Il dibattito sull’iniziativa referendaria per la creazione dell’ipotizzata regione Salento prosegue e può quindi essere utile mettere a confronto tale iniziativa con la normativa in materia e cioè con l’art. 132 della Costituzione e col titolo III della Legge 25/05/70 n. 352 che disciplina i referendum per la modificazione territoriale delle regioni. Va intanto rilevato che l’art. 42 della Legge 352/70 precisa che «la richiesta di referendum per il distacco, da una regione, di una o più province ovvero di uno o più comuni, se diretta alla creazione di una regione a sé stante deve essere corredata delle dichiarazioni, identiche nell’oggetto, rispettivamente dei consigli provinciali e dei consigli comunali delle province e dei comuni di cui si propone il distacco, nonché di tanti consigli provinciali o di tanti consigli comunali che rappresentino almeno un terzo della restante popolazione della Regione dalla quale è proposto il distacco delle province o dei comuni predetti».Ora, il tenore letterale della citata norma induce a ritenere, per l’uso che in essa viene fatto delle congiunzioni disgiuntive «ovvero» e successivamente «o» le quali collegano i due concetti uno dei quali esclude l’altro, che i promotori di un tale referendum possono chiedere il distacco per la creazione di nuove regioni, di una o più province o di una o più comuni ma che non possano domandare entrambe le cose e neppure far deliberare i consigli comunali sul distacco delle province o i consigli provinciali sul distacco dei comuni. C’è inoltre l’avverbio«rispettivamente» che toglie ogni dubbio al riguardo sicchè appare superfluo aggiungere che l’interpretazione logica della norma conferma quella letterale. E’ vero che l’art. 132 della Costituzione parla a questo proposito solo di richieste da parte dei«consigli comunali» ma è altrettanto vero che la menzionata legge del ‘70 ha ragionevolmente dato di tale espressione una interpretazione estensiva fino a comprendere i consigli provinciali e ha poi nettamente distinto e disciplinato la richiesta referendaria dei consigli comunali da quella dei consigli provinciali.
Orbene su una strada diversa si è invece mosso il comitato promotore della consultazione che ha invitato i consigli comunali interessati a dare il loro assenso al seguente quesito: «volete che il territorio delle province di Brindisi, Lecce e Taranto e quindi anche il territorio del comune di cui siete rappresentanti sia separato dalla regione Puglia per formare una regione a sé stante denominata regione Salento?» Il comitato propone quindi un referendum per il distacco delle province di Lecce, Brindisi e Taranto dal resto della Puglia ma chiede le relative delibere non, come avrebbe dovuto, ai consigli provinciali interessati ma a tutti i consigli comunali delle tre province in chiaro contrasto con l’art. 43 della legge 352/70, senza dubbio vigente e quindi per tutti vincolante. Una legge che peraltro, quando disciplina distintamente la richiesta delle province e quella dei comuni, stabilisce che le deliberazioni devono provenire, nel primo caso, da tutti i consigli provinciali e, nel secondo, da tutti i consigli comunali interessati. E’ allora molto probabile che la richiesta referendaria in questione, per come formulata, venga dichiarata inammissibile dal competente Ufficio della Corte di Cassazione anche a prescindere dal verificarsi o meno della non facile condizione che i consigli comunali richiedenti rappresentino almeno un terzo della restante popolazione della regione.
Va rilevato inoltre che gli artt. 44 e 45 della suddetta legge prescrivono che il referendum sia indetto in tutto il territorio della Regione dalla quale «le province o i comuni» (torna anche qui la congiunzione disgiuntiva) intendono distaccarsi per formare una nuova regione e che la proposta sottoposta a referendum si considera approvata se «il numero dei voti attribuiti al quesito referendario non sia inferiore alla maggioranza degli elettori iscritti nelle liste elettorali dei comuni nei quali è stato indetto il referendum». Ora, se non si vuole ignorare la realtà, non è possibile immaginare che la maggioranza degli elettori dell’intera Puglia si esprima per il “sì” al quesito referendario. E non basta, perché l’eventuale esito positivo del referendum (improbabile ai confini dell’impossibile) avrebbe un valore solo consultivo sicché toccherebbe poi al Parlamento, con la complessa procedura prevista dall’art. 138 dello Statuto, decidere con legge costituzionale la creazione della nuova regione alla luce di approfondite valutazioni che tengano conto non solo delle ragioni delle popolazioni coinvolte nell’iniziativa ma anche dell’interesse generale del Paese. C’è allora da chiedersi come mai si stiano impiegando energie e mezzi a sostegno di una iniziativa praticamente destinata, come giustamente ha rilevato l’on.le Ria, all’insuccesso.
Quanto al merito, la pretesa di costituire una regione salentina appare poi priva di apprezzabili giustificazioni a fronte di una Costituzione che afferma l’indivisibilità della Repubblica contro i pericoli non solo di secessioni ma anche di innaturali frammentazioni. E va rilevato al riguardo che l’Assemblea costituente, nel determinare le regioni della Repubblica, adottò il criterio storico-geografico e si indusse perciò a confermare la situazione preesistente ritenendo altri criteri o estranei alla logica costituzionale (come quello etnico) o labili e privi di rilevanza. Le antiche origini dei pugliesi sembrano infatti, alla luce degli studi più accreditati, sostanzialmente comuni dal momento che iapigi e messapi furono in sostanza un unico popolo tanto che i due nomi venivano indifferentemente usati per indicare la regione che si estende dal Gargano all’estremo Salento che i Romani chiamarono Apulia riconoscendo alle popolazioni su di essa stanziate una omogeneità di cultura e di tradizioni rimasta nel tempo inalterata. Né vi sono ragioni geografiche che possono giustificare una regione salentina dal momento che la Puglia è tutta una terra di frontiera, il lembo estremo dell’Europa centro-occidentale che si apre ai Balcani, alla Grecia, al vicino Oriente ed al mondo arabo. Quanto infine alle pretese ragioni economiche, non si comprende in qual modo l’ipotizzato distacco potrebbe avvantaggiare un Salento che, chiuso al nord da una vasta e consolidata regione pugliese, rischierebbe di rimanere ancora più lontano dai processi di ammodernamento e di sviluppo.
Sorprende invero che non ci si renda conto del danno che l’iniziativa referendaria rischia di arrecare all’immagine di una terra come il Salento che ha sempre avuto una spiccata vocazione all’apertura, all’incontro e all’integrazione. Forse c’è bisogno, è vero, di lavorare per il superamento di una certa subalternità del Salento rispetto alla Puglia “barese” ma ciò che occorre è un cammino che va intrapreso sul terreno fermo e fecondo dell’impegno civile e non su quello accidentato e illusorio di “riformette” localistiche che frantumano e indeboliscono invece di rafforzare e di unire. Lo spirito che anima i promotori del referendum merita considerazione e rispetto ma è sbagliato lo strumento operativo scelto. L’auspicio è che si faccia strada questa consapevolezza e che i promotori medesimi, rinunciando all’iniziativa referendaria, convertano i loro sodalizi in un centro permanente di sensibilizzazione, di studio e di proposta. Mettano cioè la loro passione e le loro indubbie capacità al servizio della scelta di offrire alla politica nostrana un valido contributo di conoscenze, di idee e di indicazioni operative per dar corpo ad un organico progetto di sviluppo economico e di progresso civile del nostro Salento.
Michele di Siena - http://www.asinistra.net/
da GrandeSalento.org
lunedì 20 settembre 2010
Il commercio ed il "turismo delle macerie" a L'Aquila

scritto da Daniele Coltrinari
Domenica 12 settembre 2010, L'Aquila
"Non c'è un piano comunale per i piccoli commercianti locali, chi può riapre, magari rischiando, senza autorizzazione". Si confida così un imprenditore del territorio, gli chiedo piu' volte se vuole farsi riprendere dalla telecamera, per una breve intervista video. Non se la sente, allora non mi rimane che proseguire questa chiaccherata in forma anonima. Mi spiega che il comune e la regione abruzzese si rimbalzano le responsabilità sulla ricostruzione della città e su quello che chiedono i medio e piccoli imprenditori della zona, un piano di organizzazione delle attività commerciali sul suolo della città devastata dal terremoto. Il commerciante aggiunge che piu' volte hanno incontrato le istituzioni locali, portando diverse proposte su un possibile piano organizzativo dei negozi, per dirla breve, dove metterli e cosa mettere, niente. Ognuno fa quello che può, chi riesce apre o riapre l'attività senza un'autorizzazione ufficiale del comune o di qualche istituzione del luogo. Sarà vero tutto quello che mi ha dichiarato in forma anonima questo commerciante? E' impressionante vedere come nel corso del centro storico ( aperto) dove ai lati è praticamente ovunque zona rossa, diversi bar sono attivi. A breve dovrebbe iniziare l'attività un ristorante. Mi fa piacere, vedo un pò di vita nel centro storico, almeno di quello che rimane agibile. Poi mi chiedo, chi usufruirà di bar e di ristoranti, gli aquilani, gli abruzzesi? Non proprio, è domenica, ci sono tanti turisti di altre regioni, mi sembra chiaro: si sta sviluppando un turismo specifico, "un turismo delle macerie". E' formato da persone curiose, spesso accompagnati da pulman organizzati da tutta Italia; vedono le macerie, qualcuno sorride facendosi fotografare, mentre qualche cartello appeso alle transenne che dividono i turisti dalla tragedia chiede rispetto. "Non ridete qui davanti, qui c'è stato il dolore", lo ha scritto un cittadino aquilano.
Questo post è pubblicato anche su Coltrinaux
Related Link: http://calcisulcalcio.blogspot.com/2010/09/graffiti-e-g....html
da Indymedia
WANTED BUT NOT WELCOME
Proiettato al Milano Film Festival "Wanted but not Welcome", sconvolgente montaggio di video realizzati dai migranti nel viaggio verso l'Italia
LA TRAVERSATA del Sahara. L'imbarco e la navigazione nel Mediterraneo. L'incontro con le motovedette italiane e la reclusione nei Cie, prima dell'espulsione. Infine le immagini sconvolgenti dei campi della morte nel deserto, disseminati dei cadaveri di quelli che non ce l'hanno fatta. E' l'impressionante sequenza di "Wanted but not Welcome", montaggio di spezzoni di filmati realizzati con i telefonini da migranti africani durante il loro viaggio verso l'Europa.
da Indymeida
sabato 18 settembre 2010
PUNKREAS - ZINGARI
PUNKREAS - ZINGARI
Chiudete le finestre sbarrate le persiane
pericolo in città di nuovo carovane
nomadi gitani con abiti sfarzosi
si nota a prima vista che son pericolosi
cara io vado dai vicini
tu chiudi con la chiave e porta su i bambini
se fanno i capricciosi e non vogliono dormire
racconta che gli zingari li vengono a rapire
Cultura millenaria usanze e tradizioni
e non soltanto giostre furti o baracconi
la grande maggioranza non sa che stiam parlando
di gente che ha deciso di vivere viaggiando
ma noi adoratori di proprietà e lavoro
vediam la vita da dietro un paraocchi
pur di evitare di comprendere la loro
Conseguenza fu la deportazione
la violenza la gran persecuzione
le bottiglie lanciate nella notte
molti roghi, nessuno se ne fotte
Girovagando per il mondo
aprendo buchi in una rete che trascina a fondo
chi pensa che
girovagare per il mondo
restare in movimento non puo' che fare rabbia
a chi si sente in gabbia
Ma vince la paura di averli qua vicino
che saltino le mura entrando nel giardino
la classica trovata per questo malcontento
è far come John Wayne, bruciar l'accampamento
però a differenza degli indiani con i cow-boy
qui non c'è hollywood con la sua cinepresa
nè la speranza di vederli come eroi
Conseguenza fu la deportazione
la violenza la gran persecuzione
le bottiglie lanciate nella notte
molti roghi, nessuno se ne fotte
Girovagando per il mondo
aprendo buchi in una rete che trascina a fondo
chi pensa che
girovagare per il mondo
restare in movimento non puo' che fare rabbia
a chi si sente in gabbia
venerdì 17 settembre 2010
SINISTRA ECOLOGIA E LIBERTA' - CIRCOLO DI NARDO' - ORGANIZZA UN'ASSEMBLEA PUBBLICA SABATO 18 SETTEMBRE IN PIAZZA SALANDRA

Il 1° Congresso fondativo nazionale di SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ è convocato dal 22 al 24
ottobre 2010, con all’ordine del giorno la discussione e l’approvazione del documento politico, dello statuto e degli organismi dirigenti e di garanzia.
Il 1° Congresso di SINISTRA ECOLOGIA LIBERTA’ si svolgerà su un documento politico , il“Manifesto Fondativo”.
