Articolo tratto dal quotidiano Liberazione (sempre interessante e fuori dal coro a differenza del suo partito di riferimento) del 27/7/2011 sulle reazioni in Italia sulla stampa fascista e leghista a proposito delle stragi compiute dal loro camerata in Norvegia.
Daniele Zaccaria
A tre giorni di distanza dall'orrenda strage di Utoya, fa un certo effetto leggere corsivi, editoriali e commenti che campeggiano sulla cosiddetta stampa di destra. Ancora bruciati dalla delusione che il killer dei ragazzi fosse un sedicente suprematista cristiano di puro sangue scandinavo e non un miliziano jihadista dalla carnagione olivastra, i bollettini neoconservatori, invece di chiedere scusa per lo zelo ideologico con cui hanno inizialmente denunciato la «matrice islamica» degli attentati, rincarano la dose. Con raro sprezzo del ridicolo.
La strategia è semplice: dimostrare che Anders Brievik è "un pazzo isolato" e che l'odioso massacro di cui si è reso responsabile nulla a che vedere con il suo confuso Pantheon culturale. Il razzismo manifesto, il fanatismo vetero-cristiano, l'odio verso gli immigrati musulmani, verso i diritti delle donne, verso qualsiasi forma di uguaglianza sociale, non avrebbero dunque giocato alcun ruolo nella mattanza di venerdì scorso. Un pazzo è solo un pazzo. Punto e a capo.
«Dare patenti intellettuali a un claustrofobico sanguinario come Brievik è una forma di paranoia intellettuale», ammonisce il Foglio di Giuliano Ferrara. Cimentandosi poi in un ardita similitudine: «Quando Volkert van der Graaf, forse aiutato dalle frange dell'ecologismo, assassinò in Olanda Pym Fortuyn, anche lui nemico del multiculturalismo, non ci fu una caccia alle streghe contro la cultura animalista, liberal-vegetariana, perbenista e patologicamente corretta». Sfugge il nesso tra la cultura "liberal-vegetariana" e i deliri nazistoidi di Breivik, ma per il Foglio ogni espediente è buono a potare acqua al proprio mulino.
Il problema di chi pensa e scrive in malafede è che, pur di alimentare il proprio fondo di commercio ideologico, arriva persino a negare la realtà. Preferendo dare ragione a se stesso piuttosto che ai fatti. Il "caso Norvegia" è in tal senso emblematico. Mirabile il fondo firmato da Fiamma Nierestein sul Giornale dal titolo "Se il multiculturalismo ha fallito". Nierenstein ricorda che la pista islamica in fondo era plausibile, che il quotidiano di Alessandro Sallusti ha chiuso i battenti intorno alle 21.00 (sarà) e che fino a quel momento nei dispacci d'agenzia giaceva la sciacallesca rivendicazione di un oscuro gruppetto islamista. Difficile darle torto. A quel punto bastava proferire un elegante: «Ci siamo sbagliati» per chiudere la querelle. E invece no.
Nierestein rivendica il diritto all'errore e la correttezza del suo «fondo analitico». Compiendo un demenziale rovesciamento; in sostanza Brievik è solo un «orribile assassino pazzo» irriducibile a qualsiasi pensiero politico. Al contrario le società multiculturali rappresentano una pericolosa e concreta minaccia sociale e politica. Leggere per credere: «In Norvegia nel 2047 la popolazione musulmana avrà pareggiato quella locale. [...] Le classi elementari dovrebbero includere fino a 15 bambini immigrati, contro 5 locali, che spesso non sanno la lingua. Ciò dimostra che l'integrazione se dilaga è un difficile affare? Sì». Se non fosse un editoriale vergato da una firma in testa, sembrerebbe di leggere un verbatim tratto dai diari di Brievik. Anche perché le tesi sono le stesse.
Fa quasi tenerezza invece, l'accorato commento di Antonio Socci apparso sulla "prima" di Libero: «E' insopportabile che per superficialità o frettolosità si sia fatto passare il folle assassino norvegese per un "cristiano"». In sostanza il giornalista-scrittore s'indigna dell'amalgama tra cristianesimo e stragismo omicida, ricordando che un buon cristiano non ucciderebbe mai nessuno. A parte il fatto che è lo stesso Brievik a definirsi in quel modo, sarebbe ammirevole se una simile prudenza fosse impiegata anche quando i crimini sono compiuti da fedeli all'Islam o sedicenti tali. Ma a un venerabile maestrino della faziosità come Socci, che nella sua breve stagione da conduttore Rai presentava il movimento no-global accostandolo alle immagini dei massacri in Cambogia, con incredibili dissolvenze incrociate tra le bandiere arcobaleno e i cumuli di teschi degli oppositori di Pol Pot, è davvero chiedere troppo.
27/07/2011
www.liberazione.it
da Indymedia
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venerdì 29 luglio 2011
martedì 21 giugno 2011
Agghiacciante articolo di Mike Adams su Naturalnews: Il superbatterio E. Coli è stato ingegnerizzato per provocare decessi
di Ezio Alessio Gensini
Affiora la prova forense che il superbatterio e.coli in Europa è stato ingegnerizzato per provocare decessi (articolo di Mike Adams su Naturalnews )
Anche se la gara per dare la colpa ai vegetali è attualmente in corso in tutta l’UE, dove un ceppo di E. Coli super resistente sta facendo ammalare pazienti e riempendo gli ospedali in Germania, praticamente nessuno sta parlando di come l’E.coli è magicamente diventato resistente a otto diverse classi di farmaci antibiotici e poi, improvvisamente, è apparso nella catena alimentare.
Questa particolare variante dell’E.coli è un membro del ceppo O104, e i ceppi O104 non sono quasi mai (normalmente) resistenti agli antibiotici. Per acquisire tale resistenza, devono essere ripetutamente esposti agli antibiotici al fine di fornire la “pressione di mutazione” che li spinga verso l’immunità completa al farmaco.Quindi, se siete curiosi di conoscere le origini di tale ceppo, potete in sostanza analizzare in dettaglio il codice genetico dell’E.coli e determinare con sufficiente precisione a quali antibiotici è stato esposto durante il suo sviluppo. Questo passo è stato fatto (vedi sotto), e quando si guarda la decodificazione genetica di questo ceppo O104 che ora minaccia i consumatori di prodotti alimentari in tutta l’UE, emerge un quadro affascinante di come è stato generato.
Il codice genetico rivela la storia
Quando gli scienziati del Robert Koch Institute in Germania hanno decodificato la struttura genetica del ceppo O104, hanno trovato che è resistente a tutte le classi e le combinazioni di antibiotici:
• penicilline
• tetraciclina
• acido nalidixico
• trimetoprim-sulfamethoxazol
• cefalosporine
• amoxicillina / acido clavulanico
• piperacillina-sulbactam
• piperacillina-tazobactam
Inoltre, questo ceppo O104 posseiede una capacità di produrre particolari enzimi che gli conferiscono quella che potrebbe essere chiamata “superpotenza batterica” nota tecnicamente come ESBL:
“I Beta-Lattamasi a Spettro Esteso (ESBL) sono enzimi che possono essere prodotti dai batteri e li rendono resistenti alle cefalosporine, ad esempio, cefuroxima, cefotaxime e ceftazidime – che sono gli antibiotici più utilizzati in molti ospedali”, spiega la Health Protection Agency del Regno Unito .
Per di più, questo ceppo O104 possiede due geni – TEM-1 e CTX-M-15 – che “hanno fatto rabbrividire i medici dal 1990″, scrive The Guardian. E perché fanno rabbrividire i medici? Perché sono così mortali che molte persone infette da tali batteri sperimentano l’insufficienza critica di un organo e semplicemente muoiono.
Creare biologicamente un superbatterio mortale
Come, esattamente, nasce un ceppo batterico che è resistente a più di un dozzina di antibiotici in otto classi di farmaci differenti ed è caratterizzato da due mutazioni genetiche mortali, nonché dalla capacità di produrre enzimi ESBL?
In effetti c’è un solo modo in cui questo accade …
… (e uno solo) – si deve esporre questo ceppo di E. coli a tutte le otto classi di farmaci antibiotici. Di solito questo non avviene contemporaneamente, naturalmente: prima si espone alla penicillina e si trovano le colonie superstiti che sono resistenti alla penicillina. Poi si prendono le colonie sopravvissute e si espongono alla tetraciclina. Le colonie superstiti sono diventate resistenti sia alla penicillina che alla tetraciclina. Poi si espongono a un sulfamidico e si raccolgono le colonie sopravvissute, e così via. Si tratta di un processo di selezione genetica effettuata in un laboratorio con un risultato desiderato. Si tratta essenzialmente di come alcune armi biologiche sono costruite dall’esercito degli Stati Uniti nella sua struttura di laboratorio a Ft. Detrick, nel Maryland.
Anche se il processo reale è più complicato di questo, il risultato è che la creazione di un ceppo di E. coli resistente a otto classi di antibiotici richiede ripetute, prolungate esporsizioni a tali antibiotici. E’ praticamente impossibile immaginare come questo possa accadere del tutto spontaneamente nel mondo naturale. Ad esempio, se questo batterio è nato nel cibo (come ci è stato detto), allora da dove ha acquisito tutta questa resistenza agli antibiotici in considerazione del fatto che gli antibiotici non sono utilizzati nelle verdure?
Quando si considera la prova genetica che ora è di fronte a noi, è difficile immaginare come questo possa accadere “in natura”. Mentre la resistenza a un antibiotico singolo è comune, la creazione di un ceppo di E. coli che è resistente a otto diverse classi di antibiotici – in combinazione – sfida semplicemente le leggi della permutazione genetica e combinazione in natura. In poche parole, questo ceppo di superbatteri e.coli non avrebbe potuto essere creato in natura. E questo lascia solo una spiegazione per cui in realtà proveniva da: il laboratorio.
Progettato e poi rimesso in libertà
Le prove ora puntano verso il fatto che questo ceppo mortale di E.coli è stato progettato e poi rilasciato nella catena alimentare o in qualche modo è usciito da un laboratorio finendo nelle scorte alimentari inavvertitamente. Se non siete d’accordo con tale conclusione – e siete sicuramente benvenuti – allora siete costretti a concludere che questo superbatterio octobiotico (immune a otto classi di antibiotici) si è sviluppato in modo casuale per suo conto … e questa conclusione è molto più spaventosa della spiegazione della “bioingegneria”, perché significa che superbatteri octobiotici possono semplicemente apparire ovunque e in qualsiasi momento senza motivo. Questa sarebbe una teoria davvero molto esotica.
La mia conclusione ha effettivamente più senso: questo ceppo di E. coli è stato quasi certamente costruito e poi immesso in forniture alimentari per un fine specifico. Quale potrebbe essere tale fine? E ‘ovvio, spero.
E’ in funzione il solito metodo problema, reazione, soluzione. Prima si causa un problema (un ceppo mortale di Escherichia coli nel rifornimento alimentare). Poi si aspetta la reazione del pubblico (enorme clamore in quanto la popolazione è terrorizzata dall’E. Coli). In risposta a questo, si mette in atto la soluzione desiderata (il controllo totale della fornitura globale di cibo e la messa fuori legge di germogli crudi, latte crudo e verdure crude).
E’ tutto quì, ovviamente. La FDA ha invocato lo stesso fenomeno negli Stati Uniti quando ha fatto pressione per la sua recente “Legge di Modernizzazione per la sicurezza alimentare” che in sostanza, mette fuori legge le piccole aziende organiche familiari a meno che non lecchino le scarpe alle autorità di regolamentazione della FDA. La FDA è stata in grado di schiacciare la libertà agricola in America aggiungendo il timore diffuso che ha seguito la diffusione di focolai di E.coli nella catena alimentare statunitense. Quando le persone hanno paura, ricordate, non è difficile far loro accettare qualsiasi livello di regolamentazione tirannica. E rendere la gente spaventata dal loro cibo è una cosa semplice … pochi comunicati stampa del governo inviati via e-mail ai media mainstream affiliati, è tutto quello che serve.
Prima il divieto della medicina naturale, quindi l’attacco alle scorte alimentari
Ora, ricordate: tutto questo sta accadendo sulla scia del divieto europeo per piante medicinali e integratori alimentari – un divieto che palesemente mette fuorilegge terapie nutrizionali che aiutano a mantenere le persone sane e libere da malattie. Ora che tutte queste erbe e supplementi sono fuorilegge, il passo successivo è quello di rendere la gente anche spaventata dagli alimenti freschi. Questo perché gli ortaggi freschi sono medicinali, e fintanto che il pubblico ha il diritto di acquistare ortaggi e legumi freschi, puo sempre prevenire le malattie.
Ma se si rende la gente SPAVENTATA dalle verdure fresche – o se si mettono fuorilegge del tutto – allora è possibile forzare l’intera popolazione ad una dieta di cibi morti e prodotti alimentari trasformati che favoriscono le malattie degenerative e sostengono i profitti delle potenti aziende farmaceutiche.
Fa tutto parte dello stesso programma, evidentemente: Rendere le persone malate, negare loro l’accesso ad erbe medicinali e integratori, poi approfittare delle loro sofferenze per mano dei cartelli dei farmaci a livello mondiale.
Gli OGM svolgono un ruolo simile in tutto questo, naturalmente: Sono progettati per contaminare le scorte alimentari con un codice genetico che causa infertilità diffusa tra gli esseri umani. E coloro che sono in qualche modo in grado di riprodursi dopo l’esposizione agli OGM soffrono anche di malattie degenerative che arricchiscono le case farmaceutiche attraverso le “cure”.
Ricordate quale paese è stato preso di mira in questo recente allarme e.coli? La Spagna. Perché la Spagna? Ricordiamo che le rivelazioni trapelate da Wikileaks hanno messo in luce che la Spagna ha resistito all’introduzione degli OGM nel suo sistema agricolo, anche se il governo degli Stati Uniti, di nascosto, ha minacciato ritorsioni politiche per la sua resistenza. Questa falsa accusa alla Spagna per i morti da E.coli è probabilmente una rappresagliaper la mancata volontà della Spagna di saltare sul carro OGM.
Questa è la vera storia dietro la devastazione economica dei coltivatori di vegetali spagnoli. E ‘una delle sottotrame perseguite attraverso questo intrigo del superbug e.coli.
Il cibo come arma di guerra – creato da Big Pharma?
A questo proposito, la spiegazione più probabile per cui questo ceppo di E. coli è stato ingegnerizzato è che i giganti farmaceutici hanno potuto farlo nei propri laboratori. Chi altro ha accesso a tutti gli antibiotici e alle attrezzature necessarie per gestire le mutazioni mirate di probabili migliaia di colonie di e.coli? Le aziende farmaceutiche sono in una posizione unica per attuare questa trama e trarne profitto. In altre parole, essi hanno i mezzi e il movente per impegnarsi proprio in tali azioni.
Oltre alle case farmaceutiche, forse solo le autorità di regolamentazione delle malattie infettive hanno questo tipo di capacità di laboratorio. Il CDC, per esempio, probabilmente avrebbe potuto attuare questo, se avesse voluto davvero.
La prova che qualcuno ha manipolato biologicamente questo ceppo di Escherichia coli è scritta proprio nel DNA dei batteri. Queste sono prove giudiziarie, e quello che rivelano non può essere negato. Questo ceppo ha subìto ripetute e prolungate esposizioni a otto diverse classi di antibiotici, e quindi in qualche modo è riuscito ad apparire nella catena alimentare. Come si arriva a questo se non attraverso un programma ben pianificato condotto da scienziati canaglia? Non esiste una cosa come la “mutazione spontanea” in un ceppo che è resistente alle principali otto classi di farmaci antibiotici di marca, venduti oggi da Big Pharma. Tali mutazioni devono essere deliberate.
Ancora una volta, se non siete d’accordo con questa valutazione, allora state dicendo che NO, non è stato fatto volutamente … è accaduto accidentalmente! E di nuovo, dico che è ancora più spaventoso! Perché significa che la contaminazione da antibiotici del nostro mondo è adesso a un tale livello estremo di annientamento che un ceppo di E. coli in natura puo essere saturato con otto diverse classi di antibiotici, fino al punto da trasformarsi naturalmente nel suo stesso superbatterio mortale. Se è questo che la gente crede, allora è una teoria quasi più spaventosa della spiegazione bioingegneristica!
Una nuova era è cominciata: armi biologiche nel vostro cibo
Ma in entrambi i casi – non importa cosa credete – la semplice verità è che il mondo affronta oggi una nuova era a livello mondiale di ceppi di superbatteri di batteri che non possono essere trattati con farmaci conosciuti. Tutti possono, ovviamente, essere facilmente uccisi con l’argento colloidale, che è esattamente il motivo per cui la FDA e le autorità di regolamentazione mondiale della sanità hanno violentemente attaccato le aziende di argento colloidale in tutti questi anni: essi non possono permettere che il pubblico metta le mani su antibiotici naturali che funzionano veramente, evidentemente. Verrebbe vanificato l’obiettivo di rendere tutti malati, in primo luogo.
