Marocchino morto per strada Il necrologio scuote Ferrara
Sahid Belamel
ROMA -"Ci ha lasciato nell'indifferenza generale dei passanti la mattina di domenica 14 febbraio, festa di San Valentino. Abbandonato in agonia in via Colombo, è morto di freddo". Il necrologio di Sahid Belamel, il venticinquenne di cittadinanza marocchina, immigrato clandestino, morto a Ferrara, è stato pubblicato stamane nella prima pagina della Nuova Ferrara con l'intento di "svegliare le coscienze", spiega il direttore del quotidiano, Paolo Boldrini.
E sembra averlo fatto sul serio, a giudicare dalle lettere e dalle telefonate giunte in redazione. La città è scossa, e sono probabilmente in tanti a chiedersi, come fa il sindaco Tiziano Tagliani, "Se questo è un uomo", e su quale china stia scivolando Ferrara, certo non diversa né peggiore da tante altre città italiane.
Ad aver ucciso Sahid, trovato morto sul ciglio di una strada dopo una notte in discoteca, trascorsa insieme a un gruppo di persone che lo hanno abbandonato nonostante stesse male, non è stato probabilmente il razzismo, e forse neanche il fatto che fosse clandestino. Questa condizione, certo, potrebbe aver influito sulla decisione dei suoi 'amici' di abbandonarlo al suo destino, dopo una frettolosa chiamata a un taxi che non è mai arrivato, o che, se è arrivato, non lo ha preso a bordo.
"Se qualcuno dei presenti sapeva la sua condizione avrà preferito andarsene, perché se hai a che fare con un clandestino e pure tu lo sei o semplicemente sei un immigrato questo ti creerà dei danni: quando arriva la polizia ti chiederanno i documenti... avrai dei guai. E? una delle cause più tragiche della legislazione attuale che criminalizza i clandestini. Non si possono accogliere, non si possono aiutare, si rischia troppo", scrive don Domenico Bedin, sacerdote di "frontiera" che si occupa dei problemi di immigrazione e gestisce un'associazione per la prima accoglienza di chi si trova in difficoltà.
Sahid è però soprattutto una vittima dell'indifferenza: "Quello che sappiamo per certo, che le telecamere hanno ripreso - spiega Boldrini - è che il ragazzo si trascinava, barcollava. Le macchine sfrecciavano, una però si è fermata, ma poi ha accelerato. Non credo che il conducente lo abbia fatto per razzismo, c'era buio, neanche lo avrà visto bene. Il ragazzo si era tolto i vestiti, perché era caduto nel canale, si era bagnato e si era dovuto spogliare". Era nudo, barcollava: i più avranno preferito evitare problemi, o semplicemente scocciature: "Difficile immaginare l?a ssideramento o l?estrema necessità di soccorso alle prime ore del giorno della domenica di uno sventurato che cade nel canale sbronzo e che per salvarsi si spoglia... se vieni da un letto caldo o smonti da una notte di lavoro. Per capire tutto questo è necessario fermarsi, ascoltare, perdere tempo, compromettersi, sporcare la macchina, arrivare in ritardo al lavoro o a messa...", scrive ancora don Bedin.
Ecco perché, scrive mons.Paolo Rabitti, arcivescovo di Ferrara e Comacchio, "anche Ferrara, dopo altre città, entra nel novero delle comunità umane ad alto tasso di disumanità". "Abbiamo pubblicato il necrologio in prima pagina perché è una tradizione della nostra città, come di molte città di provincia - spiega Boldrini - per Sahid non l'aveva chiesto nessuno, e allora l'abbiamo fatto noi, come denuncia, ma anche come omaggio e ricordo".
(rosaria amato)
da Indymedia
domenica 21 febbraio 2010
sabato 20 febbraio 2010
Maierato, il paese chiuso per frana

di Carlo Lania
Acqua e luce li hanno riattaccati, ma la montagna fa ancora paura. Maierato è un paese vuoto, rubato ai suoi abitanti dalle tonnellate di fango e terra che lunedì si sono portate via mezza collina. Oggi il sindaco Sergio Rizzo e il prefetto di Vibo Valentia Luisa Latella incontreranno alla scuola allievi di polizia, dove hanno trovato rifugio, gli abitanti del paese. Se tutto va bene, se i monitoraggi compiuti dai tecnici della Protezione civile avranno dato risultati positivi, è possibile che nei prossimi giorni almeno una parte di loro potrà fare rientro a casa.
«Sì è possibile, ma dobbiamo essere prudenti e non agire di fretta», fredda gli animi Silvio Greco, assessore all'Ambiente delle Regione Calabria. La prudenza è d'obbligo in questo piccolo centro di 2300 abitanti a soli otto chilometri da Vibo. A suggerirla c'è più di un motivo.
«Strani avvallamenti a monte»
A partire dai due bacini d'acqua creati dal fango e che adesso i tecnici dovranno trovare il modo di far defluire prima che, infiltrandosi nel terreno sotto le abitazioni, possa eventualmente provocare nuovi crolli, che questa volta non riguarderebbero, come è avvenuto lunedì, una parte del territorio comunale praticamente priva di case, ma direttamente il centro del paese. Un'operazione di drenaggio che va compiuta anche a monte di Maierato, in modo da evitare che le future piogge possano pesare sulla collina. Ma non è tutto. Sorvolando con un elicottero della forestale l'area interessata dalla frana, i geologi inviati da Greco hanno visto anche dell'altro: «Sembra che ci siano degli avvallamenti strani a monte del paese - spiega l'assessore - Voglio capire di che si tratta prima di decidere che tutto va bene. Per questo non bisogna avere fretta».
Chi di sicuro vuole certezze è Sergio Rizzo, il sindaco di Maierato. Se la frana non ha fatto vittime lo si deve anche a lui e alla prontezza con cui lunedì si è mosso per far sgomberare prima le poche case che si trovavano sotto la collina e subito dopo l'intero paese. O quasi. Ieri durante una perlustrazione per le strade deserte di Maierato, la Digos di Vibo Valentia si è accorta infatti che una donna anziana e suo figlio erano riusciti a sfuggire ai controlli chiudendosi in casa. Una scelta dovuta al fatto che la donna malata avrebbe avuto problemi a curarsi davanti ai suoi concittadini. E' bastata una piccola trattativa e la promessa di una sistemazione adeguata perché tutti e due accettassero di farsi portare via con un'ambulanza.
Le promesse di Bertolaso
Cartine alla mano, Rizzo ha controllato con i tecnici del comune che tutte le possibili zone a rischio venissero individuate. I tecnici della Provincia hanno installato tre rilevatori utili per segnalare eventuali nuovi movimenti del fronte franoso che verranno tenuti d'occhio dai vigili del fiuoco e dai tecnici dell'Arpacal, l'Agenzia regionale per la protezione ambientale. Il tutto in attesa che a Roma si sbrighino a trovare i soldi necessari per mettere in sicurezza l'intero territorio calabrese. Martedì da queste parti si è fatto vedere anche Guido Bertolaso. Il capo della Protezione civile ha sorvolato l'area in elicottero prima di chiudersi in prefettura con il presidente della Regione Agazio Loiero e i tutti i sindaci calabresi. E a loro ha promesso di sbloccare i fondi che aspettano da più di un anno. «Il terremoto dell'Aquila ci ha inghiottito e ha impedito che le promesse fatte venissero mantenute», ha spiegato giustificando la mancata assegnazione dei finanziamenti garantiti per far fronte ai danni provocati dal maltempo nel dicembre 2008 e gennaio febbraio 2009.
Pioggia di soldi sul Ponte
Soldi che, ha promesso Bertolaso, adesso verranno sbloccati in poche settimane. Un discorso che però ha lasciato i sindaci calabresi con l'amaro in bocca. La cifra stanziata, qualche milione di euro per l'intera Regione, basta infatti appena per coprire le urgenze, come spiega sempre Greco che cita uno studio del Cnr secondo cui per mettere in sicurezza l'intero territorio regionale servirebbe un miliardo di euro l'anno per dieci anni. «Capisce che siamo ben lontani dalle reali necessità», dice sconsolato.
Sì perché il dramma calabrese si può riassumere così: mentre il governo pensa al Ponte sullo Stretto (con un tempismo perfetto il ministro Matteoli era qui pochi giorni fa a propagandare l'opera), nel frattempo «la Calabria frana», per usare le parole di Loiero.
Il polso della situazione lo dà Legambiente. A novembre l'associazione ha riassunto in un dossier un monitoraggio compiuto tra i comuni calabresi sul rischio idrogeologico.
Un rischio comune
I risultati fanno paura: tutti i 409 comuni sono stati classificati a rischio geologico dal ministero dell'Ambiente. Di questi 57 sono a rischio frana, 2 a rischio alluvione e 350 a rischio sia di frana che di alluvione. Il che vuol dire abitazioni costruite in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana (lo ha dichiarato l'85% dei comuni), ma anche fabbriche (il 61% dei comuni) interi quartieri edificati in zone a rischio (45% dei comuni) insieme a strutture ricettive turistiche (il 27%). Il dramma di Soverato non sembra davvero aver insegnato niente. «Di fronte a questa situazione si investono 5 miliardi di euro per fare il Ponte sullo Stretto. E' chiaro invece che la prima opera pubblica che va fatta è la messa in sicurezza del territorio», denuncia Franco Saragò, della segreteria regionale di Legambiente.
La programmazione non c'è
«La Calabria paga decenni e decenni di sfruttamento selvaggio del territorio, oltre a una formazione geologica particolarmente delicata», spiega con amarezza Enzo Insardà, il vicesindaco di Vibo Valentia. «Anni in cui questa regione è stata saccheggiata con case costruite abusivamente sugli alvei dei fiumi, senza neanche i collegamenti con le fogne e in questo modo si è contribuito al dissesto idrogeologico». Il risultato è che ogni anno c'è un'emergenza. La stessa Vibo ne paga le conseguenze. Una strada del centro, via Boccioni, è chiusa perché costruita su un costone che sta franando. Per aggiustarla servirebbero 1,5 milioni di euro che non ci sono. Le piogge dei giorni scorsi hanno invece provocato una frana che ha ostruito il fiume sotto la frazione Piscopio, mettendo a rischio il centro abitato. A Triparni, invece, sempre la pioggia ha fatto scendere di un metro sotto il livello stradale la piazzetta che si affaccia sul mare. «Non riusciamo a fare una programmazione definitiva per la messa in sicurezza del territorio e senza lo Stato non lo puoi fare - prosegue Insardà - Il governo non può lasciare le Regioni sole ad affrontare un problema come questo». Con Roma se la prende anche Greco: «La tutela del territorio è di competenza del governo, che invece pensa al Ponte e al nucleare. Ma il governo non può essere strabico e trattatare la Sicilia e l'Abruzzo in maniera diversa da tutte le altre Regioni. Noi qui in Calabria siamo stati abbandonati».
da Il Manifesto
Ancora minacce a Giulio Cavalli. E il rischio del silenzio

di Pietro Orsatti
Mi sto fumando una sigaretta sul balcone quando mi arriva un sms. “Un’altro proiettile, questa volta in via Lepontina.Ormai sto diventando un collezionista”. Mittente Giulio Cavalli. Continuano questi piccoli uomini senza coraggio, che siano mafiosazzi fatti e punciuti o emigranti di qualche ‘ndrina appassionati di cotolette panate e panettoni invece che di ‘nduia. Continuano a cercare di spaventare un giullare scomodo e testimone spietato di questo nostro Paese allo sfacelo. A quanta gente rompe le scatole Cavalli con le sue civilissime e oscenamente vere giullarate?La lista è davvero impressionante. Stiddari, picciotti, mezzi boss da operetta o pericolosissimi professionisti dell’intimidazione. O ancora peggio, invidiosi mestatori e imitatori del basso ventre politicante da provincia lumbard spaventati dalla tremenda nudità di questo ragazzo diventato uomo raccontando da un palcoscenico questa Italia dal ventre gonfio di affarucoli e inciuci.
Giù al nord la mafia non esiste, non c’è. Roba da terrun. Ma se il terrun porta sghei? E tanti, poi. Ai soldi non si chiede la certificazione antimafia. I soldi per quest’italietta crepuscolare non hanno peccato.
