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mercoledì 21 aprile 2010

martedì 20 aprile 2010

Gino Strada: 'Il giorno dopo sembra quasi più duro'


di Gino Strada
"Aspettiamo risposte da dentro e fuori l'Afghanistan"

Il giorno dopo sembra quasi più duro. Gli operatori di Emergency sono liberi perché innocenti. Ma l'evidenza non basta, ci sono giornalisti che affermano - eh, perbacco, hanno le fonti! - che la liberazione sia avvenuta per uno scambio politico: fuori i tre possibili terroristi in cambio della chiusura dell'ospedale.
Un accordo, insomma. L'ipotesi, peraltro già smentita dalla Farnesina, dal Governo afgano e da Emergency, è tuttavia affascinante e induce a qualche riflessione.

Se fosse vero che la liberazione sia stato il frutto di uno scambio, ciò non sarebbe altro che una conferma di quel che Emergency ha detto e scritto dopo l'aggressione all'ospedale di Lashkargah, e cioè che qualcuno aveva messo in piedi quella montatura per arrivare alla chiusura dell'ospedale.
Emergency ha denunciato subito e chiaramente che quella sporca operazione tendeva a togliere di mezzo un luogo di scomoda testimonianza.
Nessuno o quasi ci ha creduto, allora.
C'è stato addirittura chi ha buttato fango su Emergencv e sul suo personale. Ora, a liberazione avvenuta, riaffiora la chiusura dell'ospedale come obiettivo della operazione. Un nuovo escamotage per cercare, ancora una volta, di screditare Emergency, e non solo.
E tra chi sarebbe avvenuto l'accordo? Tra i Governi dell'Italia e dell'Afganistan? Escludo che il Governo italiano possa compiere un crimine di questa sorta - perché chiudere un ospedale in una zona di guerra, quando è l'unica opportunità di cura per i feriti - è di per sé un crimine di guerra. Lo escludo e ritengo l'insinuarlo offensivo per il nostro governo.
Ed escludo anche che questa contropartita possa essere stata chiesta dal Governo afgano. Sappiamo che non è così, perché ce lo hanno detto tutti in Afganistan, dalle massime autorità del Paese fino ai responsabili della sanità nella regione di Helmand. Tutti ci hanno detto che il nostro lavoro è fondamentale in quel paese martoriato dalla guerra (alla quale partecipa anche l'Italia...) e si augurano che Emergency riapra presto quell'ospedale.
Lo speriamo anche noi, e stiamo lavorando perché ciò avvenga.
A smontare poi definitivamente l'ipotesi dell'accordo ci ha pensato Amrullah Saleh, il capo della NDS, i servizi segreti afgani. Prima di rilasciarli, Saleh ha chiamato i tre operatori di Emergency e ha detto loro: "Abbiamo valutato le accuse contro di voi, e ci siamo convinti che siete innocenti. Per questo da adesso siete liberi, non per le pressioni di qualcuno".
Liberi perché innocenti. Nessun accordo. Punto.
Tutto a posto, dunque? Quasi. Perché alcune domande restano ancora sospese. Prima fra tutte: chi ha organizzato quella provocazione, visto che le autorità di Kabul, compreso il capo dei servizi di sicurezza, dicono che non ne sapevano nulla.
Chi la ha decisa? Il governatore di Lashkargah? Non sembra una mossa molto popolare, per un governatore, il provocare la chiusura dell'unico ospedale funzionante nella regione che governa.
Chi ha deciso di far annullare il volo della linea aerea Pamir, che la mattina del 10 aprile, quattro ore prima che fosse arrestato, doveva portare Marco Garatti da Lashkargah a Kabul?
E che cosa ci facevano militari inglesi a passeggiare con fucili mitragliatori per l'ospedale di Emergency?
Aspettiamo risposte, da dentro e fuori l'Afganistan.

Gino Strada
da PeaceReporter

«Basta, siamo berlusconiani»


di Sara Menafra - ROMA
La critica del leader: troppe sfide interne. Via alle «Fabbriche» nazionali Rimandato il congresso di Sinistra ecologia libertà. Vendola non sarà segretario

L'affondo è da coltellaccio: «Sapete la verità? Io nelle Fabbriche di Nichi sto meglio che nelle sedi Sinistra ecologia e libertà. Perché Sel è diventata un partito berlusconiano, in cui l'unica logica che vince è quella della competizione». Poi Vendola frena un po', ma solo un po', dicendo che la sua è un'«asprezza».
La sostanza però è questa qua. Sinistra ecologia e libertà va maluccio. Alle elezioni regionali è tornata al 3% solo perché la media nazionale del due è stata tirata su dall'otto preso in Puglia. In nove regioni su tredici, la Federazione della sinistra è avanti e, soprattutto, più passa il tempo più le tensioni interne rischiano di mettere in crisi la casetta, neppure enorme, costruita finora. Ma contemporaneamente, il successo di Vendola c'è. Non solo perché la sfida pugliese è stata vinta, ma pure perché il sasso lanciato nel centrosinistra - quello di una candidatura alle primarie 2013 per lo stesso Vendola - ha smosso tanto i dirigenti del Pd quanto il dibattito a sinistra, al punto che nel sondaggio on line lanciato dall'Espresso il governatore pugliese è di poco sotto Bersani.
La contraddizione è esplosa fatalmente ieri mattina, al Consiglio nazionale di Sel convocato al solito Centro congresso Frentani (già storica sede del Pci, poi diventata centro dei dibattiti della sinistra di ieri e anche di oggi). Da un lato, quelli più convinti che il partito debba essere strutturato il prima possibile, tra i quali il coordinatore della segreteria Claudio Fava, leader di Sinistra democratica: «E' tempo che Sinistra ecologia libertà non sia più una somma di storie ma diventi stabilmente sostanza politica», ha detto aprendo la riunione. Spiegando poi che è vero, le regionali sono andate male, ma l'«intuizione è stata giusta», ora bisogna proseguire.
Dall'altro lato, il pezzo del non ancora partito che già guarda più in là. Tra tutti Nichi Vendola, confortato dall'appoggio esterno di Fausto Bertinotti. Ma pure Luigi Nieri, ex assessore e oggi consigliere regionale nel Lazio: «Bisogna pensare da subito ad aggregazioni più ampie, il piccolo partito della purezza ha poco senso».
Proprio a Roma del resto, è capitato l'ultimo scontro interno che ha convinto il leader a mettere il primo piedi fuori dal partito. Mesi e mesi di discussione per costruire una lista elettorale destinata a prendere due consiglieri. Finché ci si è accordati su un elenco alfabetico con capolista l'anziano fisico Marcello Cini, punito dalle urne con neppure 100 voti. Pensa anche a questo il governatore pugliese quando dice dal palco: «I compagni stiano tranquilli, il partito si farà. Ma se dobbiamo farlo dobbiamo essere più seri. I gruppi regionali non possono sequestrare le scelte dei territori. Anzi, sta a noi segnalare al centrosinistra la crisi che ci troviamo di fronte».
Per l'intanto, la riunione di ieri ha rimandato alla fine di ottobre il congresso già fissato per questa estate. Sarà anticipato da una serie di iniziative in tutta Italia, «I 100 passi verso il congresso», che Vendola non ha neppure citato nelle conclusioni. Ha citato invece, più volte, le Fabbriche di Nichi, progetto decisivo per le elezioni pugliesi che dall'autunno in poi rinasceranno in tutta Italia. E qui c'è l'altra contraddizione. Perché ad ottobre il progetto delle Fabbriche nazionali partirà in parallelo con quello di Sel e che non avrà nessun legame diretto con il partito nascente. «Dovranno avere con noi il rapporto dialettico che un tempo c'era tra i consigli di fabbrica e il sindacato», butta lì dal palco Alfonso Gianni, ex di Rifondazione anche lui. Ma Vendola non è d'accordo neppure su questo. Quel progetto andrà avanti in autonomia, «le Fabbriche non sono nella nostra disponibilità faranno i loro stati generali in totale autonomia». E ha fatto sapere che sì, rimarrà rimarrà in Sinistra ecologia e libertà. Ma al ruolo di segretario non è interessato.