In effetti, questi ceppi di superbatteri E.coli possono essere abbastanza facilmente trattati con una combinazione di antibiotici naturali a spettro completo ricavati da piante come l’aglio, lo zenzero, la cipolla e le erbe medicinali. Primi tra tutti, i probiotici possono aiutare l’equilibrio della flora del tubo digerente ed “eliminare” il mortale e.coli. Un sistema immunitario sano e un tratto digerente ben funzionante possono combattere un’infezione da superbatterio E.coli, ma questo è ancora un altro fatto che la comunità medica non vuole farvi sapere. Essi preferiscono di gran lunga che voi rimaniate una vittima inerme che giace in ospedale, in attesa di morire, senza opzioni a vostra disposizione. Questa è la “medicina moderna” per voi. E’ causa dei problemi che essi pretendono di trattare, e che poi non saranno nemmeno trattati con tutto ciò che essenzialmente funziona.
Quasi tutti i decessi attribuibili a questo focolaio di Escherichia coli sono facilmente e prontamente evitabili. Queste sono morti per ignoranza. Ma ancor più, esse possono anche essere morti causate da una nuova era di armi biologiche su base alimentare, scatenata o da un gruppo di scienziati pazzi o dall’agenda portata avanti da un’istituzione che ha dichiarato guerra contro la popolazione umana.
Fonte: Naturalnews ( Forensic evidence emerges that European e.coli superbug was bioengineered to produce human fatalities)
Learn more: http://www.naturalnews.com/032622_ecoli_bioengineering.html#ixzz1PoiHDH6h
da Reset-Italia
Affiora la prova forense che il superbatterio e.coli in Europa è stato ingegnerizzato per provocare decessi (articolo di Mike Adams su Naturalnews )
Anche se la gara per dare la colpa ai vegetali è attualmente in corso in tutta l’UE, dove un ceppo di E. Coli super resistente sta facendo ammalare pazienti e riempendo gli ospedali in Germania, praticamente nessuno sta parlando di come l’E.coli è magicamente diventato resistente a otto diverse classi di farmaci antibiotici e poi, improvvisamente, è apparso nella catena alimentare.
Questa particolare variante dell’E.coli è un membro del ceppo O104, e i ceppi O104 non sono quasi mai (normalmente) resistenti agli antibiotici. Per acquisire tale resistenza, devono essere ripetutamente esposti agli antibiotici al fine di fornire la “pressione di mutazione” che li spinga verso l’immunità completa al farmaco.Quindi, se siete curiosi di conoscere le origini di tale ceppo, potete in sostanza analizzare in dettaglio il codice genetico dell’E.coli e determinare con sufficiente precisione a quali antibiotici è stato esposto durante il suo sviluppo. Questo passo è stato fatto (vedi sotto), e quando si guarda la decodificazione genetica di questo ceppo O104 che ora minaccia i consumatori di prodotti alimentari in tutta l’UE, emerge un quadro affascinante di come è stato generato.
Il codice genetico rivela la storia
Quando gli scienziati del Robert Koch Institute in Germania hanno decodificato la struttura genetica del ceppo O104, hanno trovato che è resistente a tutte le classi e le combinazioni di antibiotici:
• penicilline
• tetraciclina
• acido nalidixico
• trimetoprim-sulfamethoxazol
• cefalosporine
• amoxicillina / acido clavulanico
• piperacillina-sulbactam
• piperacillina-tazobactam
Inoltre, questo ceppo O104 posseiede una capacità di produrre particolari enzimi che gli conferiscono quella che potrebbe essere chiamata “superpotenza batterica” nota tecnicamente come ESBL:
“I Beta-Lattamasi a Spettro Esteso (ESBL) sono enzimi che possono essere prodotti dai batteri e li rendono resistenti alle cefalosporine, ad esempio, cefuroxima, cefotaxime e ceftazidime – che sono gli antibiotici più utilizzati in molti ospedali”, spiega la Health Protection Agency del Regno Unito .
Per di più, questo ceppo O104 possiede due geni – TEM-1 e CTX-M-15 – che “hanno fatto rabbrividire i medici dal 1990″, scrive The Guardian. E perché fanno rabbrividire i medici? Perché sono così mortali che molte persone infette da tali batteri sperimentano l’insufficienza critica di un organo e semplicemente muoiono.
Creare biologicamente un superbatterio mortale
Come, esattamente, nasce un ceppo batterico che è resistente a più di un dozzina di antibiotici in otto classi di farmaci differenti ed è caratterizzato da due mutazioni genetiche mortali, nonché dalla capacità di produrre enzimi ESBL?
In effetti c’è un solo modo in cui questo accade …
… (e uno solo) – si deve esporre questo ceppo di E. coli a tutte le otto classi di farmaci antibiotici. Di solito questo non avviene contemporaneamente, naturalmente: prima si espone alla penicillina e si trovano le colonie superstiti che sono resistenti alla penicillina. Poi si prendono le colonie sopravvissute e si espongono alla tetraciclina. Le colonie superstiti sono diventate resistenti sia alla penicillina che alla tetraciclina. Poi si espongono a un sulfamidico e si raccolgono le colonie sopravvissute, e così via. Si tratta di un processo di selezione genetica effettuata in un laboratorio con un risultato desiderato. Si tratta essenzialmente di come alcune armi biologiche sono costruite dall’esercito degli Stati Uniti nella sua struttura di laboratorio a Ft. Detrick, nel Maryland.
Anche se il processo reale è più complicato di questo, il risultato è che la creazione di un ceppo di E. coli resistente a otto classi di antibiotici richiede ripetute, prolungate esporsizioni a tali antibiotici. E’ praticamente impossibile immaginare come questo possa accadere del tutto spontaneamente nel mondo naturale. Ad esempio, se questo batterio è nato nel cibo (come ci è stato detto), allora da dove ha acquisito tutta questa resistenza agli antibiotici in considerazione del fatto che gli antibiotici non sono utilizzati nelle verdure?
Quando si considera la prova genetica che ora è di fronte a noi, è difficile immaginare come questo possa accadere “in natura”. Mentre la resistenza a un antibiotico singolo è comune, la creazione di un ceppo di E. coli che è resistente a otto diverse classi di antibiotici – in combinazione – sfida semplicemente le leggi della permutazione genetica e combinazione in natura. In poche parole, questo ceppo di superbatteri e.coli non avrebbe potuto essere creato in natura. E questo lascia solo una spiegazione per cui in realtà proveniva da: il laboratorio.
Progettato e poi rimesso in libertà
Le prove ora puntano verso il fatto che questo ceppo mortale di E.coli è stato progettato e poi rilasciato nella catena alimentare o in qualche modo è usciito da un laboratorio finendo nelle scorte alimentari inavvertitamente. Se non siete d’accordo con tale conclusione – e siete sicuramente benvenuti – allora siete costretti a concludere che questo superbatterio octobiotico (immune a otto classi di antibiotici) si è sviluppato in modo casuale per suo conto … e questa conclusione è molto più spaventosa della spiegazione della “bioingegneria”, perché significa che superbatteri octobiotici possono semplicemente apparire ovunque e in qualsiasi momento senza motivo. Questa sarebbe una teoria davvero molto esotica.
La mia conclusione ha effettivamente più senso: questo ceppo di E. coli è stato quasi certamente costruito e poi immesso in forniture alimentari per un fine specifico. Quale potrebbe essere tale fine? E ‘ovvio, spero.
E’ in funzione il solito metodo problema, reazione, soluzione. Prima si causa un problema (un ceppo mortale di Escherichia coli nel rifornimento alimentare). Poi si aspetta la reazione del pubblico (enorme clamore in quanto la popolazione è terrorizzata dall’E. Coli). In risposta a questo, si mette in atto la soluzione desiderata (il controllo totale della fornitura globale di cibo e la messa fuori legge di germogli crudi, latte crudo e verdure crude).
E’ tutto quì, ovviamente. La FDA ha invocato lo stesso fenomeno negli Stati Uniti quando ha fatto pressione per la sua recente “Legge di Modernizzazione per la sicurezza alimentare” che in sostanza, mette fuori legge le piccole aziende organiche familiari a meno che non lecchino le scarpe alle autorità di regolamentazione della FDA. La FDA è stata in grado di schiacciare la libertà agricola in America aggiungendo il timore diffuso che ha seguito la diffusione di focolai di E.coli nella catena alimentare statunitense. Quando le persone hanno paura, ricordate, non è difficile far loro accettare qualsiasi livello di regolamentazione tirannica. E rendere la gente spaventata dal loro cibo è una cosa semplice … pochi comunicati stampa del governo inviati via e-mail ai media mainstream affiliati, è tutto quello che serve.
Prima il divieto della medicina naturale, quindi l’attacco alle scorte alimentari
Ora, ricordate: tutto questo sta accadendo sulla scia del divieto europeo per piante medicinali e integratori alimentari – un divieto che palesemente mette fuorilegge terapie nutrizionali che aiutano a mantenere le persone sane e libere da malattie. Ora che tutte queste erbe e supplementi sono fuorilegge, il passo successivo è quello di rendere la gente anche spaventata dagli alimenti freschi. Questo perché gli ortaggi freschi sono medicinali, e fintanto che il pubblico ha il diritto di acquistare ortaggi e legumi freschi, puo sempre prevenire le malattie.
Ma se si rende la gente SPAVENTATA dalle verdure fresche – o se si mettono fuorilegge del tutto – allora è possibile forzare l’intera popolazione ad una dieta di cibi morti e prodotti alimentari trasformati che favoriscono le malattie degenerative e sostengono i profitti delle potenti aziende farmaceutiche.
Fa tutto parte dello stesso programma, evidentemente: Rendere le persone malate, negare loro l’accesso ad erbe medicinali e integratori, poi approfittare delle loro sofferenze per mano dei cartelli dei farmaci a livello mondiale.
Gli OGM svolgono un ruolo simile in tutto questo, naturalmente: Sono progettati per contaminare le scorte alimentari con un codice genetico che causa infertilità diffusa tra gli esseri umani. E coloro che sono in qualche modo in grado di riprodursi dopo l’esposizione agli OGM soffrono anche di malattie degenerative che arricchiscono le case farmaceutiche attraverso le “cure”.
Ricordate quale paese è stato preso di mira in questo recente allarme e.coli? La Spagna. Perché la Spagna? Ricordiamo che le rivelazioni trapelate da Wikileaks hanno messo in luce che la Spagna ha resistito all’introduzione degli OGM nel suo sistema agricolo, anche se il governo degli Stati Uniti, di nascosto, ha minacciato ritorsioni politiche per la sua resistenza. Questa falsa accusa alla Spagna per i morti da E.coli è probabilmente una rappresagliaper la mancata volontà della Spagna di saltare sul carro OGM.
Questa è la vera storia dietro la devastazione economica dei coltivatori di vegetali spagnoli. E ‘una delle sottotrame perseguite attraverso questo intrigo del superbug e.coli.
Il cibo come arma di guerra – creato da Big Pharma?
A questo proposito, la spiegazione più probabile per cui questo ceppo di E. coli è stato ingegnerizzato è che i giganti farmaceutici hanno potuto farlo nei propri laboratori. Chi altro ha accesso a tutti gli antibiotici e alle attrezzature necessarie per gestire le mutazioni mirate di probabili migliaia di colonie di e.coli? Le aziende farmaceutiche sono in una posizione unica per attuare questa trama e trarne profitto. In altre parole, essi hanno i mezzi e il movente per impegnarsi proprio in tali azioni.
Oltre alle case farmaceutiche, forse solo le autorità di regolamentazione delle malattie infettive hanno questo tipo di capacità di laboratorio. Il CDC, per esempio, probabilmente avrebbe potuto attuare questo, se avesse voluto davvero.
La prova che qualcuno ha manipolato biologicamente questo ceppo di Escherichia coli è scritta proprio nel DNA dei batteri. Queste sono prove giudiziarie, e quello che rivelano non può essere negato. Questo ceppo ha subìto ripetute e prolungate esposizioni a otto diverse classi di antibiotici, e quindi in qualche modo è riuscito ad apparire nella catena alimentare. Come si arriva a questo se non attraverso un programma ben pianificato condotto da scienziati canaglia? Non esiste una cosa come la “mutazione spontanea” in un ceppo che è resistente alle principali otto classi di farmaci antibiotici di marca, venduti oggi da Big Pharma. Tali mutazioni devono essere deliberate.
Ancora una volta, se non siete d’accordo con questa valutazione, allora state dicendo che NO, non è stato fatto volutamente … è accaduto accidentalmente! E di nuovo, dico che è ancora più spaventoso! Perché significa che la contaminazione da antibiotici del nostro mondo è adesso a un tale livello estremo di annientamento che un ceppo di E. coli in natura puo essere saturato con otto diverse classi di antibiotici, fino al punto da trasformarsi naturalmente nel suo stesso superbatterio mortale. Se è questo che la gente crede, allora è una teoria quasi più spaventosa della spiegazione bioingegneristica!
Una nuova era è cominciata: armi biologiche nel vostro cibo
Ma in entrambi i casi – non importa cosa credete – la semplice verità è che il mondo affronta oggi una nuova era a livello mondiale di ceppi di superbatteri di batteri che non possono essere trattati con farmaci conosciuti. Tutti possono, ovviamente, essere facilmente uccisi con l’argento colloidale, che è esattamente il motivo per cui la FDA e le autorità di regolamentazione mondiale della sanità hanno violentemente attaccato le aziende di argento colloidale in tutti questi anni: essi non possono permettere che il pubblico metta le mani su antibiotici naturali che funzionano veramente, evidentemente. Verrebbe vanificato l’obiettivo di rendere tutti malati, in primo luogo.
In effetti, questi ceppi di superbatteri E.coli possono essere abbastanza facilmente trattati con una combinazione di antibiotici naturali a spettro completo ricavati da piante come l’aglio, lo zenzero, la cipolla e le erbe medicinali. Primi tra tutti, i probiotici possono aiutare l’equilibrio della flora del tubo digerente ed “eliminare” il mortale e.coli. Un sistema immunitario sano e un tratto digerente ben funzionante possono combattere un’infezione da superbatterio E.coli, ma questo è ancora un altro fatto che la comunità medica non vuole farvi sapere. Essi preferiscono di gran lunga che voi rimaniate una vittima inerme che giace in ospedale, in attesa di morire, senza opzioni a vostra disposizione. Questa è la “medicina moderna” per voi. E’ causa dei problemi che essi pretendono di trattare, e che poi non saranno nemmeno trattati con tutto ciò che essenzialmente funziona.
Quasi tutti i decessi attribuibili a questo focolaio di Escherichia coli sono facilmente e prontamente evitabili. Queste sono morti per ignoranza. Ma ancor più, esse possono anche essere morti causate da una nuova era di armi biologiche su base alimentare, scatenata o da un gruppo di scienziati pazzi o dall’agenda portata avanti da un’istituzione che ha dichiarato guerra contro la popolazione umana.
Fonte: Naturalnews ( Forensic evidence emerges that European e.coli superbug was bioengineered to produce human fatalities)
Learn more: http://www.naturalnews.com/032622_ecoli_bioengineering.html#ixzz1PoiHDH6h
da Reset-Italia
venerdì 6 maggio 2011
LECCE - TRA L'INDIFFERENZA E LA GUERRA
CIRCOLO ANARCHICO LECCE
Sabato 7 maggio dalle ore 17.30 alle ore 21 presidio e mostra contro la guerra e in solidarietà ai compagni arrestati di Bologna Corte dei Cicala, via V.Emanuele Lecce
GIOVEDÌ 12 MAGGIO, ORE 17 PIANO SEMINTERRATO - ATENEO PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO “DELTA OIL’S DIRTY BUSINESS”, SULL’OPPOSIZIONE ALLO SFRUTTAMENTO DELLE MULTINAZIONALI PETROLIFERE; A SEGUIRE DISCUSSIONE SU GUERRA E REPRESSIONE.
MOSTRA SUI RAPPORTI ITALIA-LIBIA: COLONIALISMO PASSATO E PRESENTE DIFFUSIONE DI STAMPA E MATERIALE INFORMATIVO
TRA L'INDIFFERENZA E LA GUERRA
Oggi come ieri, le potenzialità omicide del terrorismo sono poca cosa rispetto a quelle dei poteri statali; […] nessuna organizzazione definita “terroristica” può competere con i governi, quando si tratta di sequestrare, torturare, far sparire persone.