Questa sera avrei voluto scrivere di Achille Toro e del sottosegretario Cosentino. Avevo già tutti i miei appunti pronti sulla scrivania. Poi m’è venuta voglia di fumare una sigaretta in balcone. E il bip del cellulare. E eccomi qui a scrivere delle minacce a Giulio. Ancora una volta. Mentre tiro giù queste righe mi rendo conto che a tutti gli effetti scrivendo dell’ennesima intimidazione ricevuta dal mio amico, sto scrivendo di questo Paese, di come è ridotto, di come è stato stuprato da decenni di conflitti di interesse talmente diffusi da essere passati da sistema a prassi. Una prassi che non può essere incrinata da persone come Giulio che ne svelano la vera grottesca natura.
E c’è di peggio. Ci stiamo facendo l’abitudine. Alle minacce a Giulio e agli affaristi, ai servitori infedeli dello Stato, ai politici collusi con le mafie, ai premier che oggi promulgano regolamenti elettorali che se applicati a tempo debito avrebbero reso impossibile la loro candidatura.
Io non ci voglio fare l’abitudine a questo schifo. Voglio vivere in un Paese che possa sentire mio. Che sento profondameente mio. Come lo sente suo Giulio. E quei tanti invisibili che stanotte andranno a letto senza sentire i “ma va… ma va.. ma va” di Ghedini e neppure le banalità del Festival in onda sulla rete ammiraglia di Raiset.
Non ci sia silenzio. Non ci sia abitudine. Non oggi, non ora.
da AntimafiaDuemila
Tra razzismo di stato e razzismo democratico

Riflessioni verso il 1° Marzo
di Luca Manunza*
Il razzismo in primo luogo, rappresenta il modo in cui,
nell’ambito di quella vita che il potere ha preso in gestione,
è stato infine possibile introdurre una separazione,
quella tra cio che deve vivere e ciò che deve morire.
M. Foucault –Bisogna difendere la società-
Il cammino intrapreso alcuni mesi fa dai collettivi francesi verso “La journèe sans migrés” del prossimo primo marzo,la sua costruzione e la sua riproposizione in Italia nello specifico, da l’occasione di aprire un lungo e denso dibattito sulle “storie-migranti” dei due Paesi.
La loro se pur minima messa a confronto in qualche modo esprime lo stato dell’arte dei due Paesi Comunitari rispetto alla gestione governamentale del fenomeno migratorio.
Non è un caso, infatti, che in Francia sia stata scelta collettivamente la “soluzione” della “giornata senza migranti: ventiquattro ore senza di noi”, in chiave di sciopero, mentre in Italia si decideva di adottare un’inevitabile mutazione: “in una giornata di mobilitazione collettiva sul tema migrazioni, evitando di chiamarla e intenderla come sciopero, perché lo sciopero dei migranti qui in Italia non è possibile, i problemi che hanno i migranti francesi sono differenti dai nostri, è la loro posizione che gli permette di scioperare, se lo facessimo anche qui sarebbe un controsenso”, diceva Jon qualche settimana fa durante una delle assemblee organizzative tenutasi a Castel Volturno. Jon, in rappresentanza del tavolo migranti napoletano spiega bene la sua posizione: “in Francia le migrazioni hanno conosciuto percorsi differenti dai nostri e le loro battaglie, sono iniziate molti anni fa, la nostra è una lotta nuova, e poi lo sciopero lo fa chi ha un lavoro riconosciuto”. Leggendo il manifesto stilato dalle varie realtà territoriali francesi, il dibattito principale verte verso una critica alla annosa questione “identità nazionale” e “cultura”, proprio i due elementi cardine del discorso razzista oggi quanto mai visibile in svariate forme.
In Italia il dibattito è ancora aperto. La spinta verso la ricerca di una piattaforma collettiva di mobilitazione migrante in Italia è aperta da tempo, e sicuramente l’indignazione sui “fatti di Rosarno” , per quanto propulsiva rischia –a mio avviso- di non farci leggere in maniera analitico - pratica la se pur parziale situazione in merito a temi quali integrazione, razzismi, cultura, diversità e governo delle migrazioni. La migratologia e in agguato, e i presupposto culturali e scientifici per il suo fondamento ci sono tutti, sono le belle parole che devono qui far riflettere.
Accanto al primo aspetto rilevante “la dilagante manifestazione di razzismi” in Italia, si riapre come hanno recentemente osservato i vari relatori del seminario organizzati Uninomade, l’annoso tema delle mobilità umane, tema cruciale che lega i processi migratori alla formazione di vita associata degli esseri umani. Nel più dei casi, la letteratura a carattere storico politico articola i propri discorsi, trattando il tema delle mobilità umane
come fenomeni connessi a cause prettamente “strutturali”o raramente “politiche”. Letture tatticamente semplificate che tendono a caratterizzare il migrante come viandante, povero, bancarellaro, in conformità a semplici caratteristiche economiche, oppure cosa assai più rara, come migrante politico in fuga da guerre e persecuzioni.
E’ qui che il processo migratorio deve adeguarsi al pensiero di stato, ed è qui che la maggioranza dei migranti si trova già preventivamente assegnato a delle categorie già socialmente condivise nel paese d’arrivo. Ma c’è spesso chi rifiuta il posto assegnato, Rosarno ne è un esempio, Castel Volturno e le rivolte sulla Domiziana ne sono in qualche modo uno specchio.
Un rifiuto letto come deviante, al pari di chi non vuole dichiarare la propria identità, […]o di chi accumula “alias”, cioè il soggetto non tollerabile dalle autorità dello stato perché on previsto dalla norma che nomina, classifica, disciplina, “normalizza””. Ed è proprio sotto questa categorizzazione in devianza di “gesti politici” totali anch’essi, che si può intravedere la maglia dei razzismi, e provare a rileggerli in quanto tali, non cambiandone nome.
In tutto questo gioco di ruoli, il processo di destrutturalizzazion-e sociale e politica neo-liberale –che concede alcune libertà per poi subito dopo negarne altre- oltre a provocare l’escalation del sicuritarismo, attraverso una politica dell’inclusione fondata sull’esclusione, calmiera spesso i movimenti di cittadini migranti e non mobilitati verso la riappropriazione dei diritti di cittadinanza reali e totali, attraverso concessioni e piccole ipotetiche vittorie, in grado di rallentare i processi di cambiamento. La così detta formazione di vita associata citata in precedenza, s’incrocia ormai da decenni con la gestione di chi questa vita spesso la forma. Bisogna difendere la società rimane probabilmente ancora l’ordine strategico adottato dai governi per la gestione del “fatto sociale totale”.
Una piccola panoramica europea ne racconta le formule più o meno articolate: il modello tedesco del lavoratore ospite, quello anglosassone del melting pot , quello francese dell’assimilazionismo, o quello italiano, dato da un mix dei vari modelli. Pratiche positive dicono in molti, l’interculturalismo ad esempio in Italia è stato per anni utilizzato nelle agende politiche come soluzione ed è stato baluardo spesso anche dei movimenti.
Sono molte però le ricerche e le esperienze in merito, che mettono in luce come la definizione dei modelli e delle varie teorie forgiate dal “pensiero di stato”corrispondano –nonostante la loro post-modernità- al paradigma tradizionale di una sociologia etnocentrica, che rinvia al mito del positivistico “dell’integrazione sociale forgiato in base allo sviluppo dello stato-nazione della società industriale”.Il primo marzo appare un’occasione per ridiscutere i temi delle migrazioni, del lavoro e della crisi che racchiude a quanto pare, il primo marzo significa probabilmente confrontarsi nuovamente con il reale protagonismo dei migranti qui in Italia, troppo posti avvolte a margine anche da chi racconta di sposarne le loro vertenze. Il primo marzo sarà l’inizio forse di una rivoluzione? Speriamo di sì, e speriamo allo stesso tempo che nessun colore, compreso il giallo possa appannarla.
* Membro dell' URIT
“Unità di Ricerca sulle Topografie sociali”
Dipartimento di Sociolgia generale dell'Università degi Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli
da GlobalProject
venerdì 19 febbraio 2010
Salvemini nella lista di Nichi Vendola

Provarci sempre, senza paura di sbagliare. Carlo Salvemini sceglie il suo slogan e affianca Vendola nella sua lista
di Mario Maffei
Carlo Salvemini rompe gli indugi e accetta la proposta di Nichi Vendola che lo aveva fortemente voluto nella lista del Presidente.
Ex segretario cittadino dei DS a Lecce, esponente di spicco del Partito Democratico, Salvemini si era dimesso da tutte le cariche in polemica con la scelta del PD di costringere Vendola alle primarie (poi vinte a danno di Francesco Boccia).
La lista di Nichi Vendola, che vede in pole position anche l'assessore uscente Dario Stefano, si annuncia così già competitiva per vincere la sfida dello sbarramento al 4%.
Salvemini annuncia che "dopo aver raccolto i preziosi suggerimenti, consigli, pareri di tanti; dopo avere ascoltato le giuste e fondate perplessità di alcuni" ha infine annunciato direttamente a Vendola la sua disponibilità.
Ha poi continuato: "Voglio ringraziare tutti voi che avete voluto condivere con me questa decisione impegnativa, e naturalmente confido di avervi al mio fianco in questa campagna elettorale che ora può cominciare ufficialmente.
Pochissime considerazioni prima di entrare nel vivo dell'organizzazione.
1. Mi candido perchè considero un onore impegnarsi per la rielezione di Nichi Vendola.
2. Mi candido perchè non me la sento di deludere le attese e le speranze che si sono accese in queste settimane circa una mia possibile candidatura: non importa sapere se sono tante o poche, sufficienti o meno per affrontare una impegno difficile. So che sono manifestazioni sincere di stima, rispetto, considerazione che valgono più di ogni altro argomento.
3. Mi candido perchè penso, nonostante le affettuose perplessità di diversi amici, che non ho nulla da perdere, nulla avendo guadagnato o da guadagnare dall'impegno politico: è il privilegio di chi considera la politica una vocazione e non un mestiere, una stagione della propria vita e non un impegno a tempo indeterminato.
4. Mi candido perchè si può essere utili anche sapendo che l'elezione è difficilissima, quasi impossibile quando si è outsider in una lista civica, senza organizzazione territoriale, con collegio unico e preferenza unica e soglia di sbarramento: ma se facessimo prevalere sempre calcolo e opportunismo finiremmo per dare inconsapevolmente ragione a chi considera la politica nulla di più che un elezione, un seggio, un'indennità.
5. Mi candido perchè se, come molti mi hanno voluto testimoniare, posso essere una possibile "risorsa" del centrosinistra questa è l'occasione giusta per verificare se stima, considerazione, rispetto possono essere premiati col voto o solo manifestati a parole".
da IlTaccoD'Italia
Don Ciotti: ''Tv sterilizza, usa stesse logiche della mafia''
Bologna. ''La televisione ci sta sterilizzando tutti. Tu stasera, accendendola, incontrerai la mafia in persona.
E' in casa nostra tutti i giorni''. Lo ha detto don Luigi Ciotti, rivolto ad una persona che gli ha fatto una domanda, durante un suo intervento a Bologna, nell'ambito del Green Social Festival. ''Cio' che conta in Tv - si e' spiegato il presidente di Libera - e' l'apparenza, il potere, la forza, la violenza. Sono gli stessi contenuti e le dinamiche che utilizza la mafia''.
Don Ciotti ha poi parlato dei rapporti tra la politica e le organizzazioni mafiose dicendo che ''il discorso e' trasversale''. Ha fatto l'esempio della costituzione dell'agenzia nazionale per i beni confiscati. ''A non volerla fu un ministro del passato governo, nonostante il professor Prodi in persona si fosse battuto''.
Alle logiche mafiose, per il sacerdote, ''bisogna opporre un noi, piuttosto che l'individualismo che invece in questo momento va per la maggiore nel nostro paese ed e' direttamente proporzionale all'estendersi dell'illegalita'. Bisogna costituire una rete, come ci insegna la nostra esperienza. Nel Sud, dietro ad alcuni progetti, si sono messe insieme realta' e associazioni, che vanno dall'Azione Cattolica Italiana all'Arci.