da Il Manifesto

L'esempio di Ghiretti che disse no al nazismo


Enrico Gotti
Rifiutarsi di stare dalla parte di Salò, dell’esercito dei nazi-fascisti, era la scelta più difficile. Eppure furono 700.000 i soldati italiani che dissero no ai tedeschi, dopo l’armistizio dell’8 settembre.
La loro storia fa parte della Resistenza ed è anche la storia di un parmigiano molto conosciuto per il suo impegno amministrativo dopo la Liberazione, Pierino Ghiretti, che fu consigliere comunale, assessore con il sindaco Cesare Gherri.
La sua vicenda da internato militare, così come quella di molti soldati italiani che si rifiutarono di combattere per Salò, è rimasta per molto tempo sconosciuta.
Oggi è un libro che la racconta: si intitola «Non è stata una vacanza all’estero. 1943-1945» e ripercorre i durissimi due anni di prigionia. Il diario è pubblicato a cura della famiglia Ghiretti.
Ieri in municipio, nella sala del consiglio comunale, il figlio Sergio ha spiegato: «Mio papà era il primo di quattro figli di una famiglia modesta. È diventato ferroviere, ma aveva una volontà ferrea per leggere e studiare. Non sapevamo che stava scrivendo le sue memorie, lo abbiamo scoperto tardi, ma due giorni prima che morisse siamo riusciti a fargli vedere le bozze di questo libro, che vede la luce anche grazie alla collaborazione del giornalista Gabriele Balestrazzi».
Pierino Ghiretti arrivò in campo di concentramento a 19 anni. Un episodio gli rimase impresso per sempre: «Un ufficiale tedesco invitava i prigionieri a firmare per combattere per Salò. Un cappellano militare italiano di nascosto diceva: non firmate, ci torneremo con la nostra dignità in Italia. Le SS lo scoprirono e lo ammazzarono - racconta Sergio -. Credo che da lì nasca il rapporto profondo con i credenti di mio padre, anche se non era uomo di fede, da ragazzino era militante del partito comunista. Credo che sia da quelle stesse due anime, socialista e cattolica, che nasca la Costituzione, che sarebbe oggi da guardare con maggiore attenzione».
«Il diario ripercorre tutte le motivazioni della storia degli internati militari - sottolinea Roberto Spocci, direttore dell’archivio storico di Parma -. Queste persone resistono alle lusinghe dei tedeschi, vivono ai limiti della sopravvivenza perché si rifiutano di aderire a Salò. Hanno il coraggio di andare fino in fondo. E sono quelli che non si sono piegati che hanno scritto la Costituzione».
L’iniziativa era promossa dal comitato per le celebrazioni del 25 aprile. Davanti a due classi prime del liceo di Scienze Umane Albertina Sanvitale e del liceo scientifico Ulivi, Giovanni Galli, direttore dell’Istituzione biblioteche del Comune di Parma, ha poi chiesto a Mario Pasquali, della divisione Acqui che si oppose ai nazisti a Cefalonia, e ai partigiani Renato Lori e Walter Cantoni, di raccontare che cosa li portò alla scelta della Resistenza.
«Per me non c’erano alternative, c’era solo un modo: non andare con il fascismo, opporci all’occupazione nazista»: ecco le parole del partigiano Lori.

da Indymedia

Derby di Roma: c'e' poco da gioire.


don Paolo Padrini
Ieri abbiamo assistito ad un derby romano che oltre allo spettacolo calcistico ci ha dato, per l'ennesima volta, uno spettacolo di violenza e di degrado sociale.

Una persona accoltellata e mamma e figlio che hanno rischiato di bruciare in un'automobile fuori dallo stadio.

E quali sono stati i commenti dei giornali?

"Una giornata fantastica rovinata dai soliti delinquenti"..."una festa rovinata"...


Quali le conseguenze? Evidentemente...nessuna. Come si fa a toccare il calcio? Come si fa mettere in discussione una partita con la quale si giocano non solo gli interessi sportivi di uno scudetti, ma anche quelli economici di tutto il mondo che gli gira attorno.

Che dire? Evidentemente io ho la mia opinione, ch non fara' piacare e molti lettori: la partita andava sospesa, oppure - ora che e' finita, andava cancellata dal calendario sportivo, annullandone il risultato.

Una decisione drastica che farebbe davvero comprendere a tuti com il calcio possa davvero essere una bella festa ma solo se chi e' fuori e dentro si diverte, senza, possibilmente, accoltellare nessuno.

http://passineldeserto.blogosfere.it/2010/04/derby-di-...

da Indymedia

"Sia folgorante la fine" presentazione a Napoli


A trent'anni dall'omicidio di Valerio Verbano

Il volume di Carla Verbano
Venerdi' 23 Aprile ore 17:30

A trent'anni dall'omicidio di Valerio Verbano per mano dei fascisti
Presentazione del volume "Sia folgorante la fine" di Carla Verbano

Intervengono :
Marco Geppetti - compagno di Valerio Verbano
Luca Blasi - Horus ovunque Roma
Antonio Musella - Global Porject
Giovanni Pagano - Laboratorio Insurgencia

ANPI Napoli

A seguire proiezione di video e documentari sull'omicidio di Valerio Verbano
Proiezione del video "Via Valerio Verbano Scampia" a cura di Alternative Visuali


Laboratorio Occupato Insurgencia

Via Vecchia San Rocco 18 - Capodimonte / Napoli
08119571561 - insurgencia@email.it
www.insurgencia.info
www.myspace.com/insurgencia

lunedì 19 aprile 2010

LIBERI !!! - Emergency: liberi perche' nessuna accusa nei loro confronti


La presidente Cecilia Strada: abbiamo sempre saputo che erano innocenti

Gli operatori di Emergency Matteo Dell'Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani Guazzugli Bonaiuti, fino a oggi detenuti in una struttura dei servizi di sicurezza afghani, sono stati liberati, non essendo stato possibile formulare alcuna accusa nei loro confronti". È quanto si legge in un comunicato diffuso a Milano da Emergency, nel quale si ringrazia «tutti coloro che hanno lavorato insieme a Emergency per il rilascio, in Italia, in Afghanistan e nel mondo".
"Siamo molto, molto felici che i nostri tre operatori siano stati finalmente liberati e che abbiano potuto contattare le loro famiglie dopo otto giorni di angoscia": è il commento di Cecilia Strada, presidente di Emergency, pochi minuti dopo l'annuncio della liberazione a Kabul di Marco Garatti, Matteo Pagani e Matteo Dell'Aira. "Non avevamo dubbi sul fatto che tutto si sarebbe risolto bene - ha detto Cecilia Strada - perchè abbiamo sempre saputo che sono innocenti, così come lo sapevano le centinaia di migliaia di cittadini italiani che ci hanno sostenuto in questi giorni". I tre operatori, ha detto, stanno bene e sono felici di essere liberi. In questo momento si trovano nell'Ambasciata italiana a Kabul. Una liberazione, quella dei tre operatori arrestati nove giorni fa, che secondo Emergency è stata possibile «grazie al lavoro di tutti coloro che si sono adoperati in questi giorni". Non sa ancora, Cecilia Strada, se e quando i tre operatori potranno tornare in Italia: "Ora è il momento della gioia, poi si ragionerà su cosa fare". Il responsabile della comunicazione di Emergency, Maso Notarianni

Nei secoli a chi fedeli ?


Tra corruzione e trame oscure l’ambiente malsano dei Carabinieri nel nostro paese

di Antonio Musella
La vicenda Ganzer, il capo del Ros per cui la magistratura ha chiesto una pena di 27 anni di reclusione per spaccio internazionale di stupefacenti, riporta nuovamente alla luce uno dei lati oscuri della nostra mediocre Italia : chi controlla i controllori ?

Marco Rigamo si chiede quando ci libereremo mai di Ganzer. Una domanda legittima che va inserita in un contesto molto più articolato che riguarda il tema della corruzione nelle forze dell’ordine ed in particolar modo nell’Arma dei Carabinieri.
Un corpo santificato da qualcuno come i paladini della lotta alla criminalità organizzata, ma che la vicenda Ganzer e tante altre che meritano lo spazio di un flash nei telegiornali, ci aiutano a comprendere come sia uno dei corpi più oscuri e maggiormente legato ai peggiori traffici nel nostro paese.
I Carabinieri nel nostro paese sono tutt’altro che una “vicenda da barzelletta”, come si lamentava qualche anno fa l’ex deputato di Alleanza Nazionale Filippo Ascierto. Proprio lui, presente nella centrale operativa di Genova durante il G8, proclamava la necessità di un riscatto morale della figura del carabiniere nell’immaginario collettivo del nostro paese. Non più soggetti da barzelletta ma sentinelle dell’ordine morale, giuridico e…evidentemente politico.