H.M. Enzensberger
È solo di qualche settimana fa la notizia dell’ennesima strage compiuta nel Mediterraneo, al largo delle coste di Malta.
Oltre 250 esseri umani sono morti, andati a picco assieme al barcone su cui erano stipati. Non si è verificato un incidente, ma si è compiuta una vera e propria strage, deliberatamente, scegliendo di non farli entrare nelle “proprie” acque nazionali e di non soccorrerli mentre morivano. E quando accade una cosa del genere bisogna risalire alle responsabilità, rintracciare mandanti ed esecutori. Non è difficile. Quella strage è il risultato finale di un vero e proprio atto terroristico perpetrato dagli Stati – non solo da quello maltese, su cui il governo italiano ha provato a far ricadere l’intera responsabilità.
Quella strage non è stata la prima e, purtroppo, non sarà l’ultima. Si calcola che dal 1988 siano stati oltre 16000 i morti attorno alle frontiere della Fortezza Europa. Genti in fuga da povertà, carestie, persecuzioni, guerre. Tutte condizioni create da governi ed economie – eccoli, mandanti ed esecutori delle stragi – in nome del profitto più alto ad ogni costo. Basta pensare alla guerra in Libia, una guerra a cui – ad un secolo esatto dal primo tentativo coloniale – partecipa anche l’Italia. Ma in realtà in questo secolo il colonialismo italiano in Libia non è mai terminato, e tra una guerra e l’altra si è imposto con la penetrazione economica di aziende italiane e con accordi bilaterali tra i governi italiano e libico. Imprese come Impregilo, Eni, Finmeccanica e Unicredit sono tra i principali sfruttatori delle popolazioni e delle risorse libiche, così come lo sono dei proletari italiani.
Alcuni hanno riconosciuto queste responsabilità – questo essere mandanti di stragi, questo essere terroristi – ed hanno deciso di non tacere. Hanno scelto di denunciare pubblicamente queste responsabilità e complicità nello sfruttamento e nelle stragi, di contrastarle e attaccarle, come unico mezzo di buon senso per non rendersi complici, come atto fattivo di solidarietà. Tra questi ci sono anche alcuni anarchici del circolo “Fuoriluogo” di Bologna, che proprio per essersi interposti tra l’indifferenza e la guerra, tra i mandanti e le stragi, sono stati oggetto di attenzione della Procura di Bologna, che ne ha arrestati cinque e sottoposto altri sette a minori restrizioni, oltre a sequestrare la loro sede, con l’accusa di associazione a delinquere.
Ma se opporsi alle guerre e ai governi che le compiono, se riconoscere le loro responsabilità terroristiche e quelle stragiste di colossi dello sfruttamento mondiale significa essere delinquenti, allora lo siamo anche noi. Se sono le leggi a perpetrare e riprodurre lo sfruttamento e la morte di milioni di disperati – al di qua e al di là del mare – allora è solo facendosi fuorilegge che ci si può sottrarre a questa responsabilità. Contrattaccare non può che essere un’ovvia conseguenza.
Anarchici
Via Massaglia, 62/b – Lecce peggio2008@yahoo.it
Sabato 7 maggio dalle ore 17.30 alle ore 21 presidio e mostra contro la guerra e in solidarietà ai compagni arrestati di Bologna Corte dei Cicala, via V.Emanuele Lecce
GIOVEDÌ 12 MAGGIO, ORE 17 PIANO SEMINTERRATO - ATENEO PROIEZIONE DEL DOCUMENTARIO “DELTA OIL’S DIRTY BUSINESS”, SULL’OPPOSIZIONE ALLO SFRUTTAMENTO DELLE MULTINAZIONALI PETROLIFERE; A SEGUIRE DISCUSSIONE SU GUERRA E REPRESSIONE.
MOSTRA SUI RAPPORTI ITALIA-LIBIA: COLONIALISMO PASSATO E PRESENTE DIFFUSIONE DI STAMPA E MATERIALE INFORMATIVO
TRA L'INDIFFERENZA E LA GUERRA
Oggi come ieri, le potenzialità omicide del terrorismo sono poca cosa rispetto a quelle dei poteri statali; […] nessuna organizzazione definita “terroristica” può competere con i governi, quando si tratta di sequestrare, torturare, far sparire persone.
H.M. Enzensberger
È solo di qualche settimana fa la notizia dell’ennesima strage compiuta nel Mediterraneo, al largo delle coste di Malta.
Oltre 250 esseri umani sono morti, andati a picco assieme al barcone su cui erano stipati. Non si è verificato un incidente, ma si è compiuta una vera e propria strage, deliberatamente, scegliendo di non farli entrare nelle “proprie” acque nazionali e di non soccorrerli mentre morivano. E quando accade una cosa del genere bisogna risalire alle responsabilità, rintracciare mandanti ed esecutori. Non è difficile. Quella strage è il risultato finale di un vero e proprio atto terroristico perpetrato dagli Stati – non solo da quello maltese, su cui il governo italiano ha provato a far ricadere l’intera responsabilità.
Quella strage non è stata la prima e, purtroppo, non sarà l’ultima. Si calcola che dal 1988 siano stati oltre 16000 i morti attorno alle frontiere della Fortezza Europa. Genti in fuga da povertà, carestie, persecuzioni, guerre. Tutte condizioni create da governi ed economie – eccoli, mandanti ed esecutori delle stragi – in nome del profitto più alto ad ogni costo. Basta pensare alla guerra in Libia, una guerra a cui – ad un secolo esatto dal primo tentativo coloniale – partecipa anche l’Italia. Ma in realtà in questo secolo il colonialismo italiano in Libia non è mai terminato, e tra una guerra e l’altra si è imposto con la penetrazione economica di aziende italiane e con accordi bilaterali tra i governi italiano e libico. Imprese come Impregilo, Eni, Finmeccanica e Unicredit sono tra i principali sfruttatori delle popolazioni e delle risorse libiche, così come lo sono dei proletari italiani.
Alcuni hanno riconosciuto queste responsabilità – questo essere mandanti di stragi, questo essere terroristi – ed hanno deciso di non tacere. Hanno scelto di denunciare pubblicamente queste responsabilità e complicità nello sfruttamento e nelle stragi, di contrastarle e attaccarle, come unico mezzo di buon senso per non rendersi complici, come atto fattivo di solidarietà. Tra questi ci sono anche alcuni anarchici del circolo “Fuoriluogo” di Bologna, che proprio per essersi interposti tra l’indifferenza e la guerra, tra i mandanti e le stragi, sono stati oggetto di attenzione della Procura di Bologna, che ne ha arrestati cinque e sottoposto altri sette a minori restrizioni, oltre a sequestrare la loro sede, con l’accusa di associazione a delinquere.
Ma se opporsi alle guerre e ai governi che le compiono, se riconoscere le loro responsabilità terroristiche e quelle stragiste di colossi dello sfruttamento mondiale significa essere delinquenti, allora lo siamo anche noi. Se sono le leggi a perpetrare e riprodurre lo sfruttamento e la morte di milioni di disperati – al di qua e al di là del mare – allora è solo facendosi fuorilegge che ci si può sottrarre a questa responsabilità. Contrattaccare non può che essere un’ovvia conseguenza.
Anarchici
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venerdì 15 aprile 2011
Vittorio, l'eroe buono
Forte, coraggioso, generoso. Come nelle favole che si raccontano ai bambini
"Dormite, che domani si va a ballare il rock-and-roll". Assomigliava a Corto Maltese, la prima volta che lo vidi. Aveva la pipa, un berretto blu da marinaio e la voce pacata. Da dieci giorni la pioggia di bombe sulla Striscia era terminata, e assieme ad alcuni cooperanti eravamo riusciti a entrare dall'Egitto per documentare gli effetti di Piombo Fuso, l'operazione militare israeliana che ha massacrato 1.300 palestinesi, 300 dei quali bambini. Siamo rimasti in piedi tutta la notte a chiacchierare di politica.Poi la sveglia, alle sei. "Andiamo a ballare il rock-and-roll". E siamo partiti, prima in macchina, poi su un camioncino scassato. Una decina di attivisti dell'Ism e qualche giornalista, tutti sul cassone del camioncino, con Vittorio che agitava le sue enormi braccia indicando la strada, mentre i bambini lo salutavano strillando 'Vik, habibi', fratello. Nel campo di al-Arahin, nei pressi di Khan Younis, al centro della Striscia di Gaza, i contadini erano pronti. Con l'aiuto degli attivisti potevano sperare di raccogliere almeno qualche chilo di prezzemolo da portare al mercato, senza correre il rischio di venire uccisi. La settimana prima, dal confine con Israele, un cecchino israeliano aveva colpito, ammazzandolo, un ragazzo di 19 anni: stava caricando il prezzemolo sul suo mulo. Forse si era avvicinato troppo alla rete. Quella rete che stringe Gaza come una gabbia. Ma oggi c'erano quelli dell'Ism, gli amici dell'Ism, e il raccolto sarebbe stato più abbondante. Oggi c'era Vik, col suo megafono, che gridava ai militari: "Siamo civili disarmati, non sparate". E invece, poco dopo, il rock-and-roll. Le raffiche facevano sobbalzare, e anche se nessuno si sentiva direttamente preso di mira - salvo i contadini, che per la paura si acquattavano immobili tra le piante - eravamo terrorizzati. Vittorio no, lui stava eretto col suo megafono, a gridare: "Vergogna, siete la vergogna di Israele". Era un rompiscatole, e qualcuno, non solo in Israele, lo avrebbe volentieri fatto fuori.
Vittorio era l'eroe buono che si racconta ai bambini prima di dormire. "... e poi arriva Vik col suo megafono, che caccia via i cattivi coi carri armati". Ha scelto di vivere con i deboli, e di aiutarli senza chiedere nulla in cambio. I proventi del suo libro, 'Restiamo umani', li ha devoluti all'associazione che ha creato per sostenere le vittime di Gaza. La sera che l'ho salutato vestiva una giacca elegante, lui che sembra uscito da un centro sociale. "Quanto ti è costata, Vik?". "Me l'hanno regalata". Come il piccolo portatile che usava per scrivere i resoconti da Gaza per PeaceReporter. Come tante altre cose, oggetti di utilità quotidiana che la popolazione della Striscia gli portava, a testimonianza della gratitudine verso questo ragazzo che viene da fuori, e che - chissà perché - ha scelto di rimanere lì, a lottare con loro contro l'assedio. Un assedio che, a fine 2008, ha portato la distruzione di un terremoto. Abbiamo potuto constatare di persona gli effetti dell'operazione Piombo Fuso. Sulle stesse strade che percorrevano, tra gli edifici ridotti in macerie, solo poche settimane prima correvano le ambulanze. Su una di queste c'era Vittorio. Instancabile, coraggioso, forte. Raccoglieva i corpi rimasti a terra. E non aveva paura. Poi tornava a casa, un goccio di rum di contrabbando e di nuovo a scrivere. Non dormiva mai. A volte rimaneva ostaggio dei suoi incubi, visite notturne di una realtà che viveva quotidianamente, impastata di morte e di dolore. E soffriva per quel popolo, che amava anche nelle sue contraddizioni più crudeli. Averlo visto bendato e ferito, averlo pensato umiliato, impotente, muto, e poi disteso su un materasso, senza vita, è stato qualcosa che ha schiantato il petto. Alla sua morte non si può credere. Forse perché gli eroi non muoiono. Ma se a Gaza oggi qualcuno può trattare un eroe come carne da macello, a questo qualcuno, chiunque egli sia, non si può più chiedere di restare umano. E forse, dopo la morte di Vik, neppure a noi.
Luca Galassi da PeaceReporter
Vittorio Arrigoni è stato strangolato dai rapitori durante un blitz dei miliziani di Hamas nella casa in cui era tenuto ostaggio a Gaza City.
Vittorio Arrigoni è morto. Il suo corpo è stato trovato questa notte intorno alle 1.50 in un'abitazione nella Striscia di Gaza, nel quartiere Qaram, periferia di Gaza City. La notizia è stata dapprima diffusa da fonti di Hamas e poi confermata a PeaceReporter da un'attivista dell'International Solidarity Movement. Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio della Striscia, non è riuscito a mediare per la sua liberazione. O forse non ci ha nemmeno provato. Secondo quanto riferito dal portavoce del movimento, dietro indicazione di uno dei membri del gruppo ultra-radicale interrogato nel primo pomeriggio, le forze di sicurezza avrebbero circondato l'area nella quale era detenuto Vittorio, dando luogo a un'irruzione sfociata in uno scontro a fuoco, in seguito al quale alcuni militanti salafiti sarebbero stati feriti, due di loro arrestati, mentre altri ancora sarebbero ricercati.
Non è chiaro come e quando Vittorio sia stato ucciso, anche se il portavoce di Hamas, Yiab Hussein, ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi poco dopo le 3 di stanotte, che Arrigoni era morto circa tre ore prima, senza però spiegare come fosse stato possibile stabilire il decesso con tale esattezza. Una militante dell'Ism si è recata sul luogo del ritrovamento e ha riconosciuto il corpo alle 3.10. "Aveva le mani legate dietro la schiena, e giaceva supino su un materasso". La ragazza ha raccontato a PeaceReporter che la sicurezza di Hamas ha detto anche a lei e agli altri membri dell'International Solidarity Movement giunti nella casa che Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo. Il pacifista è stato strangolato, anche se, dal racconto reso a PeaceReporter dalla militante dell'Ism, dietro la nuca presentava contusioni varie. "Aveva ancora la benda intorno agli occhi, e perdeva sangue da dietro la testa. Sui polsi c'era il segno delle manette".
La sera prima del rapimento Arrigoni era andato in palestra. Poi aveva chiamato per prenotare il ristorante dove spesso era solito recarsi a cena. Aveva detto che sarebbe arrivato verso le 22. Alle 22.30, non vedendolo arrivare, lo chiamano dal ristorante. Ma Vittorio non risponde. Nessuno si preoccupa, perchè comunque spegne spesso il cellulare. Dopo la cena avrebbe incontrato un'amica e l'indomani sarebbe andato a Rafah a far visita ad alcune famiglie palestinesi con i compagni dell'Ism, che hanno provato anche loro a contattarlo dopo la palestra. Invano. Vittorio è stato rapito appena uscito dalla palestra.
La sua salma è stata trasferita durante la notte allo Shifa Hospital di Gaza, dove è stato condotto l'esame autoptico e redatto il certificato di morte. Il pacifista italiano era stato rapito ieri da un gruppo islamico salafita che, in un filmato su You Tube, minacciava di ucciderlo se entro 30 ore, a partire dalle 11 locali, il governo di Hamas non avesse liberato alcuni detenuti salafiti. Vittorio è morto dopo che nemmeno metà del tempo concesso dai rapitori si fosse esaurito, ben prima che l'ultimatum scadesse. E' morto senza che neppure l'accenno di un negoziato fosse avviato per la sua liberazione. Purtroppo, a queste domande non sarà facile dare una risposta. Con la sua morte se ne va uno dei più ferventi sostenitori della causa palestinese. Un giornalista di guerra. E un amico. Addio, Vik.
da Indymedia
Non è chiaro come e quando Vittorio sia stato ucciso, anche se il portavoce di Hamas, Yiab Hussein, ha dichiarato in una conferenza stampa tenutasi poco dopo le 3 di stanotte, che Arrigoni era morto circa tre ore prima, senza però spiegare come fosse stato possibile stabilire il decesso con tale esattezza. Una militante dell'Ism si è recata sul luogo del ritrovamento e ha riconosciuto il corpo alle 3.10. "Aveva le mani legate dietro la schiena, e giaceva supino su un materasso". La ragazza ha raccontato a PeaceReporter che la sicurezza di Hamas ha detto anche a lei e agli altri membri dell'International Solidarity Movement giunti nella casa che Vittorio sarebbe morto qualche ora prima del loro arrivo. Il pacifista è stato strangolato, anche se, dal racconto reso a PeaceReporter dalla militante dell'Ism, dietro la nuca presentava contusioni varie. "Aveva ancora la benda intorno agli occhi, e perdeva sangue da dietro la testa. Sui polsi c'era il segno delle manette".
La sera prima del rapimento Arrigoni era andato in palestra. Poi aveva chiamato per prenotare il ristorante dove spesso era solito recarsi a cena. Aveva detto che sarebbe arrivato verso le 22. Alle 22.30, non vedendolo arrivare, lo chiamano dal ristorante. Ma Vittorio non risponde. Nessuno si preoccupa, perchè comunque spegne spesso il cellulare. Dopo la cena avrebbe incontrato un'amica e l'indomani sarebbe andato a Rafah a far visita ad alcune famiglie palestinesi con i compagni dell'Ism, che hanno provato anche loro a contattarlo dopo la palestra. Invano. Vittorio è stato rapito appena uscito dalla palestra.
