HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

giovedì 20 maggio 2010

Vilipendio alla libertà


Una manifestazione, una mostra antireligiosa, un cartello con l’immagine del papa. Troppo per una città come Lecce, abituata ad inginocchiarsi di fronte all’autorità religiosa dispensatrice di preghiere e scambi di favori… Se chi manifesta è pure anarchico, i cani da guardia non possono non intervenire.
In un pomeriggio assolato alcuni anarchici decidono di parlare per strada della continua intromissione nell’intimità di ognuno da parte del Vaticano. In seguito allo “scandalo pedofilia” la Chiesa è andata all’attacco pur di occultare e sviare il problema esplosivo al suo interno. Così l’offensiva contro aborto e omosessualità è stata ripetuta e violenta, fino ad affermare che la pedofilia sarebbe strettamente collegata all’omosessualità. Impossibile, per chi ancora ha coscienza, tacere davanti a queste parole che tentano di
confondere la violenza sui minori (quello di cui sono responsabili moltissimi preti, secondo le cronache) con il libero amore tra persone dello stesso sesso.
Perché il discrimine è questo. Amare costringendo qualcuno, oppure amarsi liberamente e consensualmente. Il primo è un gesto terribile, il secondo meraviglioso.
Eppure la Chiesa pretende ancora dare lezioni di morale; la sua storia fatta di violenza, intolleranza, abusi, persecuzioni, continua a produrre vittime. La cappa di oppressione, sadismo, oscurantismo continua a negare la libertà. Già la Libertà! Violata e vilipesa dalle parole di papa e vescovi, quando affondano i loro anatemi contro chi non è conforme alla loro moralità. Libertà violata e vilipesa dagli agenti della Digos di Lecce che hanno denunciato alcuni anarchici per “vilipendio della religione dello Stato”, per aver esposto,
durante la manifestazione citata, un cartello con l’immagine di Ratzinger, su cui fare centro con alcune freccette. Forse per ricordare le frecce della morale che papa e vescovi lanciano continuamente al cuore di ognuno quando condannano la sessualità libera. Quelle si, fanno veramente male.

Anarchici

Thailandia: tregua imposta manu mlitari. Cosa vogliono i 'rossi'?


Negli ultimi scontri muore un giornalista italiano.

La guerra di strada è finita. Ma solo formalmente. La resa dei Rossi non ferma le violenze governative. Nella capitale altri cinque morti, fra cui c'è un cittadino italiano. Si chiamava Fabio Polenghi, ucciso da colpi che sono arrivati all'addome e secondo altre fonti anche al cuore. Aveva 45 anni, milanese, da tre mesi era arrivato a Bangkok dove lavorava per conto di una rivista europea. La morte di Polenghi è avvenuta poco tempo prima che i leader delle Camicie rosse si arrendessero, consegnandosi nelle mani della polizia.


Cosa vogliono "i rossi"?

Aldilà degli esiti di una mobilitazione che vede le 'camicie rosse' accettare la resa e consegnarsi alle truppe governative, quanto accaduto nelle ultime settimane non mancherà di condizionare, e profondamente, la storia futura della Tahailandia, segnata negli ultimi due anni, dall'irruzione nello spazio politico nazionale delle 'camicie rosse', forma riconoscibile assunta da un movimento popolare proveniente dalle campagne del paese, da sempre espropriate da qualunque rappresentanza politica.

Abbiamo chiesto a Alessandro Ursic (ieri, 18 maggio) giornalista free-lance da tempo presente in Thailandia (da dove non manca di fornire accurate descrizione della composizione sociale di questo nuovo movimento) cosa sono e quali istanze muovono queste fantomatiche 'camicie rosse'.
Nell'intervista emerge chiaramente come, lungi dal poterlo ridurre a parametri euro-centrici dove la scala cromatica ha delle precise connotazioni politiche, il movimento delle camicie rosse sia stato reso possibile dall'ex premier Taksim che, con molta astuzia e spregiudicato populismo, ha ben colto il potenziale politico-elettorale di masse di non rappresentati entranti nello spazio politico, soprattutto se queste possono essere maneggiate a suon di populismo e proposte politiche governate dall'alto.
Nei fatti, comunque vada, la mobilitazione dei 'rossi' ha comunque prodotto una forte polarizzazione politica sulle preesistente polarizzazione sociale tra le classi medie urbane e la sterminata provincia rurale con le sue masse escluse dall'agone politico da un ordinamento sociale nei fatti quasi castale.


Il vuoto di potere e una società divisa

La crisi in cui la Thailandia è precipitata nelle ultime settimane, se da un lato ha fatto emergere in maniera lampante le profonde spaccature interne al paese, dall'altro ha dimostrato la debolezza del sistema politico e quella del governo di Abhisit Vejjajiva. Una crisi non circoscritta alle manifestazioni iniziate due mesi fa a Bangkok, ma che risale almeno ai tempi del colpo di stato incruento che ha deposto Thaksin Shinawatra nel 2006 e al modo in cui le dinamiche del potere sono state gestite da allora.
Il movimento delle camicie gialle sceso in piazza per la prima volta nel 2006, di segno opposto a quello delle camicie rosse ma uguale nelle modalità di azione e nell'intento di far cadere il governo in carica, potrebbe tornare a farsi sentire, come del resto ha già fatto nei giorni scorsi, criticando, stavolta, il premier Abhisit. Il bagno di sangue in cui sta sfociando in queste ore la protesta dei rossi non farà che acuire le tensioni, aumentando la rabbia dei rossi.
Ma le divisioni nella società non si limitano solo alla quella tra rossi e gialli, poveri e ricchi, contadini ed élite urbana, filo-Thaksin e filo-monarchici che non vogliono perdere i propri privilegi. Tutto questo esiste, certo: è un dato che il 70% della popolazione vive in aree rurali, che una buona parte di questo 70% è rimasta tagliata fuori dallo sviluppo economico degli ultimi venticinque anni, mentre il paese oggi è la seconda potenza del sudest asiatico dopo l'Indonesia, e che 3 milioni su 61 milioni di thailandesi sono poveri, non scolarizzati e vivono nelle campagne.
Il boom economico degli anni ottanta che ha visto fiorire Bangkok come centro commerciale, turistico ed economico, si è lasciato dietro masse di contadini con una disparità di salario rispetto agli abitanti della capitale pari a un terzo in meno. Le regioni agricole del nordest hanno inoltre sofferto della crescente competizione con il mercato cinese. Ma le polarizzazioni all'interno della società tailandese sono più complesse e il dato forse più rilevante, e che spiega la testardaggine dei manifestanti che continuano a invocare Thaksin, pronti a dare la vita pur di non cedere, è la mancanza di credibilità e quindi di riconoscimento del potere.
Abhisit ha dimostrato di essere un personaggio debole, incapace di affrontare la situazione, ma il suo tallone d'Achille sta nel modo in cui è arrivato al governo. Quando le camicie rosse lo accusano di non essere legittimato a guidare il paese perché non è stato eletto, in parte dicono la verità. Alla fine del 2008 si è ritrovato primo ministro dopo che la Corte suprema aveva dichiarato illegittimo il partito allora al governo, guidato da un fedelissimo di Thaksin. Venuta meno la maggioranza, l'opposizione guidata dal Pad di Abhisit ha preso il suo posto.
Tra i manifestanti scesi in piazza con le camicie rosse ci sono anche cittadini di Bangkok che fanno parte dell'élite istruita e di quella classe media, minoritaria nel paese, che non si riconosce nel governo di Abhisit, troppo arroccato sugli interessi di pochi. La maggior parte dei manifestanti che sotto il cappello del Fronte unito per la democrazia contro la dittatura (Udd), movimento di piazza nato nel 2009 contro l'attuale governo, dal 12 marzo scorso occupano il quartiere commerciale di Bangkok e in queste ore sfidano i proiettili dei militari, provengono dalle zone rurali del nord e del nordest.
Ma dietro tra i leader dei rossi, una compagine frastagliata che va dall'estremismo del generale Kattya, eliminato non si sa bene ancora da chi, a soggetti più moderati che erano favorevoli ad accettare la road map di Abhisit ora carta straccia, ci sono anche ex sostenitori del Pad e uomini come Nattaw Saikua, che incitava i manifestanti col megafono in mano e che in un'intervista a un giornalista americano nei giorni scorsi aveva spiegato: "Non siamo tutti per Thaksin, ma lui è diventato un simbolo potente dell'ingiustizia e del doppio-standard interne alla società, in questo senso per il movimento è importante". Inoltre l'assenza del re, che più volte in passato aveva svolto un ruolo di mediazione, pesa molto su questa crisi. Ma pesa ancor di più il fatto che la devozione al monarca non è più comune a tutta la popolazione. Il fatto che esista ancora il reato di lesa maestà, per cui chiunque critichi il sovrano può essere punito anche con quindici anni di prigione, per molti è anacronistico e poco si addice a una democrazia, che alcuni vorrebbero vedere riformata, modernizzata.

da Infoaut

G8 Genova: condannati i vertici della polizia


I giudici della terza sezione della corte d'appello di Genova, dopo una lunghissima camera di consiglio, condannano gli alti gradi della polizia presenti al momento dell'irruzione nella scuola Diaz, il 21 luglio del 2001. Erano stati tutti assolti in primo grado. Condanne per un totale di 85 anni di carcere. Francesco Gratteri, oggi capo dell'anticrimine, condannato a 4 anni e all'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Stessa condanna per Giovanni Luperi, oggi capo dipartimento dell'Aisi.
Dopo una lunghissima camera di consiglio iniziata nel pomeriggio di martedì, i giudici della corte d'appello di Genova hanno ribaltato la sentenza di primo grado sull'irruzione alla scuola Diaz, avvenuta durante i giorni del G8 del luglio 2001. I giudici della terza sezione della corte d'appello hanno condannato tutti i vertici della polizia, che erano stati assolti in primo grado, a pene tra 3 anni e 8 mesi e i 4 anni, assieme all'interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Nel complesso le pene superano gli 85 anni. In totale sono stati condannati 25 imputati su 27. Tra i giudicati colpevoli anche Francesco Gratteri, oggi capo dell'anticrimine, e Giovanni Luperi, nel frattempo promosso a capo diparimenti dell'Agenzia informazioni e sicurezza interna: 4 anni di reclusione e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici.