Non sarei mai venuto qui oggi se non credessi in questo noi, che va costruito nella quotidianita' e non solo con delle grandi manifestazioni''.
da Indymedia
E' in casa nostra tutti i giorni''. Lo ha detto don Luigi Ciotti, rivolto ad una persona che gli ha fatto una domanda, durante un suo intervento a Bologna, nell'ambito del Green Social Festival. ''Cio' che conta in Tv - si e' spiegato il presidente di Libera - e' l'apparenza, il potere, la forza, la violenza. Sono gli stessi contenuti e le dinamiche che utilizza la mafia''.
Don Ciotti ha poi parlato dei rapporti tra la politica e le organizzazioni mafiose dicendo che ''il discorso e' trasversale''. Ha fatto l'esempio della costituzione dell'agenzia nazionale per i beni confiscati. ''A non volerla fu un ministro del passato governo, nonostante il professor Prodi in persona si fosse battuto''.
Alle logiche mafiose, per il sacerdote, ''bisogna opporre un noi, piuttosto che l'individualismo che invece in questo momento va per la maggiore nel nostro paese ed e' direttamente proporzionale all'estendersi dell'illegalita'. Bisogna costituire una rete, come ci insegna la nostra esperienza. Nel Sud, dietro ad alcuni progetti, si sono messe insieme realta' e associazioni, che vanno dall'Azione Cattolica Italiana all'Arci.
Non sarei mai venuto qui oggi se non credessi in questo noi, che va costruito nella quotidianita' e non solo con delle grandi manifestazioni''.
da Indymedia
L’uomo ombra
Un’amica mi scrive:
Mi è venuto da riflettere sul verbo “scontare”, infatti si dice “scontare la pena”.
Quindi è già insito nella parola stessa che “scontando una pena” questa diminuisca, infatti più sconti la pena e più la parte restante diminuisce.
Quindi è già insito nella ratio del concetto giuridico di “scontare la pena” che la pena prima o poi si esaurisca proprio in virtù del fatto che con il passare degli anni la pena si sconta.
Allora è assurdo e contraddittorio dire “sconta l’ergastolo ostativo” oppure “sta scontando l’ergastolo ostativo” perché nonostante il passare degli anni, la pena residua non diminuisce.
È vero!
L’ergastolo ostativo va persino contro la matematica e l’italiano.
La pena perpetua non ti toglie solo la libertà, ti strappa pure il futuro.
Ti potrebbero togliere tutto ma non la tua intera vita.
Lo Stato si può prendere una parte di futuro, ma non tutto, se vuole essere migliore di un criminale.
L’ergastolo ostativo è disumano perché l’uomo per vivere e morire ha bisogno della speranza che la sua vita un giorno forse sarà diversa o migliore.
La pena perpetua è un sacrilegio perché anticipa l’inferno sulla terra e la pena eterna senza possibilità di essere modificata è competenza solo di Dio (per chi crede).
L’uomo è l’unico animale che può cambiare, per questo non potrebbe e non dovrebbe essere considerato cattivo e colpevole per sempre.
La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando è diventato buono.
O farlo uscire solo quando baratta la sua libertà con quella di qualcun altro collaborando e usando la giustizia.
Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio, come può fare bene o guarire?
Voglio ricordare che per chi ha commesso un crimine, il perdono fa più male della vendetta, il perdono lo costringe a non trovare dentro di sé nessuna giustificazione per quello che ha fatto.
Ecco perché converrebbe combattere il male con il bene, col perdono, con una pena equa e rieducativa.
La pena dell’ergastolo ostativo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.
Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto febbraio 2010
Mi è venuto da riflettere sul verbo “scontare”, infatti si dice “scontare la pena”.
Quindi è già insito nella parola stessa che “scontando una pena” questa diminuisca, infatti più sconti la pena e più la parte restante diminuisce.
Quindi è già insito nella ratio del concetto giuridico di “scontare la pena” che la pena prima o poi si esaurisca proprio in virtù del fatto che con il passare degli anni la pena si sconta.
Allora è assurdo e contraddittorio dire “sconta l’ergastolo ostativo” oppure “sta scontando l’ergastolo ostativo” perché nonostante il passare degli anni, la pena residua non diminuisce.
È vero!
L’ergastolo ostativo va persino contro la matematica e l’italiano.
La pena perpetua non ti toglie solo la libertà, ti strappa pure il futuro.
Ti potrebbero togliere tutto ma non la tua intera vita.
Lo Stato si può prendere una parte di futuro, ma non tutto, se vuole essere migliore di un criminale.
L’ergastolo ostativo è disumano perché l’uomo per vivere e morire ha bisogno della speranza che la sua vita un giorno forse sarà diversa o migliore.
La pena perpetua è un sacrilegio perché anticipa l’inferno sulla terra e la pena eterna senza possibilità di essere modificata è competenza solo di Dio (per chi crede).
L’uomo è l’unico animale che può cambiare, per questo non potrebbe e non dovrebbe essere considerato cattivo e colpevole per sempre.
La giustizia potrebbe, anche se non sono d’accordo, ammazzare un criminale quando è ancora cattivo, ma non dovrebbe più tenerlo in carcere quando è diventato buono.
O farlo uscire solo quando baratta la sua libertà con quella di qualcun altro collaborando e usando la giustizia.
Se la pena è solo vendetta, sofferenza e odio, come può fare bene o guarire?
Voglio ricordare che per chi ha commesso un crimine, il perdono fa più male della vendetta, il perdono lo costringe a non trovare dentro di sé nessuna giustificazione per quello che ha fatto.
Ecco perché converrebbe combattere il male con il bene, col perdono, con una pena equa e rieducativa.
La pena dell’ergastolo ostativo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.
Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto febbraio 2010
Trivelle false. Botte vere!

In Val di Susa dall’inizio dell’anno si dorme poco, spesso si mangia in piedi e ancor più spesso si vive all’aria aperta, anche la notte quando nevica. Il motivo di uno stile di vita tanto bizzarro, al quale ormai stanno facendo l’abitudine molti cittadini valsusini è costituito dai sondaggi truffa fortemente voluti da Mario Virano e lautamente pagati da tutti i contribuenti italiani.
Dall’inizio dell’anno quasi ogni notte, con il favore delle tenebre, una trivella si mette in moto, con il suo corollario di centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa che militarizzano il territorio.La trivella viene sistematicamente posizionata in un sito adiacente all’autostrada A32, quasi sempre accanto al pilone di un viadotto, laddove la natura del terreno non presenta alcun segreto, dal momento che è stata già studiata in profondità quando negli anni 90 autostrada e viadotti furono costruiti. Il sondaggio farsa prosegue per alcune ore e generalmente prima che scenda nuovamente la notte il cantiere viene smantellato in gran fretta insieme all’occupazione militare, destinata a riproporsi molto presto, magari già la notte successiva, accanto ad un altro pilone della stessa autostrada.
I cittadini della Valle contrari all'alta velocità quasi ogni notte si tirano giù dal letto (sempre che abbiano fatto in tempo a coricarsi) e accorrono in massa sul luogo del sondaggio truffa, dove trascorrono la notte contestando il TAV, la militarizzazione e la truffa ordita da Mario Virano che attingendo al denaro dei contribuenti italiani procede a far trivellare i terreni adiacenti ai viadotti dell’autostrada. Contestazione sempre molto pacata, basata sostanzialmente sulla presenza fisica. Qualche coro, un po’ di fracasso, qualche lancio di palle di neve quando il cielo dispensa i bianchi fiocchi, molta ironia ma anche molta rabbia da parte di chi da ormai troppo tempo è costretto a sopportare sulle proprie spalle il peso dell’occupazione militare, condita dalla disinformazione mediatica e dai veleni della cattiva politica, prona agli interessi della mafia del cemento e del tondino. Contestazione che continua a dare molto (forse troppo) fastidio a Mario Virano ed ai giornalisti prezzolati che hanno a lungo tentato di dipingere l’immagine di una Val di Susa pacificata e condiscendente nei confronti dell’alta velocità, fallendo miseramente nei loro propositi, smentiti dall’evidenza dei fatti e dalle 40.000 persone che hanno sfilato a Susa il 23 Gennaio, ribadendo il fermo e condiviso NO del territorio nei confronti del TAV.
Sconfitti sotto ogni punto di vista e con le spalle al muro, Virano e la congrega mafiosa di cui la politica cura gli interessi, sembrano ora strizzare l’occhio alla violenza, unico elemento utile per sparigliare le carte, stante l’assoluta mancanza di quel dialogo e di quella condivisione da loro impropriamente venduti in Italia e in Europa.
Violenza praticata, sempre con il favore delle tenebre, nelle scorse settimane attraverso gli incendi dolosi che hanno distrutto i presidi NO TAV di Borgone e Bruzolo e divenuta “istituzionale” nella giornata di ieri, quando le forze dell’ordine (al comando di un individuo che in un paese civile albergherebbe nelle patrie galere in virtù dei massacri già compiuti a Genova durante il G8 del 2001) hanno pensato bene di bastonare a sangue i manifestanti scomodi, infierendo in modo particolare sulle donne e su chi era caduto a terra. Con il risultato di mandare all’ospedale parecchie persone, di ridurre quasi in fin di vita un ragazzo di 25 anni, ricoverato in terapia intensiva per emorragia cerebrale e devastare il volto di una donna di 45 anni che ha subito la frattura del setto nasale e tumefazioni di ogni tipo. Perseguitando poi vigliaccamente anche i feriti all’interno delle strutture ospedaliere, nel tentativo di sottrarli alle cure per sottoporli ad improbabili interrogatori.
Scene già viste, a Genova durante il G8 del 2001 ed a Venaus nel dicembre 2005, oltre che in molte altre occasioni, in questo paese disgraziato nel quale sistematicamente chi vuole esprimere il proprio dissenso nei confronti delle scelte della politica è costretto a rischiare la propria incolumità fisica, quando non addirittura la vita. Scene da “macelleria messicana” portate avanti da una classe politica asservita alla mafia e giustificate dal circo di un’informazione in grado di esperire solo una vergognosa mistificazione dei fatti.
Proprio i grandi giornali e le TV in questa occasione sono infatti riusciti a dare il peggio di sé. Tante e tali sono le menzogne che oggi allignano all’interno dei mezzi di disinformazione mediatica. Giornalisti prezzolati e pennivendoli di ogni risma, nessuno dei quali presente allo svolgersi degli eventi, dal momento che è Febbraio e fa freddo, hanno tentato con ogni mezzo di costruire una storia di fantasia, basata sulle veline imposte dalla questura e finalizzata a stravolgere completamente la dinamica dei fatti ad uso e consumo della congrega di farabutti che foraggia i loro lauti stipendi.
I Valsusini che dormono poco e sono costretti a vivere all’aria aperta si sono trasformati in “pericolosi antagonisti” le palle di neve in “pietre”, la contestazione civile in “aggressione”, i pestaggi selvaggi sulle persone a terra in “cariche di alleggerimento” i poliziotti autori dei pestaggi (protetti da caschi, scudi e abbigliamento modello carro armato) in tanti poveri feriti, mentre avrebbero potuto esserlo solo nell’orgoglio per avere massacrato delle donne inermi.
Tutto ciò nonostante esista abbondante quantità di filmati che mostra l’evidenza di manifestanti tanto decisi quanto pacifici, palle di neve, cori di scherno e nulla più. Manifestanti che pennivendoli e teleimbonitori non hanno neppure visto, dal momento che si trovavano comodamente seduti nel caldo delle loro redazioni.
Nonostante la violenza dispensata a piene mani dalla polizia ed il tentativo di trasferirne le responsabilità sui tanti cittadini che da sempre si battono civilmente contro il TAV, Mario Virano e la mafia legata all’alta velocità continuano a manifestare la propria sconfitta ogni giorno di più.
La maggioranza dei valsusini non vuole l’opera, non ha paura, a prescindere dal fatto che la violenza arrivi da parte di chi porta una divisa o da chi si nasconde nella notte e continueranno a dormire poco, mangiare in piedi e presidiare il territorio, in attesa della prossima trivella e del prossimo sondaggio truffa, accanto ad un altro pilone dell’autostrada.
da Indymedia
Le voci di via Padova
Mihai Mircea Butcovan è uno scrittore romeno che vive in Italia dal 1991.