La sua salma è stata trasferita durante la notte allo Shifa Hospital di Gaza, dove è stato condotto l'esame autoptico e redatto il certificato di morte. Il pacifista italiano era stato rapito ieri da un gruppo islamico salafita che, in un filmato su You Tube, minacciava di ucciderlo se entro 30 ore, a partire dalle 11 locali, il governo di Hamas non avesse liberato alcuni detenuti salafiti. Vittorio è morto dopo che nemmeno metà del tempo concesso dai rapitori si fosse esaurito, ben prima che l'ultimatum scadesse. E' morto senza che neppure l'accenno di un negoziato fosse avviato per la sua liberazione. Purtroppo, a queste domande non sarà facile dare una risposta. Con la sua morte se ne va uno dei più ferventi sostenitori della causa palestinese. Un giornalista di guerra. E un amico. Addio, Vik.
da Indymedia
venerdì 25 marzo 2011
Generazione revolution: da Benghazi a Lampedusa
A volte una chiacchierata aiuta a chiarirsi e a chiarire le idee. Soprattutto quando l'interlocutrice è una come Alma Allende, che è una che ha seguito tutta la rivoluzione in Tunisia per il sito Rebelion. Le domande sono le sue, e le risposte le mie, che da due settimane sto qui a Benghazi con i ragazzi della rivoluzione. Dove sta andando la Libia? Perché in giro tutti gridano al complotto americano o islamista? Quale è stato il ruolo dell'informazione? Si può essere imparziali in un posto come questo? E infine Lampedusa. La Libia c'entra davvero qualcosa il boom degli sbarchi delle ultime settimane?
Gabriele, adesso che si è deciso l'intervento dell'ONU e le bombe degli alleati cadono sulla Libia, ci sono delle voci antimperialiste che tentano di dimostrare che la rivolta era stata preparata dall'inizio dalle potenze occidentali. Tu cosa ne pensi? C'è stato un disegno esterno o sono state rivolte popolari spontanee come in Tunisia e Egitto?
Non sono assolutamente d'accordo con chi grida al complotto. In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari. Stupisce che certe teorie cospirazioniste arrivino dagli ambienti di sinistra. Ma forse è anche perché queste rivoluzioni trascendono e superano le categorie della sinistra. È un paradosso interessante da analizzare. In piazza al Cairo, come a Tunisi e a Benghazi, ci sono soprattutto i poveri. Ma i poveri non chiedono salari, non gridano contro i padroni, non si identificano come classe operaia. O almeno non ancora. Prima di tutto chiedono la libertà e prima di tutto si identificano come cittadini. E uno degli strumenti principali che gli permette di organizzarsi è un oggetto di consumo. Forse il simbolo dei beni più futili del consumismo: il computer con cui mettersi in rete, e i videofonini per registrare quello che succede per strada. Infine c'è un elemento generazionale. Sono paesi giovani, al contrario dell'Italia dove il cittadino medio è cresciuto nella guerra fredda. Qui la maggior parte della popolazione ha meno di 25 anni e spinge per il cambiamento. Un cambiamento che sulla riva nord non sappiamo capire, anche per un approccio razzista e coloniale di cui non riusciamo a liberarci. L'Europa si ritiene unica depositaria della democrazia. Come se fosse un concetto che potesse appartenere a qualcuno e non ad altri. E ritiene impossibile che un paese musulmano possa aspirare alla libertà anziché all'oscurantismo religioso. Ecco perché attecchiscono le tesi cospirazioniste. Non riusciamo a accettare che alla “nostra” decadenza corrisponda il “loro” risorgimento.
Perché credi che gli USA, l'UE e pure l'Italia abbiano deciso per un intervento "umanitario" contro un amico e alleato?
Credo fondamentalmente per un errore di calcolo. Mi spiego. In un primo momento sembrava che il regime di Gheddafi sarebbe imploso su se stesso nel giro di pochi giorni. In Tunisia e in Egitto era andata così. E in quei giorni c'è stato un rincorrersi delle potenze mondiali per condannare la dittatura libica e mandare segnali di apertura agli insorti, in modo da garantirsi la continuità dei contratti di petrolio e degli appalti miliardari che la Libia offre e offrirà nei prossimi anni. Poi è successo che Gheddafi si è dimostrato un osso più duro del previsto, e ha riguadagnato terreno grazie al temporeggiare delle Nazioni Unite e all'ingresso in Libia di mercenari professionisti della guerra, venuti da altri paesi africani, e impiegati in una campagna di guerra nelle città degli insorti. A quel punto le potenze internazionali hanno dovuto fare una scelta per proteggere i propri interessi in Libia. O scommettere sugli insorti, e preparare le armi. Oppure tornare sui propri passi, con il rischio molto alto che un personaggio come Gheddafi, risentito per l'affronto, cancellasse i contratti con le compagnie di quegli Stati, sulla base della sua nota gestione personale e lunatica del sistema Libia.
Chi fa parte del Consiglo Nazionale Libico? Sono agenti del imperialismo, bravi rivoluzionari, un mischio di tutto?
Sono personaggi di varia estrazione. Soprattutto avvocati, giudici, uomini d'affari e qualche faccia pulita del regime che ha abbandonato Gheddafi in tempo e che non ha le mani sporche di sangue. Alcuni sono rientrati in Libia dopo anni di esilio all'estero, soprattutto negli Stati Uniti. Dalle loro dichiarazioni è chiaro che ambiscono a una Libia unita, con capitale Tripoli, che sia retta su un sistema costituzionale, parlamentare e partitico, che rispetti i vecchi contratti del petrolio e che veda riconosciuta la libertà di espressione, di associazione, di impresa e di pensiero. Il lavoro che hanno davanti è lunghissimo, perché in Libia da 42 anni la società civile è stata azzerata. Non esistono associazioni. Non esistono sindacati. Non esistono partiti politici. Non esistono istituzioni. C'è soltanto la rete dei comitati popolari di Gheddafi, le sue forze speciali di sicurezza, un esercito che non conta niente, e la mano lunga del grande capo che decide su tutto in base al suo umore.
C'è una sinistra più o meno organizzata a Benghazi? Che ruolo hanno giocato i giovani?
La sinistra non c'è e se c'è non si vede. Di nuovo, non ci sono e non ci sono stati partiti negli ultimi quarant'anni. Ogni forma di dissenso è stata repressa. L'unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell'islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura. Basti pensare ai 1.200 islamisti fucilati in una notte nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel 1996. E anche la rivoluzione del 17 febbraio è esplosa sulla scintilla di una loro protesta, quando il 15 febbraio i familiari delle vittime sono scesi in piazza per chiedere giustizia. Per il resto è un movimento spontaneo, fatto soprattutto di giovani, anche ingenuo se volete, ma nel senso positivo del termine. Nel senso che c'è una generazione che senza farsi troppi sofismi ha deciso che per la libertà vale la pena lottare e che ha deciso di porre fine al regime di Gheddafi, anche a costo della vita.
Quale era la situazione sociale ed economica nella Cirenaica prima delle rivolte? La Libia, non è un paese ricco? Allora, perché protesta?
Questa è un'altra cosa interessante. A differenza della Tunisia e dell'Egitto, la Libia è un paese ricco. Anche in questi giorni si vedono in giro fuoristrada nuovi di pacca e le case dove sono entrato sono case di classe media. I poveri in città sono soprattutto gli stranieri. Egiziani, sudanesi, chadiani, tunisini, marocchini, nigeriani, emigrati in Libia a cercare fortuna e finiti a fare i lavori più umili e meno pagati. Diverso è il discorso della campagna e del mondo rurale, che vive molto al di sotto del tenore di vita delle città. Ma di nuovo, qui non si protesta per i salari. Non ho mai sentito nominare la parola “salario” in piazza. Certo si grida allo scandalo per la corruzione, ma il punto principale è la libertà e la fine della dittatura e del terrorismo di Stato. Poi è chiaro che tutti credono che una gestione del petrolio attenta al bene pubblico porterà grande ricchezza al paese, più istruzione e qualità della vita. Ma il punto principale, di nuovo, è la libertà.
Gli abitanti di Benghazi, hanno veramente richiesto l'intervento? Non hanno paura di perdere il controllo sulla loro rivoluzione? Di perdere di credibilità a livello internazionale?
Gli abitanti di Benghazi hanno le idee chiare su due punti. Vogliono la no fly zone e i bombardamenti degli alleati sull'aviazione di Gheddafi e sui suoi armamenti pesanti che minacciano i civili. E allo stesso tempo non vogliono l'ingresso delle truppe straniere né l'occupazione militare. Lo dice la piazza e lo ribadisce il consiglio transitorio nazionale.
Gli antimperialisti che parlano di cospirazione si chiedono come mai i manifestanti si sono armati subito dopo i primi giorni. Da dove hanno tirato fuori quelle armi? Chi ha rifornito i ribelli?
Strano che invece non si chiedano chi ha armato Gheddafi e da dove ha tirato fuori tutti quei carri armati e quei lanciamissili con cui sta terrorizzando i civili. Ma venendo alla domanda, la dinamica è molto semplice. Il 15 febbraio inizia la protesta a Benghazi. L'esercito, come a Tunisi e al Cairo, si rifiuta di sparare sul popolo. Ma lo fanno al suo posto le forze speciali di sicurezza di Gheddafi. In pochi giorni è un massacro, almeno 300 morti. A quel punto l'esercito sotto la pressione del popolo, apre le caserme e lascia che i ragazzi prendano i vecchi kalashnikov e i pochi lanciarazzi che si trovano nei depositi. Grazie a quelle armi riescono a cacciare dalla città le forze speciali di Gheddafi. E con quelle stesse armi difendono la città di Benghazi e liberano le città vicine di Ijdabiya, Brega e Ras Lanuf. Fin quando Gheddafi gli spedisce contro unità speciali e mercenari armati di carri armati e lanciamissili e appoggiati dall'aviazione militare che semina il panico tra le file degli insorti bombardando il fronte. Poi è vero che, nei giorni successivi alle prime disfatte militari contro l'armata di Gheddafi, sono arrivate in città nuove armi e nuove munizioni. Sempre vecchi kalashnikov e un po' di contraerea. Qualcuno ha rimesso in moto tre elicotteri e due aerei militari Mirage, entrambi poi abbattuti, uno dal fuoco amico e l'altro per un'esplosione del motore. Comunque se è un mistero da dove siano arrivate le nuovi armi, è invece certo che si tratti di armi leggere e di pessima qualità. In quanto ai presunti addestratori militari su cui tanto si è speculato, diciamo che a giudicare dal caos sul fronte si direbbe che non sono mai arrivati.
Come credi che l'intervento occidentale possa influenzare il corso della rivoluzione libia e araba?
Dipende tutto da quali decisioni saranno prese. Per ora il bombardamento dell'artiglieria pesante di Gheddafi ha semplicemente evitato un massacro. Certo sono stati uccisi decine e forse centinaia di soldati e mercenari libici. Certo si poteva evitare intervenendo prima con la diplomazia, magari dieci anni prima, anziché corteggiare il dittatore dai tempi della fine dell'embargo nel 2004. Ma stanti così le cose, quel bombardamento ha evitato che trenta carri armati e venti lanciamissili entrassero a Benghazi, quando erano già alle sue porte, e dopo che un solo giorno di battaglia in città aveva fatto 94 morti! Piaccia o non piaccia la guerra, e a me non piace, di questo stiamo parlando. Adesso però bisogna che l'intervento militare si fermi, e che il resto del lavoro lo facciano i libici. Perché il problema non è guerra sì o guerra no. La guerra c'è già. Ed è una guerra di liberazione. Di un popolo contro il regime, i suoi fantocci e suoi mercenari. E non deve diventare una guerra coloniale contro un governo nemico dei propri interessi particolari. Per quello che ho visto in questi giorni, io mi sento di appoggiare pienamente il popolo libico. Nella migliore delle ipotesi ne uscirà una repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista. Può non piacerci, ma è quello che piace ai libici e avranno pure il diritto di scegliere del proprio futuro! Sostenere Gheddafi in nome della sua maschera socialista e terzomondista è non solo da sciocchi ma da complici di un criminale di guerra.
"A Gheddafi non va torto un capello, le foto della sua casa bombardata mi fanno star male", dice Berlusconi. Dice anche di voler fare un blitz in prima persona a Tripoli, per negoziare con il Rais "un'uscita di scena onorevole". Per quale motivo?
Berlusconi dice così un po' per il suo delirio di onnipotenza e la sua continua ricerca di un posto tra i grandi statisti della storia italiana. E un po' per distrarre l'opinione pubblica italiana e internazionale dall'immagine di puttaniere che gli si è ormai incollata addosso dopo gli ultimi scandali sessuali così morbosamente indagati da magistratura e stampa italiana.
Parliamo di Lampedusa. Undicimila migranti sbarcati, di cui tremila oggi presenti ancora sull’isola, circa duemila trasferiti. All’appello ne mancano tra i cinquemila e gli ottomila che il ministero dell'Interno dice di aver già "distribuito" sul territorio, come se il numero di posti disponibili nei CIE e nei CARA non fosse un dato pubblico. La fabbrica della clandestinità insomma funziona a pieno regime. Anche se non sembra che ci siano libici tra i migranti, c'è un nesso con la Libia?
No, per ora il nesso con la Libia non c'è. Ci sarà presto, appena torneranno a partire da Zuwara, presumibilmente dopo la fine della rivoluzione. Ma per ora non lo vedo. Sull'isola non sta arrivando nessuno in fuga dalla Libia. Certo, di stranieri da qui se ne sono andati almeno 250.000, soprattutto egiziani e tunisini, e poi cinesi e bangladeshi e altri, ma ormai sono in buona parte rientrati a casa in attesa di tornare a lavorare in Libia. Mentre i profughi libici per adesso si spostano da una città all'altra del paese, cercando rifugio nelle zone liberate, a est. A Lampedusa invece sono arrivati finora esclusivamente tunisini. E perlopiù originari di Zarzis, Djerba e Tataouine. Di nuovo anche qui all'origine dell'impennata delle partenze non c'è il caos generato nel paese dalla rivoluzione, come molti hanno detto invocando l'asilo politico e parlando di profughi. Ci sono invece due fattori. Uno più contingente legato alla crisi economica della costa tunisina seguita al crollo del turismo crollato dopo le notizie dell'insurrezione. Il secondo é legato all'avventura collettiva. Di nuovo, ragionare soltanto in termini di crisi é riduttivo e razzista perché ci fa dimenticare che parliamo di ragazzi, uguali a noi, con i loro sogni e il loro gusto per le sfide. Migliaia di giovani con la rivoluzione hanno imparato che ribellarsi é giusto. E magari senza neanche averlo razionalizzato, hanno iniziato a ribellarsi all'ingiustizia della frontiera. Vogliono andare a Parigi dai parenti, vogliono lavorare qualche mese, vogliono vedere la riva nord, vogliono fidanzarsi con un'italiana. Vogliono viaggiare. Il perché sono fatti loro, dopotutto viaggiare non é un'esclusiva dei disperati, ma al contrario una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo di oggi. E per farlo violano una legge che ritengono ingiusta. A me sembra un atto di ribellione che porta con sé uno straordinario potenziale. Per quello dico che in fondo non è un male che Lampedusa sia sovraffollata. Perché pone delle questioni serie in modo esplosivo. Il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo. I tempi sono ormai maturi.
Scrivendo da Benghazi non hai avuto l'impressione di essere di parte? Come giudichi le qualità dell'informazione sulla Libia in generale e quelle da Benghazi in particolare? Ci hanno manipolato? Chi? La sinistra - certa sinistra - dice, per esempio, che Gheddafi non ha mai bombardato i manifestanti e che questo dimostra che é tutto una bugia. Ma anche certi giornalisti di sinistra - come Matteuzzi de Il Manifesto o Telesur - hanno dato una informazione parziale o direttamente falsa.