La vicenda Marrazzo, con due integerrimi della benemerita Luciano Simeone e Carlo Tagliente, che facevano irruzione in un appartamento di Via Gradoli a Roma in cui Marrazzo si intratteneva con la trans Brenda, giravano un filmato con il telefonino, introducevano cocaina nella stanza riprendendo i due nudi e la striscia di coca accanto al tesserino del ex governatore del Lazio, salvo poi sparire subito dopo e farsi vivi per ricattare Marrazzo, ci raccontano solo uno degli innumerevoli episodi in cui i Carabinieri sono stati coinvolti di recente nelle trame di potere del nostro paese.
Da Placanica a Via Gradoli, dal maresciallo Truglio a Ganzer, sono fin troppi gli elementi che dovrebbero portarci a comprendere come “l’ambiente” dei carabinieri sia denso di oscuri misteri e di trame fin troppo chiare per non essere lette come quelle di un braccio armato degli affari sporchi nel nostro paese. Un mondo che risulta complessivamente corrotto e fin troppo contiguo con quelli che sono gli ambiti criminali che dovrebbe “debellare”.
Alcuni esempi ci aiutano a capire come non esista un esclusivo utilizzo del corpo dell’arma per quelle che sono trame oscure e complotti che si potrebbero inserire nell’ambito di uno scontro tra poteri forti, assolutamente vivo nel nostro paese.
Ganzer è accusato sostanzialmente di aver fatto carriera favorendo il traffico internazionale di stupefacenti per poi arrivare al sequestro della merce senza mai individuare i pesci grossi, e garantendosi in questo modo, grazie alla platealità delle sue operazioni una folgorante carriera.
Carabinieri e criminali in affari, per agevolare gli uni nella carriere e sull’aspetto economico e non disturbare gli altri nei loro traffici.
E’ quello che in questi ultimi anni è venuto fuori costantemente…
Il 15 marzo scorso la DDA di Napoli ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per 4 Carabinieri in forza al comando provinciale di Napoli. I 4 sarebbero stati stipendiati dal clan degli scissionisti per favorire gli stessi informandoli delle attività investigative nei loro confronti. Nelle intercettazioni telefoniche emerge come i carabinieri avvisavano i fratelli Ciro e Giuseppe Bastone, capipiazza degli scissionisti, sulla presenza di telecamere in prossimità delle piazze di spaccio e dei movimenti investigativi nei loro confronti. In cambio uno stipendio da 500 euro al mese e regali. Anche cocaina “per un amico avvocato”, oppure una collaborazione in un omicidio. Due dei quattro carabinieri infatti avrebbero prelevato due esponenti del clan rivale che sono stati poi uccisi dagli scissionisti. 250 mila euro a testa il guadagno dell’affare insieme agli scissionisti.
La stampa ufficiale dedica poco più di poche righe di commento a questi episodi, e quasi mai vengono rivelati i nomi dei carabinieri coinvolti.
Qualche volta i nomi trapelano come nel caso del Maresciallo Alfredo Bolognesi comandante della stazione di Pinetamare, arrestato pochi mesi fa, stipendiato dal clan dei casalesi fino a 1.000 euro di retribuzione mensile piu’ gli extra ed i regali. Bolognesi favoriva il clan più sanguinario della camorra agevolando le attività di spaccio e di gioco d’azzardo di Maurizio Brancaccio, cugino di Antonio Iovine detto “O’Ninno”, che insieme a Michele Zagaria è senza dubbio il capo dei casalesi.
Il Maresciallo Bolognesi rivela ai casalesi i nomi degli esponenti del clan prossimi all’arresto consentendogli la fuga, favorisce truffe assicurative e chiede ai suoi “amici” che qualcuno dei loro si consegni nelle sue mani per poter fare carriera. La storia di Bolognesi raggiunge l’apice quando lo stesso denuncia alla procura militare un collega, Vincenzo Davide della caserma di Castelvolturno. Bolognesi segnala alla procura militare una serie di atti illeciti e di complicità con i casalesi che in realtà sono stati commessi da lui stesso addebitandoli a Davide. Subito dopo la denuncia di Bolognesi arriva una lettera anonima che accusa proprio Davide di essere stipendiato dai casalesi. Il maresciallo Davide non ha idea ci cosa si celi dietro quella lettera anonima. La sola colpa del maresciallo Vincenzo Davide è quella di aver negato a Bolognesi alcune informazioni che avrebbe dovuto poi girare agli esponenti dei casalesi.
I Casalesi a dispetto dei proclami del Ministro Maroni, sembrano avere una certa dimestichezza nel riuscire facilmente a corrompere i Carabinieri. Il 27 aprile del 2009 tre militari dell’arma vengono arrestati per essersi introdotti abusivamente nel server del Ros di Napoli ed aver preso informazioni che riguardavano una importante indagine proprio sul conto dei casalesi, favorendo il figlio di Francesco Schiavone detto Sandokan già in carcere.
Un sistema di corruzione che possiamo dire senza dubbio di non recente comparsa. Era il 2000 quando una analoga operazione – come tutte quelle citate fino ad ora avvenute solo in seguito a dichiarazioni di pentiti – portò all’arresto di altri due Carabinieri insieme a due ispettori di Polizia.
Angelo Stellato e Pietro Campagna, carabinieri in lotta teoricamente contro la camorra, erano stati al soldo dei casalesi durante gli anni novanta quando prestavano servizio presso gli uffici di Polizia Giudiziaria ad Aversa. Riferivano la disposizione dei controlli delle forze dell’ordine nella zona di Casal di Principe, avvertivano il cartello criminale prima delle operazioni di arresto, omettevano i controlli per gli affiliati agli arresti domiciliari.
Un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva i carabinieri – così come innumerevoli poliziotti tra l’altro – al soldo della camorra. Forse quando pensiamo che anche le pietre sanno dove sono le piazze di spaccio a Napoli e che le stesse funzionano a pieno regime 24 ore su 24, cominciando a vedere il fenomeno da questa prospettiva, riusciamo a darci una risposta forse meno politically correct ma senza dubbio più vera.
Un’altra indicazione ce la dovrebbe dare la composizione delle forze dell’ordine che invece i camorristi li arrestano davvero. E’ il caso della caserma dei Carabinieri di Castello di Cisterna in provincia di Caserta. In ogni operazione contro la camorra a compiere indagini e arresti sono i Carabinieri di Castello di Cisterna. Se c’e’ da arrestare a Napoli o a Caserta, a Casal di Principe o a Secondigliano ad intervenire sono sempre loro.
Chissà se sono i più bravi di tutti o forse è una delle poche caserme in cui la corruzione non è ancora dilagata…
I principali alleati dei clan sono proprio le forze dell’ordine ed i fatti sopra citati sono solo alcuni degli innumerevoli esempi che confermano questa chiave di lettura. Il ministro Maroni potrà parlarci all’infinito di “criminalità debellata”, potranno dirci che ogni tizio residente a Casal di Principe che arrestano e’…”il vero capo dei casalesi”…ma i fatti ci raccontano che le collusioni tra controllati e controllori ci forniscono un elemento difficilmente demolibile per capire che i “proclami” del Ministero altro non sono che mera propaganda.
Carabinieri nei complotti e nelle trame degli scontri tra poteri forti, carabinieri al soldo dei criminali, ma questi bravi ragazzi tra una tangente da un camorrista ed un ricatto commissionato da un potente dovranno pur svagarsi ?
Lo fanno nelle caserme con il primo povero cristo che finisce nelle loro mani.
Di Aldrovandi, Bronzino, Cucchi (anche lui fermato prima dai Carabinieri) e tanti altri in molti hanno già raccontato.
In pochi – tranne L’Unità - hanno raccontato la vicenda di Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero. Nel giugno del 2008 Uva e Biggiogero vengono fermati da una volante dei Carabinieri a Varese. I due sono in stato d’ebrezza ed al momento del fermo nasce una colluttazione con i carabinieri perché Uva riconosciuto da uno dei militari proverà a scappare. Portati in caserma vengono separati. Biggiogero sente per due ore le urla di Uva che viene massacrato da 6 carabinieri in servizio. Riesce addirittura a chiamare con il suo cellulare il 118 del pronto soccorso dell’ospedale Circolo, ed anche suo padre che giunge in caserma quella notte si offre ai militari per accompagnare Uva in ospedale. I Carbinieri rispondono agli operatori del 118 che avevano chiamato in caserma dopo la telefonata di Biggiogero che non c’è nessun bisogno di un’ambulanza alla caserma di Via Saffi. All’alba giunge in caserma un signore che viene chiamato “il dottore”. Alle 8:30 del mattino i carabinieri portano Uva in ospedale per un TSO - trattamento sanitario obbligatorio - e viene ricoverato nel reparto psichiatrico del nosocomio. Alle 10:30 viene constatata la morte per arresto cardiaco. A Giuseppe Uva in quella caserma sono stati somministrati farmaci controindicati in caso di eccesso di alcol. Nessuno si preoccupa in ospedale di fare un’autopsia come si deve, nessuno si preoccupa di verificare quelle echimosi sul naso e sulla schiena di Giuseppe Uva. Nessuno si preoccupa di verificare quelle chiazze di sangue presenti nella zona anale, così come nessuno sa spiegare dove siano finiti gli slip di Giuseppe Uva. Sotto inchiesta ci finiranno i medici, mentre per i carabinieri nessun provvedimento è stato emesso.
Al servizio dei potenti per gli affari sporchi, al soldo dei criminali e dei narcotrafficanti per soldi e carriera e con la licenza di uccidere nelle caserme per sfogare la frustrazione da tanto lavoro….
E guai se qualcuno di loro provasse davvero a fare il suo mestiere…
Il caso ancora una volta ci porta dalle parti di Guido Bertolaso.
Il capitano Sergio De Caprio è da tutti conosciuto con il nome di Capitano Ultimo, famoso a seguito dell’arresto di Totò Riina. E’ proprio il capitano Ultimo che avvia le indagini e le attività investigative con la procura di Tempio Pausania in merito all' inchiesta sugli appalti del G8 alla Maddalena. Chiede a più riprese di poter intercettare i telefoni di Diego Anemone, Angelo Balducci, Fabio De Santis e Mauro della Giovanpaola. Ma ad autorizzare Ultimo doveva essere l’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, anche lui finito nell’inchiesta di appaltopoli solo mesi dopo, con l’inchiesta che veniva condotta in gran segreto dalla Procura di Firenze.

