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venerdì 18 marzo 2011

FAUSTO E IAIO 18 MARZO 1978 - 18 MARZO 2011



Faceva freddo a Milano il 18 marzo 1978, e il centro era intasato di auto della polizia e dei carabinieri: lampeggianti accesi, posti di blocco, mitra spianati. Due giorni prima a Roma era stato rapito Aldo Moro, e la macchina dello Stato sembrava impegnata in una buffa parodia di efficienza e "pronta risposta alla sfida brigatista", come promesso dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Ma non c'erano sirene e poliziotti al Casoretto, quartiere di periferia. Solo persiane sbarrate a tener fuori lo smog e televisori accesi, in attesa del tg delle 20.

A quell'ora Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci camminano lungo via Mancinelli, stretti nei paltò. Chiacchierano, e il freddo forma nuvolette di vapore davanti alle loro bocche. Hanno trascorso un pomeriggio tranquillo: Lorenzo in piazza Duomo insieme alla sua ragazza, Fausto al Parco Lambro con gli amici. Mezz'ora prima si sono incontrati alla "Crota Piemunteisa", un bar-trattoria di fronte al centro sociale Leoncavallo, e ora si dirigono verso casa di Fausto, in via Montenevoso 9, per l'appuntamento del sabato col risotto di mamma Danila. L'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli li vede fermarsi davanti alle edizioni straordinarie dei giornali, a commentare i titoli sul sequestro Moro. Sono ragazzi come oggi ce ne sono sempre meno, Fausto e Iaio: attenti al mondo intorno a loro, impegnati nel quartiere. Negli ultimi mesi hanno lavorato ad un dossier sullo spaccio di droga al Casoretto.

All'altezza dell'Anderson School di via Mancinelli ci sono tre persone infagottate in trench bianchi. Una signora, Marisa Biffi, vede Fausto e Iaio fermi alla loro altezza. Ecco il suo racconto, tratto dal libro Fausto e Iaio, di Daniele Biacchessi, uno dei tanti giornalisti che hanno tentato di ricostruire il delitto: "Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede, a 5-6 metri da me. Contemporaneamente un altro giovane è leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che è piegato su se stesso cade a terra. Mi avvicino al giovane caduto... Subito oltre il suo corpo, a un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra. Nessuno dei due ragazzi pronuncia un parola... Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio, avviandosi verso via Leoncavallo. Noto che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano".

Dalla testimonianza si deduce che gli assassini sono professionisti: agiscono rapidamente, non dicono un parola, raccolgono i bossoli nel sacchetto di plastica che la signora Biffi ha visto nelle mani di uno dei killer. A sparare otto o nove volte è stata una Beretta 80 calibro 7,65, arma leggera e agile, ideale per colpire da vicino. Prima è caduto Fausto, colpito all'addome, al torace, al braccio destro e ai lombi. Poi è toccato a Lorenzo: torace, ascella destra, inguine, fianco destro.

Dopo l'omicidio, il gruppetto di tre sparisce nel nulla. L'indomani un funzionario della Questura parla con i cronisti: "E' chiaro, si tratta di una faida tra gruppi della nuova sinistra, o inerente al traffico di stupefacenti". La scientifica fa circolare la voce che l'assassino abbia sparato con una pistola calibro 32. "E' un'ipotesi tirata per i capelli, come del resto quasi tutte quelle formulate - scrive L'Unità -. C'è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli. I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica".

L'articolo è firmato da Mauro Brutto. Non ancora trentenne, Brutto è il prototipo di una specie oggi in estinzione, il cronista di nera. La Milano di quegli anni, splendidamente raccontata da Scerbanenco, gli offre mille spunti di lavoro. Ma Brutto è anche un uomo di sinistra, e nella morte di Fausto e Iaio vede chiaramente la mano della destra milanese. Ne parla mesi dopo il delitto con Danila, la mamma di Fausto: "Mauro venne a casa mia - ha raccontato la donna - si stava occupando del connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato; mi disse che la verità su Fausto e Iaio non era chiara".

Per mesi Mauro Brutto raccoglie elementi sul delitto di Via Mancinelli. In novembre qualcuno gli spara tre colpi di pistola senza colpirlo. Pochi giorni dopo il giornalista mostra una parte del suo lavoro ad un colonnello dei carabinieri. Il 25 novembre, dopo cena, Brutto ha appuntamento con una sua fonte. Lo vedono entrare in un bar di via Murat, comprare due pacchi di Gauloise, uscire, attraversare la strada. A metà della carreggiata si ferma per far passare una 127 rossa. In senso inverso arriva una Simca 1100 bianca, lo investe e scappa.

"La Simca sembrava puntare sul pedone", dirà nel corso della rapida inchiesta l'uomo a bordo dell'altra auto, la 127. Sparisce il borsello di Brutto, pieno di carte, forse trascinato dalle auto in corsa. Lo ritrovano qualche ora dopo in una via vicina, vuoto.

Ci sono elementi sufficienti per fare ipotesi, ma non per evitare che la morte di quel bravo cronista sia archiviata come incidente, mentre prosegue l'inchiesta su Fausto e Iaio. Dopo il delitto sono arrivate alcune rivendicazioni di ambienti di estrema destra. La più credibile appartiene all'Esercito nazionale rivoluzionario - brigata combattente Franco Anselmi. Anselmi era un neofascista romano, morto dodici giorni prima dell'omicidio di Fausto e Iaio, mentre tentava di rapinare un'armeria della capitale. Tra i camerati del gruppo di Anselmi c'è Massimo Carminati, il guascone senza paura che svolge i lavori sporchi per conto della banda della Magliana, la più potente organizzazione criminale romana, e ha rapporti con i servizi deviati. Tra le molte cose, Carminati è stato accusato di aver ucciso Carmine Pecorelli ed ha lavorato con due ufficiali del Sismi a un tentativo di depistaggio dell'inchiesta sulla strage di Bologna...

Dopo anni d'indagine, Carminati sarà prosciolto per l'omicidio di Fausto e Iaio insieme ai camerati Claudio Bracci e Mario Corsi. Nei loro confronti ci sono alcuni indizi e le dichiarazioni dei pentiti, ma niente che si tramuti in prove certe. Del gruppo, oggi il più famoso è Corsi. Lo chiamano Marione, ed è il conduttore di una popolare trasmissione calcistica sulla Roma, in onda su "Radio Incontro". Cliccando sul suo sito internet ci si trova davanti ad un volto aperto e sorridente che incornicia due occhi gelidi. Ma è davvero un esercizio inutile, a distanza di tanti anni, cercare di rintracciare su quel viso i segni dell'uomo che Mario Corsi è stato, e di quello che ha fatto o non ha fatto.

Resta invece una domanda: perché Fausto e Iaio? Due ragazzi come tanti, di sinistra ma senza strette appartenenze. Più politicamente in vista di loro, a Milano, vi sono migliaia di persone. Si è parlato molto del dossier sulla droga cui i due ragazzi avevano collaborato, ma quel lavoro, una rigorosa analisi dello spaccio milanese, non contiene rivelazioni di alcun tipo. E allora bisogna fermarsi su una coincidenza, come ha fatto recentemente Aldo Giannuli, consulente della commissione Stragi: i due ragazzi vengono ammazzati cinquantasei ore dopo il sequestro Moro, e Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9, dirimpetto al covo dei misteri brigatisti, quello in cui sarà custodito il memoriale di Moro. Dalla stanza di Fausto alla finestra del covo brigatista ci sono meno di dieci metri, e in quell'ambiente il ragazzo del Casoretto passa buona parte delle sue giornate, a leggere e ascoltare musica. Se esiste un misterioso legame tra il sequestro Moro e il duplice delitto di Milano, bisogna dare atto ai registi della trama di aver fornito anche la controprova: nel 1981 in provincia di Roma venne ucciso il capitano di polizia Francesco Straullu, e il delitto fu rivendicato dal nucleo fascista che si rifaceva a Franco Anselmi. Il fatto è che anche il nome di Straullu riporta al caso Moro: il capitano aveva indagato sul famoso borsello trovato nel 1979 in un taxi romano, e carico di "simboli" riferiti a Moro e al giornalista Pecorelli. Coincidenza per coincidenza, Carminati è stato indagato e prosciolto anche per l'omicidio Pecorelli. L'autore di quel delitto, chiunque fosse, indossava un trench bianco. Come i carnefici di Fausto e Iaio.

***

da una intervista a Danila Angeli, mamma di Fausto:

"Quel sabato avevo preparato il risotto e lo strudel perché li aspettavo tutti e due a cena. Era anche l'anniversario del mio matrimonio.
Alle 19.45 Fausto era sempre a casa per la cena, era sempre puntuale ma quel giorno non si vedeva. Alle 20.30 cominciai a preoccuparmi e dopo aver messo il piccolino a letto , decisi di telefonare a qualche amico di Fausto ma nessuno sapeva nulla. Il bambino quella sera non voleva dormire, era agitatissimo.
Poi ho sentito bussare alla porta e dalla finestra ho visto dei poliziotti. Sono saliti e mi hanno chiesto dove abitava Fausto Tinelli. Io ho risposto che era mio figlio. Poi hanno rovistato in giro per la casa e mi hanno chiesto dov'erano le armi. Fausto era onesto, non aveva armi. In camera sua c'erano solo libri e giornali. I libri erano le sue armi.
I poliziotti mi hanno poi detto che aveva avuto un incidente in manifestazione. Impossibile, perché quel giorno non c'erano manifestazioni in programma. Un incidente in auto. Ma Fausto non aveva neanche la patente. Infine mi hanno detto che aveva preso una bastonata in testa, consigliandomi di recarmi in ospedale.
Allora sono andata all'ospedale "Bassini" e ho chiesto notizie di Fausto. Mi ha risposto un poliziotto dicendomi che era morto già da un pezzo.
A quel punto sono scappata a casa e ho acceso RadioPopolare per sapere cos'era accaduto.
Ho sentito che avevano ucciso anche Iaio per un regolamento di conti riguardante l'eroina.
Io ho subito chiamato la radio smentendo questa cosa perché Fausto e Iaio lavoravano contro lo spaccio e per la prevenzione.
Il giorno dopo quelli di Democrazia Proletaria mi hanno detto di far eseguire l'autopsia sui corpi, per dimostrare che i ragazzi non assumevano nessuna sostanza.
L'autopsia è stata fatta e non è risultato nulla. Fausto non fumava nemmeno le sigarette.
Il Giudice ha ammesso che i ragazzi erano assolutamente puliti e che con la droga non c'entravano nulla ma fino ad ora non c'è stato giustizia e io voglio la verità."

***

Messaggio di DANILA ANGELI, madre di Fausto Tinelli, in occasione del convegno "I comitati civili contro silenzi e impunità", tenuto a Genova il 12 luglio 2003.

Sono la madre di Fausto Tinelli e voglio esprimere quello che provo, oltre alla mia sincera solidarietà verso i parenti delle vittime delle stragi e di quelle cadute sotto un gioco perverso. So quello che si prova in quei momenti, l'ho sperimentato sulla mia pelle.

All'inizio non capisci, non ti rendi conto di quello che è accaduto. Vivi come un brutto sogno, stupito e incredulo. Vivi nel frastuono: un bel funerale di stato, belle parole e con questi gesti tutti se ne lavano le mani. Subito dopo ritorni alla realtà. Il dolore ti fa impazzire, entra in te come l'aria che respiri. E allora cerchi aiuto e conforto.

Chiedi una mano e riponi tutte le tue speranze nella giustizia, che ti aiuti a capire. Ma ti si chiudono le porte in faccia perché tu non sei di serie A anche se sei una persona onesta, come lo erano Fausto e Iaio, due ragazzi che frequentavano il Leoncavallo e perciò "carne da macello". Il privilegio di sperare giustizia, di avere un processo, di essere risarciti del sangue dei nostri cari non è un nostro diritto.