Per illustrare e commentare le linee guida di tale documento il circolo Sel di Nardò invita la cittadinanza all’assemblea pubblica che si terrà sabato 18 settembre alle ore 18.00 in P.za Salandra.
‘Sentiamo l’esigenza di costruire una proposta politica che sia innanzitutto un nuovo patto di popolo e un discorso di futuro rivolto alle giovani generazioni. Ci rivolgiamo all’intelligenza e alla passione dei tanti e delle tante che non si rassegnano…siamo in campo perché possa rinascere nel cuore dell’Europa e dell’Italia una nuova grande speranza, una nuova grande sinistra.’ (dal manifesto per sinistra ecologia libertà)
Claudia Raho
circolo Sel - Nardò
CARCERE DI LECCE: UN TAVOLO PERMANENTE PER DENUNCIARE I PROBLEMI, FARE PROPOSTE, TROVARE SOLUZIONI PRATICABILI
Di fronte al progressivo aggravarsi della situazione all'interno del Carcere di Lecce, la Direttrice dott. Piccinni ha convocato per oggi un incontro allargato a Sindacati, rappresentanze interne dei dipendenti, responsabili dei servizi, quadri dirigenti amministrativi e della polizia penitenziara. Alcune ore di discussione non hanno fatto che rendere ancora più palese la sensazione di disagio e di allarme esistente. Una popolazione detenuta triplicata (1500) rispetto al tollerabile (500 ); organico di polizia penitenziaria sottodimensionato di circa 200 unità; carenza di servizi sanitari che provocano poi superlavoro al personale; turni sempre più faticosi; personale amministrativo diminuito del 35 % in pochi anni; carenza di interventi e di fondi, tanto da tendere moroso l'Istituto nei confronti dell'INPS edell'INAIL; sempre più ridotte le attività di “trattamento”, che consentono di impegnare i detenuti costruttivamente abbattendone l'aggressività causata dalla reclusione, con conseguente aumento dei problemi di sicurezza.
“Sono solo alcuni punti dolenti della situazione – dice Giovanni Rizzo, Segretario regionale della Confsal-Unsa – del resto ormai noti anche all'esterno. Ho quindi proposto, nel corso dell'incontro che era appunto tra addetti ai lavori, di superare le dinamiche dell'esplosione episodica di 'casi' e di avviare un confronto continuativo: un tavolo permanente paritetico, continuativo come continua è l'emergenza”.
“Il tavolo permanente – continua Rizzo - tra sindacati, amministrazione, operatori, centrerebbe molti obiettivi. Primo, quello di dare all'esterno la consapevolezza dell'urgenza e dell'emergenza, tale da imporre l'analisi e l'iniziativa unitaria. Secondo, la mancanza di frazionismi, rivalità, protagonismi individuali o collettivi. Terzo, l'analisi dei problemi e l'elaborazione finale di una serie di punti critici e di proposte quanto meno organizzative e poi di livello più elevato per ottenere le risorse necessarie: non è sbagliato rivolgersi alla mediazione e all'intervento del Prefetto”. “L'emergenza – ha concluso Rizzo – causa anche un irrigidimento nei rapporti tra amministrazione e personale. Lo stress, il sovraccarico, il disagio possono portare a un rilassamento dei servizi, cui si può pensare di riparare con una disciplina più rigida. Motivo di più per confrontarsi e agire concordemente, e anche presto”.
da GrandeSalento.org
“Sono solo alcuni punti dolenti della situazione – dice Giovanni Rizzo, Segretario regionale della Confsal-Unsa – del resto ormai noti anche all'esterno. Ho quindi proposto, nel corso dell'incontro che era appunto tra addetti ai lavori, di superare le dinamiche dell'esplosione episodica di 'casi' e di avviare un confronto continuativo: un tavolo permanente paritetico, continuativo come continua è l'emergenza”.
“Il tavolo permanente – continua Rizzo - tra sindacati, amministrazione, operatori, centrerebbe molti obiettivi. Primo, quello di dare all'esterno la consapevolezza dell'urgenza e dell'emergenza, tale da imporre l'analisi e l'iniziativa unitaria. Secondo, la mancanza di frazionismi, rivalità, protagonismi individuali o collettivi. Terzo, l'analisi dei problemi e l'elaborazione finale di una serie di punti critici e di proposte quanto meno organizzative e poi di livello più elevato per ottenere le risorse necessarie: non è sbagliato rivolgersi alla mediazione e all'intervento del Prefetto”. “L'emergenza – ha concluso Rizzo – causa anche un irrigidimento nei rapporti tra amministrazione e personale. Lo stress, il sovraccarico, il disagio possono portare a un rilassamento dei servizi, cui si può pensare di riparare con una disciplina più rigida. Motivo di più per confrontarsi e agire concordemente, e anche presto”.
da GrandeSalento.org
La crisi di Forza nuova a Milano e i movimenti dell'estrema destra a livello nazionale in vista delle possibili elezioni anticipate

La crisi di Forza nuova a Milano e i movimenti dell'estrema destra a livello nazionale in vista delle possibili elezioni anticipate. Roberto Fiore alla ricerca di un accordo con il Pdl e Luca Romagnoli con i finiani.
A giugno è stato arrestato Michelangelo Manazza giovanissimo naziskin, conosciuto per la sua militanza in Forza Nuova a Milano, reo di avere accoltellato la sera del 14 due ragazzi in un parco di Cuneo. Ora è detenuto nelle carceri di quella città con l'accusa di "lesioni gravi ed efferate".
Il fatto ha creato scompiglio, tensioni e divisioni, sia fra il "mondo skin" (ormai egemonizzato dagli Hammer) e i forzanovisti, sia all'interno di quest'ultima organizzazione.
Roberto Fiore, con un comunicato stampa, ha subito preso le distanze dal giovane arrestato, negando fosse di Fn. Ovviamente il fatto non è piaciuto agli skin. Alcuni di loro si sono persino azzuffati con un gruppo di forzanovisti.A luglio, anche seguito di questi fatti, almeno un terzo di Forza nuova di Milano, Bergamo, Pavia e Varese se ne è andata dal movimento per aderire alla nuova sigla Movimento Patria Nostra: un'associazione culturale nata a Roma, recentemente trasformatasi in organizzazione politica, con il riutilizzo del vecchio simbolo di Ordine nuovo, con tanto di ascia bipenne.
Attualmente, in Lombardia, questo neonato gruppo può contare già su una cinquantina di militanti guidati da Alberto Doldi (ex Ordine nuovo di Milano), Valter Melchiorri e Maurizio Stocco. Anche in questo caso la base tende a coincidere con gli ultras della curva interista, in particolare con l'Inter Club di Motta Visconti. Data la comune fede nerazzurra e la generale solidarietà con i "camerati incarcerati" (Manazza come Lothar, sempre detenuto nel carcere di Bergamo), con il neonato gruppo, hanno subito fraternizzato quelli di Calci e Pugni di Alessandro "Todo" Todisco, ben contento della profonda crisi dei rivali di Forza Nuova e dell'odiato Duilio Canu.
Sul versante nazionale, invece, mentre Gianluca Iannone e Casa Pound cercano sponda nel Pdl, tramite Marcello Dell'Utri, Roberto Fiore, in vista di possibili elezioni anticipate, si è incontrato, la settimana scorsa con Giuseppe Ciarrapico e Alessandra Mussolini per proporre a Berlusconi la desistenza di Fn, in cambio di almeno un deputato forzanovista eletto come indipendente nel Pdl. D'altro canto, sempre in vista delle elezioni, la Fiamma tricolore si è spaccata verticalmente in due su tutto il territorio nazionale: da una parte Luca Romagnoli, incredibile ma vero, si sta avvicinando agli odiati finiani (tramite il fascistissimo deputato Donato La Morte, cassiere del vecchio Msi), dall'altra il gruppo movimentista "Fiamma Futura" del naziskin veneto Piero Puschiavo che sta per confluire ne La Destra di Storace.
www.osservatoriodemocratico.org
da Infoaut
Estate caldissima
di GENEVIÈVE MAKAPING
Gli ultimi mesi nella provincia di Cosenza sono stati caldissimi, e non solo per le temperature sahariane o gli incendi. A luglio è scattata l’operazione “Ippocrate”: la polizia stradale ha scoperto decine di falsi invalidi. Tra luglio e agosto si è svolta anche l’operazione “Santa Tecla” contro il clan della ’ndrangheta di Corigliano Calabro. Decine gli arrestati e un centinaio gli indagati, tra cui Pasqualina Straface, sindaco di Corigliano. L’inchiesta ha portato in carcere i suoi fratelli Mario e Franco.
Ad agosto, a Cosenza un autista di autobus ha picchiato duramente un uomo di 78 anni e l’ha lasciato per strada davanti ai passeggeri indifferenti. A soccorrerlo è stato un automobilista di passaggio. È stata una vergogna per tutti noi calabresi, che facciamo della solidarietà un vanto.
Sempre ad agosto una telefonata al 117, il numero della guardia di finanza, ha denunciato una discarica abusiva con 25 tonnellate di rifiuti. A San Marco Argentano è finito in manette Giuseppe Di Cianni, 64 anni, accusato di duplice omicidio a Sydney, in Australia. A Cavallerizzo di Cerzeto i cittadini hanno protestato contro la “new town”, costruita dopo l’evacuazione del loro paese minacciato dalla frana del 7 marzo 2005.
A Cosenza sono state sequestrate armi da guerra. Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Calabria, Paolo Quattrone, si è suicidato sparandosi alla testa. Da pensionato voleva dedicarsi agli orfani e io volevo scrivere un libro-intervista su di lui. “Geneviève!”, mi diceva, “come in Africa, anche in Italia ci sono molti orfani abbandonati”. Infine la ’ndrangheta ha fatto esplodere una bomba sotto la casa del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro.
Cari lettori di Internazionale, in Calabria, è stata un’estate calda.
Geneviève Makaping è una giornalista e antropologa camerunese. Vive in Italia dal 1988.
da Internazionale
Gli ultimi mesi nella provincia di Cosenza sono stati caldissimi, e non solo per le temperature sahariane o gli incendi. A luglio è scattata l’operazione “Ippocrate”: la polizia stradale ha scoperto decine di falsi invalidi. Tra luglio e agosto si è svolta anche l’operazione “Santa Tecla” contro il clan della ’ndrangheta di Corigliano Calabro. Decine gli arrestati e un centinaio gli indagati, tra cui Pasqualina Straface, sindaco di Corigliano. L’inchiesta ha portato in carcere i suoi fratelli Mario e Franco.
Ad agosto, a Cosenza un autista di autobus ha picchiato duramente un uomo di 78 anni e l’ha lasciato per strada davanti ai passeggeri indifferenti. A soccorrerlo è stato un automobilista di passaggio. È stata una vergogna per tutti noi calabresi, che facciamo della solidarietà un vanto.
Sempre ad agosto una telefonata al 117, il numero della guardia di finanza, ha denunciato una discarica abusiva con 25 tonnellate di rifiuti. A San Marco Argentano è finito in manette Giuseppe Di Cianni, 64 anni, accusato di duplice omicidio a Sydney, in Australia. A Cavallerizzo di Cerzeto i cittadini hanno protestato contro la “new town”, costruita dopo l’evacuazione del loro paese minacciato dalla frana del 7 marzo 2005.
A Cosenza sono state sequestrate armi da guerra. Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Calabria, Paolo Quattrone, si è suicidato sparandosi alla testa. Da pensionato voleva dedicarsi agli orfani e io volevo scrivere un libro-intervista su di lui. “Geneviève!”, mi diceva, “come in Africa, anche in Italia ci sono molti orfani abbandonati”. Infine la ’ndrangheta ha fatto esplodere una bomba sotto la casa del procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro.
Cari lettori di Internazionale, in Calabria, è stata un’estate calda.
Geneviève Makaping è una giornalista e antropologa camerunese. Vive in Italia dal 1988.
da Internazionale
Vittime delle forze dell’ordine: le famiglie danno vita a un’associazione
[da Redattore sociale] Sarà presentata ufficialmente il 25 settembre a Ferrara, nel quinto anniversario della morte di Federico Aldrovandi. La madre, Patrizia Moretti: «Un modo per unire le nostre voci e avere più forza. Lavoreremo perché non accada più»
FERRARA – «Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da quattro poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l’ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l’associazione famiglie delle vittime delle forze dell’ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.«Sarà un’associazione aperta – racconta Patrizia Moretti – che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni». La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. «Ho accusato di omicidio i quattro agenti condannati nel 2009 – precisa – e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso».
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, «che va fatto con coscienza». È per questo che la madre di Federico sostiene l’importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. «Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura – afferma –. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così».
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall’anteprima veneziana del documentario «È stato morto un ragazzo» [8 settembre nelle Giornate degli autori]. «Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate – racconta Patrizia Moretti – e che, puntualmente, venivano smentite».
