HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

sabato 12 marzo 2011

Akon - Ghetto




Akon - Ghetto

Ghetto, Ghetto, Ghetto, Ghetto we livin

[verse one]

These streets remind me of quicksand (quicksand)
When your on it you'll keep goin down (goin down)
And there's noone to hold on too
And there's noone to pull you out
You keep on fallin (falling)
And noone can here you callin
So you end up self destructing
On the corner with the tuli on the waist tight just got outta the bing doin stay time
Teeth marks on my back from the canine
Dark Memories of when there was no sunshine
Cause they said that I wouldn't make it
(I remember like yesterday)
Holdin on to what god gave me

[chorus]

Cause thats the life when ur
Living in the (ghetto)and
Eating in the (ghetto)or
Sleeping in the (ghetto) (ghetto)
Cause thats the life when ur
Living in the (ghetto)and
Eating in the (ghetto)or
Sleeping in the (ghetto, ghetto, ghetto)

[verse two]

No need to cherish luxuries (cause everythin' come and go)
Even the life that you have is borrowed
(Cause your not promised tomorrow)
So live your life as if everydays' gon be your last
Once you move forward can't go back
Best prepare to remove your past

Cause ya gotta be willin to pray
Yea There gotta be (there gotta be) a better way oh
Yea ya gotta be willing to pray
Cause there gotta be (there gotta be) a better day (ay)

Whoever said that this drama would stop today
A lot of niggers dead or locked away
Teenage Women growing up with A.I.D.S.

[chorus]

Cause thats the life when your
Living in the (ghetto) oh
Eating in the (ghetto) or
Sleeping in the (ghetto, ghetto)
Thats the life when ur
Living in the (ghetto)oh
Eating in the (ghetto) or
Sleeping in the (ghetto, ghetto, ghetto)

[bridge]

Gun shots every night in the (ghetto)
Crooked cops on sight in the (ghetto)
Every day is a fight in the (ghetto)
(oh oh oh oh oh) (ghetto)
Got kids to feed in the (ghetto)
Selling coke and weed in the (ghetto)
Every day somebody bleed in the (ghetto)
(oh oh oh oh oh) (ghetto)

[chorus]

Thats the life when your
Living in the (ghetto)oh
Living by the (ghetto)oh
Eating in the (ghetto, ghetto)
Thats the life when your
Living in the (ghetto)oh
Sleeping in the (ghetto)
Living in the (ghetto, ghetto, ghetto)

(wooohhoohh)


Akon - Ghetto Traduzione

Ghetto, Ghetto, Ghetto, Ghetto che viviamo

[Verse One]

Queste strade mi ricordano di sabbie mobili (sabbie mobili)
Quando la tua su di essa vi continuo ad andare giù (andando giù)
E non c'è nessuno a cui aggrapparsi troppo
E non c'è nessuno a tirarti fuori
Si continua a cadere (caduta)
E nessuno qui si può chiamare
Così si finisce per auto distruggendo
All'angolo con il Tuli sulla vita stretta appena ricevuto il outta doin bing soggiorno tempo
segni di denti sulla mia schiena dal canino
Buie memorie di quando non c'era il sole
Perchè hanno detto che non lo fanno
(Mi ricordo come fosse ieri)
Holdin a ciò che Dio mi ha dato

[Chorus]

Perchè questo è il momento della vita ur
Vivere nel (ghetto) e
Mangiare in (ghetto) o
Dormire nella (ghetto) (ghetto)
Perchè questo è il momento della vita ur
Vivere nel (ghetto) e
Mangiare in (ghetto) o
Dormire in (ghetto, ghetto, ghetto)

[Verse Two]

Non c'è bisogno di amare lussi (causa Everythin 'andare e venire)
Anche la vita che avete è preso in prestito
(Perché il tuo domani non promesso)
Quindi vivi la tua vita come se tutti giorni 'gon essere l'ultimo
Una volta che si sposta in avanti non può tornare indietro
I migliori si preparano a rimuovere il passato

Causa ya gotta be Willin a pregare
Sì ci deve essere (ci deve essere) un modo migliore oh
Sì quello che devi essere disposto a pregare
Perché ci deve essere (ci deve essere) un giorno migliore (aa)

Chi ha detto che questo dramma si fermerebbe oggi
Un sacco di negri morti o chiusi a chiave
Teenage donne crescono con l'AIDS

[Chorus]

Causa thats la vita quando la tua
Vivere nel (ghetto) oh
Mangiare in (ghetto) o
Dormire in (ghetto, ghetto)
Quella è la vita quando ur
Vivere nel (ghetto) oh
Mangiare in (ghetto) o
Dormire in (ghetto, ghetto, ghetto)

[Bridge]

Gun colpi ogni notte nel (ghetto)
poliziotti corrotti a vista in (ghetto)
Ogni giorno è una lotta nella (ghetto)
(Oh oh oh oh oh) (ghetto)
ragazzi Got to feed nella (ghetto)
Vendere coke e erbaccia in (ghetto)
Ogni giorno qualcuno vivo nella (ghetto)
(Oh oh oh oh oh) (ghetto)

[Chorus]

Quella è la vita quando la tua
Vivere nel (ghetto) oh
Vivere con la (ghetto) oh
Mangiare in (ghetto, ghetto)
Quella è la vita quando la tua
Vivere nel (ghetto) oh
Dormire nella (ghetto)
Vivere nel (ghetto, ghetto, ghetto)

(Wooohhoohh)

venerdì 11 marzo 2011

11 marzo 1977


Era la rossa primavera.
Era il marzo del 1977 in quella terra chiamata Bologna ove il tempo ha scandito la sua massima lentezza nella via Mascarella.
Bom bom, bom,bom, bom, bom.
Sei colpi di pistola.
Un ragazzo, conosciuto come Francesco, ma il cui vero nome era Pierfrancesco Lorusso, cade.
Cade nel giorno di lotta.
Cade nella Bologna sconvolta dalla repressione di Stato.
Bom,bom,bom,bom,bom.bom.
Sei colpi di Stato.
Stato processa Stato.
Stato assolve lo Stato.
Fuga rivoluzionaria, curiosità apuleiana.
Colpo alla schiena.
Secco, diritto, violento, tremendo.
Il respiro è svanito.
Il cuore è fermo.
” Mi hanno beccato“.
Ultime parole, ultimo fiato in tal via ove forse ha sognato.
Sognato la libertà, sognato la libertà, sognato la libertà.
Ma tal sogno si muta nella triste realtà.
Bologna arresta la sua essenza.
Bologna la grassa, la dotta, Bologna la rossa, è ora rossa, rossa, rossa del sangue di un compagno, ucciso, ucciso, per protestare contro l’autoritarismo, per rivendicare altro sistema, per il sogno della non utopica rivoluzione.
Bologna.
Ed ecco che ora un corteo, lungo corteo, profondo momento di condivisione nella collettiva visione della repressione di Stato, sfiderà i divieti del nuovo protezionismo securitario.
La solitaria e controversa,Piazza Verdi, il piccolo largo Repighi, la rossa via Mascarella, la frenetica via Irnerio, la borghese via Indipendenza, la senza identità via Rizzoli per ritornar in via Zamboni.
Via Zamboni è sempre la, ferma, immobile.
Vede scorrere persone e pensieri, lotte e collettivi, divisioni e unioni, ceri e anatemi,divieti e conquiste.
Era il lontano 11 marzo del 1977.
Vivo nel nostro cuore, vivo nel nostro amore.

da Reset-Italia

ONE LOVE - Song Around LA

mercoledì 9 marzo 2011

Donne e rivoluzioni arabe

"We want sex"


