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lunedì 21 febbraio 2011

Ricordare per giudicare: il caso Battisti, la disinformazione brasiliana e la menzogna italiana

di Franco Piperno da GlobalProject.info
Partiamo da alcuni fatti, per poi, attraverso l’esercizio del dubbio, pervenire ad una certezza che si conclude con un “caveat”.

Primo fatto. Battisti è stato condannato dai magistrati milanesi, oltre trenta anni fa, per gravissimi reati; in particolare la sentenza definitiva gli addebita quattro omicidi. Per due di questi crimini è ritenuto responsabile morale. Lui si proclama innocente. L’autorità politica del Brasile, paese retto da un regime considerato ”democratico” dalla diplomazia occidentale, gli ha accordato lo status di emigrato in considerazione della natura politica dei delitti di cui è accusato e delle vicende successive che lo hanno coinvolto; in altre parole, il governo brasiliano ha giudicato che lo svolgimento dei processi negli anni settanta, quando erano in vigore le ”leggi speciali contro il terrorismo”, abbia gravemente risentito delle procedure emergenziali adottate dallo stato italiano per far fronte ad una rivolta sociale, una “insorgenza di massa”, senza precedenti nella storia del paese.

Secondo fatto. Questo giudizio negativo non è certo una sorpresa, una inattesa ed irresponsabile offesa alla dignità del nostro paese dovuta alla cattiva conoscenza della storia italiana, in particolare di quella più recente. Infatti, in questi trenta anni, è accaduto più volte che delle richieste d’estradizione, avanzate dalla nostra magistratura per delitti riferiti agli “anni di piombo”, siano state formalmente respinte, dall’autorità straniera, con motivazioni del tutto analoghe a quelle formulate, qualche settimana fa, dal brasiliano presidente uscente Lula do Silva. E’ accaduto così per il Canada, la Svizzera, la Germania, la Gran Bretagna, la Svezia, il Nicaragua, l’Argentina,il Giappone per non parlare della solita Francia. La possibilità, che le autorità di tutti questi paesi difettino di giudizio e scarseggino d’informazioni sul nostro paese, è poco probabile. Più probabile appare, al contrario, che vi sia nel sistema politico italiano una coazione a ritrovare le sue origini, una sorda volontà di continuare a legittimarsi sulla repressione dei moti rivoluzionari degli anni settanta; o, per dirla con la vulgata mediatica, sul merito di aver salvato la repubblica democratica dal terrorismo rosso-- omettendo, forse per modestia, quello di aver potentemente contribuito a generarlo. Sicché, qualsiasi episodio che getti dubbi sulle misure liberticide adottate in quegli anni, o anche solo sulle sentenze giudiziarie di quel periodo, viene vissuto dal ceto politico con emozione trasversale, non priva d’isteria, maggioranza ed opposizione insieme; quasi si fosse in presenza di un subdolo attentato alla credibilità del potere. Insomma, sarà il presidente Lula a sbagliare giudizio sulla tragedia italiana degli anni settanta o il presidente Napolitano a rimuovere inconsapevole le gesta del compagno Pecchioli ,ministro ombra di polizia e attore protagonista in quella tragedia?

Terzo fatto. Risulta paradossale che il presidente del consiglio ed il ministro di giustizia si lamentino della scarsa considerazione in cui è tenuta la nostra magistratura presso le autorità brasiliane, quando entrambi, all’unisono e quotidianamente, denunciano la”malattia italiana”, l’uso politico della giustizia da parte dei giudici. Dopotutto, può darsi che Lula legga, di tanto in tanto, il “Giornale” di famiglia o ascolti il notiziario del TG1... Forse Berlusconi e Alfano credono, in buona fede va da sé, che questo stravolgimento del ruolo dell’ordine giudiziario, questa malattia istituzionale sia stata contratta solo recentemente, quando lo stesso Berlusconi, Previti e dell’Utri sono rimasti impigliati nella rete. Forse, sembrano credere, negli anni settanta la situazione era diversa, allora sì che la magistratura era affidabile ed imparziale ed i giudici non si candidavano a deputati. Purtroppo possiamo testimoniare, alcuni tra noi per diretta esperienza, che non era cosi, il vizio è vecchio per non dire antico. Anzi, a vero dire, i metodi giudiziari erano certo più sommari e crudeli allora che oggi; e la stampa, tutta la stampa, al minimo, mentiva per omissione. Dobbiamo tuttavia, a questo proposito, per onestà intellettuale, notare che, allora, non si trattò solo di pulsioni forcaiole di un buon numero di giudici quanto della pochezza del potere politico che incapace di mediare, di svolgere il suo ruolo, finì col trattare quell’aspro scontro sociale come un problema d’ordine pubblico, affidandone la soluzione, attraverso la legislazione d’emergenza, a polizia e magistratura. Questa delega è ancora in vigore oggi, in questa seconda repubblica allo stato nascente, quando si rievocano, per un motivo od un altro, quegli anni; e questo con ragione proprio perché la seconda repubblica è una conseguenza non tanto della scomparsa della Unione sovietica e ancor meno della corruzione di tangentopoli, che continua più vigorosa di prima; ma piuttosto, l’insurrezione armata di studenti ed operai la ha generata nel senso di provocare, per così dire,la rottura del ramo e la scoperta del verme: l’emersione nella coscienza collettiva del paese della consapevolezza sulla vera natura delle istituzioni repubblicane nate dalla Resistenza, quel grondare di lacrime e sangue scatenato dalle leggi liberticide e dalla licenza d’uccidere conferita alla macchina repressiva dello stato.

Il dubbio. Noi nutriamo più di un dubbio sulle sentenze imperniate attorno al nebuloso strumento giuridico della responsabilità morale - e questo vale per Battisti come per Sofri, per quanto grande possa essere la differenza di spessore intellettuale ed umano tra i due. Infatti, a sostegno della ragionevolezza delle nostre perplessità, potremmo sciorinare qui centinaia e centinaia di casi d’ordinaria iniquità accaduti in quegli anni, quando la responsabilità morale veniva irrorata con una certa generosità a destra e a manca; e di conseguenza, la “migliore parte” del paese, oltre cinquemila giovani e meno giovani, ha conosciuto l’esilio, il carcere, la tortura, in decine di casi la morte; giunta qualche volta perfino nella forma bizzarra del “malore attivo”, per defenestrazione dai piani alti della Questura durante un interrogatorio di polizia, come a Milano; o in modo vile, esecuzione sommaria mentre ancora il sonno del primo mattino rendeva inermi, come a Genova. A noi appare evidente che la responsabilità morale è una circostanza difficile da accertare; e averne sollecitato l’uso ha suonato come un ordine di servizio impartito all’apparato repressivo perché menasse fendenti nel mucchio, ne colpisse cento pur di educarne uno. Per inciso, l’analogo della “responsabilità morale” degli anni settanta è, ai nostri giorni, il reato di “associazione esterna” alla mafia, fattispecie di recente apparizione nella giurisprudenza ma sconosciuta ai codici - anche in questo caso, l’indeterminazione intrinseca del reato, congiunta all’uso del carcere speciale, consente alla repressione di esercitarsi non tanto sui criminali quanto di terrorizzare il tessuto sociale nel quale la criminalità trova il nutrimento delle sue radici, alimenta un consenso che proviene dalla appartenenza alla stessa cultura.

La certezza. Ma supponiamo pure che i processi ai quali è stato sottoposto Battisti si siano celebrati nella rigorosa osservanza delle garanzie che la legge ordinaria assicura all’imputato; e che le prove offerte dall’accusa siano risultate di una evidenza lampante - il che è, appunto, contro fattuale o almeno del tutto improbabile che sia avvenuto. Anche così resta un argomento forte a favore di Battisti; nel senso che, malgrado i crimini commessi, conviene che sia restituito alla vita civile o almeno lasciato in pace, coi suoi turbamenti e rimorsi, nel paese che ha deciso di accoglierlo. Questo argomento proviene a perpendicolo dalla Carta Costituzionale, tanto spesso retoricamente invocata e troppe volte tradita. Nella nostra legge fondamentale l’espiazione della pena non è concepita come primitiva afflizione del reo volta a lenire l’irreparabile dolore ed il comprensibile rancore delle vittime, dei familiari e dei loro amici. Piuttosto, la funzione civile della privazione della libertà, e delle altre sanzioni accessorie, è quella di redimere il colpevole; in modo che la fine della pena coincida con la realizzazione del suo fine e l’espiazione si concluda con il recupero di un essere umano alla comunità degli uomini. Sicché ci sembra di poter concludere che, secondo la carta fondante della repubblica nella quale ci è capitato di vivere, Battisti ha terminato il suo periodo d’espiazione; infatti, negli ultimi trenta anni, vivendo ora in un paese ora in un altro, non ne ha mai violato le consuetudini e le leggi; inoltre, i suoi libri, con il loro discreto successo, attestano che il processo di reinserimento nella vita civile si è già positivamente concluso. Per altro, come già notato, le sentenze contro Battisti comportano addirittura più ergastoli; e solo il clima giustizialista, che avvelena il dibattito italiano sul tema, può spiegare l’oblio in cui è caduta la voce, ragionevole ed appassionata, di quei giuristi democratici che da tempo avanzano pesanti dubbi sulla coerenza di tale pena con lo spirito e la lettera dell’ordinamento costituzionale. Sicché, quello che la nostra migliore tradizione giuridica non riesce ad accettare, difficilmente potrebbe essere condiviso dalle autorità di un paese, come il Brasile, dove l’ergastolo è sconosciuto - per inciso, occorrerà pur dirlo, questa pena è considerata in molte parti del mondo un'eccezione disumana, anche se, proprio da noi, sembra essersi dileguato il senso della sua intrinseca ed inutile crudeltà. Insomma, per concludere su questo punto, la richiesta italiana di estradare un condannato all’ergastolo da un paese dove il “fine pena mai” è ritenuto una “tortura giuridicamente legittimata” risulta con ogni evidenza irricevibile. Eppure, in Italia, i mezzi di comunicazione pressoché unanimemente non solo ritengono che l’estradizione sia dovuta, ma giudicano un'offesa alla dignità nazionale il fatto che il Brasile non si sia ancora risolto a concederla.