Nella requisitoria finale il procuratore generale Pio Machiavello aveva chiesto per i ventisette imputati oltre centodieci anni di carcere. Il magistrato ha usato parole molto dure: «Non si possono dimenticare - aveva detto - le terribili ferite inferte a persone inermi, la premeditazione, i volti coperti, la falsificazione del verbale di arresto dei 93 no-global, le bugie sulla loro presunta resistenza. Nè si può dimenticare la sistematica e indiscriminata aggressione e l'attribuzione a tutti gli arrestati delle due molotov portate nella Diaz dagli stessi poliziotti».

Il procuratore generale Machiavello ha riproposto la ricostruzione dei fatti compiuta dai pm del primo grado, Zucca e Cardona Albini, ma ha rilevato con ancor maggior insistenza la responsabilità dei vertici della polizia presenti sul posto al momento dell'irruzione nella Diaz, dove dormivano decine di persone dopo le manifestazioni del 21 luglio 2001 contro il vertice del G8.

In primo grado, tutti i vertici, Francesco Gratteri, Giovanni Luperi e Gilberto Caldarozzi, erano stati assolti, così come il capo della Digos di Genova Spartaco Mortola, mentre il capo del settimo reparto della mobile Vincenzo Canterini era stato condannato a quattro anni di reclusione, il suo vice Michelangelo Fournier (l'unico che abbia accettato di deporre in aula e rispondere alle domande dei pm usando l'espressione «macelleria messicana» per descrivere il raid) a due anni, otto agenti del reparto erano stati condannati a pene diverse.

Una sentenza, quella di primo grado, che non ha convinto i giudici della corte d'appello di Genova, che hanno ritenuto di dover punire anche il comportamento degli alti funzionari della polizia.

Oggi davanti al tribunale di Genova c'era stato anche un presidio del Comitato Verità e giustizia che dal 2001 chiede che sia fatta piena chiarezza sulle responsabilità dei vertici della polizia, fino all'allora capo Gianni De Gennaro, oggi al vertice del Cesis, l'ufficio di coordinamento dei servizi segreti. Amnesty international aveva definito la situazione del luglio 2001 come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale».

da Carta

mercoledì 19 maggio 2010

Caso Aldrovandi: poliziotti assassini si permettono di querelare la mamma del ragazzo ucciso!


Melma, liquame puzzolente, merda secca, un “nuddu mischiato a niente”,
degli assassini, uomini e donne toturatori, bastardi. Assassini a sangue freddo di uno scricciolo di pochi kg e ancora meno anni.


Hanno querelato la mamma di Aldro,
quei 4 merdosi assassini, quei 4 che hanno ucciso a calci e pugni,
quei 4 che hanno ucciso montando sopra e soffocando un ragazzetto ammanettato e colpevole di nulla,
quei 4 vili assassini in divisa, quelle 4 MERDE assassine si sono permesse di denunciare Patrizia.
PATRIZIA SIAMO CON TE!


I 4 assassini, che indossano la divisa da tutori dell’ordine di questo Stato merdoso, si chiamano ENZO PONTANI, MONICA SEGATTO, LUCA POLLASTRI e PAOLO FORLANI.
L’ultimo si è astenuto dal firmare la querela.
Spero sappiano, questi 4, che nessuno ha mai dimenticato i loro nomi e che MAI avverrà.

QUI LE PAROLE DEL PADRE DI ALDRO, dal suo blog:

Questa mattina sono andato a prendere in posta un atto giudiziario…..indirizzato a Patrizia, mia moglie, la mamma di Federico, la madre di mio figlio ucciso il 25 settembre 2005 da 4 individui in divisa, come da sentenza del 6 luglio 2009. Credevo a una violazione magari al codice della strada, è facile sbagliare in questi tempi così caotici e frenetici per tutti.
Quel documento è invece una fissazione di udienza per il 18 giugno 2010 presso il Tribunale di Mantova dove Patrizia con altre due persone (due responsabili di testate giornalistice quali la Nuova Ferrara e l’ANSA) sono state citate a comparire per rispondere di non so quale reato o reati in quanto sul documento non vengono citati. Presumo io per frasi o parole ritenute diffamatorie o calunniose, chissà, visto che fra i citati ci sono due giornalisti.
Io di pazienza ne ho avuta tanta, forse troppa, ma quello che mi fa più male è il fatto che il Pubblico Ministero aveva richiesto l’archiviazione per questo fatto specifico, ma Pontani Enzo, Segatto Monica e Pollastri Luca (manca Forlani Paolo) coloro che sono stati ritenuti responsabili della morte di Federico, hanno pensato bene di non accettarla e di avvalersi del rito dell’opposizione. Il particolare che vorrei evidenziare è la data della richiesta di opposizione, 15 marzo 2010, e cioè alla luce di due sentenze chiare e ed inequivocabili, rispettivamente del 6 luglio 2009 e 5 marzo 2010

Qui
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldr...enza/

e qui
http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/federico_aldr...0/04/

Federico è morto di morte violenta senza alcun motivo e se non avesse incontrato Pontani Enzo, Pollastri Luca, Forlani Paolo e Segatto Monica sarebbe ancora vivo e non lo dico io lo dice lo Stato attraverso i suoi organismi preposti (Procura e Tribunale).
Avrei sperato e lo spero ancora, nonostante queste assurdità di violenze che continuano a soffocare e a bastonare Noi e chi ci è vicino, che questo orrore, questa arroganza, questo disequilibrio, questa cattiveria, presto abbiano una fine. Vorrei riuscire finalmente a sussurrare in pace, davanti a quel marmo che mi divide da quel corpo o da quello che resta di uno dei beni miei più preziosi, parole d’amore, quelle che con Federico ci siamo dette e scambiate, anche con gli sguardi, durante 18 anni fantastici e magnifici che nessuno potrà mai infangare e uccidere.
Come dovrei definirla sig. Pontani Enzo per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?
Come dovrei definirla sig. Pollastri Luca per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?
Come dovrei definirla sig.ra Segatto Monica per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?
Come dovrei definirla sig. Forlani Paolo per quello che ha fatto quella mattina a mio figlio, per non incorrere in una querela?

Nessun problema, ci ha già pensato un Giudice al di sopra delle parti a descrivere perfettamente chi siete e non abbiamo bisogno insieme a chi ci è vicino (30 querelati), per il momento, di dire altro.
Purtroppo, per il momento, sono costretto a pagarvi anche lo stipendio e di conseguenza le vostre querele di fronte alla morte, ma non sarà all’infinito, anche se cautelativamente vi avrei visto a casa dal lavoro alla luce di orrori ed errori emersi palesemente.
Fino in fondo e oltre.
Lino

P.S. cliccando sotto, questo l’articolo per cui Patrizia è stata querelata ai sensi dell’art. 495 c.p. per diffamazione per quello da lei affermato nelle ultime due righe http://ricerca.gelocal.it/lanuovaferrara/archivio/lanuo....html

Orbene, io Lino Aldrovandi mi chiedo cosa devo pensare e che terminologie utilizzare nei confronti di questi 4 individui, quando un Giudice in uno dei suoi innumerovoli illuminanti passaggi nella sentenza del 6 luglio 2009, arriva ad affermare che “l’aspetto che colpisce nella deposizione del dr. Marino (condannato anche questo signore, della polizia di indagine…, il 5 marzo 2010), nella parte in cui riporta in modo pedissequo e quasi pedante il decorso degli avvenimenti nel racconto dei suoi uomini, è come lo stesso non abbia rivolto agli stessi nessuna domanda, non abbia rilevato contraddizioni, incongruenze, omissioni, assurdità che invece si colgono a piene mani nel racconto degli agenti”. Qui un altro passaggio del Giudice tanto per intenderci nel concetto della morte violenta (cap. 4) “MORTE VIOLENTA ascrivibile a più forte ragione all’azione violenta, improvvida ed illegale degli agenti, lasciandosi peraltro aperti dubbi e ipotesi su una diversa, inquietante, realtà fattuale”

PUNTO

da Indymedia

Violenza di Stato, una questione aperta


Sembrano lontani gli anni 70, ma fu proprio in quegli anni che qualcuno iniziò a parlare di forze dell'ordine al servizio del cittadino, di smilitarizzazione della P.S. In qualche modo pareva essersi avviato un nuovo percorso più democratico, per quanto fragile fosse. Poi i fatti di Napoli 17 marzo 2001 prima del G8 a Genova, e Genova stessa poco dopo giovani manifestanti furono illecitamente arrestati, picchiati, vessati e torturati. Questi fatti hanno avviato il paese ad una regressione repentina dello stato di diritto