Certo che sono di parte. Ne sono consapevole e fiero. Ogni racconto ha un punto di vista. E è importante scegliere il proprio. Così come scrivo di frontiera assumendo il punto di vista dei respinti e delle famiglie dei morti in mare anziché quello della borghesia europea o della polizia di frontiera, così ho raccontato le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto stando in mezzo agli insorti e non tra gli scagnozzi dei dittatori. In Libia è lo stesso. Non voglio essere il portavoce di un criminale di guerra come Gheddafi. Vorrei invece essere a Tripoli, quello sì, e raccontare il dissenso della capitale, che è scomparso dalle notizie dopo che le prime timide manifestazioni sono state represse nel sangue e dopo che tutti i giornalisti embedded sono stati rinchiusi negli alberghi e costretti a coprire solo le notizie selezionate dal regime. Per cui sì sono di parte, e preferisco essere dalla parte di chi lotta per la libertà anziché da quella di chi impiega truppe mercenarie e lanciamissili per attaccare il proprio popolo, perché non vuole mollare il potere dopo 42 anni di dittatura. Poi la sinistra va in crisi perché Gheddafi è stato un simbolo per un certo socialismo e un certo terzomondismo. E ha ancora oggi molti amici. Tra cui Chavez e dunque Telesur, e Valentino Parlato e dunque il Manifesto. Quindi non citerei queste due testate come buoni esempi di giornalismo rispetto alla questione Libia. Come pure non citerei la tv Al Arabiya che ha messo in giro la cifra falsa dei 10.000 morti, e tutte le altre testate che hanno rilanciato senza prove la notizia dei bombardamenti sulle folle dei manifestanti e delle fosse comuni arrivando addirittura a usare a sproposito la parola genocidio. In questo emerge per l'ennesima volta la scarsa qualità del giornalismo odierno, soprattutto quello italiano. Soprattutto quando si tratta di raccontare fenomeni che escono dalle abituali categorie di pensiero. Il socialismo e la dittatura, la guerra e la pace, l'islam e la democrazia. Proprio per quello mi sembra importante essere qui e scrivere a partire dalle storie dei veri protagonisti di questa rivoluzione. I ragazzi della nuova generazione libica.
da FortressEurope
Gabriele, adesso che si è deciso l'intervento dell'ONU e le bombe degli alleati cadono sulla Libia, ci sono delle voci antimperialiste che tentano di dimostrare che la rivolta era stata preparata dall'inizio dalle potenze occidentali. Tu cosa ne pensi? C'è stato un disegno esterno o sono state rivolte popolari spontanee come in Tunisia e Egitto?
Non sono assolutamente d'accordo con chi grida al complotto. In Libia, come in Tunisia, in Egitto, in Yemen, e adesso anche in Siria, le rivolte sono state spontanee e popolari e non sono il frutto di complotti americani, ma piuttosto la risposta più naturale che potevamo aspettarci dopo decenni di dittature sostenute dalle grandi potenze in nome della stabilità e dei buoni affari. Stupisce che certe teorie cospirazioniste arrivino dagli ambienti di sinistra. Ma forse è anche perché queste rivoluzioni trascendono e superano le categorie della sinistra. È un paradosso interessante da analizzare. In piazza al Cairo, come a Tunisi e a Benghazi, ci sono soprattutto i poveri. Ma i poveri non chiedono salari, non gridano contro i padroni, non si identificano come classe operaia. O almeno non ancora. Prima di tutto chiedono la libertà e prima di tutto si identificano come cittadini. E uno degli strumenti principali che gli permette di organizzarsi è un oggetto di consumo. Forse il simbolo dei beni più futili del consumismo: il computer con cui mettersi in rete, e i videofonini per registrare quello che succede per strada. Infine c'è un elemento generazionale. Sono paesi giovani, al contrario dell'Italia dove il cittadino medio è cresciuto nella guerra fredda. Qui la maggior parte della popolazione ha meno di 25 anni e spinge per il cambiamento. Un cambiamento che sulla riva nord non sappiamo capire, anche per un approccio razzista e coloniale di cui non riusciamo a liberarci. L'Europa si ritiene unica depositaria della democrazia. Come se fosse un concetto che potesse appartenere a qualcuno e non ad altri. E ritiene impossibile che un paese musulmano possa aspirare alla libertà anziché all'oscurantismo religioso. Ecco perché attecchiscono le tesi cospirazioniste. Non riusciamo a accettare che alla “nostra” decadenza corrisponda il “loro” risorgimento.
Perché credi che gli USA, l'UE e pure l'Italia abbiano deciso per un intervento "umanitario" contro un amico e alleato?
Credo fondamentalmente per un errore di calcolo. Mi spiego. In un primo momento sembrava che il regime di Gheddafi sarebbe imploso su se stesso nel giro di pochi giorni. In Tunisia e in Egitto era andata così. E in quei giorni c'è stato un rincorrersi delle potenze mondiali per condannare la dittatura libica e mandare segnali di apertura agli insorti, in modo da garantirsi la continuità dei contratti di petrolio e degli appalti miliardari che la Libia offre e offrirà nei prossimi anni. Poi è successo che Gheddafi si è dimostrato un osso più duro del previsto, e ha riguadagnato terreno grazie al temporeggiare delle Nazioni Unite e all'ingresso in Libia di mercenari professionisti della guerra, venuti da altri paesi africani, e impiegati in una campagna di guerra nelle città degli insorti. A quel punto le potenze internazionali hanno dovuto fare una scelta per proteggere i propri interessi in Libia. O scommettere sugli insorti, e preparare le armi. Oppure tornare sui propri passi, con il rischio molto alto che un personaggio come Gheddafi, risentito per l'affronto, cancellasse i contratti con le compagnie di quegli Stati, sulla base della sua nota gestione personale e lunatica del sistema Libia.
Chi fa parte del Consiglo Nazionale Libico? Sono agenti del imperialismo, bravi rivoluzionari, un mischio di tutto?
Sono personaggi di varia estrazione. Soprattutto avvocati, giudici, uomini d'affari e qualche faccia pulita del regime che ha abbandonato Gheddafi in tempo e che non ha le mani sporche di sangue. Alcuni sono rientrati in Libia dopo anni di esilio all'estero, soprattutto negli Stati Uniti. Dalle loro dichiarazioni è chiaro che ambiscono a una Libia unita, con capitale Tripoli, che sia retta su un sistema costituzionale, parlamentare e partitico, che rispetti i vecchi contratti del petrolio e che veda riconosciuta la libertà di espressione, di associazione, di impresa e di pensiero. Il lavoro che hanno davanti è lunghissimo, perché in Libia da 42 anni la società civile è stata azzerata. Non esistono associazioni. Non esistono sindacati. Non esistono partiti politici. Non esistono istituzioni. C'è soltanto la rete dei comitati popolari di Gheddafi, le sue forze speciali di sicurezza, un esercito che non conta niente, e la mano lunga del grande capo che decide su tutto in base al suo umore.
C'è una sinistra più o meno organizzata a Benghazi? Che ruolo hanno giocato i giovani?
La sinistra non c'è e se c'è non si vede. Di nuovo, non ci sono e non ci sono stati partiti negli ultimi quarant'anni. Ogni forma di dissenso è stata repressa. L'unica forma di opposizione interna negli ultimi decenni è stata quella dell'islam politico. Represso durissimamente dalla dittatura. Basti pensare ai 1.200 islamisti fucilati in una notte nel carcere di Abu Salim a Tripoli nel 1996. E anche la rivoluzione del 17 febbraio è esplosa sulla scintilla di una loro protesta, quando il 15 febbraio i familiari delle vittime sono scesi in piazza per chiedere giustizia. Per il resto è un movimento spontaneo, fatto soprattutto di giovani, anche ingenuo se volete, ma nel senso positivo del termine. Nel senso che c'è una generazione che senza farsi troppi sofismi ha deciso che per la libertà vale la pena lottare e che ha deciso di porre fine al regime di Gheddafi, anche a costo della vita.
Quale era la situazione sociale ed economica nella Cirenaica prima delle rivolte? La Libia, non è un paese ricco? Allora, perché protesta?
Questa è un'altra cosa interessante. A differenza della Tunisia e dell'Egitto, la Libia è un paese ricco. Anche in questi giorni si vedono in giro fuoristrada nuovi di pacca e le case dove sono entrato sono case di classe media. I poveri in città sono soprattutto gli stranieri. Egiziani, sudanesi, chadiani, tunisini, marocchini, nigeriani, emigrati in Libia a cercare fortuna e finiti a fare i lavori più umili e meno pagati. Diverso è il discorso della campagna e del mondo rurale, che vive molto al di sotto del tenore di vita delle città. Ma di nuovo, qui non si protesta per i salari. Non ho mai sentito nominare la parola “salario” in piazza. Certo si grida allo scandalo per la corruzione, ma il punto principale è la libertà e la fine della dittatura e del terrorismo di Stato. Poi è chiaro che tutti credono che una gestione del petrolio attenta al bene pubblico porterà grande ricchezza al paese, più istruzione e qualità della vita. Ma il punto principale, di nuovo, è la libertà.
Gli abitanti di Benghazi, hanno veramente richiesto l'intervento? Non hanno paura di perdere il controllo sulla loro rivoluzione? Di perdere di credibilità a livello internazionale?
Gli abitanti di Benghazi hanno le idee chiare su due punti. Vogliono la no fly zone e i bombardamenti degli alleati sull'aviazione di Gheddafi e sui suoi armamenti pesanti che minacciano i civili. E allo stesso tempo non vogliono l'ingresso delle truppe straniere né l'occupazione militare. Lo dice la piazza e lo ribadisce il consiglio transitorio nazionale.
Gli antimperialisti che parlano di cospirazione si chiedono come mai i manifestanti si sono armati subito dopo i primi giorni. Da dove hanno tirato fuori quelle armi? Chi ha rifornito i ribelli?
Strano che invece non si chiedano chi ha armato Gheddafi e da dove ha tirato fuori tutti quei carri armati e quei lanciamissili con cui sta terrorizzando i civili. Ma venendo alla domanda, la dinamica è molto semplice. Il 15 febbraio inizia la protesta a Benghazi. L'esercito, come a Tunisi e al Cairo, si rifiuta di sparare sul popolo. Ma lo fanno al suo posto le forze speciali di sicurezza di Gheddafi. In pochi giorni è un massacro, almeno 300 morti. A quel punto l'esercito sotto la pressione del popolo, apre le caserme e lascia che i ragazzi prendano i vecchi kalashnikov e i pochi lanciarazzi che si trovano nei depositi. Grazie a quelle armi riescono a cacciare dalla città le forze speciali di Gheddafi. E con quelle stesse armi difendono la città di Benghazi e liberano le città vicine di Ijdabiya, Brega e Ras Lanuf. Fin quando Gheddafi gli spedisce contro unità speciali e mercenari armati di carri armati e lanciamissili e appoggiati dall'aviazione militare che semina il panico tra le file degli insorti bombardando il fronte. Poi è vero che, nei giorni successivi alle prime disfatte militari contro l'armata di Gheddafi, sono arrivate in città nuove armi e nuove munizioni. Sempre vecchi kalashnikov e un po' di contraerea. Qualcuno ha rimesso in moto tre elicotteri e due aerei militari Mirage, entrambi poi abbattuti, uno dal fuoco amico e l'altro per un'esplosione del motore. Comunque se è un mistero da dove siano arrivate le nuovi armi, è invece certo che si tratti di armi leggere e di pessima qualità. In quanto ai presunti addestratori militari su cui tanto si è speculato, diciamo che a giudicare dal caos sul fronte si direbbe che non sono mai arrivati.
Come credi che l'intervento occidentale possa influenzare il corso della rivoluzione libia e araba?
Dipende tutto da quali decisioni saranno prese. Per ora il bombardamento dell'artiglieria pesante di Gheddafi ha semplicemente evitato un massacro. Certo sono stati uccisi decine e forse centinaia di soldati e mercenari libici. Certo si poteva evitare intervenendo prima con la diplomazia, magari dieci anni prima, anziché corteggiare il dittatore dai tempi della fine dell'embargo nel 2004. Ma stanti così le cose, quel bombardamento ha evitato che trenta carri armati e venti lanciamissili entrassero a Benghazi, quando erano già alle sue porte, e dopo che un solo giorno di battaglia in città aveva fatto 94 morti! Piaccia o non piaccia la guerra, e a me non piace, di questo stiamo parlando. Adesso però bisogna che l'intervento militare si fermi, e che il resto del lavoro lo facciano i libici. Perché il problema non è guerra sì o guerra no. La guerra c'è già. Ed è una guerra di liberazione. Di un popolo contro il regime, i suoi fantocci e suoi mercenari. E non deve diventare una guerra coloniale contro un governo nemico dei propri interessi particolari. Per quello che ho visto in questi giorni, io mi sento di appoggiare pienamente il popolo libico. Nella migliore delle ipotesi ne uscirà una repubblica costituzionale basata su un sistema economico liberista. Può non piacerci, ma è quello che piace ai libici e avranno pure il diritto di scegliere del proprio futuro! Sostenere Gheddafi in nome della sua maschera socialista e terzomondista è non solo da sciocchi ma da complici di un criminale di guerra.
"A Gheddafi non va torto un capello, le foto della sua casa bombardata mi fanno star male", dice Berlusconi. Dice anche di voler fare un blitz in prima persona a Tripoli, per negoziare con il Rais "un'uscita di scena onorevole". Per quale motivo?
Berlusconi dice così un po' per il suo delirio di onnipotenza e la sua continua ricerca di un posto tra i grandi statisti della storia italiana. E un po' per distrarre l'opinione pubblica italiana e internazionale dall'immagine di puttaniere che gli si è ormai incollata addosso dopo gli ultimi scandali sessuali così morbosamente indagati da magistratura e stampa italiana.
Parliamo di Lampedusa. Undicimila migranti sbarcati, di cui tremila oggi presenti ancora sull’isola, circa duemila trasferiti. All’appello ne mancano tra i cinquemila e gli ottomila che il ministero dell'Interno dice di aver già "distribuito" sul territorio, come se il numero di posti disponibili nei CIE e nei CARA non fosse un dato pubblico. La fabbrica della clandestinità insomma funziona a pieno regime. Anche se non sembra che ci siano libici tra i migranti, c'è un nesso con la Libia?
No, per ora il nesso con la Libia non c'è. Ci sarà presto, appena torneranno a partire da Zuwara, presumibilmente dopo la fine della rivoluzione. Ma per ora non lo vedo. Sull'isola non sta arrivando nessuno in fuga dalla Libia. Certo, di stranieri da qui se ne sono andati almeno 250.000, soprattutto egiziani e tunisini, e poi cinesi e bangladeshi e altri, ma ormai sono in buona parte rientrati a casa in attesa di tornare a lavorare in Libia. Mentre i profughi libici per adesso si spostano da una città all'altra del paese, cercando rifugio nelle zone liberate, a est. A Lampedusa invece sono arrivati finora esclusivamente tunisini. E perlopiù originari di Zarzis, Djerba e Tataouine. Di nuovo anche qui all'origine dell'impennata delle partenze non c'è il caos generato nel paese dalla rivoluzione, come molti hanno detto invocando l'asilo politico e parlando di profughi. Ci sono invece due fattori. Uno più contingente legato alla crisi economica della costa tunisina seguita al crollo del turismo crollato dopo le notizie dell'insurrezione. Il secondo é legato all'avventura collettiva. Di nuovo, ragionare soltanto in termini di crisi é riduttivo e razzista perché ci fa dimenticare che parliamo di ragazzi, uguali a noi, con i loro sogni e il loro gusto per le sfide. Migliaia di giovani con la rivoluzione hanno imparato che ribellarsi é giusto. E magari senza neanche averlo razionalizzato, hanno iniziato a ribellarsi all'ingiustizia della frontiera. Vogliono andare a Parigi dai parenti, vogliono lavorare qualche mese, vogliono vedere la riva nord, vogliono fidanzarsi con un'italiana. Vogliono viaggiare. Il perché sono fatti loro, dopotutto viaggiare non é un'esclusiva dei disperati, ma al contrario una parte imprescindibile della vita di ogni ragazzo nel mondo di oggi. E per farlo violano una legge che ritengono ingiusta. A me sembra un atto di ribellione che porta con sé uno straordinario potenziale. Per quello dico che in fondo non è un male che Lampedusa sia sovraffollata. Perché pone delle questioni serie in modo esplosivo. Il regime di criminalizzazione della libertà di circolazione deve cadere, esattamente come sono cadute le dittature del sud del Mediterraneo. I tempi sono ormai maturi.
Scrivendo da Benghazi non hai avuto l'impressione di essere di parte? Come giudichi le qualità dell'informazione sulla Libia in generale e quelle da Benghazi in particolare? Ci hanno manipolato? Chi? La sinistra - certa sinistra - dice, per esempio, che Gheddafi non ha mai bombardato i manifestanti e che questo dimostra che é tutto una bugia. Ma anche certi giornalisti di sinistra - come Matteuzzi de Il Manifesto o Telesur - hanno dato una informazione parziale o direttamente falsa.