Riflessioni sulll'inchiesta che sarà pubblicata dal prossimo numero di DWF

L'eredità del femminismo e il discorso sulla sessualità delle nuove generazioni

di Serena Orazi da GlobalProject
Quanto sia difficile oggi articolare, da parte di donna, un discorso compiuto sul tema della sessualità è indicato dalla ripetizione dei singulti di piazza, la cui cifra resta la genericità dei contenuti, risolta nella scelta di termini quali “indignazione” o “dignità”. Non si tratta di fare le pulci alla grande giornata del 13 febbraio scorso, si tratta, piuttosto, di capire come questa “indignazione” si tramuti in un ragionamento pubblico non solo sulle questioni (urgentissime) del lavoro e del welfare, ma anche sulla sessualità, l’immaginario e il loro legame con il potere.Il vuoto di discorso sul tema da parte delle donne merita attenzione, non fosse altro perché è stata la molla che ha fatto scattare l'onda “reattiva”. Vale a dire che ci si indigna pubblicamente anche e soprattutto perché l’immagine e il ruolo delle donne nel nostro paese sono continuamente sviliti dalle politiche del governo e dai comportamenti del raìs di Arcore. Va bene...ma equivale a stizzirsi quando ci si vede tolta la sedia da sotto il sedere. Una riflessione, invece, andrebbe articolata sul rapporto Sesso-Potere.
A partire dalla rivoluzione sessuale degli anni '60 il femminismo italiano ha fatto della sessualità la sua tematica centrale ‒ da Lonzi a Staderini ‒ e della ricerca della “vera sessualità femminile” uno degli obiettivi più importanti. L’affermazione del piacere femminile e della sua ricerca ha moltiplicato sperimentazioni e pratiche del corpo. In merito le formidabili riflessioni di Carla Lonzi restano centrali, nonostante le mistificazioni sull’esistenza o meno del punto G (nella vagina, of course!).
Viene da chiedersi quanto di tutto ciò sia giunto fino a noi. I continui tentativi di erosione degli spazi di libertà delle donne, l’arretramento sul terreno dei diritti, il successo dell’immaginario e dell’estetica di Drive-in e Colpo grosso, l’avvento della rete e la conseguente fruizione, produzione e condivisione di “materiale sessuale” di ogni genere, indicano che i risultati raggiunti in passato hanno prodotto uno spostamento e un capovolgimento tattici ‒ non strategici ‒ del dispositivo sessuale patriarcale, che ha affinato nuovi meccanismi di controllo, facendosi esso stesso “fabbrica” del desiderio.
La breve inchiesta centrata sull’immaginario e la sessualità delle giovanissime (18-19 anni), pubblicata sul prossimo numero in uscita di DWF DonneWomanFemme, ci segnala spunti molto interessanti. Ancora prima di sperimentare direttamente il sesso, esperienza che per lo più accade in età giovanissima, attorno ai 14, è centrale, nella costruzione dell’immaginario della relazione amorosa e sessuale delle ragazze, la rappresentazione che di essa danno alcuni autori di best seller come Federico Moccia, che mentono sapendo di mentire, perché fa parte del gioco. È chiaro a tutte, infatti, che la prima volta non sarà affatto “per sempre”, né necessariamente qualcosa di indimenticabile, ma è comunque importante fare come se lo fosse e crederci un po’, rispettare, in un certo senso, l’etichetta, perché sarebbe sconveniente esordire dichiarando di sapere ciò che si sa già da tempo: che si tratta del primo di una lunga serie di rapporti sessuali. La rappresentazione del sesso occupa progressivamente nuovi piani esperienziali, del resto anche le Bratz, ci fanno notare le ragazze, sono bambole per bambine, ma sono già sessualmente mature, ammiccanti, con le labbra di silicone e le scarpe col tacco alto, al contrario della cinquantenne Barbie, che in confronto è una signora “per bene”. Il sesso è divenuto, in qualche modo, la cifra della scoperta di sé, il medium attraverso il quale esprimere la propria identità. Conseguentemente il Desiderio, con la D maiuscola, diventa desiderio sessuale e il Piacere è sistematizzato attraverso il sesso. Un piacere “liquido” che rende agili – seguendo il discorso delle ragazze ‒ le sperimentazioni, dalla condivisione del/dei partner al passaggio da relazioni etero a omo e viceversa, ad una certa omologazione nell’estetica tra i generi (si pensi agli emo).
Il discorso femminista sulla sessualità necessita allora di un ripensamento radicale. Occorre individuare con urgenza quali e quanti sono, ad esempio, i nuovi luoghi della formazione dell’immaginario sessuale, giovanile ma non solo. Senza ostinarsi a ripercorrere strade conosciute, occorre rendersi conto che, talvolta, lo stesso concetto di autodeterminazione, traslato nelle relazioni e/o nei rapporti sessuali, risulta un limite, di fronte al desiderio (o al bisogno) di passività.
Insomma, è necessaria una nuova riflessione a voce alta delle donne. Occorre rioccupare lo spazio pubblico sperimentando, senza timidezze, ma con grande fantasia.
Con questo spirito di ricerca, e con una rabbia senza pari per gli episodi di violenza sessuale che disseminano le cronache dei nostri giorni, l'8 marzo a Roma ci riprenderemo la notte, convinte che la strada da percorrere sia ancora tanta, consapevoli che il futuro è ancora tutto da scrivere.
* InfoSex - Esc, atelier autogestito (Roma)

Mubarak ordinò la strage degli italiani

Il ministro degli esteri Frattini si è finalmente accorto delle accuse al regime di Mubarak. Ha così finalmente riconosciuto che il ministro degli interni del caro amico e alleato è sotto inchiesta per aver organizzato l'attentato alla chiesa cristiana di Alessandria. Una notizia che girava da un po', ignorata da quasi tutti, si sa da almeno un mese.
Non poteva fare diversamente, nei giorni scorsi molti documenti del regime sono venuti alla luce e tra questi c'è anche, ad esempio, l'ordine per l'esecuzione dell'attentato a Sharm el Sheikh del 23 luglio 2005 , nel quale morirono (anche) sei italiani. Attentato attribuito ad al Qaeda, che lo avrebbe anche rivendicato.Frattini deve ancora arrivare all'attentato di Sharm, se mantiene il passo ne parlerà tra un altro mese. Intanto ha elegantemente glissato sul supporto del governo italiano al governo Mubarak in disgrazia e pure sulla sua stupida iniziativa, fondata proprio sulla "minaccia ai cristiani" da parte dell'estremismo islamico, con la quale si è coperto di ridicolo agli occhi della UE.
È abbastanza comprensibile, è difficile raccontare ai tuoi fedeli che li difendi dai feroci islamici, se poi salta fuori che sgozzatori e bombaroli che ci uccidono non sono gli "islamici" cattivi, ma i leader più amici e vicini al governo Berlusconi.
Le mani di Berlusconi e Frattini sono sporche di sangue, sangue italiano, egiziano, tunisino e ancora. Ma non sembra importare a nessuno, meglio far finta di non sapere, per i media come per le opposizioni, nessuno sembra disposto a far campagna su queste cosucce, "tira" molto di più la rissa tra le deputate che si danno delle puttane a vicenda.

fonte e link di rifrimento in http://mazzetta.splinder.com/post/24268252/mubarak-ordino-la-strage-degl...

da Indymedia

martedì 8 marzo 2011

Donne pensanti, non festeggiate nessun 8 marzo


di Alessandro Consonni
Carissime, Fiorenza Sarzanini, Maria Teresa Meli, Marina Terragni, Emanuela Falcetti, Maria Laura Rodotà, Lina Sotis e donne tutte del mondo, a questo punto delle cose, cosa dovrebbero festeggiare l’otto marzo le donne ???

Nel mondo del lavoro, le donne, sono considerate nulla, guadagnano meno dei maschi e per raggiungere posizioni di rilievo devono lavorare il triplo ed assumersi responsabilità dieci volte superiori a quelle di un uomo! Quando e se, si affermano professionalmente nel lavoro, al 99% devono rinunciare al ruolo di donna, alla maternità e alla famiglia! Inoltre, hanno sul groppone, figli, marito e anziani oltre naturalmente al lavoro, senza il quale oggi, nessuna famiglia può permettersi di rinunciare all’apporto economico della donna! Nell’ambito della vita pubblica, la figura femminile NON esiste, ma quando casualmente capita, è per ricoprire incarichi e ruoli marginali o di basso profilo! In politica, le quote rosa, rappresentano una percentuale ridicola e non per demerito della donna ma per supremazia culturale, storico morale di questa nostra società maschilista! La pubblicità ed il marketing USANO da decenni il corpo della donna, per vendere qualsiasi prodotto che, nel 95% dei casi con la donna non ha nulla a che fare! I media e le Tv, fanno un uso improprio del corpo della donna, per aumentare le tirature dei giornali ed incrementare gli ascolti di qualsiasi trasmissione, sia essa d’informazione o di intrattenimento!? La donna per dimostrare ai maschi la propria emancipazione, s’è prestata ad una FALSA RIVOLUZIONE MORALE che, l’ha spogliata pubblicamente oltre che delle proprie vesti, anche di quella dignità che faticosamente aveva cercato di conquistare negli anni settanta! La donna in questi ultimi vent’anni è tornata al modello arcaico, tanto caro al maschio mediterraneo, che la voleva sottomessa, muta e NON pensante! La donna italiana s’è così piegata all’utilizzo del proprio corpo, e della propria immagine, con la falsa illusione di piacere a s’è stessa per ottenere così quella FALSA indipendenza economica dal maschio che, invece, la resa SCHIAVA a comportamenti etico morali che l’hanno riportata ad abitudini gerarchiche da ventennio fascista! Il recente consenso istituzionale, politico nonché morale Cattolico, del fenomeno bunga bunga, ha riportato la donna ai fasti degli anni trenta quando il maschilismo frequentava orgogliosamente i bordelli e le case chiuse !!!

Le uniche VERE donne italiane rimaste, pare siano state quella MINORANZA che offese, stanche, infastidite, tradite, stuprate dai comportamenti maschilisti di questa società del bunga bunga, sono RABBIORAMENTE SCESE NELLE PIAZZE il 13 febbraio scorso, contro un maschilismo gerarchico pericoloso e intollerabile che costituisce un INDEGNO SFRUTTAMENTO della dignità delle donne di questo nostro Paese, da qualcuno portato ad esempio come sesta potenza economica del pianeta !?!?!?
Cancellino dunque dal calendario le donne d’Italia, questa data dell’ 8 marzo, festa ipocrita e consumistica trionfo di speculazioni della mimosa e gioia delle pizzerie, complici le tradizionali tavolate di sole donne, che come qualcuno afferma, amano DIVERTIRSI e RIDERE con ottimismo al futuro !!!
Le donne lavoratrici, le mamme, le studentesse, le nonne, le pensionate, le disoccupate, le donne tutte di questo Paese del bunga bunga, ONORINO questa data dell’8 marzo MANDANDO (i mariti, i figli, i padri, i nonni, i colleghi, i datori di lavoro, i politici e gli uomini tutti d’Italia, che offriranno loro un rametto di mimose), MANDANDO ribadisco, questi ipocriti uomini a fottersi, perché l’uomo opportunista bunga bunga, solo di ESSERE MANDATO A FOTTERSI si merita!
Donne del mondo, al posto di rifarVi le tette e le labbra, per piacere di più a voi stesse, così Voi affermate, cominciate a mandare a fottersi i maschi, e fatevi rispettare nella vostra dignità profonda di essere donne a trecentosessanta gradi, per trecentosessantacinque giorni all’anno e RIFIUTATE questa presa per i fondelli dell’8 marzo, festa consumistica, borghese e capitalista voluta dai PADRONI del bunga bunga !!!
Donne PENSANTI del mondo, ripulite la società da una sparuta MINORANZA di sgualdrine che disonorano con il bunga bunga la Vostra dignità di donne !!!

