martedì 5 gennaio 2010
Regionali, il Pd tenta la carta Boccia
Il deputato Francesco Boccia verifichera' il consenso dei partiti del centrosinistra sulla sua candidatura alla presidenza della Regione Puglia. E' questo l'esito della riunione che si e' svolta oggi pomeriggio a Roma tra il vicesegretario Enrico Letta e i vertici pugliesi del Pd. Boccia, che sfido' Nichi Vendola alle passate primarie in Puglia, ha ricevuto il mandato pieno del Pd per sondare tutti i partiti, dall'Udc, alla Sinistra radicale, sulla sua candidatura.
''Oggi abbiamo detto - ha affermato Boccia - una parola chiara: noi stiamo costruendo una nuova alleanza e coalizione e sentiremo tutti i segretari di partito Vendola compreso''. Nessuna decisione dal vertice del Pd, riunitosi a Roma, per chiudere il caso pugliese e indicare il candidato alle prossime elezioni regionali. Nel corso della riunione, alla quale hanno partecipato il vicesegretario Enrico Letta, il coordinatore Maurizio Migliavacca e i parlamentari pugliesi, si e' deciso di dare un mandato esplorativo di 48 ore al deputato Francesco Boccia per sondare partiti e candidati su un nome che possa allargare il piu' possibile l'alleanza di centro-sinistra.
Alla riunione, alla quale non ha partecipato il segretario Pier Luigi Bersani, si e' ribadito l'obiettivo di allargare la coalizione pur cercando di non escludere alcun candidato in corsa, compreso il governatore Nichi Vendola.
MARITATI: NESSUN CANDIDATO E' ESCLUSO
''Nessun candidato e' escluso e non si esclude neanche il ricorso alle primarie'', ha spiegato il senatore Alberto Maritati lasciando la riunione. Se i vertici del Pd hanno dato oggi una forte spinta alla candidatura di Boccia, c'e' chi tiene a sottolineare che la partita non e' ancora chiusa. Come il senatore Alberto Maritati e Paola Concia, che oggi hanno partecipato alla riunione di tre ore a largo del nazareno con il vicesegretario Enrico Letta e il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, oltre al segretario pugliese Sergio Blasi e a diversi parlamentari. Sono ancora in predicato, ha assicurato Maritati, sia il governatore uscente Nichi Vendola, che nel 2005 batte' Boccia alle primarie di coalizione, sia il sindaco di Bari Michele Emiliano.
MIGLIAVACCA: A BOCCIA MANDATO PIENO
''Nessuno di questi e' escluso'', ha detto, cosi' come ''non sono escluse le primarie''. Comunque, ha riferito, il lavoro di Boccia dovrebbe concludersi ''in 36-48 ore'' al massimo''. ''Non vogliamo perdere tempo'', ha chiarito. E' un mandato ''pieno'' quello che Francesco Boccia ha ricevuto oggi dai vertici del Pd per tentare di costruire una maggioranza intorno a se' in vista delle Regionali in Puglia. A spiegarlo e' stato il coordinatore della segreteria del Pd Maurizio Migliavacca, al termine della riunione che si e' tenuta oggi a Largo del Nazareno.
''Abbiamo deciso di affidare a Boccia il mandato pieno di costruire attorno a se' le condizioni politiche e programmatiche di una nuova e larga alleanza'', ha spiegato. Boccia si muovera' ''in raccordo con il segretario regionale'' Sergio Blasi, ha aggiunto.
BOCCIA: PARLERO'ANCHE CON VENDOLA
''Con Vendola ci confronteremo sui numeri e sui contenuti. Con Nichi confidiamo di parlare sul bene della Puglia e non su alchimie tattiche che non ci porterebbero da nessuna parte''. Cosi' Francesco Boccia, appena indicato dal vertice del Pd per sondare il centrosinistra in Puglia sulla sua candidatura, risponde ai giornalisti che gli chiedono come il Pd tentera' di convincere il governatore a fare un passo indietro.
MINERVINI: ROMA NON PUO' DECIDERE PER BARI
''L'idea che a Roma possano decidere per Bari e' un'ulteriore offesa all'autonomia e all'intelligenza dei pugliesi'', secondo l'assessore regionale pugliese del Pd Guglielmo Minervini, per il quale nel suo partito ''continuano ad emergere dal cilindro candidature improbabili e definite dagli stessi nostri interlocutori anche deboli, pur di non ritornare sulla strada maestra, cioe' quella che abbiamo tracciato in questi cinque anni per la Puglia nel Mezzogiorno''. Minervini, che ha partecipato alle primarie del 25 ottobre scorso e ha raccolto il 20% dei consensi, aggiunge che ''invece di riconvocare l'assemblea, recuperando la figura poco edificante dei giorni scorsi, il Pd continua sordo e insofferente a perseverare nell'errore di costruire un'improbabile alternativa, non a Vendola ma a se stesso e al proprio popolo''. ''Come ha dimostrato la capriola della Poli Bortone, senza il riconoscimento'' del ''patrimonio accumulato'' dalla giunta Vendola negli ultimi cinque anni, ''non c'e' una alleanza per il mezzogiorno ma solo una nuova pagina del trasformismo meridionale''.
AMATI: AUTOGOL L'INCARICO A BOCCIA
"Sono certo che la comicita' del mandato attribuito a Francesco Boccia, il quale dovrebbe riuscire niente poco di meno in cio' che Emiliano non ha potuto, si rivelera' entro 36-48 ore un ulteriore autogol''. Lo afferma l'assessore regionale alle Opere Pubbliche, Fabiano Amati, dirigente del Pd pugliese. Amati afferma che ''nemmeno nei piu' raffinati manicomi e' accaduto cio' che sta accadendo nel mio partito al punto che sarebbe opportuno lanciare un appello ai cittadini pugliesi, agli iscritti al PD e alla stampa: abbiate pieta' di noi e, se potete, trattenetevi da risate eclatanti''. ''Sapevo - aggiunge - che il segretario Blasi e la delegazione sarebbero andati a Roma per decidere l'alternativa tra le primarie e Vendola; apprendo che con un'ennesima capovolta sono tornati da Roma con un mandato a Francesco Boccia rubricato come mandato pieno, senza sapere che gli unici mandati, per altro pieni, li puo' dare solo l'assemblea regionale del partito''. Per l'assessore, ''forse questa prova di muscoli e' la conseguenza della consapevolezza che i componenti pugliesi dell'assemblea PD non tollerano decisioni assunte sulla propria testa, soprattutto ora che il piano si sta svelando: sacrificare la vittoria in Puglia per vincere puntigli personali nei confronti del Presidente Vendola che allo stato risulta molto gradito ai cittadini pugliesi''. ''Aspettando - conclude Amati - che il segretario regionale Blasi, che spero non sia stato commissariato rispetto alla fiducia di 175 mila pugliesi, si preoccupi di far convocare l'assemblea regionale, mi viene da rivolgere un unico invito per il risparmio energetico: quando avrete finito questo casino, siete almeno pregati di spegnere la luce''.
LOSAPPIO: DECISIONE INCOMPRENSIBILE
''Le conclusioni del vertice del Pd sono incomprensibili e inapplicabili''. Ne e' sicuro l'assessore regionale pugliese al lavoro, Michele Losappio, di Sinistra ecologia e liberta', il partito del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. ''Incomprensibili - spiega - perche' la debolezza della candidatura di Francesco Boccia e' gia' stata pubblicamente e politicamente stigmatizzata da Casini e dall'Udc. Inapplicabile perche' senza le primarie non si puo' rimuovere la candidatura del presidente della Regione. A meno che non si voglia determinare la rottura della coalizione con l'amputazione a sinistra''.
BOCCIA AGLI ASSESSORI: NON SPARATE NEL MUCCHIO
''A Minervini, Amati e Losappio, e a tutti coloro che amano definirsi parte dei gruppi dirigenti dei partiti del centrosinistra, chiedo rispetto verso Sergio Blasi che ha svolto un lavoro, come oggi ha definito lo stesso Maurizio Migliavacca, straordinario stante la condizione degli stessi gruppi dirigenti''. Lo ha detto il deputato Francesco Boccia, candidato dal Pd a sondare i partiti del centro-sinistra, dall'Idv all'Udc, sul suo nome.