Anche se sono vittime innocenti della strategia di quel periodo e nessuno si azzardi a dire il contrario.

Da ben 22 anni mi sono costituita parte civile in un procedimento contro 3 individui di estrema destra, ma questi vivono tranquilli e fanno carriera.
Perché nessuno li tocca?
Eppure ci sono 6 pentiti che li accusano.
Perché i pentiti dei nostri processi non sono attendibili?
Forse lo sono solo quelli che vogliono loro e i nostri non sono tra questi.
Dove sono tutte quelle belle frasi che da bambina ti hanno insegnato a scuola, come ama la patria, difendila e rispettala. Io l'ho fatto questo, ma lei non mi ha ricambiato.

Noi per lo stato siamo vittime invisibili, che non vuole proprio vedere. E io mi sento come una madre argentina e Fausto e Iaio dei desaparecidos.

Danila Angeli

FAUSTO E IAIO, 28 ANNI DOPO - intervista con Maria Iannucci, sorella di Iaio e intervento di Danila Angeli, madre di Fausto
Francesco "baro" Barilli
Fonte: http://www.ecomancina.com/
18 febbraio 2006
18 marzo 1978. Mentre la situazione politica in Italia è tesissima (due giorni prima è stato rapito a Roma Aldo Moro) a Milano vengono uccisi due giovani simpatizzanti della sinistra alternativa. Si chiamavano Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, ma nell'immaginario collettivo di chi ancora attende giustizia per il loro omicidio i loro nomi resteranno scolpiti come Fausto e Iaio.
Nel dicembre 2000 il GUP di Milano Clementina Forleo dispone l'archiviazione del fascicolo. Pur riconoscendo di essere in presenza di indizi concreti a carico di esponenti della destra eversiva, al giudice "... appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi...". (la citazione della disposizione del GUP è tratta, come le successive, da "Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni", di Daniele Biacchessi; libro disponibile on line a questo indirizzo: http://www.retedigreen.com/index-35.htm).
Questi due passaggi racchiudono l'inizio e (per il momento...) la fine della vicenda. Ma in mezzo ci sono anni di inchieste, ufficiali e "alternative" (riassunte molto bene nel succitato libro di Biacchessi); inchieste purtroppo viziate dai "consueti" depistaggi.
Infatti, fin dall'immediatezza, la versione della Questura di Milano parlerà di una "faida fra i gruppi della nuova sinistra, o inerente il traffico di stupefacenti". In realtà la dinamica dell'omicidio, nonché il numero, la freddezza e l'esperienza dimostrata dagli esecutori, parlano chiaro. L'omicidio viene consumato in modo rapido e professionale: un commando di tre persone (cui sono da aggiungere almeno altri due elementi, come supporto logistico) avvicina i due giovani in via Mancinelli, e li uccide con otto colpi sparati a distanza ravvicinata, per poi darsi alla fuga.
E' vero che Fausto e Iaio stavano svolgendo indagini sullo spaccio di droga nel quartiere Casoretto e sui rapporti tra spacciatori e fascisti, nell'ambito di un dossier che verrà pubblicato a cura del Centro Sociale Leoncavallo e dei Collettivi Autonomi, ma saranno le indagini della Magistratura a liquidare la prima teoria della Questura come infondata. Il giudice Armando Spataro, a proposito degli assassini, disse: "Non potevano essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro. Le prime indagini si erano mosse proprio in questa direzione ma ben presto mi accorsi che era un omicidio politico, dove la costruzione del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o nulla". Un omicidio politico, dunque; un messaggio lanciato alla sinistra extraparlamentare, per scatenare la tensione a Milano (a cominciare da un quartiere storicamente fertile per la sinistra), magari per innescare una spirale di ritorsioni.
Mauro Brutto, un giovane cronista dell'Unità, sarà tra i primi a cercare di fare luce sulla morte di Fausto e Iaio. Finirà ucciso il 25 novembre 1978, investito da un'auto pirata. Un incidente la cui strana dinamica fa pensare all'incidente "costruito". E anche in questo caso, come per l'omicidio dei due ragazzi, possiamo parlare di uno schema che può essere messo in atto solo da organizzazioni che vantino spietatezza e struttura professionale.

Siamo ormai prossimi al ventottesimo anniversario della morte di Fausto e Iaio. Abbiamo incontrato Maria Iannucci (sorella di Iaio) e Danila Angeli (madre di Fausto), per parlare delle iniziative programmate per l'anniversario, della situazione del Leoncavallo, ma soprattutto del senso della memoria e del loro mai cessato impegno.

***

Intervista con Maria Ianucci - Milano, 18 febbraio 2006

In passato ho scritto alcuni articoli circa le tesi revisioniste sulla resistenza italiana e sul ventennio fascista. Purtroppo la "moda" di rivisitare la storia con interpretazioni di comodo non incide solo sull'epoca fascista, ma pure sugli anni 60/70, con atteggiamenti che vorrebbero spacciare per "pacificazione" una rilettura annacquata di quegli anni, nel tentativo di sostenere che tutti (a destra e a sinistra) furono "ugualmente" violenti, tutti hanno "ugualmente" sbagliato... In questa ottica, a mio avviso sbagliatissima, per te cosa vuol dire ricordare oggi il 18 marzo 1978?

Maria Iannucci:
Io non ho la pretesa di fare analisi politiche approfondite, ma so di aver vissuto un periodo intensissimo, da studentessa prima e da disoccupata poi: gli anni '70 e i primissimi anni '80. So cosa e come hanno vissuto i giovani in quel periodo; per questo mi sforzo di fare un paragone con i giovani d'oggi. La gente della nostra età riesce, seppur con fatica, a distinguere tra verità, verità di comodo e mistificazioni della verità; e riesce pure a fare valutazioni non solo sui fatti, ma a giudicare il modo in cui questi vengono utilizzati. Secondo me ricordare ciò che è accaduto ha come primo obbiettivo il fare chiarezza in questa confusione mistificante; e questo serve proprio per dare ai giovani gli strumenti per capire. Si dice che i giovani d'oggi hanno le idee confuse su quegli anni, che ritengono le stragi di piazza Fontana o piazza Della Loggia opera delle BR: la confusione esiste, è vero, ma esiste perché nei giovani mancano gli strumenti per formarsi un'autonoma e completa visione di quei fatti, per capire anni che loro non hanno vissuto e vedono già come "episodi di storia".
Per gente come noi (e non parlo solo di me o di Danila, ma in generale della nostra generazione) vedere questa confusione, questa scarsa informazione nelle nuove leve, genera un peso ulteriore: il dovere di fare chiarezza di fronte a tentativi di mistificazione che vanno a deformare e appiattire la realtà di quegli anni. Tempo fa si è parlato molto di una puntata di Blu Notte, programma di Lucarelli, imperniata sugli anni '70. Anche in quel programma, che pure aveva aspetti positivi, è passato un messaggio che potremmo riassumere così: "negli anni '70 abbiamo vissuto una specie di guerra civile in cui morire da una parte o dall'altra era uguale, perché uguale era la violenza". Ecco perché dico che con messaggi del genere, più che di pacificazione possiamo parlare di appiattimento della realtà. E' una cosa, oltre che difficile da sradicare, molto pericolosa. Io sono convinta che l'odio non aiuterà mai ad arrivare alla verità, e non mi sono mai mossa sotto questa spinta. Se sono ancora qui a chiedere verità e giustizia per quegli anni non è certo per rivangare l'odio, ma perché verità e giustizia servono a creare le condizioni affinchè queste cose non succedano più: come vedi si tratta di una spinta ideale molto distante dall'odio. Per questo dico che una pacificazione basata sulla menzogna non è "vera" pacificazione, non serve a nulla.
A questo proposito vorrei fare un inciso. Se parliamo di verità storica noi, come familiari di Fausto e Iaio, abbiamo ottenuto un piccolo ma importante riconoscimento: Fausto e Iaio, un anno dopo l'archiviazione del novembre 2000, sono stati dichiarati vittime del terrorismo, rientrando nella Legge 480 (una disposizione che riconosce un risarcimento ai familiari delle vittime delle stragi o di episodi di terrorismo). Ma il punto non sta certo nel risarcimento, quanto nel riconoscimento storico. "Vittime del terrorismo" vuol dire far cadere tutti quei discorsi (omicidio per "opposti estremismi", per delinquenza comune ecc) che erano nati in quegli anni: vuol dire riscattare perlomeno la loro figura da chi tentò di infangarne la memoria. E per questo riconoscimento devo ringraziare Paolo Bolognesi (Presidente della "Unione familiari vittime per stragi") e Paolo Cento, autore di un'interpellanza parlamentare.

Volevo spingerti a sviluppare la riflessione sul rapporto con l'attuale generazione. Tu hai preso contatto con questi giovani e hai visto che la differenza non sta nella voglia di apprendere (ed in questo concordo con te), ma negli strumenti a loro disposizione per sviluppare questa conoscenza. Anch'io penso che il problema stia nel sapere già "acquisito e sedimentato": mi sembra che una volta questa stratificazione del sapere fosse più solida, mentre oggi questi ragazzi spesso hanno le migliori intenzioni, ma partono da zero (e non per colpa loro).

M.I.:
Sono d'accordo: io non credo che i giovani oggi siano disinteressati a queste tematiche; semplicemente gli mancano gli strumenti per formarsi una coscienza su quei fatti. Io l'anno scorso ho partecipato alle iniziative organizzate dal Liceo Artistico Brera (dove andava Fausto): il reading di Daniele Biacchessi, la musica degli anni '70... Ho visto molta partecipazione e molta voglia di capire, da parte di quei giovani. Ed è stato bello vedere questi ragazzi, della stessa età che avevano Fausto e Iaio 28 anni fa) assieme a noi (oggi loro genitori, un tempo familiari o amici di mio fratello e di Fausto): una sorta di ideale passaggio del testimone.
Insomma, non è assolutamente vero che i giovani d'oggi hanno meno voglia di impegnarsi; è invece vero che hanno meno coscienza di "quel che è stato", rispetto alla nostra generazione, e questo crea molto disorientamento. Anche perché loro (giustamente!) vogliono costruire un loro modo di essere e un proprio bagaglio di esperienze, e non attingere semplicemente al patrimonio di una generazione passata. Sicuramente su questa lacuna incide anche il vuoto lasciato dalla mancanza di ideologie strutturate: gli studenti politicizzati sono sempre meno, e generalmente se lo sono è perché hanno alle spalle genitori che li hanno sensibilizzati. In generale penso di poter dire che la voglia di esserci e di partecipare c'è, ma all'interno di un orizzonte più limitato. Per intenderci, contro la riforma Moratti la mobilitazione c'è stata, vasta e organizzata...

Tu pensi che tutto questo sia dovuto (perlomeno in parte) anche a mancanze nostre? Intendo dire che prima parlavo di una cultura "sedimentata" in noi, ma noi avevamo alle spalle la generazione della resistenza partigiana, che ci aveva trasmesso un patrimonio di idee. Anche noi, poi, abbiamo visto e vissuto pagine fondamentali della storia, ma non abbiamo saputo trasmettere il nostro vissuto.

M.I.:
Credo di sì; è difficile addentrarsi in analisi sociologiche, ma è indubbio che è stata anche "colpa" nostra. A nostra discolpa, però, qualcosa da dire c'è: è indubbio che abbiamo vissuto anni intensi, ma poi sono arrivati gli '80, con il riflusso e quel che segue. E noi, a fatica, ci siamo dovuti inserire nella società proprio quando si rimetteva in discussione quel patrimonio culturale che per noi aveva significato tanto... Oggi la situazione è ancora diversa. Tu parlavi di "sedimentazione" del sapere, ed è correttissimo, ma per restare al tuo esempio possiamo dire che in seguito è arrivata un'ondata che ha fatto tabula rasa di quei valori. A quel punto, cosa è rimasto? I giovani d'oggi su quale base potevano costruire una propria identità collettiva?
Io posso dirti che a me l'ideologia politica è servita anche per affrontare le difficoltà della vita, e sento che i ragazzi di oggi non hanno questa base. Per questo bisogna faticare per trovare gli strumenti giusti per stabilire un contatto. Come ti dicevo, io ho vissuto una bella esperienza l'anno scorso, nell'ambito delle iniziative organizzate per ricordare Fausto e Iaio al Liceo Brera: Biacchessi, col suo reading teatrale è riuscito proprio a trovare uno dei modi "giusti" per azzerare le distanze, a livello di comunicazione, tra la nostra generazione e quei ragazzi, che vidi interessatissimi allo spettacolo.