Donne pensanti italiane, se Vi volete bene, non festeggiate nessun 8 marzo !?

Libia, le armi di Obama


di Christian Elia da PeaceReporter
Gli Usa chiedono aiuto all'Arabia Saudita per sostenere i ribelli

Quando il gioco si fa duro, una telefonata a Riad torna sempre buona. Questa almeno la tesi di Robert Fisk, l'inviato del quotidiano britannico The Independent, uno dei massimi conoscitori del grande gioco mediorientale.

Fisk lo scrive oggi: "Nel tentativo di evitare un coinvolgimento diretto in Libia, Washington ha chiesto all'Arabia Saudita di fornire armi ai ribelli per consentire loro di lottare ad armi pari contro il regime di Gheddafi". La risposta non dovrebbe essere negativa, visto che Riad dipende dagli Usa per la sua stessa sopravvivenza.La famiglia reale saudita è in grande difficoltà. L'Iran le contende la supremazia regionale, con una lotta che non è solo politica ma anche religiosa. Preminenza sunnita, preminenza sciita, con le due potenze simbolo dell'una e dell'altra comunità musulmana a giocare sporco senza esclusione di colpi.

La minoranza sciita in Arabia Saudita è in fermento e, venerdì prossimo, sono previste nuove manifestazioni per chiedere riforme della monarchia saudita e maggior rispetto dei diritti della minoranza sciita (pari a circa il venti per cento della popolazione) e la liberazione di alcuni leader arrestati dalla polizia politica di Riad nei giorni scorsi. Nonostante i problemi dinastici, nessuno teme in Arabia Saudita che la minoranza sciita abbia davvero qualche chance di rovesciare il regime, ma di destabilizzarlo si. Con il Bahrein in fiamme (proprio perché gli sciiti - che sono maggioranza - non tollerano più il regime della monarchia sunnita) e l'Iran alle porte, a Riad si armano fino ai denti.

Ecco perché, prendendo per buone le previsioni di Fisk, Riad non dirà no a Washington. Un rifiuto potrebbe comportare, in futuro, una rappresaglia diplomatica e di forniture militari ai sauditi, che non possono permetterselo. Sarebbe un sollievo per Washington, visto che l'amministrazione Obama è sempre più pressata dall'opinione pubblica interna e internazionale.

La no-fly zone, per impedire ai caccia del colonnello Gheddafi di bombardare i rivoltosi, è complicata. Ha ragione Robert Gates, che se ne intende. Per istituirla serve prima un bombardamento a tappeto che Obama e i suoi, all'insegna del nuovo corso in politica estera statunitense, vedono come fumo negli occhi. Anche l'inazione, però, è mal digerita negli Usa. L'aiuto dei sauditi risolverebbe molti dubbi negli Usa, senza impelagare troppo gli statunitensi.

Non è, però, che un rimandare il problema. Il regime di Gheddafi, dopo lo sbandamento iniziale, sta dimostrando una capacità di tenuta notevole. Al punto che, negli ultimi due giorni, ha rilanciato la sua offensiva fuori Tripoli. La rivolta, per ora, è in stallo e il fronte si sta solidificando a Sirte. Questo significa che, prima o poi, ci sarà la battaglia decisiva. E Obama non potrà chiedere ai sauditi di agire al posto di Washington in eterno.

Bisognerà, invece, aspettare la fine di tutto questo per saperne di più sulle armi che i ribelli hanno in mano fin dai primi giorni. La vulgata vuole che alcuni militari si siano, da subito, uniti ai rivoltosi garantendogli l'accesso ai depositi dell'esercito. Può essere, ma quella della rivolta in Libia è una storia tutta scrivere, a cominiciare dal finale.

Christian Elia

Comunicato stampa di Michele Rizzi di Alternativa comunista su chiusura ospedali pubblici e sciopero generale


Abbiamo ricevuto una mail da parte di Michele Rizzi, coordinatore regionale di Alternativa Comunista, circa la situazione ospedaliera pugliese.
Ve la proponiamo aprendo così un dibattito.
Commentate.


Serve uno sciopero della sanità per bloccare la chiusura degli ospedali

Mentre l'assessore Fiore e i vertici del PD si scontrano su come pianificare i tagli alla sanità, parte il giro di boa dell'applicazione del Piano sanitario regionale concordato da Vendola e Fitto che, con l'inizio del blocco dei ricoveri in molti ospedali, di fatto ne anticipa la chiusura. Stanno saltando ben 18 ospedali, tra proteste di sindaci e di lavoratori delle città interessate, mentre ben 4000 lavoratori, tra personale medico, infermiere e tecnico, saranno trasferiti altrove.Ecco cosa significa l'accordo tra centrosinistra pugliese e centrodestra nazionale: introduzione del ticket sulle ricette che è un ulteriore danno alle tasche impoverite dei lavoratori pugliesi, 18 ospedali pubblici da chiudere, 2200 posti letto da tagliare, la stabilizzazione dei precari della sanità da mettere in discussione, mentre la giunta Vendola autorizza l'apertura di ben 11 ospedali privati pagati con soldi pubblici, a partire dal San Raffaele di Taranto di Don Verzè.
A questo scempio contro i lavoratori pugliesi, i lavoratori della sanità pugliese rispondano con uno sciopero generale che appoggi la lotta che Alternativa comunista sta sviluppando ormai da molti mesi, con assemblee in tutte le città interessate dai tagli, per la ripubblicizzazione della sanità pugliese e per la lotta contro la precarietà anche in questo settore.

Michele Rizzi

Cari amici della redazione, vi mando questo comunicato stampa sulla sanità.
Un caro saluto.
Michele Rizzi - coordinatore regionale di Alternativa comunista
Tel. 3281787809
www.alternativacomunistapuglia.org

lunedì 7 marzo 2011

DAL 1997 AD OGGI POCO E' CAMBIATO - IMPRESSIONANTE ESPLOSIONE NOTTURNA DI FUMI E POLVERI DALL'ILVA DI TARANTO. 4 MARZO 2011



MI COMUNICANO: "A MEZZANOTTE RIPRISTINIAMO LA LINEA "D" DELL'AGGLOMERATO..." MI APPOSTO CON LA MIA TELECAMERA AD INFRAROSSI E FILMO UNA LUNGA ED IMPRESSIONANTE ESPLOSIONE DI FUMI e DI POLVERI DALL'ILVA DI TARANTO. (fabio matacchiera)



Ore 22,02,del 7 ottobre 2010, operai dell' Ilva mi telefonano e mi riferiscono: "STIAMO ANDANDO A RUOTA LIBERA... non puoi immaginare cosa sta accadendo! ". Filmo tutto con un magone in gola e con tanta rabbia. Questa volta non consegnerò questo video spontaneamente alla Magistratura poichè tutte le denunce fino adesso inoltrate non sono servite a nulla. Qui a Taranto, nemmeno le istituzione hanno pietà dei bambini... Aiutateci ad uscire da questo inferno. (fabio matacchiera).



VIDEO-SHOCK N.3 - TONNELLATE DI FANGHI VELENOSI, SCARICATI PER DECENNI, ANCORA OGG,I RICOPRONO I FONDALI MARINI DI TARANTO. LEGGERE NOTA. (clickare su "ulteriori informazioni" per dati e dettagli molto importanti).
Il gruppo speciale dell'associazione CARETTA CARETTA, guidato da Fabio Matacchiera e costituito, nella circostanza del video, dagli associati più coraggiosi ed intraprendenti, effettuò , negli anni dal 1992 al 1997, numerosissimi appostamenti, durante la notte, presso i canali Ilva di Taranto. In quei luoghi furono raccolte innumerevoli prove video, fotografiche e campioni di sostanze sulle quali furono effettuate analisi di laboratorio. La documentazione probatoria fu consegnata alla Procura della Repubblica di Taranto, unitamente agli esposti. In quegli anni furono effettuati appostamenti anche durante le notti di Natale, Santo Stefano e Capodanno, in considerazione del fatto che in quelle date si presumevano maggiori e fuori controllo gli sversamenti in mare di sostanze pericolose. All'epoca dei fatti descritti, la ASL di Taranto ed il suo dirigente del settore chimico, fisico e microbiotossicologico rassicuravano l'opione pubblica del fatto che tutto era sotto controllo e che anche ed i dati analitici erano a norma, contrariamente a quanto l'associazione rilevava. Frequentissimi erano gli sversamenti di sostanze catramose ed oleose attraverso i canali di raffreddamento ILVA che confluivano in mare e si accumulavano sui fondali.
Il CNR di Taranto, parallelamente al lavoro dell'associazione, fornì dati ufficiali allarmanti (in possesso dello scrivente e disponibili su richiesta). Questi ultimi dimostrarono che in tutti i campioni di sedimento marino, prelevati davanti ai canali ilva, anche a distanza di alcuni km, elevata era la presenza degli IDROCARBURI POLICICLICI AROMATICI, come il FENANTRENE, l'ANTRACENE, il FLUORANTENE ed i micidiali BENZO(a)PIRENE E CRISENE (particolarmente cancerogeni e mutagenI). In più, la relazione del CNR così espose: " ... oltre al materiale in sospensione, i reflui ILVA contengono un pool di inquinanti tossici come AMMONIACA, CIANURI, FENOLI, OLI MINERALI E METALLI PESANTI" . Anche i risultati delle analisi chimiche commissionate dall'associazione Caretta Caretta al centro specializzato di SIDERNO (RC) "RICERCHE & ANALISI SERVICE" non furono molto confortanti, in quanto risultò che, oltre alla presenza di IPA (idrocarburi policiclici aromatici), vi erano elevate quantità di solventi organici non alogenati come il temutissimo BENZENE. Testualmente il referto, firmato dal chimico, dott. Giuseppe Tassone, classificò i campioni come "RIFIUTI SPECIALI TOSSICI E NOCIVI, DESTINATI AD IMPIANTI DI TRATTAMENTO E/O TERMODISTRUZIONE".
L'associazione guidata dallo scrivente, in seguito ad UNA INDAGINE PRESSO LA CAMERA DI COMMERCIO DI TARANTO scopriì CHE IL DIRIGENTE DELLA ASL/TA1, A CUI SPETTAVA IL COMPITO UFFICIALE DI ESPRIMERSI IN MATERIA AMBIENTALE, RISULTAVA ESSERE SOCIO DI MAGGIORANZA DI UNA DITTA CHE EFFETTUAVA LAVORI PRIVATAMENTE ALL'INTERNO DELL'ILVA CON FATTURATI DA CAPOGIRO. Il dirigente fu denunciato dal sottoscritto PER PRESUNTA INCOMPATIBILITA' DEI RUOLI (QUELLO ISTITUZIONALE E QUELLO PRIVATO IN AFFARI CON L'ILVA STESSA ), quest'ultimo morì nel 2004 per male incurabile (2004). Fabio Matacchiera ringrazia con grande affetto ed ammirazione tutti i soci di CARETTA CARETTA che (negli anni dal 1991 al 1998) con il loro coraggioso apporto hanno reso incisiva lazione dell'associazione nel settore ambientale a Taranto. Caretta caretta ha rappresentato un punto di riferimento per coloro che amano il territorio jonico. A causa dei rischi, delle minacce subite e di un paio di gravi attentati subiti, l'associazione dovette interrompere il suo lavoro nel 1998.
Con la speranza che tutti i sacrifici fatti non siano stati vani e che possano contribuire a sensibilizzare le coscienze dei tarantini, al fine di cambiare le sorti di questa sfortunata città, Fabio Matacchiera rende disponibili i video ed eventualmente ogni prova documentale. LE ANALISI CHIMICHE POSSONO ESSERE RICHIESTE a: fabio@studiomatacchiera.it