Quello di Stefano Gugliotta, il venticinquenne arrestato il 5 maggio scorso, dopo essere stato percosso dalle forze dell' ordine, in seguito al quale ha riportato ferite sulla testa, ematomi sulle gambe, lividi da manganelli sulla schiena e un dente rotto, oltre ovviamente uno stress psicologico, non è che l'ennesimo episodio di violenza da parte dello Stato su un cittadino. Tuttavia non è superfluo ricordare i casi di Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni morto a causa delle percosse degli agenti di polizia, Giuseppe Uva, Il recente caso di Stefano Cucchi massacrato quando era in stato di detenzione, impossibile non ricordare la struggente vicenda di Giuliana Masi uccisa a Roma il 12 maggio 1977 a soli 19 anni.
Sembrano lontani gli anni 70, ma fu proprio in quegli anni che qualcuno iniziò a parlare di forze dell'ordine al servizio del cittadino, di smilitarizzazione della P.S. In qualche modo pareva essersi avviato un nuovo percorso più democratico, per quanto fragile fosse. Poi i fatti di Napoli 17 marzo 2001 prima del G8 a Genova, e Genova stessa poco dopo giovani manifestanti furono illecitamente arrestati, picchiati, vessati e torturati. Questi fatti hanno avviato il paese ad una regressione repentina dello stato di diritto.
Domandiamoci che Stato è quello che permette tali violenze abiette, offensive della dignità e dell'incolumità della persona, oltre che delle pubbliche istituzioni, alimentate soprattutto dalla loro impunità, a sua volta conseguente dalla loro più o meno tacita legittimazione politica e culturale. Si pensi a tal proposito al Ministro Vito che ha tentato di spostare il focus gettando discredito su Stefano Gugliotta, un cittadino, che di fatto si trovava sequestrato dallo Stato dopo averne subito la violenza. Il Ministro ha fatto riferimento a segnalazioni e denunce nei confronti di una persona che al casellario giudiziario risulterebbe incensurata e senza carichi penali pendenti.
E' utile ricordare che una delle forme di habeas corpus, è proprio l'immunità da torture e da pene corporali. Si badi bene, che non si tratta di un problema puramente di carattere teorico e appartenente alla tradizione classica, settecentesca, del garantismo penale, ma di un problema di grande attualità, drammaticamente attuale, considerato che le sevizie su arrestati e detenuti in un paese di democrazia avanzata come il nostro, sono numerosi. Infatti le torture, come nel caso della Bolzaneto e della Diaz di Genova, nonché questi ultimi casi di ragazzi aggrediti e picchiati anche fino a causarne la morte, sono il frutto di esplicite direttive, rese possibili dal disprezzo assoluto per il diritto e per la la persona, e dalla logica di potere e violenza che in questi anni la politica ha volutamente e colpevolmente riportato in auge, come nelle migliori tradizioni illiberali e dittatoriali, siamo in presenza di una velocissima corrosione dei diritti umani.
Non a caso negli Stati Uniti si era, tempo fa, aperto un dibattito sull'ammissibilità della tortura per casi "eccezionali" , come ad esempio ottenere informazioni importanti da un terrorista. Attenzione però, perchè i casi di scuola sono sempre eccezionali, contrariamente ai casi pratici, dove una volta legittimata eccezionalmente la violenza, essa rischia di diventare un pratica ordinaria. E' proprio per non consentire deroghe al principio, che le "eccezioni" sono state escluse dal diritto come cause di giustificazione della violenza che, secondo l'art. 2 secondo comma della Convenzione del 10 dicembre 1984, "nessuna circostanza eccezionale, di qualsiasi natura, compresi lo stato di guerra o la minaccia di guerra, la instabilità politica interna o qualunque altra pubblica emergenza, potrà giustificare la tortura. Né può essere invocato a tal fine, aggiunge il comma 3 medesimo art., l'ordine di un superiore o di una pubblica autorità".
La prima difesa della civiltà della nostra civiltà giuridica, è la riaffermazione che nel senso comune debba essere sempre rinnegata la violazione della persona, questo soprattutto contro i cedimenti demagogici della ragione, perché l' interazione che sussiste tra diritto e senso comune che può preservarci contro il ripetersi di tali pratiche vergognose, la cui esistenza va ben oltre le aperte denunce, di fatto scoraggiate dal rischio che corrono i denuncianti di essere perseguiti per calunnia. E' necessaria una stigmatizzazione e punizione, come delitto di "tortura", di qualunque atto consistente, secondo la definizione dll' art. 7 comma 2 lett. e dello Statuto della Corte penale internazionale adottato a Roma il 17.7.1998, "nell'infliggere intenzionalmente gravi dolori o sofferenze, fisiche o mentali, a una persona di cui si abbia la custodia o il controllo".
E' evidente che in Italia è venuta a mancare questa garanzia, in quanto si applicano ai casi di vera e propria tortura, figure di reato del tutto sproporzionate alla loro gravità, come il generico "abuso di autorità" previsto dall'art. 608 del codice penale, o le comuni percosse e lesioni personali che sono punibili se lievi, a querela di parte, in contraddizione con l'indisponibilità dei diritti e la natura pubblica degli interessi lesi. Siamo difronte ad una inaccettabile lacuna, non solo su un piano teorico, quale violazione della garanzia positiva dell'obbligo di punire come delitto la tortura, in Italia, contemplata dall' art. 13 comma 4 della Costituzione, in base al quale si afferma che "punita ogni violenza fisica e morale sulle persone sottoposte a restrizioni di libertà" .
Da sottolineare che in poche materie come questa è peculiare la stigmatizzazione penale che ha un esplicito valore preformativo del senso comune e della deontologia professionale delle forze di polizia. Ha il valore di rimuovere eventualmente la cattiva coscienza del legislatore, dei giudici, e non meno della pubblica opinione non disposi a riconoscerla, riconoscere l'orrore e sollecitarne il rifiuto come vergogna indegna di uno stato di diritto, di un paese che abbia la pretesa di definirsi civile e democratico che contempli la sacralità e la inviolabilità del corpo e della psiche di una persona privata della libertà personale, alla quale non dovrebbero mai venire a mancare queste garanzie, chiunque l'abbia in custodia. Dire che siamo di fronte ad una inquietante retrocessione del grado di civiltà e democraticità di questo paese che sempre più tutela i forti e penalizza i deboli, mi pare davvero un eufemismo.

Da AprileOnLine

Draquila:la fotografia di una città, il ritratto di una nazione

Il cinema era gremito sabato sera. Plinius, in viale abruzzi, secondo spettacolo.Gli spettatori all’uscita erano basiti. Durante la proiezione restavano attoniti

Eh sì, perchè il racconto che Sabina Guzzanti fa della vicenda di L’Aquila, in parte la conoscevamo tutti, ma certi particolari, certe “finezze burocratiche” che hanno originato tutto il marasma di questa immensa speculazione ai danni, in primis dei terremotati, in secondo luogo di tutti gli italiani, è davvero sconcertante. Vedendo il film si pensa, tutti, “come sia possibile arrivare a tanto”.
L’inizio è ironico: Berlusconi ritratto come l’Adamo della cappella sistina, l’immenso numero di “intervenuti” (giornalisti, scout, preti, suore, forze armate,cuochi ecc..) subito dopo che si diffuse la notizia del terremoto e la decisione di Sabina di “partire anche lei” facendosi accogliere come una benevola buffona intenzionata, contro ogni apparenza, a gettare qualche luce sugli eventi.

Il film si dipana in un crescendo di drammaticità: le interviste ironiche della prima parte lasciano via via spazio alle immagini, inedite, di opere d’arte sfigurate, di macerie che non hanno piu’ il fiato di parlare di cio’ che è stato, di case ormai inesistenti, di persone tramortite psicologicamente e incerte quindi spesso bisognose di aggrapparsi a lui, a quell’uomo che tutto puo’ e da cui tutto procede: Silvio Berlusconi.

Del quale non si puo’ fare a meno di ammirare, in fondo, la genialità: la questione di “Protezione civile s.p.a.” poi naufragata per la vicenda dei “ridaroli” della mattina del 6 aprile, è il risultato di abili escamotage tutti linguistici per cui cambiando poche parole delle delibere che regolano l’azione della protezione civile è divenuto possibile agire nella totale indifferenza per le leggi dello stato. Lo stesso concetto di “emergenza” cambiando, togliendo e aggiungendo pochi aggettivi,viene definitivamente consegnato all’arbitrio delle autorità, che possono dichiararlo anche per la commemorazione di un santo di paese.

Il racconto della Guzzanti non è solo il resoconto -fedele e assolutamente non parziale, giacchè i filoberlusconiani intervistati sono la stragrande maggioranza dei cittadini che fanno dichiarazioni nel film- di quest’ evento tra le surreali inquadrature e le paradossali situazioni in cui lei fa immergere lo spettatore, ma è il ritratto dell’Italia intera.

Un paese in cui esistono “due” stati: uno “normale” formato da cittadini che in buona fede votano quegli uomini che dan loro fiducia e che credono che questi provvederanno alle loro necessità collettive e uno stato “cattivo”: che accolla alla spesa pubblica tutti gli oneri, relativi alle piu’ svariate esigenze della “classe scelta” del paese: dalle transenne, ai portaceneri del G8, ai tiranti per le case de L’Aquila lasciate in macerie, al progetto C.A.S.E. che accontenta (si fa per dire) solo il 30% degli sfollati lasciando al loro destino gli altri. Uno stato “cattivo” dicevo, che progetta con una freddezza che fa star male al pensiero, che ogni piu’ piccolo guadagno sia dirottato, aggirando le leggi con cavilli minuziosissimi, verso le tasche di imprese gestite da “parenti, amici, prestanome, teste di legno, vaticano,” ecc..ecc…ecc….

Il momento dello “spolpo” del cadavere-Italia (di cui l’Aquila è simbolo) è rappresentato da Sabina con la stessa perizia di un coroner che volesse capire le ragioni di un omicidio, intravedendo nei fatti: complotto, programmazione, premeditazione e movente. E, da piu’ che discreta cineasta, sa rendere questa sequenza di tragedie comunicando l’angoscia crescente di chi, volendo vedere le cose senza pregiudizi, nell’angoscia stessa è costretto ad immergercisi. Lo spettatore infatti segue dall’esterno le peripezie di questi abruzzesi sfortunati ed è portato ad empatizzare con i loro problemi e anche con i loro smarrimenti, al punto che si riesce a capire perfettamente l’impatto emotivo e il conseguente favore che un berlusconi ha potuto riscuotere in un popolo così traumatizzato e condizionato.