Rispetto e pietà. Va da sé che la nostra analisi del caso Battisti non può ignorare la tragica sofferenza alla quale sono state consegnate - qualche volta, occorre pur dirlo, per caso, per fuoco amico - le vittime ed i loro parenti. Ma poiché il male inferto non è reversibile, l’unica possibilità di riscattarlo è trarre partito da esso, insomma imparare dagli errori, per quanto tragici possano essere. Questo vuol dire che il solo rispetto che dobbiamo alle vittime è di ricostruire la comune verità racchiusa negli anni di piombo, quel formidabile periodo quando v’è stata un'insorgenza di massa contro gli aspetti tirannici del potere, le sue menzogne e ipocrisie. Non v’è verità comune se viene negata o peggio rimossa la qualità di quella esperienza, la inebriante passione civile che ha portato centinaia di migliaia di giovani e meno giovani a prendere la parola in pubblico, a togliersi le umilianti maschere di suddito per divenire cittadini attivi, protagonisti del loro destino, artefici della loro realizzazione. Anche se questo ha comportato, come è accaduto altre volte nella storia, che si arrecasse e si ricevesse distruzione e morte. Dire la verità vuol dire prima di tutto respingere la riduzione blasfema dell’insorgenza di massa a pratica terroristica, del ribelle a deviante criminale. Solo a partire dal riconoscimento del fatto che in Italia, negli anni settanta c’è stata una piccola guerra civile; e, come in tutte le guerre civili, tanto le vittime che i carnefici stavano da una parte e dall’altra; solo a questa condizione, è possibile intravedere un percorso di verità, di crescita interiore del nostro paese che lo porti a liberarsi dal senso di colpa che lo opprime. Infatti, che in Italia il potere politico sia posseduto da una coazione a ripetere la pubblica menzogna risulta evidente dall’uso cinico del sentimento di pietà verso le vittime, quelle addebitabili agli insorti - sentimento che viene deformato e rappresentato impudicamente nella forma di rivendicazione teatralizzata; e, ad un tempo, dal silenzio, rotto solo per propalare calunnie, dentro il quale viene sigillato il dolore per le altre vittime, cadute sotto il fuoco dei tutori dell’ordine quando non per mano dei mercenari della reazione - questi ultimi intenti , in quegli anni, più o meno segretamente, all’eversione della repubblica, mentre oggi siedono meritatamente sugli scanni del parlamento repubblicano.

Caveat. Il caso Battisti, proprio perché non si può dire che il suo protagonista meriti il titolo d’eroe, è l’occasione, il tempo giusto per fare i conti pubblicamente col passato , strappando la verità al futuro. Ed è per questo che noi, consapevoli delle responsabilità che ci assumiamo, concludiamo ricordando - agli smemorati eredi del ceto politico degli anni settanta, alti funzionari della repressione, ex-mercenari - un antico dictum magnogreco che risuona come un appello ed un avvertimento insieme: “solo se rispetteranno l’onore e gli Dei dei vinti i vincitori saranno salvi”.

MarijuanaMan: in arrivo il primo super-eroe reggae


Cosa succederebbe se si provasse a fondere la cultura e la filosofia della musica reggae con le avventure di un supereroe? La risposta prova a darla una star della musica internazionale, nonché attivista sociale, del calibro di Ziggy Marley con il suo Marijuanaman.

Il personaggio ideato dal musicista giamaicano sarà un nobile campione venuto da un altro pianeta per portare all’umanità un importante messaggio e, allo stesso tempo, salvare il suo mondo. “Rappresenta la speranza nel futuro… la speranza che tutti noi faremo tutto il possibile per salvare il nostro pianeta”: così Marley sintetizza l’ispirazione di questo graphic novel fuori dagli schemi, che, a suo dire “non sarà il fumetto che vi aspettate!”.Ai testi e ai disegni ci saranno rispettivamente Joe Casey e Jim Mahfood, due autori che si conoscono da diversi anni e che ascoltano le canzoni di Marley da ancora più tempo. “Il progetto perfetto per noi, in quanto Ziggy ci ha dato un grande soggetto su cui scervellarci”, dichiara Casey ,“questo lavoro va oltre il concetto di fumetto…è un’esperienza”.

L'artista reggae è stato coinvolto in ogni singola parte dell’opera, dato il suo stretto legame col personaggio, ma allo stesso tempo disegnatore e sceneggiatore sono stati lasciati liberi di utilizzare il proprio stile e le proprie idee.

Questo graphic novel, unico nel suo genere, uscirà negli Stai Uniti ad aprile.

di Giovanni Fabris da Indymedia

venerdì 18 febbraio 2011

Caro Nichi non sono d'accordo


di Luca Casarini

L’uscita con cui Nichi Vendola ipotizza forma e conduzione di quella che viene definita “alleanza democratica” contro Berlusconi, mi trova in profondo disaccordo. Voglio comunicarne le ragioni per tentare di aprire un dibattito politico vero non solo con Nichi, ma anche con coloro che guardano queste cose in maniera diversa: quelli che stanno dentro i partiti della sinistra, o li votano, ma percepiscono tutti i limiti che essi incarnano e quelli che ne stanno fuori, convinti che il cambiamento passi solo attraverso un rifiuto della rappresentanza. Questi due modi di vedere il problema, quello critico e quello antagonistico, li considero fondamentali entrambi per ogni processo costituente che provi ad affrontare seriamente il nodo dell’alternativa in questo paese.
Beninteso, con tutta l’umiltà e la profonda amicizia per Nichi, che chi scrive segue con attenzione perché nel desolante panorama della sinistra italiana, di certo non c’è stato nient’altro, oltre ai movimenti che si autorappresentano, di così interessante come il percorso descritto dalle sue “fabbriche” e dall’idea di “nuova narrazione” sottintesa anche dalla grande richiesta delle primarie. Ma lo stare dentro l’eterno limbo di una transizione che non finisce mai, quella di uscita dal ventennio berlusconiano, evidentemente logora e affatica.E dunque bisogna aiutarci tra tutti, stimolarci a vicenda per non finire in cose già viste, e già sconfitte dalla storia. Veniamo alla questione delle dichiarazioni di Nichi: le considero sbagliate sia nella sostanza che nei “tempi”. Appare quasi superfluo dire che la “mossa del cavallo”, come viene definita, tutta giocata per mettere in difficoltà il quadro dirigente del Pd, è pura tattica. Uno dei mali della sinistra italiana, è questo continuo gioco di tattica, capace di trasformare in politicismo ogni cosa. La tattica, in politica, dovrebbe essere usata con parsimonia, e mai sostituirsi alle ragioni, alle speranze, agli ideali e alle convinzioni. Bisognerebbe, di questi tempi innanzitutto, vergognarsi un po’ di ricorrere a mosse tattiche, esserne onestamente e pubblicamente imbarazzati, perché tattica è un sinonimo ormai di assenza di proposte vere, di alternativa. Suggerire la Bindi come leader di uno schieramento innaturale come quello immaginario che mette insieme tutti, da Fini a Vendola appunto, può apparire “geniale” a chi vive la politica dai Palazzi, a chi la osserva solo tramite sondaggi, organigrammi, equilibri di potere. Per il “popolo” invece, è semplicemente disarmante. Quello stesso popolo che ci crede veramente al fatto che più che Berlusconi, come diceva Vendola, bisogna battere il Berlusconismo. Cioè quel tanto di Marchionne e della Gelmini che c’è dentro i programmi degli oppositori “democratici” di Berlusconi, quella dose di pericoloso giustizialismo che pure anima anche coloro che farebbero di tutto per buttare giù il Cavaliere, quell’idea di etica pubblica che scivola rapidamente verso il moralismo patriottico dei vizi occulti, che sacralizza istituzioni che invece andrebbero rese terrene e contradditorie, e per questo più vicine alla realtà degli uomini e delle donne che dovrebbero servirsene, non esserne prigionieri. E’ un fatto cuturale, prima che politico, e proprio per questo, culturalmente, nessuna tattica può giustificare l’idea che il problema risieda solo in un uomo, per quanto potente ed odioso esso sia. I tempi sbagliati, persino incomprensibili, dell’uscita di Nichi, aumentano la preoccupazione: ma è tattica oppure, peggio, convinzione? Certo, perché quella proposta, forse avrebbe messo in difficoltà il PD e coloro che non vogliono le primarie, se le elezioni fossero alle porte, se il Quirinale si preparasse a sostituire un Governo con un altro, se la Lega togliesse la spina, se, se…ma la vita nuova non si costruisce con i se. Abbiamo già la versione veltroniana, quella del “ma anche”, ci manca solo quella di continui “se…”. Tempistica controproducente dunque, anche rispetto alle migliori intenzioni, e sostanza preoccupante: siamo veramente convinti che, la Santa Alleanza, che si dice dovrebbe limitarsi a fare due o tre cose, sia una strada culturalmente prima che politicamente praticabile? Io penso il contrario. Per “sparigliare” le carte in tavola, servono idee nuove, sul reddito e sul lavoro, sulla crisi ambientale e su quella finanziaria, sul conflitto di genere. Nuove idee e nuove pratiche sulla democrazia e anche sulla rappresentanza, che sono materie in crisi terminale e vanno affrontate con cure shock: le primarie o sono questo o diventano sì una specie di americanata giocata in provincia, come in qualche caso può succedere. Ho imparato anche da Nichi che le proprie biografie vanno superate, se si vuole ambire ad un “comune” politico e sociale. Ma mi spingo a dire che bisogna farlo non solo con quelle personali, ma anche con quelle collettive: bisogna indicare l’oltrepassamento del partito, del sindacato, del movimento così come li abbiamo conosciuti e così come ci siamo rapportati ad essi finora. Anche per questo, l’ordine simbolico che le cose assumono, in questo caso dichiarazioni a mezzo stampa, non può riguardare semplicemente i sondaggi o il consenso: esso stipula con la nostra vita, un patto continuo, producendo l’orizzonte che ci è necessario vedere per potere rimetterci in cammino. Il nostro, di tutti, non può essere che quello di una grande marcia per la democrazia, che si gioca dentro e fuori, nei vecchi meccanismi della rappresentanza in crisi e nelle piazze piene di gente che vorrebbe essere nuova, e quindi ha bisogno di una innocenza che diventa originalità, di un sodalizio che diventi amicizia, di una franchezza che sia verità. Su questo, proprio perché mi interessa contribuire e penso che nulla sia facile, vorrei che si aprisse una discussione.
Luca Casarini

da GlobalProject

LE STRISCE - VIENI A VIVERE A NAPOLI



LE STRISCE - VIENI A VIVERE A NAPOLI

Vieni a vivere a Napoli,
vieni a vedere la città dei miracoli.
ti leggo in faccia tutto quello che già pensavi;
non crederai davvero ai telegiornali?

Vieni a vivere a Napoli,
potremmo farci rapinare nei vicoli,
ti porto a cena tra la diossina e il mare
non crederai all'opinione generale?

Vieni a vivere a Napoli
tra molti occhi nascosti
che avvolte sono i nostri
e nuovi centri commerciali,
strade piene di luce e pazzi normali

Sai che la notte non passa a Napoli?
sai che la gente non parla a Napoli?
e non si innamora nessuno, nessuno o quasi, lo giuro

sai che succede a fidarsi a Napoli?
sai che ho giurato di amarti a Napoli?
e non sopravvive nessuno, nessuno

Vieni a vivere a Napoli
dove i ragazzi sono ancora romantici
e se va male è sempre e solo colpa del destino
non crederai a quallo che si dice in giro?

Vieni a vivere a Napoli
vieni a scoprire che non ci sono limiti
dove il futuro è chiuso in una raccomandazione
non credere alle voci sulla tradizione
che ne sanno?!