sabato 5 marzo 2011

Libia, il silenzio dell'Africa


Poche e imbarazzate dichiarazioni, nessun passo concreto. Nella crisi libica, si registra l'assenza di un continente

di Alberto Tundo da Peacereporter
Sarà anche un Paese arabo, inserito nelle dinamiche mediorientali ma, fino a prova contraria, la Libia si trova in Africa. E allora, mentre nel Mediterraneo soffiano venti di guerra e Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina riscrivono le loro agende, mettendovi in cima la crisi libica, viene spontaneo chiedersi dove sia finita l'Unione Africana. E la risposta è semplice: non pervenuta. Mentre nella parte settentrionale del continente soffiano venti di democrazia e regimi illiberali vengono contestati e rovesciati, la massima organizzazione politica continentale non c'è. Se si va sul suo sito internet, la pagina d'apertura, sotto la testatina "What's happening?", porta una serie di notizie sull'attività dell'Ua ma della Libia non c'é traccia. Bisogna allora aprire la sezione Peace&Security e, dopo la missione a Cotonou, il Djibouti Process per la crisi somala, il comunicato della 263esima riunione del Consiglio di Pace e Sicurezza e il rapporto dello stesso organo sulla sua missione in Sudan, si scopre che "l'Unione Africana esprime una forte preoccupazione per la situazione in Libia". E' un comunicato datato 23 febbraio. Due paragrafi, 10 righe in tutto, in cui l'organizzazione "condanna l'uso spoporzionato della forza contro i civili e deplora la perdita di vite umane", "sottolinea che solo il dialogo e il confronto consentiranno al popolo libico di trovare le giuste soluzioni" e "incoraggia tutti gli attori a favorire il dialogo". Tutto qui. Prima e dopo non c'è nulla.

Di "silenzio allarmante" ha parlato il primo marzo, ripreso dalla Cnn, un alto funzionario della Comissione economica per l'Africa delle Nazione Unite, Okey Onyekwe, ex responsabile della governance, che si è detto "sorpreso e imbarazzato per il fatto che l'Unione Africana e gli stati del continente siano rimasti piuttosto silenziosi di fronte alle vicende del Nord Africa e della Libia in particolare...Se l'Africa vuole diventare un attore globale ed essere presa sul serio dalle altre potenze, in questioni come questa dobbiamo far sentire la nostra voce". Ma per esprimere quale posizione? Il silenzio dell'Unione rispecchia (anche) la mancanza di una posizione comune. Il problema è anche questo. Più che critico, anzi durissimo, il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, che ha condannato "il silenzio inaccettabile davanti alla repressione brutale dei manifestanti". "E' una realtà scioccante che davanti a quanto accaduto in Tunisia, Egitto e ora in Libia, la leadership dell'Unione Africana non abbia fatto dichiarazioni e ne abbia preso provvedimenti, nonostante queste sollevazioni abbiano una pesante ricaduta su alcuni Paesi membri", ha detto il leader gambiano in un discorso trasmesso dalla tv di stato. E' un dato di fatto incontrovertibile che, fatta eccezione per un congelamento delle relazioni diplomatiche con la Libia paventato dal Botswana - il cui peso geopolitico è quasi nullo - l'Africa nella crisi libica ci è entrata dalla porta sbagliata, quella dei mercenari, e forse addirittura delle truppe regolari, affluite da Ciad, Niger, Kenya e Zimbabwe per aiutare Gheddafi a soffocare nel sangue la rivolta.

Resta l'interrogativo del perché di questa assenza in un momento in cui l'Africa cerca un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale. Le ipotesi sono diverse. Innanzitutto, per quanto siano stati forti i progressi in tema di democrazia e rispetto dei diritti umani, molti leader restano molto più vicini al modello di Gheddafi che a quello delle democrazie occidentali che lo vorrebbero fuori dai giochi. C'è una giunta in Guinea, un presidente golpista in Costa d'Avorio, e regimi illiberali in Ruanda, Uganda e Zimbabwe, giusto per fare qualche esempio. E' vero, poi, che Gheddafi ha comprato fedeltà politiche pagandole a peso d'oro, soprattutto negli anni del suo ultimo travestimento da nume del panafricanismo. In realtà, molti Paesi africani si sono mostrati molto meno sensibili di fronte alle lusinghe del denaro libico di tanti stati, e soprattuto molto più consapevoli della sua inaffidabilità politica. Lo dimostra la fine burrascosa della presidenza di Gheddafi dell'Unione Africana nel gennaio 2010, conclusione di una relazione tribolata, quella tra il Colonnello e l'Africa, che meriterebbe una trattazione a parte. Molto più semplicemente, l'Unione Africana è un'organizzazione troppo giovane (è stata fondata nel 2002, ndr) e poco rodata che si trova ad essere affiancata da organizzazioni regionali come Ecowas (Africa occidentale), Igad (Africa orientale) e Sadc (Africa meridionale) che spesso hanno meccanismi più oliati e seguono obiettivi strategici sui quali c'è un consenso maggiore. Nelle crisi ivoriana e somala, si sono registrate forti discrepanze tra le strategie regionali, di Ecowas e Igad, e quella continentale rappresentata dall'Unione Africana. Per questo, la proposta della Lega Araba di imporre una no fly zone sulla Libia e di affidarne il monitoraggio all'Ua, suona come uno sfregio per un'organizzazione che nelle ultime settimane ha fatto finta di non esserci. L'Unione Africana è già impantanata in Costa d'Avorio e Somalia. Difficile che possa gestire la crisi libica.