In due scene le “vittime” mi hanno colpito in modo particolare: Sabina ad un certo punto intervista una donna che simpatizza apertamente per Berlusconi che dice che “ha fatto bene a fare così (le C.A.S.E. ndr.), altrimenti sarebbero tutti ancora in un container” Con un’operazione di maieutica, facilitata forse dal fatto che questa donna ha preso in simpatia Sabina comunque, la signora ammette, piano piano, che la parola “container” è stata demonizzata ripetutamente dalla televisione e che questa sua convinzione, effettivamente, potrebbe essere stata indotta dal messaggio martellante.

In un’ altra scena l’ex titolare di un piccolissimo giornale locale racconta di aver lavorato- subito dopo la “stranamente breve” riunione che la protezione civile tenne a L’Aquila il 30 marzo per discutere se le scosse che si ripetevano da mesi e mesi potessero preludere ad una scossa rovinosa e la prot civile aveva frettolosamente concluso che no- per diffondere le rassicurazioni della protezione civile stessa con il suo giornalino.

L’uomo ci aveva creduto. Aveva sposato al 100% la propaganda tranquillizzante che la protezione civile aveva espresso come diktat alla popolazione. Al punto che la notte del 6 aprile, quando la catastrofe colpiva la citta’ erano presenti solo poche decine di vigili del fuoco a tamponare il disastro: niente piano di evacuazione, niente previsione nemmeno minima di questa possibilità. Ebbene quest’uomo, dopo aver rassicurato i suoi due bambini che si erano svegliati di notte preoccupati, li ha persi sotto un crollo. Entrambi.

Il condizionamento “autorevole”, le costrizioni e le bugie, il bisogno di un uomo forte, la convinzione che la comunicatività di Berlusconi sia sintomo di “amore”: questi fattori hanno portato gli aquilani a farsi guidare come un gregge al loro destino. Poche, sporadiche e anarchiche le ribellioni (una signora e un vecchio professore). Tutti hanno seguito il tracciato che Berlusconi, nemmeno 48 ore dopo il sisma, ha presentato agli aquilani: stato di emergenza, “dieta del terremotato” , sfollamenti e tende: tutto finalizzato ad una speculazione edilizia già pronta, come Sabina dimostra, per qualunque evenienza avesse colpito qualunque città d’Italia. Non era predisposto nulla per la sicurezza pubblica: solo la speculazione.

Chi ci ha guadagnato sono le migliaia di anonime, fantasmatiche, estranee, ditte coinvolte. Che, come ho detto, han provveduto ad ogni cosa: dalle suppellettili per il g8 e per le nuove C.A.S.E ai regali per Obama e per gli altri capi di stato. Dai puntelli per le case di una città fantasma alle spianate antisismiche costate uno sproposito e inutili, come si testimonia nel film, allo scopo per cui sono state adibite.

La vicenda di L’Aquila ci appare oggi come un tassello ormai passato di un immenso complotto che fa arrivare i tentacoli anche nel presente. Brava la Guzzanti a parlarne, come fa, con ironia ma anche con precisione, con lungimiranza storica e con un immenso rispetto per la tragedia di questa gente. Andate pure a vederlo con fiducia, non vi deluderà.

Da Indymedia

martedì 18 maggio 2010

Contro la guerra all'intelligenza uniti nella marcia del Quinto Stato


di Laboratori Precari Roma
Siamo ricercatori, dottorandi, assegnisti, contrattisti e freelancers della conoscenza. Siamo parte del Quinto Stato del lavoro intellettuale, relazionale, di cura. Viviamo in un'economia che si regge sul lavoro della conoscenza, sebbene la nostra professionalità venga disprezzata dalle istituzioni universitarie e rimossa da tutti i governi che dal 1989 muovono guerra all'intelligenza generale e ai saperi pubblici, critici, specialistici. Siamo apolidi in questo paese. Non abbiamo cittadinanza nel fortino delle garanzie salariali disegnate per un mercato del lavoro fordista che ormai non è più realtà. Come stanno facendo i lavoratori dello spettacolo contro la Legge Bondi sugli enti lirici anche noi rifiutiamo di restare invisibili, rivendichiamo tutele per la malattia, la disoccupazione e la maternità, una riforma radicale del Welfare per tutti i lavoratori precari, creativi e non creativi, indipendenti, autonomi. Un esercito che il Cnel ha calcolato in 3,7 milioni di persone che non hanno un lavoro stabile né una continuità di reddito, lavorano a contratto, a progetto, con le borse di studio o gli stage e infine a partita Iva. Domani saremo ancora di più e saremo dappertutto in una crisi che si annuncia molto lunga e non produrrà più occupazione a tempo pieno.
Due anni fa ci siamo opposti al disegno di legge Gelmini sull'università facendo nostra l'Onda e lasciando che l'Onda ci sommergesse. E' stato il primo movimento ad avere reagito alla dequalificazione generalizzata del sapere nelle scuole e nelle università imposta dalla riforma degli ordinamenti didattici, dalla riduzione degli investimenti pubblici nella formazione e nella ricerca, dall'applicazione delle norme sulla valutazione dei crediti e dalla scansione dei cicli didattici. Secondo il Comitato per la valutazione dell'università e la Corte dei Conti, dopo avere applicato per primo e integralmente il processo di Bologna, il nostro paese ha visto diminuire negli ultimi anni il numero dei laureati, registrando la crescita della disoccupazione tra i neo-laureati, provocando la crescente dequalificazione dei saperi trasmessi.
Questo declino non ha spostato di un millimetro l'orientamento di chi governa l'università. Hanno continuato a pensare che l'università non rappresenta più uno strumento di riscatto per gli studenti che per motivi economici non hanno beneficiato di pari opportunità durante il periodo scolastico: al contrario, gli atenei si incaricano di aumentare le disparità tra gli studenti all'inizio del percorso universitario ignorando la correlazione tra le condizioni economiche individuali e l'accesso a un'istruzione di qualità. Quando la riforma Gelmini sarà approvata anche il diritto allo studio verrà triturato in questa corsa al ribasso. Secondo la riforma sarà la Consap Spa, una società di diritto privato, a erogare prestiti per gli studenti meritevoli indipendentemente dalle loro condizioni economiche. La portata simbolica di questo provvedimento è evidente. Agli studenti dicono di vivere una vita di debiti e senza speranza di cambiarla. Tutto dovrà restare così, immobile. Ma sarà davvero così?
Abbiamo continuato ad opporci in tutti questi mesi alla violenta svalorizzazione in cui ogni risorsa intellettuale è intercambiabile e per questo viene precarizzata. Sappiamo che questa sarà l'ultima, e definitiva, riforma dell'università che ci espellerà tutti. Nessun accesso a Torino, dove saremo più di 3 mila che da oggi al 2013 ad essere allontanati dall'insegnamento, dalla ricerca, da una carriera fatta di passione e di compromessi, che produce risultati e delusioni, da una vita che abbiamo voluto autonoma e libera che da troppi anni sta ferma e ristagna. La cooptazione accademica distrugge il nostro tempo di vita.
Saremo molti di più a Roma. Qui noi rifiutiamo la marginalizzazione dei senati accademici, il cui ruolo deve essere anzi valorizzato e che devono prevedere rappresentanze non simboliche di tutte le componenti dell'università, inclusi studenti e precari. Vogliamo il riconoscimento ai lavoratori precari del diritto di eleggere proprie rappresentanze nei principali organi accademici e di partecipare all'elezione delle principali cariche accademiche, rettore incluso.
Saremo moltissimi a Napoli, a Bologna, a Milano, a Cagliari, a Bari a perdere il reddito. I nostri atenei hanno gravissimi problemi a chiudere il bilancio di quest'anno perché i tagli voluti dal ministro Tremonti al Fondo Ordinario di finanziamento (Ffo) degli atenei e imposti all'università dalla legge 133 stanno distruggendo la normale – e da sempre deficitaria e per noi escludente – amministrazione. Sappiamo che l'anno prossimo i tagli saliranno al 14,7 per cento dell'Ffo e molti atenei aumenteranno le tasse, sacrificheranno i nostri contratti, venderanno sedi spesso acquisite senza una programmazione economica degna di questo nome. Noi chiediamo di cancellare i tagli introdotti dalle leggi 126/08 e 133/08 e di rifinanziare il sistema universitario.
La risposta della comunità accademica è irresponsabile. Rassegnata, silente o connivente, in attesa di nuove e futuribili convergenze con la riforma, a caccia del vantaggio personale o della propria corporazione, nessuno tra i professori sembra volersi porre il problema di una didattica di qualità elevata e garantita a tutti gli studenti; di un investimento serio e duraturo nel settore strategico dell'istruzione pubblica e, ovviamente, di un accesso non familistico né corporativo alla professione della ricerca. Nel nostro settore, come in tutta l'economia della conoscenza in Italia, si va nella direzione opposta e si attua una contro-riforma perché il male incancrenisca. La loro guerra all'intelligenza generale vuole accelerare il declino e renderlo irreversibile. Questa economia stracciona ha bisogno di eserciti di precari il cui sapere sia altamente deperibile e sostituibile. Cosa dicono i docenti? La sconfitta sarà dell'università, non saremo certo noi a pagarla.
Noi non difenderemo mai un sistema che ci vuole subordinati e addomesticati nella vana attesa di un posto al sole a 1200 euro al mese e una pensione tra 40 anni dimezzata rispetto all'ultimo stipendio, regalo del passaggio al regime contributivo pensionistico che ci accomuna alle donne e agli uomini, alle ragazze e ai ragazzi, tutti gli iscritti alla gestione separata dell'Inps che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996. Vogliamo che l'età pensionabile dei docenti sia allineata al resto d'Europa. Vadano in pensione a 65 anni, liberino le risorse per destinarle principalmente al reclutamento di nuovi docenti di terzo livello, avviando così un processo di riassorbimento del precariato accumulato.
Dal 1980 il posto da ricercatore ha goduto della garanzia di indipendenza del contratto a tempo indeterminato. La riforma Gelmini lo trasforma in un lavoro precario, con contratti a termine triennali rinnovabili una volta. La casta dei garantiti si restringerà sempre più e vi saranno ammessi i soli professori ordinari ed associati. Intorno a questa cittadella fortificata, prolifereranno le figure precarie che, spesso a titolo gratuito come i docenti a contratto, non permetteranno a lungo la sopravvivenza degli atenei in condizioni sempre peggiori.
In questo clima da «si salvi chi può» fortissimo è il rischio di arroccarsi nella difesa di egoismi corporativi. I ricercatori strutturati stanno organizzando ormai da diversi mesi la loro contestazione al Ddl Gelmini: denunciano prima di tutto la scomparsa della figura di ricercatore a tempo indeterminato, che li porterà a competere nei prossimi anni con i precari per i posti che contano. Alcuni di loro chiedono di diventare «professori associati» per legge, o almeno con canali preferenziali come i concorsi riservati. Una mediazione che noi consideriamo corporativa e al ribasso. E infatti il governo sembra intenzionato a venir loro incontro, riducendo così ulteriormente le risorse a disposizione dei precari, mentre i rettori strumentalizzano queste rivendicazioni, pur di mantenere il consenso. Poco importa se, nelle stesse aule in cui i ricercatori minacciano scioperi della didattica, la metà dei corsi sono oggi svolti da precari che lavorano letteralmente in nero o a titolo gratuito.
Siamo più di 40 mila in tutta Italia e respingiamo il progetto di ulteriore precarizzazione della ricerca. Non siamo soli e sappiamo che molti dei ricercatori mobilitati, sia pure con estremo e grave ritardo contro il Ddl Gelmini, si battono contro un sistema che è sempre meno finanziato e si regge sul loro e il nostro volontariato. Saremo accanto a loro quando, dal prossimo ottobre, rifiuteranno di tenere lezione e bloccheranno i corsi di laurea se nel disegno di legge Gelmini sull'università non cambieranno le norme che regoleranno la governance degli atenei, non saranno ritirati i tagli al fondo ordinario (Ffo) degli atenei e non saranno modificate quelle che ostacolano la carriera dei ricercatori e aggravano il precariato.
Ci auguriamo che la lotta dei ricercatori sia altrettanto determinata di quella che condussero i maître-à-conference in Francia l'anno scorso. Ad oggi, ci sembra che le mobilitazioni indette a maggio da tutti i sindacati del personale universitario si stiano rivelando prima di tutto tardive e, in secondo luogo, inefficaci dal punto di vista dell'azione politica contro una proposta di legge che prefigura il definitivo smantellamento dell'Università pubblica, correndo il rischio di limitarsi - se andrà bene - a preservare rendite di posizione. Disertarle, tuttavia, servirebbe solo a convincere Gelmini, Tremonti e Berlusconi che la loro riforma gode di consenso nell'università anche tra gli studenti e i precari, e nella parte più sana della docenza. Perciò, è utile che la generazione cresciuta nella precarietà faccia sentire la sua voce, e porti nelle piazze contenuti realmente innovativi. Usiamo l'immaginazione, uniamo le lotte, creiamo alleanze contro la guerra all'intelligenza, iniziamo una grande marcia per la conoscenza come bene comune. L'autunno è già qui e non solo perché questo è il maggio più piovoso degli ultimi anni.
Per queste ragioni aderiamo all’assemblea pubblica Lunedì 17 maggio alle ore 14 nella facoltà di Lettere de La Sapienza e a tutte le forme di lotta previste dagli studenti e dai precari per il 18 e il 19 maggio in tutta Italia così come a Roma.