Nelle vicende che ho trattato mi sono spesso trovato a parlare di "due livelli" di verità (giudiziaria e storica). La verità storica l'abbiamo parzialmente affrontata nelle prime domande; sul piano giudiziario, sono possibili nuove iniziative per riportare la vicenda nell'aula di un tribunale (nuovi processi ecc.)?

M.I.:
E' giusto sottolineare la differenza tra verità storica e verità giudiziaria. Così come è corretto sottolineare la differenza tra memoria e semplice commemorazione. Direi che Reti-Invisibili (nota: http://www.reti-invisibili.net) è importante proprio sotto questo aspetto, nel senso che ci ha aiutato ad andare al di là della semplice commemorazione, oltre che a non farci sentire soli. Dico questo proprio per collegarmi alla tua domanda: noi, come "Associazione familiari ed amici di Fausto e Iaio" e come "mamme antifasciste del Leoncavallo", abbiamo vissuto periodi davvero duri, sotto questo punto di vista. Parlo degli anni in cui andavamo ad elemosinare giustizia al tribunale ogni 18 marzo. Ogni anno, la stessa storia: prima in via Mancinelli, poi a Palazzo di Giustizia a dire "ci siamo ancora"... Oggi è diverso: ritrovarsi e ricompattarsi con chi ha lo stesso tipo di ideali e lo stesso tipo di problemi è stato davvero molto importante.
Tornando allo specifico della tua domanda sulle possibili novità processuali: non ti nascondo che dopo l'archiviazione del 2000 non avevamo più speranze. Fino a quando, pochi mesi fa, l'avvocato Mariani (legale di parte civile di Danila Angeli) ha trovato uno spiraglio, in seguito all'estradizione di Pasquale Belsito (nota: vedi http://www.reti-invisibili.net/faustoeiaio/articles/art_4259.html). E' una speranza che dovrebbe portare alla riapertura del fascicolo giudiziario.

Una domanda che ho fatto spesso: per la tua storia personale mi sembra naturale che tu ti definisca "antifascista": quale è il significato del tuo antifascismo oggi?

M.I.:
Innanzitutto significa: combattere il discorso di "questa" pacificazione, come giustamente dicevi anche tu prima. Saper distinguere i "valori" della destra, anche quando si presentano camuffati e "presentabili", come in questo periodo. Oggi la destra è al potere; si sono evoluti e si sono introdotti nella società in modo subdolo, ma il loro progetto politico è sempre quello, anche se i modi proposti per realizzarlo sono più ambigui (e questo rende più difficile l'opera di contrasto). Basta vedere le leggi sulle droghe, sull'immigrazione, sulla legittima difesa, solo per fare qualche esempio. Penso sia importante sottolineare la pericolosità di questa violenza sottile e strisciante, proprio perché per la sua natura ambigua non è semplice riconoscerla da subito.
Ecco, direi che essere antifascista oggi vuol dire combattere la mistificazione della realtà; per fare un esempio banale: rendersi conto che Berlusconi non è "democratico" solo perché lascia fare satira sulle reti Mediaset...

Una domanda più d'attualità e solo apparentemente fuori contesto... Dico "apparentemente" perché la vicenda di Fausto e Iaio si intreccia con la storia del Leoncavallo: cosa mi puoi dire circa le prospettive del Leoncavallo, da anni sotto la perenne minaccia dello sgombero?

M.I.:
Il Leoncavallo non è solo una realtà, ma un simbolo. Ed è da difendere sia in quanto realtà, sia in quanto simbolo...
Penso che siamo arrivati davvero al momento cruciale, anche perché il periodo politico è particolare (in imminenza di elezioni) e costringerà un po' tutti a schierarsi, in un senso o nell'altro. Certi segnali sono sicuramente positivi. Recentemente anche Ferrante ha parlato del Leoncavallo come di una realtà sociale da conservare e difendere; la provincia di Milano già in passato si era mossa, e anche nell'immediato futuro sembra sensibile (ha preso in considerazione un progetto del Centro di documentazione che si intitolerà proprio a Fausto e Iaio).
Nonostante questo non so dirti se sono ottimista. Posso solo confermare che sarebbe importante se il Leoncavallo rimanesse lì, senza essere costretto a traslocare dalla sede storica. Certo, ci sono anche problemi squisitamente logistici: l'attuale sede è molto grande e non è semplice da gestire, e questo rappresenta un punto debole nella trattativa (nel senso che la sopravvivenza si gioca non solo sul piano degli ideali, ma pure sul piano pratico).
Insomma, la partita è ancora aperta. Io so che i ragazzi del centro vorrebbero rimanere lì, nella sede storica, e questo, ripeto, è anche il mio auspicio. Ma siamo sotto elezioni, e questo potrebbe portare a sviluppi imprevedibili.

Mi sembra doveroso parlare delle iniziative che avete in programma in occasione dell'ormai prossimo anniversario della morte di Fausto e Iaio.

M.I.:
Le iniziative sono ancora in via di definizione. Sicuramente nei prossimi giorni ci saranno notizie più dettagliate sul sito del Leoncavallo (nota: http://www.leoncavallo.org/). Sicuramente organizzeremo un momento di ritrovo in via Mancinelli e un concerto.
Anche quest'anno alle iniziative del centro sociale si uniranno quelle del Liceo Artistico Brera, col supporto della Provincia di Milano. Quest'anno hanno proposto un percorso che si collega con quanto dicevamo all'inizio, sull'esigenza di dare ai ragazzi gli strumenti per capire quel periodo che va da Piazza Fontana e porta al 18 marzo 1978. Ci sono diverse idee in ballo: la digitalizzazione della mostra realizzata pochi mesi dopo la morte di Fausto e Iaio, la ristampa del libro "Che idea morire di marzo", la proiezione del nuovo video di Osvaldo Verri, "Che idea nascere di marzo"...

So che ti costa molto umanamente, ma vorrei chiudere questa intervista con un ricordo di tuo fratello.

M.I.:
Io e mio fratello viaggiavamo insieme, a livello di esperienze e frequentazioni; il Leoncavallo, Parco Lambro, gli amici in comune... Però m'è rimasto sempre il rimpianto di non aver mai fatto davvero qualcosa con lui. Vivevamo nello stesso ambiente, ma per questioni d'età io, di due anni più grande, tenevo già molto alla mia indipendenza e al vivere le mie esperienze senza "il fratellino che mi seguiva"... A volte mi è capitato d'incontrare amici che mi raccontano episodi bellissimi su mio fratello, e io m'accorgo di non aver condiviso con lui quei momenti.
Ricordo che ci ritrovavamo la sera. Poco prima che lui venisse ucciso, io stavo già progettando di andare a vivere da sola, e lui voleva venire a stare da me: era normale, perché i sogni e le esigenze erano comuni a entrambi. Io e mio fratello, nonostante la nostra realtà (che era dura: la realtà di proletari, di chi non ha molto e deve faticare per costruirsi un futuro), eravamo uniti da questo senso di appartenenza ad un'esistenza comune, che ci arricchiva.
Ho il ricordo di mio fratello che scrocca le sigarette (lui non ne aveva mai...) e tutti col sorriso gliele davano, perché aveva il modo giusto di rapportarsi con gli altri. Noi eravamo molto radicati nel quartiere. Non voglio adesso idealizzarti la situazione dipingendoti come un idillio il quartiere o il centro sociale, ma ti assicuro che ancora oggi vado al Casoretto e sento questa sensazione di appartenenza.
L'uccisione di Fausto e Iaio è stata una cosa enorme anche per questo: loro erano due ragazzi molto noti nella zona, perfettamente calati in quella realtà. E io sono sempre stata convinta che il senso del loro omicidio sia stato proprio questo: hanno colpito loro due non perché avessero scoperto chissà cosa circa il traffico di droga, ma perché volevano colpire due ragazzi in cui gli altri potevano identificarsi. Volevano distruggere qualcosa di più grosso che stava nascendo.

***

intervento di Danila Angeli

Fausto e Iaio sono stati assassinati il 18 marzo 1978 a Milano, da un commando fascista su commissione, venuto appositamente da Roma. Ora sono passati 28 anni, di attesa e di dolore... Da quel maledetto giorno la mia vita è cambiata, e tutto il dolore e la rabbia che sono dentro di me mi stanno consumando giorno per giorno.
Giustizia non è stata fatta. Ma io penso che la verità noi la sappiamo; abbiamo avuto molto tempo per capire, ma anche questa "nostra verità" appartiene ad una verità storica generale, mentre la voglia di giustizia ti rimane dentro.
Dentro di me ci sono pure i bei ricordi che ho di mio figlio, perché era una persona speciale... Prima di tutto ricordo la sua onestà, il suo altruismo, il suo rispetto, l'amore che portava verso gli animali, la natura, lo studio, la musica... Io di mio figlio sono sempre andata fiera...
Io oggi vivo il mio antifascismo come l'ho sempre vissuto e interpretato: come un ideale di libertà, onestà, rispetto e giustizia. Tutto questo me l'ha insegnato mio padre.
Sull'idea di perdono e di "pacificazione" mi sento di dire questo: sono sentimenti che possono essere concessi a chi commette uno sbaglio, non a dei killers che ammazzano "per mestiere", che quando passano davanti ad una lapide si fanno una bella risata (di cui loro conoscono "il perché"), e che si sentono ben protetti.
Per loro, nessun perdono, da parte mia; solo compassione per le loro madri.
Io il 18 marzo lo vivo ogni giorno, come una spina che ho nel cuore e nella mente...

La madre di Fausto
Danila Angeli

da reti-invisibili.net

Bombe a Benghazi


da FortressEurope
Viaggio a Benghazi, 17 marzo 2011
Il cratere è largo tre metri e tutto intorno la pista è cosparsa di pietre. Poco distante, quel che resta della carlinga di un aereo civile continua a bruciare. In mezzo al fumo nero si riesce ancora a leggere distintamente Air Libya. È quel che resta dell'aereo colpito dalle bombe di Gheddafi, sganciate questa mattina sull'aeroporto internazionale di Benina, a 20 chilometri dalla città di Benghazi. Proprio così, mentre a Washington il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite discuteva la risoluzione sulla no fly zone, il Colonnello ha ordinato di bombardare Benghazi. È il secondo bombardamento in due giorni. Mercoledì mattina un aereo aveva attaccato l'aeroporto mancando di poco il bersaglio. Oggi invece l'hanno preso in pieno. Anche perché stavolta di aerei ne hanno mandati tre. Tre vecchi Mirage che oltre a Benina hanno sganciato altre bombe sopra la caserma Muaskar 36, a sud di Benghazi, dove si trova un importante deposito di munizioni dell'armata popolare degli insorti. Fortunatamente non ci sono stati feriti né morti e la pista di decollo non sembra compromessa da quello che abbiamo potuto constatare di persona. La nostra visita all'aeroporto dura pochi minuti. Il colonnello Salah El Fituri infatti ci invita senza tante formalità a infilarci di nuovo in macchina e sgommare via prima che possa tornare l'aviazione del colonnello. Potrebbero attaccare di nuovo in qualsiasi momento. Prima di lasciare la zona del bombardamento però Marai mi chiede di fargli una foto. Noncurante del pericolo, mentre intorno la contraerea continua a sparare, si mette in posa dietro al cratere tenendo il kalashnikov in una mano mentre con l'altra fa il segno della vittoria. Ha i suoi buoni motivi per festeggiare Marai, perché due dei tre Mirage di Gheddafi che hanno bombardato la città, sono stati abbattuti. Ed è un bel colpo per il morale delle truppe. Per la prima volta infatti la contraerea degli insorti è riuscita a colpire il bersaglio. E per la prima volta ci sono le prove. Sono sparse in un campo coltivato nella campagna a sud di Benghazi, e sono i resti del Mirage abbattuto. Marai ci accompagna a vederli. Lui è uno dei volontari in armi dell'esercito popolare della rivoluzione libica. Ha 36 anni, indossa mimetica, bandana rossa e kalashnikov. Ma non fa parte dell'esercito. É un vecchio rigattiere improvvisato soldato per il bene della moglie e dei due bimbi di due anni e otto mesi, che lo aspettano a casa a Benina, a cinque minuti di macchina dall'aeroporto bombardato oggi da Gheddafi. Intorno all'aeroporto, si è creato uno strano ingorgo di macchine, che procedono a rilento lungo le stradine di campagna. Sono centinaia di ragazzi, venuti a vedere quel che resta del primo aereo abbattuto dell'aviazione di Gheddafi.