Vieni a vivere a Napoli
tra molti occhi nascosti
che avvolte sono i nostri
strade piene di luce e pazzi normali

Sai che la notte non passa a Napoli?
sai che la gente non parla a Napoli?
e non si innamora nessuno, nessuno o quasi, lo giuro

sai che succede a fidarsi a Napoli?
sai che ho giurato di amarti a Napoli?
e non sopravvive nessuno, nessuno

E non importa quello che è stato,
dimentichiamo il passato
che tanto è inosservato,
come a una festa,
come in un viaggio.
Vieni a vedere la città perchè a restare ci vuole coraggio!

Sai che la notte non passa a Napoli?
sai che la gente non parla a Napoli?
e non si innamora nessuno, nessuno o quasi, lo giuro

sai che succede a fidarsi a Napoli?
sai che ho giurato di amarti a Napoli?
come a una festa, come in un viaggio
Vieni a vedere la città perchè a restare ci vuole coraggio

giovedì 17 febbraio 2011

Egitto - Centinaia i desaparecidos


di Michele Giorgio da GlobalProject
In Rivolta, sull'altra sponda

Gamal Eid, direttore della Rete araba sui diritti umani, denuncia: «In carcere ancora tra 400 e 500 egiziani, di loro non si sa più nulla. È stata la polizia militare ad arrestarli. I generali stilino una lista dei detenuti e rispettino i loro diritti».

«In carcere ci sono ancora tra 400 e 500 egiziani arrestati dalla polizia e dall'esercito durante i 18 giorni della rivoluzione contro Mubarak. Di loro si sa molto poco. Ma di altri 40-50 non sappiamo nulla, sono spariti, nessuno li ha più visti dai giorni delle manifestazioni. È molto grave, vogliamo risposte immediate dalle autorità militari».

Pronuncia frasi concitate Gamal Eid, direttore della Rete araba di informazione dei diritti umani. I desaparecidos, aggiunge, sono una questione nazionale. «La costruzione del nuovo Egitto - dice l'attivista al manifesto - passa per la trasformazione radicale della concezione di sicurezza del paese che in futuro dovrà essere fondata sul rispetto della persona umana e della libertà di pensiero e di espressione».Ma su questo non c'è alcuna garanzia, nonostante le rassicurazioni date dal Consiglio militare supremo che ha preso il controllo del paese dopo le dimissioni dell'ex raìs Hosni Mubarak. C'è il rischio che il mukhabarat, il servizio segreto che per decenni ha arrestato, interrogato e torturato per conto del presidente -faraone continui ad operare impunemente in un Egitto più democratico e pluralista.

Ma la denuncia di Gamal Eid chiama in causa anche l'esercito, molto popolare tra gli egiziani per la posizione che ha mantenuto durante i 18 giorni della rivolta. «Sappiamo che la polizia militare ha arrestato una parte dei cittadini ora dispersi», spiega Eid esortando i generali egiziani a far stilare subito una lista dei detenuti e a rispettare i loro diritti. Martedì il quotidiano al-Masry al-Youm, la «voce» della rivolta, aveva pubblicato un elenco di nomi di uomini e donne, in gran parte tra i 15 e i 48 anni, che sono svaniti nel nulla tra il 25 gennaio (primo giorno delle manifestazioni) e il 9 febbraio, due giorni prima delle dimissioni di Mubarak. Almeno 5mila persone sono finite in manette (e spesso pestate in carcere) durante la rivoluzione, di queste almeno 500 sono ancora in cella. La denuncia lanciata dal direttore della Rete araba di informazione dei diritti umani è stata raccolta da alcuni cyber-militanti protagonisti della rivolta che hanno detto di aver ricevuto da «alti gradi» delle Forze Armate l'assicurazione che «tutti i manifestanti svaniti nel nulla saranno ritrovati». Ma i dubbi restano. Qualche giorno fa il quotidiano britannico Guardian aveva riferito l'allarme partito da alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani sulla detenzione in gran segreto di centinaia, forse migliaia, di oppositori del regime da parte della polizia militare. Alcuni manifestanti, scrisse il quotidiano, vennero detenuti in segreto in alcune sale del Museo Egizio, che si trova a ridosso di piazza Tahrir, epicentro delle proteste al Cairo.

Per ora il Consiglio Supremo delle Forze Armate continua ad usare il guanto di velluto. Entro dieci giorni l'Egitto avrà una nuova costituzione, o meglio, la vecchia Carta verrà emendata, promettono i militari che hanno affidato la direzione della commissione competente ad un giudice in pensione, Tareq Beshry. A sorpresa hanno anche inserito nel gruppo un Fratello Musulmano, l'avvocato ed ex deputato Sobhi Salah. Che la confraternita, tuttora considerata fuorilegge, stia ricevendo la legittimazione che cerca da sempre è segnalato anche da un'intervista ad un noto portavocedel movimento, Essam El Arian, trasmessa dalla tv di stato, in una prima volta assoluta per l'Egitto. Ma non manca chi sfida i militari, come la «Coalizione dei giovani» anti-Mubarak. Se il Consiglio Supremo delle Forze Armate - ha avvertito la Coalizione - non comunicherà al più presto un calendario delle tappe del suo lavoro, non sarà cambiato il governo e non sarà abolita la legge d'emergenza in vigore dal 1981, domani, giornata della «Marcia della Vittoria», verranno riorganizzati raduni permanenti in piazza Tahrir.

Rimangono nel frattempo un mistero le condizioni di salute di Mubarak da venerdì scorso nella sua residenza a Sharm el Sheikh. L'ex raìs secondo alcuni sarebbe gravissimo, sul punto di morire. Altri invece, come il quotidiano Shurouq, lo danno in buona salute ma depresso. Il raìs si sarebbe rifiutato di rispondere ad telefonata giunta da Barack Obama, per sottolineare il suo forte disappunto per la posizione dell'Amministrazione Usa nei confronti delle proteste popolari in Egitto.

Gli uomini ombra di Carmelo Musumeci: fine pena mai e altri racconti

Presso la Biblioteca comunale la presentazione organizzata da Zone del Silenzio e la Libreria Tra Le Righe. Ospiti Giovanni Russo Spena e l'avvocato Ezio Menzione. L'ergastolo ostativo come "pena di morte viva", la detenzione come problema politico. Se la pena non finisce mai, a chi è utile la pena?

La domanda che aleggia nell'aria appare semplice, di facile soluzione: "Se la pena ha come fine il reinserimento sociale del detenuto dopo un periodo detentivo finalizzato alla sua riabilitazione, come può essere definito l'ergastolo ostativo, per il quale il detenuto non rivedrà mai la luce del sole?"
Nella serata di giovedì 10 febbraio presso la biblioteca comunale di Pisa è stata ospitata la presentazione del libro di Carmelo Musumeci dal titolo "Gli uomini ombra e altri racconti". Al tavolo degli interventi, coordinati da Adriano Ascoli di Zone del Silenzio, Giovanni Russo Spena ex parlamentare di Prc, e l'avvocato Ezio Menzione. E' proprio quest'ultimo a formulare la domanda posta in apertura.
Ma prima di tentare una risposta, un passo indietro. Chi è Carmelo Musumeci? E' un detenuto siciliano di 54 anni che assieme ad altri 1.400 condannati all'ergastolo ostativo a qualsiasi beneficio (regolati dall'art. 4 bis della legge n. 354/75 norme dell'Ordinamento Penitenziario ndr), è costretto a vivere da più di vent'anni e ancora per tutta la sua esistenza dentro le patrie galere del nostro Paese, ristretto in circa 12 metri di cella. Il suo libro "Gli uomini ombra" (Il Segno dei Gabrielli editori, settembre 2010) è diventato un piccolo caso letterario, non solo per le condizioni di vita del suo autore. Sono racconti "social noir" (la definizione è dello stesso Musumeci) che parlano della vita dietro le sbarre, della morte spesso prima spirituale che fisica, della percezione della fine come unica condizione possibile. Un documento che riesce a essere autentico pur nella finzione narrativa.
"Dal 1992, anno dell'inserimento dell'ergastolo ostativo, al 2010 - ricorda l'avvocato Menzione - c'è stato un aumento esponenziale dei condannati definitivi. Da 242 a 1.491, cioè il 5,29% della popolazione carceraria. Non è necessario scomodare Beccaria per capire come la deterrenza di una simile introduzione sia pressoché nulla".
"Certo, l'ergastolo - spiega Menzione - è un tema spinoso tanto dal punto di vista giuridico quanto per la coscienza di ognuno. Ma al di là delle interpretazioni, il problema è prima di tutto politico. E' necessario cominciare a rivedere le pratiche relative allo svolgimento della pena, soprattutto nel caso di ergastolo perché lo Stato non cada in pericolose contraddizioni, come troppo spesso accade".
"Un modello punitivo come l'ergastolo ostativo - afferma Menzione - non può essere una risposta ai problemi detentivi del Paese, e questo lo denunciano i numeri che ho citato. D'altra parte, l'aspetto umanitario deve continuare ad avere una rilevanza politica: detenzioni come quelle raccontate da Musumeci sono assimilabili, per taluni aspetti, alla pena di morte, una pena di morte 'viva' ".
"Quello italiano è un caso di bulimia carceraria", così spiega a sua volta Russo Spena. "La pena detentiva - ribadisce - quando diventa spersonalizzante, come nel caso dell'ergastolo ostativo, smarrisce ogni ragion d'essere, a meno che non si ammetta che essa è una forma di tortura legalizzata".
Il racconto della vita di un ergastolano, secondo Russo Spena, mette in luce le profonde contraddizioni insite nell'idea stessa di "carcere assoluto": "Il mancato reinserimento sociale, l'interruzione di un dialogo produttivo con il mondo fuori dal carcere, l'impossibilità di assolvere bisogni che vadano oltre la soglia minima delle mere esigenze fisiche".
"Si deve risalire dal baratro dell'ergastolo ostativo come soluzione - propone Russo Spena. "Al contrario, lo stato deve imboccare la via della depenalizzazione, rinunciare all'idea del 'grande internamento', a quel modello carcerario mutuato dal mondo statunitense. Bisogna superare la mentalità del carcere come prima e ultima forma di detenzione. La cosa più brutta per un ergastolano è l'avvicendarsi dei giorni, e questo è umanamente inaccettabile".
Perché la risposta alla domanda in apertura sta proprio in questa contraddizione. E, alla fine, a una domanda è forse lecito rispondere con un'altra domanda: "Se la pena non finisce mai, a chi è utile la pena?"
Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant'Antonio in provincia di Catania. Condannato all'ergastolo senza benefici, si trova nel carcere di Spoleto. Entrato con licenza elementare, mentre è all'Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo "Vivere l'ergastolo". Attualmente è iscritto all'Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica, ha terminato gli esami e attualmente sta preparando la Tesi con il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale. Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da tre anni condivide il progetto "Oltre le sbarre", programma della Comunità Papa Giovanni XXIII. Autore di molti racconti e del romanzo "Zanna Blu" di prossima pubblicazione presso Gabrielli editori, è promotore della CAMPAGNA "MAI DIRE MAI" per l'abolizione della pena senza fine. Collabora con diverse testate e blog su internet come: urladalsilenzio.wordpress.com; www.linkontro.info (collegata all'associazione Antigone), tiene un diario su www.informacarcere.it


martedì 15 febbraio 2011

Il calcio rivoltato


di Mauro Valeri
Il mondo dello sport del Nord Africa si schiera con le rivolte popolari, bloccando campionati e richidendo giustizia e libertà per i propri paesi. In piazza scendono anche gli ultràs organizzati.