Legalità e giustizia : Il caso Napoli


Questura, magistratura e media contro le lotte sociali ed ambientali

di Antonio Musella
Quello che sta avvenendo a Napoli da circa due anni a questa parte in materia di repressione delle lotte sociale, rappresenta senza dubbio un laboratorio di sperimentazione di contrasto del conflitto sociale per gli apparati polizieschi e giudiziari.
La storia di questa spirale non ha una genesi definiti ma diversi fattori hanno contribuito ad una stretta repressiva progressiva rispetto alle lotte sociale che è coincisa con l’acuirsi delle politiche di austerità e dei tagli e di aggressione al territorio.
Le vicende legate alle lotte ambientali da Chiaiano in poi hanno senza dubbio segnato una strategia diversa delle forze dell’ordine che non si sono più solo limitate alla repressione nelle piazza ma a diverse operazioni di polizia giudiziaria. Contando sull’appoggio di un pool di magistrati tutti vicini a magistratura democratica, si è esercitato il tentativo di detronizzare l’attivismo sociale che aveva gia’ travalicato i confini delle realtà di movimento organizzate per invadere le comunità territoriali, aggiungendo agli arresti, le denuncie, gli obblighi di firma, anche un’opera dei diffamazione delle lotte sociali stesse.Si è sostenuta l’idea che le lotte ambientali in Campania fossero mosse ad arte dalla camorra. In questo modo non si è provato solo a bloccare la riproducibilità di azioni di disobbedienza sociale diffusa, ma al tempo stesso si è provato ad infamare per rompere il consenso ed il radicamento che le lotte ambientali si erano costruite sui territori.
Nessuna delle innumerevoli inchieste giudiziarie da Chiaiano e Terzigno ha portato alla dimostrazione di un ruolo attivo della criminalità nelle lotte. Eppure la funzione dei media di amplificare la diffamazione delle lotte in alcuni territori ha pesato molto. In ogni caso l’esempio dell’inchiesta condotta dal Pm Narducci ad esempio in merito a diversi episodi riguardanti le lotte di Chiaiano, che condusse nel marzo scorso all’arresto di un attivista ed all’obbligo di firma per altri 4 è esemplare per raccontarci come ha funzionato l’opera di diffamazione. Narducci ripercorre diversi mesi di lotta in una carteggio che raggiunge addirittura le 400 pagine. Un vero e proprio libro. Dopo aver costruito ipotesi di organigrammi che legherebbero i centri sociali alle lotte di Chiaiano ci si sofferma sull’individuazione di alcune targhe di motoveicoli i cui proprietari risulterebbero legato a famiglie camorristiche. Dopo queste lunghe pagine di curriculum criminali viene scritto a chiare lettere che nessuno degli individui identificati ha partecipato mai a nessun tipo di azione di lotta né tantomeno si può sostenere l’esistenza di un legame tra la criminalità organizzata e l’area dell’antagonismo sociale. La domanda nasce spontanea. Che hai scritto a fare decine di pagine ? Semplice per mandarle in pasto ai giornalisti e alimentare l’opera delatoria e diffamatrice.
Ad un anno di distanza, dopo che molti capi di accusa di quell’inchiesta del pm Narducci – lo stesso di Calciopoli – sono cadute nei confronti degli attivisti, gli stessi sono ancora sottoposti all’obbligo di firma.
Ma se la diffamazione delle lotte sociale è stata un’operazione fallita rispetto alle lotte ambientali, questo non si può dire per le lotte del mondo del non lavoro.
Il processo di acuirsi della repressione giudiziaria e dell’opera diffamatoria delle lotte sociale si è innescato sulle lotte ambientali quando l’azione governativa è divenuta sempre più di hard governance distruggendo ogni spazio di dialettica politica. Il cambio di gestione della Regione Campania, i tagli a tutte le misure di wlefare esistenti dal reddito di cittadinanza fino al progetto di inserimento socio lavorativo Bros per i disoccupati di lunga durata ha fatto scattare nei confronti dei disoccupati organizzati la stessa procedura.
L’intensificarsi delle pratiche radicali di lotta dei disoccupati organizzati a portato all’avvio di una spirale repressiva senza precedenti che ha unito violenza di piazza della polizia, operazioni giudiziarie con la costituzione di un vero e proprio pool di magistrati che indaga sui movimenti dei disoccupati organizzati, e un meccanismo di intimidazione e controllo degli apparati polizieschi che pensavamo da armamentario degli anni settanta. Perquisizioni notturne, fermi, pestaggi sono divenuti il pane quotidiano insieme ad una funzione svolta dalla nuova amministrazione regionale a guida Pdl che ha costruito una vulgata che vede i disoccupati come l’incarnazione degli sprechi della precedente amministrazione, il male assoluto della città di Napoli.
In questo clima, e sfruttando dei limiti oggettivi degli strumenti di comunicazione di quel tipo di movimenti, si è costruito un clima medioevale intorno ai movimenti dei disoccupati organizzati.
A questo si aggiunge anche un ruolo tutto nuovo giocato direttamente dalla Questura. La gestione dell’ex questore di Napoli Santi Giuffrè, ora promosso al Viminale dal 1 marzo, è stata lo specchio di un’operazione complessiva di attacco alla lotte sociali ed ambientali.
Dal 2009 fino al 2011 questo tipo di operazione repressiva che come abbiamo visto trova nella politica regionale, nella magistratura e negli apparati di polizia i registi principali, si è provato a distruggere le lotte sociali a Napoli.
Santi Giuffrè nei primi mesi del 2011 è praticamente sceso direttamente in politica rilasciando interviste al Corriere ed a La Repubblica dove elogiava in maniera diretta i tagli alle politiche per il welfare della Regione Campania e le politiche di austerità varate da Tremonti. Dichiarazioni assolutamente fuori luogo per un questore di una città dove le lotte sociali non sono certo il primo problema criminale.
All’interno stesso della Questura di Napoli e dell’ufficio Digos si è verificata una situazione di anomalia con la presenza di personale che dai commissariati territoriali è stato trasferito all’ufficio politico con ruolo di “consulente speciale” per così dire. Insomma anche gli stessi apparati repressivi si sono dovuti adeguare ad una stagione da santa inquisizione.
Le vicende legate alla repressione contro i disoccupati si evidenziano bene, oltre che nel quadro complessivo dell’azione repressiva, da due operazioni.
La prima riguarda l’arresto di alcuni disoccupati che nel mese di ottobre del 2010 avevano occupato gli uffici della commissione affari sociali della Regione Campania. Per sgomberare i locali, la polizia chiede prima il supporto dei vigili del fuoco, poi come denunciano attraverso i loro comunicati i movimenti dei disoccupati bastonano violentemente e senza alcun motivo valido tutti gli occupanti. Finiranno tutti in galera. Dopo alcune settimane una parte di loro sarà trasferita ai domiciliari, mentre altri, dall’ottobre del 2010 sono ancora oggi ospiti dello Stato presso il carcere di Poggioreale.
Ad alcuni di loro addirittura sono state notificate in carcere anche l’attuazione di pene sospese precedenti.
Vittima di quella mattanza ad esempio è stato Gennaro Iovine, uno dei delegati dei movimenti dei disoccupati, che ha riportato seri danni alla spina dorsale ed oggi è sottoposto a delicate quanto costosissime terapie rischiando di perdere la capacità di deambulazione.
Gli altri tra carcere e domiciliari e senza quel sussidio di 500 euro al mese ormai sospeso dalla Regione Campania da mesi.
L’ultima vicenda, ma solo in ordine cronologico, riguarda Gino Monteleone, uno dei principali portavoce dei movimenti dei disoccupati napoletani. L’ormai ex questore Santi Giuffrè attraverso una dettagliatissima relazione in merito a fatti, azioni di lotta, episodi dal 2000 ad 2010 ha chiesto il Questore di Napoli ha chiesto alla Sezione per le Misure Speciali del Tribunale di Napoli, la sorveglianza speciale per tre anni.
La sorveglianza speciale è stata utilizzata in passato per gli antifascisti durante il ventennio, per i grandissimi boss italo americani degli anni ’50 come Lucky Luciano ad esempio, e per diversi compagni vittime delle misure repressive degli anni settanta. Il “sorvegliato speciale” non può partecipare a riunioni pubbliche, manifestazioni, non può frequentare altri pregiudicati e con carichi pendenti, deve comunicare tutti i suoi spostamenti e può andare fuori comune solo comunicando alla questura di destinazione la sua permanenza, può essere sottoposto all’obbligo di firma anche più volte al giorno, non può avere apparecchi di comunicazione come internet ed il telefono cellulare. E tante altre misure ancora.
L’udienza programmata a febbraio è stata rinviata al 22 marzo. Gino Monteleone rischia seriamente la sorveglianza speciale, uno scenario che aprirebbe le porte per un ulteriore diffusione di misure di restrizione delle libertà per gli attivisti sociali. Tra lo sconcerto della maggior parte dei legali vicini al movimento napoletano, dagli studi Senese e Ciruzzi, agli avvocati D’Alessandro e Fusco, sembra che nella città di Napoli non si ricordi una misura di questo tipo.
Intanto, mentre Gino Monteleone rischia la sorveglianza speciale, Gennaro Iovine rischia di non camminare più, Egidio Giordano firma da 2009 fino ad oggi senza discontinuità, vengono dispensate nuove denunce, distribuiti avvisi orali ed articolo 1 ovvero avviso di pericolosità sociale, nei processi in corso addirittura si cambiano i capi d’imputazione. E’ il caso di un processo a 5 attivisti per un tentativo di occupazione della Centrale a Turbogas della Tirreno Power nel quartiere di San Giovanni a Teduccio avvenuto nel 2007. Dopo circa due anni e mezzo di udienze il giudice rimanda al pm il carteggio chiedendo la riformulazione del reato, da resistenza a pubblico ufficiale a resistenza aggravata e continuata. In pratica improvvisamente il giudice e come se avesse gia’ scritto il verdetto e soprattutto ritenesse troppo poco il massimo della pena tanto da dover chiedere di adattare il reato.
Cosa significa parlare di legalità a Napoli e nel paese oggi ? Luigi De Magistris qualche giorno fa sul Corriere della Sera invitava a parlare di diritti piuttosto che di legalità ed aprire una stagione di disobbedienza.
Mi pare un invito opportuno davanti ad una idea della legalità che vede personaggi come il prefetto Catenacci e l’ex vice di Bertolaso, Marta De Gennaro sversare in mare percolato ed essere liberi dopo due giorni di fermo. Una legalità che permette a Dario Cigliano sotto inchiesta per gli affari sui rifiuti di Enerambiente di essere conigliere provinciale e comunale , una legalità che vede Luigi Cesaro su cui pende un mandato di arresto fare il Presidente della Provincia, oppure l’amico dei camorristi Nicola Cosentino essere il deus ex machina della politica regionale.
Cos’e’ legalità? E cos’e’ giustizia sociale ? E’ giustizia sociale quella che vede il taglio del 80% della spesa per l’assistenza sociale in Campania ? Quella che vede la costruzione di nuove discariche ed inceneritori nonostante le lotte di questi anni abbiano dimostrato i danni irreparabili a cui condicono ? E’ giustizia quella che abbandona 4.000 disoccupati di lunga durata a se stessi dopo anni di percorsi di sostegno al reddito ? E’ giustizia quella che taglia il reddito di cittadinanza in una regione con 140 mila famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà?
Piuttosto che parlare solo di lotta alla repressione, oggi dovremmo essere in grado di articolare questo tipo di ragionamento, comprendendo che la vecchia idea legalitaria tanto cara ai Luciano Violante di turno è ormai stata demolita dalla società del presente e che solo una nuova idea di giustizia sociale può rendere l’idea di una costruzione di alternativa vera.
Dal 1 marzo a Napoli c’e’ un nuovo questore, è Luigi Merolla, ex capo della Digos di Napoli negli anni novanta, ex questore di Bologna. Dipenderà sicuramente anche da lui se questa incredibile spirale repressiva continui a seguire il suo corso oppure possa stopparsi in tempo.
Intanto il 22 marzo ci sara’ l’udienza per la sorveglianza speciale a Gino Monteleone, per fermare questa assurda spirale repressiva dobbiamo cominciare a fermare questo assurdo provvedimento. Il prossimo 11 aprile invece ci sarà l’udienza del riesame per valutare la posizione dei disoccupati ancora in carcere da ottobre.
E’ giunto finalmente il momento di far conoscere fuori da Napoli ciò che avviene in questi mesi, per mettere in moto una campagna di solidarietà per la giustizia sociale ed ambientale e contro le misure restrittive ai movimenti dei disoccupati e dei comitati ambientali, a cominciare da una campagna contro la sorveglianza speciale a Gino Monteleone.

da GlobalProject

Democrazia: palestra di parole, bottega degli affari.