Marai mi spiega che è un Mirage. Per metà è esploso e bruciato. Del pilota non c'è nessuna traccia, anche perché la testa dell'aereo è completamente distrutta. Sulla coda qualcuno ha scritto con il fango “Gibu al tayara gibu hatta al dabbaba”, ovvero: “portate gli aerei e portate pure i carri armati”. Della serie: non abbiamo paura. Poco sopra invece hanno scritto con lo spray la data dell'abbattimento. 17.3.2011. Oggi è l'anniversario del primo mese della rivoluzione. I ragazzi fotografano con il cellulare l'aereo. E fanno a gara a smontare i pezzi di quello che resta, per portare con sé una qualche reliquia. Un pezzo del radiatore, la ruota, un tubo del telaio.

Probabilmente i tre aerei erano partiti da Sirte. Un altro sarebbe stato abbattuto, secondo l'armata degli insorti, nella zona di Ganfuda, a una cinquantina di chilometri da Benghazi. E il terzo sarebbe riuscito a fuggire indenne. Il bombardamento, secondo il colonnello El Fituri sarebbe la risposta all'attacco aereo sferrato in mattinata dagli insorti contro una colonna di carri armati che da Zilla stava raggiungendo il fronte di Ijdabiya, dove da tre giorni rivoluzionari e lealisti combattono per il controllo della città. Aerei che hanno misteriosamente iniziato a operare quattro giorni fa. All'inizio nessuno ci credeva. Ma oggi abbiamo personalmente visto in azione un elicottero, ci sono conferme dell'avvenuto bombardamento da parte degli insorti dell'aeroporto di Sirte e la conferma – fuori microfono – dataci da parte di un membro influente del consiglio nazionale temporaneo di Benghazi secondo cui alcuni Stati starebbero aiutando militarmente gli insorti, fornendo loro armamenti pesanti, munizioni e aiuto logistico. Un supporto senza il quale difficilmente avrebbero potuto fare arrivare le armi a Misratah, dove si è aperto un altro fronte, e bombardare le retrovie di Gheddafi a Ijdabiya, dove la situazione tre giorni fa sembrava irrimediabilmente compromessa.

Intanto da Ijdabiya arrivano anche oggi notizie drammatiche. Secondo testimoni oculari nell'ospedale della città si troverebbero in questo momento i corpi senza vita di almeno 22 ragazzi uccisi negli scontri con le truppe di Gheddafi, che nella notte di ieri avrebbero accerchiato la città su tre lati, appoggiati dagli incessanti e continui bombardamenti dell'aviazione del regime. A confermarcelo è il dottor Adil Eljamal, primario del reparto di terapia intensiva dell'ospedale di Jala, a Benghazi, dove negli ultimi tre giorni sono stati trasferiti decine di feriti dal fronte di Ijdabiya. Tutti feriti sotto i bombardamenti. Dieci di loro non ce l'hanno fatta. Il più piccolo è un bambino di quattro anni, ferito mortalmente alla testa dalla scheggia di una bomba esplosa vicino casa. Numeri che si aggiungono al macabro conteggio dei morti che in questo ospedale non è mai stato così alto. Soltanto nei primi cinque giorni della rivoluzione, tra il 17 e il 20 febbraio, qui si sono contati 250 morti durante gli scontri tra i ragazzi del movimento e le milizie di Gheddafi. Sono quei morti a ispirare ancora oggi i ragazzi che hanno preso le armi contro Gheddafi e che non vedono nessuna altra forma di resistenza pacifica al massacro ordinato dal Colonnello.

RESINA SONORA - MENUMALE



RESINA SONORA nasce con l’intento di realizzare un progetto che attraverso liriche rap, esponga alla gente tecniche musicali e testi basati sulle proprie esperienze quotidiane e artistiche.
Nel ’97, dopo diversi anni da solisti, JAKAL (Claudio Filograna), RIFLE (Jerry Bramato) e TONIO (Antonio Mastria G.) con DJ Cordella formano i FOTTUTI RANDAGI, gruppo che diede vita ad alcuni lavori molto validi ma mai conclusi per motivi tecnici e per la mancanza di uno studio adeguato alle loro esigenze e possibilità economiche. Dopo l’uscita del DJ, i tre rapper si ritrovano senza alcun produttore ma non per questo fermano la loro attività musicale, TONIO decide di creare un piccolo home-recording-studio la K.S.P. ( Kiavino Sound Produzioni ) dove comincia a prendere familiarità con le tecniche di registrazione. Successivamente si aggiunge alla crew un altro elemento , DJ DB ( Dario Blasi ) con cui il gruppo continua le sue produzioni.
Dopo alcuni mesi in studio i RESINA SONORA decidono di presentare un promo autoprodotto intitolato BUIO E LUCE, apprezzato largamente dal pubblico underground del Salento, che fece da anteprima all’intero album di 16 tracce SOGNI OSCURI. Questo tra il 2004 e il 2007 procurò al gruppo varie esibizioni live, fra le tante, come supporters agli Assalti Frontali, Après la classe, DJ Lord (Public Enemy), Club Dogo, Kiave (Migliori Colori), Lou X e Cuba Cabal, Babaman e vari sound della scena Salentina e Pugliese, partecipando tra l’altro al TECNICHE PERFETTE di Pisa, Vicenza e Brindisi.
Nell’estate 2007 inoltre vengono scelti per aprire il concerto del Gusto Dopa al Sole, esibendosi prima dei Colle der Fomento, Esa ( El Presidente ), Inoki, Assalti Frontali e Asian Dub Foundation.
Nello stesso periodo partecipano al Writer Master Beat di Taranto, piazzandosi al primo posto nella sfida tra gruppi di Puglia, Basilicata e Calabria con la hit MICROCHIP ESISTENZIALI che fa da apertura al nuovo disco attualmente in lavorazione. Il sound dei R.S. rimbalza tra vecchia e nuova scuola, dando forza a testi carichi di argomenti e liriche d’assalto.

SPINELLI NELLE CASE DI RIPOSO: MODERNE TERAPIE CONTRO DEMENZA E PARKINSON


di Domenico Ciardulli
Sembra fantasia ma è reale la notizia, proveniente da una casa di riposo di Kibbutz Naan (Israele), di anziani affetti da demenza e morbo di Parkinson curati con la marijuana a foglia grande (erez) . Canne terapeutiche che non solo sembrano fare miracoli per la salute dei nonnetti ricoverati ma costituiscono un risparmio enorme nel bilancio di spesa della casa di riposo rispetto ai tradizionali psicofarmaci. A Kibbutz Naan le case farmaceutiche, con i loro intrugli chimici, sono state messe all'angolo da dosi regolari di marijuana. Sembrano testimonianze religiose quelle di anziani che da anni non riuscivano più a farsi la barba da soli e che hanno ripreso a radersi gioiosamente, a muovere meglio le mani, le gambe e ad articolare bene le parole. Ma non si tratta di un bagno a Lourdes o di un pellegrinaggio al santuario di Compostela è solo l'effetto benefico su anziani malati di un ciclo di canne a base di marijuiana nella fumeria della casa di riposo.Una rivoluzione di tal genere nel nostro paese avrebbe effetti enormi sulla spesa sanitaria se pensiamo al volume di affari che si produce attraverso l'uso corrente, spesso troppo disinvolto di sedativi, antipsicotici, antidepressivi, neurolettici, antidolorifici, antitutto.... Non sono rari gli eccessi e gli effetti iatrogeni nelle case di cura, nelle residenze sanitarie assistite e nelle case di riposo. Sanitarizzazione di un anziano con demenza può significare l'immissione senza ritorno in un piano terapeutico, autorizzato dal presidio sanitario pubblico, che stabilizza e controlla le anomalie neurologiche e comportamentali attraverso "bombe chimiche".

Tutte medicine che a volte rappresentano la "giusta soluzione" (di comodo ndr) per chi assiste pazienti con demenza istituzionalizzati, ma non sempre rappresentano la giusta soluzione per il paziente in quanto persona. Non sono rari i tristi casi di cronaca di strutture sanitarie carenti, riguardo le classiche terapie riabilitative fisioterapiche e occupazionali, che invece brillano nel fare uso smodato di psicofarmaci per il controllo e la gestione dei ricoverati. Non solo si rischia di annichilire vitalità e creatività ma si rischia anche di danneggiare seriamente il fegato, sangue e sistema nervoso di persone con patologie preesistenti. Con queste riflessioni non si vuole di certo innalzare a modello esemplare la casa di riposo israeliana ma si può rilevare che l'esperienza innovativa di Kibbutz dovrebbe quantomeno schiodare dalla staticità le politiche sanitarie del nostro paese forse condizionate dalle multinazionali del farmaco.