Milano è una città che fa parlare di sé per il calcio e la moda, le fiere e lo smog, la sicurezza e le aggressioni. Ora anche per le rivolte di immigrati. Dopo gli incidenti del 13 febbraio, seguiti all’uccisione di un ragazzo egiziano di 19 anni, la tensione a via Padova è ancora alta.
A quanto pare tutto è cominciato con una rissa per quelli che il codice penale considera “futili motivi”. Ma i motivi dei disordini che sono venuti dopo non sono per niente futili. Via Padova, definita anche “il giro del mondo in tre chilometri”, comincia in piazza Loreto, finisce in periferia ed è raggiungibile in cinque minuti a piedi da corso Buenos Aires. “La sera dell’aggressione quattro poliziotti in borghese hanno bussato alla mia porta. Ho avuto paura anche se ho i documenti in regola”, mi racconta Youssef che abita in via Arquà, nello stesso stabile dove viveva Abdel, il ragazzo ucciso.
L’importanza del rispetto
Si chiama Abdel anche l’uomo a cui chiedo di raccontarmi cos’è successo quella notte. Ha un negozio in via Padova e condivide molte delle paure degli italiani. “Qui i problemi ci sono”, spiega Abdel. “Io cerco di andare d’accordo con tutti, ho clienti italiani, mi rispettano perché li rispetto. Gli immigrati che fanno casino mi fanno arrabbiare. Ma molti sono disperati perché nessuno li aiuta. La rabbia cresce, cominciano a bere, poi perdono la testa”.
Secondo lui è sbagliato dire, come fanno in molti, che tutti i sudamericani sono assassini o bevitori. “Molti musulmani che conosco hanno cominciato a bere. Non va bene. Ma che posso fare io più che farglielo notare? Hanno sbagliato a fare casino. Ma succede spesso che chiami la polizia e non viene. Poi mandano l’esercito quando è troppo tardi. L’altra notte anche gli italiani lanciavano cose e insultavano gli immigrati”.
“Molti hanno avuto paura”, continua Abdel. “C’è stato il passaparola dopo che quel leghista, come si chiama? Salmini… Salvini, ha detto che bisogna dare la caccia allo straniero di casa in casa. Dieci anni fa anch’io ero un clandestino, ma oggi ho un negozio in regola. Ci vuole rispetto!”, dice mentre ricomincia a mettere in ordine gli scaffali. Poi alza la voce. “Per tutti!”.
I vespri non servono
Maria Grazia Guida conosce bene la situazione di via Padova: è la direttrice della Casa della carità che si trova proprio in fondo alla strada. “Ci vuole rispetto delle diversità e definizione di regole comuni”, dice. “Ma per farlo bisogna individuare le situazioni di disagio”. La sera degli incidenti i ragazzi di 81 diverse nazionalità che sono ospiti qui erano molto agitati. “Via Padova evoca degrado e paura, le persone che ci vivono si sentono abbandonate dalle istituzioni”, spiega Guida. “Eppure le persone hanno legami stretti. È un aspetto positivo su cui vale la pena di puntare”.
Paolo, un imprenditore milanese che ha l’ufficio nella zona degli scontri, conferma: “Ci sentiamo abbandonati, è evidente che le autorità non hanno un piano per affrontare realtà complesse come quella di questo quartiere. Abbiamo formato un comitato per coordinare le associazioni che fanno proposte concrete per migliorare la convivenza. Feste, cucina, diversità che s’incontrano… Speriamo solo che non ci sia una militarizzazione del quartiere. A che servirebbero i ‘vespri padovani’ a Milano?”.
In questi giorni si moltiplicano le dichiarazioni dei politici su via Padova. “Residenti prigionieri degli immigrati!”, dicono alcuni. Ma siamo tutti prigionieri della città. A volte Milano è un carcere per tutti. E, si sa, in carcere non si sta bene e, in assenza di regole, la convivenza diventa incivile. Mihai Mircea Butcovan
da Internazionale
Milano è una città che fa parlare di sé per il calcio e la moda, le fiere e lo smog, la sicurezza e le aggressioni. Ora anche per le rivolte di immigrati. Dopo gli incidenti del 13 febbraio, seguiti all’uccisione di un ragazzo egiziano di 19 anni, la tensione a via Padova è ancora alta.
A quanto pare tutto è cominciato con una rissa per quelli che il codice penale considera “futili motivi”. Ma i motivi dei disordini che sono venuti dopo non sono per niente futili. Via Padova, definita anche “il giro del mondo in tre chilometri”, comincia in piazza Loreto, finisce in periferia ed è raggiungibile in cinque minuti a piedi da corso Buenos Aires. “La sera dell’aggressione quattro poliziotti in borghese hanno bussato alla mia porta. Ho avuto paura anche se ho i documenti in regola”, mi racconta Youssef che abita in via Arquà, nello stesso stabile dove viveva Abdel, il ragazzo ucciso.
L’importanza del rispetto
Si chiama Abdel anche l’uomo a cui chiedo di raccontarmi cos’è successo quella notte. Ha un negozio in via Padova e condivide molte delle paure degli italiani. “Qui i problemi ci sono”, spiega Abdel. “Io cerco di andare d’accordo con tutti, ho clienti italiani, mi rispettano perché li rispetto. Gli immigrati che fanno casino mi fanno arrabbiare. Ma molti sono disperati perché nessuno li aiuta. La rabbia cresce, cominciano a bere, poi perdono la testa”.
Secondo lui è sbagliato dire, come fanno in molti, che tutti i sudamericani sono assassini o bevitori. “Molti musulmani che conosco hanno cominciato a bere. Non va bene. Ma che posso fare io più che farglielo notare? Hanno sbagliato a fare casino. Ma succede spesso che chiami la polizia e non viene. Poi mandano l’esercito quando è troppo tardi. L’altra notte anche gli italiani lanciavano cose e insultavano gli immigrati”.
“Molti hanno avuto paura”, continua Abdel. “C’è stato il passaparola dopo che quel leghista, come si chiama? Salmini… Salvini, ha detto che bisogna dare la caccia allo straniero di casa in casa. Dieci anni fa anch’io ero un clandestino, ma oggi ho un negozio in regola. Ci vuole rispetto!”, dice mentre ricomincia a mettere in ordine gli scaffali. Poi alza la voce. “Per tutti!”.
I vespri non servono
Maria Grazia Guida conosce bene la situazione di via Padova: è la direttrice della Casa della carità che si trova proprio in fondo alla strada. “Ci vuole rispetto delle diversità e definizione di regole comuni”, dice. “Ma per farlo bisogna individuare le situazioni di disagio”. La sera degli incidenti i ragazzi di 81 diverse nazionalità che sono ospiti qui erano molto agitati. “Via Padova evoca degrado e paura, le persone che ci vivono si sentono abbandonate dalle istituzioni”, spiega Guida. “Eppure le persone hanno legami stretti. È un aspetto positivo su cui vale la pena di puntare”.
Paolo, un imprenditore milanese che ha l’ufficio nella zona degli scontri, conferma: “Ci sentiamo abbandonati, è evidente che le autorità non hanno un piano per affrontare realtà complesse come quella di questo quartiere. Abbiamo formato un comitato per coordinare le associazioni che fanno proposte concrete per migliorare la convivenza. Feste, cucina, diversità che s’incontrano… Speriamo solo che non ci sia una militarizzazione del quartiere. A che servirebbero i ‘vespri padovani’ a Milano?”.
In questi giorni si moltiplicano le dichiarazioni dei politici su via Padova. “Residenti prigionieri degli immigrati!”, dicono alcuni. Ma siamo tutti prigionieri della città. A volte Milano è un carcere per tutti. E, si sa, in carcere non si sta bene e, in assenza di regole, la convivenza diventa incivile. Mihai Mircea Butcovan
da Internazionale
giovedì 18 febbraio 2010
LA FABBRICA DI CIOCCOLATO DI ROALD DAHL
Staccate i vostri bimbi dalle tv e riscopriamo il piacere della lettura.
Perchè un bambino sia ben educato
una cosa importante abbiamo imparato:
non permettete mai e poi MAI,
onde evitare un sacco di guai,
che il miserello se ne stia fermo
davanti a qualche teleschermo.
Anzi, il consiglio più pertinente
sarebbe non installare per niente
questi apparecchi che rendon cretini
sia i più grandi che i piccini.
In tutte le case che abbiam visitato
c'era un bambino seduto impalato,
lo sguardo lustro, la bava alla bocca,
davanti ad una buffa scatola sciocca.
Taluni possono stare per ore
muti guardando il televisore.
Lo sguardo fisso, l'aria di allocchi,
fuor dalle orbite gli escono gli occhi
(una volta abbiam fatto un censimento:
ce n'eran venti e più sul pavimento).
Seduti immoti, ipnotizzati,
come ubriachi paralizzati
con il cervello telelavato
in un massiccio telebucato.
E' vero, signora, che tiene buoni
anche i bimbi più birbaccioni,
che così noie più non le danno
e fuor dai piedi un pò se ne stanno
mentre lei scola e condisce la pasta
o con le amiche gioca a canasta -
ma non si è mai fermata a pensare
a tutti i danni che può causare
una massiccia esposizione
ai raggi della televisione?
Non si è mai chiesta esattamente
che effetto esercita sulla mente
ingenua della sua creatura
quell'invenzione contronatura?
FA A TUTTI I SENSI L'ANESTESIA
UCCIDE TUTTA LA FANTASIA !
RIEMPIE LA MENTE DI PACCOTTIGLIA,
E FA VENIRE GLI OCCHI DI TRIGLIA !
RENDE PASSIVI E CREDULONI,
ALLENTA IN BLOCCO ROTELLE E BULLONI
CHE IL CERVELLO FA FUNZIONARE,
NON LASCIA PIU’ NULLA DA IMMAGINARE,
IL GUSTO PER LE FIABE ROVINA,
TUTTA LA TESTA RIDUCE IN PAPPINA !
A questo punto qualcuno dirà:
"Va bene, va bene, ma come si fa ?
Se questo mostro di cui parlate
va eliminato con due pedate,
come fanno i nostri figlioli
a divertirsi, specie se soli ?
Come passare un bella serata
senza la tele illuminata ?"
Scordato avete la vostra storia?
Vi rinfreschiamo un pò la memoria?
C'era una volta una grande avventura:
la consuetudine alla lettura!
Pieni di libri i comodini
scaffali, tavoli e anche lettini!
Tutti leggevano e il tempo volava,
e con il tempo la mente viaggiava:
storie di draghi, regine e pirati,
di navi e tesori ben sotterrati;
deserti, giungle e fitte foreste,
cannibali e indios a caccia di teste.
Paesi strani e luoghi mai visti,
malvagi, eroi, tipi buffi o tristi:
di spazio pei sogni ce n'era a iosa,
leggere era un'attività meravigliosa !
Raccolte, favole, romanzi e fumetti,
volumi, tomi, libelli e libretti,
ce n'era grande scelta e varietà,
e tutti leggevano a volontà !
Se erano piccoli i bambini
qualcuno per loro leggeva i destini
di Biancaneve e la mela stregata,
e della Bella Addormentata.
Quanti bei libri, quanti piaceri
potevano scegliere i ragazzi di ieri !
Perciò vi preghiamo, fate il favore,
BUTTATE IN CORTILE IL TELEVISORE !
Con uno scaffale riempite lo spazio
e pur se i ragazzi saranno uno strazio
per qualche giorno guardandovi male,
colmate di libri quello scaffale;
vedrete che poi, passata la crisi,
pian piano smettete di essere invisi:
per far qualcosa, per curiosità,
saranno colpiti dalla novità.
Sfogliano un libro quasi per caso
più non potranno staccarne il naso:
riscopriranno che grande diletto
è leggere un libro o un giornaletto !
Ci prenderanno tanta passione
che scorderanno la televisione;
i tempi in cui erano vittime inermi
del fascino truce dei teleschermi
un brutto sogno vi sembrerà
e ogni ragazzo grato sarà
a quelli che, con mossa sapiente,
l'han trasformato in teledipendente!
P.S. Non è che di Mike ci siamo scordati:
ma siamo in attesa dei risultati
per constatar se funziona la cura
e se recupererà la sua statura.