Certo che sono di parte. Ne sono consapevole e fiero. Ogni racconto ha un punto di vista. E è importante scegliere il proprio. Così come scrivo di frontiera assumendo il punto di vista dei respinti e delle famiglie dei morti in mare anziché quello della borghesia europea o della polizia di frontiera, così ho raccontato le rivoluzioni in Tunisia e in Egitto stando in mezzo agli insorti e non tra gli scagnozzi dei dittatori. In Libia è lo stesso. Non voglio essere il portavoce di un criminale di guerra come Gheddafi. Vorrei invece essere a Tripoli, quello sì, e raccontare il dissenso della capitale, che è scomparso dalle notizie dopo che le prime timide manifestazioni sono state represse nel sangue e dopo che tutti i giornalisti embedded sono stati rinchiusi negli alberghi e costretti a coprire solo le notizie selezionate dal regime. Per cui sì sono di parte, e preferisco essere dalla parte di chi lotta per la libertà anziché da quella di chi impiega truppe mercenarie e lanciamissili per attaccare il proprio popolo, perché non vuole mollare il potere dopo 42 anni di dittatura. Poi la sinistra va in crisi perché Gheddafi è stato un simbolo per un certo socialismo e un certo terzomondismo. E ha ancora oggi molti amici. Tra cui Chavez e dunque Telesur, e Valentino Parlato e dunque il Manifesto. Quindi non citerei queste due testate come buoni esempi di giornalismo rispetto alla questione Libia. Come pure non citerei la tv Al Arabiya che ha messo in giro la cifra falsa dei 10.000 morti, e tutte le altre testate che hanno rilanciato senza prove la notizia dei bombardamenti sulle folle dei manifestanti e delle fosse comuni arrivando addirittura a usare a sproposito la parola genocidio. In questo emerge per l'ennesima volta la scarsa qualità del giornalismo odierno, soprattutto quello italiano. Soprattutto quando si tratta di raccontare fenomeni che escono dalle abituali categorie di pensiero. Il socialismo e la dittatura, la guerra e la pace, l'islam e la democrazia. Proprio per quello mi sembra importante essere qui e scrivere a partire dalle storie dei veri protagonisti di questa rivoluzione. I ragazzi della nuova generazione libica.
da FortressEurope
giovedì 24 marzo 2011
G8 a Genova, Strasburgo assolve l'Italia "Non ha colpe per la morte di Giuliani"

La Corte europea dei diritti dell'uomo scagiona il nostro Paese: non è responsabile per l'uccisione del giovane durante gli scontri per il vertice dei grandi nel 2001. La sentenza è definitiva. Il padre del ragazzo: "Non ci arrendiamo e andiamo avanti"
BRUXELLES - La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con sentenza definitiva, ha assolto oggi l'Italia dalle accuse di aver responsabilità nella morte di Carlo Giuliani avvenuta durante gli scontro tra manifestanti e forze dell'ordine nel corso del G8 di Genova. Con una decisione presa a maggioranza la Corte ha dato torto ai Giuliani su tutti i punti del loro ricorso e anche sulla parte che riguarda la conduzione dell'inchiesta sulla morte del figlio. I giudici della Grande Chambre non hanno rilevato lacune nell'indagine e su questo punto hanno, quindi, rovesciato il giudizio espresso in primo grado.
Con tredici voti a favore e quattro contrari i giudici della Grande Camera hanno stabilito la piena assoluzione di Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Giuliani in piazza Alimonda, confermando così la sentenza di primo grado emessa il 25 agosto 2009. Inoltre la Grande Camera ha assolto l'Italia dall'accusa di non aver condotto un'inchiesta sufficientemente approfondita sulla morte di Giuliani: in questo caso la Corte si è espressa con 10 voti a favore e 7 contrari. La stessa maggioranza si è pronunciata anche per l'assoluzione dell'Italia dall'accusa di non aver organizzato e pianificato in modo adeguato le operazioni di polizia durante il summit del G8 a Genova.
Palcanica fu incriminato per omicidio volontario ma il procedimento venne archiviato dal gup Elena Daloiso il 5 maggio 2003. Nella sua ordinanza Daloiso, oltre ad accogliere la richiesta di archiviazione per legittima difesa avanzata dal pm Silvio Franz il 2 dicembre 2002, aveva sostenuto come l'uso dell'arma fosse stato "legittimo" e "assolutamente indispensabile e graduato in modo da risultare il meno offensivo possibile".
Scaduti i termini per il ricorso in Cassazione, gli avvocati Pisapia e Vinci avevano deciso di fare appello alla Corte Europea dei diritti dell'uomo. La famiglia Giuliani, nel ricorso a Strasburgo, ha invocato, in particolare, l'articolo 2 della Convenzione dei diritti dell'uomo (diritto alla vita), sostenendo che la morte di Carlo "è dovuta ad un uso eccessivo della forza" e considerando che "l'organizzazione delle operazioni per ristabilire l'ordine pubblico non siano state adeguate".
Nell'agosto del 2009 la Corte Europea dei diritti dell'uomo, cui i familiari di Giuliani erano ricorsi, ha stabilito che Placanica agì per legittima difesa. La stessa Corte ha tuttavia rilevato alcune carenze nel rispetto degli obblighi procedurali previsti dallo stesso articolo, condannando lo Stato italiano a pagare 40.000 euro ai familiari di Carlo Giuliani, 15.000 euro a ciascuno dei genitori e 10.000 euro alla sorella, in quanto "le autorità italiane non hanno condotto un'inchiesta adeguata sulle circostanze della morte del giovane manifestante" e che non fu avviata un'inchiesta per identificare "le eventuali mancanze nella pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico". E si arriva così ad oggi ed ha una sentenza che ribalta, in gran parte, la precedente pronuncia.
"Non è la prima brutta notizia che abbiamo. In ogni caso non ci arrendiamo, continuiamo la nostra battaglia per la verità - dice Giuliano Giuliani, il padre di Carlo - Dal punto di vista legale c'è un'ultima possibilità che sarà una causa civile contro chi ha sparato.Non c'è altra possibilità. Mi auguro che nessuno ci venga a dire che vogliamo rifarci su un povero carabiniere. Lo scopo della causa civile è avere un dibattimento processuale. L'unica cosa che non hanno ritenuto degna di un processo è stata l'omicidio di Carlo. E' vergognoso".
da La Repupubblica
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lunedì 21 marzo 2011
Libia: ogni luogo di guerra è uno spazio sottratto alla libertà
Quel che sta avvenendo in queste ore in Libia ci pone di fronte a una contraddizione drammatica che sembra lasciarci, semplicemente, senza parole. Nei media ufficiali e nel dibattito politico, infatti, sono due le uniche prospettive che si scontrano: l’intervento militare internazionale o la vittoria di Gheddafi. Prospettive, entrambe, inconciliabili con l’idea di mondo che abbiamo costruito in questi anni.
Da una parte, infatti, sono inaccettabili la guerra e l’interventismo militare dei paesi europei e degli Stati Uniti, con il suo portato di bombe e distruzione sul suolo libico; così come è impensabile l’idea che qualunque mezzo sia lecito pur di raggiungere un fine umanitario. E, del resto, è evidente che di umanitario nei missili cruise e nelle bombe ad alto potenziale ci sia ben poco: non solo per la scia di morte che questi strumenti lasciano dietro di se, ma soprattutto per gli obiettivi politici che si nascondono dietro questi mezzi di distruzione. Non serve essere studiosi di geopolitica o storici, infatti, per ricordare che, fino a un mese fa, Gheddafi era un solido alleato di chi oggi lo bombarda.Quest’ultima affermazione ci evidenzia anche la diversità di questa guerra rispetto a quelle contro le quali ci siamo mobilitati negli anni passati: siamo di fronte a un intervento non pianificato, ma nato sulla scia di avvenimenti sociali e politici che hanno attraversato tutto il nord Africa e il Medio Oriente, dalla Tunisia all’Egitto passando per lo Yemen e fino alla Libia.
D’altra parte, però, la domanda su come si ferma la follia del dittatore libico resta drammaticamente senza risposta e le poche notizie provenienti da Bengasi raccontano di una popolazione civile messa sotto assedio, con i carriarmati che sparano indiscriminatamente contro abitazioni e civili.
In realtà, la risposta sta nelle mobilitazioni che abbiamo attraversato in questi anni. Perché è evidente che un’area militare è un territorio sottratto alla libertà, qualunque sia la bandiera che sventola sulla cima del pennone; e che mobilitarsi per un territorio senza basi militari significa battersi per un mondo senza guerre. Così come, opporsi al nucleare per promuovere le energie alternative significa rompere il meccanismo economico che gravita intorno alle fonti di approvvigionamento energetico, ma soprattutto parlare di un mondo diverso da quello rappresentato da Fukushima e dal disastro nucleare.
Per chi da anni si batte contro la militarizzazione del territorio e le sue conseguenze nel mondo, la dicotomia che ci viene proposta in queste ore rappresenta una gabbia da spezzare. E’ inaccettabile pensare ai bombardamenti come uno strumento legittimo, così come è impensabile guardare a quanto sta avvenendo in Libia senza proporre alcuna forma di sostegno alle donne e agli uomini, ai tanti giovani che cercano libertà. A partire dall’accoglienza di quante e quanti da quella guerra sono fuggiti, fuggono e fuggiranno nei prossimi giorni.
Una gabbia che, oggi, ci viene proposta come intoccabile, imprigionando il nostro ragionamento intorno alla legittimità o meno dell’intervento internazionale. Dobbiamo, invece, andare oltre questa discussione, che è superata nel momento stesso in cui si afferma che la guerra è comunque un crimine, senza se e senza ma, per provare a costruire un pensiero comune sul significato dell’altro mondo possibile, partendo dalla costatazione che è questo mondo a non aver più gli equilibri che hanno caratterizzato i decenni passati. La parola crisi attraversa oggi in maniera trasversale gli aspetti sociali, ambientali, economici, militari del globo, imponendo domande a cui rispondere è possibile soltanto con un’alternativa complessiva, generale, globale.
Su questo, ci sentiamo di dire che è quanto mai urgente aprire una discussione, a partire dagli spazi di movimento che in questi mesi abbiamo attraversato e visto crescere nel nostro paese. Siamo contro la guerra e con quanti nel mondo lottano per la libertà e la nostra risposta non può che essere quella di continuare a cercare l’altro mondo possibile. Per questo, nel nostro piccolo, continueremo a batterci per sottrarre terreno alla militarizzazione attraverso il Parco della Pace; e per questo, vogliamo accogliere con piena dignità quanti dalla guerra fuggono e fuggiranno.
domenica 20 marzo 2011
http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1243
da Indymedia
Da una parte, infatti, sono inaccettabili la guerra e l’interventismo militare dei paesi europei e degli Stati Uniti, con il suo portato di bombe e distruzione sul suolo libico; così come è impensabile l’idea che qualunque mezzo sia lecito pur di raggiungere un fine umanitario. E, del resto, è evidente che di umanitario nei missili cruise e nelle bombe ad alto potenziale ci sia ben poco: non solo per la scia di morte che questi strumenti lasciano dietro di se, ma soprattutto per gli obiettivi politici che si nascondono dietro questi mezzi di distruzione. Non serve essere studiosi di geopolitica o storici, infatti, per ricordare che, fino a un mese fa, Gheddafi era un solido alleato di chi oggi lo bombarda.Quest’ultima affermazione ci evidenzia anche la diversità di questa guerra rispetto a quelle contro le quali ci siamo mobilitati negli anni passati: siamo di fronte a un intervento non pianificato, ma nato sulla scia di avvenimenti sociali e politici che hanno attraversato tutto il nord Africa e il Medio Oriente, dalla Tunisia all’Egitto passando per lo Yemen e fino alla Libia.
D’altra parte, però, la domanda su come si ferma la follia del dittatore libico resta drammaticamente senza risposta e le poche notizie provenienti da Bengasi raccontano di una popolazione civile messa sotto assedio, con i carriarmati che sparano indiscriminatamente contro abitazioni e civili.
In realtà, la risposta sta nelle mobilitazioni che abbiamo attraversato in questi anni. Perché è evidente che un’area militare è un territorio sottratto alla libertà, qualunque sia la bandiera che sventola sulla cima del pennone; e che mobilitarsi per un territorio senza basi militari significa battersi per un mondo senza guerre. Così come, opporsi al nucleare per promuovere le energie alternative significa rompere il meccanismo economico che gravita intorno alle fonti di approvvigionamento energetico, ma soprattutto parlare di un mondo diverso da quello rappresentato da Fukushima e dal disastro nucleare.
Per chi da anni si batte contro la militarizzazione del territorio e le sue conseguenze nel mondo, la dicotomia che ci viene proposta in queste ore rappresenta una gabbia da spezzare. E’ inaccettabile pensare ai bombardamenti come uno strumento legittimo, così come è impensabile guardare a quanto sta avvenendo in Libia senza proporre alcuna forma di sostegno alle donne e agli uomini, ai tanti giovani che cercano libertà. A partire dall’accoglienza di quante e quanti da quella guerra sono fuggiti, fuggono e fuggiranno nei prossimi giorni.
Una gabbia che, oggi, ci viene proposta come intoccabile, imprigionando il nostro ragionamento intorno alla legittimità o meno dell’intervento internazionale. Dobbiamo, invece, andare oltre questa discussione, che è superata nel momento stesso in cui si afferma che la guerra è comunque un crimine, senza se e senza ma, per provare a costruire un pensiero comune sul significato dell’altro mondo possibile, partendo dalla costatazione che è questo mondo a non aver più gli equilibri che hanno caratterizzato i decenni passati. La parola crisi attraversa oggi in maniera trasversale gli aspetti sociali, ambientali, economici, militari del globo, imponendo domande a cui rispondere è possibile soltanto con un’alternativa complessiva, generale, globale.
Su questo, ci sentiamo di dire che è quanto mai urgente aprire una discussione, a partire dagli spazi di movimento che in questi mesi abbiamo attraversato e visto crescere nel nostro paese. Siamo contro la guerra e con quanti nel mondo lottano per la libertà e la nostra risposta non può che essere quella di continuare a cercare l’altro mondo possibile. Per questo, nel nostro piccolo, continueremo a batterci per sottrarre terreno alla militarizzazione attraverso il Parco della Pace; e per questo, vogliamo accogliere con piena dignità quanti dalla guerra fuggono e fuggiranno.
domenica 20 marzo 2011
http://www.nodalmolin.it/spip.php?article1243
da Indymedia
venerdì 18 marzo 2011
Bombe a Benghazi

da FortressEurope
Viaggio a Benghazi, 17 marzo 2011
Il cratere è largo tre metri e tutto intorno la pista è cosparsa di pietre. Poco distante, quel che resta della carlinga di un aereo civile continua a bruciare. In mezzo al fumo nero si riesce ancora a leggere distintamente Air Libya. È quel che resta dell'aereo colpito dalle bombe di Gheddafi, sganciate questa mattina sull'aeroporto internazionale di Benina, a 20 chilometri dalla città di Benghazi. Proprio così, mentre a Washington il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite discuteva la risoluzione sulla no fly zone, il Colonnello ha ordinato di bombardare Benghazi. È il secondo bombardamento in due giorni. Mercoledì mattina un aereo aveva attaccato l'aeroporto mancando di poco il bersaglio. Oggi invece l'hanno preso in pieno. Anche perché stavolta di aerei ne hanno mandati tre. Tre vecchi Mirage che oltre a Benina hanno sganciato altre bombe sopra la caserma Muaskar 36, a sud di Benghazi, dove si trova un importante deposito di munizioni dell'armata popolare degli insorti. Fortunatamente non ci sono stati feriti né morti e la pista di decollo non sembra compromessa da quello che abbiamo potuto constatare di persona. La nostra visita all'aeroporto dura pochi minuti. Il colonnello Salah El Fituri infatti ci invita senza tante formalità a infilarci di nuovo in macchina e sgommare via prima che possa tornare l'aviazione del colonnello. Potrebbero attaccare di nuovo in qualsiasi momento. Prima di lasciare la zona del bombardamento però Marai mi chiede di fargli una foto. Noncurante del pericolo, mentre intorno la contraerea continua a sparare, si mette in posa dietro al cratere tenendo il kalashnikov in una mano mentre con l'altra fa il segno della vittoria. Ha i suoi buoni motivi per festeggiare Marai, perché due dei tre Mirage di Gheddafi che hanno bombardato la città, sono stati abbattuti. Ed è un bel colpo per il morale delle truppe. Per la prima volta infatti la contraerea degli insorti è riuscita a colpire il bersaglio. E per la prima volta ci sono le prove. Sono sparse in un campo coltivato nella campagna a sud di Benghazi, e sono i resti del Mirage abbattuto. Marai ci accompagna a vederli. Lui è uno dei volontari in armi dell'esercito popolare della rivoluzione libica. Ha 36 anni, indossa mimetica, bandana rossa e kalashnikov. Ma non fa parte dell'esercito. É un vecchio rigattiere improvvisato soldato per il bene della moglie e dei due bimbi di due anni e otto mesi, che lo aspettano a casa a Benina, a cinque minuti di macchina dall'aeroporto bombardato oggi da Gheddafi. Intorno all'aeroporto, si è creato uno strano ingorgo di macchine, che procedono a rilento lungo le stradine di campagna. Sono centinaia di ragazzi, venuti a vedere quel che resta del primo aereo abbattuto dell'aviazione di Gheddafi.