''Il Pd - sottolinea Boccia - ha chiesto 48 di rispetto e silenzio per le valutazioni politiche che saranno fatte nelle prossime ore con i segretari dei partiti e poi sottoposte al vaglio degli organi stessi. Di una cosa possono star certi, come ho gia' detto oggi accettando un mandato pieno con la riserva delle 48 ore: guardero' negli occhi ogni interlocutore e le intese politiche si faranno nell'esclusivo interesse dei pugliesi e saranno caratterizzate da legalita' e trasparenza, sia nell'idea di amministrazione della cosa pubblica che nei rapporti tra i gruppi dirigenti. Saranno tutti coinvolti a partire dal presidente Vendola, e chi spara nel mucchio senza sapere cosa c'e' non fa altro che continuare ad alimentare inutili conflitti''.
''Solo una persona saggia e pulita come Sergio Blasi poteva reggere fino ad oggi. Tra 48 ore - conclude - ci renderemo tutti insieme conto del grado di responsabilita' della nostra classe dirigente. Poi Amati, Minervini e Losappio saranno liberi, come e' giusto che sia, di criticare le proposte politiche dopo averle almeno conosciute''.
da La Repubblica Bari
''Oggi abbiamo detto - ha affermato Boccia - una parola chiara: noi stiamo costruendo una nuova alleanza e coalizione e sentiremo tutti i segretari di partito Vendola compreso''. Nessuna decisione dal vertice del Pd, riunitosi a Roma, per chiudere il caso pugliese e indicare il candidato alle prossime elezioni regionali. Nel corso della riunione, alla quale hanno partecipato il vicesegretario Enrico Letta, il coordinatore Maurizio Migliavacca e i parlamentari pugliesi, si e' deciso di dare un mandato esplorativo di 48 ore al deputato Francesco Boccia per sondare partiti e candidati su un nome che possa allargare il piu' possibile l'alleanza di centro-sinistra.
Alla riunione, alla quale non ha partecipato il segretario Pier Luigi Bersani, si e' ribadito l'obiettivo di allargare la coalizione pur cercando di non escludere alcun candidato in corsa, compreso il governatore Nichi Vendola.
MARITATI: NESSUN CANDIDATO E' ESCLUSO
''Nessun candidato e' escluso e non si esclude neanche il ricorso alle primarie'', ha spiegato il senatore Alberto Maritati lasciando la riunione. Se i vertici del Pd hanno dato oggi una forte spinta alla candidatura di Boccia, c'e' chi tiene a sottolineare che la partita non e' ancora chiusa. Come il senatore Alberto Maritati e Paola Concia, che oggi hanno partecipato alla riunione di tre ore a largo del nazareno con il vicesegretario Enrico Letta e il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, oltre al segretario pugliese Sergio Blasi e a diversi parlamentari. Sono ancora in predicato, ha assicurato Maritati, sia il governatore uscente Nichi Vendola, che nel 2005 batte' Boccia alle primarie di coalizione, sia il sindaco di Bari Michele Emiliano.
MIGLIAVACCA: A BOCCIA MANDATO PIENO
''Nessuno di questi e' escluso'', ha detto, cosi' come ''non sono escluse le primarie''. Comunque, ha riferito, il lavoro di Boccia dovrebbe concludersi ''in 36-48 ore'' al massimo''. ''Non vogliamo perdere tempo'', ha chiarito. E' un mandato ''pieno'' quello che Francesco Boccia ha ricevuto oggi dai vertici del Pd per tentare di costruire una maggioranza intorno a se' in vista delle Regionali in Puglia. A spiegarlo e' stato il coordinatore della segreteria del Pd Maurizio Migliavacca, al termine della riunione che si e' tenuta oggi a Largo del Nazareno.
''Abbiamo deciso di affidare a Boccia il mandato pieno di costruire attorno a se' le condizioni politiche e programmatiche di una nuova e larga alleanza'', ha spiegato. Boccia si muovera' ''in raccordo con il segretario regionale'' Sergio Blasi, ha aggiunto.
BOCCIA: PARLERO'ANCHE CON VENDOLA
''Con Vendola ci confronteremo sui numeri e sui contenuti. Con Nichi confidiamo di parlare sul bene della Puglia e non su alchimie tattiche che non ci porterebbero da nessuna parte''. Cosi' Francesco Boccia, appena indicato dal vertice del Pd per sondare il centrosinistra in Puglia sulla sua candidatura, risponde ai giornalisti che gli chiedono come il Pd tentera' di convincere il governatore a fare un passo indietro.
MINERVINI: ROMA NON PUO' DECIDERE PER BARI
''L'idea che a Roma possano decidere per Bari e' un'ulteriore offesa all'autonomia e all'intelligenza dei pugliesi'', secondo l'assessore regionale pugliese del Pd Guglielmo Minervini, per il quale nel suo partito ''continuano ad emergere dal cilindro candidature improbabili e definite dagli stessi nostri interlocutori anche deboli, pur di non ritornare sulla strada maestra, cioe' quella che abbiamo tracciato in questi cinque anni per la Puglia nel Mezzogiorno''. Minervini, che ha partecipato alle primarie del 25 ottobre scorso e ha raccolto il 20% dei consensi, aggiunge che ''invece di riconvocare l'assemblea, recuperando la figura poco edificante dei giorni scorsi, il Pd continua sordo e insofferente a perseverare nell'errore di costruire un'improbabile alternativa, non a Vendola ma a se stesso e al proprio popolo''. ''Come ha dimostrato la capriola della Poli Bortone, senza il riconoscimento'' del ''patrimonio accumulato'' dalla giunta Vendola negli ultimi cinque anni, ''non c'e' una alleanza per il mezzogiorno ma solo una nuova pagina del trasformismo meridionale''.
AMATI: AUTOGOL L'INCARICO A BOCCIA
"Sono certo che la comicita' del mandato attribuito a Francesco Boccia, il quale dovrebbe riuscire niente poco di meno in cio' che Emiliano non ha potuto, si rivelera' entro 36-48 ore un ulteriore autogol''. Lo afferma l'assessore regionale alle Opere Pubbliche, Fabiano Amati, dirigente del Pd pugliese. Amati afferma che ''nemmeno nei piu' raffinati manicomi e' accaduto cio' che sta accadendo nel mio partito al punto che sarebbe opportuno lanciare un appello ai cittadini pugliesi, agli iscritti al PD e alla stampa: abbiate pieta' di noi e, se potete, trattenetevi da risate eclatanti''. ''Sapevo - aggiunge - che il segretario Blasi e la delegazione sarebbero andati a Roma per decidere l'alternativa tra le primarie e Vendola; apprendo che con un'ennesima capovolta sono tornati da Roma con un mandato a Francesco Boccia rubricato come mandato pieno, senza sapere che gli unici mandati, per altro pieni, li puo' dare solo l'assemblea regionale del partito''. Per l'assessore, ''forse questa prova di muscoli e' la conseguenza della consapevolezza che i componenti pugliesi dell'assemblea PD non tollerano decisioni assunte sulla propria testa, soprattutto ora che il piano si sta svelando: sacrificare la vittoria in Puglia per vincere puntigli personali nei confronti del Presidente Vendola che allo stato risulta molto gradito ai cittadini pugliesi''. ''Aspettando - conclude Amati - che il segretario regionale Blasi, che spero non sia stato commissariato rispetto alla fiducia di 175 mila pugliesi, si preoccupi di far convocare l'assemblea regionale, mi viene da rivolgere un unico invito per il risparmio energetico: quando avrete finito questo casino, siete almeno pregati di spegnere la luce''.
LOSAPPIO: DECISIONE INCOMPRENSIBILE
''Le conclusioni del vertice del Pd sono incomprensibili e inapplicabili''. Ne e' sicuro l'assessore regionale pugliese al lavoro, Michele Losappio, di Sinistra ecologia e liberta', il partito del presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. ''Incomprensibili - spiega - perche' la debolezza della candidatura di Francesco Boccia e' gia' stata pubblicamente e politicamente stigmatizzata da Casini e dall'Udc. Inapplicabile perche' senza le primarie non si puo' rimuovere la candidatura del presidente della Regione. A meno che non si voglia determinare la rottura della coalizione con l'amputazione a sinistra''.
BOCCIA AGLI ASSESSORI: NON SPARATE NEL MUCCHIO
''A Minervini, Amati e Losappio, e a tutti coloro che amano definirsi parte dei gruppi dirigenti dei partiti del centrosinistra, chiedo rispetto verso Sergio Blasi che ha svolto un lavoro, come oggi ha definito lo stesso Maurizio Migliavacca, straordinario stante la condizione degli stessi gruppi dirigenti''. Lo ha detto il deputato Francesco Boccia, candidato dal Pd a sondare i partiti del centro-sinistra, dall'Idv all'Udc, sul suo nome.