Con gli insorti, sempre!

Molto probabilmente, in mancanza di una vera prospettiva internazionalista, anche movimenti di milioni di esseri umani, anche le liberazioni dai satrapi vampiri del Maghreb, saranno utilizzate per transizioni o stabilizzazioni confacenti all’imperialismo europeo ed americano.
I sommovimenti popolari, figli del nuovo equilibrio pluripolare, stanno costringendo l’u.e. a riconsiderare l’opzione strategica mediterranea, a fronte della relativa perdita di peso americano nell’area.
I padroni europei si “interessano” delle rivolte a loro modo, costretti dalla dipendenza economico-energetica a difendere “diritto” e profitti a pie’ pari. Sono gli stessi colonialisti di sempre, sfruttatori della riserva di manodopera a basso costo che contribuisce a mantenere il parassitismo sociale ed a contrastare il declino demografico europeo.
Sono gli stessi che spremono quei lavoratori nei periodi di prosperita’ industriale per poi rimandarli a casa, o rinchiuderli nei c.i.e. nei periodi di crisi, come l’attuale.
I padroni europei, impauriti dalla possibile instaurazione di nuovi stati teocratici ai loro confini, offrono la loro sponda democratica come prospettiva alle rivolte del pane e della vita migliore.
E cosi’, le rivoluzioni al di la’ del mare saranno costrette a scegliere tra la padella fondamentalista e la brace democratica.

ovunque nel mondo l’altalena di tutti i poteri
PALESTRA DI PAROLE
BOTTEGA DEGLI AFFARI





L’impetuoso sviluppo capitalistico, nell’alternarsi ciclico tra crisi e ripresa, sta creando nel mondo, diffondendola, contaminandola e concentrandola nelle metropoli, una classe mondiale, salariata, che non ha interessi nazionali ma che non ha nemmeno coscienza, tantomeno organizzazione.
E’ una classe giovane, ma ignota a se stessa, che sta crescendo cambiando il volto del mondo.
E’ una classe che comincia a reclamare ovunque una vita degna di essere vissuta, nell’officina del mondo cinese cosi’ come nelle aree periferiche del mediterraneo.
E’ questa la lezione che l’opportunismo nostrano non vuole o non riesce ad imparare, scambiando anche di fronte alla sanguinosa evidenza feroci dittatori con campioni dell’”antimperiasmo”, continuando nella solita, vecchia abitudine, di scambiar lucciole per lanterne.
I giornaletti della sinistra defunta sono li ad interrogarsi sul perche’ le “rivoluzioni falliscono” o sul perche’ milioni di persone seguono “leader sbagliati”.
Miseria del soggettivismo!
Non sara’ che certe “rivoluzioni” rivoluzioni non lo sono mai state se non nella testolina di chi comunque ha bisogno di un qualche stato guida, passando agevolmente dall’orso sovietico al cavaliere mascherato zapatista, dal colonnello antimperialista al nuovo faro del socialismo in America Latina?
E non sara’ che le “masse” seguono non astratte idee ma quello che c’e’, materialmente, quello che il convento del loro sviluppo storico-materiale passa, essendone strumentalizzate prima, ed oppresse dopo?
E non sara’ che la piccola borghesia intellettuale europea ( ed italiana! ), nel suo “antimperialismo” a senso unico ( ad ex uso filosovietico ), si e’ sempre schierata a fianco di tutte le borghesie purche’ truccate da antiamericane?
E’ un dibattito stantio, che ha gia’ ricevuto storiche risposte, e che trova negli avvenimenti odierni l’ennesima lezione.
Per quanto ci riguarda, noi eravamo con gli operai di Budapest nel ’56 e con quelli di Danzica e Stettino nell’’80 contro i carri sovietici, con i giovani di Tienamen nell’89 contro i falsi comunisti cinesi, con i ceceni nel 2002 affogati nel loro sangue di serie b, con i palestinesi massacrati da americani, Israele, a.n.p. ed hamas.
Ed oggi siamo con i giovani ribelli del nord Africa, che nella loro generosa potenza, ci ricordano che la rivoluzione e’ veramente possibile, anche e soprattutto nella metropoli, nel cuore dell’impero capitalista.
I governanti possono essere messi in fuga, le cose possono cambiare, non con le alchimie elettorali, ma con milioni di persone, donne e uomini, nelle piazze.

Noi, coscienti della mancanza di una organizzazione comunista in Europa che sola potrebbe offrire un riferimento di classe a queste rivolte, manifestiamo la nostra solidarieta’ ai giovani combattenti rinnovando il nostro impegno in quella direzione, individuando nei padroni italiani i nostri primi nemici e nella lotta contro di loro il nostro concreto internazionalismo.

C O M B A T

da Indymedia

venerdì 4 marzo 2011

Taranto, Coldiretti: nei campi è stato di calamità

E' necessario avviare subito le procedure per la dichiarazione dello stato di calamità nelle campagne dove decine di migliaia di ettari di terreno agricolo sono finiti sott’acqua insieme a case rurali e stalle per effetto dell’ondata straordinaria di maltempo che ha provocato perdite di ortaggi, verdure, vivai, serre mentre si temono danni alle piante da frutto come gli agrumeti e ci sono preoccupazioni per le semine primaverili. E' quanto emerge da un monitoraggio della Coldiretti che segnala anche frane e smottamenti nei campi e sulle strade che potrebbero far salire il conto dei danni nelle campagne a cento milioni di euro.

Un vero bollettino di guerra la situazione in Puglia dove la Coldiretti ha chiesto la declaratoria di stato di calamità naturale. Colpite tutte le province pugliesi, anche se i danni più consistenti si registrano a Taranto e Foggia. In particolare a Taranto, in contrada Marinella, Pantano e Tufarella, tra Ginosa e Bernalda (Matera), molti ettari di ortaggi e vigneti da tavola sono stati completamente distrutti ed alcuni fabbricati, sia capannoni che abitazioni, danneggiati. Anche a Castellaneta, contrada Gaudella e Palagianello nella cosidetta “Lama”, centinaia di ettari sono stati allagati con distruzione di tutti i seminativi. Ortaggi e vigneti allagati anche nelle restanti aree della provincia. Tra Ginosa, Laterza, Castellaneta e Palagianello gli imprenditori agricoli denunciano strade dissestate o addirittura chiuse, canali di scolo della bonifica in crisi di deflusso ed i terreni circostanti allagati con conseguente rischio di fenomeni di marciume radicale. Infine, l’abitato di Marina di Ginosa è completamente invaso dalle acque. Campi allagati e collegamenti impraticabili anche in provincia di Brindisi.
In Calabria la situazione è critica per gli ortaggi e per gli agrumeti, ma sono stati provocati danni anche a colture pregiate come ad esempio la cipolla Rossa di Tropea ad Indicazione Geografica Protetta (IGP). Disastrosa - continua la Coldiretti - la situazione della Basilicata nel Metapontino dopo l’esondazione dei fiumi Agri, Sinni, Basento e Bradano. Migliaia di colture di ortive, fragole, agrumeti e frutteti sommersi dall’acqua. Serre e fabbricati danneggiati, case rurali evacuate, aziende zootecniche semidistrutte e bestiame annegato. Difficile quantificare gli enormi danni. L’accesso ai terreni è reso difficoltoso dalle frane e dagli smottamenti, conseguenza delle inondazioni che hanno fatto scomparire anche molte strade rurali. I dirigenti Coldiretti della zona stanno facendo i sopralluoghi nelle aziende colpite. L’intero territorio agricolo di Pisticci è stato danneggiato dall’esondazione del Basento. Campi di fragole e ortive, frutteti e agrumeti inondati. Oltre 70 famiglie fatte evacuare dalle case rurali. Serre, fabbricati, strade e ponti distrutti. Gravissima anche la situazione nei territori di Bernalda e Montescaglioso.