Laboratori Precari – Rete di dottorandi e ricercatori precari delle Università di Roma

Da Global Project

lunedì 17 maggio 2010

BOB MARLEY - WAR



BOB MARLEY - WAR

«What life has taught me
I would like to share
With those who want to learn…»
Until the philosophy which holds one race superior
and another inferior, is finally and permanently
discredited and abandoned…
That until there are no longer first class and second
class citizens of any nation.
Until the co lour of a man skin is of no more
significance than the colour of his eyes…
That until there basic human rights are equally
guaranteed to all, without regard to race…
That until that day, the dream of lasting peace,
world citizenship and the rule of international
morality will remain in buy a fleeting
illusion to be persued, but never attained...
And until the ignoble and unhappy regime that now
hold our brothers in Angola, in Mozambique, in
South Africa, in subhuman bondage, have been
toppled utterly destroyed...
Until that day the African continent will now know
peace. We Africans will fight, if necessary,
and we know we shall win,
as we are confident in the victory
of good over evil,
of good over evil...

BOB MARLEY - GUERRA

«Ciò che la vita mi ha insegnato
Vorrei condividerlo con coloro
Che vogliono imparare...»
Finché la filosofia che considera una razza superiore
e un’altra inferiore non sarà finalmente
screditata e riprovata...
Finché in nessuna nazione vi saranno più cittadini di
prima e di seconda classe...
Finché il colore della pelle di un uomo non avrà più
valore del colore dei suoi occhi...
Finché i diritti umani fondamentali non saranno
ugualmente garantiti a tutti, senza distinzione di razza...
Fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura,
la cittadinanza del mondo e le regole della morale
internazionale resteranno solo una fuggevole
illusione, perseguita e mai conseguita...
E finché l’ignobile e drammatico regime che oggi
opprime i nostri fratelli in Angola, in Mozambico,
in Sudafrica, con le sue disumane catene, non sarà
rovesciato e totalmente spazzato via...
Fino a quel giorno il Continente africano non conoscerà
pace. Noi africani, combatteremo, se necessario,
e sappiamo che vinceremo,
poiché confidiamo nella vittoria
del Bene sul Male,
del Bene sul Male...

Alla Tavola della Guerra sono morti 2 italiani in Pace


di Doriana Goracci
Attacco in Afghanistan: uccisi due italiani. Altri due sono stati gravemente feriti, tra loro una donna. Sono stati portati a Herat. Questa è la notizia del giorno, battuta dalle agenzie di stampa, laconica malinconica beffarda. Seguiranno comunicati, editoriali,notizie in diretta, funerali di stato in pace.

Era del fine settimana Santo, la notizia data da Emanuele Giordana sul Manifesto, che alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi, Emergency non sfilava per nessuna passeggiata “pacifista”. Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace, e il generale Vincenzo Camporini, capo di stato maggiore della Difesa, avevano da dialogare e dibattere, intorno al Tema.
Emergency non ha neanche messo i banchetti. .Sul sito perlapace hanno fatto un sondaggio: «Fanno bene i costruttori di pace a dialogare con i militari»? il 74% risponde che bisogna parlare con tutti e il 9% che potrebbe fare senso. Ma un 6% ritiene che coi militari non si discute mentre un altro 10% pensa che sia un’impresa senza costrutto. Concludeva Giordana: “Un sondaggio web vuol dire poco, ma è l’indicazione che qualcosa è successo e che l’incontro non è stato digerito. Chissà se la marcia di domani riuscirà a metabolizzarlo”.

Il 3 ottobre nella Piazza del Popolo i Media imbavagliati, convocavano per la Libertà d’Espresssione, un appuntamento rimandato per rispetto di altre morti di nostri bravi ragazzi in Tempi di Esportazione di Pace in Afghanistan e nel mondo: accorsero in 300.000. Barbara, docente precaria siciliana con altre migliaia di suoi colleghi non aveva rimandato l’appuntamento, era sulle scale del Ministero della Pubblica Istruzione, il 3 ottobre a Roma, non su un palco.Queste alcune delle sue parole tratto da un video che per molti è stata una lezione.“Guardo quì le forze dell’ Odine messe contro di noi…manco fossi la nipote di Riina… malpagata la Polizia come noi nella scuola…la smettano di parlare dei nostri morti, Falcone e Borsellino, noi diventati bacino di voti, raccolti in Sicilia ancora con i pacchi di pasta e le banconote tagliate a metà. Vengono nascoste le realta nelle scuole del nostro Paese, le lezioni si fanno nell’illegalità più assolute…altro che la Gelmini che entra nelle carceri con le forze dell’Ordine…dobbiamo entrare nei negozi nelle case, dove le televisioni non ci permettono di parlare.C’è un’ emergenza non solo sociale,emergenza della cultura, e vediamo donne che aprono le bocche per fare politica. E’ una vergogna n azionale…perchè un ragazzo dovrebbe entrare in una classe quando per affermarsi c‘è Sgarbi che ci riempie dagli schermi di parolacce.Maledetti punti, come fossimo in un supermercato, chi c’è prima e chi c’è dopo, dopo non c’è niente, i figli non hanno speranza, vadano all’estero, basta con le pacche sulle spalle, voglio le persone con me ogni giorno…Lo dobbiamo spiegare, entrando nelle scuole, parlando con il nostro vicino di casa, fuori…DOBBIAMO ANDARE AVANTI!”

Chissà cosa racconterà una volta ancora la Famiglia Italiana ai suoi Figli, di Maggio.

Si, rispetto per le Vite Precarie, rispetto per la Vita di tutte e tutti. Contro la Guerra, WAR, cantata sempre, in tutte le lingue del mondo che non hanno bisogno di traduttori di pace.

Un’altra Piazza del Popolo che scese in strada dopo Genova, dopo l’11 settembre 2001, dove non esistono Intese con il Potere e i Loro Affari.