Ma se non funziona, in verità,
possiam solo dire che ben li sta !
Questa canzoncina o filastrocca è tratta dal libro di Roald Dahl "La Fabbrica di Cioccolato".
Il Mike riportato alla fine della filastrocca è uno dei cinque bambini protagonisti del racconto fantastico. Impersonifica il classico ragazzino ipnotizzato dalla tv, infatti il suo nome completo è Mike Tivù; "nove anni, era seduto di fronte a un grande apparecchio televisivo, gli occhi incollati allo schermo, e stava guardando un film in cui una banda di gangster era impegnata ad abbattere a colpi di mitragliatore una banda avversaria. Il ragazzo stesso aveva appesi addosso fodere e fondine contente non meno di diciotto armi giocattolo di vari modelli e misure. Di tanto in tanto, Mike saltava in piedi e sparava una mezze dozzina di colpi con una delle sue pistole.
Zitti! gridava ai giornalisti (accorsi in casa Tivù perchè il piccolo Mike era uno dei cinque vincitori del Biglietto D'Oro messo a disposizione dal sig. Willy Wonka il proprietario della Fabbrica di Cioccolato). Quante volte ve lo devo dire di non disturbarmi? Questo telefilm è una vera bomba! E' fantastico! Non me ne perdo una puntata! Non me ne perdo una neanche di quelli che fanno schifo, dove non si spara per niente. Ma questi telefilm si gangster sono i migliori. I gangster sono la fine del mondo. Specialmente quando cominciano a imbottirsi di piombo gli uni con gli altri, o tirano fuori i coltelli a serramanico, o si pestano per benino coi tirapugni! Perdinci, cosa non darei per fare così anch'io! Quella sì che è vita ragazzi! E' Fantastico!"
FACCIAMOLA IMPARARE NELLE SCUOLE
Perchè un bambino sia ben educato
una cosa importante abbiamo imparato:
non permettete mai e poi MAI,
onde evitare un sacco di guai,
che il miserello se ne stia fermo
davanti a qualche teleschermo.
Anzi, il consiglio più pertinente
sarebbe non installare per niente
questi apparecchi che rendon cretini
sia i più grandi che i piccini.
In tutte le case che abbiam visitato
c'era un bambino seduto impalato,
lo sguardo lustro, la bava alla bocca,
davanti ad una buffa scatola sciocca.
Taluni possono stare per ore
muti guardando il televisore.
Lo sguardo fisso, l'aria di allocchi,
fuor dalle orbite gli escono gli occhi
(una volta abbiam fatto un censimento:
ce n'eran venti e più sul pavimento).
Seduti immoti, ipnotizzati,
come ubriachi paralizzati
con il cervello telelavato
in un massiccio telebucato.
E' vero, signora, che tiene buoni
anche i bimbi più birbaccioni,
che così noie più non le danno
e fuor dai piedi un pò se ne stanno
mentre lei scola e condisce la pasta
o con le amiche gioca a canasta -
ma non si è mai fermata a pensare
a tutti i danni che può causare
una massiccia esposizione
ai raggi della televisione?
Non si è mai chiesta esattamente
che effetto esercita sulla mente
ingenua della sua creatura
quell'invenzione contronatura?
FA A TUTTI I SENSI L'ANESTESIA
UCCIDE TUTTA LA FANTASIA !
RIEMPIE LA MENTE DI PACCOTTIGLIA,
E FA VENIRE GLI OCCHI DI TRIGLIA !
RENDE PASSIVI E CREDULONI,
ALLENTA IN BLOCCO ROTELLE E BULLONI
CHE IL CERVELLO FA FUNZIONARE,
NON LASCIA PIU’ NULLA DA IMMAGINARE,
IL GUSTO PER LE FIABE ROVINA,
TUTTA LA TESTA RIDUCE IN PAPPINA !
A questo punto qualcuno dirà:
"Va bene, va bene, ma come si fa ?
Se questo mostro di cui parlate
va eliminato con due pedate,
come fanno i nostri figlioli
a divertirsi, specie se soli ?
Come passare un bella serata
senza la tele illuminata ?"
Scordato avete la vostra storia?
Vi rinfreschiamo un pò la memoria?
C'era una volta una grande avventura:
la consuetudine alla lettura!
Pieni di libri i comodini
scaffali, tavoli e anche lettini!
Tutti leggevano e il tempo volava,
e con il tempo la mente viaggiava:
storie di draghi, regine e pirati,
di navi e tesori ben sotterrati;
deserti, giungle e fitte foreste,
cannibali e indios a caccia di teste.
Paesi strani e luoghi mai visti,
malvagi, eroi, tipi buffi o tristi:
di spazio pei sogni ce n'era a iosa,
leggere era un'attività meravigliosa !
Raccolte, favole, romanzi e fumetti,
volumi, tomi, libelli e libretti,
ce n'era grande scelta e varietà,
e tutti leggevano a volontà !
Se erano piccoli i bambini
qualcuno per loro leggeva i destini
di Biancaneve e la mela stregata,
e della Bella Addormentata.
Quanti bei libri, quanti piaceri
potevano scegliere i ragazzi di ieri !
Perciò vi preghiamo, fate il favore,
BUTTATE IN CORTILE IL TELEVISORE !
Con uno scaffale riempite lo spazio
e pur se i ragazzi saranno uno strazio
per qualche giorno guardandovi male,
colmate di libri quello scaffale;
vedrete che poi, passata la crisi,
pian piano smettete di essere invisi:
per far qualcosa, per curiosità,
saranno colpiti dalla novità.
Sfogliano un libro quasi per caso
più non potranno staccarne il naso:
riscopriranno che grande diletto
è leggere un libro o un giornaletto !
Ci prenderanno tanta passione
che scorderanno la televisione;
i tempi in cui erano vittime inermi
del fascino truce dei teleschermi
un brutto sogno vi sembrerà
e ogni ragazzo grato sarà
a quelli che, con mossa sapiente,
l'han trasformato in teledipendente!
P.S. Non è che di Mike ci siamo scordati:
ma siamo in attesa dei risultati
per constatar se funziona la cura
e se recupererà la sua statura.
Ma se non funziona, in verità,
possiam solo dire che ben li sta !
Questa canzoncina o filastrocca è tratta dal libro di Roald Dahl "La Fabbrica di Cioccolato".
Il Mike riportato alla fine della filastrocca è uno dei cinque bambini protagonisti del racconto fantastico. Impersonifica il classico ragazzino ipnotizzato dalla tv, infatti il suo nome completo è Mike Tivù; "nove anni, era seduto di fronte a un grande apparecchio televisivo, gli occhi incollati allo schermo, e stava guardando un film in cui una banda di gangster era impegnata ad abbattere a colpi di mitragliatore una banda avversaria. Il ragazzo stesso aveva appesi addosso fodere e fondine contente non meno di diciotto armi giocattolo di vari modelli e misure. Di tanto in tanto, Mike saltava in piedi e sparava una mezze dozzina di colpi con una delle sue pistole.
Zitti! gridava ai giornalisti (accorsi in casa Tivù perchè il piccolo Mike era uno dei cinque vincitori del Biglietto D'Oro messo a disposizione dal sig. Willy Wonka il proprietario della Fabbrica di Cioccolato). Quante volte ve lo devo dire di non disturbarmi? Questo telefilm è una vera bomba! E' fantastico! Non me ne perdo una puntata! Non me ne perdo una neanche di quelli che fanno schifo, dove non si spara per niente. Ma questi telefilm si gangster sono i migliori. I gangster sono la fine del mondo. Specialmente quando cominciano a imbottirsi di piombo gli uni con gli altri, o tirano fuori i coltelli a serramanico, o si pestano per benino coi tirapugni! Perdinci, cosa non darei per fare così anch'io! Quella sì che è vita ragazzi! E' Fantastico!"
FACCIAMOLA IMPARARE NELLE SCUOLE
Docenti contro il razzismo - Una petizione per il primo marzo
per adesioni: HYPERLINK http://www.petitiononline.com/march1st/petition.html
Lettera dei/delle docenti universitari/e contro il razzismo a sostegno del primo marzo, “una giornata senza di noi”
Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:
“I mandarini e le olive non cadono dal cielo
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie...prelevati, qualcuno è sparito per sempre.
Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza. La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo.
Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono. Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità. L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”
Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l’astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti e non.
Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno.
Riteniamo, infatti, che quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni.
Il risultato, innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione.
Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane. La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”. “Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e intimidazioni. “Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?
Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri paesi del mondo.
In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi salari e senza garanzie.
La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti. Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di convivenza futuri.
Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane
Primi firmatari:
Fabio Amaya (Università di Bergamo)
Anna Curcio (Università di Messina)
Umberto Galimberti (Università di Venezia)
Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo)
Sandro Mezzadra (Università di Bologna)
Renata Pepicelli (Università di Bologna)
Luca Queirolo Palmas (Università di Genova)
Antonello Petrillo (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
Federico Rahola (Università di Genova)
Fabio Raimondi (Università di Salerno)
Maurizio Ricciardi (Università di Bologna)
Anna Maria Rivera (Università di Bari)
Gigi Roggero (Università di Bologna)
Pier Aldo Rovatti (Università di Trieste)
Devi Sacchetto (Università di Padova)
Anna Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
Federica Sossi (Università di Bergamo)
Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’Orientale)
Tiziana Terranova (Università di Napoli L’Orientale)
Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo)
da Indymedia
Lettera dei/delle docenti universitari/e contro il razzismo a sostegno del primo marzo, “una giornata senza di noi”
Noi docenti precari/e e docenti non precari/e delle università italiane abbiamo deciso di aderire alla giornata del primo marzo, “una giornata senza di noi”, presentando ai nostri studenti e alle nostre studentesse, dove possibile anche durante le ore di attività didattica nei giorni che precedono il primo marzo, dapprima la lettera dei lavoratori africani di Rosarno, riunitisi in assemblea a Roma alla fine di gennaio, e poi il testo che leggeremo alla fine della loro lettera e invitandoli/e a partecipare alle iniziative della giornata:
“I mandarini e le olive non cadono dal cielo
In data 31 gennaio 2010 ci siamo riuniti per costituire l’Assemblea dei lavoratori Africani di Rosarno a Roma. Siamo i lavoratori che sono stati obbligati a lasciare Rosarno dopo aver rivendicato i nostri diritti. Lavoravamo in condizioni disumane. Vivevamo in fabbriche abbandonate, senza acqua né elettricità. Il nostro lavoro era sottopagato. Lasciavamo i luoghi dove dormivamo ogni mattina alle 6.00 per rientrarci solo la sera alle 20.00 per 25 euro che non finivano nemmeno tutti nelle nostre tasche. A volte non riuscivamo nemmeno, dopo una giornata di duro lavoro, a farci pagare. Ritornavamo con le mani vuote e il corpo piegato dalla fatica. Eravamo, da molti anni, oggetto di discriminazione, sfruttamento e minacce di tutti i generi. Eravamo sfruttati di giorno e cacciati, di notte, dai figli dei nostri sfruttatori. Eravamo bastonati, minacciati, braccati come le bestie...prelevati, qualcuno è sparito per sempre.
Ci hanno sparato addosso, per gioco o per l’interesse di qualcuno. Abbiamo continuato a lavorare. Con il tempo eravamo divenuti facili bersagli. Non ne potevamo più. Coloro che non erano feriti da proiettili, erano feriti nella loro dignità umana, nel loro orgoglio di esseri umani. Non potevamo più attendere un aiuto che non sarebbe mai arrivato perché siamo invisibili, non esistiamo per le autorità di questo paese. Ci siamo fatti vedere, siamo scesi per strada per gridare la nostra esistenza. La gente non voleva vederci. Come può manifestare qualcuno che non esiste? Le autorità e le forze dell’ordine sono arrivate e ci hanno deportati dalla città perché non eravamo più al sicuro. Gli abitanti di Rosarno si sono messi a darci la caccia, a linciarci, questa volta organizzati in vere e proprie squadre di caccia all’uomo.