Ultimo fu esautorato dall’inchiesta. Ed ora è a dirigere il Nucleo Operativo Ecologico del Lazio. Le intercettazioni saranno poi seguite dalla “ammaestrata” Guardia di Finanza di Roma dove c’era il maresciallo Marco Piuniti, anche lui finito nell’inchiesta, e al soldo di Diego Anemone.

Insomma non è concesso di andare sopra le righe rispetto a quelli che appaiono ormai come dei comportamenti collaudati da tenere nel corpo dell’arma.

Ci si chiede quando ci libereremo di Ganzer ma forse è più opportuno chiedersi quando ci libereremo dai Carabinieri. Quando nei media main stream finalmente si cominceranno a dare notizie sulla corruzione, sulla complicità nelle trame oscure, sugli abusi e gli omicidi commessi dai Carabinieri. Quando finalmente qualcuno proverà a mettere insieme - come si prova a fare qui e nell’editoriale di Marco Rigamo su Ganzer - una serie impressionante di episodi che riguardano i Carabinieri.
Si presupporrebbe di essere in un paese dove la stampa è libera.
Scusate…dimenticavo che siamo in Italia…
In Italia dove i carabinieri sono “nei secoli fedeli”.
A chi non è molto chiaro…

“…ognuno ha la sua parte… dall’altra di guardia… i carabinieri nei secoli a chi fedeli ? ”
Assalti Frontali

da GlobalProject

RISPOSTA A PAOLO FERRERO

P. Ferrero, a nome della federazione della sinistra, ha inviato una lettera " ai segretari dei partiti della sinistra e del centrosinistra" per proporre la continuità dell'esperienza unitaria della manifestazione del 13 marzo contro il governo. La lettera è stata pubblicata su Liberazione del 3 Marzo. Questa è la risposta del PCL
RISPOSTA A PAOLO FERRERO

Caro Paolo,
La lettera che hai inviato “ ai partiti di sinistra e di centrosinistra” ci pare rimuovere, nella sua stessa impostazione, il nodo di fondo: la necessità di una piena indipendenza politica delle sinistre DAL centrosinistra, come condizione decisiva per una svolta radicale di lotta capace di sconfiggere e cacciare il governo Berlusconi, nella prospettiva di una vera alternativa.
Noi abbiamo partecipato come sai alla manifestazione democratica contro il governo del 13 Marzo, e ad analoghe manifestazioni precedenti, come segno di unità col popolo della sinistra nella comune lotta contro un governo particolarmente reazionario. Tuttavia non solo non abbiamo aderito alla piattaforma politica della manifestazione, ma vi siamo intervenuti con una proposta nettamente distinta ( “Contro Berlusconi ma non con Bersani”), fondata sulla centralità dell’autonomia politica del movimento operaio e di tutte le sinistre politiche e sindacali dal PD liberale e dall’IDV giustizialista. A maggior ragione ci siamo contrapposti alla cornice propagandistica- elettorale che i partiti promotori hanno finito col dare alla manifestazione: al suo pubblico sostegno alle coalizioni regionali di centrosinistra ( estese talvolta persino all’UDC); e al pubblico impegno – che tu stesso hai rivendicato dal palco- di un fronte comune di centrosinistra per le prossime elezioni politiche. Lo abbiamo fatto con un argomento preciso: “ ogni blocco politico delle sinistre con i liberali e con i populisti, ogni subordinazione della classe operaia alla cosiddetta borghesia democratica, finisce non solo col tradire le ragioni sociali della classe, ma col compromettere la stessa battaglia democratica”.
Come puoi immaginare, dopo l’esito delle elezioni regionali, non abbiamo certo ragione di cambiare opinione. L’esito delle elezioni, con l’indubbia vittoria politica di Berlusconi, ha misurato il fallimento politico, sullo stesso terreno democratico, di quel fronte dell’opposizione che la manifestazione del 13 marzo aveva celebrato. Ha dimostrato una volta di più che un fronte politico con liberali e populisti può riempire una piazza progressista, ma non può coinvolgere le ragioni sociali degli operai. E che senza l’irruzione sul campo degli strati più profondi della classe operaia e delle masse popolari non si può rovesciare il rapporto di forza con Berlusconi e con la Lega. Al contrario si finisce con l’abbandonare tra le loro braccia settori proletari smarriti, delusi, traditi.
Per questa ragione la rivendicazione della “continuità del 13 Marzo” , che tu avanzi, ripropone esattamente l’equivoco politico di cui liberarsi.
Va da sé che confermiamo la volontà di partecipare come in passato, con le nostre posizioni indipendenti, a manifestazioni di massa “democratiche” contro il governo. Così come la piena disponibilità ad impegnarci nelle iniziative referendarie su acqua, nucleare, precarietà. Ma lo facciamo in una logica e in una prospettiva profondamente diverse da quelle che tu riproponi: la prospettiva di una svolta di unità e radicalità del movimento operaio e delle sinistre, in piena autonomia dal centrosinistra. Una prospettiva che punti a ricomporre l’unità tra ragioni sociali e democratiche sotto l’egemonia della classe operaia e delle sue rivendicazioni, in alternativa al liberalismo borghese e al giustizialismo. Come sai, il PCL ha avanzato da tempo all’insieme delle sinistre politiche e sindacali una proposta di svolta: sul terreno della piattaforma rivendicativa e programmatica, come sul terreno delle forme di lotta e di organizzazione del movimento operaio e dei movimenti di massa. Abbiamo avanzato precise proposte unitarie di azione su terreni delicatissimi dello scontro con la reazione ( dalla questione migranti all’anticlericalismo). Abbiamo avanzato una proposta di sede democratica di confronto pubblico tra le sinistre politiche e sociali ( “Parlamento dei lavoratori e delle sinistre”), nel rispetto dell’autonomia di ogni soggetto. Ma su ognuno di questi temi, abbiamo registrato il silenzio dei gruppi dirigenti della sinistra.
Ostinatamente, tanto più dopo l’esito elettorale, riproponiamo questa esigenza di svolta, unitaria e radicale. Di fronte al permanere di una gravissima crisi sociale, di un governo reazionario stabilizzato e rafforzato dal voto, di un’ “opposizione” liberale e populista che apre al governo sullo stesso terreno della “riforma” costituzionale, le sinistre italiane debbono assumersi la responsabilità di una propria proposta e iniziativa di lotta, e di un proprio programma anticapitalista. Perché riconoscere platonicamente la centralità della “questione sociale”, ma chiedere di farsene carico ai “segretari” di un centrosinistra confindustriale- come la tua lettera di fatto propone- è molto peggio di una perdita di tempo: è la riproposizione della logica politica della subordinazione. Tanto più sconcertante dopo la sua ennesima sconfitta.

MARCO FERRANDO, PER L’ESECUTIVO NAZIONALE DEL PCL

dal Sito ufficiale del pcl

Abbandonati a loro stessi


La situazione dei tossicodipendenti in carcere in Italia è sempre più grave. La denuncia dell'associazione Saman

scritto da Giulia Cerino per PeaceReporter
Erano 24.371 i tossicodipendenti in carcere nel 2007 a fronte di 16.433 nelle comunità. Il 30 giugno del 2009 le cose non erano cambiate. Anzi: i detenuti tossicodipendenti erano 26mila di cui il 40 percento condannati per possesso di droga.