Doriana Goracci



sabato 15 maggio 2010

L'Europa della crisi

Scioperi a catena in Romania, agitazioni in Spagna e Portogallo, verso il quarto sciopero generale in Grecia!

Dopo la settimana nera dei crolli in borsa, dell'impennata del costo del debito, della apparente spirale inarrestabile della speculazione, Madrid e Lisbona, le due capitali indicate dagli analisti come vittime probabili del contagio greco, si preparano a reagire alla seconda fase della crisi con ulteriori politiche di lacrime e sangue...

Spagna. Successivamente all'annuncio di ulteriori e supplementari tagli alla spesa pubblica, i 2 principali sindacati sono in mobilitazione, innanzitutto contro il taglio del 5% dei salari dei funzionari pubblici a partire dal prossimo mese... il 2 giugno sarà sciopero generale. Il premier socialista Zapatero, sotto la pressione dei partner europei e degli Usa, ha presagito ad un nuovo giro di vite per accelerare il risanamento delle finanze pubbliche e riportare il deficit sotto il 3% per il 2013: le nuove misure debbono consentire alla Spagna di risparmiare ulteriori 15 miliardi di euro nel 2010 e nel 2011, in aggiunta ai 50 miliardi su 3 anni previsti dal governo a gennaio!

Portogallo. Anche il Portogallo ha annunciato un duro intervento per scongiurare il procedere di una crisi che odora di Grecia (...): riduzione del 5% degli stipendi e ulteriori tagli alla spesa per 1.1 miliardi di euro quest'anno. Misure sulle quali hanno trovato un bipartisan accordo il premier socialista Socrates e il leader dell'opposizione conservatrice Coelho, che ha assicurato il suo appoggio al governo di minoranza per attuare le riforme, per far pagare la crisi! Saranno aumentate anche Iva e irpef, l'esecutivo portoghese punta a ridurre il deficit del 9.4% al 2.8 entro il 2013. Anche nel paese lusitano tira aria di sciopero generale...

Romania. Ma è agitazione di protesta anche in Romania, contro il piano di austerità del governo concordato col Fondo monetario internazionale. Ieri c'è stata la prima manifestazione unitaria dei principali sindacati, che contestano la decisione di tagliare pesantemente pensioni, stipendi pubblici e sussidi di disoccupazione. Le manifestazioni, che continueranno nei prossimi giorni, raggiungeranno l'apice il 19 maggio, quando potrebbe essere deciso lo sciopero generale. "L'Fmi ha già distrutto l'economia dell'Argentina - ha dichiarato un manifestante - dobbiamo rifiutarci di seguirlo!".

...tutto ciò mentre in Grecia si corre verso il quarto sciopero generale, che è stato indetto per mercoledi 20 maggio, in uno scontro oramai frontale con il governo Papandreou...

Aidaa propone di togliere i cani a clandestini e rom


I cani, soprattutto quelli di grossa taglia e, quindi, potenzialmente più aggressivi e pericolosi, andrebbero tolti a coloro che, quasi certamente, li utilizzeranno a scopi criminosi. Ne è convinta l’Aidaa, l’Associazione italiana per la difesa di animali e ambiente che propone di tenere d’occhio soprattutto i clandestini ed i rom. Ovviamente non si tratta di una forma di razzismo ma sarebbe più probabile per coloro che si trovano in un Paese straniero e con maggiori problemi economici, cadere nella tentazione di organizzare, ad esempio, delle lotte fra animali o delle scommesse a carattere illegale. Un rischio che aumenta se si parla di amici a quattro zampe dalle grandi misure o appartenenti a specie considerate molto forti.Molti extracomunitari irregolari, poi, li vogliono accanto solo per l’accattonaggio e per tentare, in questo modo, di impietosire i passanti e ottenere l’elemosina, costringendo le povere creature a vivere di stenti. Ancora, i cani di grossa taglia possono essere utili per fare da guardia alle zone di spaccio. Aidaa ritiene che bisognerebbe scongiurare che avvengano ancora fatti di questo genere e conferma: “Sono diverse migliaia i cani posseduti illegalmente in Italia dagli extracomunitari illegali e dagli zingari. Cani che ovviamente non solo non sono microchippati o sottoposti alle dovute vaccinazioni, ma che spesso sono addirittura tenuti in cattività, rinchiusi in piccoli recinti e alla catena e sottoposti ad atroci maltrattamenti e denutriti, proprio allo scopo di renderli aggressivi sia per essere usati per i combattimenti che per essere addestrati a essere aggressivi”.

Si calcola che sarebbero circa 15.000 i cani in queste condizioni ed, in particolare, riferisce Aidaa, “oggetto di almeno 20 mila reati l’anno e dalle loro attività la malavita che li gestisce, ottiene un giro di diverse decine di milioni di euro”. Secondo il presidente nazionale, Lorenzo Croce, perciò, sarebbe veramente importante intervenire immediatamente e sequestrare subito gli animali.
fonte

Link e galleria immagini qui:
http://100cosecosi.blogspot.com/2010/05/laidaa-vuol-fare-quello-che-non-..


Mah...se ho capito questo supponente trombone dal cuore "grande" come una "casa",leggasi bestia,fervente Animalista e non certo Umanista,presidente dell'AIDAA ,una "anima candida",una vera carogna,esimio,ennesimo rappresentante di quel neo-sentimentalismo animalista (vedi la Brambilla) dietro cui si cela l'antipatia o risentimento per questo o quel gruppo di bipedi umani,per usare un eufemismo al posto di odio o razzismo!
Poco mi frega come potete leggere dall'articolo qui sotto che abbia cura di dire:" io non sono razzista sono loro che sono negri ! "
E anche un candidato nelle file del nuovo PSI (...) e vista la mitragliata di cazzate che spara si evince che costui cerca di sfruttare politicamente il sentimento di solidarietà che molti provano per il mondo animale.
Lo fà in maniera rozza ed estremamente volgare e stupisce il fatto che cio possa giungere da chi è vicino per sensibilità al mondo animale,voglio dire che tale sensibilità strumentale giunge a sfiorare la bestialità e a quanto pare pochi se ne sono accorti.
" I cani, soprattutto quelli di grossa taglia e, quindi, potenzialmente più aggressivi e pericolosi, andrebbero tolti a coloro che, quasi certamente, li utilizzeranno a scopi criminosi. "
Sottinteso cosi possiamo giocare più tranquilli a fuochin fuocherello !
Sembra il parto della fantasia dialettica di uno Skinnhead !
A me personalmente sta cosa mi ha fatto sobbalzare sulla sedia,facendo un passo indietro nella storia sappiamo che Hitler amava moltissimo i suoi cani,li colmava di un tale affetto da suscitare rancore e gelosia nella sua corte.
Ebbene a punto a cui arriva questo cretino neppure Hitler e il nazismo è stato capace di giungere,va da se che comunque gli animali domestici d'affezzione in quel preciso periodo storico quasi si estinsero per le ragioni che potete immaginare:la fame (...) pero non si giunse mai a muovere una proposta cosi delirante come quella contenuta nel post qui in basso.
Inutile oltretutto che metta in grassetto i paragrafi deliranti stesi da Lorenzo Croce (...) vi dico che in Francia sono non pochi i "sans abris" senzatetto che devono la loro vita ai loro cani in tempi in cui le falangi "dell'ordine nuovo" si danno all'incendiamo-il-pachistano (Roma) e via dicendo!
Sono numerosi anche in Italia questo genere di episodi e aggiungo un fatto universalmente riconosciuto dai veterinari (psicologia dell'animale) nessun cane o animale domestico stà meglio del cane che accompagna il senza tetto,il barbone,il "Clochard" in quanto l'animale desidera la vicinanza del suo padrone,una specie di simbiosi affettiva (...)
Non solo,sarebbe curioso scoprire da dove prende il signor Lorenzo Croce le sue statistiche e ci si chiede persino in che cavolo di paese vive se non sà dello spaventoso sfruttamento dell'animale che viene perpetuato in Italia e specificatamente ad opera innanzitutto degli italiani;per quanto riguarda l'accattonaggio è noto che furono gli "indiani metropolitani" negli ani 80 ad usare gli animali a fini di accattonaggio (...) tra un tiro di Marijuana e uno spinello all'origano quando scarseggiava la prima!
Spregevole addebbitare all'immigrato,al "clandestino" un costume in cui l'italiota sub-medio è maestro universalmente riconosciuto,è razzista,pura odiosa xenofobia!
L'idiota di turno giunge ad affermare che sarebbero i cani più che i bambini a sorvegliare e proteggere le zone di spaccio dall'irruzione delle forze dell'ordine al che se ne deduce dapprima che al cinema non ha visto "Gomorra" e poi che i cani si sono fatti arruolare dalla criminalità organizzata e hanno imparato a ...sparare !
Bontà sua si fà premura di avvertirci del numero di cani posseduti dagli zingari,i Room (...) a supporre che il ministero degli interni o Maroni abbiano con lui un filo diretto e lo informino dettagliatamente!
Poi perchè male non fà e torna utile a smuovere le coscienze sensibili torna sul lato umanitario,questi poveri cani denutriti e maltrattati (...) quando il Clochard si toglie letteralmente il pane di bocca per le sue bestie,l'unico affetto sensibile,concreto che attraversa il suo quotidiano di estrema marginalità (...)
Un volgare,spregevole tentativo di canalizzare il risentimento delle "anime candide",sensibili su delle minoranze giusto per aggregarsi ad un clima divenuto moda scellerata in un paese avviato verso un declino costellato da razzismi di tutti i generi!
Ciliegina sulla torta Croce "calcola" all'ingrosso e senza dettaglio in: “ almeno 20 mila reati l’anno e dalle loro attività la malavita che li gestisce, ottiene un giro di diverse decine di milioni di euro” al che non si sà se piangere,riderne o rovistare in cantina alla ricerca dello schioppo del bisnonno giusto per fargli una bella visita di cortesia!
Il minimo quando uno squallido personaggio come questo conclude che ci si deve muovere immediatamente al sequestro degli animali!
Verrebbe da chiedergli se le povere bestiole possono esprimere la loro opinione e in proposito;dubito seriamente che l'affetto,l'amore del Ministro al turismo Brambilla possa accoglierli nel suo business,pardon nei suoi canili e poi magari bisognerebbe chiedere a Tremonti se ci sono quattrini per una tale adozione di massa a spese sorgente stato neo-nazista!
Fuor di dubbio che il carroccio,la Lega Nord che anima l'ispirazione,lo slancio "sentimentale" di questo signore dovrebbe spalancare le sue sedi cosicchè possano divenire da covo di bestialità rifugio dell'amore animalista!
Nota personale:se avessi narrato di un episodio del genere nel "Diario segreto di Renzo Bossi Junior"qualcuno mi avrebbe preso per un pazzo delirante,certo che ce ne vuole di immaginazione.
Il Blog di Lorenzo Croce

da Indymedia

In ricordo dell’insurrezione dei rom



Il 16 maggio 1944 i nazisti avevano pianificato lo sterminio definitivo dei rom detenuti nel campo di concentramento di Birkenau. Dopo averlo saputo i rom si sono organizzati.

