopo alcune settimane una parte di loro sarà trasferita ai domiciliari, mentre altri, dall’ottobre del 2010 sono ancora oggi ospiti dello Stato presso il carcere di Poggioreale.
Ad alcuni di loro addirittura sono state notificate in carcere anche l’attuazione di pene sospese precedenti.
Vittima di quella mattanza ad esempio è stato Gennaro Iovine, uno dei delegati dei movimenti dei disoccupati, che ha riportato seri danni alla spina dorsale ed oggi è sottoposto a delicate quanto costosissime terapie rischiando di perdere la capacità di deambulazione.
Gli altri tra carcere e domiciliari e senza quel sussidio di 500 euro al mese ormai sospeso dalla Regione Campania da mesi.
L’ultima vicenda, ma solo in ordine cronologico, riguarda Gino Monteleone, uno dei principali portavoce dei movimenti dei disoccupati napoletani. L’ormai ex questore Santi Giuffrè attraverso una dettagliatissima relazione in merito a fatti, azioni di lotta, episodi dal 2000 ad 2010 ha chiesto il Questore di Napoli ha chiesto alla Sezione per le Misure Speciali del Tribunale di Napoli, la sorveglianza speciale per tre anni.
La sorveglianza speciale è stata utilizzata in passato per gli antifascisti durante il ventennio, per i grandissimi boss italo americani degli anni ’50 come Lucky Luciano ad esempio, e per diversi compagni vittime delle misure repressive degli anni settanta. Il “sorvegliato speciale” non può partecipare a riunioni pubbliche, manifestazioni, non può frequentare altri pregiudicati e con carichi pendenti, deve comunicare tutti i suoi spostamenti e può andare fuori comune solo comunicando alla questura di destinazione la sua permanenza, può essere sottoposto all’obbligo di firma anche più volte al giorno, non può avere apparecchi di comunicazione come internet ed il telefono cellulare. E tante altre misure ancora.
L’udienza programmata a febbraio è stata rinviata al 22 marzo. Gino Monteleone rischia seriamente la sorveglianza speciale, uno scenario che aprirebbe le porte per un ulteriore diffusione di misure di restrizione delle libertà per gli attivisti sociali. Tra lo sconcerto della maggior parte dei legali vicini al movimento napoletano, dagli studi Senese e Ciruzzi, agli avvocati D’Alessandro e Fusco, sembra che nella città di Napoli non si ricordi una misura di questo tipo.
Intanto, mentre Gino Monteleone rischia la sorveglianza speciale, Gennaro Iovine rischia di non camminare più, Egidio Giordano firma da 2009 fino ad oggi senza discontinuità, vengono dispensate nuove denunce, distribuiti avvisi orali ed articolo 1 ovvero avviso di pericolosità sociale, nei processi in corso addirittura si cambiano i capi d’imputazione. E’ il caso di un processo a 5 attivisti per un tentativo di occupazione della Centrale a Turbogas della Tirreno Power nel quartiere di San Giovanni a Teduccio avvenuto nel 2007. Dopo circa due anni e mezzo di udienze il giudice rimanda al pm il carteggio chiedendo la riformulazione del reato, da resistenza a pubblico ufficiale a resistenza aggravata e continuata. In pratica improvvisamente il giudice e come se avesse gia’ scritto il verdetto e soprattutto ritenesse troppo poco il massimo della pena tanto da dover chiedere di adattare il reato.
Cosa significa parlare di legalità a Napoli e nel paese oggi ? Luigi De Magistris qualche giorno fa sul Corriere della Sera invitava a parlare di diritti piuttosto che di legalità ed aprire una stagione di disobbedienza.
Mi pare un invito opportuno davanti ad una idea della legalità che vede personaggi come il prefetto Catenacci e l’ex vice di Bertolaso, Marta De Gennaro sversare in mare percolato ed essere liberi dopo due giorni di fermo. Una legalità che permette a Dario Cigliano sotto inchiesta per gli affari sui rifiuti di Enerambiente di essere conigliere provinciale e comunale , una legalità che vede Luigi Cesaro su cui pende un mandato di arresto fare il Presidente della Provincia, oppure l’amico dei camorristi Nicola Cosentino essere il deus ex machina della politica regionale.
Cos’e’ legalità? E cos’e’ giustizia sociale ? E’ giustizia sociale quella che vede il taglio del 80% della spesa per l’assistenza sociale in Campania ? Quella che vede la costruzione di nuove discariche ed inceneritori nonostante le lotte di questi anni abbiano dimostrato i danni irreparabili a cui condicono ? E’ giustizia quella che abbandona 4.000 disoccupati di lunga durata a se stessi dopo anni di percorsi di sostegno al reddito ? E’ giustizia quella che taglia il reddito di cittadinanza in una regione con 140 mila famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà?
Piuttosto che parlare solo di lotta alla repressione, oggi dovremmo essere in grado di articolare questo tipo di ragionamento, comprendendo che la vecchia idea legalitaria tanto cara ai Luciano Violante di turno è ormai stata demolita dalla società del presente e che solo una nuova idea di giustizia sociale può rendere l’idea di una costruzione di alternativa vera.
Dal 1 marzo a Napoli c’e’ un nuovo questore, è Luigi Merolla, ex capo della Digos di Napoli negli anni novanta, ex questore di Bologna. Dipenderà sicuramente anche da lui se questa incredibile spirale repressiva continui a seguire il suo corso oppure possa stopparsi in tempo.
Intanto il 22 marzo ci sara’ l’udienza per la sorveglianza speciale a Gino Monteleone, per fermare questa assurda spirale repressiva dobbiamo cominciare a fermare questo assurdo provvedimento. Il prossimo 11 aprile invece ci sarà l’udienza del riesame per valutare la posizione dei disoccupati ancora in carcere da ottobre.
E’ giunto finalmente il momento di far conoscere fuori da Napoli ciò che avviene in questi mesi, per mettere in moto una campagna di solidarietà per la giustizia sociale ed ambientale e contro le misure restrittive ai movimenti dei disoccupati e dei comitati ambientali, a cominciare da una campagna contro la sorveglianza speciale a Gino Monteleone.
da GlobalProject
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