Tirando le somme, alla fine del 2009 nel Belpaese, sono 67mila i detenuti ma quelli dentro per reati di droga sono il 25 percento: 4 su 10. E nonostante l'accesso in comunità sia possibile, a usufruirne è solo un condannato su sei. Perché? Colpa della burocrazia. E della politica. I centri di recupero sono al verde perché le Regioni esitano a pagare le rette.
E' questo il grido d'allarme lanciato dalla Fondazione Villa Maraini, storico centro antidroga romano e dalla Saman, l'associazione laica che opera a livello nazionale. L'ammontare delle rette giornaliere è di 27,90 euro per tossicodipendente escluse le notti e i festivi. Una cifra stabilita dal ministero della Giustizia prima della riforma regionale ma che con il passaggio di competenze dalle Regioni alle Asl non è cambiata.

E non basta. Di questi soldi non c'è traccia. "Per il 2009 - spiega Achille Saletti, presidente dell'associazione Saman - non è arrivata una lira, mentre per il 2007/2008, aspettiamo ancora 100mila euro dal ministero di Giustizia". Mediamente le rette vengono pagate a uno-due anni di distanza. Il meccanismo è lo stesso per tutte le Regioni. "Il processo - spiega Saletti - è ‘triangolare': per i nostri servizi, le banche sanano il credito che maturiamo con le Asl. Poi sono le banche a recuperare gli importi dalle Asl stesse. Sulle cifre di denaro a noi destinate, però, gli istituti di credito trattengono gli interessi. Su 100 a noi arriva 97". Di più. In Italia "ci sono più drogati in carcere che nelle comunità" anche a causa delle procedure amministrative da seguire per ottenere il trasferimento. Come funziona? "Il centro dà la disponibilità e il detenuto - spiega il presidente della Saman - fa richiesta di trasferimento. Dopo di che, viene messo sotto osservazione dal servizio alle dipendenze pubbliche che certifica lo status di tossicodipendente. Infine la valutazione di idoneità. A quel punto il servizio dovrebbe fornire un nulla osta in tempi rapidi". Ma così non avviene. E infatti, "dopo aver dato la disponibilità - conclude Saletti - le camere restano riservate ma i posti letti rimangono vuoti anche fino a 40 giorni".

Burocrazia, ma non solo. "Da Roma in giù la situazione non cambia. Il Lazio con la Puglia e la Sardegna, è la Regione che forniscono meno sussidi. Tutto dipende dalla giunte che equiparano i nostri centri a dei fornitori normali: alle grandi case farmaceutiche o ai gruppi come quello degli Angelucci". Quanto servirebbe? "In media avremmo bisogno di 60-70 euro al giorno per tossicodipendente - dice Saletti - Si tratta di uomini che hanno bisogno di mangiare, di dormire e di ogni genere di conforto per attenuare l'astinenza". Anche la politica ci mette lo zampino. A gravare sui numeri è il percorso inaugurato dal decreto 309/1990 e proseguito con la legge 49/2006, che ha portato a un netto aumento delle condotte di rilevanza penale: per violazione dell'art 73, ogni tre che entrano in carcere, uno è tossicodipendente. Come se mandarli in comunità, volesse dire giustificare i loro reati.

sabato 17 aprile 2010

ASSEMBLEA APERTA DEL CIRCOLO DI SINISTRA ECOLOGIA E LIBERTA'


Aprirsi alla piazza, alla gente ed ascoltare le voci di tutti, anche di chi in genere non ha voce: ecco lo scopo dell'iniziativa del circolo cittadino di Sinistra Ecologià e LIbertà.

Per fare la democrazia partecipata non bastano gli slogan: ecco che Sel di Nardò organizza una assemblea aperta per sabato 17 aprile 2010 alle ore 18.30 in Piazza Salandra. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare!

Sabato 17 aprile a Roma Scapicollatevi a San Giovanni


di Doriana Goracci
SABATO 17 aprile – ore 14.30 Appuntamento in Piazza San Giovanni ROMA
IO STO CON EMERGENCY


Non potevano certo sapere, quando è stata organizzata la Graffiti Convention a Roma, tantomeno l’amico Lapisanplus che mi aveva scritto SCAPICOLLATEVI ( lui ci viene dalla Francia per la Murata Collettiva a San Lorenzo, la 2 giorni dedicata all’arte urbana a cielo aperto) che gli avrei rubato le parole per Emergency, sabato 17 aprile, ne scrivo perchè Roma è anche questo
Non avrebbe mai pensato l’ISM Italia e Alfredo Tradardi di comunicare a tutti gli interessati che la riunione nazionale si fa per strada dove è possibile alle 15,30 angolo via Merulana Piazza San Giovanni, sabato 17 aprile a Roma.


Allora 3 in uno, così non stanco e anche se stanco lo stesso, ci provo a dirvelo e scrivervi quanto si “agita” tra chi non ci sta, a fare muro contro l’ingiustizia e di seguito inoltro il comunicato di Peacereporter ,Rete Disarmiamoli e la due giorni collettiva di quei graffitari sulle Mura di San Lorenzo, le stesse dove qualcuno incollò un manifesto con su scritto che la Liberazione è un esercizio quotidiano.A fine febbraio, Capi di governo e leader mondiali trovarono ad accoglierli, oltre al premier Berlusconi, un gruppo marmoreo originale del 175 d.C. raffigurante Marc’Aurelio e la moglie Faustina, Venere e Marte a Palazzo Chigi, simbolo di pace e governo illuminato.Dissero che “i soggetti non sono acefali“. Insomma, non hanno perso la testa, a differenza di altri particolari che mancano, come la mano destra della dea dell’Amore e il sesso del dio della Guerra. Dissero che rischiavano l’imballaggio a tempo indeterminato.La pace non è stata scaricata. Sembra che siamo tanti da casa, contro la guerra, contro il rifinanziamento, contro la menzogna.Sabato è un altro giorno contro la guerra.

Emergenza Emergency.

Scapicollatevi a Roma , fuori.Vi aspettiamo.

Doriana Goracci


Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.La manifestazione non è di carattere politico. Emergency chiede la liberazione degli arrestati in Afganistan, tuttora detenuti illegalmente e in violazione dei diritti umani fondamentali.
Emergency invita tutti i cittadini a partecipare con uno straccio bianco di pace e non con bandiere e simboli di partito.

Disarmiamoli: L’attacco pianificato contro Emergency è un palese tentativo delle potenze occidentali occupanti di screditare, rendere inoffensivo, impedire di operare ad un testimone diretto dei massacri e delle stragi generati dalla guerra condotta dalla coalizione bellica a guida USA contro gli afgani.Il blitz , l’arresto dei medici e degli operatori con accuse assurde, e l’occupazione della struttura ospedaliera a Lashkar Gah avviene a due mesi dall’inizio dell’operazione “Moshtarak” – la più grande dall’invasione del 2001. Un’offensiva militare condotta da 15.000 militari Isaf insieme a forze dell’esercito del governo afgano, a Marjah nel sud dell’Afghanistan. Fin dai primi giorni dell’azione di guerra trapelano notizie di profughi fuggiti dai bombardamenti e di morti tra i civili. Emergency denuncia il ruolo delle truppestatunitensi che impediscono alla Croce Rossa l’evacuazione e il soccorso dei civili feriti a Marjah attraverso il corridoio umanitario, e parlano di crimini di guerra riferendosi al recente premio Nobel per la pace Obama. All’improvviso e a sorpresa alla fine di marzo il presidente degli Stati Uniti arriva a Kabul per ascoltare dal generale McChrystal un “rapporto sul campo” sull’andamento del conflitto e per ringraziare le truppe per il lavoro svolto, sicuro- afferma Obama – di chiudere con successo la missione militare. Quindici giorni dopo c’è l’attacco ad Emergency. Sicuramente una coincidenza.Il ministro degli Esteri Frattini e quello alla Difesa – o meglio allaguerra – la Russa, tacciono come sempre, e Gino Strada rincara la dose – giustamente – chiamando delinquenti politici i parlamentari italiani che votano il rifinanziamento della missione militare e che non vedono la strage di civili in corso.GLI STESSI POLITICI CHE DA TRE ANNI LASCIANO 90 PROFUGHI AFGANI NELLE “BUCHE” DELLA PERIFERIA ROMANA, SENZA QUELLA ASSISTENZA MINIMA DOVUTA LORO IN BASE AL DIRITTOUMANITARIO INTERNAZIONALE. Nessuna pietà nè soldi per chi è fortunosamente scampato dalle bombe e dagli eserciti della NATO. Quello che è certo è che gli orrori della guerra – che la Nato e gli Usa non potranno mai vincere militarmente – non vanno nè visti nè raccontati. Invece è proprio questo che bisogna continuare a fare per inceppare la macchina bellica, le sue bugie, le mistificazioni e i suoi silenzi omertosi.VIA DALL’AFGHANISTAN,RITIRO DELLE TRUPPE, SOLIDARIETA’ ED ASSISTENZA AI PROFUGHI DI GUERRA. Rete nazionale Disarmiamoli info@disarmiamoli.org www.disarmiamioli.org