Domenico Ciardulli da Reset-Italia

L'apocalisse è già qui


di Guido Viale
Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l'apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo - come sostengono più o meno tutti i media ufficiali - che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l'infrastruttura e l'organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall'infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte - e per lo più - moltiplicano quei danni, com'è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l'apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un'intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell'Europa, del Giappone, del mondo, che l'apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più "leggero": Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent'anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c'era da fidarsi allora? E c'è da fidarsi adesso?
Per chi non ha la possibilità o la voglia di sviluppare un pensiero critico e si lascia educare dai media, sono gli scienziati e i tecnici a poterci e doverci guidare lungo la frontiera dello sviluppo. I risultati di quella guida sono ora lì davanti ai nostri occhi. L'apocalisse ci rivela invece che sono gli artisti, con la loro sensibilità e il loro disinteresse, a instradarci verso la scoperta del futuro. Leggete Terra bruciata di James Ballard o, meglio ancora, La strada di Cormac McCarthy; o andate a vedere il film tratto da questo romanzo. Vi ritroverete immediatamente immersi in panorami che oggi le riprese televisive della costa nordorientale del Giappone ci mettono davanti agli occhi. E con McCarthy potrete rivivere anche il senso di abbandono, di terrore, di sconforto, di inanità che solo una irriducibile voglia di sopravvivere a qualunque costo e il fuoco di un legame affettivo indissolubile riesce a sconfiggere.
L'apocalisse ci rivela che la normalità - quella che ha contraddistinto la vita di molti di noi per molti degli anni passati, ma che non è stata certo vissuta dai miliardi di esseri umani che hanno fatto le spese del nostro "sviluppo" e del nostro finto "benessere" - è finita o sta per finire per sempre. È finita per il Giappone - e non solo per le popolazioni sommerse dallo tsunami - che ora deve fermare le sue fabbriche, sospendere le sue esportazioni, far viaggiare a singhiozzo i suoi treni, chiudere le pompe di benzina, spegnere le luci, bloccare tutti o quasi i suoi reattori nucleari; senza sapere con che cosa sostituirli e senza sapere se e quando potrà riprendersi da un colpo del genere (un destino simile a quello che potrebbe far piombare di colpo la Francia nelle condizioni di un paese "sottosviluppato" se solo le accadesse un incidente analogo). I tanti programmi di «rinascita del nucleare» varati negli ultimi anni - che sono la risposta più irresponsabile e criminale alla crisi economica mondiale - si rivelano una truffa: il tentativo di far credere che con l'atomo consumi, sviluppo ed "emersione" di paesi che annoverano miliardi di abitanti possano riprendere e continuare a crescere come prima. Tant'è che quei programmi stavano andando avanti - e forse verranno mantenuti ancora per un po' - soltanto nei paesi senza nemmeno la parvenza della democrazia (tra cui l'Italia). Ma adesso tutti, o quasi, si dovranno fermare.
Ma non saranno rose e fiori neanche per i paesi che viaggiano a petrolio, metano e carbone, come il nostro. Il Medio Oriente è in fiamme e se - o meglio, quando - crollerà il regno saudita, anche il petrolio arriverà con il contagocce. Soprattutto in Italia; ma anche in Europa. E allora addio sogni di gloria per l'industria automobilistica: non solo quelli di Marchionne (che sono un mero imbroglio), ma anche per quelli di tutta l'Europa. Per non parlare degli Stati Uniti: a giugno dovranno rinnovare una parte del loro debito, che è ben più serio e in bilico di quelli di tutti i paesi dell'Unione europea messi insieme; ma forse nessuno lo vorrà più comprare. Il che significa che un nuovo crack planetario è alle porte.
Insomma, niente sarà più come prima. Era già stato detto all'indomani dell'11 settembre; ma poi ciascuno ha continuato a fare quello che faceva prima. Comprese le guerre; compresa le speculazioni finanziarie e la reiterazione della crisi che essa si porta dietro; e che è stata invece trattata come «un incidente di percorso», da cui riprendere al più presto la strada di prima, discettando sui decimali di Pil che da un momento all'altro potrebbero invece precipitare di un quinto o di un terzo.
Quello che l'apocalisse dello tsunami in Giappone ci rivela è la "normalità" di domani. L'apocalisse è già tra noi, in quello che facciamo tutti i giorni e soprattutto in quello che non facciamo. Dobbiamo imparare ad attraversare e a vivere dentro un panorama devastato, dove niente o quasi funziona più: non solo per il crollo o il degrado delle sue strutture fisiche; o per l'intasamento della loro "capacità di carico"; ma anche e soprattutto per la manomissione delle linee di comando, per la paralisi delle strutture organizzate, per la dissoluzione dello spirito pubblico calpestato dalle menzogne e dall'ipocrisia di chi comanda.
Volenti o nolenti saremo obbligati a cambiare il nostro modo di pensare e dovremo studiare come riorganizzare le nostre vite in termini di una maggiore sobrietà; e in modo che non dipendano più dai grandi impianti, dalle grandi strutture, dalle grandi reti, dai grandi capitali, dalle grandi corporation che li controllano e dalle organizzazioni statali e sovrastatali che ne sono controllate: tutte cose che possono venir meno, o cambiare improvvisamente aspetto dall'oggi al domani.
Dobbiamo adoperarci per mettere a punto strumenti di autogoverno a livello territoriale, in un raggio di azione che sia alla portata di ciascuno, in modo da avvicinare le risorse fisiche alle sedi della loro trasformazione e queste ai mercati del loro consumo e alle vie del loro recupero: perché solo di lì si può partire per costruire delle reti sufficientemente ampie e flessibili che siano in grado di far fronte a una improvvisa crisi energetica, alle molte facce della crisi ambientale, a una nuova crisi finanziaria che è alle porte, al disfacimento del tessuto economico e alla crisi occupazionale che si aggrava di giorno in giorno; e persino a una crisi alimentare che potrebbe farsi improvvisamente sentire anche in un paese del "prospero" Occidente. Le fonti rinnovabili, l'efficienza e il risparmio energetici, il riciclo totale dei nostri scarti, un'agricoltura a chilometri zero, la salvaguardia e il riassetto del nostro territorio, ma soprattutto uno stile di vita più sobrio e restituito alla socievolezza sono i cardini e la base materiale di una svolta del genere. Va bene tutto ciò che va in questa direzione; anche le piccole cose. Va male tutto ciò che vi si oppone: soprattutto la rinuncia a un pensiero radicale.

da GlobalProject e da il Manifesto del 17 marzo 2011

mercoledì 16 marzo 2011

DAX UCCISO DAI FASCISTI IL 16 MARZO 2003. DAX VIVE NELLA LOTTA!!!!









La Lega nord e le leggi razziali


di Marco Barone
In questi giorni piovono provocazioni di varia natura.Vedi le dichiarazioni della Gelmini contro la categoria docente ed Ata, vedi l’insistere sul nucleare senza prospettar rispetto alcuno per i morti presenti e futuri del Giappone, e vedi specialmente le continue dichiarazioni della Lega Nord.
In un comunicato pubblicato sul sito della Lega Nord di Trieste si legge che….
E’ ora di smetterla con le strumentalizzazioni di un partito come quello di Fini sulla bandiera e sull’inno nazionale. Sempre nei confronti della Lega, unico vero partito del nord. Ieri ho dato indicazione di uscire dall’aula del Consiglio per evitare scontri, oggi, letto il giornale, sono costretto a dire ciò che penso. Come può festeggiare il 150° un partito i cui uomini votati dal centro destra hanno tentato e tuttora tentano di far cadere il governo proprio nell’anno del 150°. Con chi intende festeggiare questo evento un partito che continua a sfavorire gli italiani cercando di destinare quelle poche risorse disponibili agli stranieri ultimi arrivati. Come può sventolare la bandiera italiana e cantare l’inno nazionale un partito come il F.L.I. che in Consiglio comunale ha votato no al tetto degli stranieri nelle scuole comunali e no alla precedenza agli italiani nei servizi sociali ? Maurizio Ferrara - capogruppo Lega Nord
Tale comunicato si chiude con un chiaro punto interrogativo.
Ora la domanda la pongo io.
Come è possibile che in questo paese, che ha vissuto, patito, sofferto e debellato il fascismo, si permetta a forze politiche come la Lega Nord, Casapound, Forza Nuova, giusto per citarne alcune, legittimazione politica ed istituzionale?Come si conciliano i programmi separatisti,i richiami alla carta di Verona, alla legislazione fascista sul lavoro, che caratterizzano alcune forze politiche di questo paese con la Carta Costituzionale? O Con le DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI titolo XII dove si esplica che È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista?
Per rinfrescar la memoria perduta il Gran Consiglio del Fascismo stabiliva ad esempio
a) il divieto di matrimoni di italiani e italiane con elementi appartenenti alle razze camita, semita e altre razze non ariane;
b) il divieto per i dipendenti dello Stato e da Enti pubblici – personale civile e militare – di contrarre matrimonio con donne straniere di qualsiasi razza;
c) il matrimonio di italiani e italiane con stranieri, anche di razze ariane, dovrà avere il preventivo consenso del Ministero dell’Interno;
d) dovranno essere rafforzate le misure contro chi attenta al prestigio della razza nei territori dell’Impero
Mentre il .“REGIO DECRETO – LEGGE 5 settembre 1938 – XVI, n. 1390″ Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista VITTORIO EMANUELE III PER GRAZIA DI DIO E PER LA VOLONTÀ DELLA NAZIONE RE D’ITALIA IMPERATORE D’ETIOPIA stabilica che :
Art. 1. All’ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere ammesse persone di razza ebraica, anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto; nè potranno essere ammesse all’assistentato universitario, nè al conseguimento dell’abilitazione alla libera docenza.
Art. 2. Alle scuole di qualsiasi ordine e grado, ai cui studi sia riconosciuto effetto legale, non potranno essere iscritti alunni di razza ebraica.

Art. 3. A datare dal 16 ottobre 1938-XVI tutti gli insegnanti di razza ebraica che appartengano ai ruoli per le scuole di cui al precedente art. 1, saranno sospesi dal servizio; sono a tal fine equiparati al personale insegnante i presidi e direttori delle scuole anzidette, gli aiuti e assistenti universitari, il personale di vigilanza delle scuole elementari. Analogamente i liberi docenti di razza ebraica saranno sospesi dall’esercizio della libera docenza.

Art. 4. I membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti, cesseranno di far parte delle dette istituzioni a datare dal 16 ottobre 1938-XVI.

Art. 5. In deroga al precedente art. 2 potranno in via transitoria essere ammessi a proseguire gli studi universitari studenti di razza ebraica, già iscritti a istituti di istruzione superiore nei passati anni accademici.

Art. 6. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.

Art. 7. Il presente decreto-legge, che entrerà in vigore alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del Regno, sarà presentato al Parlamento per la sua conversione in legge. Il Ministro per l’educazione nazionale è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge.

Cosa vogliono i leghisti? Proporre nuove leggi razziali fasciste?
Vogliono il fascismo?
Ed allora mi chiedo perchè queste forze politiche antidemocratiche e con principi e valori contrastanti con la Costituzione ancora vigente, trovano legittimazione istituzionale e legale?
La lega nord è stata sottovalutata per anni ed anni, ed ora hanno un potere così consolidato che sono in grado di determinare le sorti presenti e future di un Governo.
Ma la cosa più preoccupante è che rappresentano anche un sentimento diffuso sul territorio nazionale.
Campagne mediatiche continue ed orribilanti, il creare sentimento di insicurezza, di allarmismo, di precarietà esistenziale e lavorativa, il dividere, ha uno scopo ben preciso.
Riproporre il fascismo.
Credo che deve essere valutata la possibilità e la contestuale necessità di proporre iniziativa popolare per chiedere lo scioglimento di partiti come quello della Lega Nord, Casapound, Forza nuova.
Non è democrazia richiamarsi a principi fascisti, non è democrazia invocare le armi per distruggere l’unità dello Stato Italiano.
Questa democrazia per quanto mal funzionante, è figlia di un qualcosa che è costata la vita, sofferenze enormi a milioni di persone.
Quel qualcosa di meschino, schifoso era il fascismo.
La legge n. 645 20 giugno 1952, anche detta legge Scelba, all’art. 4 sancisce il reato di apologia del fascismo. Un reato commesso da chiunque faccia propaganda per la costituzione di una associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure da chiunque pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche

da Reset-Italia

LOU REED - PERFECT DAY



LOU REED - PERFECT DAY

Just a perfect day
drink Sangria in the park
And then later
when it gets dark, we go home

Just a perfect day
feed animals in the zoo
Then later
a movie, too, and then home

Oh, it's such a perfect day
I'm glad I spend it with you
Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on
You just keep me hanging on

Just a perfect day
problems all left alone
Weekenders on our own
it's such fun

Just a perfect day
you made me forget myself
I thought I was
someone else, someone good

Oh, it's such a perfect day
I'm glad I spent it with you
Oh, such a perfect day
You just keep me hanging on
You just keep me hanging on

You're going to reap just what you sow [x4]

LOU REED - GIORNO PERFETTO

Solo un giorno perfetto
Bevendo sangria nel parco
E poi, più tardi
Quando fa buio, andiamo a casa

Solo un giorno perfetto
dare da mangiare agli animali allo zoo
E poi, più tardi
un film, e poi casa

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Solo un giorno perfetto
I problemi sono lasciati soli
Turisti per conto nostro
E' così divertente

Solo un giorno perfetto
Mi hai fatto dimenticare me stesso
Pensavo di essere qualcun altro,
qualcuno valido

Oh, è talmente un giorno perfetto
Sono contento di averlo passato con te
Oh, è talmente un giorno perfetto
Tu mi fai resistere e andare avanti
Tu mi fai resistere

Raccoglierai ciò che hai seminato (x 2)

martedì 15 marzo 2011

Mashreq va alla guerra


da FortressEurope
Mashreq ha 20 anni e non ha mai stretto prima un fucile tra le mani. Ma non c'è problema. È venuto qui apposta per imparare, insieme agli altri “volontari”, come li chiamano. Arrivano a Benghazi ogni giorno, da tutte le città della Cirenaica, per arruolarsi e difendere la popolazione dalla violenta repressione scatenata dalla famiglia Gheddafi. Funziona che chi ha un'arma e sa usarla va direttamente al fronte in macchina, per gli altri c'è una specie di centro di addestramento in città, dove imparare i rudimenti delle armi da fuoco. Perché i militari in servizio sono troppo pochi. I corsi si tengono all'aperto, nel piazzale della caserma “7 aprile”, rinominata per l'occasione “base dei martiri”. Stamattina c'erano almeno 500 ragazzi. C'è il gruppo della contraerea, quello dei lanciarazzi, ma anche quello più elementare dove si insegna a sparare con i vecchi kalashnikov del malridotto esercito libico della Cirenaica. Perché si parte proprio dall'abc. Ragazzi come Mashreq infatti non hanno la più pallida idea di cosa li aspetti al fronte.