''Il Pd - sottolinea Boccia - ha chiesto 48 di rispetto e silenzio per le valutazioni politiche che saranno fatte nelle prossime ore con i segretari dei partiti e poi sottoposte al vaglio degli organi stessi. Di una cosa possono star certi, come ho gia' detto oggi accettando un mandato pieno con la riserva delle 48 ore: guardero' negli occhi ogni interlocutore e le intese politiche si faranno nell'esclusivo interesse dei pugliesi e saranno caratterizzate da legalita' e trasparenza, sia nell'idea di amministrazione della cosa pubblica che nei rapporti tra i gruppi dirigenti. Saranno tutti coinvolti a partire dal presidente Vendola, e chi spara nel mucchio senza sapere cosa c'e' non fa altro che continuare ad alimentare inutili conflitti''.
''Solo una persona saggia e pulita come Sergio Blasi poteva reggere fino ad oggi. Tra 48 ore - conclude - ci renderemo tutti insieme conto del grado di responsabilita' della nostra classe dirigente. Poi Amati, Minervini e Losappio saranno liberi, come e' giusto che sia, di criticare le proposte politiche dopo averle almeno conosciute''.
da La Repubblica Bari
Proposte per il clima
di Riccardo Petrella
È inutile che i dirigenti politici, economici e scientifici cerchino di arrampicarsi sui vetri: Copenhagen si è risolto in un vergognoso ipermediatizzato megavertice mondiale. La Cop 15 è stata preceduta da anni di annunci clamorosi sulla gravità e sull'accelerazione dei processi di riscaldamento dell'atmosfera, di grandi programmi di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'urgenza di misure drastiche e strutturali da prendere, e di impegni solenni da parte di governi, imprese, università.Si è conclusa con un documento insulso, convenuto all'ultimo momento tra quattro paesi (Usa, India, Cina e Sudafrica, senza nemmeno l'Ue, il Brasile, la Russia), di cui la plenaria della Conferenza ha solo «preso atto». A partire da questa considerazione si possono elaborare alcune proposte di azione.
La prima proposta, di valenza immediata, s'impone da sola: è quella di rifiutare di minimizzare il fallimento di Copenhagen e metterne in risalto eventuali risultati positivi (quale il fatto che la conferenza abbia avuto luogo con la partecipazione di migliaia di delegati ufficiali di tutti i paesi del mondo, o che il documento scarabocchiato alla fine parla della necessità di non superare i due gradi centigradi di riscaldamento al 2100). Bisogna invece denunciare le mistificazioni e le scelte operate dai gruppi dominanti, documentandone con rigore i presupposti sbagliati e gli inevitabili errori di prospettiva.
Per questo, propongo la diffusione di "Quaderni della vergogna", con l'obiettivo di documentare le responsabilità dirette per il fallimento di Copenhagen. Un "Quaderno" dovrebbe essere dedicato al rifiuto da parte degli Usa e dell'Ue di modificare il regime dei diritti di proprietà dei brevetti industriali e di quelli sul vivente (una delle principali cause dell'impossibile accordo politico). Un altro dovrebbe essere dedicato alle disfunzioni e alle derive dei mercati delle emissioni e, in particolare, dei Clean development mechanisms.
Inoltre, non si può accettare come positivo il fatto che niente sia stato detto su come modificare il sistema energetico ed economico di produzione e di consumo attuale al fine di migliorare le condizioni di vita di tre miliardi di esseri umani sotto la soglia della povertà assoluta. Questi tre miliardi di persone non sanno cosa farsene del "piccolo passo" compiuto a Copenhagen. E, viceversa, l'oligarchia mondiale non dà alcuna priorità al diritto alla vita di quest'ultimi. Non si può accettare il fatto di non identificare i colpevoli della vergogna di Copenhagen, primi fra tutti gli Usa.
Tenaci sostenitori della «non negoziabilità del modo di vita americano», della loro sicurezza nazionale e del principio dell'unilateralismo decisionale in materia di impegni internazionali da parte di ogni Stato, e fedeli indefessi del mercato e della finanza liberi, gli Usa hanno reso impossibile la redazione e la firma di un accordo mondiale sul clima. Hanno preso in ostaggio il futuro dell'umanità e del pianeta. Come nel 1997 a Tokyo, gli Stati Uniti hanno imposto la ragione della loro forza e dei loro interessi. A Copenhagen è rispuntato un detto assai eloquente: «Obama non è certamente Bush, ma gli Stati Uniti restano gli Stati Uniti». Spinti dalle stesse logiche (preservare la loro sicurezza nazionale, mantenere la competitività delle loro imprese e tirare il massimo dei vantaggi dalla transizione verso un'economia fondata sulle energie rinnovabili) gli altri paesi sviluppati si sono allineati su posizioni intransigenti. L'Unione europea, in particolare, non ne esce più amata e rispettata, nonostante prima di Copenhagen abbia giocato a fare la migliore allieva della classe.
Pertanto, se e fintantoché i poteri forti dei principali Stati negoziatori resteranno abbarbicati ai principi negoziali imposti a Copenhagen (abbandono del Protocollo di Kyoto come quadro giuridico di riferimento, mercificazione dell'aria, dell'acqua, della terra e del sole, monetizzazione delle foreste, mantenimento dei diritti di proprietà intellettuale sul vivente), la seconda proposta consiste nel suggerire che la società civile abbandoni di correre dietro i negoziati intergovernativi nella speranza di farvi una "piccola" breccia positiva. Propongo invece che la società civile mondiale, approfittando della convergenza intervenuta in preparazione e nel corso di Copenhagen tra le grandi correnti dell'altermondialismo (a vocazione sociale, anticapitalista e politica) e quelle dell'ecologismo e della giustizia climatica, lanci l'organizzazione di un'Assemblea costituente cittadina mondiale. L'obiettivo sarebbe quello di definire e precisare le grandi linee (principi fondatori, valori fondamentali, regole di base mondiali) di un Patto mondiale del vivere insieme (una specie di Carta Costituzionale dell'umanità e del pianeta) centrata sull'idea «salviamo la vita e il pianeta».
A tal fine, l'Assemblea costituente mondiale dovrebbe: a) affermare il carattere di beni comuni pubblici, patrimonio dell'umanità e della madre-terra di cinque beni essenziali e insostituibili alla vita e al vivere insieme: l'acqua, l'aria, il sole, la terra, la conoscenza. L'Assemblea dovrebbe solennemente riconoscere la loro indisponibilità al mercato, la loro destinazione universale, il loro legame con la sacralità della vita e il diritto alla vita per tutti;
b) elaborare delle soluzioni alternative di economia pubblica e cooperativa per la promozione di un'economia di giustizia ambientale e di condivisione sociale. Le soluzioni esistono. Non v'è bisogno di far ricorso al mercato delle emissioni o al prezzo mondiale della tonnellata di CO² per impedire che l'atmosfera si riscaldi più di 1,5 gradi centigradi da qui al 2.100;
c) a partire da quanto sopra, riconcettualizzare i principi di sovranità e di sicurezza per arricchirli sul piano dei contenuti e delle istituzioni in funzione della co-responsabilità, della condivisione, della mutualità e della comunanza mondiale e planetaria.
Il World political forum presieduto da Mikhaïl Gorbaciov, il cui compito è di promuovere la riflessione, il dialogo e l'innovazione di favore di una "Nuova Architettura Politica Mondiale", potrebbe dare il suo sostegno. Non si tratta di snobbare e boicottare i lavori dell'Unfccc Cop 16, ma di darsi un luogo proprio e un momento operativo finalizzato all'elaborazione di un Patto per il Pianeta (alcune settimane prima della Cop 16) e poi cercare di modificare le scelte dei negoziati sul clima in coerenza con le proposte dell'Assemblea costituente.