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, «l’unico», a suo parere, che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia [compagno di scuola di Lino Aldrovandi] a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. «Ha seguito il processo fin dall’inizio e conosceva bene la vicenda – chiarisce la madre di Federico – ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano».
Una conoscenza, quest’ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Mariaemanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che «non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui». Tanto che per i primi quattro mesi il fascicolo dell’indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l’assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. «Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione – precisa – ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente».
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. «Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce – racconta –. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l’ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo». [lp]
da Carta.org
FERRARA – «Continuare a parlarne è la forma più duratura di giustizia». Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi ucciso il 25 settembre 2005 da quattro poliziotti, ha ancora voglia di far sentire la sua voce. Ma perché abbia più forza l’ha unita a quella delle famiglie Bianzino, Cucchi, Giuliani, Sandri e Uva. Nel quinto anniversario della morte di Federico, a Ferrara, verrà presentata l’associazione famiglie delle vittime delle forze dell’ordine. Quel giorno sarà anche la prima nazionale del documentario di Filippo Vendemmiati sul caso Aldrovandi.«Sarà un’associazione aperta – racconta Patrizia Moretti – che nasce con due obiettivi: lavorare perché nessuno debba più vivere ciò che è accaduto a noi e ricucire il rapporto con le istituzioni». La madre di Federico tiene infatti a ricordare come, in questi anni, non abbia mai generalizzato le accuse, ma abbia sempre distinto i colpevoli dalle persone oneste. «Ho accusato di omicidio i quattro agenti condannati nel 2009 – precisa – e di depistaggio e falso i loro colleghi che hanno cercato di nascondere quanto era accaduto, mai la polizia nel suo complesso».
Quello del poliziotto è un mestiere delicato, «che va fatto con coscienza». È per questo che la madre di Federico sostiene l’importanza di una selezione sugli ingressi e della formazione. E parla della necessità di poter identificare gli agenti, cosa che oggi non è possibile. La strada da fare è ancora lunga, ma lei non si tira indietro ed è convinta che ognuno nel suo piccolo possa fare qualcosa. «Non credo che la gente voglia una polizia di cui avere paura – afferma –. Anche per questo la legge deve essere uguale per tutti. Oggi, purtroppo, non è così».
La notizia della decisione di costituirsi in associazione arriva a pochi giorni dall’anteprima veneziana del documentario «È stato morto un ragazzo» [8 settembre nelle Giornate degli autori]. «Il titolo è una sgrammaticatura, ma riflette la realtà. Abbiamo lottato a lungo contro le versioni ufficiali che via via ci venivano raccontate – racconta Patrizia Moretti – e che, puntualmente, venivano smentite».
Patrizia Moretti si aspetta molto dal film di Vendemmiati, «l’unico», a suo parere, che potesse girarlo. Il regista, di origine ferrarese, era un conoscente della famiglia [compagno di scuola di Lino Aldrovandi] a cui, durante la lavorazione, si è avvicinato molto. «Ha seguito il processo fin dall’inizio e conosceva bene la vicenda – chiarisce la madre di Federico – ma il film gli ha permesso di approfondirla sia dal punto di vista giornalistico che da quello umano».
Una conoscenza, quest’ultima, che, secondo Patrizia Moretti, è mancata a Mariaemanuela Guerra, il pubblico ministero a cui era stato assegnato il caso e che «non ha mai cercato di sapere chi era mio figlio o che cosa aveva fatto quel giorno. Non le importava di lui». Tanto che per i primi quattro mesi il fascicolo dell’indagine rimase vuoto e ci vollero il blog aperto da Patrizia Moretti e l’assegnazione a un nuovo pm per arrivare al processo. «Il fascicolo vuoto non è una mia invenzione – precisa – ma un fatto. Oggi, quel pm ha scelto di querelarmi per averlo detto. Non so perché lo abbia fatto, ma credo che per lei sia controproducente».
Nonostante tutte le falsità dette sul figlio, i depistaggi e le querele, Patrizia Moretti non ha perso la fiducia nella giustizia. «Non ho mai dubitato che la verità sarebbe venuta alla luce – racconta –. È vero, la condanna è piccola, ma nemmeno l’ergastolo avrebbe potuto restituirmi Federico. Ho lottato per dargli la giustizia che meritava. Credo che il film di Vendemmiati sia importante: potrà mettere mio figlio nella giusta luce e farlo vivere di nuovo, visto che lui non può più farlo». [lp]
da Carta.org
Rom, espulsioni inutili e ingiuste
Parla Cristian Gaita, giornalista rumeno in Italia
L'espulsione dei Rom dalla Francia è un tema che tocca i nervi scoperti del vecchio continente, sicché se ne parla anche al Consiglio europeo, nonostante non fosse in agenda. Se le indiscrezioni parlano di un Sarkozy furente a causa della possibile procedura di infrazione verso il suo Paese, a soffiare sul fuoco ci pensa anche il governo italiano, pronto a schierarsi con l'Eliseo in un quasi inedito asse franco-italiano delle espulsioni.
PeaceReporter ha intervistato Cristian Gaita, caporedattore di "Ora" - il giornale dei rumeni in Italia - che ci rivela gli esiti di un piccolo sondaggio condotto dalla rivista tra i suoi lettori: cittadini del Paese da cui provengono diverse decine di migliaia di Rom attualmente in Italia e che da sempre si misura con il problema della convivenza.
Dal vostro sondaggio sembra che anche i rumeni in Italia siano d'accordo con Sarkozy
In Romania gli zingari non sono così "ben visti" come in Occidente, ma comunque la percentuale di favorevoli non è così alta. Il 56 per cento è con Sarkozy, rimane comunque un 38 per cento che non lo è.
Come rivista non abbiamo una posizione ufficiale, noi abbiamo solo presentato i fatti e ognuno è libero di giudicare.
Qual è il suo parere personale?
Quella di Sarkozy non è una soluzione, perché non solo calpesta i diritti umani, ma è inutile. Come fai a mandare questa gente a casa, pagando perfino l'aereo, pretendendo che restino lì. Non puoi contringerli a restare in Romania, sono cittadini europei liberi: perché e come tenere fermi in un Paese delle persone sulla base del fatto che appartengono a una determinata catogoria? Passare la patata bollente da un Paese all'altro non risolve la situazione.
Da noi i Rom sono sempre considerati un'emergenza. Anche i cittadini rumeni, sia in Italia che in Romania, li percepiscono come tali?
No, la gente è abituata. Diciamo che è un piccolo problema che si sta risolvendo.
Ma anche qui: i mass-media parlano sempre di espulsioni e problemi ma nessuno racconta i progressi. Le politiche sociali sia in Romania sia in Italia ormai puntano ai bambini, che cambieranno la cultura Rom. Non saranno più nomadi, anche se ci vorrà tempo.
Dunque è inevitabile che da nomadi diventino sedentari cambiando il proprio stile di vita?
Per una gran parte sarà così. Magari rimarranno alcuni nomadi ma non potranno essere così per sempre, anche perché devono in qualche modo vivere, al di là dei fatti piacevoli o spiacevoli che accadono.
Aggiungo che oggi ho sentito Bossi che accusava i Rom della maggior parte dei furti in Italia. Ma non scherziamo, come è possibile che su sessanta milioni di persone i Rom siano quelli che rubano di più?
Come vivete la confusione che spesso viene fatta sui media italiani, forse volutamente, tra Rom e rumeni?
E' una confusione sensa senso. Bisogna essere troppo ignoranti per crederci.
da PeaceReporter di Gabriele Battaglia
giovedì 16 settembre 2010
Padre incazzato come una vipera
Bene è iniziata la scuola.
Non so nemmeno da dove cominciare.
Allora mia figlia (la grande) va alle elementari.
L'anno inizia così:
La maestra di italiano che ha avuto per tre anni non c'è più.
Hanno tolto anche l'insegnante di inglese e di educazione fisica.
Adesso c'è una nuova maestra che farà italiano, inglese, educazione fisica.
Ovviamente ci ha già detto (molto onestamente) di non sapere una cippa di inglese e di educazione fisica.
La maestra di matematica (per fortuna) rimane.
Hanno eliminato le compresenze che garantivano a tutti i bambini di rimanere al passo con la classe se incontravano delle difficoltà durante l'anno.
Hanno eliminato il laboratorio di informatica, mancano dei banchi.
La carta igenica bisogna portarla da casa, le fotocopie per lo studio e per i compiti le dobbiamo fotocopiare noi genitori negli uffici.
Dovrebbero esserci dei nuovi testi che dovremmo comprare (parliamo della scuola dell'obbligo...scuola pubblica).
Non ci saranno più ne gite didattiche men che meno ludiche.
Il piccolo (materna)
Una maestra è in maternità...non è stata sostitutita.
Adesso mio figlio (il piccolo) ha una sola maestra che deve gestire 13 inserimenti, i piccoli, i medi e i grandi.
In pratica i grandi (dov'è mio figlio) saranno lasciati allo stato brado, non verranno fatte tutte le attività che dovranno preparare questi bambini per le elementari.
Poi accendo la TV e vedo quella merda della Gelmini che dice che la sua riforma sta migliorando la qualità della scuola.....
Ti giuro che se ti incrocio mentre sono in giro in macchina ti passo sopra.
da Indymedia
Non so nemmeno da dove cominciare.
Allora mia figlia (la grande) va alle elementari.
L'anno inizia così:
La maestra di italiano che ha avuto per tre anni non c'è più.
Hanno tolto anche l'insegnante di inglese e di educazione fisica.
Adesso c'è una nuova maestra che farà italiano, inglese, educazione fisica.
Ovviamente ci ha già detto (molto onestamente) di non sapere una cippa di inglese e di educazione fisica.
La maestra di matematica (per fortuna) rimane.
Hanno eliminato le compresenze che garantivano a tutti i bambini di rimanere al passo con la classe se incontravano delle difficoltà durante l'anno.
Hanno eliminato il laboratorio di informatica, mancano dei banchi.
La carta igenica bisogna portarla da casa, le fotocopie per lo studio e per i compiti le dobbiamo fotocopiare noi genitori negli uffici.
Dovrebbero esserci dei nuovi testi che dovremmo comprare (parliamo della scuola dell'obbligo...scuola pubblica).
Non ci saranno più ne gite didattiche men che meno ludiche.
Il piccolo (materna)
Una maestra è in maternità...non è stata sostitutita.
Adesso mio figlio (il piccolo) ha una sola maestra che deve gestire 13 inserimenti, i piccoli, i medi e i grandi.
In pratica i grandi (dov'è mio figlio) saranno lasciati allo stato brado, non verranno fatte tutte le attività che dovranno preparare questi bambini per le elementari.
Poi accendo la TV e vedo quella merda della Gelmini che dice che la sua riforma sta migliorando la qualità della scuola.....
Ti giuro che se ti incrocio mentre sono in giro in macchina ti passo sopra.
da Indymedia
mercoledì 15 settembre 2010
Lega del Cittadino: Regione Salento impossibile per legge
Sul tema della Regione Salento interviene Vantaggiato della Lega del Cittadino che definisce il dibattito in corso “una futilità sconcertante”.“Una futilità sconcertante”. E’ questo il giudizio di Ruggero Vantaggiato, presidente della Lega del Cittadino e dell’Ambiente di Lecce su tutte le iniziative riguardanti la “Regione Salento” per la quale in molti si stanno appassionando in queste settimane. Il giudizio di Vantaggiato, dunque, è a dir poco pessimo e le sue invettive partono da presupposti legislativi: “Meraviglia non poco - sostiene il presidente della Lega del Cittadino - che docenti indigeni di diritto costituzionale non dicano, a quanti si impegnano e si spendono per la “Regione Salento”, che sulla base dei principi contenuti nell’ordinamento costituzionale italiano, non esiste l’ipotesi di nuove autonomie regionali a statuto speciale, nè tanto meno è percorribile la strada della regione a statuto ordinario per le difficoltà oggettive che ne rendono quasi impossibile il percorso, impervio, se non del tutto inaccessibile.I propagandisti – prosegue Vantaggiato - ignorano volutamente quanto la competente Commissione parlamentare, in sede di esame della riforma dell’ordinamento costituzionale dello stato ha inteso fare cambiando radicalmente l’articolo 132 della Costituzione. Da quella modifica risulta che a nuove regioni si potrà arrivare solo con la fusione di entità già esistenti con popolazione non inferiore a due milioni di abitanti”.
Da qui si deduce dunque che lo “scorporo” è una via assolutamente impraticabile. “Il nostro spirito federalista - conclude Vantaggiato - ci porta a condividere lo spirito di tale riforma ma al tempo stesso ci costringe a non unirci al coro di coloro invocano il “grande Salento” come panacea di tutti i mali della vecchia “Terra d’Otranto”.