Drammatica la situazione nei comuni di Bernalda e Montescaglioso, con campi di cereali, fragole, ortive, agrumeti e frutteti ancora sommersi dall’acqua e forti criticità negli allevamenti. Stalle interamente allagate, come quelle dell’azienda Esposito, che ha perso oltre 350 capi in seguito all’esondazione. L’Agri oltre a migliaia di ettari di fragole, ortive, frutteti e agrumeti nei comuni di Policoro, Nova Siri e Rotondella, ha inondato molte case rurali. In Abruzzo nella provincia di Teramo dove sono andati sott’acqua centinaia di ettari di terreno per effetto delle piogge incessanti che hanno anche reso inaccessibili molte strade poderali e, oltre ai danni diretti alle coltivazioni, hanno determinato smottamenti che hanno stravolto la conformazione dei terreni agricoli. In Italia - precisa la Coldiretti - ci sono 5.581 comuni, il 70 per cento del totale, a rischio idrogeologico dei quali 1.700 sono a rischio frana e 1.285 a rischio di alluvione, mentre 2.596 sono a rischio per entrambe le calamità
. All'elevato rischio idrogeologico non è certamente estraneo il fatto che un territorio grande come due volte la regione Lombardia, per un totale di cinque milioni di ettari equivalenti, è stato sottratto all'agricoltura che - afferma la Coldiretti - interessa oggi una superficie di 12,7 milioni di ettari con una riduzione di quasi il 27 per cento negli ultimi 40 anni. Il progressivo abbandono del territorio e il rapido processo di urbanizzazione spesso incontrollata non e' stato accompagnato da un adeguamento della rete di scolo delle acque ed è necessario intervenire per invertire una tendenza che - sottolinea la Coldiretti - mette a rischio la sicurezza idrogeologica del Paese. Una situazione aggravata dai cambiamenti climatici in atto che - conclude la Coldiretti - si manifestano con una maggiore frequenza con cui si verificano eventi estremi, sfasamenti stagionali, maggior numero di giorni consecutivi con temperature estive elevate, aumento delle temperature estive e una modificazione della distribuzione delle piogge.

da GrandeSalento.org

Beirut, aspettando la rivoluzione


Manifestazioni anche in Libano, dove lo scenario pare molto differente dal resto del mondo arabo

scritto da Erminia Calabrese da Beirut per PeaceReporter

"Pane, lavoro e libertà", urlavano i manifestanti nelle varie piazze arabe che nelle ultime settimane hanno trovato nel canale satellitare al-Jazeera una vera e propria leadership. "Il popolo vuole la caduta del regime", gridavano i rivoluzionari a Tunisi, al Cairo a Tripoli, liberandosi di regimi e di tiranni che per trenta anni avevano vietato ogni forma di libertà e la possibilità di una vita dignitosa per loro e per i loro figli.
Senza nessuna distinzione di religione, tribù, famiglie è stato il popolo il vero protagonista di queste rivoluzioni che qualcuno ha voluto chiamare "miracolo arabo". E' stato il popolo stavolta a liberarsi da quella retorica coloniale che da sempre aveva preteso di trasformare gli arabi in persone pigre e soggiogate dall'Islam. Bisognerebbe chiedere a Georges Bush o ad Hillary Clinton cosa hanno provato mentre la piazza al Cairo rovesciava quel regime che da anni l'amministrazione statunitense aveva appoggiato e finanziato perché considerato moderato, per il semplice fatto di aver firmato un accordo di pace con Israele, che aveva potuto cosi approfittare del gas egiziano a prezzi ridotti.
"Quando sei costretto a lavorare dalle cinque di mattina alle dieci di sera e nonostante questo vedi che non riesci ad arrivare a fine mese allora vuol dire che c'è un vero problema", commentava un cittadino libanese nei giorni della rivolta al Cairo - "allora vuol dire che devi iniziare a far sentire la tua voce".

"Il popolo vuole la caduta del regime settario", gridavano invece a Beirut, domenica scorsa, circa quattro mila persone, in maggioranza giovani, che sulla scia delle rivolte in Medio Oriente e in Nord Africa avevano organizzato una manifestazione nella capitale. In un Paese dove il potere è diviso tra diciotto comunità confessionali eredità dell'impero ottomano rafforzata dal colonialismo francese nel Paese una rivoluzione sembra però essere improbabile perché come ricorda Khalil, responsabile del Partito Comunista all'Università Americana di Beirut: "Se in Libia il tiranno è uno qui in Libano ne abbiamo tanti, uno per ogni confessione e una mobilitazione in termini nazionali è davvero difficile".

"Siamo stanchi di dover andare all'estero per trovare un lavoro mentre i nostri dirigenti non fanno altro che metterci gli uni contro gli altri utilizzando la retorica confessionale", dice Hani, un ragazzo di 26 anni.
In questo stesso giorno, mentre sotto la pioggia i giovani senza perdersi d'animo manifestavano per le strade della capitale, al nord del paese, nella regione di Akkar, una delle zone più povere del paese dove ogni famiglia in media è costituita da nove membri, Ahmad Hariri, vice presidente del Partito al-Mustaqbal, capeggiato dall'ex ormai premier Saad Hariri girava per le strade di Akkar in cerca di consensi distribuendo pane e lavoro, dopo che il premier designato Najib Miqati aveva ricevuto un bagno di folla nella visita a Tripoli, sua città natale.

"Non c'è lavoro qui, è solo grazie a Saad Hariri se oggi posso mettere qualcosa nel piatto dei miei nove figli. La settimana scorsa mi hanno addirittura spedito una valigia piena di vestiti per bambini", ricorda Yemen, una donna sui cinquant'anni. "Ho trovato un lavoro grazie ad Hariri che mi ha impiegato in una delle sue tante istituzioni qui nella regione", racconta invece Abu Ahmad. "E' lui che si occupa dell'istruzione dei miei figli e in caso delle loro cure mediche".
Se pane e lavoro ci sono, dove è la libertà?

L'aquila...città universitaria??

L'Aquila, 1 mar 2011

In otto hanno dovuto fare i bagagli, abbassare la testa e chiudersi dietro le spalle la porta della nuova Casa dello studente ma non solo, hanno perso il diritto a percepire la borsa di studio di cui sono titolari dovendo, inoltre, provvedere alla restituzione dei mesi fino ad oggi percepiti. La colpa che stanno espiando sei ragazzi e due ragazze è quello di aver fumato una sigaretta nella sala studio dell'ex caserma Campomizzi. La pietra dello scandalo non sarebbe stata in realtà il vizio del fumo, dato che i richiami per cattiva condotta sarebbero stati fatti, e finiti lì, ad alcuni il 23 novembre scorso, ad un altro gruppo il 9 dicembre 2010 ed infine altri a gennaio, piuttosto il 'caso' sarebbe nato dalle parole di un'altra ragazza allontanata a sua volta dalla struttura perché trovata ad utilizzare un fornellino elettrico.Il 'foglio di via' sarebbe stato redatto proprio in seguito all'audizione di quest'ultima ragazza che avrebbe storto il naso per dover lasciare il suo posto letto nella nuova Casa dello studente e la quale avrebbe replicato di non essere stata la sola ad essere stata trovata in violazione con il regolamento e dunque di non dover essere sola lei a pagare andandosene.

La revoca dell'alloggio giunta lo scorso 15 febbraio a 5 ragazzi israeliani, a 2 ragazze di Larino in provincia di Campobasso e ad un abruzzese originario di Penne, farebbe riferimento all'articolo 8 del regolamento interno della struttura studentesca che prevede la revoca del posto letto e della borsa di studio per la detenzione di armi, alcool, sostanze stupefacenti, giovo d'azzardo, la cessione del posto assegnato fino a giungere al fumare negli spazi comuni o all'interno delle proprie stanze.

«Hanno avuto tempo fino al 28 febbraio per lasciare i loro alloggi. Ieri notte alcuni hanno trovato ospitalità da amici altri hanno dormito in alcuni container messi a disposizione dalla Protezione Civile, – le parole di Wania Della Vigna, l'avvocatessa incaricata dai ragazzi di rappresentarli in questa battaglia – ma non è solo il problema dell'alloggio, hanno perso anche la borsa di studio, di cui erano titolari sia per requisiti di merito, sia per i loro redditi quasi alla soglia della povertà, e tale provvedimento sarà retroattivo. Neanche la caparra di 450 euro gli verrà restituita dato che sarà trattenuta per coprire le mensilità della borsa di studio percepite da settembre ad oggi».

«Non c'è un docente universitario al loro fianco – sottolinea la presidente del Comitato vittime della Casa dello studente, Antonietta Centofanti, mobilitatosi a favore degli otto ragazzi – si riempiono la bocca di belle parole ma non fanno nulla per il futuro degli studenti».

«Una città universitaria che deve essere ricostruita non può dimenticare i suoi studenti, li deve proteggere – incalza Della Vigna – è per questo che noi rivolgiamo un appello al Rettore di Orio, gli studenti devono essere protetti anche adesso. Non devono perdere il sogno di laurearsi all'Aquila»

Il commissario straordinario dell'Azienda per il diritto agli studi universitari, Francesco D'Ascanio, sottolinea come si stia già definendo un possibile percorso per risolvere la situazione in cui si sono trovati i ragazzi: «Vedrò tra poco il vice commissario alla ricostruzione Antonio Cicchetti, il quale è sicuro che ci sia una base per trovare una situazione alternativa. Stiamo pensando di muoversi bandendo un nuovo avviso pubblico per ristabilire la situazione ante quo».

Resta da capire se l'atto di revoca degli alloggi sia un atto personale del direttore dell'azienda per il diritto allo studio, Luca Valente, o se sia stato un provvedimento firmato da tutto il Cda.

da Indymedia

ECCOCE ROMA - REMO REMOTTI feat. ORCHESTRA DI PIAZZA VITTORIO

giovedì 3 marzo 2011

NORMALITA’

di Angelo Cleopazzo
Le speranze, le emozioni, le angosce sono chiuse nel cassetto più profondo dell’ anima mia.
Provo a prendere il filo e a tirar fuori le reti del mio pensatoio: dolore e tristezza, cupidigia e solitudine reclamano a viva voce riflessioni sullo stato in cui si trova la mia Nardò.
D’ impulso mi balena alla mente una frase, mi strazia e nuda dichiara la sua essenza: dov’ è la normalità in questo paese?
Trovo brandelli di memoria che mi interrogano.
Ma come i morti sono vivi e i vivi sono morti?
Nei grandi del passato trovo linfa vitale; sono vivi e stimolanti quei passaggi su sta terra di antenati.
Vedo in Gramsci una forza dirompente nel presente e pel futuro…
Mi desto e poi d’ intorno vedo morti.