La terza proposta si situa sulla scia precedente. Fra i perdenti di Copenhagen, è stato fatto notare da molti parti, v'è non solo l'Ue ma soprattutto la democrazia rappresentativa europea. Mentre tutto il destino della Conferenza è stato pregiudicato dai limiti e vincoli posti ai negoziatori degli Usa dal Senato americano (dove i forti gruppi di potere economico e finanziario hanno un peso enorme), il Parlamento europeo non ha potuto svolgere che un piccolo ruolo discreto di lobbying politico per iniziativa dei vari gruppi parlamentari. Si tratta di un deficit democratico che non è più tollerabile e accettabile. La vergogna di Copenhagen deve e può diventare l'occasione di un passo avanti del potere rappresentativo del Parlamento europeo. È urgente e indispensabile che l'Europarlamento abbia i poteri formali che appartengono a una istituzione rappresentativa di 570 milioni di cittadini. Propongo che alla ripresa dei lavori il Parlamento esamini le condizioni giuridiche e istituzionali necessarie per dare alla rappresentanza eletta europea, a partire dalle Commissioni parlamentari più direttamente incaricate dei temi relativi al cambio climatico, un potere speciale di co-decisione in materia di sicurezza ambientale e di negoziati mondiali sul clima. Certo, il Parlamento europeo non garantisce per se stesso che le scelte da lui operate e promosse vadano nel senso dell'interesse generale e non siano fortemente influenzate dai potenti gruppi economici e finanziari privati europei, com'è il caso del Congresso americano. Però si potrà almeno affermare che, se rispettose del Trattato di Lisbona, tali scelte hanno la duplice legittimità derivata dalle elezioni e dalla conformità ai principi fondatori del Trattato.
Infine la quarta proposta. È indispensabile che l'Italia si interroghi sul misero ruolo svolto a Copenhagen affinché ciò non si riproduca più. Non si tratta solo del duplice ridicolo (il ministro italiano per l'ambiente è stato obbligato a fare la coda per ottenere l'entrata nel luogo ufficiale dei negoziati. Inoltre, l'intervento ufficiale dell'Italia è stato programmato tra l'1.30 e le 2 del mattino del 18 dicembre e ministro ha parlato dinanzi a soli due spettatori) . Si tratta soprattutto dell'assenza di qualsiasi influenza del governo italiano sui negoziati globali. L'unico peso avuto dall'Italia è stato in senso negativo all'interno dell'Ue, dove insieme alla Polonia si è battuta per ottenere una debole riduzione dei loro livelli di emissioni di CO²! Occorre promuovere una forte "Coalizione italiana per i beni comuni, la vita e la sostenibilità" per far cambiare gli orientamenti attuali del governo. Il mondo del lavoro e dell'educazione/scienza dovrebbero parteciparvi con maggior forza di quanto ne abbiano messa finora in questi campi. Il 2010 è stato dichiarato dall'Onu l'anno della biodiversità.. Approfittiamone per far fare un salto culturale importante al mondo italiano della politica.
da Il Manifesto
È inutile che i dirigenti politici, economici e scientifici cerchino di arrampicarsi sui vetri: Copenhagen si è risolto in un vergognoso ipermediatizzato megavertice mondiale. La Cop 15 è stata preceduta da anni di annunci clamorosi sulla gravità e sull'accelerazione dei processi di riscaldamento dell'atmosfera, di grandi programmi di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'urgenza di misure drastiche e strutturali da prendere, e di impegni solenni da parte di governi, imprese, università.Si è conclusa con un documento insulso, convenuto all'ultimo momento tra quattro paesi (Usa, India, Cina e Sudafrica, senza nemmeno l'Ue, il Brasile, la Russia), di cui la plenaria della Conferenza ha solo «preso atto». A partire da questa considerazione si possono elaborare alcune proposte di azione.
La prima proposta, di valenza immediata, s'impone da sola: è quella di rifiutare di minimizzare il fallimento di Copenhagen e metterne in risalto eventuali risultati positivi (quale il fatto che la conferenza abbia avuto luogo con la partecipazione di migliaia di delegati ufficiali di tutti i paesi del mondo, o che il documento scarabocchiato alla fine parla della necessità di non superare i due gradi centigradi di riscaldamento al 2100). Bisogna invece denunciare le mistificazioni e le scelte operate dai gruppi dominanti, documentandone con rigore i presupposti sbagliati e gli inevitabili errori di prospettiva.
Per questo, propongo la diffusione di "Quaderni della vergogna", con l'obiettivo di documentare le responsabilità dirette per il fallimento di Copenhagen. Un "Quaderno" dovrebbe essere dedicato al rifiuto da parte degli Usa e dell'Ue di modificare il regime dei diritti di proprietà dei brevetti industriali e di quelli sul vivente (una delle principali cause dell'impossibile accordo politico). Un altro dovrebbe essere dedicato alle disfunzioni e alle derive dei mercati delle emissioni e, in particolare, dei Clean development mechanisms.
Inoltre, non si può accettare come positivo il fatto che niente sia stato detto su come modificare il sistema energetico ed economico di produzione e di consumo attuale al fine di migliorare le condizioni di vita di tre miliardi di esseri umani sotto la soglia della povertà assoluta. Questi tre miliardi di persone non sanno cosa farsene del "piccolo passo" compiuto a Copenhagen. E, viceversa, l'oligarchia mondiale non dà alcuna priorità al diritto alla vita di quest'ultimi. Non si può accettare il fatto di non identificare i colpevoli della vergogna di Copenhagen, primi fra tutti gli Usa.
Tenaci sostenitori della «non negoziabilità del modo di vita americano», della loro sicurezza nazionale e del principio dell'unilateralismo decisionale in materia di impegni internazionali da parte di ogni Stato, e fedeli indefessi del mercato e della finanza liberi, gli Usa hanno reso impossibile la redazione e la firma di un accordo mondiale sul clima. Hanno preso in ostaggio il futuro dell'umanità e del pianeta. Come nel 1997 a Tokyo, gli Stati Uniti hanno imposto la ragione della loro forza e dei loro interessi. A Copenhagen è rispuntato un detto assai eloquente: «Obama non è certamente Bush, ma gli Stati Uniti restano gli Stati Uniti». Spinti dalle stesse logiche (preservare la loro sicurezza nazionale, mantenere la competitività delle loro imprese e tirare il massimo dei vantaggi dalla transizione verso un'economia fondata sulle energie rinnovabili) gli altri paesi sviluppati si sono allineati su posizioni intransigenti. L'Unione europea, in particolare, non ne esce più amata e rispettata, nonostante prima di Copenhagen abbia giocato a fare la migliore allieva della classe.
Pertanto, se e fintantoché i poteri forti dei principali Stati negoziatori resteranno abbarbicati ai principi negoziali imposti a Copenhagen (abbandono del Protocollo di Kyoto come quadro giuridico di riferimento, mercificazione dell'aria, dell'acqua, della terra e del sole, monetizzazione delle foreste, mantenimento dei diritti di proprietà intellettuale sul vivente), la seconda proposta consiste nel suggerire che la società civile abbandoni di correre dietro i negoziati intergovernativi nella speranza di farvi una "piccola" breccia positiva. Propongo invece che la società civile mondiale, approfittando della convergenza intervenuta in preparazione e nel corso di Copenhagen tra le grandi correnti dell'altermondialismo (a vocazione sociale, anticapitalista e politica) e quelle dell'ecologismo e della giustizia climatica, lanci l'organizzazione di un'Assemblea costituente cittadina mondiale. L'obiettivo sarebbe quello di definire e precisare le grandi linee (principi fondatori, valori fondamentali, regole di base mondiali) di un Patto mondiale del vivere insieme (una specie di Carta Costituzionale dell'umanità e del pianeta) centrata sull'idea «salviamo la vita e il pianeta».
A tal fine, l'Assemblea costituente mondiale dovrebbe: a) affermare il carattere di beni comuni pubblici, patrimonio dell'umanità e della madre-terra di cinque beni essenziali e insostituibili alla vita e al vivere insieme: l'acqua, l'aria, il sole, la terra, la conoscenza. L'Assemblea dovrebbe solennemente riconoscere la loro indisponibilità al mercato, la loro destinazione universale, il loro legame con la sacralità della vita e il diritto alla vita per tutti;
b) elaborare delle soluzioni alternative di economia pubblica e cooperativa per la promozione di un'economia di giustizia ambientale e di condivisione sociale. Le soluzioni esistono. Non v'è bisogno di far ricorso al mercato delle emissioni o al prezzo mondiale della tonnellata di CO² per impedire che l'atmosfera si riscaldi più di 1,5 gradi centigradi da qui al 2.100;
c) a partire da quanto sopra, riconcettualizzare i principi di sovranità e di sicurezza per arricchirli sul piano dei contenuti e delle istituzioni in funzione della co-responsabilità, della condivisione, della mutualità e della comunanza mondiale e planetaria.