Siamo stati rinchiusi nei centri di detenzione per immigrati. Molti di noi ci sono ancora, altri sono tornati in Africa, altri sono sparpagliati nelle città del Sud. Noi siamo a Roma. Oggi ci ritroviamo senza lavoro, senza un posto dove dormire, senza i nostri bagagli e con i salari ancora non pagati nelle mani dei nostri sfruttatori. Noi diciamo di essere degli attori della vita economica di questo paese, le cui autorità non vogliono né vederci né ascoltarci. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono. Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani. Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. Domandiamo alle autorità di questo paese di incontrarci e di ascoltare le nostre richieste:
domandiamo che il permesso di soggiorno concesso per motive umanitari agli 11 africani feriti a Rosarno, sia accordato anche a tutti noi, vittime dello sfruttamento e della nostra condizione irregolare che ci ha lasciato senza lavoro, abbandonati e dimenticati per strada. Vogliamo che il governo di questo paese si assuma le sue responsabilità e ci garantisca la possibilità di lavorare con dignità. L’Assemblea dei Lavoratori Africani di Rosarno a Roma”
Dapprima in Francia, poi in Italia, in Spagna, in Grecia e in altri paesi europei, la giornata del primo marzo è stata proclamata “una giornata senza di noi” con l’intento da parte dei/delle migranti che vivono in questi paesi di far percepire, per un giorno, l’importanza della loro presenza economica e sociale sia attraverso lo sciopero sia attraverso altre forme di protesta come l’astensione dai consumi. Ispirata alla giornata del primo maggio del 2006, quando in varie città degli Stati Uniti i/le migranti privi/e di documenti di soggiorno erano riusciti/e a bloccare la vita economica e sociale di quelle città attraverso una massiccia astensione dal lavoro e fluviali manifestazioni in cui ricordavano a tutti che “We are America”, questa giornata ci sembra di particolare importanza anche per iniziare una necessaria riflessione sulle forme della nostra esistenza comune di cittadini/e e non cittadini/e, migranti e non.
Per questo, abbiamo deciso di assumere come parte del nostro testo quello sottoscritto da alcuni lavoratori africani di Rosarno.
Riteniamo, infatti, che quanto accaduto a Rosarno nei primi giorni di gennaio – le intimidazioni e le violenze sui migranti, la rivolta dei lavoratori africani, la “caccia al nero” dei giorni successivi, il coinvolgimento di alcune parti della mafia nella “gestione dell’ordine pubblico”, il trasferimento d’urgenza di tutti i lavoratori africani, la loro detenzione nei centri di identificazione ed espulsione e la minaccia di espulsione per quelli privi di permesso di soggiorno – sia il precipitato, soltanto più visibile, delle scelte politiche con cui negli ultimi anni i governi che si sono succeduti hanno affrontato e voluto gestire il fenomeno globale delle migrazioni.
Il risultato, innanzitutto, di una volontà di generale clandestinizzazione della presenza dei/lle migranti e dei lavoratori e delle lavoratrici migranti che ha permesso, non solo a Rosarno, ma nel Sud come nel Nord del paese, tra i campi di agrumi e le serre così come nelle fabbriche e le piccole imprese, o nelle famiglie, forme di assoluto sfruttamento della forza lavoro possibili grazie a un’illegalità diffusa del mercato del lavoro generata proprio dalle leggi che normano l’immigrazione.
Ricordiamo di seguito alcuni dei provvedimenti e dei fatti che stanno alla base di quanto accaduto a Rosarno così come di quanto accade quotidianamente nel resto d’Italia: l’istituzione dei centri di detenzione nel lontano 1998, con cui si apriva il capitolo del doppio binario giuridico, uno per i cittadini, un altro per i non cittadini, passibili di pene detentive in assenza di reato; il nesso inscindibile tra contratto di lavoro e permesso di soggiorno, con la legge del 2001, che spianava la strada a ogni forma di ricattabilità da parte dei datori di lavoro sulla forza lavoro migrante, compresa la ricattabilità sessuale delle lavoratrici migranti impiegate nel lavoro domestico; gli innumerevoli provvedimenti delle recenti norme previste dai pacchetti sicurezza ispirati tutti a un orizzonte di discriminazione e razzismo (l’aggravante di clandestinità, il reato di clandestinità, il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa, l’interdipendenza tra permesso di soggiorno e atti dello stato civile, tra cui il riconoscimento dei figli e il matrimonio, l’istituzione di corpi speciali privati per il mantenimento dell’ordine pubblico); i respingimenti verso la Libia iniziati nel maggio del 2009 volti a risolvere il problema degli arrivi sulle coste italiane con la deportazione verso i campi di concentramento della Libia finanziati dallo stato italiano di donne, uomini e bambini, spesso potenziali rifugiati provenienti dai luoghi di guerra delle ex-colonie italiane. La criminalizzazione dei migranti privi di permesso di soggiorno produce effetti a cascata su tutti/e i/le migranti che vivono in Italia, rendendo precaria la condizione degli/delle stessi/e migranti “regolari”, esponendoli/e a continue discriminazioni e alla possibilità sempre presente di ricadere nell’“irregolarità”. “Come può manifestare qualcuno che non esiste?” si chiedono i lavoratori africani nella lettera che vi abbiamo letto, descrivendo prima di questa domanda l’esistenza quotidiana “di chi non esiste”, dalla giornata lavorativa alle notti prive di acqua e elettricità e costellate di episodi di violenza e intimidazioni. “Come può esistere chi non esiste” è, infatti, secondo noi, la domanda di fondo diventata sempre più impellente in Italia e generata da una forma pervasiva di razzismo istituzionale che permette e legittima forme di razzismo, intolleranza, xenofobia sociali che stanno ormai erodendo la vivibilità comune delle nostre città. O, meglio, come possono esistere tutti e tutte coloro che, pur essendo “attori della vita economica di questo paese”, con differenti dispositivi sono continuamente sospinti verso una presenza marginale e una vita non vivibile costellata di mille ostacoli (dai tempi biblici del rinnovo del permesso di soggiorno all’assenza di ogni possibilità di regolarizzazione, dagli innumerevoli modi in cui si elude il riconoscimento dello stato di rifugiato alle norme che entrano in modo discriminatorio nelle scelte di vita affettiva concedendo ai migranti “affetti di serie b”, sino ai mesi di detenzione previsti per chi non ha o ha perso il permesso di soggiorno e all’ultima proposta del “permesso di soggiorno a punti”)?
Aderiamo a questa giornata perché riteniamo che questa domanda coinvolga la vita di tutti e di tutte, migranti e non, studenti, studentesse, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, in Italia così come nel resto d’Europa e in altri paesi del mondo.
In quanto docenti, sappiamo che nelle università, anziché come studenti e studentesse nelle nostre aule è più facile incontrare i/le migranti come lavoratori e lavoratrici delle cooperative di servizi, assunti/e con bassi salari e senza garanzie.
La scandalosa difficoltà nell’accesso a un permesso di soggiorno per studi universitari, attraverso una politica delle “quote” anche nel campo del sapere che rende quest’ultimo esclusivo privilegio dei cittadini, è parte integrante della chiusura nei confronti dei/delle migranti che caratterizza il nostro paese. Per questo ci impegniamo a lottare anche per garantire la piena accessibilità dell’Università ai/alle migranti. Siamo più in generale convinti che soltanto cancellando il razzismo istituzionale e sociale come pratica quotidiana di sfruttamento sarà possibile costruire spazi di convivenza futuri.
Docenti precari/e e docenti non precari/e delle Università italiane
Primi firmatari:
Fabio Amaya (Università di Bergamo)
Anna Curcio (Università di Messina)
Umberto Galimberti (Università di Venezia)
Maria Grazia Meriggi (Università di Bergamo)
Sandro Mezzadra (Università di Bologna)
Renata Pepicelli (Università di Bologna)
Luca Queirolo Palmas (Università di Genova)
Antonello Petrillo (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
Federico Rahola (Università di Genova)
Fabio Raimondi (Università di Salerno)
Maurizio Ricciardi (Università di Bologna)
Anna Maria Rivera (Università di Bari)
Gigi Roggero (Università di Bologna)
Pier Aldo Rovatti (Università di Trieste)
Devi Sacchetto (Università di Padova)
Anna Simone (Università Suor Orsola Benincasa, Napoli)
Federica Sossi (Università di Bergamo)
Alessandro Triulzi (Università di Napoli L’Orientale)
Tiziana Terranova (Università di Napoli L’Orientale)
Fulvio Vassallo Paleologo (Università di Palermo)
da Indymedia
FABRIZIO DE ANDRE' - VERDI PASCOLI
FABRIZIO DE ANDRE' - VERDI PASCOLI
Gli aranci sono grossi
i limoni sono rossi
lassù, lassù nei verdi pascoli
ogni angelo è un bambino
sporco e birichino
lassù, lassù nei verdi pascoli.
E ora non piangere perché
presto la notte finirà
con le sue perle stelle e strisce
in fondo al cielo
e ora sorridimi perché
presto la notte se ne andrà
con le sue stelle arrugginite
in fondo al mare.
La radio suona sempre canzoni da ballare
lassù, lassù nei verdi pascoli
niente da scommettere
tutto da giocare
lassù, lassù nei verdi pascoli.
E ora non piangere perché
presto la notte se ne andrà
con le sue perle stelle e strisce
in fondo al cielo
e ora sorridimi perché
presto la notte finirà
con le sue stelle arrugginite
in fondo al mare.
Non c'è d'andare a scuola
ti basta una parola
lassù, lassù nei verdi pascoli
c'è carne da mangiare
erba da sognare
lassù, lassù nei verdi pascoli.
E ora non piangere perché
presto la notte finirà
con le sue perle stelle e strisce
in fondo al cielo
e ora sorridimi perché
presto la notte finirà
con le sue stelle arrugginite
in fondo al mare.
Gli aranci sono grossi
i limoni sono rossi
lassù, lassù nei verdi pascoli
papà non c'ha da fare
papà ti fa giocare
lassù, lassù nei verdi pascoli.
E ora non piangere perché
presto il concerto finirà
con le sue perle stelle e strisce
in fondo al cielo
e ora sorridimi perché
presto il concerto se ne andrà
con le sue stelle arrugginite
in fondo al mare.
mercoledì 17 febbraio 2010
Razzismi: «I meridionali sono meno intelligenti»
Nuova teoria di Richard Lynn: «La causa è mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e dell'Africa»
È autore di discusse ricerche sulle differenze mentali in base a razza e sesso
«I meridionali sono meno intelligenti»
MILANO - Richard Lynn, docente emerito di psicologia all'università dell'Ulster a Coleraine, in Irlanda del Nord, è famoso per le sue teorie a dir poco provocatorie.
Ritiene che esistano differenze nell'intelligenza degli individui in base alla razza e al sesso: una ricerca lo ha portato a dire che le donne sono meno intelligenti perché hanno il cranio più piccolo dei maschi, un'altra che la pelle più chiara corrisponde a una maggiore capacità mentale.
MENO INTELLIGENTI - L'anno scorso lo studioso ha pubblicato uno studio sulla rivista Intelligence che chiama in causa direttamente il nostro Paese. Il titolo è: «In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy» («Le differenze nel QI tra nord e sud Italia corrispondono a differenze nel reddito, educazione, mortalità infantile, statura e alfabetizzazione»). Ecco la teoria: il sud Italia è meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. Anzi, mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell'Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud più il coefficiente si abbassa. La causa, spiega Lynn, è «con ogni probabilità da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del nord Africa». Osservazioni che non sfigurerebbero in un pamphlet razzista.
«GRAVI LIMITI» - Lynn liquida secoli di studi sulla questione meridionale teorizzando che al pari della statura, dell'istruzione e del reddito, da nord a sud l'intelligenza media della popolazione scenda fino a toccare il punto più basso in Sicilia. I più intelligenti d'Italia, secondo Lynn, sono concentrati in Friuli. Roberto Cubelli, presidente dell'Associazione italiana di psicologia, ha criticato lo studio per i «gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica». Inoltre Cubelli attacca lo studioso irlandese per l'uso di «modelli teorici che si sono già rivelati falsi e ingiustificati e che possono legittimare comportamenti individuali e scelte politiche di impronta razzista e di discriminazione sociale».