Marai mi spiega che è un Mirage. Per metà è esploso e bruciato. Del pilota non c'è nessuna traccia, anche perché la testa dell'aereo è completamente distrutta. Sulla coda qualcuno ha scritto con il fango “Gibu al tayara gibu hatta al dabbaba”, ovvero: “portate gli aerei e portate pure i carri armati”. Della serie: non abbiamo paura. Poco sopra invece hanno scritto con lo spray la data dell'abbattimento. 17.3.2011. Oggi è l'anniversario del primo mese della rivoluzione. I ragazzi fotografano con il cellulare l'aereo. E fanno a gara a smontare i pezzi di quello che resta, per portare con sé una qualche reliquia. Un pezzo del radiatore, la ruota, un tubo del telaio.
Probabilmente i tre aerei erano partiti da Sirte. Un altro sarebbe stato abbattuto, secondo l'armata degli insorti, nella zona di Ganfuda, a una cinquantina di chilometri da Benghazi. E il terzo sarebbe riuscito a fuggire indenne. Il bombardamento, secondo il colonnello El Fituri sarebbe la risposta all'attacco aereo sferrato in mattinata dagli insorti contro una colonna di carri armati che da Zilla stava raggiungendo il fronte di Ijdabiya, dove da tre giorni rivoluzionari e lealisti combattono per il controllo della città. Aerei che hanno misteriosamente iniziato a operare quattro giorni fa. All'inizio nessuno ci credeva. Ma oggi abbiamo personalmente visto in azione un elicottero, ci sono conferme dell'avvenuto bombardamento da parte degli insorti dell'aeroporto di Sirte e la conferma – fuori microfono – dataci da parte di un membro influente del consiglio nazionale temporaneo di Benghazi secondo cui alcuni Stati starebbero aiutando militarmente gli insorti, fornendo loro armamenti pesanti, munizioni e aiuto logistico. Un supporto senza il quale difficilmente avrebbero potuto fare arrivare le armi a Misratah, dove si è aperto un altro fronte, e bombardare le retrovie di Gheddafi a Ijdabiya, dove la situazione tre giorni fa sembrava irrimediabilmente compromessa.
Intanto da Ijdabiya arrivano anche oggi notizie drammatiche. Secondo testimoni oculari nell'ospedale della città si troverebbero in questo momento i corpi senza vita di almeno 22 ragazzi uccisi negli scontri con le truppe di Gheddafi, che nella notte di ieri avrebbero accerchiato la città su tre lati, appoggiati dagli incessanti e continui bombardamenti dell'aviazione del regime. A confermarcelo è il dottor Adil Eljamal, primario del reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Jala, a Benghazi, dove negli ultimi tre giorni sono stati trasferiti decine di feriti dal fronte di Ijdabiya. Tutti feriti sotto i bombardamenti. Dieci di loro non ce l'hanno fatta. Il più piccolo è un bambino di quattro anni, ferito mortalmente alla testa dalla scheggia di una bomba esplosa vicino casa. Numeri che si aggiungono al macabro conteggio dei morti che in questo ospedale non è mai stato così alto. Soltanto nei primi cinque giorni della rivoluzione, tra il 17 e il 20 febbraio, qui si sono contati 250 morti durante gli scontri tra i ragazzi del movimento e le milizie di Gheddafi. Sono quei morti a ispirare ancora oggi i ragazzi che hanno preso le armi contro Gheddafi e che non vedono nessuna altra forma di resistenza pacifica al massacro ordinato dal Colonnello.
SPINELLI NELLE CASE DI RIPOSO: MODERNE TERAPIE CONTRO DEMENZA E PARKINSON

di Domenico Ciardulli
Sembra fantasia ma è reale la notizia, proveniente da una casa di riposo di Kibbutz Naan (Israele), di anziani affetti da demenza e morbo di Parkinson curati con la marijuana a foglia grande (erez) . Canne terapeutiche che non solo sembrano fare miracoli per la salute dei nonnetti ricoverati ma costituiscono un risparmio enorme nel bilancio di spesa della casa di riposo rispetto ai tradizionali psicofarmaci. A Kibbutz Naan le case farmaceutiche, con i loro intrugli chimici, sono state messe all'angolo da dosi regolari di marijuana. Sembrano testimonianze religiose quelle di anziani che da anni non riuscivano più a farsi la barba da soli e che hanno ripreso a radersi gioiosamente, a muovere meglio le mani, le gambe e ad articolare bene le parole. Ma non si tratta di un bagno a Lourdes o di un pellegrinaggio al santuario di Compostela è solo l'effetto benefico su anziani malati di un ciclo di canne a base di marijuiana nella fumeria della casa di riposo.Una rivoluzione di tal genere nel nostro paese avrebbe effetti enormi sulla spesa sanitaria se pensiamo al volume di affari che si produce attraverso l'uso corrente, spesso troppo disinvolto di sedativi, antipsicotici, antidepressivi, neurolettici, antidolorifici, antitutto.... Non sono rari gli eccessi e gli effetti iatrogeni nelle case di cura, nelle residenze sanitarie assistite e nelle case di riposo. Sanitarizzazione di un anziano con demenza può significare l'immissione senza ritorno in un piano terapeutico, autorizzato dal presidio sanitario pubblico, che stabilizza e controlla le anomalie neurologiche e comportamentali attraverso "bombe chimiche".
Tutte medicine che a volte rappresentano la "giusta soluzione" (di comodo ndr) per chi assiste pazienti con demenza istituzionalizzati, ma non sempre rappresentano la giusta soluzione per il paziente in quanto persona. Non sono rari i tristi casi di cronaca di strutture sanitarie carenti, riguardo le classiche terapie riabilitative fisioterapiche e occupazionali, che invece brillano nel fare uso smodato di psicofarmaci per il controllo e la gestione dei ricoverati. Non solo si rischia di annichilire vitalità e creatività ma si rischia anche di danneggiare seriamente il fegato, sangue e sistema nervoso di persone con patologie preesistenti. Con queste riflessioni non si vuole di certo innalzare a modello esemplare la casa di riposo israeliana ma si può rilevare che l'esperienza innovativa di Kibbutz dovrebbe quantomeno schiodare dalla staticità le politiche sanitarie del nostro paese forse condizionate dalle multinazionali del farmaco.
Domenico Ciardulli da Reset-Italia
L'apocalisse è già qui

di Guido Viale
Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l'apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo - come sostengono più o meno tutti i media ufficiali - che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l'infrastruttura e l'organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall'infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte - e per lo più - moltiplicano quei danni, com'è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l'apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un'intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell'Europa, del Giappone, del mondo, che l'apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più "leggero": Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent'anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c'era da fidarsi allora? E c'è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L'apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.
L'apocalisse ci rivela che la normalità - quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro "sviluppo" e del nostro finto "benessere" - è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone - e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami - che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese "sottosviluppato" se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni - che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale - si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l'atomo consumi, sviluppo ed "emersione" di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant'è che quei programmi stavano andando avanti - e forse verranno mantenuti ancora per un po' - soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l'Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.
Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se - o meglio, quando - crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l'industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l'Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell'Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all'indomani dell'11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all'altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l'apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la "normalità" di domani. L'apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l'intasamento della loro "capacità di carico"; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall'ipocrisia di chi comanda.
Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall'oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del "prospero" Occidente. Le fonti rinnovabili, l'efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un'agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.
da GlobalProject e da il Manifesto del 17 marzo 2011
martedì 15 marzo 2011
Mashreq va alla guerra

da FortressEurope
Mashreq ha 20 anni e non ha mai stretto prima un fucile tra le mani. Ma non c'è problema. È venuto qui apposta per imparare, insieme agli altri “volontari”, come li chiamano. Arrivano a Benghazi ogni giorno, da tutte le città della Cirenaica, per arruolarsi e difendere la popolazione dalla violenta repressione scatenata dalla famiglia Gheddafi. Funziona che chi ha un'arma e sa usarla va direttamente al fronte in macchina, per gli altri c'è una specie di centro di addestramento in città, dove imparare i rudimenti delle armi da fuoco. Perché i militari in servizio sono troppo pochi. I corsi si tengono all'aperto, nel piazzale della caserma “7 aprile”, rinominata per l'occasione “base dei martiri”. Stamattina c'erano almeno 500 ragazzi. C'è il gruppo della contraerea, quello dei lanciarazzi, ma anche quello più elementare dove si insegna a sparare con i vecchi kalashnikov del malridotto esercito libico della Cirenaica. Perché si parte proprio dall'abc. Ragazzi come Mashreq infatti non hanno la più pallida idea di cosa li aspetti al fronte.
Lui fino al mese scorso era un comune studente di informatica. All'inizio nemmeno tanto coinvolto nel movimento del 17 febbraio. Fin quando negli scontri di Ras Lanuf della settimana scorsa ha perso uno dei suoi migliori amici e ha deciso di arruolarsi. Dietro di lui, in fila indiana davanti all'ingresso del campo di addestramento, incontriamo i suoi compagni di corso dell'università, Mahmud Adrira e Younes, di 21 e 20 anni, e i loro amici Monsif e Jamal, che di anni ne hanno appena 17. Sono fieri e coraggiosi, anche se i più sinceri non nascondono la paura. Perché intanto dal fronte arrivano pessime notizie.
Oggi Zuwarah, alla frontiera con la Tunisia, è stata bombardata. Si parla al momento di almeno sette feriti e un morto, Sama 'Azzabi, conosciuto come un attivista della città. La notizia mi è arrivata per telefono da un attivista di Tripoli che mi ha chiamato dalle montagne di Nalut, una regione liberata a sud di Tripoli, dove si sono rifugiati molti libici scappati dalla capitale.
Mentre ancora non è chiaro il destino della cittadina di Brega e della sua preziosa raffineria. Domenica sera anche il generale Abdelfattah Younis, l'ex ministro dell'interno passato con gli insorti, aveva ammesso la disfatta, ma oggi si rincorrono voci di un contrattacco che avrebbe portato alla sua riconquista da parte dei ribelli. Ad ogni modo il fronte è destinato a spostarsi sempre più vicino alla città di Ijdabiya, che da Benghazi dista soltanto 150 km e che oggi ha ricevuto un primo avvertimento, con un bombardamento alle porte della città che fortunatamente non ha fatto nessuna vittima. L'importanza strategica di Ijdabiya deriva dal fatto che da lì partono tre importanti strade che se dovesse cadere la città, permetterebbero alle forze di Gheddafi di aggirare Benghazi da est verso Tobruk, e cingerla d'assedio. Mentre Benghazi si prepara alla guerra però, chi conosce meglio Gheddafi invita alla calma. Kamal Mussa è uno di loro.
Lui a Benghazi è il responsabile delle evacuazioni degli stranieri. Prima della rivoluzione faceva il commerciante, a Ginevra, in Svizzera. Ma di politica si occupa dai tempi dei movimenti studenteschi del 1977, quelli finiti con gli studenti di Benghazi impiccati in piazza per intendersi. Per la sua attività politica è già finito in carcere una volta, nel 1996. Ma oggi non ha più paura di parlare a volto scoperto e scommette sulla imminente fine del Colonnello. Secondo lui le milizie di Gheddafi sono sicuramente superiori sul terreno aperto, fondamentalmente perché dispongono dell'artiglieria pesante e dell'aviazione. Ma quelle stesse forze sono insufficienti - sostiene – per affrontare una guerriglia urbana in una città di 100.000 abitanti come Ijdabiya, e tantomeno in una città di un milione di abitanti come Benghazi.
A maggior ragione vista la determinazione e la passione dei giovani insorti. È un'intera generazione che per una volta ha voglia di vincere. Di piegare la storia al proprio volere. Con la stessa forza di quella ruspa che oggi ha sfondato il muro della vecchia base delle milizie di Gheddafi, la Katiba, nel cuore di Benghazi. Al tramonto, del vecchio muro di cinta non restavano che i tondini d'acciaio del cemento armato annodati tra le macerie venute giù. Sui blocchi lasciati in piedi all'ingresso della caserma, restano soltanto i poster con le foto dei martiri e gli slogan della rivoluzione scritti con lo spray. È una vera e propria profanazione dei luoghi della dittatura, che il regime cerca di censurare in tutti i modi.
Mms e sms non funzionano, a parte il messaggino pro governativo spedito oggi dalla compagnia Libyana a tutti i suoi clienti con su scritto “Viva la Libia unita e sicura”. I telefonini prendono male. E soprattutto internet è completamente fuori uso da settimane. Le uniche connessioni sono quelle satellitari degli alberghi della stampa a Benghazi. Ma la gente non ha accesso alla rete. Non può caricare i video su facebook e farli circolare da una città all'altra, per incoraggiarsi l'un l'altro e per organizzare in tempo reale le manifestazioni. L'unico mezzo di condivisione è il bluetooth dei telefonini, ma è troppo lento per una comunicazione di massa. Così a Tripoli sono in pochi a sapere cosa stia succedendo davvero a Benghazi e la paura continua a tenere in stallo la popolazione della capitale.
Gli amici di Tripoli confermano questa mia impressione. Sono tornati oggi in città dalle montagne di Nalut. Dicono che in città è stato schierato un dispositivo securitario impressionante. Ci sono agenti delle forze di sicurezza dappertutto. E dopo la strage di due settimane fa, la gente è semplicemente terrorizzata. Anche perché gli arresti degli attivisti stanno continuando. Anche se poi nel quartiere popolare di Abu Selim al contrario molti abitanti si sono schierati a favore di Gheddafi. Secondo i miei amici attivisti di Tripoli, si tratterebbe di ragazzi poveri, che sarebbero stati ben pagati per scandire gli slogan cari al colonnello. Ma allo stesso tempo non ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ogni regime ha i suoi sostenitori, e anche quello di Gheddafi ne ha di sinceri. Sono pochi ma sono dappertutto, anche dove meno te lo aspetti. Ad esempio in mezzo ai ragazzi della rivoluzione di Benghazi.
Da quando sono arrivato ho sempre immaginato che nella piazza del tribunale di Benghazi ci fosse qualche spia. Ma non avrei mai pensato che parlasse italiano. Mohamed invece lo parla molto bene. E dire che ha vissuto in Italia soltanto due anni, a Avezzano , in Abruzzo, dove ha lavorato come cameriere al Gran Caffè. Oltre all'italiano parla anche inglese e ungherese. Ripete a memoria le battute del discorso di Gheddafi: “I manifestanti sono drogati, avanzi di galera e puttane. Non c'è più sicurezza nel paese, hanno ucciso troppa gente. Anche il giornalista di Al Jazeera, l'hanno ammazzato per creare il caos e attirare l'attenzione del mondo. Ma Gheddafi tornerà e riconquisterà la città. Perché è un uomo benedetto. E la rivoluzione è tutto un complotto delle potenze straniere che vogliono mettere le mani sul petrolio. È tutto un problema di colonialismo”.
Fortuna che non tutti i libici reduci dall'Italia la pensano allo stesso modo! Gioacchino è uno di loro. Come si chiami davvero non lo so, ma si fa chiamare così dagli amici italiani con cui parla con un marcato accento romanesco. A Benghazi vive con la moglie italiana e i tre bambini, Marco, Sara e Ahmed. Classe media, gira con una Chevrolet e ha un negozio di arredamento, che però è chiuso da un mese. Come metà delle attività commerciali della città d'altronde. I motivi sono due. Il primo è che gli affari in questo momento girano male. Anche perché ci sono pochi contanti in giro, i bancomat sono fuori uso, e la gente non spende soldi con la paura e l'incertezza che regnano. Il secondo è che non ci sono più i lavoratori. A Benghazi come in tutta la Libia, un abitante su quattro è un emigrato. Qui la più grande comunità è quella degli egiziani. Poi ci sono i tunisini, i sudanesi, i chadiani, gli indiani, i cinesi. C'erano anzi, perché se ne sono andati a migliaia. Centomila hanno raggiunto il varco di frontiera di Sallum in Egitto. Diecimila cinesi sono stati evacuati dal porto sui traghetti greci diretti a Creta, altri sono partiti sulle navi dirette a Alexandria d'Egitto. E il risultato è che non ci sono più muratori, operai, camerieri, artigiani, baristi. Senza di loro l'economia è ferma e la situazione è destinata a peggiorare visto che ogni giorno ci sono nuove partenze.