Il World political forum presieduto da Mikhaïl Gorbaciov, il cui compito è di promuovere la riflessione, il dialogo e l'innovazione di favore di una "Nuova Architettura Politica Mondiale", potrebbe dare il suo sostegno. Non si tratta di snobbare e boicottare i lavori dell'Unfccc Cop 16, ma di darsi un luogo proprio e un momento operativo finalizzato all'elaborazione di un Patto per il Pianeta (alcune settimane prima della Cop 16) e poi cercare di modificare le scelte dei negoziati sul clima in coerenza con le proposte dell'Assemblea costituente.
La terza proposta si situa sulla scia precedente. Fra i perdenti di Copenhagen, è stato fatto notare da molti parti, v'è non solo l'Ue ma soprattutto la democrazia rappresentativa europea. Mentre tutto il destino della Conferenza è stato pregiudicato dai limiti e vincoli posti ai negoziatori degli Usa dal Senato americano (dove i forti gruppi di potere economico e finanziario hanno un peso enorme), il Parlamento europeo non ha potuto svolgere che un piccolo ruolo discreto di lobbying politico per iniziativa dei vari gruppi parlamentari. Si tratta di un deficit democratico che non è più tollerabile e accettabile. La vergogna di Copenhagen deve e può diventare l'occasione di un passo avanti del potere rappresentativo del Parlamento europeo. È urgente e indispensabile che l'Europarlamento abbia i poteri formali che appartengono a una istituzione rappresentativa di 570 milioni di cittadini. Propongo che alla ripresa dei lavori il Parlamento esamini le condizioni giuridiche e istituzionali necessarie per dare alla rappresentanza eletta europea, a partire dalle Commissioni parlamentari più direttamente incaricate dei temi relativi al cambio climatico, un potere speciale di co-decisione in materia di sicurezza ambientale e di negoziati mondiali sul clima. Certo, il Parlamento europeo non garantisce per se stesso che le scelte da lui operate e promosse vadano nel senso dell'interesse generale e non siano fortemente influenzate dai potenti gruppi economici e finanziari privati europei, com'è il caso del Congresso americano. Però si potrà almeno affermare che, se rispettose del Trattato di Lisbona, tali scelte hanno la duplice legittimità derivata dalle elezioni e dalla conformità ai principi fondatori del Trattato.
Infine la quarta proposta. È indispensabile che l'Italia si interroghi sul misero ruolo svolto a Copenhagen affinché ciò non si riproduca più. Non si tratta solo del duplice ridicolo (il ministro italiano per l'ambiente è stato obbligato a fare la coda per ottenere l'entrata nel luogo ufficiale dei negoziati. Inoltre, l'intervento ufficiale dell'Italia è stato programmato tra l'1.30 e le 2 del mattino del 18 dicembre e ministro ha parlato dinanzi a soli due spettatori) . Si tratta soprattutto dell'assenza di qualsiasi influenza del governo italiano sui negoziati globali. L'unico peso avuto dall'Italia è stato in senso negativo all'interno dell'Ue, dove insieme alla Polonia si è battuta per ottenere una debole riduzione dei loro livelli di emissioni di CO²! Occorre promuovere una forte "Coalizione italiana per i beni comuni, la vita e la sostenibilità" per far cambiare gli orientamenti attuali del governo. Il mondo del lavoro e dell'educazione/scienza dovrebbero parteciparvi con maggior forza di quanto ne abbiano messa finora in questi campi. Il 2010 è stato dichiarato dall'Onu l'anno della biodiversità.. Approfittiamone per far fare un salto culturale importante al mondo italiano della politica.
da Il Manifesto
Un’ondata omofoba travolge l’Africa

Ha suscitato reazioni indignate in tutto il mondo la proposta di una legge in Uganda che prevede la pena di morte per gli omosessuali. Intanto in Malawi una coppia gay “rischia di essere condannata a scontare 14 anni in prigione se verrà dimostrato attraverso una visita medica che i due hanno avuto un rapporto sessuale”, racconta il Mail&Guardian.
Tiwonge Chimbalanga e Steven Monjeza avevano scandalizzato il Malawi, dove le unioni omosessuali sono illegali, celebrando qualche settimana fa un matrimonio simbolico. Ora rischiano il carcere per “pratiche innaturali tra uomini e atti osceni”. Il pubblico ministero li accusa di convivere da agosto e di avere avuto rapporti sessuali. L’avvocato della coppia ha denunciato l’illegalità dell’indagine medica sui due uomini che, secondo la costituzione, non può essere effettuata senza il consenso degli interessati.
“Speriamo che la corte si renda conto che questi uomini non hanno commesso nessun reato e non devono essere incarcerati né essere sottoposti a questo trattamento che li ridicolizza sui mezzi d’informazione”, commenta Cary Alan Johnson dell’International gay and lesbian human rights commission.
In Uganda i gay rischiano l’ergastolo o la pena di morte a causa di una nuova legge che rende ancora più dure le leggi contro gli omosessuali. La legge ha suscitato proteste e manifestazioni in tutto il mondo, e i governi occidentali hanno minacciato il governo di Yoweri Museveni di ridurre gli aiuti al paese se il governo non farà un passo indientro. Le associazioni per i diritti degli omosessuali sostengono che ci siano almeno 500mila gay in Uganda, che ha una popolazione di 31 millioni di persone. Ma ovviamente è difficile fare delle stime ufficiali.
“I sostenitori della legge contro i gay dicono che l’omosessualità sia il frutto di costumi immorali importati dall’occidente. L’Uganda è un paese rurale e molto conservatore, preso di mira da gruppi evangelici statunitensi ultraconservatori che esportano le loro campagne per la verginità e sostengono che l’omosessualità sia una malattia. Molti gruppi di gay e lesbiche temono che l’approvazione di questa legge possa incoraggiare fenomeni di linciaggi e persecuzione”, avverte il New York Times.
da Internazionale
lunedì 4 gennaio 2010
Pornoduce ferito, ricorsi storici, similitudini e stranezze

A proposito del pornoduce ferito.
E' davvero singolare che anche il duce dovette andare in giro col naso incerottato a causa dell'attentato di una psicolabile. Avvenne nel 1926 ad opera di Violet Gibson, una donna irlandese in seguito rimpatriata e morta in un manicomio. Pensate se non avesse sbagliato mira, quante sofferenze avremmo risparmiato. L'attentato fu utilizzato per accelerare la politica fascista verso la dittatura.
Viene in mente anche Pisistrato, il tiranno ateniese del 500 a.c. "Per ottenere l'appoggio popolare, Pisistrato ricorse a uno stratagemma: si procurò delle ferite per mostrarle in pubblico quale prova di un'aggressione subita da parte dei propri rivali. Il popolo decretò per lui l'istituzione di una guardia del corpo di 300 mercenari con la quale Pisistrato occupò l'Acropoli, senza resistenza da parte degli opliti, nel 561/560 a.C., ottenendo il potere assoluto"
Ed e' ancora piu' strano che le ferite del ponoduce si spostino, a sinistra poi. Ma non era stato ferito alla bocca? Con due denti rotti e le labbra spaccate come si vede in questa foto?
E allora come mai in questa foto diffusa oggi, in cui festeggia il complenno del solito personaggio di notevole spessore politico con una torta poi che ricorda il dito indice signorilmente mostrato ad un comizio elettorale del 2005 della suddetta gnocca da politica, il cerotto e' a sinistra quasi sull'orecchio e la bocca appare perfettamente illesa?


da Indymedia
Ronde, i leghisti tornano alla carica e provano a iscriversi in Prefettura

Niente tesserati in strada per aggirare la legge Maroni. “Saremo davanti a scuole Opera San Francesco e Navigli”
In città tornano le ronde leghiste. Un gruppo di “simpatizzanti” del partito di Bossi è pronto a iscriversi all’albo aperto in prefettura per chi voglia «segnalare alle forze dell’ordine le situazioni di rischio». Dell’associazione, registrata dal notaio come “Milano più sicura”, fanno parte anche vigili e poliziotti in pensione.