Lui fino al mese scorso era un comune studente di informatica. All'inizio nemmeno tanto coinvolto nel movimento del 17 febbraio. Fin quando negli scontri di Ras Lanuf della settimana scorsa ha perso uno dei suoi migliori amici e ha deciso di arruolarsi. Dietro di lui, in fila indiana davanti all'ingresso del campo di addestramento, incontriamo i suoi compagni di corso dell'università, Mahmud Adrira e Younes, di 21 e 20 anni, e i loro amici Monsif e Jamal, che di anni ne hanno appena 17. Sono fieri e coraggiosi, anche se i più sinceri non nascondono la paura. Perché intanto dal fronte arrivano pessime notizie.

Oggi Zuwarah, alla frontiera con la Tunisia, è stata bombardata. Si parla al momento di almeno sette feriti e un morto, Sama 'Azzabi, conosciuto come un attivista della città. La notizia mi è arrivata per telefono da un attivista di Tripoli che mi ha chiamato dalle montagne di Nalut, una regione liberata a sud di Tripoli, dove si sono rifugiati molti libici scappati dalla capitale.

Mentre ancora non è chiaro il destino della cittadina di Brega e della sua preziosa raffineria. Domenica sera anche il generale Abdelfattah Younis, l'ex ministro dell'interno passato con gli insorti, aveva ammesso la disfatta, ma oggi si rincorrono voci di un contrattacco che avrebbe portato alla sua riconquista da parte dei ribelli. Ad ogni modo il fronte è destinato a spostarsi sempre più vicino alla città di Ijdabiya, che da Benghazi dista soltanto 150 km e che oggi ha ricevuto un primo avvertimento, con un bombardamento alle porte della città che fortunatamente non ha fatto nessuna vittima. L'importanza strategica di Ijdabiya deriva dal fatto che da lì partono tre importanti strade che se dovesse cadere la città, permetterebbero alle forze di Gheddafi di aggirare Benghazi da est verso Tobruk, e cingerla d'assedio. Mentre Benghazi si prepara alla guerra però, chi conosce meglio Gheddafi invita alla calma. Kamal Mussa è uno di loro.

Lui a Benghazi è il responsabile delle evacuazioni degli stranieri. Prima della rivoluzione faceva il commerciante, a Ginevra, in Svizzera. Ma di politica si occupa dai tempi dei movimenti studenteschi del 1977, quelli finiti con gli studenti di Benghazi impiccati in piazza per intendersi. Per la sua attività politica è già finito in carcere una volta, nel 1996. Ma oggi non ha più paura di parlare a volto scoperto e scommette sulla imminente fine del Colonnello. Secondo lui le milizie di Gheddafi sono sicuramente superiori sul terreno aperto, fondamentalmente perché dispongono dell'artiglieria pesante e dell'aviazione. Ma quelle stesse forze sono insufficienti - sostiene – per affrontare una guerriglia urbana in una città di 100.000 abitanti come Ijdabiya, e tantomeno in una città di un milione di abitanti come Benghazi.

A maggior ragione vista la determinazione e la passione dei giovani insorti. È un'intera generazione che per una volta ha voglia di vincere. Di piegare la storia al proprio volere. Con la stessa forza di quella ruspa che oggi ha sfondato il muro della vecchia base delle milizie di Gheddafi, la Katiba, nel cuore di Benghazi. Al tramonto, del vecchio muro di cinta non restavano che i tondini d'acciaio del cemento armato annodati tra le macerie venute giù. Sui blocchi lasciati in piedi all'ingresso della caserma, restano soltanto i poster con le foto dei martiri e gli slogan della rivoluzione scritti con lo spray. È una vera e propria profanazione dei luoghi della dittatura, che il regime cerca di censurare in tutti i modi.

Mms e sms non funzionano, a parte il messaggino pro governativo spedito oggi dalla compagnia Libyana a tutti i suoi clienti con su scritto “Viva la Libia unita e sicura”. I telefonini prendono male. E soprattutto internet è completamente fuori uso da settimane. Le uniche connessioni sono quelle satellitari degli alberghi della stampa a Benghazi. Ma la gente non ha accesso alla rete. Non può caricare i video su facebook e farli circolare da una città all'altra, per incoraggiarsi l'un l'altro e per organizzare in tempo reale le manifestazioni. L'unico mezzo di condivisione è il bluetooth dei telefonini, ma è troppo lento per una comunicazione di massa. Così a Tripoli sono in pochi a sapere cosa stia succedendo davvero a Benghazi e la paura continua a tenere in stallo la popolazione della capitale.

Gli amici di Tripoli confermano questa mia impressione. Sono tornati oggi in città dalle montagne di Nalut. Dicono che in città è stato schierato un dispositivo securitario impressionante. Ci sono agenti delle forze di sicurezza dappertutto. E dopo la strage di due settimane fa, la gente è semplicemente terrorizzata. Anche perché gli arresti degli attivisti stanno continuando. Anche se poi nel quartiere popolare di Abu Selim al contrario molti abitanti si sono schierati a favore di Gheddafi. Secondo i miei amici attivisti di Tripoli, si tratterebbe di ragazzi poveri, che sarebbero stati ben pagati per scandire gli slogan cari al colonnello. Ma allo stesso tempo non ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ogni regime ha i suoi sostenitori, e anche quello di Gheddafi ne ha di sinceri. Sono pochi ma sono dappertutto, anche dove meno te lo aspetti. Ad esempio in mezzo ai ragazzi della rivoluzione di Benghazi.

Da quando sono arrivato ho sempre immaginato che nella piazza del tribunale di Benghazi ci fosse qualche spia. Ma non avrei mai pensato che parlasse italiano. Mohamed invece lo parla molto bene. E dire che ha vissuto in Italia soltanto due anni, a Avezzano , in Abruzzo, dove ha lavorato come cameriere al Gran Caffè. Oltre all'italiano parla anche inglese e ungherese. Ripete a memoria le battute del discorso di Gheddafi: “I manifestanti sono drogati, avanzi di galera e puttane. Non c'è più sicurezza nel paese, hanno ucciso troppa gente. Anche il giornalista di Al Jazeera, l'hanno ammazzato per creare il caos e attirare l'attenzione del mondo. Ma Gheddafi tornerà e riconquisterà la città. Perché è un uomo benedetto. E la rivoluzione è tutto un complotto delle potenze straniere che vogliono mettere le mani sul petrolio. È tutto un problema di colonialismo”.

Fortuna che non tutti i libici reduci dall'Italia la pensano allo stesso modo! Gioacchino è uno di loro. Come si chiami davvero non lo so, ma si fa chiamare così dagli amici italiani con cui parla con un marcato accento romanesco. A Benghazi vive con la moglie italiana e i tre bambini, Marco, Sara e Ahmed. Classe media, gira con una Chevrolet e ha un negozio di arredamento, che però è chiuso da un mese. Come metà delle attività commerciali della città d'altronde. I motivi sono due. Il primo è che gli affari in questo momento girano male. Anche perché ci sono pochi contanti in giro, i bancomat sono fuori uso, e la gente non spende soldi con la paura e l'incertezza che regnano. Il secondo è che non ci sono più i lavoratori. A Benghazi come in tutta la Libia, un abitante su quattro è un emigrato. Qui la più grande comunità è quella degli egiziani. Poi ci sono i tunisini, i sudanesi, i chadiani, gli indiani, i cinesi. C'erano anzi, perché se ne sono andati a migliaia. Centomila hanno raggiunto il varco di frontiera di Sallum in Egitto. Diecimila cinesi sono stati evacuati dal porto sui traghetti greci diretti a Creta, altri sono partiti sulle navi dirette a Alexandria d'Egitto. E il risultato è che non ci sono più muratori, operai, camerieri, artigiani, baristi. Senza di loro l'economia è ferma e la situazione è destinata a peggiorare visto che ogni giorno ci sono nuove partenze.

Anche oggi se ne sono andati in Egitto un centinaio di chadiani, a bordo di due autobus partiti dal campo della Mezza luna crescente rossa libica, allestito nei dormitori di un cantiere edile di una compagnia indiana davanti allo stadio di Benghazi. Qui vivono da un mese alcune centinaia di africani. Sono i neri fuggiti dai quartieri di Benghazi, per paura di essere scambiati per i miliziani delle legioni africane di Gheddafi e uccisi per vendetta dai ragazzi della rivoluzione. Per un certo periodo sono infatti girate voci di africani linciati dalla folla durante la caccia ai miliziani stranieri.

Anche Marih ne ha sentito parlare, ma non sa se sia vero perché non ha visto niente e non conosce nessuno che abbia fatto quella fine. Lui è eritreo e vive a Benghazi da quattro anni. Ma a differenza degli altri, ha preferito restare a casa sua anziché trasferirsi al campo della crescente rossa. Vive con la moglie e il bambino piccolo e a spostarsi in città non ha grossi problemi. Ormai parla bene l'arabo e sa muoversi a Benghazi. La traversata verso l'Italia l'ha tentata tre volte, nel 2007, 2008 e 2009, ma l'hanno sempre riportato indietro i libici. Qui al campo viene una volta al giorno a vendere le bevande per alzare qualche soldo. Nei prossimi giorni spera di essere evacuato in Egitto.

Magari potrà approfittare di un passaggio dai camionisti che continuano a arrivare con i carichi di solidarietà. L'ultimo autoarticolato è arrivato stasera alle dieci. Un intero rimorchio carico di riso, pasta, latte, olio e coperte. Ventisettemila dollari di valore, messi a disposizione da sette anonimi benefattore del salotto buono del Cairo, che hanno finanziato l'intera operazione. Il cibo sarà smistato tra le famiglie di Benghazi, Baida, Derna e Tobruk. Perché si sentano meno sole nella loro lotta per la libertà. Dopotutto è questo l'ingrediente fondamentale di ogni rivoluzione popolare. Non le armi affilate, ma la solidarietà tra i popoli e le genti. A tal proposito, cosa fanno gli italiani a parte respingere, pattugliare, identificare e rimpatriare?

Le 10 ragioni per dire NO all’energia nucleare


di Reset Staff
Dopo l'ennesimo, gravissimo incidente in Giappone molti Paesi abbandonano il nucleare. Ma il governo Berlusconi vuole andare avanti comunque

E’ opportuno conoscere e riflettere prima di parlare, lo sappia anche qualche Testa senza testa, pagata profumatamente per sparlare.