Armati di picconi, asce e altri attrezzi si sono asserragliati nelle baracche e le Ss hanno rinunciato ai loro piani.

“Affinché la storia non si ripeta non basta commemorare i morti. Bisogna anche celebrare l’insurrezione di coloro che hanno vissuto questa storia terribile”, scrive il sito La voix des Rroms.

Alla fine della seconda guerra mondiale erano stati sterminati tra i 500mila e il milione di rom.

Domenica 16 maggio si celebra a Parigi, nel piazzale della basilica di Saint Denis, la prima festa dell’insurrezione gitana, “quando i rom riuscirono a tener testa alla macchina di sterminio nazista armati solo di picconi”.

da Internazionale

venerdì 14 maggio 2010

Marea nera, soluzione "made" in Puglia

BARI - La Puglia ha a disposizione una soluzione tecnologica innovativa per far fronte all'emergenza in Lousiana: e' il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola (Sel), a dirlo. Lo fa nelle note inviate al ministro degli Affari Esteri, Franco Frattini, all'ambasciata d'Italia a Washington e all'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne. ''La societa' Fluidotecnica Sanseverino, con sede a Bari - scrive Vendola - ha brevettato un macchinario, l'Olisep Cc Ecology, in grado di compiere una separazione netta tra l'acqua e tutti i fluidi inquinanti che galleggiano''. Il macchinario, 'inventato' e interamente finanziato da un imprenditore barese, Michele Sanseverino, utilizzando i risparmi di famiglia, e' stato gia' testato da grandi aziende ed e' oggetto di interesse nelle zone di estrazione di idrocarburi fossili, come l'Oman e la Nigeria. ''Ha la funzione di assorbire ed eliminare - spiega Vendola - le chiazze di olio che troppo spesso si depositano sulla superficie del mare e che derivano dalle attivita' di navi cisterna, piattaforme petrolifere e industrie, senza utilizzo di alcun additivo chimico''. ''L'intero distretto della meccanica della Puglia - scrive Vendola - intende mettersi a disposizione per realizzare il numero di macchinari necessari a ripulire interamente la chiazza di petrolio riversatasi in mare''.

''La calamita' che sta minacciando in questi giorni l'ecosistema mondiale, seriamente compromesso dalla dispersione al largo delle coste Statunitensi dell'equivalente di migliaia di barili di petrolio che si riversano nell'oceano Atlantico dalla piattaforma della British Petroleum dinanzi alle coste della Lousiana - scrive Vendola a mr.Thorne - e' oggetto di apprensione e, al contempo, di solidarieta' da parte della comunita' pugliese''. ''Avvertiamo con chiarezza - afferma Vendola - quanto la situazione sia di estrema gravita' e necessiti di interventi rapidi e idonei''. La regione Puglia, fa presente il presidente della Regione, ''e' da sempre sensibile alle tematiche ambientali e, riconvertitasi all'economia verde, negli ultimi anni ha visto nascere floridi distretti produttivi regionali, che sostengono le imprese operanti nello stesso settore nella costruzione di reti di relazioni e da uno di questi distretti, quello della meccanica arriva la proposta di una possibile soluzione radicale al problema del versamento del petrolio in mare''. Da parte sua, l'imprenditore barese si dice assolutamente pronto ad affrontare l'emergenza. ''In collaborazione con il distretto della meccanica della Confindustria di Bari - dice Michele Sanseverino - siamo gia' al lavoro per preparare un piano d'azione e pianificare eventuali interventi. La macchina funziona e siamo pronti''. -ANSA-

giovedì 13 maggio 2010

Il presidente della Puglia: l'omosessualita' non e' una malattia

Nichi Vendola, ospite di Victor Victoria nella puntata in onda ieri sera su La7, alla domanda della Cabello su come vivesse le esternazioni del Papa contro le coppie di fatto, lui fervente cattolico che difese peraltro il diritto del Pontefice di parlare alla Sapienza di Roma, ha dichiarato: “Ad un certo atteggiamento clericale e dogmatico, che spesso si chiude come una saracinesca non solo sulle idee, ma sulla vita delle persone, sui sentimenti, sui costumi; a questo spirito di intolleranza che talvolta soffia forte in Italia, nel mondo ecclesiastico e nel mondo politico non bisogna rispondere con atteggiamenti anticlericali, con una intolleranza di segno contrario. – la risposta del presidente della Regione Puglia è poi continuata - Noi dobbiamo abbattere i muri dell’intolleranza e dobbiamo discutere.

Io vorrei sfidare la Chiesa. Vorrei capire in cosa consiste il peccato quando si è nei dintorni dell’amore. Perché una coppia regolarmente sposata in cui vige la violenza e l’ipocrisia va bene mentre una coppia gay dove c’è un patto di amore straordinario e un vincolo di fedeltà ha a che fare con le fiamme dell’Inferno? Questa rappresentazione della religione come guardiano della morale corrente e decalogo di comportamenti la trovo un po’ oppressiva. Io penso che Dio sia Libertà e che il dono di Dio sia fondamentalmente un dono di libertà”. Vendola ha poi concluso sull’argomento: “Vorrei che tutti quanti, pur conservando i propri convincimenti, imparassero a esprimerli sempre con molto rispetto perché anche chi pensa che l’omosessualità sia una malattia dovrebbe fare una pausa di silenzio e riflessione prima di esprimere un concetto del genere che può ferire la sensibilità di un’altra persona. Cadute le ideologie, crollati i grandi pensieri salvifici credo che oggi dobbiamo aggrapparci disperatamente ad una cosa: il rispetto della vita di ognuno a cominciare da quelle che sono più lontane da noi.

Vendola ha poi dichiarato durante la registrazione della puntata: “Il Governo Berlusconi pensa che per affrontare la crisi economica bisogna tagliare il Welfare e la cultura. I tagli di questo governo vanno sull’ innovazione, sulla ricerca sull’università, sulla scuola, sulla sanità e per certi versi sull’opera lirica ma è un idea malata quella che l’investimento in cultura sia un investimento non redditivo, un po’ superfluo e parassitario”. Il presidente della regione Puglia ha poi continuato sui tagli al welfare: “L’investimento in cultura è fondamentale per due ragioni: non solo perché la cultura fa crescere l’intelligenza in generale e la nostra economia ha bisogno di più intelligenza, di più valore aggiunto, di più innovazione, ma anche perché una società povera di cultura una società regredita, una società segnata da un analfabetismo di ritorno imboccherà non la via del futuro ma un vicolo cieco, una regressione tribale. Siamo il paese di Verdi e Puccini: tagliare sulla lirica sul teatro e sulla musica significa recidere una delle radici che ha fatto dell’Italia un paese straordinario” Alla richiesta della Cabello di fare un appello a Bondi per i tagli alla cultura, Vendola ha risposto: “Credo che non sia lui l’interlocutore così come non è la Gelmini per i tagli alla scuola. Sono ministri di rappresentanza. Poi c’è un superministro che decide tutto che è il ministro Tremonti che ha un’idea arcaica della cultura. Per esempio lui fa una polemica diretta con me per le scelte che io faccio in Puglia sul cinema. 130 produzioni cinematografiche negli ultimi due anni, due cineporti dove collochiamo tutte le attività produttive, sto mettendo in piedi un’accademia del cinema digitale: ho immaginato il cinema in Puglia non semplicemente come location per film, ma come industria, come attività produttiva. Questo è difficile spiegarlo a Tremonti. Talvolta un filone culturale di destra sollecita il sospetto nei confronti della cultura stessa. Nutrono l’idea che la cultura sia il vettore del debosciamento delle virtù virili e militari. Io penso invece che la cultura sia l’unica possibilità di salvare l’umanità.”
Alla domanda di Victoria Cabello, che ha chiesto se avevano tentato di “assassinarlo”, Vendola ha risposto: “E’giusto, è un espressione esatta. Per la seconda volta ho dovuto prima “sconfiggere” un certo centrosinistra, una certa idea malata di politica, e poi il centrodestra. Io non intendo lasciarmi divorare l’anima dal Palazzo, quello con la P maiuscola, non voglio perdere i miei sogni” . Il Presidente della Regione Puglia ha poi continuato: “Il fastidio che io provoco anche in questi giorni i giornali parlino, anche troppo, di me come possibile candidato premier per il centrosinistra, e quindi io appaio alla luce di chi si sente gallo nel pollaio della politica come l’altro gallo che cerca di beccare il concorrente e di liberare la scena. Ecco devo dire che non hop questa concezione della politica".

mercoledì 12 maggio 2010

Scarcerato Gugliotta ma il Viminale insiste

Dopo aver iniziato lo sciopero della fame, a distanza di una settimana Stefano Gugliotta è stato scarcerato.
Rimane l'accusa di resistenza a PU, mentre gli altri 6 arrestati quella notte sono tutt'ora in carcere, compreso il tifoso investito da un auto della PS.