Aspettando di sapere se il prefetto darà l’ok (il decreto Maroni esclude dalle ronde i gruppi politici) i rondisti hanno già individuato i luoghi da sorvegliare: le scuole elementari, per aiutare i ragazzini ad attraversare la strada, la mensa dell’Opera San Francesco al Gratosoglio, dove la convivenza fra residenti e senzatetto è difficile, e i Navigli, frequentati di notte da spacciatori di droga africani.
Ispiratore del gruppo è Alessandro Morelli, consigliere della Lega in zona 5, che però non parteciperà alle ronde: «In strada non ci saranno nostri tesserati — dice — così, la legge sarà rispettata».
“Milano più sicura” nasce dalle ronde notturne in via Crema e piazza Trento: per anni, decine di iscritti alla Lega e comuni cittadini, con pettorine blu, hanno presidiato i marciapiedi per contrastare la prostituzione maschile. Un’esperienza interrotta la scorsa estate, proprio con l’entrata in vigore del decreto Maroni, che all’articolo 1 dispone che le associazioni «non debbano essere espressione di partiti politici».
Ma la Lega è certa che, avendo escluso i tesserati, arriverà il lasciapassare. «Ogni cittadino ha diritto di avere idee politiche — dice Davide Boni, assessore leghista al Territorio in Regione — escludere qualcuno perché vota un partito sarebbe assurdo. Appoggiamo e promuoviamo l’iniziativa dei nostri simpatizzanti». E Matteo Salvini, capogruppo del Carroccio in consiglio comunale, rilancia: «Sono pronto a combattere politicamente perché questi ragazzi possano scendere in strada — dice — dimostrano impegno civile e incarnano il vero spirito del decreto Maroni».
L’associazione conta di mettere in strada tre gruppi da tre persone, ciascuno composto da un ex agente a riposo e due attivisti. I volontari vestiranno le pettorine previste dal ministero dell’Interno. «Non vogliamo fare gli sceriffi, ma dare una mano dove serve — dice Morelli — i ragazzi sono pronti a partire, attendiamo solo l’ok delle istituzioni».
Il limite per l’iscrizione in prefettura è fine febbraio, e dopo l’e ventuale nulla osta del prefetto sarà necessaria l’approvazione del sindaco. «Sappiamo che al vicesindaco De Corato le ronde non piacciono — continua Morelli — ma ci appelliamo alla Moratti, sicuri che apprezzerà lo sforzo di chi ama la città e ha a cuore la sicurezza di tutti».
A oggi, l’unica associazione registrata all’albo in prefettura è quella dei poliziotti in pensione (Api), che il Comune paga per sorvegliare luoghi “a rischio” come scuole, parchi e metropolitana. Ma la convenzione è a rischio: il decreto Maroni prevede infatti che i servizi di vigilanza affidati alle associazioni «non debbano costituire oneri a carico della finanza pubblica».
Un tentativo di inserire in Finanziaria un “rimborso” ai rondisti è stato bocciato dal parlamento prima di Natale. E gli ex poliziotti, che ancora due settimane fa facevano corsi con gli psicologi per essere “accomodanti” con i cittadini, annunciano ora di non essere disposti a fare vigilanza senza essere rimborsati.
(04 gennaio 2010)
http://www.inmilano.com/notizie/milano-piu-sicura-con-i-militari
da Indymedia
Che razza di gioco e' questo?

Un libro sulla discriminazione nel calcio italiano
di Elvis Lucchese
"Che razza di gioco è questo?" è la domanda alla quale cercano di dare una risposta tredici autori (giornalisti, storici, sociologi, ma anche gente di spettacolo) nel libro pubblicato da Sedizioni con il sottotitolo "La discriminazione razziale nel mondo del calcio".Partendo dai recenti fatti riguardanti Mario Balotelli, accolto negli stadi da striscioni che affermano che "un nero non può essere italiano", il libro articola una riflessione su un fenomeno che un sistema sportivo sempre più lontano dalla società e dominato dal business minimizza continuamente, quando non lo smentisce del tutto. Ne parliamo con l'editore di "Che razza di gioco è questo?", Diego Dejaco.
da GlobalPoject
Dibattito sul razzismo
Il quotidiano francese Le Monde si occupa del razzismo in Italia. “‘Sono italiano e ho la pelle nera. Un ‘black italian’, come mi sono sentito dire al controllo passaporti dell’aeroporto di Boston da due afroamericani della sicurezza. Ma avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera?’Pap Khouma, scrittore italiano d’origine senegalese, ha trovato le parole per spiegarlo in un articolo pubblicato sulla Repubblica. Il suo racconto di una ‘vita a ostacoli’ ha aperto un dibattito sul razzismo in Italia”.
Libération, invece, racconta l’episodio dell’esplosione di una bomba a Reggio Calabria. “Un ordigno artigianale ad alto potenziale è esploso durante la notte tra il 2 e il 3 gennaio davanti al tribunale di Reggio Calabria provocando dei danni all’edificio. L’attentato è stato immediatamente attribuito alla ‘ndrangheta. Secondo il procuratore generale del tribunale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro, la mafia calabrese avrebbe voluto intimidire i magistrati che stanno confiscando i beni dei clan mafiosi e stanno portando avanti una serie di processi contro la criminalità organizzata”.
da Internazionale
Libération, invece, racconta l’episodio dell’esplosione di una bomba a Reggio Calabria. “Un ordigno artigianale ad alto potenziale è esploso durante la notte tra il 2 e il 3 gennaio davanti al tribunale di Reggio Calabria provocando dei danni all’edificio. L’attentato è stato immediatamente attribuito alla ‘ndrangheta. Secondo il procuratore generale del tribunale di Reggio Calabria Salvatore Di Landro, la mafia calabrese avrebbe voluto intimidire i magistrati che stanno confiscando i beni dei clan mafiosi e stanno portando avanti una serie di processi contro la criminalità organizzata”.
da Internazionale
domenica 3 gennaio 2010
Regionali: ecco il prezzo dell'Udc in termini programmatici e di poltrone
L'Udc chiede l'esclusione di sinistra, radicali e moderati + tre assessorati (compresa la vicepresidenza), tre posti nel listino e una carica all’interno dell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale.E' questo quanto richiesto dall'Udc al Partito Democratico del Piemonte per fermare l'avanzata a Nord della Lega.
Stessi ragionamenti sentiamo anche noi in Puglia.
Nonostante in Calabria, in Campania e in Lazio l'Udc si allei con il Pdl, in Puglia ci si ostina a contrapporre a Vendola l'alleanza per il Sud.
Oggi Antonio di Pietro ha sparpagliato le acque come suo solito ed ha svelato il gioco: il Pd non utilizzi l'Idv come alibi per contrapporre veti a Nichi Vendola.
I segretari nazionali dei partiti, i dirigenti regionali e i parlamentari pugliesi che lunedì 4 gennaio si debbono incontrare per decidere il futuro della nostra regione e della nostra gente adesso sono avvertiti di quale sia la richiesta dell'Udc.
Ci segnalano che all’incontro dovrebbero partecipare oltre Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema, anche il segretario regionale Sergio Blasi, Michele Emiliano, il capogruppo regionale Antonio Maniglio e i parlamentari Ludovico Vico e Alberto Maritati. Molto probabile anche la presenza del senatore Nicola Latorre.
Non deve essere facile per quelli del Pd piemontese trattare con gli uomini di Pierferdinando Casini proprio nel giorno in cui il loro vicesegretario nazionale, Enrico Letta, spiega la necessità di un accordo ampio con l’Udc con il fatto che se «fossero andati dall’altra parte sarebbe stato serio il rischio di perdere». Una situazione che il segretario subalpino, Gianfranco Morgando, ha fatto di tutto per scongiurare conoscendo perfettamente la possibilità di pagare un prezzo in termini programmatici e di poltrone. E il 31 dicembre il conto è arrivato. Salato, salatissimo.
Il Letta/pensiero, infatti, è servito ad Alberto Goffi, segretario piemontese dei centristi, per chiedere ai dirigenti democratici e alla presidente della Regione, Mercedes Bresso, un adeguato riconoscimento politico.
Affermazione che tradotta nel linguaggio comune significa tre assessorati (compresa la vicepresidenza), tre posti nel listino e una carica all’interno dell’ufficio di presidenza del Consiglio regionale.
E poi ci sono le richieste sulla scelta dei futuri compagni di strada: rottura con la sinistra e forti perplessità su un’eventuale presenza dei radicali e anche dei Moderati all’interno della coalizione.