SCAPICOLLATEVI

Collective: Murata collettiva a San Lorenzo Roma 17-18 aprile, 2010 – Graffiti Convention

sabato 17 e domenica 18 Aprile 2010 a partire dalle h12 via degli Ausoni , Roma Due giornate dedicate all’arte urbana in via degli Ausoni, nel cuore di San Lorenzo.Da mezzogiorno al tramonto, 18 artisti coinvolti, oltre 120 metri di cemento trasformati in un’opera d’arte a cielo aperto. Performance, mercatino d’arte e artigianato, musica e djset

Senza cura


Dal nostro inviato a Kabul, le testimonianze dello staff di Emergency trasferito a Lashkargah dopo la chiusura dell'ospedale

L'inviato di PeaceReporter Enrico Piovesana
"Quando giovedì sera ho visto alla televisione, ad Annozero, la vignetta di Vauro sulla chiusura del nostro ospedale a Lashkargah, quella con il bambino abbandonato e la Morte con la falce in mano che gli dice, 'Non ti preoccupare piccolo, ci sono qua io', mi veniva da piangere. Se penso a loro, a tutti quei piccoli che stavamo curando e che ora chissà dove sono, mi si stringe il cuore".

Le parole di una delle quattro operatrici sanitarie 'reduci' da Lashkargah spiegano bene lo stato d'animo dello staff di Emergency dopo il forzato abbandono dell'ospedale in Helmand.

Sì, perché al di là dell'angoscia per la sorte di Marco, Matteo e Matteo e dei loro colleghi afgani a rattristare il personale della ong di Gino Strada c'è anche il destino, ormai segnato, della popolazione di Helmand. Di quei bambini, di quelle donne, di quegli anziani doppiamente vittime di questa guerra, che toglie loro non solo la pace, la salute e spesso la vita, ma anche il diritto umano di ricevere cure adeguate e gratuite.

Chiunque abbia messo piede nell'ospedale governativo di Bost, l'unico ora in funzione nell'intera provincia, sa cosa aspetta i feriti di guerra di quella regione. "Eravamo andati in visita al Bost Hospital solo pochi giorni prima di questa storia", racconta a PeaceReporter una delle infermiere evacuate da Lashkargah. "Abbiamo visto i corridoi sporchi di feci dei pazienti, c'era un odore nauseante. Le condizioni di quella struttura sono indescrivibili".

La gente di Lashkargah, che porta sul proprio corpo i segni delle cure ricevute da Emergency, ha comprensibilmente paura di protestare contro la chiusura dell'ospedale o di esprimere il suo sostegno all'ong italiana. Con l'aria che tira laggiù, chiunque lo facesse finirebbe immediatamente in galera con l'accusa di essere un talebano. Il sentimento della popolazione locale non può certo essere letto attraverso la ridicola manifestazione anti-Emergency inscenata da ventiquattro persone radunate dal governo nello stadio cittadino - non davanti all'ospedale. Nessuna telecamera racconterà lo sconforto dei genitori di Bibi, Ali, Fazel, Gulalay, Khudainazar, Akter, Roqia e di tutti gli altri bambini afgani quotidianamente sfigurati da bombe e mine che ora non potranno più contare sulle cure, gratuite, dello 'shafahan imergensì'.

La popolazione afgana di Kabul e delle province vicine, fino alla valle del Panjshir, dove la situazione politica è ben diversa da quella del profondo sud afgano, ha invece deciso di testimoniare la sua solidarietà a Emergency con una raccolta firme fatta a mano. In tre giorni sono arrivate alla sede dell'ong a Kabul 8.245 firme (fino alle 16, ora locale, di venerdì), molte delle quali date sotto forma di impronte digitali.
L'iniziativa è stata dello staff locale di Emergency. "Quando abbiamo detto loro che in Italia si stavano raccogliendo firme di sostegno - spiega a PeaceReporter la responsabile dell'ospedale di Emergency in Panshir - si sono proposti di fare altrettanto con un entusiasmo che ci ha lasciati incantati. Ci hanno detto che non vogliono che finisca come nel 2007, quando Emergency fu costretta a chiudere tutti i suoi ospedali nel paese. Anzi, loro hanno detto 'i nostri' ospedali".

da PeaceReporter

Le notti Hip-hop che sconvolsero il mondo


di Militant A Assalti Frontali
“La libertà è una strada percorsa poche volte dalla moltitudine”. Questa frase stampata sulla copertina del disco bomba dei Public Enemy, “It take a nation of million to hold us back” (ci vuole una nazione di milioni di persone per riportarci indietro), chiuse la prima era dell’hip-hop. Era la fine degli anni ’80. Il rap veniva da un periodo d’oro di creatività enorme. Nei ghetti malfamati e in rovina si era prodotta un’atmosfera di libertà artistica e di sperimentazione assoluta che aveva permesso la nascita di un linguaggio così esaltante che il mondo intero si voltò a guardare in quella direzione. Tutto si svolgeva nei parchi, all’aperto, o nei cortili dei project. Feste gratuite, ogni settimana, con allacci abusivi dei gruppi elettronici alla rete elettrica, in una eccitazione costante. Dopo alcuni omicidi c’era una tregua tra le gang di New York, decisa nel corso di un’assemblea ripresa anche nel film “I guerrieri della notte”, e ora i colori delle gang non avevano più importanza. L’elemento di distinzione divenne quello dello stile. Le feste erano celebrazioni dove esibire il proprio stile e lì si decideva chi fosse il più abile a mettere i dischi o a ballare o a parlare al microfono e a diventare quindi la “celebrità del ghetto”. I valori erano quelli che Afrika Bambaataa cantava nei suoi pezzi: Peace, Unity, Love and Fun. Lui aveva partecipato alla famosa assemblea della tregua e sapeva cosa significavano quelle parole. Non giravano soldi. Nessuno ancora concepiva che ci potesse essere qualcuno disposto a pagare per vedere un Dj o un rapper all’opera, quando ogni settimana questi si esibiva gratuitamente nel suo quartiere. Il primo rap in Italia nacque sotto l’influenza di quel periodo e di quello spirito. Io personalmente mi innamorai di quelle originarie radici dell’hip-hop e iniziai così a fare rap. Oggi molti mi domandano di rievocare quei tempi e nell’ultima settimana sono stato invitato a due conferenze sulla cultura hip-hop, una a Rimini e l’altra a Pisa, all’università, dove era presente anche Pippo “U.Net” Pipitone, senza dubbio uno dei più accreditati studiosi e conoscitori del genere nel mondo. Sono incontri organizzati dai centri sociali e dai movimenti universitari nati dall’onda che si interrogano sui linguaggi delle nuove generazioni precarie. I ventenni di oggi, venuti al mondo nell’89, crescono nel rap a modo loro, ma vogliono sapere. E c’è un grande attivismo locale. A Milano, a Reggio Emilia, a Empoli, a Roma, dentro i centri sociali nascono laboratori hip-hop che rievocano quello spirito comunitario e democratico. Non è ancora roba che riesce a entrare nelle radio (e chissà se mai ci entrerà), ma i ragazzi mi dicono che la più grande emozione per loro è sentire i pezzi che hanno appena registrato nei sound system durante le iniziative in piazza, come il primo marzo in occasione dello sciopero dei migranti. E questo mi ricorda certe cose dei giorni pionieri. Negli incontri si discute del ruolo della droga, del ruolo delle donne nei testi, del significato che ha fare politica oggi. Ognuno è figlio del proprio tempo, ma se il movimento nutrirà nuove rime, anche il rap spingerà ancora il movimento.

da GlobalProject

Io Fini non lo capisco


L’ex fascista Gianfranco Fini è probabilmente l’unico esponente di punta del vecchio Msi che prese sul serio la cosiddetta “Svolta di Fiuggi”, che pensò cioè che l’abbandono dell’eredità del ventennio fosse qualcosa di più di un’operazione di immagine che aprisse la corsa alle cadreghe ministeriali resa possibile dalla “discesa in campo” di Berlusconi.