Sono diversi i mass media che hanno evidenziato come alle proteste che stanno interessando diversi paesi del nord Africa abbiano partecipato o partecipino anche calciatori, allenatori e tifosi. In Tunisia, ad esempio, già nei primi gironi della protesta contro Ben Alì, c’era stata una decisa presa di posizioni da parte dei calciatori. Tra i primi a protestare sono stati i giocatori dell’Esperance Sportive de Tunis, la squadra più importante del paese.
Di fronte alla demenziale sproporzione tra la povertà di milioni di persone e lo stipendio di 70mila dollari al mese garantito dal presidente della squadra, Hamdi Meddeb, al nuovo allenatore, Nabil Maaloul, i calciatori hanno deciso una curiosa quanto efficace forma di sabotaggio: nella partita che li opponeva all’Etoile du Sahel, si sono fatti segnare ben cinque reti senza opporre alcuna resistenza.Poi hanno deciso di fermare il campionato, anche per permettere a molti tifosi (e a molti degli stessi calciatori) di partecipare alle proteste di piazza. Solidale con il popolo e i manifestanti anche l’allenatore, Rabah Saadane (già ct della Nazionale algerina), che ha rinunciato a sedere sulla panchina dello Yemen con questo commento: “Ringrazio per l’offerta generosa, ma in questo momento è un insulto guadagnare altro denaro mentre la mia gente muore di fame per le strade”.
Una interessante versione magrebina del salary cap! Altrettanto curioso l’autoesonero del ct della Nazionale tunisina, Fouzi Benzarti all’indomani della caduta di Ben Alì. Dopo aver confessato che aveva accettato di fare l’allenatore solo perché obbligato dal dittatore, Benzarti ha lasciato l’incarico dichiarando: “Ora che non c’è più, mi sento libero come il mio popolo”. Libero anche di non essere più utilizzato per alimentare quel panem e circenses (sempre più “circo” e sempre meno pane, verrebbe da dire), a cui molti dittatori vorrebbero relegare il calcio. All’appello della piazza non sono mancati i tifosi, specie quelli delle due squadre di Tunisi, l’Esperance e il Club African, in genere molto propense a scontrarsi, che invece nei giorni della protesta hanno trovato parole d’ordine comuni: oltre a pane e lavoro, hanno manifestato per la “’libertà per gli ultrà incarcerati, l’abolizione del locale daspo e del divieto di introdurre (e usare) fumogeni negli stadi” (Il Manifesto, 26 gennaio 2011).
Al Cairo, invece, tra i milioni di manifestanti, sono state notate moltissime magliette rosse dell’Al-Ahly, la squadra della capitale, che è anche la più blasonata del paese e dell’intero continente. A mettersi in evidenza sono stati soprattutto gli Ultrà Ahlawy, il primo gruppo ultrà organizzato dell’Egitto (è stato fondato nel 2007), che ha aderito ufficialmente alla protesta di piazza. Alessandra Cardinale, su Il Fatto Quotidiano del 9 febbraio, riporta le parole di Assad, ventenne, presentato come “capo ultrà del Al-Ahly”: “Gli ultras sono tra le persone che protestano nelle strade e spesso siamo proprio noi a guidare i nostri fratelli e le nostre sorelle (…). Chi meglio di noi conosce i metodi della polizia? (…) Il governo ha avuto sempre paura di noi perché è difficile inquadrarci ideologicamente, per questo diamo fastidio”. Accanto ai tifosi, in piazza al Cairo, come ha ricordato Stefano Boldrini su La Gazzetta dello Spot dell’8 febbraio, è sceso anche Wael Gomaa, simbolo dell’Al-Ahly e della Nazionale (e per molti considerato l’attuale miglior difensore di tutta l’Africa): “Io sono al fianco del mio popolo. In Egitto ci sono troppe ingiustizie sociali, troppa disparità tra ricchi e poveri. Bisogna intervenire e pensare anche al futuro. I nostri giovani non hanno speranze nell’Egitto attuale: dobbiamo aiutarli… Mubarak ha fatto il suo tempo: l’Egitto non può più aspettare”. ”
Difficile immaginare simili situazioni in Italia, soprattutto vedere una partecipazione di giocatori e allenatori ai problemi del paese (è di fatto immaginabile un Del Piero che, nella trattativa per il suo nuovo ingaggio – quello scaduto era di 7.5 milioni di euro netti in due anni, cioè 312.500 euro al mese – faccia un gesto di solidarietà verso gli operai Fiat o i precari di Torino!). Che il futuro sia nelle mani degli ultras?

Tratto dal blog www.sportallarovescia.wordpress.com
da GlobalProject.info

Sequestrato sito internet, per articolo satirico contro Berlusconi


di Marco Barone da Reset-Italia
Bene, l’immagine appena visualizzata, è tratta dal sito www.savonaeponente.com sequestrato perchè il 4 febbraio 2011 è stato pubblicato articolo fortemente satirico dal titolo:
‘Voglio ammazzare Berlusconi’, dipingendo il premier nelle vesti di un alieno, con tanto di foto ritoccata.

La blogger ha subìto perquisizione realizzata dalla Postale con la Digos di Savona. Sono stati sequestrati i computer della redazione del blog ‘Savonaeponente.com’, e la giornalista è stata trattenuta nella Questura a Savona, per varie ore Ma se non bastasse sono stati sequestrati anche i computer del figlio della blogger perchè tecnico informatico, ed è stata anche perquisita, in un’officina meccanica dove si trovava per un guasto, l’auto del marito della donna. I motivi dell’urgenza sarebbero stati dettati dal fatto che, in base alle notizie che circolano nella rete, la donna risultava ufficialmente detenere un’arma che successivamente è risultata essere stata ceduta nel corso degli anni.Certo la magistratura deve fare il suo lavoro, ma era veramente pericoloso quell’articolo? Quale è la linea sottile di confine tra la satira e le mere intimidazioni o diffamazioni?
La Cassazione penale sez. V, 07.10.1998 sostiene che la satira e la critica, «quale esercizio del democratico principio di libertà e di manifestazione del pensiero, trova un limite invalicabile nel rispetto di altri diritti fondamentali, parimenti sanciti dalla Costituzione, in quanto attinenti alla pari dignità sociale di tutti i cittadini, quale che possa essere il loro credo religioso, nonché nella salvaguardia dei diritti inviolabili di ogni persona, sia come singolo, sia come membro delle più diverse formazioni sociali nelle quali si forma e si sviluppa la personalità di ognuno, diritti inviolabili tra i quali vanno annoverati, senza alcun dubbio il diritto all’onore, alla reputazione e al decoro»
Una storia già vista, ma rilevati i tempi attuali credo che oggi giorno scrivere anche satiricamente ciò che si pensa è rischioso, ed è per questo motivo che occorre battersi per difendere quanto sostenuto in particolar modo dall’articolo 21 della Costituzione ovvero che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

da Reset-Italia

lunedì 14 febbraio 2011

GIOVANNI PASSANNANTE



Giovanni Passannante (Salvia di Lucania, Potenza, 18 febbraio 1849 - Montelupo Fiorentino, 14 febbraio 1910), è stato un anarchico individualista italiano conosciuto per aver attentato alla vita del re Umberto I nel 1878.

Giovanni Passannante, nasce a Salvia di Lucania (ora rinominata Savoia di Lucania) il 18 febbraio 1849 da una poverissima famiglia costretta, come tantissime altre in quell’epoca, a vivere in condizioni d’estrema povertà.
È un autodidatta e le sue letture, oltre alla Bibbia, sono i testi di Mazzini, Garibaldi e i giornali che raccontano dell’ Internazionale e della Comune di Parigi. In difficoltà economiche, ha girovagato in varie parti d'Italia in cerca di un lavoro, svolgendo soprattutto la professione di cuoco, prima di approdare a Napoli. Nel suo girovagare s'interessa all'anarchismo ed entra a far parte del Gruppo Libertario Repubblica Universale.
E’ in questi ambienti che cova un odio profondo per i reali che sguazzano nella ricchezza mentre la maggior parte delle persone vive in condizioni miserevoli. Giovanni intende richiamare l’attenzione sulle disastrose condizioni di vita degli italiani ed è pronto a compiere un gesto estremo: attentare alla vita del re!

Giovanni non è uno sprovveduto, è consapevole di quel che va a fare, sa che il suo gesto non potrà che procacciargli grossissimi guai. Il 16 novembre vende la sua giacca e acquista un temperino, poi scrive sul suo fazzoletto «A morte il re! Viva la Repubblica Universale». Il 17 novembre 1878 la carrozza di Umberto I di Savoia (il presunto “re buono”...) e la regina Margherita, percorre le strade di una Napoli festante accorsa a salutare il passaggio della coppia reale. All’improvviso Giovanni Passannante, estrae dalla tasca un fazzoletto rosso che nasconde il piccolo coltellino con la lama di 8 centimetri, si avvicina alla carrozza e colpisce il re. Margherita riesce a urtare l’attentatore con un mazzo di fiori e, miracolosamente, a deviarne il colpo sul primo ministro Cairoli, il quale si ritrova con una brutta ferita alla gamba, mentre Umberto viene ferito solo di striscio.

Giosuè Carducci, in onore al povero “re buono”, compone la famosa Ode alla Regina. Giovanni Pascoli, al contrario, compone il celeberrimo Inno a Passannante (poesia che gli costò l’arresto), oggi andato purtroppo perduto (forse distrutto dallo stesso Pascoli “ravvedutosi” in età matura), ma di cui ci rimangono gli ultimi versi: «Con la berretta del cuoco faremo una bandiera!».
Mentre i monarchici festeggiano per lo scampato pericolo, da lì a pochi mesi cade il governo Cairoli, accusato di non fare abbastanza in tema di ordine pubblico. Il sindaco di Salvia, dopo che tutta la famiglia Passannante è stata segregata nel manicomio criminale di Aversa, accetta servilmente che il nome del paese, come castigo per avergli dato i natali, si trasformi in Savoia.

L’atto di Passannante giunge a breve distanza dai tentativi insurrezionali di Bologna e del Matese, in un’Italia da poco unificata e attraversata da un’infinità di contraddizioni (una solida minoranza di privilegiati e la maggioranza di cittadini costretti a vivere in enormi difficoltà quotidiane), una monarchia non molto amata, e un governo che rappresenta i soli interessi delle classi dirigenti. In questo contesto, tutt'altro che a lui favorevole, Passannante subisce il processo.
Egli sa che la corte non avrà clemenza poiché è stato il “primo” che ha osato alzare la mano sull’autorità, quindi non ci sarebbe dovuto esser spazio per il secondo. (La storia andò diversamente e dopo il tentato regicidio da parte dell'anarchico Pietro Acciarito (22 aprile 1897), il 29 luglio 1900 Gaetano Bresci colpirà a morte Umberto I).