Centrale, comunque, resta la richiesta delle sette poltrone in grado di garantire spazio e potere anche a quelle che un tempo erano le Province bianche del Piemonte. Il problema di Goffi e del presidente vicario del gruppo alla Camera, Michele Vietti, infatti è di motivare i quadri del partito fuori dalla provincia di Torino. E se l’obiettivo politico - evitare di consegnare il Nord alla Lega - può essere condiviso da tutto il partito per ottenerlo è necessario che interessi dei cuneesi e delle altre realtà dove la scelta dell’Udc di correre da sola alle provinciali ha spinto i centristi all’opposizione, siano rappresentanti nel Palazzo.
MAURIZIO TROPEANO da LaStampa
In Italia cresce la disuguaglianza sociale

La crisi ha accresciuto le disuguaglianze e ci consegna un Paese spaccato in due: i ricchi sono rimasti ricchi, ma i poveri sono ancora più poveri. Il ceto medio progressivamente si sta impoverendo avvicinandosi alle tante famiglie che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese. È la fotografia che emerge dall'anticipazione del Rapporto Ires-Cgil su salari, fisco e produttività 2009, che sarà presentato entro gennaio, nel quale si conferma la crescita zero delle retribuzioni.
A preoccupare ulteriormente, la stima dell'istituto di una contrazione pari allo 0,5% del reddito disponibile delle famiglie in termini reali, che al sud si traduce in un -0,8%. Un quadro, questo, che porta la Cgil a proporre un'imposta di solidarietà sulle grandi ricchezze: un prelievo aggiuntivo su quel 10% di famiglie che detiene una ricchezza complessiva in media trenta volte superiore alla famiglia media italiana con un patrimonio mobiliare e immobiliare oltre 800 mila euro.
I nuovi dati sulla ricchezza netta delle famiglie di Bankitalia «su cui abbiamo svolto alcuni elaborazioni - spiega il segretario confederale, Agostino Megale - illustrano come, a fronte di un generale abbattimento del reddito, la vera ricchezza rimane nella mani di pochi: solo 2.380.000 famiglie italiane (il 10% del totale), infatti, posseggono il 44,5% della ricchezza netta complessiva, che ammonta a 3.686 miliardi (su un totale di 8.284 miliardi), che vuol dire 1.547.750 euro per ogni famiglia di quel 10% più ricco.
Mentre il 50% delle famiglie italiane (le più povere) che, sempre per Bankitalia, detengono appena il 9,8% della ricchezza netta complessiva, sono 11.908.000 e posseggono mediamente 68.171 euro». «La distanza (circa 1.480.000 euro) tra le famiglie più ricche e quelle più povere - aggiunge - è palese, soprattutto se consideriamo che questa distanza contribuisce ad alzare la media »di Trilussa«, che si attesta a 137.956 euro di ricchezza netta familiare. La distanza tra questa media e la ricchezza detenuta dalle famiglie più ricche (10%) è di circa 1.200.000 euro, mentre la forbice con le famiglie più povere è di quasi 280 mila euro.
Megale sottolinea le difficoltà di una famiglia su quattro ad arrivare a fine mese. «Il tutto - rileva - sapendo che quelle a rischio povertà sono 2 milioni 737 mila e rappresentano l'11,3% delle famiglie residenti (nel complesso sono 8 milioni i poveri, il 13,6%). «Nel 2008, la ricchezza delle famiglie italiane (evidentemente soprattutto quella delle più ricche) risulta complessivamente 7,6 volte superiore al reddito disponibile.
L'imposta di solidarietà sulle grandi ricchezze dovrebbe agire sul patrimonio mobiliare e immobiliare oltre gli 800mila euro. »
L'hanno già fatto in passato i Paesi scandinavi e il Regno Unito. Recentemente l'ha reintrodotta anche la Francia, con l'imposta di solidarietà sulle grandi fortune«, ricorda Megale, secondo il quale una misura di questo tipo in Italia potrebbe comportare entrate aggiuntive per oltre 6 miliardi di euro che, combinate con una vera ed efficace lotta all'evasione (ripristinando le norme sulla tracciabilità), all'armonizzazione della tassazione sulle rendite (20%), alla tassazione sulle transazioni finanziarie internazionali, possono far recuperare 19 miliardi di euro di gettito.
da Indymedia
Contro la mafia. Nonostante il governo
di Pietro Orsatti su Terra
Un anno particolare per la lotta alla mafia quello appena trascorso. Un anno di grandi successi della magistratura e delle forze di polizia e dei carabinieri che hanno condotto, in particolare in Sicilia negli ultimi mesi, a un numero impressionante di arresti “eccellenti” di latitanti di rango quali Baglisi, Raccuglia, Nicchi e Fidanzati.
Alcuni di loro boss locali di peso, altri capi in ascesa ai vertici di Cosa nostra come Domenico Raccuglia, detto il “veterinario”.
«La migliore stagione di contrasto alla mafia che sia stata vissuta in Italia – ha dichiarato prima di Natale il ministro dell’Interno Maroni -. A indicarlo sono in numeri: in questi ultimi 14 mesi sono state svolte 309 operazioni di polizia giudiziaria contro i clan (+35% rispetto ai 14 mesi precedenti), sono state arrestate 3.315 persone (+32%) e 235 latitanti (+78%)». Successi, però, non tanto per l’azione del governo, quanto per la cocciutaggine di magistrati e forze di polizia che hanno proseguito l’azione di contrasto alla criminalità nonostante le difficoltà. Anche se poi il governo ha rivendicato un proprio ruolo di «guida e indirizzo», di «antimafia dei fatti» in contrapposizione all’«antimafia delle parole ». «Non scherziamo, siamo davanti a successi ottenuti nonostante i tagli sulle risorse alle forze di polizia, gli straordinari non pagati da anni, i continui attacchi mirati a criminalizzare i magistrati, e nonostante i tanti provvedimenti che ne hanno limitato gravemente l’efficienza come nel caso delle intercettazioni telefoniche, delle nuove regole per lo scioglimento dei Comuni, e non ultimo il provvedimento inserito in Finanziaria sulla vendita dei beni confiscati», dichiara a Terra Anna Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia.
«Il nostro giudizio politico è molto severo – prosegue la parlamentare -. Perché questo governo, al di là di quelle che sono state le dichiarazioni propagandistiche, sotto il piano legislativo sta facendo dei grossissimi favori alla mafia. Sta cercando di smantellare da un lato le forze dell’ordine e dall’altro la magistratura che sono invece i veri protagonisti degli ultimi successi. Sappiamo molto bene che la lotta alla mafia non si può fare solo con la repressione del fenomeno, ed è un errore clamoroso limitarsi a questo. E per di più gli attacchi continui alla magistratura a lungo andare ne depotenzieranno la capacità di far fronte anche soltanto all’ala cosiddetta militare della criminalità organizzata. Ormai le mafie si sono infiltrate e hanno investito in ambiti paralegali e legali dell’economia e della finanza, condizionano politiche e appalti, determino spesso la
sopravvivenza o meno di un’azienda».
E mentre si festeggiano i 95 miliardi di euro rientrati grazie allo scudo fiscale, pochi dicono che fra quell’enorme quantità di denaro probabilmente ci sono molti miliardi di soldi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo ben inferiore di quello usuale per riciclarli (il 5% invece che il solito 15-20%). Insomma, anche lo scudo è stato un bell’aiuto all’impresa mafia che, nonostante un’evidente crisi militare, continua a rappresentare un terzo del Pil grazie alle imprese infiltrate o direttamente collegate alla crimine spa e che detiene circa il 30 cento della liquidità nel nostro Paese.
Ma torniamo agli ultimi successi nella lotta all’ala militare, in questo caso di Cosa nostra. La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi, fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano, avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche del clan Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Catturandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Perché l’azione di indagine viene delegata ad altri, perché non vi sono più soldi. Se si pensa che un latitante “medio” spende alcune decine di migliaia di euro a settimana per garantirsi la latitanza, è ovvio che per prenderlo bisogna quantomeno mettere in campo risorse uguali se non maggiori. Agli uomini della Catturandi, invece, non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo del 2006. Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti di spicco nel palermitano negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis.