Ma il Viminale sta rosicando come una bestia feroce e annuncia che in caso di colpevolezza si costituirà parte civile. La solita pantomima visto che tanto si sa già come andrà a finire:
"Qualora venissero accertate al termine dell'indagine responsabilità penali nei confronti di uno o più appartenenti alle forze dell'ordine" nell'aggressione subita da Stefano Gugliotta il 5 marzo, "il ministero dell'Interno si costituirà parte civile". Lo ha annunciato il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, nel corso del question time, rispondendo ad una interrogazione del Pd. L'esponente del governo ha poi ricostruito brevemente la vicenda riferendo sia dei precedenti del 25enne per "rapina, lesioni personali, guida in stato di ebbrezza e per uso di droga", che della decisione della Procura di chiederne la scarcerazione ritenendo che il comportamento del giovane "sia stata una reazione ad un atto arbitrario di un pubblico ufficiale".

da Indymedia

Ancora repressione a Torino: irruzione della polizia in centri sociali e squat .

La polizia italiana... lavora e non si stanca

Torino - Brusco risveglio questa mattina per alcuni spazi occupati della città di Torino. Una nuova maxi-operazione poliziesca ordita dalla questura cittadina pe rpunire le pratiche di resistenza e contestazione seguite allo sgombero dell'Ostile nella giornata del 10 dicembre 2009. Alle 6.30 di questa mattina poliziotti e digos fanno la loro irruzione, sfondando le porte, al centro sociale Askatasuna e all'Asilo occupato di Torino, al Mezcal squat di Collegno e al Barocchio squat di Grugliasco.
Entrano di soppiatto alla ricerca di persone, “armi”, travisamenti. L'operazione porta la firma dell'instancabile pm Padalino, già noto alla cronache per diverse operazioni repressive intimidatorie contro antirazzist* della città. Il “bottino” del pm tocca 16 persone, portandone in carcere 3, ai domiciliari 4 e sottoponendone 9 all'obbligo di firma.
I reati imputati agli indagati sono i soliti: resistenza, lesioni, travisamento e varie “aggravanti” che non guastano mai per fare numero e curriculum . Tra le altre spicca sempre, per l'uso scientifico che se ne fa, quella relativa al fatto di aver compiuto il “crimine” in più persone. E' la pratica collettiva che viene messa sotto accusa. Il fatto di aver resistito in più persone ad un atto ignobile come lo sgombero di uno stabile inutilizzato in quartieri sempre più preda dell'immobiliare. Si pensa così di colpire e punire una resistenza e una contestazione legittime che quella sera furono la naturale risposta ad un'operazione repressiva e di chiusura di uno spazio sociale.

Ancora una volta, è l'uso politico-intimidatorio della misura cautelare (in assenza cioè di qualsiasi processo) a scandire senso e finalità prime di simili operazioni. Una volontà di intimidazione e disciplinamento che incontra non di rado le aspirazioni di carriera di pubblici ministeri noti per le proprie inclinazioni liberticide.

Puntuale come sempre la scelta dei tempi, giusto sul finire dell'esposizione della Sindone e l'ordinato svolgimento delle elezioni regionali, per non disturbare manovratori e gendarmi.

Una riunione operativa è stata indetta per le 19 di questa sera al Mezcal squat di Collegno (Parco della Certosa).


Related Link: http://www.infoaut.org/

da Indymedia

PERCORSI SBARRATI

martedì 11 maggio 2010

Donne contestano Roberto Fiore(fn).Giovani urlano:"stupratele"

Roberto Fiore contestato a Massa

Momenti di tensione, a Massa, al termine di un convegno sulla RU486, al quale ha partecipato Roberto Fiore, segretario nazionale di Forza Nuova. Alla fine dell'incontro, fuori dal teatro, un gruppo di donne favorevoli all'aborto e che avevano contestato Fiore sono state apostrofate da alcuni giovani presenti all'iniziativa, che hanno gridato «Stupratele che tanto abortiscono». A pochi metri di distanza dal teatro sede del convegno, si è svolto anche un sit-in di forze di centrosinistra e associazioni, per manifestare pacificamente la loro contrarietà all'incontro e alla presenza di Fiore. Non ci sono stati scontri, anche grazie al copioso schieramento di forze dell'ordine. Per evitare che un cameraman di una tv locale riprendesse la scena delle grida contro il gruppo di donne, altre persone hanno cercato di sottrargli la telecamera, minacciandolo di non rientrare in teatro. Fiore si era già allontanato.

Impastato: lo uccise solo la mafia?


A 32 anni dalla morte, emergono nuovi interrogativi sull'omicidio del giovane giornalista antimafia. Perché molti dettagli fanno pensare che non sia stata solo Cosa Nostra. E quelli che depistarono le indagini sono gli stessi che poi si occuparono delle misteriose "trattative" seguite alle stragi del '92.

Peppino Impastato
Trentadue anni fa un giovane giornalista siciliano, Peppino Impastato, fu dilaniato da una bomba sui binari della ferrovia Trapani-Palermo. Per il suo omicidio è stato condannato all'ergastolo il boss dei Corleonesi Gaetano Badalamenti. Eppure, in quel delitto, molti sono ancora i punti oscuri.
A iniziare dalle modalità dell'omicidio, diverso dai rituali mafiosi. Ma soprattutto è interessante il fatto che i depistaggi dell'inchiesta (inizialmente si cercarono gli autori del delitto tra gli amici della vittima) sia stato attuato dagli stessi personaggi che oggi emergono come protagonisti di quella trattativa tra mafia e Stato che seguì la stagione delle stragi. In altri termini, emerge l'ipotesi che il delitto Impastato sia stato voluto da quella "zona grigia" tra Cosa Nostra e lo Stato che sta emergendo in questi mesi.

La questione viene posta da questa pagina del nuovo libro di Attilio Bolzoni, "FAQ. mafia" (in uscita per Bompiani in uscita il 19 maggio) che 'L'espresso' anticipa qui di seguito in esclusiva.
Data la rilevanza del "sasso" lanciato da Bolzoni in queste righe, "L'espresso" lo ha anche intervistato in merito, approfondendo gli interrogativi sul caso Impastato: potete vedere e ascoltare l'intervista cliccando qui

"Ci sono stati depistaggi per proteggere mafiosi importanti?

Il più sfacciato è stato quello dell'inchiesta sull'omicidio di Peppino Impastato. Lo hanno fatto 'suicidare', lo hanno fatto diventare un terrorista. E invece era stato assassinato. Per ordine dei boss e, forse, anche di qualcun altro.

Peppino Impastato è morto il 9 maggio del 1978 sui binari della ferrovia Trapani-Palermo, dilaniato da una bomba. Nello stesso giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Caetani, a Roma. Peppino aveva 30 anni, era figlio di un mafioso di Cinisi, militava nell'estrema sinistra e lavorava a Radio Aut, una radio libera. L'indagine sulla sua morte è stata truccata fin dalle prime ore. Dai carabinieri.

L'esplosivo usato per il presunto attentato era esplosivo da cava, eppure nei giorni successivi alla morte di Peppino i carabinieri non fecero neppure una perquisizione nelle cave intorno a Cinisi, che erano tutte di proprietà dei mafiosi. Inoltre, nella prima informativa non fecero menzione di una pietra ritrovata sul luogo del delitto: quella che probabilmente uccise Peppino Impastato prima che venisse 'sistemato' sui binari per sembrare un terrorista suicida. E ancora: nel primo rapporto che i carabinieri presentarono alla procura di Palermo, scrissero: "Anche se si volesse insistere su un'ipotesi delittuosa, bisognerebbe comunque escludere che Giuseppe Impastato sia stato ucciso dalla mafia".

La mafia a Cinisi era Gaetano Badalamenti, il boss che Peppino Impastato attaccava ogni giorno dai microfoni di Radio Aut, irridendolo col nome di Tano Seduto ; lo stesso Badalamenti che aveva stretto rapporti con alcuni alti ufficiali dell'Arma. Era lui il boss da proteggere. E, probabilmente, Gaetano Badalamenti non era l'unico a volere morto Peppino Impastato.

Tutta l'inchiesta, fin dall'inizio, si è concentrata esclusivamente sulla ricerca di accuse contro la vittima. C'è stato un depistaggio sistematico - e forse pianificato ancor prima dell'omicidio - che è sempre apparso "sproporzionato" per coprire soltanto un mafioso, sia pure un grande capo di Cosa Nostra come Gaetano Badalamenti. Anche il delitto Impastato, dopo tanti anni, sembra uno di quegli omicidi dove è probabile che si sia registrata una "convergenza di interessi". Il fascicolo giudiziario su Peppino Impastato è rimasto per almeno dieci anni "a carico di ignoti". Ci sono voluti altri dieci anni per riaprire le indagini. E altri quattro ancora per condannare Gaetano Badalamenti come mandante del delitto. Un po' di giustizia è stata fatta nel 2002: in un altro secolo. Ma ci sono ancora molti misteri. Testimoni che non sono stati mai ascoltati. E protagonisti di quell'inchiesta che, tanto tempo dopo, sono scivolati nelle indagini sulle trattative fra mafia e Stato a cavallo delle stragi del 1992"

da Indymedia

ASCANIO CELESTINI - TONY CORROTTO E TONY MAFIOSO