Dopo una detenzione di alcuni mesi durante la quale si cerca inutilmente di provare un complotto con gli anarchici napoletani Schettino e Melillo, si celebra il processo. Durerà solo due giorni (6-7 marzo 1879).
Davanti a un pubblico elegante seduto in posti numerati e munito di binocolo per osservare meglio il “mostro” in prima pagina, la difesa d’ufficio è affidata all’avv. Leopoldo Tarantini, il quale prima di assumerne la difesa chiese perdono al re per l'"ingrato" compito, che proverà a farlo passare per infermo di mente per salvarlo dalla condanna a morte (la perizia di cinque luminari dimostra la sua “finezza e forza di pensiero non comune”). La giuria comunque non ha alcuna pietà e lo condanna alla pena capitale, anche se il codice prevedeva la pena capitale solo in caso di regicidio, ma il “re buono” temendo che la condanna sproporzionata possa creare simpatie per l’attentatore, la trasforma “magnanimamente” in ergastolo.
Condotto nella Torre del Martello del penitenziario di Portoferraio, chiamata poi dai marinai Torre Passannante perché da lì udivano i suoi lugubri e continui lamenti, è chiuso in una cella alta 1,50 e legato a una catena pesante 18 chili che gli consente di muoversi per un solo metro. In tutto quel periodo Giovanni fu visitato solo dal deputato socialista Agostino Bertani e dalla pubblicista Anna Maria Mozzoni, i quali si trovarono di fronte ad uno "spettacolo" agghiacciante:
«Passanante è rimasto seppellito vivo, nella più completa oscurità, in una fetida cella situata al di sotto del livello dell'acqua, e lì, sotto l'azione combinata dell'umidità e delle tenebre, il suo corpo perdette tutti i peli, si scolorì e gonfiò... il guardiano che lo vigilava a vista aveva avuto l'ordine categorico di non rispondere mai alle sue domande, fossero state anche le più indispensabili e pressanti. Il signor Bertani... poté scorgere quest’uomo, esile, ridotto pelle e ossa, gonfio, scolorito come la creta, costretto immobile sopra un lurido giaciglio, che emetteva rantoli e sollevava con le mani una grossa catena di 18 chili che non poteva più oltre sopportare a causa della debolezza estrema dei suoi reni. Il disgraziato emetteva di tanto in tanto un grido lacerante che i marinai dell'isola udivano, e rimanevano inorriditi» (Salvatore Merlino, L'Italia così com’è, 1891, in Al caffè, di Errico Malatesta, 1922).
Solo dopo l'incontro con Bertani e Mozzoni viene concesso il trasferimento nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Qui, gravemente malato di scorbuto, quasi cieco e ormai completamente impazzito per le torture fisiche e psichiche subite, Giovanni morirà a 61 anni il 14 febbraio 1910.

Dopo la morte le autorità continuano ad accanirsi sul corpo del povero Giovanni. La sua testa viene tagliata dal resto del suo corpo, teschio e cervello vengono accuratamente sezionati e conservati affinché i criminologi possano studiarli. Essi sono convinti di potervi trovare, tra le altre cose, anche la famosa fossetta occipitale mediana, segno inequivocabile di delinquenza (in realtà questa si trova presente anche in intere popolazioni che sicuramente non sono dedite a pratiche di criminalità di massa).

Il 10 maggio 2007 è avvenuta la sepoltura, nel paese natale, dei resti di Giovanni Passannante.

tratto da http://ita.anarchopedia.org/Giovanni_Passannante

10 FEBBRAIO IL "GIORNO DEL RICORDO"


parmantifascista.org
Giovedì 10 febbraio, si è tenuto un presidio a Parma sotto il monumento al Partigiano, in occasione del cosiddetto "Giorno del ricordo", che ha visto la partecipazione di tutta la Parma Antifascista. Il presidio aveva l'intenzione di svelare le operazioni di revisionismo che si celano dietro la "questione foibe", e di diffondere la verità storica riguardo ad esse ed ai crimini compiuti in jugoslavia dai nazifascisti. Quest'anno comunque, e per fortuna, i politici di Lega e Pdl non sono scesi in corteo come l'anno scorso, quando sfilarono per le vie del centro a braccio teso, e dei fascistelli di CasaPound non si è vista nemmeno l'ombra.

Di seguito, il testo del volantino distribuito:

Ricordare il proprio passato è fondamentale per capire il presente e saper affrontare il futuro. In Italia dal 2005 ogni 10 febbraio è "giorno del ricordo", una data istituita nel 2004 con il fine di "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe" (dal testo di legge).
Il 10 Febbraio media e politica ci raccontano delle migliaia di italiani gettati nelle foibe, di perfidi partigiani comunisti, e della tragedia degli italiani che dovettero lasciare quelle terre, ipotizzando un progetto di pulizia etnica da parte dei partigiani. Si tratta di uno strano modo di ricordare; come se prima dell'otto settembre del '43 non fosse successo niente in quelle terre di confine e in tutto il mondo. Integrare questi ricordi può aiutare a comprendere meglio ciò che avvenne in quel periodo che va dall'avvento del fascismo fino alla fine della seconda guerra mondiale. Già nel 1920 Benito Mussolini aveva le idee chiare sulla jugoslavia: «Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava, non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell'Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».
Fin dai primi anni del fascismo, nelle terre di confine con la Jugoslavia, venne attuata una politica razzista nei confronti delle minoranze, proibendo loro di parlare nelle loro lingue, vietando le scritte in slavo sulle tombe e italianizzando i nomi. Non solo, le chiese ortodosse vennero chiuse, distrutte o trasformate in chiese cattoliche e i serbi furono obbligati a circolare con una P sul braccio. Nei locali pubblici poi venne posto il cartello: " vietato l'ingresso ai serbi, ebrei, zingari e cani". Dal 1941 la situazione peggiorò ulteriormente con l'occupazione nazifascista della Jugoslavia; vennero istituiti campi di concentramento sia in Italia che in Jugoslavia in cui vennero internate migliaia di persone. Molte di esse, uomini, donne, anziani e bambini, trovarono la morte in quei lager. Per contrastare la lotta partigiana i nazifascisti non si fecero alcuno scrupolo, deportando intere famiglie, bruciando villaggi, fucilando. Un esempio può essere quello di Kragulevac, un paese in cui furono giustiziate 2300 persone. Nonostante questo il popolo jugoslavo seppe organizzare la propria Resistenza all'occupazione. Nel 1942 fu mandata a tutti i comandi di stanza in Slovenia la circolare 3C che conteneva ordini di questo genere: «Internare a titolo protettivo, precauzionale e repressivo, individui, famiglie, categorie di individui delle città e delle campagne e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali»
Questi sono solo alcuni degli avvenimenti che precedettero le Foibe e l'esodo di migliaia di italiani da quelle terre. Si tratta di fatti che vanno ricordati quando si ha l'intenzione di affrontare nella maniera più obbiettiva la questione delle foibe.
Non si tratta infatti di negare l'esistenza delle foibe ma di cercare di capirne le cause e le dimensioni.
Sul finire del '43, i nazifascisti rioccuparono le terre liberate temporaneamente dai partgiani, e procedettero a riesumare i corpi dalle foibe. Il sottufficiale dei vigili del fuoco Harzarich diresse sotto le direttive dei nazifascisti il recupero dei corpi e stese un rapporto (rapporto Harzarich): da 10 foibe vennero recuperati 204 corpi.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale si scoprirono altre foibe e tra il 1945 e il 1948 vennero riesumati da esse 464 corpi.
La maggior parte dei corpi riesumati appartenevano a nazifascsti o collaborazionisti delle forze occupanti e in una minima parte di vittime della giustizia sommaria che vi fu nei giorni della liberazione. Questi dati sono riscontrabili in numerose ricerche storiche e da documenti ufficiali sia dei nazifascisti che degli angloamericani. Basterebbero quei documenti per mettere fine alle sciocchezze di chi parla di migliaia di infoibati. Come sarebbe sufficiente ricordare che furono oltre quarantamila i soldati italiani che si unirono ai partigiani jugoslavi per smentire le ipotesi di pulizia etnica.
Infangare la memoria della resistenza, demonizzare i comunisti ed equiparare i partigiani ai fascisti è l'unico vero fine di questa giornata.
Il giorno del ricordo si inserisce in un più ampio quadro di rivisitazione delle storia per fini politici che partendo dalla Resistenza arriva fino alla rivalutazione della figura di Bettino Craxi.
In questo scenario si inseriscono perfettamente i fascisti di Casa Pound che proprio l'hanno passato scrivevano su uno striscione : Tito assassino , meglio Bettino.
Non facciamoci ingannare da chi con queste campagne vuole coltivare un popolo ignorante e manipolabile. Se il 10 Febbraio è giorno del ricordo gli antifascisti si faranno trovare ai loro posti per ricordare ciò che il potere vuole gettare nell'oblio.
Noi Ricordiamo Tutto!

da Indymedia

giovedì 10 febbraio 2011

FABRIZIO DE ANDRE' - RIFLESSIONI SULLE VARIE MAGGIORANZE E MINORANZE CHE COMPONGONO L'UMANITA'













Quando muoiono i bambini

Muoiono quattro bambini rom. Il sindaco sgombera, la magistratura inquisisce i genitori, che sostengono che l'incendio potrebbe essere doloso
Una vicenda che ricorda da vicino quella analoga avvenuta a Livorno nell'agosto del 2007: anche allora morirono quattro bambini, anche allora i genitori dissero che si trattava di un attentato. Arrivò persino la rivendicazione. In galera ci finirono comunque madri e padri.
E ricorda - per fortuna senza vittime - quella accaduta a Torino nell'ottibre del 2008.


Roma, 6 febbraio. Quattro bambini bruciano vivi in una baracca ai margini del nulla metropolitano.
Siamo a Tor Fiscale. Assi, plastica, poche povere cose. Basta una scintilla, un braciere acceso per tenere lontano l’inverno, e il fuoco si mangia tutto.Il resto è copione già visto. La disperazione dei parenti, l’indignazione del sindaco post fascista della capitale, che strilla che servono poteri speciali per fare campi sicuri, che si infuria contro la burocrazia. Un alibi traballante ma poco importa. In fondo sono solo zingari.
La mattina dopo arrivano le ruspe e tirano giù tutte la baracche. L’ordine è ripristinato.
Arriva anche la magistratura, che mette sotto inchiesta il padre e le due madri: abbandono di minore. La madre di tre dei bambini e nonna del quarto non crede all’incidente: il braciere era lontano, le fiamme sono divampate troppo in fretta.
Una vicenda che ne ricorda un’altra di quattro anni fa.
Quattro bambini rom morirono nell’incendio di una baracca di legno sotto ad un cavalcavia, vicino alla raffineria di Stagno, a Livorno, l’11 agosto del 2007. I genitori vennero arrestati con l’accusa di abbandono di minore e di incendio doloso, nonostante avessero detto di essere stati aggrediti. Prosciolti dall’accusa di incendio doloso, patteggiarono e vennero scarcerati perché incensurati. Sulla vicenda calò il silenzio nonostante il rogo fosse stato rivendicato del GAPE – Gruppo Armato di Pulizia Etnica.