1) IL NUCLEARE È UNA ENERGIA FOSSILE.
L’uranio non è una fonte di energia rinnovabile. La sua disponibilità è limitata: tra 40 e 120 anni secondo differenti stime. La disponibilità dell’uranio è limitata quanto quella del petrolio…

2) IL NUCLEARE PRODUCE DEI GAS A EFFETTO SERRA.
L’emissione specifica di CO2 al kWh prodotto da una centrale nucleare è superiore all’emissione specifica per le energie rinnovabili…

3) IL NUCLEARE NON CREA POSTI DI LAVORO DECENTRALIZZATI E SICURI.
Il numero di posti di lavoro creati da una centrale elettronucleare è 15 volte inferiore al numero di posti di lavoro creati sviluppando, con lo stesso investimento e assicurando un risultato equivalente, il settore delle energie rinnovabile e le misure che rinforzano l’efficienza energetica. La potente organizzazione sindacale IG Metall in Germania difende pienamente il settore delle energie rinnovabile in nome dell’impiego… Il nucleare non lotta contro la disoccupazione.

4) IL NUCLEARE SPRECA UNA DELLE NOSTRE RISORSE PIU PREZIOSE: L’ACQUA!
Una centrale nucleare consuma molta acqua virtuale (circa 2 metri cubi/ MWh). Per cuocere un dolce nel forno elettrico con l’energia eolica si consuma 1 cl d’acqua, con l’energia solare fotovoltaica si consumano 0,3 litri, invece con l’elettricità nucleare 5,5 litri d’acqua…

5) IL NUCLEARE NON E ADATTO ALLE STAGIONI CALDE E IN ITALIA FA PIU CALDO CHE IN FRANCIA!
Una centrale nucleare per fare funzionare il suo sistema di raffreddamento preleva importanti volumi d’acqua dai fiumi o dal mare, e li rigetta riscaldati creando cosi un inquinamento termico. In Francia nell’estate 2006, l’aumento della temperatura delle acque entrante ha richiesto delle misure eccezionali: EDF sorella francese di ENEL ha ottenuto l’autorizzazione di superare di qualche grado il limite imposto per la temperatura delle acque scaricate e di ricorrere alla clorazione massiva. Questa clorazione ha per scopo di limitare la proliferazione di germi responsabili di una meningo-encefalite gravissima. Certe centrali hanno funzionato a basso regime, certe sono state chiuse, il tetto della centrale Fessenhein è stato annaffiato d’acqua per permettere il suo funzionamento…

6) IL NUCLEARE NON RISOLVE LA DIPENDENZA ENERGETICA DELL’ITALIA.
L’uranio che dovrebbe alimentare le centrali nucleari italiane proviene dai siti di estrazione dell’AREVA nel Niger, in una zona contesa tra il governo e le tribù locali, “pacificata” con l’aiuto economico e militare della Francia. Proviene dunque da una zona politicamente instabile ciò che non ci garantisce un approvvigionamento sicuro. L’introduzione del nucleare rende l’Italia dipendente:
- tecnologicamente dall’expertise francese;
- dall’uranio estratto dall’AREVA francese nel Niger.

7) IL kWh NUCLEARE È PIÙ CARO DEL kWh RINNOVABILE.
Il costo del kWh prodotto da una centrale nucleare è adesso comparabile al costo del kWh dalle energie rinnovabili.
Pero se si considera:
- la gestione della centrale nucleare dopo la sua fine di vita (incluso smantellamento),
- il stoccaggio sicuro delle scorie,
- i costi per garantire la sicurezza della centrale e del suo approvvigionamento,
Il nucleare è una delle energie le più care….

8 ) IL NUCLEARE PRODUCE DEI RIFIUTI INSOSTENIBILI PER IL SISTEMA TERRA.
Che cosa fare delle scorie radioattive? Affondarle con le barche? Mandarle in Siberia come fanno i francesi? Lasciarle in regalo ai nostri figli? I nostri figli ci accuseranno! Che nonni e che genitori siamo?

9) IL NUCLEARE È ALTAMENTE VULNERABILE.
Una centrale nucleare è vulnerabile nel caso di un attentato terroristico o nel caso di guerra, molto più vulnerabile che tutte le fonti di energia rinnovabile. Nessuno ci può boicottare il sole, il vento, i rifiuti organici,…. Anche in tempi di crisi le fonti d’energia rinnovabili sono sempre disponibili….

10) IL NUCLEARE È UN’ARMA POTENTE CAPACE DI DISTRUGGERE OGNI FORMA DI VITA SU TERRA.
Le centrali nucleari sono un rischio per l’ambiente e la salute. Già durante il suo funzionamento normale, una centrale è responsabile di un inquinamento radioattivo a bassa intensità, il cui impatto è difficile da valutare a causa dell’assenza di studi epidemiologici.
Probabilmente più grave è l’impatto sulla salute degli incidenti nucleari – qualunque sia il livello di tecnologia, il 100% senza rischio d’incidente nucleare grave è un assoluto inaccessibile.
L’incidente di Chernobyl ha provocato la morte tra 5.000 e 200.000 mila persone (mancano i dati per un’analisi epidemiologica). Vaste regioni sono state, e lo sono sempre, gravemente inquinate. Una zona attorno alla centrale di un raggio di 30 km è vietata all’accesso. Nella fauna e flora di questa zona è stato osservato un aumento delle alterazioni genetiche.
In più, una catastrofe ancora più grande (l’esplosione nucleare del nucleo del reattore) era possibile ed è stata evitata di poco, grazie alla lucidità di uno scienziato e il sacrificio non consapevole di soccorritori “volontari”.
Senza di loro chi lo sa se oggi l’Europa sarebbe abitabile…Con le nostre conoscenze attuali, chi di noi andrebbe a sacrificarsi per spegnere un incendio in una centrale nucleare ?
Ma se l’errore è umano, se la malafede è di regola, se il non sacrificio è legittimo e se l’analisi lucida non è sempre al RDV, allora nessuno, tranne un pazzo, ci può garantire un rischio zero d’incidente nucleare che contamina tutta l’Italia….



ALLORA, PERCHE’ VOLER IMPORRE ANCORA IL NUCLEARE?

Oggi, possiamo produrre tutta l’energia necessaria in Italia con le fonti rinnovabili: VARI SCENARI CE LO DIMOSTRANO.

PERCHE’ NELLO SPECIFICO IL GOVERNO ITALIANO VUOLE IL NUCLEARE?

Una sola risposta in favore del nucleare: come le altre energie fossili (es. gas, carbone), anche il nucleare permette di centralizzare il potere e il guadagno tra le mani di poche persone, in due parole il nucleare rende ancora possibile L’OLIGARCHIA.

Il vento, il sole, l’acqua, i rifiuti organici, sono elementi alla portata di tutti e tutti, se lo vogliamo, possiamo produrre la nostra energia. Queste fonti di energia essendo diffuse su tutta la terra, tanti imprenditori sia del Nord sia del Sud possono investirsi nel mercato delle energie.

Anche l’autoproduzione è possibile. Nel mondo ci stanno tanti esempi di autoproduzioni individuali e collettive. Il comune di Prato di Stelvio, nelle Alpi italiane, produce più energia che ne consuma solo con le energie rinnovabili.

Oggi non abbiamo bisogno di tecnologia in più, abbiamo solo bisogno di cooperazione in più. Difendere il nostro diritto d’accesso alle energie rinnovabili è lottare per LA DEMOCRAZIA!

IL SIMBOLO DELLA DEMOCRAZIA E DELLA PACE: L’ENERGIA RINNOVABILE!

IL SIMBOLO DELL’OLIGARCHIA E DELLA GUERRA: L’ENERGIA FOSSILE, URANIO INCLUSO!

Queste dieci conclusioni sono il risultato di ricerche approfondite accessibili al pubblico.
Fonte: Catherine, da un commento a “il manifesto online” del 14-03-2011.

Siti consigliati

- Zona Nucleare - Il sito unico nazionale per la raccolta delle scorie nucleari, la Sogin, i Personaggi, le Norme, il business dei rifiuti radioattivi, le situazioni ambigue di una vicenda attorno cui girano Miliardi di Euro.
- Fermiamo il Nucleare – Sito ufficiale della campagna referendaria a favore del Sì, per l’abrogazione dell’articolo che prevede il ritorno all’energia nucleare in Italia.

NON DIMENTICATE DI VOTARE SI’ AI REFERENDUM DEL 12 E 13 GIUGNO 2011

Sì – CONTRO IL NUCLEARE
Sì – IN FAVORE DELL’ACQUA PUBBLICA, CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE (2 quesiti)
Sì – CONTRO IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO AI PROCESSI PER LE ALTE CARICHE DELLO STATO (no ai decreti salva-premier: la legge è uguale per tutti)

Intanto dal costosissimo Forum Nucleare si attendono ancora risposte a domande semplicissime come questa:

Spett. le Forum Nucleare,

ci chiediamo come si possa chiamare Forum uno spazio in cui non si può intervenire, né direttamente né commentando gli interventi (persino commenti e votazioni ai video pubblicati esternamente, es. YouTube, sono negati).

Così com’è, il sito si presenta di fatto come una propaganda a senso unico.

In qualità di cittadini italiani, desideriamo partecipare al dibattito attivamente, con contributi propositivi che presumiamo fondamento imprescindibile di una piattaforma aperta al confronto di tutte le parti coinvolte, quale è il Forum nelle sue intenzioni dichiarate.

Si attendono delucidazioni in merito, grazie.

Paolo Margari e altri autori di Reset-Italia.net

12 Marzo 2011



lunedì 14 marzo 2011

Terremoto di Miyagi: è il capitalismo che aggrava gli effetti della catastrofe naturale!


Alle 14.46 di venerdì 10 marzo (ore 6.46 di sabato 11 in Italia), nell’Oceano Pacifico a 130 km a nord-est della città di Sendai, al largo dell’isola di Honshu, a poco più di 24 km di profondità, la terrà si spacca. I rilevatori più vicini, saltano. La scossa più violenta dura quasi 2 minuti, ed è fortissima: 8.9 gradi della scala Richter, il che ha per conseguenza, nel territorio colpito, lo sconvolgimento per sempre nel raggio di centinaia di chilometri. Ma la terra continua a tremare con magnitudo tra i 4 e i 7 gradi Richter, mentre i sismologi preannunciano che potrebbe verificarsi ancora qualche scossa superiore agli 8 gradi della scala Richter.

Le scosse più violente sono sempre annunciate da scosse che le precedono, come ricordano ancora oggi gli abitanti dell’Aquila che nei giorni precedenti avevano inutilmente allarmato le istituzioni e la Protezione Civile. Nei tre giorni precedenti il fatico venerdì 10 marzo, si erano già verificati dei terremoti tra i 3 e i 4 gradi Richter: ma sembrava una cosa “normale” visto che non passa giorno che in Giappone non vi siano delle scosse…
La scossa delle 14.46 di venerdì scorso è stata invece particolarmente devastante: la diga di Fujinuma si spezza in due e l’acqua che si riversa a valle e cancella del tutto la città di Sukagawa; quattro treni con centinaia di passeggeri scompaiono nel fango e solo oggi si viene a sapere che i passeggeri sembra si siano fortunosamente salvati, come i passeggeri di una nave anch’essa sparita venerdì. Le vittime in un primo momento sembrano qualche decina, poi qualche centinaio, e già sabato mattina si parlava di circa 2.000. Ma, oltre al terremoto, i pericoli arrivano dallo tsunami. Mentre scriviamo giunge notizia che i morti dovuti al terremoto e, soprattutto, allo tsunami successivo, sono già 10.000 e molti altri possono aggiungersi; decine di migliaia gli sfollati, interi paesi e villaggi rasi al suolo dalla furia dello tsunami; nella sola città costiera di Minamisanriku risultano disperse 10 mila persone; Sendai è quasi completamente distrutta. Un terremoto di questa potenza ha fatto tremare anche la capitale Tokyo, con i suoi grattacieli e i suoi palazzi a prova di sisma, sì, ma solo fino al 6° grado della scala Richter: la scienza borghese si ferma qui, per terremoti di potenza superiore… ci pensi iddio!