(C) ilpaesenuovo.it
Da qui si deduce dunque che lo “scorporo” è una via assolutamente impraticabile. “Il nostro spirito federalista - conclude Vantaggiato - ci porta a condividere lo spirito di tale riforma ma al tempo stesso ci costringe a non unirci al coro di coloro invocano il “grande Salento” come panacea di tutti i mali della vecchia “Terra d’Otranto”.
(C) ilpaesenuovo.it
PIU' DIRITTI PER I DETENUTI DEL CARCERE DI BORGO SAN NICOLA (LE)
Più diritti per i detenuti
Il vescovo: se no svilisce la dignità dell’uomo
di STEFANO LOPETRONE
Solidarietà ai detenuti di Borgo San Nicola, che chiedono il risarcimento del danno per trattamento inumano e degradante. Sostegno all'iniziativa degli agenti penitenziari, che intendono ricostruire due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo per risvegliare le coscienze dei leccesi. L'arcivescovo di Lecce, monsignor Domenico D'Ambrosio, ha da sempre mostrato una vicinanza particolare al mondo del carcere. Nel giorno in cui si è insediato, il 4 luglio 2009, prima ancora di entrare in città si è fermato davanti ai cancelli di Borgo San Nicola
per incontrare lavoratori e prigionieri. L'ultima visita il 25 agosto, quando ha trascorso «dietro le sbarre» l'intera mattinata. Ha ritrovato un carcere ancor più sovraffollato, che sbuffa ed è ai limiti della resistenza: ci vivono 1.488 persone invece di 659.
«Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte», ci dice. Borgo San Nicola è una polveriera che rischia di esplodere. Un tunnel in cui però non è impossibile, ad un uomo di fede, intravedere la luce della speranza nonostante si viva in condizioni ai limiti della tortura. Eccellenza, il Comitato permanente sulla tortura indica in 7 metri quadrati lo spazio vitale minimo da destinare ai detenuti per non configurare condizioni da tortura. A Borgo San Nicola ci sono detenuti che in
quello spazio vivono in 3.
È possibile che in un Paese civile i detenuti debbano fare ricorso ad un Tribunale per far rispettare un proprio diritto? «Non so se i parametri internazionali considerano uno spazio inferiore ai 7 metri quadrati un
trattamento da tortura. Certo quella specie di spazio, anzi di sottospazio, è disumano. Certamente è degradante».
Possibili soluzioni? «Non so che cosa si può fare. Fanno bene i detenuti a far sentire la loro voce. Facciamo bene anche noi, che ci rendiamo conto delle condizioni in cui vivono, a fare da megafono soprattutto per la società civile. Mi chiede se è possibile che si verifichi una situazione del genere: purtroppo è la realtà. Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte. Io l'ho fatto: parlando alla città ho ricordato che esiste anche questo luogo di pena e di sofferenza che costringe gli uomini in condizioni disumane e degradanti».
Nel suo messaggio alla comunità del 24 agosto ha richiamato i fedeli ad una delle sette opere di misericordia corporale: visitare i carcerati. Borgo San Nicola però sembra essere il tappeto sotto il quale la società nasconde la polvere. Che cosa fare per non pensare ai detenuti come le scorie della società? «Parlo da cristiano, non posso smettere panni che mi appartengono. Ho richiamato una delle sette opere di misericordia, ma nel Vangelo Gesù dice qualcosa di più forte: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. Di fronte a un Cristo liberatore dell'uomo che addirittura sceglie di identificarsi con queste persone, è chiaro che noi cristiani non possiamo pensare che il carcere o quelli che si trovano nel carcere siano i reietti della società. Sono persone che hanno sbagliato, certo. Bisognerà trovare un modo per aiutarli a comprendere i loro errori. Ma non può essere un sistema riabilitante ciò che invece abbrutisce. Così come è messo, Borgo San Nicola svilisce la dignità dell'uomo. Il cristiano, che crede ad un Amore che non conosce distinzioni di
sorta, non può non far sentire il proprio dissenso. Io l'ho fatto perché credo in quella Parola, ma la Parola non si annunzia soltanto, si vive».
Nel mondo sindacale della polizia penitenziaria, c’è chi pensa ad una manifestazione clamorosa, come ricostruire in dimensioni naturali due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo, per far capire alla cittadinanza in quali condizioni vivono i detenuti e lavorano gli agenti. Può essere un'iniziativa che scuote le coscienze? «Credo che una parola per questi lavoratori vada spesa. Forse li vediamo come quelli che devono punire. Invece credo che siano reclusi anche loro. Sono uomini come noi e vivono spesso nel disagio di dover
far fronte a situazioni estreme che essi stessi rifiutano. Sono penalizzati per troppe cose: per i turni di lavoro, perché sono impari nel numero rispetto alle reali necessità, perché molte volte devono dichiarare la propria impotenza a fare qualcosa che umanamente vorrebbero fare. Bisogna dare atto a questa gente del lavoro che fanno: quanti suicidi sono stati sventati nel nostro carcere,per il soccorso, la prontezza e l'attenzione degli agenti penitenziari! Questa protesta clamorosa può servire a far prendere coscienza ai tanti di una realtà che è preclusa a molti. È vero che Gesù dice di visitare i carcerati, ma chi può andarci in realtà? Io sono fortunato perché sono vescovo e le porte mi si aprono. Perciò vado per far capire loro che all'esterno di quelle mura c'è chi non li ha gettati nel pozzo del dimenticatoio».
Eccellenza, la prima visita da arcivescovo di Lecce l’ha dedicata ai detenuti ed ai lavoratori di Borgo San Nicola, che periodicamente va a trovare. Lei che cosa ha notato stando insieme a loro? «Hanno un tasso di umanità che per certi versi è superiore al nostro. Vivendo la privazione della libertà sono portati a spazi di riflessione che la fretta e le preoccupazioni ci impediscono di avere. Sono persone sensibilissime. Ho una buona corrispondenza con loro. Come minimo mi arriva una lettera ogni 15 giorni. A volte chiedono oggetti indispensabili, ma per lo più esprimono disagio e desiderio di sentirsi accolti anche all'esterno. Potrei raccontare un'infinita di episodi: spesso mi scrivono “io non sono degno, ma una benedizione per i miei figli me la può dare?”. Hanno bisogno di amore».
Il carcere è pieno di “ultimi”, persone che si ritrovano dentro perché tossicodipendenti, extracomunitari clandestini, barboni, matti. Si può essere d ‘accordo con chi pensa al carcere come uno strumento di “pulizia etnica”? Può il carcere essere considerato come un fallimento della società? «L'istituto penitenziario ha una sua funzione, ma oggi in carcere ci sono tutti. Sbaglia chi pensa che l'unico mezzo per curare le piaghe sociali sia il carcere. Questo è un errore madornale compiuto dalla società contemporanea. Si fa di ogni erba
un fascio, proprio per la varietà delle tipologie di persone che vi si trovano, ci sarebbe bisogno di mezzi diversi. Non si può curare un tossicodipendente, un depresso mettendolo tra quattro mura. Piuttosto bisognerebbe utilizzare le tecniche che il mondo moderno mette a disposizione. Il carcere è diventata una
soluzione facile, pilatesca: ci laviamo le mani e non affrontiamo realmente i problemi. Forse perché abbiamo paura. O Forse perché la società non è capace di modulare gli interventi utili a rimettere nella giusta dimensione chi vive in una realtà che lo emargina».
Si sente solo in questa battaglia per risvegliare le coscienze della comunità cattolica sulla condizione dei diritti dei carcerati? «Io non faccio battaglie, io faccio il vescovo. Come vescovo devo essere fedele a quel che mi insegna Gesù Cristo. Se c'è un precetto che è primo nella logica dei credenti è quello dell'Amore. E l'Amore va dato a tutti, in modo particolare a quelli che non ne hanno. E chi è in carcere è più bisognoso d'amore: per questo ci vado con frequenza».
Il vescovo: se no svilisce la dignità dell’uomo
di STEFANO LOPETRONE
Solidarietà ai detenuti di Borgo San Nicola, che chiedono il risarcimento del danno per trattamento inumano e degradante. Sostegno all'iniziativa degli agenti penitenziari, che intendono ricostruire due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo per risvegliare le coscienze dei leccesi. L'arcivescovo di Lecce, monsignor Domenico D'Ambrosio, ha da sempre mostrato una vicinanza particolare al mondo del carcere. Nel giorno in cui si è insediato, il 4 luglio 2009, prima ancora di entrare in città si è fermato davanti ai cancelli di Borgo San Nicola
per incontrare lavoratori e prigionieri. L'ultima visita il 25 agosto, quando ha trascorso «dietro le sbarre» l'intera mattinata. Ha ritrovato un carcere ancor più sovraffollato, che sbuffa ed è ai limiti della resistenza: ci vivono 1.488 persone invece di 659.
«Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte», ci dice. Borgo San Nicola è una polveriera che rischia di esplodere. Un tunnel in cui però non è impossibile, ad un uomo di fede, intravedere la luce della speranza nonostante si viva in condizioni ai limiti della tortura. Eccellenza, il Comitato permanente sulla tortura indica in 7 metri quadrati lo spazio vitale minimo da destinare ai detenuti per non configurare condizioni da tortura. A Borgo San Nicola ci sono detenuti che in
quello spazio vivono in 3.
È possibile che in un Paese civile i detenuti debbano fare ricorso ad un Tribunale per far rispettare un proprio diritto? «Non so se i parametri internazionali considerano uno spazio inferiore ai 7 metri quadrati un
trattamento da tortura. Certo quella specie di spazio, anzi di sottospazio, è disumano. Certamente è degradante».
Possibili soluzioni? «Non so che cosa si può fare. Fanno bene i detenuti a far sentire la loro voce. Facciamo bene anche noi, che ci rendiamo conto delle condizioni in cui vivono, a fare da megafono soprattutto per la società civile. Mi chiede se è possibile che si verifichi una situazione del genere: purtroppo è la realtà. Chi è attento alla dignità dell'uomo non può non gridare il suo disagio, il suo dissenso forte. Io l'ho fatto: parlando alla città ho ricordato che esiste anche questo luogo di pena e di sofferenza che costringe gli uomini in condizioni disumane e degradanti».
Nel suo messaggio alla comunità del 24 agosto ha richiamato i fedeli ad una delle sette opere di misericordia corporale: visitare i carcerati. Borgo San Nicola però sembra essere il tappeto sotto il quale la società nasconde la polvere. Che cosa fare per non pensare ai detenuti come le scorie della società? «Parlo da cristiano, non posso smettere panni che mi appartengono. Ho richiamato una delle sette opere di misericordia, ma nel Vangelo Gesù dice qualcosa di più forte: “Ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. Di fronte a un Cristo liberatore dell'uomo che addirittura sceglie di identificarsi con queste persone, è chiaro che noi cristiani non possiamo pensare che il carcere o quelli che si trovano nel carcere siano i reietti della società. Sono persone che hanno sbagliato, certo. Bisognerà trovare un modo per aiutarli a comprendere i loro errori. Ma non può essere un sistema riabilitante ciò che invece abbrutisce. Così come è messo, Borgo San Nicola svilisce la dignità dell'uomo. Il cristiano, che crede ad un Amore che non conosce distinzioni di
sorta, non può non far sentire il proprio dissenso. Io l'ho fatto perché credo in quella Parola, ma la Parola non si annunzia soltanto, si vive».
Nel mondo sindacale della polizia penitenziaria, c’è chi pensa ad una manifestazione clamorosa, come ricostruire in dimensioni naturali due celle del carcere in Piazza Sant'Oronzo, per far capire alla cittadinanza in quali condizioni vivono i detenuti e lavorano gli agenti. Può essere un'iniziativa che scuote le coscienze? «Credo che una parola per questi lavoratori vada spesa. Forse li vediamo come quelli che devono punire. Invece credo che siano reclusi anche loro. Sono uomini come noi e vivono spesso nel disagio di dover
far fronte a situazioni estreme che essi stessi rifiutano. Sono penalizzati per troppe cose: per i turni di lavoro, perché sono impari nel numero rispetto alle reali necessità, perché molte volte devono dichiarare la propria impotenza a fare qualcosa che umanamente vorrebbero fare. Bisogna dare atto a questa gente del lavoro che fanno: quanti suicidi sono stati sventati nel nostro carcere,per il soccorso, la prontezza e l'attenzione degli agenti penitenziari! Questa protesta clamorosa può servire a far prendere coscienza ai tanti di una realtà che è preclusa a molti. È vero che Gesù dice di visitare i carcerati, ma chi può andarci in realtà? Io sono fortunato perché sono vescovo e le porte mi si aprono. Perciò vado per far capire loro che all'esterno di quelle mura c'è chi non li ha gettati nel pozzo del dimenticatoio».