Quando ci sono di mezzo i rom viene sfogliato l’intero florilegio di pregiudizi razzisti nei loro confronti. Se i bimbi muoiono è colpa loro, che non ci badano, che vanno in giro a rubare, che li fanno vivere in roulotte e baracche.
Come se qualcuno – davvero – potesse scegliere di vivere di elemosina in una baracca senza nulla.
Esemplari le dichiarazioni razziste di Tiziana Maiolo, di Futuro e libertà, dopo il rogo di Tor Fiscale. Per lei i bambini Rom che fanno pipì sui muri sono meno educati del suo cagnolino.
Nel luglio del 2008 una bambina rom, appena sgomberata da una ex fabbrica abbandonata in via Pisa a Torino, disse “almeno per un po’ ho vissuto in una casa vera”. Una casa con il gabinetto. E porte, finestre, luce… Dopo lo sgombero la riportarono lungo il fiume in una baracca piena di topi.

A Torino, il 14 ottobre del 2008 andò a fuoco un campo rom in via Vistrorio. Tre molotov in punti diversi e l’insediamento sulle rive del torrente Stura dove vivevano 60 persone andò in fumo.
Non andò peggio perché un ragazzo diede l’allarme. I giornali allusero alla possibilità che il campo l’avessero bruciato gli stessi rom, per forzare la mano al comune ed ottenere posto nell’area allestita per l’emergenza freddo. Le prove? Non era morto nessuno!
Qualche mese dopo, la magistratura, dopo decine di aggressioni a immigrati e tossici, mise gli occhi sul gruppo fascista “Barriera Domina”: nei telefonini di alcuni di loro trovarono le scansioni dei giornali che parlavano del rogo di via Vistrorio. Due righe in cronaca e poi l’oblio. Chi ha dato ha dato, chi avuto avuto.
Sulla vicenda il sito Ojak, oggi purtroppo non più attivo, fece una controinchiesta.

Quelli come Alemanno vogliono i campi. Altri vorrebbero cacciare tutti. I più chiudono gli occhi e non guardano, magari si commuovono anche un po’. I bambini fanno sempre tenerezza.

Il rogo di Tor Fiscale, come già quello di Stagno, ha fatto notizia perché i bambini erano quattro, altrimenti sarebbero bastate poche note in cronaca, ordinaria amministrazione.
Un bambino muore di freddo, un altro bruciato, un altro se lo porta via una banale influenza.
Infinito l’elenco dei campi rom andati in fumo. A volte distrutti da bravi cittadini, decisi a fare pulizia. Etnica. Altre volte bruciati dalla povertà che non concede sicurezza.

Resta il fatto che quei quattro bambini sono stati ammazzati. Resta il fatto che ogni giorno, in qualche dove, c’è qualcuno che muore. Muore di povertà.
La povertà non è un destino.
I responsabili siedono sui banchi dei governi e nei consigli di amministrazione delle aziende.
Nessuno si creda assolto, perché l’indifferenza è complicità.


Related Link: http://senzafrontiere.noblogs.org
da Indymedia

TONY TROJA -Marchionne (du du du)

mercoledì 9 febbraio 2011

Tahrir: atteso in piazza l'eroe di Google


da fortresseurope.blogspot.com
CAIRO - “La libertà è una benedizione per cui vale la pena lottare”. Twitter, 8 febbraio 2011. Sono le prime parole postate in rete da Wael Ghonim, il nuovo eroe di piazza Tahrir, che lunedì ha commosso l'Egitto con una sua intervista a Dream Tv. È il numero uno di Google in Egitto, e da 12 giorni era semplicemente scomparso. Di lui non si sapeva più niente, se fosse stato ucciso o arrestato. Ieri ha raccontato di essere stato sequestrato la notte tra il 27 e il 28 gennaio, all'una di notte, da quattro agenti in borghese che lo hanno acciuffato per strada mentre aspettava un taxi con un amico. Lo hanno portato via bendato e ammanettato, e la benda dagli occhi non gliel'hanno tolta per tutti i dodici giorni di detenzione, durante i quali è stato sottoposto a insistenti interrogatori, accusato di essere un cospiratore al soldo degli Stati Uniti o dell'Iran.
Al pubblico ha chiesto di non stampare manifesti con la sua immagine, di non fare di lui un eroe. Perché gli eroi sono altri. Sono i ragazzi morti in piazza sotto gli spari dei cecchini di Mubarak e delle bande criminali dei baltagia.

Quando ieri nell'intervista a Dream Tv, la conduttrice Mona al Shazly ha fatto scorrere le immagini dei martiri, Wael non ce l'ha fatta a trattenersi ed è scoppiato in un pianto liberatorio. “Voglio dire a ogni padre e a ogni madre che ha perso suo figlio, che non è colpa nostra. Lo giuro su dio, non è colpa nostra. É colpa di tutti quelli che tengono in mano il potere con avidità e non lo lasciano andare”. Con lui si è commosso tutto il paese. Perché Wael è il simbolo di questa rivoluzione. Trentenne, capo esecutivo di Google per il Medio Oriente, sposato con un'americana, è l'amministratore del gruppo facebook più importante in Egitto. Si chiama “Tutti noi siamo Khaled Saied” e conta più di 540.000 iscritti. È da qui che è nata la rivolta. Ben prima della rivoluzione in Tunisia.

Comincia tutto il 7 giugno 2010. Siamo a Alessandria. Quella sera Khaled Saied (il ragazzo della foto) si presenta al solito internet caffé a Sidigaber.
Arrivano due poliziotti, si chiamano Mahmoud Alfallah e Awaad Elmokhber. Chiedono a tutti i documenti con la solita arroganza. Khaled rifiuta di mostrare le proprie carte e per questo viene aggredito brutalmente. Prima lo riempiono di calci e poi gli fracassano la faccia contro un ripiano di marmo. Dopodiché lo trascinano ancora sanguinate dentro la macchina, diretti al commissariato di polizia, dove lo finiscono inferociti. A quel punto, per non destare sospetti, abbandonano in mezzo alla strada il cadavere martoriato dalla violenza. Non è il primo caso, nè l'ultimo. Ma stavolta qualcuno trova il coraggio di far circolare le fotografie del volto massacrato di Khaled. E il resto lo fa la rete.

Grazie all'attivismo di Wael Ghonim e del suo gruppo su facebook, emergono altri casi di tortura e iniziano a circolare dati come quelli raccolti dall'Organizzazione egiziana per i diritti umani, che dal 1993 al 2007 ha documentato 567 casi di tortura nei commissariati di polizia, 167 dei quali finiti con la morte della vittima. Ne nascono accesi dibattiti sui forum online. Viene rimessa in discussione la legge di stato di emergenza che governa il paese dalla salita al potere di Mubarak nel 1981, si apre una discussione sulla corruzione. E non solo sulla pagina di Ghonim.

Su facebook infatti c'è un altra importantissima pagina. Si chiama "I ragazzi del 6 aprile", conta più di 90.000 iscritti, ed è nato nel 2008, da un'idea di Ahmed Maher e Ahmed Salah, come gruppo di sostegno allo sciopero generale lanciato dai lavoratori di Mahalla el Kubra, città industriale a un'ora dal Cairo, per il 6 aprile appunto. È un'iniziativa sovversiva, in quanto sotto la legge di emergenza gli scioperi sono vietati. Internet diventa l'unico mezzo per organizzarsi e aggiornarsi in tempo reale sulle proteste messe in piedi in molte città d'Egitto. La giornata finisce con due morti ammazzati dalla polizia a Mahalla e con l'arresto di decine di attivisti e blogger, compreso il coordinatore di Kifaya, un movimento di opposizione nato nel 2004.

Tutte queste forze riunite lanciano su internet una grande manifestazione contro la tortura e la violenza della polizia e per la fine della legge di emergenza. Viene scelta la data del 25 gennaio appunto, che in Egitto è la festa della polizia. È una festa istituita dallo stesso Mubarak, due anni fa, nel 2009, per commemorare la strage dei 50 poliziotti ammazzati il 25 gennaio del lontano 1952 dall'esercito inglese dopo aver rifiutato di ritirarsi dal commissariato di Ismailia.

Nel frattempo però scoppia la rivoluzione in Tunisia e il 14 gennaio Ben Ali abbandona il paese. L'esito vittorioso di quella rivoluzione alimenta le speranze dei giovani egiziani. Lo stesso può accadere anche in Egitto. E allora i social network alzano la posta in gioco e rilanciano un appello per la fine del regime. Il resto lo fa la gente. Perché non avrebbe senso oggi cercare i leader della piazza. La protesta è ormai dilagante e spontanea e coinvolge tutta la popolazione e tutto il paese. Non c'è organizzazione, né ci sono leader, dietro ai milioni di persone che in queste due settimane sono sces in piazza a chiedere la testa di Mubarak. Quella protesta oggi entra nel suo quindicesimo giorno con l'aspettativa di una grande concentramento a piazza Tahrir, dove potrebbe prendere la parola lo stesso Wael Ghonim.

Ad accoglierlo ci saranno le immagini di decine di martiri. I nuovi manifesti sono iniziati a circolare due giorni fa, dopo le pubblicazioni delle prime biografie sul quotidiano Almasri Alyoum. Alcuni ritraggono ragazzi sorridenti, altri invece mostrano le crude immagini di volti insanguinati e senza vita delle vittime. Gli slogan scritti sopra le foto sono gli stessi: “Il sangue dei martiri non va perduto”. Oppure: “Non ti dimenticheremo”. C'è la foto del bambino di 10 anni ucciso a Rafah, Bilal Salim Aisa Muhamad. C'è la foto di Islam Refaat Mahmud, 35 anni, ucciso a Alexandria. E poi Hitham Hamidi, 33 anni, proprietario di una piccola ditta di materiali elettronici, asfissiato dai lacrimogeni il 28 gennaio al Cairo. Hussein Mohammed, 25 anni, investito da un'automobile della polizia al Cairo il 28 gennaio. E poi ancora Ali Fathi, Karim Bnuna, Hussein Qawni Mohammed, Ahmed Sherif Mohammed, Mahmud Mohammed Hasan, Seif Allah Mustafa, Habiba Mohammed Rashid e la ragazza uccisa dai baltagia a piazza Tahrir mercoledì scorso, Sali Zahran.

Quelle immagini danno coraggio alla piazza. Nessuno da qui sembra disposto ad andarsene prima della caduta del regime. Qualcuno ha scritto su un cartello: “Dio perdonami perché avevo paura e ho taciuto”. Bene, la paura adesso non c'è più. E la settimana si annuncia carica di nuove manifestazioni in tutto l'Egitto.