Che il Giappone sia l’isola dei terremoti, la più sismica che esista, ormai lo sanno anche i sassi. Il Giappone si trova nell’intersezione di quattro grandi placche tettoniche: la placca del Pacifico, la placca delle Filippine, la placca eurasiatica, la placca nordamericana. Ma non basta, il Giappone è collocato sopra la così detta cintura di fuoco del Pacifico che è una enorme ferita nella crosta terrestre lunga 40 mila chilometri da cui fuoriesce costantemente materiale magmatico che va a rigenerare la stessa crosta terrestre: questa ferita va dalla Nuova Zelanda alle Filippine, attraversa tutto il Giappone, raggiunge la Corea e si dirige verso l’Alaska da cui ridiscende lungo la costa americana verso la California fino al Cile. Lungo questa interminabile ferita, secondo gli studi dei sismologi e dei vulcanologi, si produce il 90% dei terremoti del pianeta e, naturalmente, delle eruzioni vulcaniche tra le più catastrofiche. Che i terremoti provochino, inoltre, anche dei maremoti, è cosa altrettanto risaputa; il termine stesso tsunami, che è giapponese, la dice lunga sulla “normalità” storica dei terremoti e dei maremoti nell’isola del Sol Levante dove si concentra non solo per numero ma anche per potenza di magnitudo una notevole quantità di sismi che vanno dai 4 agli oltre 6 gradi della scala Richter.

Il Giappone è anche il paese che si è dotato di molte centrali nucleari dalle quali ottiene il 30% del fabbisogno energetico, e in un paese ad altissima sismicità come questo basta una piccola crepa nelle vasche di contenimento dei reattori per provocare disastri incontrollabili, alla Chernobyl. Il terremoto ha infatti colpito duramente la centrale nucleare di Fukushima, situata nel vicino distretto di Futaba, provocando un’esplosione a causa della quale è già stato rilasciato del materiale radioattivo nelle immediate vicinanze tanto da indurre il governo ad evacuare rapidamente più di 100mila abitanti della zona dove sono collocate altre 11 centrali che sono state chiuse dai dispositivi automatici di sicurezza. Che questi dispositivi siano, poi, di effettiva sicurezza, nemmeno le autorità preposte sono in grado di garantirlo, anche perché una volta fermato il reattore nucleare il problema non è per nulla risolto poiché bisogna raffreddarlo: qui non ci sono computer e robot che tengano, non è un problema di tecnologia superavanzata, perché è un problema di tubi e di pompe, insomma di “vecchia” tecnologia. E quando manca l’elettricità, perché il terremoto manda all’aria le centrali che producono e distribuiscono la corrente elettrica, non si può pompare acqua fredda per abbassare la temperatura dei reattori; quindi, come si raffreddano i reattori impedendo loro di rilasciare materiale radioattivo nel terreno e nell’aria? Con il secchiello? L’homo capitalisticus, come un apprendista stregone, ha evocato energie potenti dall’atomo ma non sa controllarle.

La scienza borghese conosce da tempo la situazione, avendo studiato migliaia di questi fenomeni; ma solo molto recentemente, dopo molti terremoti e molte migliaia di vittime, e soprattutto dopo lo spaventoso terremoto di Kobe del 1995 (1), il governo giapponese si è preso la briga di obbligare per le nuove costruzioni (per le vecchie, ormai…) di edifici, e dei grattacieli innanzitutto, l’uso di sistemi antisismici come ad esempio tenere basso il baricentro dei palazzi, usare materiali più leggeri per i palazzi più alti e i grattacieli, non adornare i palazzi con sporgenze o cornicioni, concentrare nei pilastri verticali l’armatura di cemento, dotare la base degli edifici di cilindri di gomma rinforzati da molle d’acciaio, riutilizzare travi di legno che sono più elastiche e deformabili assorbendo perciò meglio le scosse sismiche, e via dicendo. E per le centrali nucleari ha pensato bene di dotarle di contenitori d’acciaio e doppi contenitori di cemento. Ma queste “soluzioni” sono state adottate per resistere a quali scosse? La centrale di Fukushima è stata costruita alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso prevedendo di resistere a scosse fino a 6 gradi della scala Richter; è una delle 25 centrali nucleari più grandi del mondo ancora in funzione, a 6 reattori di cui, a rotazione, tre sono in attività e tre in manutenzione. Come è ormai palese, a parte incidenti di diverso tipo nello stesso impianto, o un repentino abbassamento della portata d’acqua – fondamentale per raffreddare il reattore e quindi controllarne la temperatura – basta un sisma più forte di quanto “previsto” dalla General Electric che l’ha costruita (e in Giappone non è certo raro) e l’incidente è sicuro, con tutte le sue conseguenze di contaminazione. Il governo, dopo aver dichiarato che le fuoriuscite di materiale radioattivo erano limitate, ha dichiarato l’emergenza nucleare, a dimostrazione che le conseguenze dell’esplosione interna alla centrale erano in ogni caso gravi.

La propaganda borghese ammette da sempre che le forze della natura sono potenti e imprevedibili, ma sostiene che la sua scienza, sfidando le forze della natura, è riuscita finora a impossessarsi di molti misteri che prima della sua civiltà mantenevano la società umana nell’oscurantismo, nell’ignoranza, nella paura, nella superstizione. La propaganda borghese poggia su un tessuto economico che, da un lato, ha consentito all’uomo di progredire tecnicamente nella produzione di tutto ciò che serve per vivere, di dare risposte scientifiche e non superstiziose ad una considerevole quantità di fenomeni naturali e di migliorare la conoscenza, ma, dall’altro, ha inevitabilmente condotto la società a dipendere dalla produzione mercantile e dai rapporti di scambio mercantili che permeano l’intera società, riconducendola alle vecchie paure e alle vecchie superstizioni con l’aggravante di imporre un’ulteriore superstizione, più insidiosa e abbrutente di quelle del passato medioevale: il profitto capitalistico, nuovo dio assoluto da cui dipende vita e morte sull’intero pianeta.

E’ in ragione del profitto capitalistico, difeso strenuamente dalla classe dominante borghese e in nome del quale si deturpa l’ambiente, lo si inquina e contamina nel modo più cinico, si impiegano le maggiori energie umane per la sua produzione e riproduzione al fine di ingigantirne l’appropriazione da parte di una infima minoranza di capitalisti che dettano vita e morte di intere popolazioni con la più vasta dissolutezza; è in nome del profitto capitalistico che i governi, le autorità costituite, i grandi poteri economici e politici, le reti di interessi finanziari mondiali, persistono nella cieca politica del tornaconto capitalistico per cui si risparmia nella prevenzione – contribuendo così all’aumento vertiginoso di vittime e di cose non solo causate dall’attività sconsiderata della produzione e della distribuzione capitalistica, ma anche dai fenomeni naturali –, e si spreca in quantità mastodontiche nell’iperfollia produttiva. I commenti, riportati dai media sull’atteggiamento della popolazione giapponese di fronte a questa catastrofe, hanno voluto mettere in risalto la “dignità e la compattezza” di un popolo che, di fronte ad una tragedia simile, assorbe il colpo, tumula i propri morti e si predispone a “rimettersi al lavoro”: chi, i pochi, dalla parte dell’imprenditoria e del brigantaggio commerciale e finanziario, chi, i molti, dalla parte dei lavoratori salariati pronti da sfruttare ancor più di prima visto che bisognerà ricostruire e rimettere in piedi un’economia (che è e rimane capitalistica) che il terremoto ha in parte arrestato e che deve riguadagnare livelli accettabili di profitto in tempi brevi!

Il Giappone è il paese più evoluto e più sofisticato nelle tecniche antisismiche e nella protezione civile; è un dato riconosciuto da tutti i grandi paesi. Ma questo non è bastato per evitare la tragedia che sta davanti agli occhi di tutto il mondo. Le scosse, giunte a Tokyo, hanno provocato crolli e incendi ed hanno piegato la Tokyo Tower, l’antenna autoreggente d’acciaio alta 332 metri che è il simbolo della capitale e della ricostruzione postbellica. E’ significativo che gli abitanti di Tokyo, alle scosse più intense, siano fuggiti dai grattacieli e dai palazzi riversandosi nelle piazze e nei parchi di fronte al palazzo imperiale perché è l’unica (l’unica!) zona di Tokyo dove è proibito costruire grattacieli! Il vecchio telefono a gettoni, la vecchia bicicletta, sono tornati in auge visto che il black-out aveva mandato in tilt i cellulari e gli immani ingorghi avevano bloccato auto, treni e metro. Tutto ciò che di più “avanzato” il Giappone ha costruito, da venerdì 10 marzo è collassato; come nel caso delle centrali nucleari, prima fra tutte la Fukushima, che hanno avuto bisogno del liquido refrigerante portato dall’aviazione americana.

Miyagi oki, la grande scossa: oggi ancora, la grande scossa sarà un’occasione per il capitale, nella necessaria ricostruzione, di rinnovare i suoi cicli di produzione e riproduzione, rinnovando il suo dominio sulla società e sull’uomo cercando di riprendersi una specie di rivincita sulla crisi economica che ancora attanaglia il Giappone, generata dal capitale stesso nella sua corsa inesorabile alla sovrapproduzione e nell’inevitabile lotta di concorrenza mondiale. La grande scossa che attendiamo noi riguarda il terremoto sociale, la lotta della classe del proletariato contro la classe borghese non solo per condizioni di vita e di lavoro migliori, ma per una società del tutto diversa, che non sia più dipendente dal mercato, dal profitto capitalistico, dalle leggi della concorrenza fra capitali e fra Stati, per una società in cui tutte le energie e le capacità dell’uomo siano indirizzate a soddisfare i bisogni della vita sociale e non i bisogni del mercato. Ma il terremoto sociale può avvenire solo quando le masse proletarie si ribellano, e si organizzano per lottare contro le condizioni attuali di vita e di sopravvivenza dominate dall’imprevisto, dall’incertezza, da un falso progresso tecnologico inseguito esclusivamente allo scopo di produrre e accumulare profitto capitalistico sulle spalle del lavoro salariato e sfruttando masse sempre più vaste di proletari costretti a vivere e a morire da schiavi. Il futuro non sta nei grattacieli più alto del mondo come non sta nella vita digitale dei nuovi apparati elettronici: sta nella lotta di classe rivoluzionaria, guidata dal partito comunista rivoluzionario, che il proletariato muove contro tutto ciò che simboleggia la società del lusso, dell’opulenza, dello spreco, dell’inutile, del dannoso, e per distruggere non solo i simboli ma le cause profonde di una vita sociale di miliardi di uomini appesi all’incerto andamento di un mercato capitalistico che, come uno tsunami, può distruggere dalla sera alla mattina la vita non solo futura, ma presente, di moltitudini ammassate in osceni alveari incastonati in città invivibili.



(1) Il terremoto di Kobe, primo porto giapponese e quarto porto mondiale, è avvenuto il 17 gennaio 1995 facendo più di 6.000 morti, oltre 300.000 senza casa e distruggendo case d’abitazione ed edifici a migliaia, ferrovia, strade, le installazioni portuali, cantieri navali, terminal ecc. (vedi il nostro articolo: Il sisma di Kobe, ovvero una catastrofe naturale aggravata dal capitalismo, il comunista n. 45 del 1995). Ma, per la quantità di morti, il terremoto più devastante è stato quello del settembre 1923, noto come terremoto del Kantò, che fece tra i 100mila e i 140mila morti, dovuti in particolare agli incendi che si svilupparono con estrema rapidità anche perché la scossa più violenta, di gradi 7,9 della scala Richter, avvenne all’ora di pranzo quando tutti avevano i fuochi accesi per cucinare.

13 marzo 2011
www.pcint.org PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE (il comunista)

da Indymedia

sabato 12 marzo 2011