Se escludiamo la destra storica post-cavouriana che tenne in mano — e bene — le redini della nazione negli anni successivi all’unificazione, l’Italia non ha mai avuto un decente pensiero politico conservatore (e la stessa destra storica era espressione di una piccola elite resa egemone dai meccanismi censitari della legge elettorale). Dopo di allora il gioco di ogni destra italiana è stato quello di compiacere una retrivo mondo rurale di piccoli proprietari terrieri baciapile, e più tardi una piccola borghesia gretta e livorosa che non perdonava alla sinistra il costante complesso di inferiorità in cui la costringeva a vivere. Il conservatorismo Tory degli inglesi in Italia vive solo sotto forma di macchietta in tizi come Francesco Cossiga.

L’ex fascista Gianfranco Fini è probabilmente l’unico esponente di punta del vecchio Msi che prese sul serio la cosiddetta “Svolta di Fiuggi”, che pensò cioè che l’abbandono dell’eredità del ventennio fosse qualcosa di più di un’operazione di immagine che aprisse la corsa alle cadreghe ministeriali resa possibile dalla “discesa in campo” di Berlusconi.

Ed è per questo che oggi giudica inaccettabile l’involuzione di una destra stretta tra l’eversione istituzionale di Berlusconi, che vuole definitivamente tutelarsi dall’evenienza di essere associato alle patrie galere, e la guida ideologica di un partito xenofobo che vede le sue migliori chance di affermazione nel logoramento di ogni tessuto di civiltà del nostro paese.

Tutto bello. Tutto giusto. Ma Fini che carte ha in mano? Vorrebbe essere lui l’alternativa al duo Bossi-Berlusconi? Pensa che per le sue virtù politiche la destra italiana che lui aspira a dirigere possa recuperare il filo di decenza, onestà e serietà definitivamente spezzatosi con la crisi della destra storica post-cavourriana?

Gli elettori di destra sono oggi persone che, al di fuori della ristretta cerchia dei legami familiari e di lavoro, hanno come unica finestra sul mondo la televisione, e la televisione, pubblica e privata, dai tempi del “decreto bulgaro” ce l’ha in mano Berlusconi. Come pensa Fini di mettersi in sintonia con questa gente, che in fondo è assai di bocca buona e ha mostrato finora di trovarsi bene con Bossi e Berlusconi?

da Indymedia

La sindrome delle badanti

Laila Wadia è una scrittrice nata a Mumbai. Vive a Trieste, dove lavora all’università.

Il documentario Sidelki/Badanti (2007), scritto e diretto da Katia Bernardi, parla della vita delle badanti ucraine in Trentino. È stato girato tra l’Italia, l’Ucraina e Mosca e negli ultimi mesi è stato presentato in diverse città del nord Italia. Tra le protagoniste ci sono donne che prima di emigrare erano maestre di canto lirico o ingegneri, e non sapevano nulla di piaghe da decubito.

“Sono stata licenziata perché il mio datore di lavoro diceva che ero troppo triste”, racconta una delle venti badanti intervistate da Bernardi. “Ma, segregata in casa tutto il giorno con un malato terminale, come faccio a sprizzare gioia?”. Le sidelki provano un profondo senso di colpa per aver abbandonato i figli in Ucraina, sono angosciate dalla precarietà delle loro condizioni di lavoro e dalle difficoltà burocratiche e linguistiche.

Per questo a volte soffrono di quella che i medici ucraini chiamano “la sindrome italiana”, una grave forma di depressione sempre più diffusa. Psicologicamente impreparate alla dequalificazione professionale, si considerano come dei bancomat per le loro famiglie. Sognano di andare in pensione per fare le nonne a tempo pieno e recuperare gli affetti perduti. Nel frattempo lavorano sodo e cercano d’integrarsi. “Ma finché non trovano un’amica italiana, non si sentiranno mai integrate”, dice Nadia Kouliatina, presidente dell’associazione Agorà di Trento.

A una delle proiezioni del documentario, prodotto dall’assessorato alla cultura della provincia autonoma di Trento, hanno assistito anche Ivana e Tatiana, che erano state invitate a dare la loro testimonianza. “Obama ha chiesto scusa ai nativi americani per i torti che hanno subìto”, ha detto Ivana. “Verrà il giorno in cui qualcuno si scuserà con gli ucraini per aver sfasciato tante famiglie?”. Tatiana non pretende così tanto. Le basterebbe uno spasibo (grazie) e un’amica italiana. Laila Wadia

da Internazionale

BOB MARLEY AND THE WAILERS - ZIMBABWE



Questo è l'inizio del post. “Ladies and gentlemen, Bob Marley and the Wailers!”: sono state le prime parole dello Zimbabwe indipendente, il 17 aprile 1980, dopo che il principe Carlo aveva ammainato la bandiera britannica.

Oggi, scrive il Mail & Guardian, il padre della patria Robert Mugabe – odiato da alcuni e divinizzato da altri – potrebbe rimanere presidente a vita.

BOB MARLEY AND THE WAILERS - ZIMBABWE

Every man gotta right
To decide his own destiny
And in this judgment
There is no partiallty
So arm in arms, with arms
'Cause that's the only way
We can overcome our little trouble
Brother you're right, you're right
You're right, you're right. you're so right
We gonna fight, we'll have to fight
We gonna fight, fight for our rights
Natty dread it ina Zimbabwe
Set it up ina Zimbabwe
Mash it up ina Zimbabwe
Africans a liberate Zimbabwe
No more internal power struggle
We come together, to overcome
The little trouble
Soon we will find out
Who is the real revolutionary
'Cause I'dont want my people
To be contrary
Brothers you're right, you're right
You're right, you're right, you're so right
We'll have to fight, we gonna fight
We'II have to fight, fighting for our rights
Mash it up ina Zimbabwe
Natty trash it ina Zimbabwe
Africans a liberate Zimbabwe
I and I a liberate Zimbabwe
Brother you're right, you're right
You're right, you're right, you're so right
We gonna fight, we'll have to fight
We gonna fight, fighting for our rights
To divide and rule
Could only tear us apart
In everyman chest
There beats a heart
So soon we'll find out
Who is the real rivolutionaries
And I don't want my people
To be tricked by mercenaries
Brother you're right, you're right
You're right, you're right, you're so right
We gonna fight, we'll have to fight
We gonna fight, fighting for our rights
Natty trash it ina Zimbabwe
Mash it up ina Zimbabwe
Set it up ina Zimbabwe
Africans a liberate Zimbabwe
Africans a liberate Zimbabwe
Natty dub it ina Zimbabwe
Set it up ina Zimbabwe
Africans a liberate Zimbabwe
Every man got a right
To decide his own destiny


TRADUZIONE IN ITALIANO

Ogni uomo ha il diritto
Di decidere del suo destino
E in questo giudizio
Non c'è parzialità
Così stretti uno all'altro
Poiché questo è l'unico modo
Che abbiamo per superare il nostro piccolo problema
Fratelli siete nel giusto, siete nel giusto
Siete nel giusto, siete nel giusto, siete proprio nel giusto
Combatteremo, dovremo combattere
Combatteremo per i nostri diritti
Natty dread nello Zimbabwe
Sollevati nello Zimbabwe
Ribellati nello Zimbabwe
Africani, liberiamo lo Zimbabwe
Basta con le lotte intestine per il potere
Uniamoci, per superare
Il piccolo problema
Presto scopriremo
Chi è il vero rivoluzionario
Poiché non voglio che il mio popolo
Si trovi contrapposto
Fratelli siete nel giusto, siete nel giusto
Siete nel giusto, siete nel giusto, siete proprio nel giusto
Dovremo combattere, combatteremo
Dovremo combattere per i nostri diritti
Ribellati nello Zimbabwe
Natty ripuliamo lo Zimbabwe
Africani, liberiamo lo Zimbabwe
Rasta, liberiamo lo Zimbabwe
Fratello sei nel giusto, sei nel giusto
Sei nel giusto, sei nel giusto, sei proprio nel giusto
Combatteremo, dovremo combattere
Combatteremo per i nostri diritti
Il "divide et impera"
Può soltanto spaccarci
Nel petto di ogni uomo
Batte un cuore
Così presto scopriremo
Chi sono i veri rivoluzionari
E io non voglio che il mio popolo
Venga ingannato da mercenari
Fratello sei nel giusto, sei nel giusto
Sei nel giusto, sei nel giusto, sei proprio nel giusto
Combatteremo, dovremo combattere
Combatteremo per i nostri diritti
Natty ripuliamo lo Zimbabwe
Ribelliamoci nello Zimbabwe
Solleviamoci nello Zimbabwe
Africani, liberiamo lo Zimbabwe
Africani, liberiamo lo Zimbabwe
Natty leviamoci nello Zimbabwe
Solleviamoci nello Zimbabwe
Africani, liberiamo lo Zimbabwe
Ogni uomo ha il diritto
di decidere del suo destino

venerdì 16 aprile 2010

Amnesty International al fianco di Emergency: garantire i diritti dei nove operatori in Afghanistan


L'ong chiede alle autorità afgane di rendere note ai detenuti le ragioni dell'arresto e ogni eventuale accusa nei loro confronti

Amnesty International chiede al governo di Kabul di rispettare gli obblighi nazionali e internazionali in tema di amministrazione della giustizia e garantire i diritti relativi al giusto processo ai nove operatori di Emergency (sei afgani e tre italiani) attualmente detenuti in
Afghanistan.