In strada oggi torneranno anche gli attivisti del Hisham Mubarak Centre arrestati giovedì scorso dalla polizia militare e finalmente rilasciati sabato, senza accuse a loro carico, dopo 48 ore di ansia in cui nessuno sapeva che fine avessero fatto. La conferma arriva da Nadim Mansur, coordinatore delle attività di ricerca del centro che dal 1999 fornisce supporto legale a migliaia di cittadini, grazie alla sua rete di avvocati in tutto il paese. Alla sede del centro, in via Suq Tawfiqiya, tutti hanno colto il messaggio intimidatorio delle autorità egiziane, ma sono decisi a riprendere il lavoro, nonostante le mille difficoltà. L'irruzione di giovedì scorso ha portato all'arresto di 25 attivisti del Hicham Mubarak Centre e dell'Egyptian Center for Economic and Social Rights, compresi due militanti di Amnesty International, uno di Human Rights Watch e due giornalisti francesi. Con le pistole puntate addosso e sotto la minaccia di morte, sono stati caricati sui mezzi militari e portati in un centro dei servizi militari, al Cairo, dove hanno subito un interrogatorio, fortunatamente senza subire torture.

I militari hanno anche sequestrato tutti i computer del centro, lasciando poi il resto del lavoro a una banda di criminali assoldati per l'occasione, i famosi baltagia, che armati di spranghe e coltelli hanno portato via dal centro tutto quello che c'era da rapinare. Al punto che oggi, il primo problema è capire come riorganizzare il materiale degli oltre 700 casi che gli avvocati del centro hanno seguito durante gli ultimi dodici mesi. Ma qui nessuno si arrende. E anzi stanno tutti tornando a lavorare sul dossier che molto probabilmente sta alla base della spedizione dei militari della settimana scorsa.

Si tratta del file sulla strage dei martiri. Secondo le informazioni raccolte dal centro, le vittime sarebbero almeno 200 al Cairo, e tra i tre e i quattrocento in tutto il paese. I bollettini degli ospedali del Cairo parlano di 145 morti censiti nei cinque principali ospedali e di altri 60 negli ospedali minori. A cui vanno aggiunti le decine di morti nelle altre regionoi, soprattutto a Suez e Alexandria. L'obiettivo è lanciare una campagna di informazione che possa poi portare anche e soprattutto a delle azioni legali contro i responsabili del massacro.

Perché dietro alla strage c'è un preciso disegno del governo. Che prima ha ritirato la polizia dalle strade della città, per poi liberare i prigionieri dalle carceri e mandarli affiancati da poliziotti in borghese a terrorizzare la gente in piazza e nei quartieri. Fortunatamente la gente si è organizzata, con i comitati di quartiere che per giorni hanno controllato 24 ore su 24 gli accessi a tutte le strade e i palazzi, armati di spranghe e mannaie. Adesso la situazione è rientrata, ma qualcuno inizia a essere stanco di questa situazione di stallo. Le banche sono chiuse, le scuole pure. Qualcuno inizia a dire che sì siamo d'accordo con i ragazzi della rivoluzione, ma visto che Mubarak non parte, piazza tahrir deve svuotarsi, perché dobbiamo tornare a vivere in tranquillità. Mubarak lo ha capito. E sta prendendo tempo. Ma la piazza è ancora calda, ogni giorno transitano dal sit in almeno centomila persone e nessuno è disposto a mollare questo pacifico assedio.

Gente come Ahmed, studente del quarto anno di ingegneria, che ieri sera mi ha tenuto due ore a parlare, mostrandomi sul cellulare i video girati durante gli scontri di venerdì 28 gennaio, spiegandomi le tattiche di guerriglia che avevano adottato per costruire le barricate dietro cui difendersi, facendo inaspettati paragoni con certi videogiochi. E poi le foto della sorella, colpita alla gamba da un proiettile a pallini, di quelli usati per la caccia. Ahmed ci crede ancora, dà per scontata la vittoria e già discute sul dopo Mubarak, con un totocandidato che assomiglia ai titoli in prima pagina sui giornali dell'opposizione di questa mattina.

Personalmente, mentre mi avvio in piazza Tahrir, in testa ho una sola domanda: cosa succederà se questi ragazzi non otterranno niente con questa straordinaria protesta pacifica? Ma poi ripenso a Gramsci, e al pessimismo della ragione affianco l'ottimismo della volontà. Fate circolare queste informazioni, il popolo egiziano merita tutta la solidarietà del mondo.

La Spoon River dei martiri di Piazza Tahrir


da fortresseurope.blogspot.com
CAIRO – Mohamed, Ahmed, Farouk, Eslam, Hamada, Muhammad, Saif. Professione: giornalista, artista, avvocato, studente, autista, medico, disoccupato. Anni: 36, 31, 40, 22, 30, 26, 16. Colpito da un proiettile mentre filmava gli scontri tra polizia e manifestanti. Colpito da un proiettile al collo, poi investito da un'automobile. Bruciatosi davanti al parlamento per protesta. Investito da un'auto. Colpito da un proiettile. Colpito da un proiettile al petto. Colpito da un proiettile. Da oggi anche il Cairo ha la sua Spoon river. È una pagina internet, ospitata sul sito 1000 memories, che sta raccogliendo sul web tutte le notizie relative ai martiri della rivoluzione egiziana.
Per ora sono riusciti a raccogliere i dati di 136 vittime. Nome e cognome, foto, età, professione, luogo dell'omicidio e tipo di incidente. Le informazioni sono caricate direttamente dagli amici e dai parenti dei morti. L'iniziativa è nata da un'idea di Mahmoud Hashim, un egiziano di Toronto, in Canada, che ha voluto creare sul web un tributo virtuale alla memoria dei martiri. Ma la cosa interessante è che in modo spontaneo sta succedendo la stessa cosa anche in piazza Tahrir.

I primi poster dei martiri sono comparsi domenica pomeriggio. Dietro il palco hanno appeso il primo. C'è una foto di un ragazzo sorridente. Mustafa Samir El-Sawi. C'è scritto “Non ti dimenticheremo, sei un maritre eroe, un martire della libertà, un amico del corano”. Non lontano, per terra qualcuno ha scritto la parola shuhada', martiri, con le pietre che fino a qualche giorno fa venivano usate per la sassaiola. Accanto hanno fatto sdraiare due bambini, i piedi nudi e gli occhi chiusi, immobili, fingono di essere morti, ognuno ricoperto dalla bandiera egiziana. In mezzo a loro, un'altra bambina di sei sette anni, sulle spalle del papà, canta gli slogan della rivoluzione, incoraggiata da decine di passanti.

Anche la stampa oggi dedica uno speciale ai martiri. Sul quotidiano Almasri al Youm, c'è un'intera pagina con le storie e le foto di 11 dei martiri, compresa una ragazza. In piazza molti hanno appeso quella pagina sui muri perché la gente legga. Altri la portano in giro come se fosse un manifesto. I parenti delle vittime invece in giro portano le loro storie.

Come i due fratelli maggiori di Amir Magdi AlAhwal, 24 anni, della città di Abu Awali. Sono venuti apposta da Minufiyah, dopo aver fatto il funerale di Amir, ucciso giovedì scorso dai cecchini di Mubarak non lontano da Tahrir. Chiedo a uno di loro di scrivermi il nome completo del martire sul taccuino. Aggiunge un commento, in arabo: “mio fratello è morto martire per domandare la libertà e la dignità del cittadino dalla corruzione del governo”. Il dolore è ancora tanto per aggiungere altre parole.

Le parole invece non mancano al professor Shadi, collega di Ahmed Basiouny, ucciso da un proiettile dei cecchini di Mubarak lo scorso 28 gennaio. I suoi studenti si sono ritrovati oggi in piazza per appendere uno striscione con la sua foto e le sue ultime parole postate su facebook prima di essere ammazzato. “Era un genio dell'arte, un talento di quelli che nascono una volta in ogni generazione. All'università ci insegnava la libertà, perché l'arte è libertà, e in piazza era venuto per lo stesso motivo”. Pittore e brillante musicista di elettronica tra i più in vista della scena contemporanea, quel venerdì era uscito preparato al peggio. L'ultima fotografia lo ritrae con la maschera antigas per i lacrimogeni e un cappotto pesante per le manganellate della polizia. Non è stato sufficiente. Una pallottola al collo gli ha tolto la vita. Oltre ai suoi studenti, e ai suoi amici - più di 4.000 hanno sottoscritto la sua pagina facebook - lascia la moglie e due bambini, uno di sei anni e una bimba appena nata, di un mese. I suoi studenti organizzano per oggi una commemorazione pubblica, dopo i tanti messaggi di solidarietà aririvati sul web sulla pagina di 1000 memories. Mentre 100 Radio Station sta mandando in onda una playlist con i suoi pezzi.

da fortressEurope

Haiti, la società civile alza la voce

In Italia i rappresentanti della società civile haitiana raccontano il Paese a un anno dal terremoto

Il terremoto e la situazione politica disastrosa. Poi gli aiuti umanitari e il colera. Infine, le difficoltà legate all'elezione di un nuovo presidente: nulla sembra essere dalla parte della popolazione a Haiti.
In tanta confusione però, c'è ancora qualcosa che si può salvare: il lavoro di Aumohd (Action des Unités Motivées puor une Haiti de Droit), un'organizzazione totalmente composta da volontari, che si occupa della difesa dei diritti dei più deboli.
A raccontare il lavoro dell'associazione ci ha pensato il suo presidente, l'avvocato Evel Fanfan, invitato in Italia per una conferenza tenutasi presso la sede della Cisl a Milano.
La sua preoccupazione maggiore è l'assoluta mancanza di dialogo fra le parti, in questo caso fra le autorità e la società civile, mai interpellata per tastare il polso della situazione reale del popolo.

L'avvocato Fanfan, che a causa dei suoi innumerevoli dossier sulle malefatte della polizia e della Minustah (la Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite in Haiti) ha subito minacce e attentati, ha le idee chiare: "Non ci può essere ricostruzione senza giustizia sociale".
Questo è il messaggio che l'avvocato e la sua associazione vorrebbero far arrivare anche a Bill Clinton, ambasciatore Onu per Haiti e coordinatore insieme all'ex presidente Usa, George W. Bush, degli aiuti umanitari per l'isola.
È proprio quello della giustizia sociale il nodo da sciogliere a Haiti prima che tutto si sfasci completamente. Si chiede l'avvocato: "Come è possibile che ad un anno dal terremoto ci siano ancora decine di migliaia di persone costrette a vivere in tendopoli dove le condizioni igieniche sono tremende?". Difficile dare una risposta. Impossibile risolvere un problema tanto grande soprattutto se si tiene in considerazione, come ricorda Fanfan, che "gli aiuti economici arrivati dalla comunità internazionale sono stati utilizzati male e per ora non hanno dato alcun risultato positivo".