Eccellenza, la prima visita da arcivescovo di Lecce l’ha dedicata ai detenuti ed ai lavoratori di Borgo San Nicola, che periodicamente va a trovare. Lei che cosa ha notato stando insieme a loro? «Hanno un tasso di umanità che per certi versi è superiore al nostro. Vivendo la privazione della libertà sono portati a spazi di riflessione che la fretta e le preoccupazioni ci impediscono di avere. Sono persone sensibilissime. Ho una buona corrispondenza con loro. Come minimo mi arriva una lettera ogni 15 giorni. A volte chiedono oggetti indispensabili, ma per lo più esprimono disagio e desiderio di sentirsi accolti anche all'esterno. Potrei raccontare un'infinita di episodi: spesso mi scrivono “io non sono degno, ma una benedizione per i miei figli me la può dare?”. Hanno bisogno di amore».
Il carcere è pieno di “ultimi”, persone che si ritrovano dentro perché tossicodipendenti, extracomunitari clandestini, barboni, matti. Si può essere d ‘accordo con chi pensa al carcere come uno strumento di “pulizia etnica”? Può il carcere essere considerato come un fallimento della società? «L'istituto penitenziario ha una sua funzione, ma oggi in carcere ci sono tutti. Sbaglia chi pensa che l'unico mezzo per curare le piaghe sociali sia il carcere. Questo è un errore madornale compiuto dalla società contemporanea. Si fa di ogni erba
un fascio, proprio per la varietà delle tipologie di persone che vi si trovano, ci sarebbe bisogno di mezzi diversi. Non si può curare un tossicodipendente, un depresso mettendolo tra quattro mura. Piuttosto bisognerebbe utilizzare le tecniche che il mondo moderno mette a disposizione. Il carcere è diventata una
soluzione facile, pilatesca: ci laviamo le mani e non affrontiamo realmente i problemi. Forse perché abbiamo paura. O Forse perché la società non è capace di modulare gli interventi utili a rimettere nella giusta dimensione chi vive in una realtà che lo emargina».
Si sente solo in questa battaglia per risvegliare le coscienze della comunità cattolica sulla condizione dei diritti dei carcerati? «Io non faccio battaglie, io faccio il vescovo. Come vescovo devo essere fedele a quel che mi insegna Gesù Cristo. Se c'è un precetto che è primo nella logica dei credenti è quello dell'Amore. E l'Amore va dato a tutti, in modo particolare a quelli che non ne hanno. E chi è in carcere è più bisognoso d'amore: per questo ci vado con frequenza».
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POLITICA LOCALE,
POLITICA NAZIONALE
I CANI VALGONO PIU' DEI FIGLI
Al presidente della Repubblica
ON. GIORGIO NAPOLITANO
Al ministro della Giustizia
ON. ANGELINO ALFANO
In questi giorni sono rimasto sorpreso della sensibilità del nostro Ministro della Giustizia, tanto che ora quando qualcuno dei miei compagni di pena brontola che viviamo in un paese senza giustizia, vado su tutte le furie.
Come si fa a dire sciocchezze del genere, se il nostro Ministro, nel momento in cui è venuto a conoscenza che un cagnolino soffriva d’ansia, perché gli avevano arrestato il proprio padrone, si è impegnato in prima persona perché il padrone ottenesse gli arresti domiciliari e potesse consolare il suo cagnolino.
Onore al cane, onore al suo padrone che ha capito di vivere in un paese in cui i cani hanno più diritti dei figli dei detenuti, onore al Magistrato che gli ha concesso gli arresti domiciliari, onore al Ministro Alfano e alla sua sensibilità, che ha permesso di non mortificare la dignità di un cane che soffriva d’ansia.
Vede signor Ministro, sono un condannato per reati di poco conto, a pochi anni di carcere, ma siccome sono nato a Palermo, tra quei reati è stata aggiunta anche la ciliegina del 416 bis, che in Sicilia non si nega a nessuno e per questo devo scontare sino all’ultimo giorno di pena segnato in sentenza.
Signor Ministro, durante tutta la durata della pena ho visto una sola volta a colloquio i miei figli, perché nonostante il 416 bis, non ho mai avuto la possibilità economica per farli venire a trovarmi, a Spoleto.
Ora che mi restano pochi mesi di carcere da scontare, avevo chiesto un permesso e mi è stato negato, perché i miei figli non soffrono d’ansia per un padre che non vedono da anni e non sono stati ritenuti altrettanto meritevoli d’attenzione di quel cane che lei ha preso così tanto a cuore.
I miei figli non soffrono e non hanno bisogno della presenza del padre, per essere confortati come quel cane che lei ha preteso venisse rasserenato dalla presenza del suo padrone.
Signor Ministro mi consenta di dirle che è davvero un grande Paese quello dove il Ministro della Giustizia si preoccupa per l’ansia di un cagnolino e non dei figli dei detenuti che non possono vedere i genitori per anni.
Di Gregorio Girolamo
Casa di reclusione di Spoleto lì, 1 settembre 2010
ON. GIORGIO NAPOLITANO
Al ministro della Giustizia
ON. ANGELINO ALFANO
In questi giorni sono rimasto sorpreso della sensibilità del nostro Ministro della Giustizia, tanto che ora quando qualcuno dei miei compagni di pena brontola che viviamo in un paese senza giustizia, vado su tutte le furie.
Come si fa a dire sciocchezze del genere, se il nostro Ministro, nel momento in cui è venuto a conoscenza che un cagnolino soffriva d’ansia, perché gli avevano arrestato il proprio padrone, si è impegnato in prima persona perché il padrone ottenesse gli arresti domiciliari e potesse consolare il suo cagnolino.
Onore al cane, onore al suo padrone che ha capito di vivere in un paese in cui i cani hanno più diritti dei figli dei detenuti, onore al Magistrato che gli ha concesso gli arresti domiciliari, onore al Ministro Alfano e alla sua sensibilità, che ha permesso di non mortificare la dignità di un cane che soffriva d’ansia.
Vede signor Ministro, sono un condannato per reati di poco conto, a pochi anni di carcere, ma siccome sono nato a Palermo, tra quei reati è stata aggiunta anche la ciliegina del 416 bis, che in Sicilia non si nega a nessuno e per questo devo scontare sino all’ultimo giorno di pena segnato in sentenza.
Signor Ministro, durante tutta la durata della pena ho visto una sola volta a colloquio i miei figli, perché nonostante il 416 bis, non ho mai avuto la possibilità economica per farli venire a trovarmi, a Spoleto.
Ora che mi restano pochi mesi di carcere da scontare, avevo chiesto un permesso e mi è stato negato, perché i miei figli non soffrono d’ansia per un padre che non vedono da anni e non sono stati ritenuti altrettanto meritevoli d’attenzione di quel cane che lei ha preso così tanto a cuore.
I miei figli non soffrono e non hanno bisogno della presenza del padre, per essere confortati come quel cane che lei ha preteso venisse rasserenato dalla presenza del suo padrone.
Signor Ministro mi consenta di dirle che è davvero un grande Paese quello dove il Ministro della Giustizia si preoccupa per l’ansia di un cagnolino e non dei figli dei detenuti che non possono vedere i genitori per anni.
Di Gregorio Girolamo
Casa di reclusione di Spoleto lì, 1 settembre 2010
martedì 14 settembre 2010
Il Mega Cementificio: un tumore nel cuore del basso Salento che divora come una metastasi i territori e inquina e avvelena i suoi abitanti.

Dal Salento una lezione di democrazia
Il Forum Ambiente Salute accoglie con grande gioia il tuono referendario che sta svegliando tutti i paesi del territorio limitrofo al cementificio dove maggiori sono le ricadute inquinanti e le incidenze di malattie ad esse connesse e i danni gravissimi ai suoli sottoposti alle incessanti e aggressive attività di estrazione. La grande lezione di democrazia lanciata attraverso la richiesta di un libero referendum popolare dai cittadini di Taranto, dopo anni di oppressione da parte dell'immenso polo siderurgico, per la sua chiusura e totale riconversione dell'impianto seguendo l'esempio virtuoso del siderurgico di Bagnoli in provincia di Napoli dove oggi parchi e giardini e luoghi di contenitori culturali hanno preso il posto di ciminiere e altoforni, ha segnato un punto di svolta fondamentale nella storia del territorio salentino, risvegliando quell'anelito rivolto alla libertà che passa imprescindibilmente dalla necessità di vivere in un ambiente pulito, sano e bello anche nelle città della provincia di Lecce ubicate nell'interland del cementificio quali Galatina, Cutrofiano, Corigliano d'Otranto, Sogliano Cavour, Soleto, che da ieri hanno cominciato a gridare e rivendicare il loro diritto a pronunciarsi sul loro futuro e sul futuro del loro territorio.Con questo referendum non si intende mettere in alcun modo in discussione la libertà di impresa, ma di riaffermare la sua subordinazione agli intrinseci dei territori delle comunità locali e delle persone secondo quanto sancito dalla stessa Costituzione Italiana. Tale prevaricazione degli interessi industriali sugli interessi territoriali connotano purtroppo lo spiacevole caso salentino qui evidenziato. Inoltre lo stabilimento viene a trovarsi oggi tra due aree strategiche per lo sviluppo del del Salento: a nord è ubicata la Grecìa Salentina con la sua importante minoranza linguistica grecanica, scrigno di cultura e tradizione e a sud il neo parco naturale
e rurale dei Paduli-Foresta Belvedere, paradiso di scorci paesaggistici unici, biodiversità e potenzialità silvoagro-pastorali per produzioni di eccellenza e biologiche; e uno sviluppo legato ad un turismo di qualità tale da dare, da un lato, ricchezza diffusa alle popolazioni locali e, dall'altro, un ambiente salubre tale da consentire un altissimo livello di qualità della vita. Uno sviluppo frenato ed impedito dalle attività inquinanti e ad alto impatto paesaggistico, quali gli aberranti mega impianti di fotovoltaico ed eolico figli di una
speculativa e falsa “Green Economy”.
Risalgono a solo pochi mesi fa “i moti popolari” che hanno visto i cittadini di Cutrofiano, e non solo, uniti intorno al loro parroco, don Mirko Lagna, mossi da una decennale esasperazione dovuta ad incessanti ed estenuanti attività estrattiva che hanno crivellato e divorato il territorio di Cutrofiano, presidiare con madri e bambini, sotto gli occhi vigili delle forze dell'ordine, quei secolari uliveti in segno di protesta chiedendo la difesa di quei suoli che da millenni gli ospitano e che di lì a poco sarebbero stati sventrati per produrre cemento che addirittura, oltre il danno la beffa, viene esportato anche in altri continenti, con l'aggravante ulteriore che la produzione di cemento effettuata in loco, sotto le ciminiere in quel processo industriale che si completa attraverso i forni dello stabilimento, comporta intense attività di combustione e di emissione di fumi nocivi, il tutto a danno della qualità dell'aria e dell'ambiente del intero Salento.
Le denunce dell'oncologo dottor Serravezza, e gli studi scientifici divulgati dalla LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) che hanno denunciato l'anomalo incremento di malattie tumorali, anche molto rare, proprio nei perimetri di maggiore ricaduta delle polveri sottili e dei nocivi fumi emessi dalle ciminiere del cementificio, tali denunce hanno determinato e contribuito ad arrivare all'importante e democratico referendum lanciato solo ieri, ma che già inorgoglisce noi tutti e rappresenta un'importante ipoteca di speranza, forse non più per il nostro futuro, ma certamente per quello a venire dei nostri figli. La goccia che ha fatto traboccare ulteriormente un vaso oramai stracolmo è stato il tentativo amministrativo portato avanti dalla ditta cemetificia in questi giorni alfine di ottenere le autorizzazioni necessarie per poter bruciare anche CDR, il gravemente e altamente pericoloso Combustibile Derivato dai Rifiuti, tale da aggiungere ai succitati danni e impatti insopportabili nche quelli che si addizionerebbero all'attività di incenerimento dei rifiuti.
Questo un modus operandi che ha ulteriormente palesato quanto nulle siano nei fatti le attenzioni per la salute e gli interessi veri delle comunità locali. Siamo certi che come stanno insegnando in questi giorni i tarantini a tutti gli italiani anche i comitati, le associazioni e i numerosi gruppi che stanno nascendo spontaneamente in queste ore nei comuni salentini colpiti dal gravoso impatto dell'opificio, sapranno collaborare tra di loro alla proposta referendaria. Allo stesso modo siamo certi che tutte le associazione, che hanno a cuore l'ambiente, non negheranno il loro totale appoggio così come tutti i partiti politici di destra, centro e sinistra che, ci auguriamo, confluiranno all'interno del vasto e trasversale movimento che sta crescendo per la raccolta delle firme finalizzate al referendum con cui si chiederà di spegnere le ruspe che cavano il nostro territorio e i bruciatori che mandano in fumo il sogno di felicità di una terra intera, ponendo così fine ad una colonizzazione industriale ormai inaccettabile e che il territorio non merita.