Morti che camminano, persone senza meta, guidate solo dalla bussola del loro egoismo, dell’ opportunismo, dal fiuto per l’affare e dal vantaggio a breve termine.
Dignità, pudore, decoro, amore, cura, solidarietà, convivialità, istruzione, cultura, onestà, lealtà, religiosità, normalità. Quali di queste prerogative sono soddisfatte da chi calpesta questa Nardò?
La politica cittadina ridotta ad un feudalesimo medievale dove “ i signori “ detengono ad personam la gestione padronale del potere. Gestiscono i loro feudi ( che un tempo erano i partiti ) con l’ estorsione del consenso.
A Nardò la politica cittadina ruota attorno ai notabili dei “ pacchetti di voti “, chi ne ha di più si spartisce gli assessorati e le poltrone quando sarà eletto.
Fiumi di promesse, di denaro e di minacce piegano la schiena dei più deboli: un esercito di bisognosi pronti al baciamano, si scappellano e si prostituiscono davanti a sti figuri.
Come giustificare la morte della politica agli occhi dei bambini?
Quale scempio di normalità si vuole dare ai figli di questa terra, lercia e marcia, paludata da secoli di mafia.
Nessuna spinta ideale, nessuna proposta, non ci sono interlocutori normali.
La competizione fra i partiti ha senso se dialettica e idealità multiformi si contrappongono, si legano, si dispiegano dentro i partiti, fra i partiti, nelle Istituzioni, fra i cittadini.
Qui niente ha il sapore della normalità!
Esistono partiti che non sono, sedi aperte solo in prossimità dell’ elezioni, nessuna attività interna li contraddistingue per virtù.
Esistono partiti fondati dalla mafia, liste che sono partiti che passano da padre in figlio, partiti dove gli iscritti non sanno di esserlo, partiti dove mai una riunione fra gli iscritti è stata fatta.
In questo mare sono un’ isola col mio partito;i miei compagni di viaggio sono isole.
Assieme formiamo una barriera di coralli dove difenderci dalla barbarie, un arcipelago dove far sbarcare le navi nostre sature di speranze ed aspettative.
I bambini non hanno bisogno di esempi scellerati, non hanno bisogno dei ”signori del dolore ” , hanno bisogno d’ amore e di normalità.

Angelo Cleopazzo

RECENSIONE di MARGHERITA HACK al libro “GLI UOMINI OMBRA” di Carmelo Musumeci


E’ un libro sconvolgente, opera di chi in carcere è diventato un grande scrittore, che scrivendo riesce a sopportare quella morte al rallentatore che è il carcere a vita, l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”.

Sono racconti in parte veri, in parte romanzati, che rispecchiano la violenza di chi ha potere su i carcerati e l’ansia di libertà, di giustizia, l’amicizia profonda che si stabilisce fra compagni di pena.

Quando si legge di casi reali di giovani rei di aver partecipato a qualche manifestazione, o di aver reagito alla forza pubblica, che entrati in carcere in piena salute ne escono avvolti in un lenzuolo e con sul corpo i segni di pestaggi selvaggi, si vuol credere che si tratti di casi eccezionali, poi si pensa a quello che è successo durante il G8 a Genova e si comincia a dubitare. Il carcere che dovrebbe essere scuola di riabilitazione si rivela un centro di abbrutimento per i carcerieri e di annullamento della personalità dei carcerati a cui questi si ribellano con la violenza, carcerieri e carcerati egualmente vittime di un sistema degradante.Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, una famiglia che ci ha protetto e aiutato a crescere e ci si domanda come saremmo stati se fossimo stati lasciati abbandonati a noi stessi, orfani o con genitori in carcere, o assenti, forse ognuno di noi avrebbe cominciato con qualche furtarello e poi sempre qualcosa di più grosso, fino a che, contro la nostra volontà, ci sarebbe scappato il morto e la galera.

Il bambino criminale - l’autobiografa della sua infanzia- diventa criminale per colpa di chi dovrebbe guidarlo nella vita; prima la nonna che lo incita a rubacchiare del cibo al mercato, mentre lei, chiacchierando distrae il venditore. Scoperto, si becca uno schiaffo dalla nonna- quante volte ti devo dire di non rubare- e poi a casa se ne becca un altro per essersi fatto scoprire, poi la maestra che lo sospende per dieci giorni per aver portato a scuola un gattino, poi, in seguito alla separazione dei suoi, il collegio, dove religiosi di poca carità cristiana incrudeliscono con punizioni sproporzionate per un bambino ansioso di affetto e di libertà. Questo tipo di educazione potrebbe costituire un manuale su “ Come ti costruisco un criminale”.

Gli uomini ombra, invisibili e dimenticati da tutti , morti viventi, perché irreali come le ombre, eppure capaci di forte amicizia e altruismo come i quattro rinchiusi nella stessa cella, Tiziano figlio di un boss diventato assassino per l’obbligo di vendicare l’assassinio del padre, Pietro che aveva ammazzato la moglie e l’amante, Giosuè che aveva ammazzato una decina di persone che volevano ammazzare lui, e Nicola che viveva nel ricordo della moglie che lo aspettava da otto anni e non riusciva mai a vederlo. Era l’unico che aveva ancora una ragione per vivere. Per lui, perché lo trasferiscano al nord dove sarebbe stato più facile vedere ogni tanto la moglie gli altri tre dopo un tentativo di fuga fallito sono pronti a sacrificarsi. Finalmente Nicola può incontrare la moglie e gli altri tre sono finalmente liberi, le loro anime hanno lasciato i loro corpi martoriati di botte.

Le carceri italiane scoppiano. Molti detenuti non hanno nemmeno una branda o un materasso e dormono sdraiati per terra. Questo succede oggi nella civilissima Trieste. Molti dei detenuti non hanno compiuto altro reato che quello inventato da un governo razzista: il reato di clandestinità; molti altri sono poveracci che se fossero stati difesi da un bravo avvocato e non da un poco coscienzioso avvocato d’ufficio sarebbero fuori. Tutti avrebbero diritto a poter svolgere un lavoro, a studiare, a fare sport, a ricostruirsi un surrogato di vita, in particolare agli ergastolani, a coloro a cui la società dice: Lasciate ogni speranza o voi che entrate.

Spesso mi viene in mente un fatto di cronaca di qualche anno fa: Roma, una stazione della metropolitana. Due donne, un’italiana e una romena litigano, per quelli che vengono definiti futili motivi, una precedenza e una spinta forse involontaria, un insulto alla romena che reagisce con un’ombrellata al volto dell’altra. Disgrazia volle che la punta dell’ombrello le si conficcasse nell’occhio e raggiungesse un punto particolarmente delicato del cervello da provocare la morte. Chiaramente un omicidio preterintenzionale. Ma la romena è stata condannata per omicidio premeditato. Evidentemente in previsione del futuro litigio in metropolitana si era armata di un ombrello.

Quanto si dovrà aspettare perché il carcere possa assolvere davvero la funzione rieducatrice? Come si può pensare che una pena così barbara come l’ergastolo ostativo, che non lascia nessuna speranza di un futuro, possa rieducare?

Mi auguro che questo libro, oltre ad essere un eccellente esempio di letteratura vissuta, serva a sensibilizzare tutti coloro che sono “cittadini rispettabili”, che spesso non per merito loro ma grazie a un po’ di fortuna non hanno mai conosciuto il carcere, alla necessità di abolire l’ergastolo, a non dividere la popolazione fra onesti- quelli fuori- e delinquenti-quelli dentro- Leggendo questo libro si impara quanta umanità può esserci anche “dentro”, forse più dentro che fuori.

Margherita Hack

mercoledì 2 marzo 2011

DI TUTTI I COLORI - 3/13 marzo 2011 – Nardò


Centro di Servizi culturali e bibliotecari del Comune di Nardò
ex Convento dei Carmelitani C.so V. Emanuele II

giovedì 3 marzo h. 19:00
inaugurazione e presentazione di “Attila e Adalberta”(Lupo Editore)
libro per bambini scritto da Chiara Lorenzoni e illustrato da Chiara Criniti.

Giovedì 10 marzo h. 16:30
Laboratorio per bambini e ragazzi
A cura della Compagnia Terrammare Teatro e degli operatori della Biblioteca del Centro
con la partecipazione dell’illustratrice Daniela Cecere.

Il laboratorio, gestito da Silvia Civilla e Daniela Cecere, consisterà nel far inventare ai bambini una storia fantastica e a rappresentarla attraverso lo strumento magico della lavagna luminosa: il risultato sarà la costruzione di un piccolo mondo interattivo, in cui fondere fantasia, recitazione e manualità.

Partecipazione gratuita
info. 0833.572235

DI TUTTI I COLORI è un’iniziativa organizzata dalla Cooperativa Fluxus
nell’ambito del Laboratorio Urbano Koinè di Melendugno.
(Bollenti Spiriti /Regione Puglia - Assessorato alle Politiche Giovanili/
Unione dei Comuni delle Terre di Acaya e di Roca – Melendugno e Vernole).

L’appuntamento a Nardò nasce dalla collaborazione con il Centro di Servizi Culturali
e con la Compagnia Terrammare Teatro nell’ambito della rassegna di incontri
ed iniziative parallele alla stagione di prosa del Teatro comunale di Nardò
“Lo spettatore incantato”.
(Teatri Abitati/Unione Europea/Regione Puglia – Ass. al Mediterraneo, Cultura e Turismo/
Teatro Pubblico Pugliese/Città di Nardò).