É un fiume in piena l'avvocato. La possibilità di raccontare la reale situazione del Paese ad una platea straniera, è un'occasione che non poteva perdere. E allora per chi ascolta è difficile calarsi in quel paese e nella sua gente. Fanfan è un personaggio scomodo ad Haiti non c'è dubbio. Lo è soprattutto per le sue inchieste su fatti di cronaca nera che riguardano gli abusi della polizia e della Minustah.
Ad esempio Aumohd ha accertato le responsabilità della polizia sul massacro di Martissant-Grand Ravin dove la polizia sparò sulla gente causando la morte di 100 persone. Oppure il dossier sul massacro di Plateau Central-Belladere, dove le ex Forze Armate di Haiti e gli ex militari massacrarono centinaia di civili. E ancora dossier sui crimini commessi dalla Minustah a Cité Soleil e l'assoluta mancanza di rispetto dei diritti dei lavoratori ala Cd Apparel dove sono stati licenziati in 500.
L'associazione punta molto sulla diffusione del codice del Lavoro fra tutti i lavoratori haitiani. Fanfan per rendee partecipe la popolazione e istruirla al meglio si è inventato una cosa: ha preso il codice, l'ha tradotto dal francese al creolo haitiano, l'ha stampato e lo ha diffuso. Fino a oggi sono oltre 20 mila i lavoratori che grazie all'opuscolo hanno ben chiari quali sono i loro diritti e i loro doveri di lavoratori. E grazie a queste conoscenze oggi sono più in grado di farsi rispettare.

da PeaceReporter

venerdì 4 febbraio 2011

La rivolta anti-Mubarak


Sotto il cielo il caos...
di Slavoj Zizek

Quel che salta subito all'occhio nelle rivolte di Tunisia e d'Egitto è la massiccia assenza del fondamentalismo islamico: secondo la migliore tradizione laica e democratica la gente si è limitata a rivoltarsi contro un regime oppressivo, la sua corruzione e la sua povertà, chiedendo libertà e speranza economica. La cinica convinzione occidentale secondo cui nei paesi arabi la coscienza genuinamente democratica si limiterebbe a piccole élite liberal, mentre le grandi masse possono essere mobilitate solo dal fondamentalismo religioso o dal nazionalismo si è dimostrata erronea.
Il grosso interrogativo è naturalmente: che succederà il giorno dopo? Chi ne uscirà vincitore?
.Quando a Tunisi è stato nominato un nuovo governo provvisorio, ad essere esclusi erano gli islamisti e la sinistra più rivoluzionaria. L'autocompiaciuta reazione liberal fu: bene, sono fondamentalmente la stessa cosa, due estremi totalitari - ma davvero le cose sono tanto semplici? Il vero, eterno, antagonismo non è piuttosto tra islamisti e sinistra? Ammesso pure che adesso siano uniti contro il regime, una volta vicini alla vittoria si divideranno, e si scontreranno tra loro in una lotta mortale spesso più feroce di quella contro il nemico comune.
Non abbiamo forse assistito proprio a una lotta del genere dopo le ultime elezioni in Iran? Le centinaia di migliaia di sostenitori di Moussavi lottavano per il sogno popolare che ha puntellato la rivoluzione di Khomeini: libertà e giustizia. Anche se quel sogno era un'utopia, significava la salutare esplosione della creatività politica e sociale, esperimenti di organizzazione e dibattiti tra studenti e gente comune. Quella genuina apertura che aveva liberato forze inaudite di trasformazione sociale, in un momento in cui «tutto sembrava possibile», fu poi completamente soffocata dall'andata al potere dell'establishment islamista.
Anche nel caso di movimenti chiaramente fondamentalisti, dovremmo stare attenti a non confondere la loro componente sociale. I taleban vengono puntualmente presentati come un gruppo fondamentalista islamico che impone la sua legge con la forza - però, quando nella primavera del 2009, s'impadronirono della Valle di Swat in Pakistan, il New York Times scrisse che «avevano organizzato una rivolta di classe sfruttando le fratture profonde presenti nella società tra un piccolo gruppo di ricchi proprietari terrieri e i loro fittavoli senza terra». Se «approfittando» della situazione contadina, i talebani avevano «lanciato l'allarme su quel rischio in Pakistan, che rimaneva in larga parte feudale», cosa impediva ai liberal in Pakistan così come negli Stati Uniti di «approfittare» di questa causa ed aiutare i contadini senza terra? Il fatto è che in Pakistan le forze feudali sono il «naturale alleato» della democrazia liberal.
La conclusione inevitabile cui dovremo giungere è che l'islamismo estremista è sempre stato l'altra faccia della scomparsa della sinistra laica nei paesi musulmani. Quando l'Afghanistan viene rappresentato come il paese islamico più fondamentalista, chi è che ancora ricorda che, solo 40 anni fa, era un paese dalle forti tradizioni laiche, perfino con un forte partito comunista andato al potere indipendentemente dall'Unione sovietica? Dov'è andata a finire quella tradizione laica?
Ed è importantissimo leggere su tale sfondo quello che sta succedendo oggi a Tunisi e in Egitto (e in Yemen e... forse, speriamo, perfino in Arabia saudita!). Se la situazione si «stabilizzerà» e il vecchio regime potrà sopravvivere con un bel po' di chirurgia estetica, la cosa finirà per sollevare uno tsunami fondamentalista. Perché il nucleo forte dell'eredità liberal possa sopravvivere i liberal hanno bisogno dell'aiuto fraterno della sinistra rivoluzionaria. Per quanto marginalizzata, questa sinistra laica esiste a Tunisi così come in Egitto, dove hanno lasciato sopravvivere alcuni piccoli partiti di sinistra a patto che rimanessero marginali e che non criticassero il governo troppo concretamente (nomi importanti come quelli di Mubarak erano off limits, eccetera). Bisogna rendersi conto che il loro rafforzamento e la loro inclusione nella nuova vita politica nel lungo periodo sono la nostra unica protezione contro il fondamentalismo religioso.
La più vergognosa e pericolosamente opportunistica reazione ai tumulti egiziani è stata quella di Tony Blair come riferito dalla Cnn: il cambiamento è necessario, ma dovrebbe essere un cambiamento stabile. «Cambiamento stabile» in Egitto oggi può significare solo un compromesso con le forze di Mubarak attraverso un blando allargamento della cerchia di governo. È per questo che parlare oggi di transizione pacifica è un'oscenità: schiacciando l'opposizione, Mubarak lo ha reso impossibile. Dopo aver mandato l'esercito contro i ribelli, la scelta è chiara: o un cambiamento cosmetico in cui qualcosa cambia perché tutto possa rimanere uguale, oppure la rottura vera.
Eccoci allora al momento della verità: non si può sostenere, come fu dieci anni fa nel caso dell'Algeria, che permettere vere elezioni libere coincida col consegnare il potere ai fondamentalisti musulmani. Israele s'è tolto la maschera di ipocrisia democratica appoggiando apertamente Mubarak - e sostenendo il tiranno contro cui si batte il popolo ha ridato fiato all'antisemitismo!
Un'altra preoccupazione dei liberal è che non ci sia un potere politico organizzato in grado di sostituirglisi se Mubarak va via: ma certo che non c'è, se n'è occupato personalmente Mubarak riducendo ogni opposizione a un fatto decorativo e marginale e il risultato suona come il titolo di quel romanzo di Agatha Christie: E non ne rimase nessuno (titolo originale di Dieci piccoli indiani, ndr) L'argomento di Mubarak è «o lui, o il caos», ma è un argomento che gli si ritorce contro.
L'ipocrisia dei liberal occidentali è spaventosa: hanno sostenuto pubblicamente la democrazia, e ora che la gente si rivolta contro i tiranni in nome di una libertà laica e della giustizia e non in nome della religione, sono tutti «profondamente preoccupati»... Perché tanta preoccupazione? Perché non invece la gioia per questa occasione di libertà? Oggi più che mai risulta pertinente il vecchio motto di Mao Ze Dong: «Sotto il cielo il caos - la situazione è eccellente».
Ma dove deve andare allora Mubarak? Qui la risposta è chiara: a L'Aia. Se c'è un leader che merita di sedere lì, è lui!

Traduzione di Maria Baiocchi

Tratto da:Il Manifesto

Maroni ai pastori sardi: “Non sono stato io. Non ho visto niente.”


di isoladeicassintegrati.com da Reset-Italia.net
Il Movimento Pastori Sardi incontra ad Oristano il Ministro degli Interni Roberto Maroni, che promette soluzioni e… scuse. Forse.

Era in corso l’incontro a Oristano tra i sindaci sardi e il ministro per parlare del problema violenza nei paesi dell’isola. Sí, violenza nell’isola. Non era certo in programma discutere dei pastori picchiati e sequestrati a Civitavecchia lo scorso 28 dicembre. Però il Movimento Pastori Sardi c’è andato ugualmente a Oristano, per manifestare a centinaia nella zona del Teatro Garau, dove si svolgeva la riunione.Facciamo un passo indietro. Qualche mese fa i loro problemi furono “magicamente risolti” dal cappellaio magico dell’isola, Ugo Cappellacci: un perfetto sconosciuto eletto al comando della Sardegna ma che ora tutti conosciamo bene per il suo indegno operato, purtroppo. Ricordiamo ai meno informati che, come prassi, le promesse del governatore regionale vengono sempre prontamente smentite a poche ore dagli accordi.

E mentre la pastorizia dell’isola affronta la più grande crisi economica che si ricordi, il movimento minaccia un blocco totale delle produzioni e chiede risposte. Le chiede alla Regione, ma anche allo Stato. Peccato, però, che l’ultima volta che hanno provato ad andare a Roma siano stati picchiati e bloccati al porto di Civitavecchia da uno squadrone della polizia. Una sorta di arresto preventivo. Un sequestro preventivo, per meglio dire.

Maroni ha quindi acconsentito a un incontro con i vertici del MPS: Felice Floris, Maria Barca e Andrea Cinus, che hanno potuto esporre al ministro le loro rivendicazioni riguardo lo scandaloso trattamento riservatogli a Civitavecchia. Il leghista si è tenuto sul vago:

Non sapevo niente… cioè ho appreso la notizia dai telegiornali…

…queste affermazioni sono molto comuni tra i ministri di questo governo…

E comunque, davvero, non ho dato io l’ordine di bloccarvi al porto…

..mmh…

Se la magistratura confermasse che le forze dell’ordine hanno esagerato – dicesi ‘sequestro di persona’ – allora chiederò scusa pubblicamente…

…in piedi, alla lavagna, davanti a tutta la classe?

Nonostante questo approcio da “esterno”, tipico di chi non vede, non sente, non parla, i vertici del Movimento Pastori Sardi si sono detti soddisfatti dell’incontro con Maroni: “Abbiamo parlato della condizione dei pastori sardi e dei problemi del settore, ed il ministro ha dato la sua disponibilità a farsi portavoce delle nostre rivendicazioni nei confronti del Governo e anche a studiare soluzioni e interventi per affrontare la crisi”, riferisce Felice Floris ai giornalisti.

Promesse promesse promesse… sembra che per obbligare un ministro della Repubblica Italiana a fare il suo lavoro sia necessario braccarlo in cento. Circondarlo, insomma. Ma cosa pensate di fare, voi politici, quando saranno in migliaia a mettervi spalle al muro? Che farete?

Forse allora le promesse saranno già carta straccia…

di Marco Nurra
(3 febbraio 2011)

Elio e le Storie Tese - Regime di cuori