TEORIE DISCUTIBILI - Lynn non è nuovo a teorie discutibili: negli anni '70 sostenne che gli abitanti dell'Estremo Oriente sono più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro «La curva a campana» teorizzò che nella popolazione di colore, una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici. Nello studio pubblicato da Intelligence, afferma che «il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI» e che, in sintesi, nel sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce «figure di spicco» nelle arti e nella politica.
da Indymedia
È autore di discusse ricerche sulle differenze mentali in base a razza e sesso
«I meridionali sono meno intelligenti»
MILANO - Richard Lynn, docente emerito di psicologia all'università dell'Ulster a Coleraine, in Irlanda del Nord, è famoso per le sue teorie a dir poco provocatorie.
Ritiene che esistano differenze nell'intelligenza degli individui in base alla razza e al sesso: una ricerca lo ha portato a dire che le donne sono meno intelligenti perché hanno il cranio più piccolo dei maschi, un'altra che la pelle più chiara corrisponde a una maggiore capacità mentale.
MENO INTELLIGENTI - L'anno scorso lo studioso ha pubblicato uno studio sulla rivista Intelligence che chiama in causa direttamente il nostro Paese. Il titolo è: «In Italy, north-south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature and literacy» («Le differenze nel QI tra nord e sud Italia corrispondono a differenze nel reddito, educazione, mortalità infantile, statura e alfabetizzazione»). Ecco la teoria: il sud Italia è meno sviluppato del nord perché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. Anzi, mentre nel nord Italia il quoziente intellettivo è pari a quello di altri Paesi dell'Europa centrale e settentrionale, più si va verso sud più il coefficiente si abbassa. La causa, spiega Lynn, è «con ogni probabilità da attribuire alla mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e del nord Africa». Osservazioni che non sfigurerebbero in un pamphlet razzista.
«GRAVI LIMITI» - Lynn liquida secoli di studi sulla questione meridionale teorizzando che al pari della statura, dell'istruzione e del reddito, da nord a sud l'intelligenza media della popolazione scenda fino a toccare il punto più basso in Sicilia. I più intelligenti d'Italia, secondo Lynn, sono concentrati in Friuli. Roberto Cubelli, presidente dell'Associazione italiana di psicologia, ha criticato lo studio per i «gravi limiti teorici, metodologici e psicometrici (inadeguatezza degli strumenti di misura, arbitrarietà della procedura di analisi, mancata definizione di intelligenza), attualmente in discussione presso la comunità scientifica». Inoltre Cubelli attacca lo studioso irlandese per l'uso di «modelli teorici che si sono già rivelati falsi e ingiustificati e che possono legittimare comportamenti individuali e scelte politiche di impronta razzista e di discriminazione sociale».
TEORIE DISCUTIBILI - Lynn non è nuovo a teorie discutibili: negli anni '70 sostenne che gli abitanti dell'Estremo Oriente sono più intelligenti dei bianchi e nel 1994 nel libro «La curva a campana» teorizzò che nella popolazione di colore, una pigmentazione più chiara corrisponde a un quoziente intellettivo più alto, derivato proprio dal mix con i geni caucasici. Nello studio pubblicato da Intelligence, afferma che «il grosso della differenza nello sviluppo economico tra nord e sud può essere spiegato con la variabilità del QI» e che, in sintesi, nel sud Italia la qualità del cibo è più scadente, si studia meno, ci si prende meno cura dei figli e che almeno dal 1400 il Meridione non partorisce «figure di spicco» nelle arti e nella politica.
da Indymedia
Libia, Tripoli contro tutti
La crisi tra Tripoli e l'Unione europea non accenna a smussarsi: tre italiani atterrati lunedì sera nella capitale libica sono stati respinti dalle autorità aeroportuali, portando a nove il numero dei nostri concittadini costretti fare dietrfront. Seguendo il consiglio della Farnesina di non recarsi inel paese nordafricano, molti passeggeri hanno preferito non partire. Fra i nove italiani, uno è un turista e otto sono dipendenti di alcune ditte italiane in Libia. La Libia ha infatti sospeso il rilascio dei visti di ingresso ai cittadini di tutti gli Stati dell’area Schengen. La conferma è arrivata da un funzionario dello scalo di Tripoli, che non ha voluto entrare nei dettagli della misura: «È stata presa questa decisione: nessun visto agli europei, tranne ai britannici». Il giornale libico "Oea", legato al figlio di Muammar Gheddafi, aveva diffuso per primo la notizia riferendo di un provvedimento relativo ai paesi dell’area Schengen, che comprende Svizzera, Norvegia e Islanda. Gran Bretagna e Irlanda non fanno parte dell’area Schengen.
Una vera e propria «ritorsione» alla misura presa da Berna nei confronti di Muhammar Gheddafi e di altri 187 libici, banditi dalla federazione elvetica. Secondo il quotidiano Oea, «le autorità svizzere hanno preso la decisione di vietare a 188 personalità libiche l’ingresso nel Paese» e tra queste parlamentari e funzionari «dell’apparato di sicurezza, di quello militare e di quello economico». Una scelta, si legge sul quotidiano, che «potrebbe minare gli interessi della Svizzera» e alla quale Tripoli potrebbe reagire con «misure reciproche».
Ma la faida è incorso da parecchi mesi. Il tutto ha avuto inizio con l’arresto del figlio di Gheddafi, Hannibal, nel luglio del 2008. Al fermo, anche se per poche ore, di Hannibal e della moglie con l’accusa di aver maltrattato due dipendenti di un albergo di Ginevra, la Libia rispose con il processo a due uomini d’affari svizzeri accusati di violazioni del permesso di soggiorno e di attività illegali. I due sono costretti da allora a vivere nell’ambasciata elvetica. Un tribunale libico ha poi comminato nei confronti di uno di loro una multa; le accuse contro l’altro sono state lasciate cadere..
In attesa di una decisione di Bruxelles intanto sono 40 gli italiani che, ieri sera, sono stati trattenuti all’aeroporto di Tripoli dalle autorità libiche. Di questi, tre sono stati rimpatriati con lo stesso aereo sul quale erano arrivati. Degli altri 37, sono 22 quelli ancora bloccati all’aeroporto di Tripoli. Lo ha riferito il console generale d’Italia Francesca Tardioli. «Stiamo dando assistenza e stiamo cercando di risolvere tutti i casi singolarmente», ha detto Tardioli, che da ieri sera si trova allo scalo internazionale della capitale libica.
Dallo scorso 12 dicembre 2008, anche la Svizzera ha il potere di bloccare la concessione dei visti, essendo entrata nell’area di Schengen. Berna ha dunque cancellato i controlli sistematici delle persone alle frontiere con Austria, Francia, Germania e Italia, acquistando però il diritto di veto sul rilascio di visti a cittadini esterni all’area. Tripoli, d’altro canto, non è nuova ad accusare l’Ue di dare “solidarietà sistematica e programmatica” a Berna, limitando i visti Schengen ai cittadini libici. Per Pierluigi Bersani, «è corretto che il tema della Libia venga posto nella dimensione europea. Poi il governo italiano qualche volta fa l'iper protagonismo con Gheddafi, qualche volta si defila un po'. Questa e' pura navigazione».
''Il Governo italiano fa bene a chiedere a Berna spiegazioni sulla cosiddetta 'lista nera' ma francamente stare a ruota di Gheddafi non e' un bel vedere''. E' quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra. Mentre per l'Idv Italia dei valori considera "assurdo e inaccettabile" il comportamento della Libia: «Impedire l`accesso ai cittadini dei paesi europei dimostra quanto il leader libico sia lontano anni luce dal concetto di democrazia - afferma il vicepresidente dei deputati dipietristi Fabio Evangelisti - E` ora che il governo e questa maggioranza si liberino una volta per tutte da un`incomprensibile e assurda sudditanza e reverenza nei confronti del leader libico", conclude Evangelisti.
da Indymedia
Una vera e propria «ritorsione» alla misura presa da Berna nei confronti di Muhammar Gheddafi e di altri 187 libici, banditi dalla federazione elvetica. Secondo il quotidiano Oea, «le autorità svizzere hanno preso la decisione di vietare a 188 personalità libiche l’ingresso nel Paese» e tra queste parlamentari e funzionari «dell’apparato di sicurezza, di quello militare e di quello economico». Una scelta, si legge sul quotidiano, che «potrebbe minare gli interessi della Svizzera» e alla quale Tripoli potrebbe reagire con «misure reciproche».
Ma la faida è incorso da parecchi mesi. Il tutto ha avuto inizio con l’arresto del figlio di Gheddafi, Hannibal, nel luglio del 2008. Al fermo, anche se per poche ore, di Hannibal e della moglie con l’accusa di aver maltrattato due dipendenti di un albergo di Ginevra, la Libia rispose con il processo a due uomini d’affari svizzeri accusati di violazioni del permesso di soggiorno e di attività illegali. I due sono costretti da allora a vivere nell’ambasciata elvetica. Un tribunale libico ha poi comminato nei confronti di uno di loro una multa; le accuse contro l’altro sono state lasciate cadere..
In attesa di una decisione di Bruxelles intanto sono 40 gli italiani che, ieri sera, sono stati trattenuti all’aeroporto di Tripoli dalle autorità libiche. Di questi, tre sono stati rimpatriati con lo stesso aereo sul quale erano arrivati. Degli altri 37, sono 22 quelli ancora bloccati all’aeroporto di Tripoli. Lo ha riferito il console generale d’Italia Francesca Tardioli. «Stiamo dando assistenza e stiamo cercando di risolvere tutti i casi singolarmente», ha detto Tardioli, che da ieri sera si trova allo scalo internazionale della capitale libica.
Dallo scorso 12 dicembre 2008, anche la Svizzera ha il potere di bloccare la concessione dei visti, essendo entrata nell’area di Schengen. Berna ha dunque cancellato i controlli sistematici delle persone alle frontiere con Austria, Francia, Germania e Italia, acquistando però il diritto di veto sul rilascio di visti a cittadini esterni all’area. Tripoli, d’altro canto, non è nuova ad accusare l’Ue di dare “solidarietà sistematica e programmatica” a Berna, limitando i visti Schengen ai cittadini libici. Per Pierluigi Bersani, «è corretto che il tema della Libia venga posto nella dimensione europea. Poi il governo italiano qualche volta fa l'iper protagonismo con Gheddafi, qualche volta si defila un po'. Questa e' pura navigazione».
''Il Governo italiano fa bene a chiedere a Berna spiegazioni sulla cosiddetta 'lista nera' ma francamente stare a ruota di Gheddafi non e' un bel vedere''. E' quanto afferma Orazio Licandro, della segreteria nazionale del PdCI - Federazione della sinistra. Mentre per l'Idv Italia dei valori considera "assurdo e inaccettabile" il comportamento della Libia: «Impedire l`accesso ai cittadini dei paesi europei dimostra quanto il leader libico sia lontano anni luce dal concetto di democrazia - afferma il vicepresidente dei deputati dipietristi Fabio Evangelisti - E` ora che il governo e questa maggioranza si liberino una volta per tutte da un`incomprensibile e assurda sudditanza e reverenza nei confronti del leader libico", conclude Evangelisti.
da Indymedia
martedì 16 febbraio 2010
Bagno di folla per ascoltare Vendola al convegno su Moro
“Aldo Moro è un punto fermo nella storia del nostro Paese, la sua visione della Puglia, naturalmente aggiornata alle contingenze attuali, è ancora modernissima”. E’ uno dei passaggi centrali del discorso del Presidente della Regione, Nichi Vendola, al convegno su Aldo Moro organizzato dal Partito Democratico di Barletta, andato in scena ieri mattina nella gremitissima sala consiliare della Città della Disfida. Promotore dell’iniziativa Ruggiero Mennea, che ha fatto gli onori di casa insieme al sindaco di Barletta, Nicola Maffei, e al segretario cittadino del Pd, Luigi Terrone.“Aldo Moro è un pezzo importante della storia del nostro Paese, un uomo che ha segnato profondamente l’Italia, un’eccellenza della nostra Puglia – ha detto nel suo saluto il segretario provinciale del Partito Democratico –. Da lui ho imparato cosa significasse la parola democrazia, il rispetto delle altrui opinioni, il valore dell’avversario e la concezione di politica in funzione delle persone, dell’interesse generale. L’insegnamento che più mi ha segnato è la centralità della persona umana. Gli uomini e le donne prima di tutto, prima di ogni altra cosa. Purtroppo la politica oggi lo dimentica spesso. Parlare di Aldo Moro, un autentico punto di riferimento ancora vivo e attuale, non deve essere un mero esercizio retorico della memoria, ma deve rappresentare uno spunto di riflessione per i politici e, soprattutto, per i giovani”.