Anche oggi se ne sono andati in Egitto un centinaio di chadiani, a bordo di due autobus partiti dal campo della Mezza luna crescente rossa libica, allestito nei dormitori di un cantiere edile di una compagnia indiana davanti allo stadio di Benghazi. Qui vivono da un mese alcune centinaia di africani. Sono i neri fuggiti dai quartieri di Benghazi, per paura di essere scambiati per i miliziani delle legioni africane di Gheddafi e uccisi per vendetta dai ragazzi della rivoluzione. Per un certo periodo sono infatti girate voci di africani linciati dalla folla durante la caccia ai miliziani stranieri.
Anche Marih ne ha sentito parlare, ma non sa se sia vero perché non ha visto niente e non conosce nessuno che abbia fatto quella fine. Lui è eritreo e vive a Benghazi da quattro anni. Ma a differenza degli altri, ha preferito restare a casa sua anziché trasferirsi al campo della crescente rossa. Vive con la moglie e il bambino piccolo e a spostarsi in città non ha grossi problemi. Ormai parla bene l'arabo e sa muoversi a Benghazi. La traversata verso l'Italia l'ha tentata tre volte, nel 2007, 2008 e 2009, ma l'hanno sempre riportato indietro i libici. Qui al campo viene una volta al giorno a vendere le bevande per alzare qualche soldo. Nei prossimi giorni spera di essere evacuato in Egitto.
Magari potrà approfittare di un passaggio dai camionisti che continuano a arrivare con i carichi di solidarietà. L'ultimo autoarticolato è arrivato stasera alle dieci. Un intero rimorchio carico di riso, pasta, latte, olio e coperte. Ventisettemila dollari di valore, messi a disposizione da sette anonimi benefattore del salotto buono del Cairo, che hanno finanziato l'intera operazione. Il cibo sarà smistato tra le famiglie di Benghazi, Baida, Derna e Tobruk. Perché si sentano meno sole nella loro lotta per la libertà. Dopotutto è questo l'ingrediente fondamentale di ogni rivoluzione popolare. Non le armi affilate, ma la solidarietà tra i popoli e le genti. A tal proposito, cosa fanno gli italiani a parte respingere, pattugliare, identificare e rimpatriare?
lunedì 14 marzo 2011
Terremoto di Miyagi: è il capitalismo che aggrava gli effetti della catastrofe naturale!

Alle 14.46 di venerdì 10 marzo (ore 6.46 di sabato 11 in Italia), nell’Oceano Pacifico a 130 km a nord-est della città di Sendai, al largo dell’isola di Honshu, a poco più di 24 km di profondità, la terrà si spacca. I rilevatori più vicini, saltano. La scossa più violenta dura quasi 2 minuti, ed è fortissima: 8.9 gradi della scala Richter, il che ha per conseguenza, nel territorio colpito, lo sconvolgimento per sempre nel raggio di centinaia di chilometri. Ma la terra continua a tremare con magnitudo tra i 4 e i 7 gradi Richter, mentre i sismologi preannunciano che potrebbe verificarsi ancora qualche scossa superiore agli 8 gradi della scala Richter.
Le scosse più violente sono sempre annunciate da scosse che le precedono, come ricordano ancora oggi gli abitanti dell’Aquila che nei giorni precedenti avevano inutilmente allarmato le istituzioni e la Protezione Civile. Nei tre giorni precedenti il fatico venerdì 10 marzo, si erano già verificati dei terremoti tra i 3 e i 4 gradi Richter: ma sembrava una cosa “normale” visto che non passa giorno che in Giappone non vi siano delle scosse…
La scossa delle 14.46 di venerdì scorso è stata invece particolarmente devastante: la diga di Fujinuma si spezza in due e l’acqua che si riversa a valle e cancella del tutto la città di Sukagawa; quattro treni con centinaia di passeggeri scompaiono nel fango e solo oggi si viene a sapere che i passeggeri sembra si siano fortunosamente salvati, come i passeggeri di una nave anch’essa sparita venerdì. Le vittime in un primo momento sembrano qualche decina, poi qualche centinaio, e già sabato mattina si parlava di circa 2.000. Ma, oltre al terremoto, i pericoli arrivano dallo tsunami. Mentre scriviamo giunge notizia che i morti dovuti al terremoto e, soprattutto, allo tsunami successivo, sono già 10.000 e molti altri possono aggiungersi; decine di migliaia gli sfollati, interi paesi e villaggi rasi al suolo dalla furia dello tsunami; nella sola città costiera di Minamisanriku risultano disperse 10 mila persone; Sendai è quasi completamente distrutta. Un terremoto di questa potenza ha fatto tremare anche la capitale Tokyo, con i suoi grattacieli e i suoi palazzi a prova di sisma, sì, ma solo fino al 6° grado della scala Richter: la scienza borghese si ferma qui, per terremoti di potenza superiore… ci pensi iddio!
Che il Giappone sia l’isola dei terremoti, la più sismica che esista, ormai lo sanno anche i sassi. Il Giappone si trova nell’intersezione di quattro grandi placche tettoniche: la placca del Pacifico, la placca delle Filippine, la placca eurasiatica, la placca nordamericana. Ma non basta, il Giappone è collocato sopra la così detta cintura di fuoco del Pacifico che è una enorme ferita nella crosta terrestre lunga 40 mila chilometri da cui fuoriesce costantemente materiale magmatico che va a rigenerare la stessa crosta terrestre: questa ferita va dalla Nuova Zelanda alle Filippine, attraversa tutto il Giappone, raggiunge la Corea e si dirige verso l’Alaska da cui ridiscende lungo la costa americana verso la California fino al Cile. Lungo questa interminabile ferita, secondo gli studi dei sismologi e dei vulcanologi, si produce il 90% dei terremoti del pianeta e, naturalmente, delle eruzioni vulcaniche tra le più catastrofiche. Che i terremoti provochino, inoltre, anche dei maremoti, è cosa altrettanto risaputa; il termine stesso tsunami, che è giapponese, la dice lunga sulla “normalità” storica dei terremoti e dei maremoti nell’isola del Sol Levante dove si concentra non solo per numero ma anche per potenza di magnitudo una notevole quantità di sismi che vanno dai 4 agli oltre 6 gradi della scala Richter.
Il Giappone è anche il paese che si è dotato di molte centrali nucleari dalle quali ottiene il 30% del fabbisogno energetico, e in un paese ad altissima sismicità come questo basta una piccola crepa nelle vasche di contenimento dei reattori per provocare disastri incontrollabili, alla Chernobyl. Il terremoto ha infatti colpito duramente la centrale nucleare di Fukushima, situata nel vicino distretto di Futaba, provocando un’esplosione a causa della quale è già stato rilasciato del materiale radioattivo nelle immediate vicinanze tanto da indurre il governo ad evacuare rapidamente più di 100mila abitanti della zona dove sono collocate altre 11 centrali che sono state chiuse dai dispositivi automatici di sicurezza. Che questi dispositivi siano, poi, di effettiva sicurezza, nemmeno le autorità preposte sono in grado di garantirlo, anche perché una volta fermato il reattore nucleare il problema non è per nulla risolto poiché bisogna raffreddarlo: qui non ci sono computer e robot che tengano, non è un problema di tecnologia superavanzata, perché è un problema di tubi e di pompe, insomma di “vecchia” tecnologia. E quando manca l’elettricità, perché il terremoto manda all’aria le centrali che producono e distribuiscono la corrente elettrica, non si può pompare acqua fredda per abbassare la temperatura dei reattori; quindi, come si raffreddano i reattori impedendo loro di rilasciare materiale radioattivo nel terreno e nell’aria? Con il secchiello? L’homo capitalisticus, come un apprendista stregone, ha evocato energie potenti dall’atomo ma non sa controllarle.
La scienza borghese conosce da tempo la situazione, avendo studiato migliaia di questi fenomeni; ma solo molto recentemente, dopo molti terremoti e molte migliaia di vittime, e soprattutto dopo lo spaventoso terremoto di Kobe del 1995 (1), il governo giapponese si è preso la briga di obbligare per le nuove costruzioni (per le vecchie, ormai…) di edifici, e dei grattacieli innanzitutto, l’uso di sistemi antisismici come ad esempio tenere basso il baricentro dei palazzi, usare materiali più leggeri per i palazzi più alti e i grattacieli, non adornare i palazzi con sporgenze o cornicioni, concentrare nei pilastri verticali l’armatura di cemento, dotare la base degli edifici di cilindri di gomma rinforzati da molle d’acciaio, riutilizzare travi di legno che sono più elastiche e deformabili assorbendo perciò meglio le scosse sismiche, e via dicendo. E per le centrali nucleari ha pensato bene di dotarle di contenitori d’acciaio e doppi contenitori di cemento. Ma queste “soluzioni” sono state adottate per resistere a quali scosse? La centrale di Fukushima è stata costruita alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso prevedendo di resistere a scosse fino a 6 gradi della scala Richter; è una delle 25 centrali nucleari più grandi del mondo ancora in funzione, a 6 reattori di cui, a rotazione, tre sono in attività e tre in manutenzione. Come è ormai palese, a parte incidenti di diverso tipo nello stesso impianto, o un repentino abbassamento della portata d’acqua – fondamentale per raffreddare il reattore e quindi controllarne la temperatura – basta un sisma più forte di quanto “previsto” dalla General Electric che l’ha costruita (e in Giappone non è certo raro) e l’incidente è sicuro, con tutte le sue conseguenze di contaminazione. Il governo, dopo aver dichiarato che le fuoriuscite di materiale radioattivo erano limitate, ha dichiarato l’emergenza nucleare, a dimostrazione che le conseguenze dell’esplosione interna alla centrale erano in ogni caso gravi.
La propaganda borghese ammette da sempre che le forze della natura sono potenti e imprevedibili, ma sostiene che la sua scienza, sfidando le forze della natura, è riuscita finora a impossessarsi di molti misteri che prima della sua civiltà mantenevano la società umana nell’oscurantismo, nell’ignoranza, nella paura, nella superstizione. La propaganda borghese poggia su un tessuto economico che, da un lato, ha consentito all’uomo di progredire tecnicamente nella produzione di tutto ciò che serve per vivere, di dare risposte scientifiche e non superstiziose ad una considerevole quantità di fenomeni naturali e di migliorare la conoscenza, ma, dall’altro, ha inevitabilmente condotto la società a dipendere dalla produzione mercantile e dai rapporti di scambio mercantili che permeano l’intera società, riconducendola alle vecchie paure e alle vecchie superstizioni con l’aggravante di imporre un’ulteriore superstizione, più insidiosa e abbrutente di quelle del passato medioevale: il profitto capitalistico, nuovo dio assoluto da cui dipende vita e morte sull’intero pianeta.
E’ in ragione del profitto capitalistico, difeso strenuamente dalla classe dominante borghese e in nome del quale si deturpa l’ambiente, lo si inquina e contamina nel modo più cinico, si impiegano le maggiori energie umane per la sua produzione e riproduzione al fine di ingigantirne l’appropriazione da parte di una infima minoranza di capitalisti che dettano vita e morte di intere popolazioni con la più vasta dissolutezza; è in nome del profitto capitalistico che i governi, le autorità costituite, i grandi poteri economici e politici, le reti di interessi finanziari mondiali, persistono nella cieca politica del tornaconto capitalistico per cui si risparmia nella prevenzione – contribuendo così all’aumento vertiginoso di vittime e di cose non solo causate dall’attività sconsiderata della produzione e della distribuzione capitalistica, ma anche dai fenomeni naturali –, e si spreca in quantità mastodontiche nell’iperfollia produttiva. I commenti, riportati dai media sull’atteggiamento della popolazione giapponese di fronte a questa catastrofe, hanno voluto mettere in risalto la “dignità e la compattezza” di un popolo che, di fronte ad una tragedia simile, assorbe il colpo, tumula i propri morti e si predispone a “rimettersi al lavoro”: chi, i pochi, dalla parte dell’imprenditoria e del brigantaggio commerciale e finanziario, chi, i molti, dalla parte dei lavoratori salariati pronti da sfruttare ancor più di prima visto che bisognerà ricostruire e rimettere in piedi un’economia (che è e rimane capitalistica) che il terremoto ha in parte arrestato e che deve riguadagnare livelli accettabili di profitto in tempi brevi!
Il Giappone è il paese più evoluto e più sofisticato nelle tecniche antisismiche e nella protezione civile; è un dato riconosciuto da tutti i grandi paesi. Ma questo non è bastato per evitare la tragedia che sta davanti agli occhi di tutto il mondo. Le scosse, giunte a Tokyo, hanno provocato crolli e incendi ed hanno piegato la Tokyo Tower, l’antenna autoreggente d’acciaio alta 332 metri che è il simbolo della capitale e della ricostruzione postbellica. E’ significativo che gli abitanti di Tokyo, alle scosse più intense, siano fuggiti dai grattacieli e dai palazzi riversandosi nelle piazze e nei parchi di fronte al palazzo imperiale perché è l’unica (l’unica!) zona di Tokyo dove è proibito costruire grattacieli! Il vecchio telefono a gettoni, la vecchia bicicletta, sono tornati in auge visto che il black-out aveva mandato in tilt i cellulari e gli immani ingorghi avevano bloccato auto, treni e metro. Tutto ciò che di più “avanzato” il Giappone ha costruito, da venerdì 10 marzo è collassato; come nel caso delle centrali nucleari, prima fra tutte la Fukushima, che hanno avuto bisogno del liquido refrigerante portato dall’aviazione americana.
Miyagi oki, la grande scossa: oggi ancora, la grande scossa sarà un’occasione per il capitale, nella necessaria ricostruzione, di rinnovare i suoi cicli di produzione e riproduzione, rinnovando il suo dominio sulla società e sull’uomo cercando di riprendersi una specie di rivincita sulla crisi economica che ancora attanaglia il Giappone, generata dal capitale stesso nella sua corsa inesorabile alla sovrapproduzione e nell’inevitabile lotta di concorrenza mondiale. La grande scossa che attendiamo noi riguarda il terremoto sociale, la lotta della classe del proletariato contro la classe borghese non solo per condizioni di vita e di lavoro migliori, ma per una società del tutto diversa, che non sia più dipendente dal mercato, dal profitto capitalistico, dalle leggi della concorrenza fra capitali e fra Stati, per una società in cui tutte le energie e le capacità dell’uomo siano indirizzate a soddisfare i bisogni della vita sociale e non i bisogni del mercato. Ma il terremoto sociale può avvenire solo quando le masse proletarie si ribellano, e si organizzano per lottare contro le condizioni attuali di vita e di sopravvivenza dominate dall’imprevisto, dall’incertezza, da un falso progresso tecnologico inseguito esclusivamente allo scopo di produrre e accumulare profitto capitalistico sulle spalle del lavoro salariato e sfruttando masse sempre più vaste di proletari costretti a vivere e a morire da schiavi. Il futuro non sta nei grattacieli più alto del mondo come non sta nella vita digitale dei nuovi apparati elettronici: sta nella lotta di classe rivoluzionaria, guidata dal partito comunista rivoluzionario, che il proletariato muove contro tutto ciò che simboleggia la società del lusso, dell’opulenza, dello spreco, dell’inutile, del dannoso, e per distruggere non solo i simboli ma le cause profonde di una vita sociale di miliardi di uomini appesi all’incerto andamento di un mercato capitalistico che, come uno tsunami, può distruggere dalla sera alla mattina la vita non solo futura, ma presente, di moltitudini ammassate in osceni alveari incastonati in città invivibili.
(1) Il terremoto di Kobe, primo porto giapponese e quarto porto mondiale, è avvenuto il 17 gennaio 1995 facendo più di 6.000 morti, oltre 300.000 senza casa e distruggendo case d’abitazione ed edifici a migliaia, ferrovia, strade, le installazioni portuali, cantieri navali, terminal ecc. (vedi il nostro articolo: Il sisma di Kobe, ovvero una catastrofe naturale aggravata dal capitalismo, il comunista n. 45 del 1995). Ma, per la quantità di morti, il terremoto più devastante è stato quello del settembre 1923, noto come terremoto del Kantò, che fece tra i 100mila e i 140mila morti, dovuti in particolare agli incendi che si svilupparono con estrema rapidità anche perché la scossa più violenta, di gradi 7,9 della scala Richter, avvenne all’ora di pranzo quando tutti avevano i fuochi accesi per cucinare.
13 marzo 2011
www.pcint.org PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (il comunista)
da Indymedia
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