Alla politica anche il compito di avviare, anzi tempo rispetto alla pronuncia referendaria, virtuose azioni di riconversione che facciano tesoro e siano a loro volta motivo di ulteriore sprone per il potenziamento di tutte quelle attività economiche intrinseche di cui il Salento è ricco, smascherando così soprattutto l'inconsistenza del ricatto occupazionale con cui si cerca di continuare a soggiogare e sottomettere i salentini presentando come necessarie ed indispensabili, quasi “manne dal cielo”, quelle attività industriali altamente inquinanti ed impattanti che dal cielo purtroppo inviano soltanto malanni, dispiaceri e dolori.
IMPORTANTE SEGNALAZIONE
Informiamo che in questi giorni è stato lanciato e diffuso sui canali video web e rilanciato da tantissimi utenti di social network un agghiacciante video denuncia che “toglie il respiro” relativo alle notturne e “incrementate” ulteriormente emissioni nocive da parte del mega cementificio di Galatina.
http://www.youtube.com/watch?v=BZNrxQfVDTA
da GrandeSalento.org
UNGHERIA I neonazisti di Jobbik: voglia di apartheid

Il partito Jobbik, alfiere della destra radicale ungherese, continua a fare appello all'intolleranza con una nuova proposta riguardante la comunità Rom. L'idea, riguardante l'istituzione di campi destinati a ospitare elementi ritenuti pericolosi per l'ordine pubblico, è stata esposta da Csanád Szegedi, 28 anni, deputato al Parlamento europeo. Essa sintetizza bene l'atteggiamento della forza politica in questione nei confronti della minoranza più numerosa del Paese (600.000-800.000 membri secondo stime non ufficiali).
I campi, secondo Szegedi, dovrebbero sorgere a Miskolc (nord-est), terza città dell'Ungheria, situata nella provincia di Borsod-Abaúj-Zemplén, notoriamente caratterizzata da una consistente popolazione Rom. La proposta prevede, inoltre, che gli «ospiti» di tali strutture debbano essere sottoposti alla vigilanza di agenti di polizia e possano allontanarsi dalle zone controllate solo tramite permesso. Previsto anche il coprifuoco, dalle ore 22.00, a ulteriore garanzia della quiete pubblica. Per Jobbik esistono quindi un'emergenza Rom e la conseguente necessità di tutelare la popolazione dai malviventi che appartengono a tale minoranza. Gábor Vona, presidente del partito, fa notare all'opinione pubblica che gli sforzi compiuti negli ultimi venti anni non sono serviti in alcun modo a realizzare l'integrazione dei Rom nel tessuto nazionale. Per questo, a suo modo di vedere, è necessario ricorrere a provvedimenti severi che possano rispondere al bisogno di sicurezza espresso dalla popolazione. Partendo dal presupposto che il problema si affronta alla radice, la proposta di Jobbik comprende anche l'istituzione di collegi nei quali troverebbero posto i bambini Rom. Una buona soluzione, secondo Vona, che vi vede la possibilità di far crescere gli interessati con modelli diversi da quelli normalmente assimilati dai piccoli all'interno della minoranza. Lungi dal pensare o dal voler riconoscere che misure di questo genere equivarrebbero alla segregazione di numerosi nuclei familiari, gli ideatori del «programma» sostengono la necessità e l'opportunità di soluzioni simili per rispetto dell'ordine pubblico, soprattutto nelle località «traumatizzate», a loro modo di vedere, dai delinquenti Rom.
L'amministrazione della giustizia e il mantenimento dell'ordine sono quindi tra i cavalli di battaglia di Jobbik che propone, tra l'altro, un sistema carcerario caratterizzato da un contributo spese a carico del detenuto per far risparmiare lo stato e dal funzionamento di istituti di pena particolarmente severi per i condannati che rifiutino di concorrere al loro mantenimento.
Le proposte di Szegedi e del soggetto politico che questi rappresenta sono state stigmatizzate dal Fidesz, partito della cosiddetta destra moderata attualmente al potere, che invita Jobbik a esaminare attentamente la Costituzione ungherese. Il primo ministro Orbán ha inoltre promesso di dar luogo a una guerra senza quartiere contro ogni forma di intolleranza. Jobbik è nei numeri la terza forza politica del paese. Alle legislative svoltesi lo scorso aprile, il partito di Vona, è stato preceduto solo dal Fidesz e da un partito socialista ai minimi storici.
Nata alla fine del 2003, questa formazione ha col tempo preso il posto del Miép negli ambienti del radicalismo ungherese di destra. La sua crescita ha conosciuto un ritmo particolarmente sostenuto in questi ultimi quattro anni, complici le tensioni e il malcontento che hanno caratterizzato e caratterizzano tuttora la società ungherese. Presente tra le forze ispiratrici della protesta radicale dell'autunno del 2006 contro l'allora premier socialista Gyurcsány, Jobbik ha creato tre anni fa la Guardia ungherese, un corpo paramilitare destinato a difendere i valori della nazione magiara. L'organizzazione, cresciuta da allora per numero di membri, è stata dichiarata fuorilegge nel dicembre del 2008 per una serie di discorsi pubblici tesi a istigare l'odio razziale nei confronti dei Rom e di marce a scopo intimidatorio svoltesi in località contraddistinte da una forte presenza di questi ultimi. Il provvedimento del tribunale di Budapest non ha affatto scoraggiato il partito di estrema destra che, forte dei risultati ottenuti alle europee e alle politiche ungheresi, alza la voce e affila i coltelli in vista delle amministrative fissate al 3 ottobre.
da Indymedia
lunedì 13 settembre 2010
giovedì 9 settembre 2010
LA CAMORRA

Negli scorsi mesi raccolsi alcune notizie intorno allo stato delle classi più povere, specialmente nelle province meridionali. Se a te non pare inutile affatto, ti pregherei di concedermi che le pubblichi nel tuo giornale, tanto pregiato in Italia. Debbo però dire, innanzi tutto, che nel raccogliere queste notizie io ho avuto lo scopo di provare che la camorra, il brigantaggio, la mafia sono la conseguenza logica, naturale, necessaria di un certo stato sociale, senza modificare il quale è inutile sperare di poter distruggere quei mali. So che molti lo ammettono, ma pochi se ne formano un concetto chiaro.
Sono ben lontano dallo sperare di potere, con alcune lettere, risolvere problemi d’una sì grande importanza e difficoltà. Credo però che anche pochi fatti ed esempi possano spronare ad altre nuove ricerche. A che gioveranno queste ricerche? Sarà sperabile portare qualche rimedio ai mali? Lo vedremo in appresso. Intanto, per cominciare dalla camorra, noterò che la legge di sicurezza pubblica suppone che il camorrista non faccia altro che guadagnare indebitamente sul lavoro altrui. Invece esso minaccia ed intimidisce, né sempre per solo guadagno; impone tasse; prende l’altrui senza pagare; ma ancora impone ad altri il commetter delitti; ne commette egli stesso, obbligando altri a dichiararsene autore; protegge i colpevoli contro la giustizia; esercita il suo mestiere, se così può chiamarsi, su tutto: nelle vie, nelle case, nei ridotti, sul lavoro, sui delitti, sul gioco. L’organizzazione più perfetta della camorra trovasi nelle carceri, dove il camorrista regna. E così, spesso si crede di punirlo, quando gli si dà solo il modo di continuare meglio l’opera sua. Ma quello ancora che la legge non sembra sospettare, e che molti ignorano, si è che la camorra non si esercita solo negli ordini inferiori della società: vi sono anche camorristi in guanti bianchi ed abito nero, i cui nomi e i cui delitti da molti pubblicamente si ripetono.Le forme che la camorra piglia nei diversi luoghi e fra le diverse persone che la esercitano, sono infinitamente varie. Non è lungo tempo io scrissi ad un vice-sindaco di Napoli, amante del suo paese, antico liberale, patriotta provato: – Mi dici qualche cosa della camorra? Va essa avanti o indietro; comincia ad essere davvero estirpata? –
Egli mi fece una risposta che non riferisco tutta, perché a molti parrebbe una
dipintura esagerata dei fatti. Copio solo la conclusione della lettera.
«Moltissime ordinanze municipali non possono qui attecchire , se non convengono agl’interessi della camorra. Napoli comincia a ripulirsi dacché la camorra con i suoi appaItatori ne trae guadagno. Ed io, come vice-sindaco di ..., ho potuto obbligare 1.157 proprietarii a restaurare ed imbiancare le loro case e le ville, che sono cinte di mura, dacché, senza che sapessi, la camorra locale ha diretto, di comune accordo col mio usciere l’operazione». Questo stato di cose fa paura, spaventa sempre più, quando si esamina più da vicino, e se ne vede tutta l’estensione. Perché la camorra divenga possibile, occorre che vi sia un certo numero di cittadini, o anche una classe intera, che si pieghi alle minacce di pochi o di molti, che siano organizzati. Una volta che questo fatto, per qualche tempo, si avvera in proporzioni abbastanza larghe, riesce facile assai capire in che modo la malattia si estenda a poco a poco, e pigli forme diverse, secondo che penetra nei diversi ordini della società. Il male è contagioso come il bene, e l’oppressione, specialmente quella esercitata dalla camorra, corrompe l’oppresso e l’oppressore, e corrompe ancora chi resta lungamente spettatore di questo stato di cose, senza reagire con tutte le sue forze. Perciò importa conoscere dove questa oppressione comincia e si può esercitare più impunemente, perché ivi è la prima radice del male, dalla quale tutto il resto deriva, perché ivi, se è possibile, bisogna portare il rimedio.
La città di Napoli è, fra molte, quella in cui la bassa plebe si trova, non voglio dire nella maggiore miseria, perché ciò non è il peggio; ma nel più grande abbandono, nel maggiore avvilimento, nel più doloroso abbrutimento.
Contro di essa tutto era permesso sotto il regime borbonico, Il galantuomo poteva, senza temer nulla, quando era di giorno e nella pubblica via, usare il suo bastone, perché la polizia pigliava in queste occasioni sempre le sue parti. Le limosine date a larga mano dai privati; dai conventi, che distribuivano la minestra; dalle Opere pie; anche dal Governo, che distribuiva pane, alimentavano la miseria e la rendevano permanente. La camorra cosi nasceva naturalmente in mezzo a questi uomini; era il loro governo naturale, ed era perciò favorita, sostenuta dai Borboni, come un mezzo di ordine. Qui il camorrista atterriva, minacciava e regnava. Qui egli prendeva i giovanetti di 14 o 16 anni, per insegnar loro a rubare il fazzoletto, che restava a lui, dando in cambio, e come per favore, qualche soldo. Qui egli poteva fare degli
uomini e delle donne quello che voleva. E siccome spesso faceva con le sue anche le altrui vendette, così qualche volta non solo incuteva terrore, ma ispirava ammirazione ed affetto in quegli stessi che opprimeva. Cominciata la malattia, si poté subito diffondere. Una volta che questo spettacolo non disgustò più, l’oppressione e la violenza non parvero un delitto, e le esercitarono molti che in altre condizioni sociali avrebbero trovato nella loro coscienza un ostacolo invincibile. Per comprendere la verità di quello che dico, e per poter ragionare in buona fede su questi fatti, occorrerebbe prima di tutto andare a vedere coi propri occhi dove e come vivono le più povere famiglie. Si tratta d’una popolazione enorme, che si divide in categorie diverse, ciascuna delle quali ha caratteri, costumi, sventure proprie. Cito degli esempi, ed il lettore non si stanchi se, pur avendo io stesso veduto molti fatti, riferisco le parole di alcuni che andarono espressamente a visitare i poveri. Lo scorso dicembre io scrissi ad un architetto, che era stato più volte adoperato dal Municipio di Napoli, pregandolo che mi dicesse qualche cosa di quelli che si chiamano colà i fondaci, nei quali abita la più misera gente, e che sono disprezzati dalle donne stesse del popolo. Per ingiuriarsi fra loro, l’una chiama l’altra funnachéra (abitante dei fondaci).