Le autorità afgane devono rendere note ai detenuti le ragioni dell'arresto e ogni eventuale accusa nei loro confronti; devono farli comparire prontamente di fronte a un tribunale competente, anche per consentire loro di contestare la legittimità della detenzione; devono
sottoporli a un'incriminazione fondata oppure rilasciarli.
Nel caso in cui i detenuti siano incriminati, dev'essere garantito loro un processo equo dinanzi a un tribunale indipendente e imparziale, come stabilito dall'art. 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che l'Afghanistan ha ratificato nel 1983.

Amnesty International è preoccupata per le notizie secondo cui, nonostante Emergency abbia nominato degli avvocati per assistere i detenuti, questi ultimi non siano stati in grado di incontrarli. Le autorità afgane devono rispettare il diritto alla difesa, come formulato dalla Costituzione del paese e dal già citato Patto internazionale; devono, inoltre, consentire con urgenza al Comitato internazionale della Croce rossa e alla Commissione indipendente afgana per i diritti umani di incontrare i detenuti.

Le autorità afgane devono anche permettere contatti regolari tra i detenuti e le loro famiglie, i difensori e i colleghi di lavoro nonché, se necessario, l'accesso a cure mediche. Emergency ha criticato il fatto che dall'arresto dei nove operatori, questi non hanno potuto avere contatti con l'organizzazione. Né le autorità afgane né le forze internazionali presenti in Afghanistan hanno spiegato a Emergency le ragioni dell'arresto e della detenzione dei nove operatori.

Amnesty International è inoltre preoccupata per le notizie secondo cui alcuni degli operatori di Emergency si troverebbero in un centro di detenzione della provincia di Helmand, diretto dalla Direzione nazionale per la sicurezza (Nds), i servizi d'intelligence afgani. La tortura e i maltrattamenti si verificano con frequenza nelle strutture dell'Nds. La stessa Amnesty International e altre fonti hanno segnalato casi di persone detenute arbitrariamente in tali centri, spesso sottoposti a torture e maltrattamenti da parte del personale del Nds per estorcere informazioni, confessioni o denaro in cambio della libertà.

Amnesty International chiede alle autorità afgane di garantire che i detenuti siano trattati umanamente e non siano sottoposti a torture o altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Amnesty International è rammaricata per il fatto che dall'irruzione del 10 aprile, Emergency non può più dirigere la struttura ospedaliera. L'ospedale di Emergency a Helmand è uno dei pochi centri che forniscono cure mediche nella zona ed é dunque fondamentale che continui a operare. Il governo afgano deve garantire la continuità dell'assistenza medica di emergenza ai malati e ai feriti.

Amnesty International ha sempre condannato qualsiasi attacco deliberato contro i civili e ogni attacco indiscriminato compiuto mediante esplosivo o kamikaze, in autobus, ristoranti, stazioni ferroviarie o facendo crollare edifici uccidendovi migliaia di persone. Amnesty International sta dalla parte delle vittime del terrorismo e chiede che ricevano giustizia e risarcimenti. Gli attacchi deliberati contro i civili e quelli indiscriminati costituiscono gravi violazioni dei diritti umani e crimini
di diritto internazionale, contrari ai principi fondamentali di umanità. Amnesty International condanna queste atrocità e chiede che chi le ha commesse venga incriminato, processato e, se colpevole, punito. Queste procedure, in ogni caso, devono seguire gli standard internazionali sui
diritti umani: questo significa che nessuna persona sospettata di essere coinvolta in attacchi del genere può essere sottoposta a detenzione arbitraria, imprigionata in carceri segrete, torturata o tenuta in detenzione a tempo indeterminato. I governi hanno il dovere di garantire che chi pianifica e commette atrocità del genere sia sottoposto alla giustizia seguendo una procedura equa.

da PeaceReporter

YO YO MUNDI - IL GIORNO IN CUI VENNERO GLI AEREI



YO YO MUNDI - IL GIORNO IN CUI VENNERO GLI AEREI

L’abbraccio strano delle
ombre
che fluttuavano nel
cielo
Le carezze delle bombe
che
lasciavano cadere
Lei ti cerca
amico mio
Con mano di ciclope ti
solleva in aria
La falce taglia
via la vita
Smarrita in un mare
di polvere d’oro
Il giorno in
cui vennero gli aerei
dalle ali
grigie, dalle pance gonfie
dalle bocche nere … Avreste dovuto
vedere
Non serve piangere e
Pregare
Detesta la pietà ci gode
ad ammazzare
Non serve correre e
gridare
lei sa sempre dove
venirti a cercare
L’abbraccio
strano delle ombre
che
fluttuavano nel cielo
Che carezze
quelle bombe
C’è chi fa finta di
non sapere
Il giorno in cui
vennero gli aerei
a dire bugie,
a raccontare scuse, ad
annientarci
Avreste potuto
salvarci?
Il giorno in cui
vennero gli aerei
dalle ali
grigie, dalle pance gonfie
dalle
bocche nere
Avreste dovuto vedere

giovedì 15 aprile 2010

NARDO’ – PORTO SELVAGGIO BELLO E POSSIBILE – ANCORA UNO SBARCO


L’altro ieri, 21 disperati tra afgani e curdi sono sbarcati sulla costa ionica nei pressi di Porto Selvaggio, parco protetto del comune di Nardò.
Porto Selvaggio ancora una volta protagonista di un possibile cambiamento. Ancora una volta sinonimo di speranza.
Questo parco è estremamente evocativo per alcuni neretini perché la sua storia è un pò particolare; per la salvaguardia di Porto Selvaggio (e non solo) è stato ucciso un assessore repubblicano Renata Fonte, perché si oppose alla lottizzazione del parco diventando sgradita a chi, al posto dell’oasi verde, avrebbe voluto vedere un bel residence (il “commenda” vincitore dell’appalto oggi sarebbe stato chiamato “il profeta” visto il numero sempre maggiore di villaggi turistici edificati lungo le nostre coste).
Ora, invece, sta diventando un punto di attracco per una possibile terra promessa, ennesima speranza per i sempre ultimi della terra.
In entrambi i casi il sentimento predominante è quello della disperazione che si ha sia per una morte ingiusta e per una giustizia ancora latitante sia per una “vita migliore” che forse (molto spesso è così) non arriverà mai.
Il parco sta diventando sempre più spesso punto di approdo, tra il 2009 e il 2010 sono stati già tre gli sbarchi avvenuti. I paesi di origine sono sempre Afganistan e Kurdistan.
Due nazioni violentate dalle guerre, dalle nostre beneamate guerre o “missioni di pace”.
Come possono convivere due parole estremamente lontane come guerra e pace???
In guerra non si va con i fiori (magari fosse così e allora si che la parola guerra prenderebbe un’accezione positiva) ma con i proiettili che molte volte uccidono poveri civili spettatori inermi di questo “bel gioco”.
Siamo abituati a sentire i numeri delle vittime, a fare la conta dei morti e quelle cifre rimangono incise nella mente, fredde, senza una vera sostanza.
Se, almeno per una volta, provassimo a metterci nei panni di chi,con il dolore nel cuore e un punto interrogativo nella testa, affronta dei viaggi interminabili e molto spesso senza fine, con la speranza che il buon Dio tanto venerato abbia un occhio di riguardo, solo allora potremmo comprenderli e rispettarli in quanto uomini, come noi, non come freddi numeri.
I potenti della terra giocano, e il loro gioco è mortale.
Vorrebbero, di conseguenza scrivono delle vere e proprie leggi, che le vittime della loro sporca guerra rimanessero nei propri territori a morire più in fretta, perché la nostra “evolutissima” nazione non può più accogliere “stranieri”.
Andiamo via dai loro paesi.
Porto Selvaggio quanti altri disperati dovrà accogliere???
Esportiamo il benessere inteso come sapere farmacologico, scientifico, esportiamo quello che c’è di buono e importiamo altrettanto.
Svegliamoci perché si sta facendo tardi.