Di mondo giovanile ha parlato anche il governatore Vendola, intervenuto dopo l’on. Gero Grassi. “Oggi stiamo assistendo ad una campagna denigratoria contro il ’68, giudicato una fabbrica del male, ritenuto responsabile della nascita delle Brigate Rosse. Criminalizzare il ’68 vuol dire criminalizzare i giovani che giustamente si ribellano per qualcosa che non va, come avviene oggi per le proteste contro l’operato del Ministro Gelmini. Nell’Italia del dopoguerra esisteva un mondo vecchio che soffocava le istanze di libertà, le nuove generazioni ruppero la crosta di questo mondo antico e Moro sentì impellente il bisogno di interloquire con il mondo giovanile, non ascoltato o male interpretato dalla politica. Se i giovani non contestano vuol dire che viviamo in una società morta. Oggi è necessario tornare alla preziosa lezione di Moro, che non ha mai parlato di repressione e mai avrebbe definito bamboccioni i giovani. Dobbiamo essere interpreti delle domande dei giovani, suscitare in loro l’entusiasmo, coinvolgendoli, scovando e valorizzando i talenti”. In uno degli ultimi passaggi del suo discorso, interrotto da numerosi applausi, Vendola si è soffermato sul tema della vita, concetto centrale nella concezione di Moro. “Ci ha insegnato che il valore della vita umana non può essere subordinato a quello dello stato”. Durante l’incontro è stato trasmesso un filmato storico su Aldo Moro e un estratto del suo ultimo discorso pubblico.
http://www.sestaprovinciatv.com/
da GrandeSalento.org
Di mondo giovanile ha parlato anche il governatore Vendola, intervenuto dopo l’on. Gero Grassi. “Oggi stiamo assistendo ad una campagna denigratoria contro il ’68, giudicato una fabbrica del male, ritenuto responsabile della nascita delle Brigate Rosse. Criminalizzare il ’68 vuol dire criminalizzare i giovani che giustamente si ribellano per qualcosa che non va, come avviene oggi per le proteste contro l’operato del Ministro Gelmini. Nell’Italia del dopoguerra esisteva un mondo vecchio che soffocava le istanze di libertà, le nuove generazioni ruppero la crosta di questo mondo antico e Moro sentì impellente il bisogno di interloquire con il mondo giovanile, non ascoltato o male interpretato dalla politica. Se i giovani non contestano vuol dire che viviamo in una società morta. Oggi è necessario tornare alla preziosa lezione di Moro, che non ha mai parlato di repressione e mai avrebbe definito bamboccioni i giovani. Dobbiamo essere interpreti delle domande dei giovani, suscitare in loro l’entusiasmo, coinvolgendoli, scovando e valorizzando i talenti”. In uno degli ultimi passaggi del suo discorso, interrotto da numerosi applausi, Vendola si è soffermato sul tema della vita, concetto centrale nella concezione di Moro. “Ci ha insegnato che il valore della vita umana non può essere subordinato a quello dello stato”. Durante l’incontro è stato trasmesso un filmato storico su Aldo Moro e un estratto del suo ultimo discorso pubblico.
http://www.sestaprovinciatv.com/
da GrandeSalento.org
Haiti, iniziano le prime piogge: 4 bambini morti per il crollo di una scuola

La stagione delle piogge arriverà entro sei settimane e non ci sono i mezzi per affrontare quella che si preannuncia una seconda catastrofe per il martoriato paese caraibico
Ora inizia la pioggia. Forte e battente, ininterrotta. E Haiti deve ancora una volta stringere i denti e cercare di sopravvivere. Ma quattro bambini non ce l'hanno fatta questa volta. Una scuola di Cap Haitien, nel nord del paese, è crollata per la troppa acqua caduta, e ha spezzato le quattro givani vite, ferendone altre tre. Ma ancora altri bambini sono sotto le macerie dell'edificio crollato, la Petite Ecole, e le squadre della Protezione civile della Missione delle Nazioni Unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah) stanno facendo il possibile per salvarli. Cap Haitien è la seconda città in ordine di importanza del paese caraibico, e fra domenica e lunedì è stata bersagliata anche da piccole scosse, che sommate alla pioggia e al dramma di un mese fa ha gettato nel panico gli abitanti. Tanti quelli costretti, infatti, dal devastante terremoto a vivere in accampamenti di fortuna messi a dura prova dalla troppa acqua che cade.
Il presidente della Croce Rossa francese, Jean François Mattei, ha denunciato che la presenza delle organizzazioni internazionali e delle delegazioni arrivate a Haiti non riusciranno a risolvere il problema della distribuzione degli aiuti umanitari prima dell'arrivo della stagione delle pioggie che potrebbe portare il paese a vivere una seconda catastrofe.
"Se la mobilitazione degli aiuti non sarà massiccia - ha precisato - ci sarà un altro dramma, visto che il peggio verrà con le pioggie insistenti che arriveranno entro sei settimane, diventando spesso torrenziali, e provocando inondazioni e frane". Aggiungendo, quindi, che per adesso Haiti non ha gli strumenti per affrontare tutto ciò.
da PeaceReporter
La Banda delle Oneste Tangenti con Ricetta di Chiacchiere

Il presidente della Camera Gianfranco Fini rifiuta il parallelo tra gli episodi di corruzione di oggi e Tangentopoli. ”Oggi chi ruba non lo fa per il partito ma perchè è un ladro’‘, ha detto Fini, intervenendo a un convegno alla Luiss a Roma.
E i partiti cosa e a chi rubano ? Rispondetevi da soli. Se volete potete ascoltare da certe voci della strada, Eduardo Galeano, sull’Ordine Criminale del Mondo.
Ma tu divertiti , è sempre carnevale, no? E tu ridi sempre di più…La chiamano Generazione Futuro:” vieni il nostro mondo ti piacerà”. Non avevamo ascoltato i consigli per gli acquisti, oggi riproposti alla Luiss: Il Futuro della libertà. Consigli non richiesti ai nati nel 1989, Gianfranco Fini, Rizzoli editore.
Di “proposte shock”, scusate se ne ho fatte altre, Radical Shock, e rifiuto totalmente certe piacevolezze.Spero vi piacciano queste Chiacchiere di carnevale da fare dove vi pare.Mai viste Bande così visibili e senza maschera alcuna.
Per 6/8 persone 400 gr di farina 80 gr di zucchero 1 uovo 2 tuorli d’uovo 50 gr.di burro 3 cucchiaia di acquavite sale zucchero a velo e olio. Versare la farina a cascata sul tavolo ed in mezzo lavorare 80 gr. di zucchero con le uova, il burro fuso, il sale e l’acquavite.Incorporare la farina ed impastare.Lasciare riposare per 30 minuti.Stendere la sfoglia e tagliare con una rotellina delle strisce di pasta e annodarle.Friggere le chiacchiere in olio bollente.Passarle nello zucchero a velo e servirle.
Nostalgia fascista, il gadget del candidato Luigi Celori Pdl

Luigi Celori propone un nostalgico omaggio per il 2010 "ottantottesimo anno dell´Era Fascista". "Dovete mantenere nel cuore la fede"
Il duce in marsina, cilindro e posa gladiatoria campeggia sulla copertina. Affianco, stampato in caratteri cubitali, il titolo del lunario distribuito in centinaia di copie a ogni appuntamento elettorale: "Calendario storico 2010 - LXXXVII E.F.". Ovvero ottantottesimo anno dell´Era Fascista: iniziata nel 1922 con la marcia su Roma ed evidentemente mai finita per il candidato Pdl in consiglio regionale Luigi Celori, autore del nostalgico cadeau destinato a militanti che come lui non rinnegano. Né il passato né le gloriose origini.
Riassunti nel distico riportato in basso: «Dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell´idea che è stata e sarà la più audace, la più originale (...). La storia mi darà ragione». Firmato: Benito Mussolini. Il suo lascito morale, l´eredità politica. Che l´ex capogruppo di An alla Pisana, in corsa per un terzo mandato, non ha alcuna intenzione di ripudiare.
Alla faccia di Gianfranco Fini e del suo giudizio sul Ventennio «male assoluto». Di Berlusconi e dei forzisti che camerati non lo sono stati mai. E persino di Renata Polverini, che dopo aver ottenuto il ritiro di Adriano Thilgher (già condannato per ricostituzione del partito fascista) dalle liste della Destra, si ritrova ora sotto lo stesso tetto un appassionato supporter del duce. Talmente fiero di quel che pensa, il consigliere Celori, da tradurlo in materiale elettorale. Il suo indirizzo internet stampato su ogni pagina per evitare confusioni o errori: l´idea è sua, e se ne vuol vantare.
Sfogliare il calendario, summa apologetica di Benito Mussolini e relative gesta, è come fare un salto indietro nella storia. Per ogni mese un fascio littorio, una ritratto in bianco e nero, uno slogan fascista: «I lavoratori devono amare la Patria. Come amate vostra madre...». «Molti nemici molto onore». «Credere, obbedire, combattere». A gennaio ecco il Duce in divisa, accanto ai contadini; appare di profilo e con l´elmetto, ad aprile, intento a leggere un dispaccio; in abito scuro e bombetta a luglio; a dicembre col braccio teso, insieme a tre ragazzini che lo imita nel saluto romano. Quasi tutti i giorni scanditi da un avvenimento del Ventennio: l´11 febbraio si segnala che nel «1929 Mussolini e il cardinal Gasparri firmano i patti lateranensi»; il 12 marzo che nel «1940 Mussolini annuncia l´intervento dell´Italia a fianco della Germania»; il 28 aprile - evidenziato in verde - che nel «1945 viene assassinato a Giulino di Mezzegra». E via così. L´esaltazione del fascismo che non muore perché «è l´idea, la storia mi darà ragione».
http://roma.repubblica.it/multimedia/home/23089029
da Indymedia
«Mola, Nardò, Scanzano nella lista Enel-Edf dei siti "nucleari"»

«Il 19 novembre 2009 Enel e Edf, in un incontro romano, hanno chiuso la lista delle proposte dei siti dove realizzare le centrali nucleari in Italia, che presenteranno al governo italiano e all’agenzia nucleare. In base alla legge che reintroduce il nucleare in Italia, sarà l'Enel insieme a Edf a proporre al governo la localizzazione delle centrali nucleari in Italia. Enel e Edf consegneranno la lista dei siti alcuni giorni dopo l’insediamento dell’agenzia nucleare italiana che avverrà successivamente le elezioni regionali». Così Angelo Bonelli, segretario dei Verdi.
«Il rallentamento nell’istituzione dell’agenzia nucleare è dovuta ad una precisa strategia del governo – spiega – che vuole assumere le decisioni solo dopo le elezioni regionali per non danneggiarne il risultato». «Questa strategia è stata concordata tra il governo Italiano e l’Enel, dopo il passo falso commesso dall’amministratore delegato dell’Enel Conti che in una trasmissione televisiva del 5 dicembre affermò che i siti erano stati individuati ma che «non li avrebbe mai detti nemmeno sotto tortura».
Tra le regioni che Enel-Edf hanno identificato come siti potenziali per i reattori, secondo Bonelli, ci sono: Monfalcone (Friuli Venezia Giulia), Chioggia (Venezia), Caorso (Emilia Romagna), Fossano e Trino (Piemonte), Scarlino (Toscana), San Benedetto del Tronto (Marche ), Montalto di Castro e Latina (Lazio), Termoli (Molise), Mola di Bari (Puglia) o sito tra Nardò e Manduria, Scanzano Ionico (Basilicata), Oristano (Sardegna), Palma (Sicilia).
«Noi Verdi italiani attraverso la collaborazione con gli ecologisti francesi continuiamo la nostra operazione verità , perchè i cittadini hanno il diritto di sapere prima delle elezioni dove verranno realizzate le centrali nucleari in Italia», conclude Bonelli.
www.lagazzettadelmezzogiorno.it
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