«Questi fondaci (egli rispondeva) hanno generalmente un androne, senza uscio di strada, ed un piccolo cortiletto, ambedue sudicissimi, i quali mettono in una grandissima quantità di pessime abitazioni, molto al di sotto degli stessi canili, le quali tutte, e specialmente quelle in terreno, sono prive di aria, di luce, ed umidissime. In essi vivono ammonticchiate parecchie migliaia di persone, talmente avvilite dalla miseria, che somigliano più a bruti che ad uomini. In quei covi, nei quali non si può entrare per il puzzo che tramandano immondizie ammassate da tempi immemorabili, si vede spesso solamente un mucchio di paglia, destinata a far dormire un’intera famiglia, maschi e femmine tutti insieme. Di cessi non se ne parla, perché a ciò bastano le strade vicine ed i cortili. Solamente in due o tre fondaci, dei molti visitati da me, le donne esercitano la miserabile arte di fare stuoie, o impagliare sedie; negli altri tutti non si vede nessuno a lavorare, ma solo spettri seminudi ed oziosi. A me accadde d’incontrare in parecchi fondaci, donne che vagano per i cortili, con la sola camicia indosso, che pur veniva giù a brani. Infine la più terribile miseriatrova ricetto in questi fabbricati, dove non manca mai qualcuna delle più abbiette e luride case di prostituzione. Nella nostra città sono n° 94fondaci, come potrai vedere dall’elenco che t’invio; sicché, calcolando che ognuno sia abitato da n° 100 persone (e con questo numero mi metto al disotto del vero), sarebbero circa 9.400 questi esseri infelici. I peggiori fondaci sono quelli che si trovano nei quartieri di Pendino, Porto e Mercato, 51 in tutto. Gli altri sono migliori, ma di poco. Ognuno di essi ha il suo proprio nome: Barettari, Tentella, S. Crispino, Scanna-sorci, Divino Amore, Presèpe, Pisciavino, Del Pozzillo, Abate, Crocefisso, Degli schiavi, ecc. L’ultimo parmi il nome più adatto». Il lettore ha mai sentito parlare degli spagari di Napoli, e delle grotte in cui abitavano? Questa gente forma una classe numerosa, non chiede la limosina, lavora, ha un mestiere. Nel tempo del colera, pochi anni sono, furono chiuse quelle luride tane, che erano la loro unica dimora.
Tuttavia, mesi sono, pregai una persona amica di andare colà dov’erano una volta le grotte, e vedere; trovandole ancora chiuse, cercasse dove abitavano gli spagari, e li visitasse. Riferisco qui due delle lettere ricevute. Sono dello scorso novembre. «Ieri trovai una delle così dette grotte degli spagari, la più parte essendo ormai chiuse. Essa sta in sul principio delle Rampe di Brancaccio, quando si discende. Il suo ingresso non annunzia l’orrore che vi si trova. Somiglia alle catacombe di S. Gennaro, se non che è assai più lurida e meschina. Vi si cammina col lume, e solo di tanto in tanto, ma assai di rado, vi sono delle aperture, balconcini e finestre, che mettono, due nei giardini di Francavilla, altre in umide corti. Tutta questa grotta è gremita di letti, l’uno dall’altro poco più discosti di quel che sono nelle sale dell’ospedale degl’Incurabili. Ad eccezione di qualcuno, sono tutti letti assai grandi, da contenere più persone. Sarebbe impossibile descriverne il sudiciume e la povertà. Una perfetta armonia è tra quei luridi canili, l’orribile grotta e gli abbrutiti abitanti, e tutti insieme sembrano formare un mondo a parte, che non possa andare altrimenti da quello che va. Fra gli abitanti v’è una certa gerarchia. Accanto alle poche finestre, là dove arriva qualche raggio di sole, si trova un poco meno di miseria; dove però non arriva la luce, ivi chi si avanza col lume, vede una miseria indescrivibile. Ed è singolare come anche qui, quelli che stanno meglio compatiscano e quasi disprezzino quelli che stanno peggio. Vivono in questo luogo famiglie, e sono circa 100 persone il sudiciume è tale, che la vista colà d’una conca col bucato, mi rallegrò in modo che mi parve un’oasi nel deserto. Vicino alle finestre si paga sino a 10 lire il mese, dove manca la luce si discende fino a 25 soldi. Hanno l’aria, più che di gente infelice, di gente abbrutita. Quando fa bel tempo, escono a guisa di formiche, e si spandono al sole. Tutta questa gentemi piativano d’intorno, domandando misericordia, e dicendo che erano obbligati a restar lì senza luce, senz’aria, senza medici. Quando sono ammalati, essi dicono, restano abbandonati fino a che muoiono o vanno all’ospedale. La persona che subaffitta questo locale, e vi fa su un buonissimo guadagno, si è persino ricusata di fare le più necessarie riparazioni, e così non di rado la pioggia inonda la grotta».
Aggiungo una seconda lettera della stessa persona. «Andai in un altro luogo, che è una volta al di sotto del Corso Vittorio Emanuele, con mura che la chiudono dai due lati, e formano così uno strano ricovero. Ivi erano molti a lavorare lo spago, la più parte giovani figlie di capispagari, le quali però non vi dormivano. Una grande e commoventissima miseria mi colpì allora sino al fondo dell’anima. Una povera vedova di poco più che 30 anni, d’un aspetto che dimostrava essere ella già stata bella, aveva cinque bambini, un giovanetto di 12 anni, e quattro bimbe, l’ultima delle quali di 3 anni appena: tutti assai belli. Erano stati una volta agiati, perché figli d’un operaio che guadagnava bene, ma che era morto sollevando alcuni pesi troppo gravi alle sue forze. La donna, che nella sua infanzia aveva fatto la spagara, è tornata ora all’antico mestiere, col quale guadagna dieci soldi al giorno, tranne quando pel gran freddo, non potendo muovere le mani irrigidite, non riesce a fare quel tanto che deve. I bambini girano le ruote per le altre donne, e guadagnano ciascuno un soldo, col quale comprano castagne secche, e così si sostentano fino a sera, quando, venendo pagati i dieci soldi alla madre, mangiano tutti qualche altra cosa. Dormono in un angolo di questo locale, sopra alcune foglie secche. Non hanno neppur l’idea d’una coperta o d’un panno per ricoprirsi. La notte si mettono tutti rannicchiati, l’uno sull’altro, e tremano di freddo: non hanno lume. La donna mi mostrò i cenci che li coprivano, in molti punti rosi dai topi piccoli e grossi, che nel colmo della notte camminano sui loro corpi. Allora i bambini, spaventati, gridano e piangono. Ed essa, battendo con una pietra sul muro, cerca con quel rumore di spaventare ed allontanare i topi, che non vede.
Quella donna deve essere onesta e buona, perché il pensiero che più di tutti la turbava era la riuscita dei figli. Essa teme che il primo, il quale ha già 12 anni, ed è già molto vivo, possa presto divenire un cattivo soggetto». Se è vero quel che dice il Quetelet, che assai spesso è la società quella che mette il coltello in mano al colpevole, e se questo giovanetto divenisse un giorno assassino, non avrebbe egli il diritto di dire alla società: lo ho ammazzato un uomo; ma tu avevi già prima ammazzato la mia coscienza? Potrei continuare questa descrizione sino all’infinito, ed aggiungere lettere a lettere, fatti a fatti, sempre vari, sempre brutali, sempre orribili. Ma non voglio stancare la pazienza del lettore. Su questa povera gente tutti abusano. Il tugurio in cui abitano, le misere ruote con cui lavorano lo spago, la canapa di cui si servono, nulla appartiene ad essi; per ogni cosa debbono pagare, e pagare ad uomini che gli opprimono, li tormentano, non hanno di loro alcuna pietà, e vivono guadagnando sulla loro abbrutita miseria. Basta avvicinarsi a questi luoghi, per essere circondati da una folla che chiede l’elemosina, e, senza essere interrogata, racconta la varia lliade delle sue miserie. Qui bisogna venire a studiare, per convincersi che la camorra comincia a nascere, non come uno stato anormale di cose, ma come il solo stato normale e possibile.
Supponendo domani imprigionati tutti i camorristi, la camorra sarebbe ricostituita la sera, perché nessuno l’ha mai creata, ed essa nasce come forma naturale di questa società. Intanto qui si recluta la popolazione enorme de’ piccoli ladri, i quali rubano a vantaggio dei loro capi; e quando vanno a centinaia nelle prigioni, costituiscono anche là il popolo della camorra, perché ivi essa ha pure i suoi sovrani, le sue assemblee e la sua gerarchia, non meno potenti, non meno audaci che fuori. Il guadagno del camorrista si fa allora sulle fave nere, sul pane nero di cui il carcerato povero deve rilasciare una parte; colui che ha dei soldi rilascia tutto, per comprare dalla camorra qualche cosa di meglio, spesso ancora per ricomprare quello che ha venduto. Ma a che pro, mi si può dire, questa lunga geremiata? Si sa che la miseria c’è, e che è orribile. C’è stata e ci sarà sempre dappertutto, insieme coi delitti. Lo so anch’io che vi sono uomini, ai quali se si mostra una moltitudine che affoga nella miseria, nella fame e nella corruzione, hanno sempre la stessa risposta: – Bisogna aver fede nella libertà. IL SECOLO, IL
PROGRESSO, I LUMI! – Con questa gente io non so ne ho voglia di ragionare. A loro non saprei dire che una cosa sola: – Spegnete i vostri lumi e andate a letto. Contentatevi di sentire ogni giorno ripetere dagl’Inglesi e dai Tedeschi, che i popoli latini conoscono la forma e non la sostanza della libertà, perché non hanno mai voluto capire che popolo libero è quello solamente, in cui i potenti e i ricchi fanno un perenne sacrifizio di loro stessi ai poveri e ai deboli. E non vogliono capire che una plebe misera e corrotta corrompe tutta la società; sicché è nel loro interesse, in quello della moralità propria e dei propri figli, combattere questo male con tutta la energia possibile. – lo parlo invece a coloro che, senza illusioni, credono utile e necessario studiare il male per cercarne i rimedi. E questi, certo, sono molti, complessi, difficili. Accennerò a qualcuno di quelli che mi sembrano più evidenti, e comincerò dal più difficile di tutti, quello che richiede maggior tempo e danaro. A Napoli v’è una quistione colossale, che nasce dalla costruzione stessa della città. Questa condizione di cose peggiorò molto dal tempo in cui, invece di fare, come pel passato, scorrere le acque che piovono, a rigagnoli o a fiumi per le strade, si costruirono assai malamente le fogne, nelle quali, per mancanza di pozzi neri, va ogni cosa. Le materie restano ora, quando non piove, ferme, e le loro esalazioni miasmatiche si sentono per le vie, entrano pei condotti nelle case. Quando invece viene la pioggia, sono portate al mare, che bagna le rive così incantevoli e così popolose della città: ivi in tempo di calma si fermano, e lo scirocco rimanda indietro i miasmi. Il rimedio è difficile, perché manca l’acqua, ed in molti luoghi il livello delle strade è uguale a quello del mare. Intanto le febbri intermittenti fanno strage nella misera popolazione. Le Guide inglesi e tedesche hanno sempre un capitolo sulla lebbre napoletana, di cui nei tempi passati non parlavano punto. Gli alberghi abbandonano la marina e salgono sulla collina. Si aggiunga a questo, che la mancanza di spazio costringe la povera gente a vivere accatastata in tugurii spaventevoli; onde in nessun paese della terra si vedono più chiare le terribili conseguenze della teoria del Malthus.
Qui anche la parte meno misera del popolo abita nei bassi, i quali non solamente sono senza aria e senza luce, ma son tali che spesso, per entrarvi, si discendono alcuni scalini, onde la malsana umidità. S’aggiunga poi che anche oggi si continuano a costruire questi bassi nel medesimo modo e si capirà come il primo e più difficile problema risguardi l’igiene generale della città, la costruzione delle case pei poveri, pei quali dal 59 ad oggi non si è fatto nulla. Si pensi che molti dei più miseri vivevano e vivono accattando, ricevendo sussidii, quando non fanno di peggio. Queste limosine e sussidii sono ora scemati, perché un governo libero non può distribuire il pane, e perché le Corporazioni religiose furono sciolte. Si consideri che il prezzo dei viveri e delle case è cresciuto, mentre l’aumento della mano d’opera non giova a chi non aveva e non ha mestiere, e si dica poi se rimedia al male la scuola elementare, a cui del resto questa gente non va e non può andare. La sua condizione certo non è migliorata, forse è peggiorata. Di ciò io sono più che convinto, per quel che ho visto coi miei occhi. In questo stato di cose, i rimedii principali e più facili sono due. Estirpare la camorra, la quale deve essere ritenuta come una piaga sociale assai più profonda di quel che ora si suppone. Per riuscirvi, bisogna prima studiarla e conoscerla bene; bisogna poi che la legge la
determini meglio, e renda così possibile il colpirla in tutte le sue forme. I colpi dovrebbero essere più fieri, più inesorabili contro coloro che non sono popolo, e pur la esercitano e ne profittano. Il camorrista dovrebbe nelle carceri essere isolato, o mandato in quelle dell’Italia settentrionale; altrimenti la prigionia, se non è un premio, non è certo una pena per lui. Da alcuni mesi il governo è rientrato in una via di rigore, che aveva, secondo me, a torto abbandonata per lungo tempo. Bisognerebbe che questo rigore fosse permanente, che continuasse nella prigione, e avesse, per quanto è possibile, l’aiuto di una legge di pubblica sicurezza, con qualche articolo aggiunto a quel troppo semplice articolo 120, il quale si contenta di mettere fra le persone sospette coloro che «esigono danaro abitualmente ed illecitamente sugli altrui guadagni». A torto si è creduto di aver così definito la camorra, che invece sfugge facilmente alla pena. Ogni sforzo sarà però vano se, nel tempo stesso in cui si cerca di estirpare il male con mezzi repressivi, non si adoprano efficacemente i mezzi preventivi. lo non mi stancherò mai di ripeterlo: finché dura lo stato presente di cose, la camorra è la forma naturale e necessaria
della società che ho descritto. Mille volte estirpata, rinascerà mille volte.
Quella plebe infelice, che con leggi repressive noi a poco a poco liberiamo dai suoi oppressori, deve essere con leggi preventive spinta, costretta al lavoro.
Non bisogna contentarsi di aiutarla con quelle infinite limosine che aprono spesso una nuova piaga sociale, perché alimentano l’ozio ed il vagabondaggio.
Non bisogna dire e ripetere, che a tutto rimedia la scuola elementare, la quale in questi casi non rimedia nulla. Si guardi un poco a quello che avviene naturalmente, quando si trovano a Napoli uomini veramente pietosi e benemeriti, che conoscono i mali del loro popolo. Alfonso Casanova, che da pochi anni abbiamo perduto, fu giustamente amato come un santo. La sua Opera pei fanciulli usciti dagli Asili era fondata collo scopo di cercare i piccoli vagabondi, ed insegnar loro, insieme con l’alfabeto, un mestiere. Tutti riconobbero che quello era il bisogno vero del paese, tutti l’aiutarono e l’amarono, quasi l’adorarono. Altri tentarono l’impresa con uguale fortuna, perché la carità cittadina non è mancata mai colà. E se il Governo vuol davvero operare, deve imitare questi esempi suggeriti dalla natura stessa delle cose. Come la camorra è un male che sorge spontaneo, e però tanto più profondo, in un certo stato sociale, così questi tentativi sono lo sforzo generoso e spontaneo della società stessa per redimersi. Bisogna combattere la prima, aiutare i secondi.
Il Governo deve prendere le cose come sono, entrare nella via suggerita dall’ esperienza della gente onesta del paese, e lasciar da un lato le teorie. E il danaro non manca, se una volta si vorrà ammettere che le infinite Opere pie elemosiniere, le quali così spesso sono più uno stimolo che un rimedio alla miseria, debbano tutte essere trasformate in modo da ottenere il loro scopo con la previdenza, dando col pane, e come condizione sine qua non, l’insegnamento e l’obbligo del lavoro. E perché si veda quanto questo male sia generale, e non paia che io voglia prendere tutti gli esempi dal Mezzogiorno d’Italia, ne citerò uno del Settentrione 185. Nella Rivista Veneta (vol. IV, fasc. 5°, 1874) è stato poco fa pubblicato dal professore Cecchetti dell’Archivio dei Frari, un lavoro in cui si dànno alcune statistiche assai eloquenti. Dal 1766 al 1789 si trova che Venezia ebbe una media di 2.000 poveri. Le cose sono da allora in poi talmente peggiorate, che nel 1860 erano nei registri di beneficenza inscritti 31.890 individui, in una popolazione di 123.102 abitanti. Nel 1861 la popolazione discese a 122.565, e gl’inscritti alla beneficenza salirono a 32.422. Nel 1867 la popolazione discese a 120.889 e nel catalogo della
beneficenza erano registrati 33.978 individui.
Questi erano nel 1869, 35.000; nel 1870, 35.728; nel 1871, 36.200. E qui finisce la statistica, non senza notare che bisogna, per l’anno 1871, aggiungere circa 700 poveri vergognosi, i quali rappresentano 186 altrettante famiglie. È vero che negli ultimi anni la popolazione di Venezia ebbe qualche lieve aumento, essendo nel 1871 salita a 128.901 abitanti; ma in sostanza dai calcoli ufficiali del signor Cecchetti risulta un continuo aumento di poveri, e risulta che un terzo circa della popolazione di Venezia è ora sussidiato 187 dalla beneficenza, o almeno scritto nei registri come meritevole di sussidio 188. Ho sentito molti e molti domandare: Perché lo spirito intraprendente, operoso, audace qualche volta sino all’eroismo, degli antichi Veneti, non è ancora cominciato a risorgere colla libertà 189? Le ragioni sono infinite. Però tra le ragioni, a mio avviso, non è ultima questa, che la carità cittadina ha accumulato infiniti tesori, i quali sono ora destinati ad impedire che quello spirito risorga. Dopo ciò l’eterna risposta deve essere sempre: Vedremo, provvederemo, faremo? Cioè, lasceremo fare, lasceremo passare? Intanto la stampa straniera ci domanda: – Quando l’Italia sarà finalmente civile? – E se questo è quello che segue a Venezia, che cosa deve seguire a Napoli, città tanto più grande, tanto più malmenata! Lo dica l’esercito sterminato di poveri che vive colà senza lavoro. Qualcuno darà loro da mangiare, se di fame non muoiono. Sì, è la carità, ma una carità che uccide, che demoralizza, che abbrutisce. – E voi, mi si dirà, avete la ingenuità di credere che in breve si può rimediare a mali così gravi e profondi? Non vedete che ci vuole un secolo? – Sì, lo vedo, ma vedo ancora che se cominceremo domani, ci vorrà un secolo ed un giorno. E per ora vedo ancora che, quando torno a Napoli, il mondo è mutato per me e per i miei amici. La parola è libera, la stampa è libera, molte vie si sono aperte dinanzi a me. La differenza è come dalla notte al giorno; se dovessi tornare al passato, mi parrebbe di scendere nella tomba. Abbandono le strade centrali, vado nei quartieri bassi, e ritrovo le cose come le lasciarono i Borboni. I fondaci Scanna-sorci, Tentella, San Crispino, Pisciavino, del Pozzillo, ecc. sono là sempre gli stessi, coi medesimi infelici, forse ancora più oppressi, più affamati di prima. Tutta la differenza, se mai, sta in ciò, che il muro esterno fu imbiancato. E sono allora tentato di domandare a me stesso: Ah! dunque la libertà che tu volevi, era una libertà per tuo uso e consumo solamente?
Tuo affez. P. VILLARI
lunedì 6 settembre 2010
Francavilla Fontana (BR): Nigeriano in carcere ingiustamente assolto con le scuse del pm: "Razzismo"
“Sono cristiano, non provo nessun rancore, conosco il valore del perdono”, con queste parole il giovane rifugiato nigeriano Osas Friday, 24 anni, ha risposto a chi gli chiedeva cosa provasse nei confronti del suo accusatore. Finalmente libero dopo aver subito nove giorni in carcere e un processo, con l’accusa che si è rivelata del tutto falsa di aver minacciato con un coltello il consigliere comunale del Pdl di Francavilla Fontana Benedetto Proto, dice d’aver già perdonato il suo calunniatore. Il giovane immigrato è stato assolto con formula piena dal giudice del tribunale di Brindisi Stefania De Angelis, e ha ricevuto in aula le scuse del pubblico ministero Giuseppe De Nozza che, dopo aver chiesto il proscioglimento, gli ha rivolto pubbliche scuse a nome di tutta la comunità. Parole durissime invece, sono state rivolte dal sostituto procuratore nei confronti del consigliere pidiellino: “E’ una vicenda deprecabile, un inaccettabile rigurgito razziale”.
Lo stesso pm ha chiesto la trasmissione degli atti processuali alla procura, aprendo un fascicolo a carico del consigliere per falsa testimonianza di fronte all’autorità giudiziaria.
La vicenda dall’incredibile epilogo ha avuto inizio il 24 agosto scorso, nella centralissima via Immacolata a Francavilla Fontana. Il giovane immigrato si trovava di fronte a una panetteria, dove solitamente chiedeva l’elemosina, contando sull’amicizia dei titolari del negozio per i quali era diventato una presenza famigliare. Intorno all’una gli si avvicina il consigliere, che gli intima di allontanarsi e di non disturbare i passanti. E’ quello che il nigeriano fa, ma non prima di aver cambiato gli spiccioli nella panetteria, come tutti i giorni. Quando esce dal negozio si trova nuovamente di fronte il consigliere, ma stavolta accompagnato da due vigili urbani. Capisce di essere in pericolo e istintivamente scappa.
La pattuglia lo raggiunge da lì a poco, arrestandolo con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, minaccia a mano armata, porto illegittimo di armi, rifiuto di fornire le generalità, lesioni personali aggravate. Proto dice d’essere stato minacciato con un coltello. Nel verbale d’arresto finisce anche il referto del pronto soccorso a carico di uno dei vigili urbani, che dichiara d’essere stato aggredito in seguito a una colluttazione con il giovane immigrato. Processato con rito abbreviato vincolato all’ascolto della testimone richiesto dall’avvocato Giulio Marchetti, la panettiera Serafina Latartara ha detto in aula: “Ho seguito tutta la scena, il ragazzo non aveva nessun coltello, ha svuotato le tasche nel mio negozio dove gli ho cambiato gli spiccioli e regalato una focaccia, come faccio ogni giorno”. Subito dopo il processo il consigliere ha rassegnato le dimissioni nelle mani del sindaco Vincenzo Della Corte.
Proto, ex poliziotto, è stato il promotore di una petizione per l’istituzione delle ronde a Francavilla. La proposta è stata avallata dal consiglio a dicembre scorso, malgrado i voti contrari dell’opposizione di centrosinistra e dello stesso sindaco. Il giovane immigrato, fuggito dal proprio paese dopo aver visto genitori e fratelli decimati dalla guerra, sarà a Brescia lunedì prossimo per rinnovare il permesso di soggiorno. Spera di trovare un lavoro.
http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/03/news/nigeriano_in_carcere_ingiustamente_assolto_con_le_scuse_del_pm_razzismo-6741739/
da GrandeSalento
Lo stesso pm ha chiesto la trasmissione degli atti processuali alla procura, aprendo un fascicolo a carico del consigliere per falsa testimonianza di fronte all’autorità giudiziaria.
La vicenda dall’incredibile epilogo ha avuto inizio il 24 agosto scorso, nella centralissima via Immacolata a Francavilla Fontana. Il giovane immigrato si trovava di fronte a una panetteria, dove solitamente chiedeva l’elemosina, contando sull’amicizia dei titolari del negozio per i quali era diventato una presenza famigliare. Intorno all’una gli si avvicina il consigliere, che gli intima di allontanarsi e di non disturbare i passanti. E’ quello che il nigeriano fa, ma non prima di aver cambiato gli spiccioli nella panetteria, come tutti i giorni. Quando esce dal negozio si trova nuovamente di fronte il consigliere, ma stavolta accompagnato da due vigili urbani. Capisce di essere in pericolo e istintivamente scappa.
La pattuglia lo raggiunge da lì a poco, arrestandolo con le accuse di resistenza a pubblico ufficiale, minaccia a mano armata, porto illegittimo di armi, rifiuto di fornire le generalità, lesioni personali aggravate. Proto dice d’essere stato minacciato con un coltello. Nel verbale d’arresto finisce anche il referto del pronto soccorso a carico di uno dei vigili urbani, che dichiara d’essere stato aggredito in seguito a una colluttazione con il giovane immigrato. Processato con rito abbreviato vincolato all’ascolto della testimone richiesto dall’avvocato Giulio Marchetti, la panettiera Serafina Latartara ha detto in aula: “Ho seguito tutta la scena, il ragazzo non aveva nessun coltello, ha svuotato le tasche nel mio negozio dove gli ho cambiato gli spiccioli e regalato una focaccia, come faccio ogni giorno”. Subito dopo il processo il consigliere ha rassegnato le dimissioni nelle mani del sindaco Vincenzo Della Corte.
Proto, ex poliziotto, è stato il promotore di una petizione per l’istituzione delle ronde a Francavilla. La proposta è stata avallata dal consiglio a dicembre scorso, malgrado i voti contrari dell’opposizione di centrosinistra e dello stesso sindaco. Il giovane immigrato, fuggito dal proprio paese dopo aver visto genitori e fratelli decimati dalla guerra, sarà a Brescia lunedì prossimo per rinnovare il permesso di soggiorno. Spera di trovare un lavoro.
http://bari.repubblica.it/cronaca/2010/09/03/news/nigeriano_in_carcere_ingiustamente_assolto_con_le_scuse_del_pm_razzismo-6741739/
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