Successivamente, proprio alla vigilia del nuovo anno e dopo la battuta del premier Silvio Berlusconi su una promessa di sconfiggere la mafia entro la fine del suo mandato, arriva la dichiarazione di guerra di Roberto Maroni, con tanto di un programma speciale di lotta ala crimine organizzato per «debellarlo» definitivamente dal nostro Paese e dalla nostra società. Con tanto di benedizione di Roberto Saviano che ha dichiarato: «Roberto Maroni? Sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre». Dimenticando, Saviano, dei tagli ai fondi della polizia, dimenticando lo spostamento (centinaia di milioni di euro) di risorse alle cosiddette “ronde”, dimenticando anche la devastante politica di gestione sia dei testimoni di giustizia che, oggi, anche dei pentiti da parte del suo sottosegretario Alfredo Mantovano. Ormai le vicende dei testimoni quali Ulisse, Pino Masciari e Piera Aiello, in pratica abbandonati dallo Stato o in fuga da esso vista l’assenza di una politica di protezione coerente con le necessità umane, affettive e lavorative dei teste a rischio, sono sulla bocca di tutti.
Ma Mantovano, che gestisce da anni il settore testimoni e pentiti (praticamente in tutti i governi Berlusconi) e presiede la commissione che gestisce i programmi di protezione, ha raggiunto l’apice durante e dopo le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza nel processo Dell’Utri, mettendo in dubbio pubblicamente la sua testimonianza e la correttezza della magistratura (entrambi giudizi che non spettano a lui e soprattutto che paventano un suo parere negativo alla richiesta dell’applicazione di un programma di protezione per il pentito). «Una posizione e dichiarazioni gravissime – spiega Anna Garavini -. Per questo in commissione Antimafia abbiamo chiesto e ottenuto con urgenza una sua audizione a gennaio. Sia per i toni sia per le implicazioni che avrebbero, e forse hanno già avuto, le sue dichiarazioni». Saviano dimentica molto e cerca la battuta a effetto anche in questo caso. Mantovano è uomo (e di fiducia) di Maroni, sul contrasto alle mafie ha un ruolo determinante. E quindi Saviano, alla luce dei fatti e non delle ipotesi, ha di nuovo sottovalutato il peso che, dopo il grande successo mediatico del suo libro e della sua figura, ottiene ogni sua battuta. Anche per le molte cose dette con leggerezza e superficialità quest’anno di lotta alla mafia è stato un anno particolare.
da AntimafiaDuemila
Un anno particolare per la lotta alla mafia quello appena trascorso. Un anno di grandi successi della magistratura e delle forze di polizia e dei carabinieri che hanno condotto, in particolare in Sicilia negli ultimi mesi, a un numero impressionante di arresti “eccellenti” di latitanti di rango quali Baglisi, Raccuglia, Nicchi e Fidanzati.
Alcuni di loro boss locali di peso, altri capi in ascesa ai vertici di Cosa nostra come Domenico Raccuglia, detto il “veterinario”.
«La migliore stagione di contrasto alla mafia che sia stata vissuta in Italia – ha dichiarato prima di Natale il ministro dell’Interno Maroni -. A indicarlo sono in numeri: in questi ultimi 14 mesi sono state svolte 309 operazioni di polizia giudiziaria contro i clan (+35% rispetto ai 14 mesi precedenti), sono state arrestate 3.315 persone (+32%) e 235 latitanti (+78%)». Successi, però, non tanto per l’azione del governo, quanto per la cocciutaggine di magistrati e forze di polizia che hanno proseguito l’azione di contrasto alla criminalità nonostante le difficoltà. Anche se poi il governo ha rivendicato un proprio ruolo di «guida e indirizzo», di «antimafia dei fatti» in contrapposizione all’«antimafia delle parole ». «Non scherziamo, siamo davanti a successi ottenuti nonostante i tagli sulle risorse alle forze di polizia, gli straordinari non pagati da anni, i continui attacchi mirati a criminalizzare i magistrati, e nonostante i tanti provvedimenti che ne hanno limitato gravemente l’efficienza come nel caso delle intercettazioni telefoniche, delle nuove regole per lo scioglimento dei Comuni, e non ultimo il provvedimento inserito in Finanziaria sulla vendita dei beni confiscati», dichiara a Terra Anna Garavini, capogruppo del Pd nella commissione parlamentare Antimafia.
«Il nostro giudizio politico è molto severo – prosegue la parlamentare -. Perché questo governo, al di là di quelle che sono state le dichiarazioni propagandistiche, sotto il piano legislativo sta facendo dei grossissimi favori alla mafia. Sta cercando di smantellare da un lato le forze dell’ordine e dall’altro la magistratura che sono invece i veri protagonisti degli ultimi successi. Sappiamo molto bene che la lotta alla mafia non si può fare solo con la repressione del fenomeno, ed è un errore clamoroso limitarsi a questo. E per di più gli attacchi continui alla magistratura a lungo andare ne depotenzieranno la capacità di far fronte anche soltanto all’ala cosiddetta militare della criminalità organizzata. Ormai le mafie si sono infiltrate e hanno investito in ambiti paralegali e legali dell’economia e della finanza, condizionano politiche e appalti, determino spesso la
sopravvivenza o meno di un’azienda».
E mentre si festeggiano i 95 miliardi di euro rientrati grazie allo scudo fiscale, pochi dicono che fra quell’enorme quantità di denaro probabilmente ci sono molti miliardi di soldi appartenenti alle mafie che rientrano “ripuliti” con un costo ben inferiore di quello usuale per riciclarli (il 5% invece che il solito 15-20%). Insomma, anche lo scudo è stato un bell’aiuto all’impresa mafia che, nonostante un’evidente crisi militare, continua a rappresentare un terzo del Pil grazie alle imprese infiltrate o direttamente collegate alla crimine spa e che detiene circa il 30 cento della liquidità nel nostro Paese.
Ma torniamo agli ultimi successi nella lotta all’ala militare, in questo caso di Cosa nostra. La cattura di Bernardo Provenzano a Montagna dei Cavalli, condotta dalla squadra Catturandi della mobile di Palermo, ha rappresentato uno spartiacque. Sia per la rilevanza del personaggio criminale sia per il numero e l’importanza dei documenti (i famosi “pizzini”) che furono trovati in seguito al suo arresto. Ma questa cattura non è, ovviamente, uno spartiacque solo per Cosa nostra. Succede qualcosa anche all’interno delle forze dello Stato che in pochi mesi, fra l’operazione “Gotha”, la cattura dei Lo Piccolo e quella di Provenzano, avevano messo a segno un’impressionante serie di successi, impedendo di fatto anche l’esplosione di una guerra di mafia causata dalle ambizioni egemoniche del clan Lo Piccolo. Succede che si interrompe l’azione in particolare della Catturandi, che a partire dall’arresto di Giovanni Brusca dieci anni prima, aveva avuto un ruolo fondamentale nella lotta alla mafia e nella cattura dei latitanti. Il modello Catturandi, ormai, era rodato. Veniva perfino esportato in altre regioni d’Italia, in particolare in Calabria e Campania, ma la Catturandi originale veniva messa da parte, le indagini sugli altri latitanti di peso nel palermitano affidate ai carabinieri. Per tre anni. Perché l’azione di indagine viene delegata ad altri, perché non vi sono più soldi. Se si pensa che un latitante “medio” spende alcune decine di migliaia di euro a settimana per garantirsi la latitanza, è ovvio che per prenderlo bisogna quantomeno mettere in campo risorse uguali se non maggiori. Agli uomini della Catturandi, invece, non sono stati pagati, se non parzialmente, gli straordinari e le missioni della cattura dei Lo Piccolo del 2006. Da questa constatazione è facile capire che le catture dei tre latitanti di spicco nel palermitano negli ultimi mesi, Domenico Raccuglia, Gianni Nicchi e Gaetano Fidanzati, non sono state il frutto di uno sforzo estremo del governo, ma di una sorta di scatto morale di alcuni magistrati e di alcuni reparti della polizia, Catturandi in primis.
Successivamente, proprio alla vigilia del nuovo anno e dopo la battuta del premier Silvio Berlusconi su una promessa di sconfiggere la mafia entro la fine del suo mandato, arriva la dichiarazione di guerra di Roberto Maroni, con tanto di un programma speciale di lotta ala crimine organizzato per «debellarlo» definitivamente dal nostro Paese e dalla nostra società. Con tanto di benedizione di Roberto Saviano che ha dichiarato: «Roberto Maroni? Sul fronte antimafia è uno dei migliori ministri dell’Interno di sempre». Dimenticando, Saviano, dei tagli ai fondi della polizia, dimenticando lo spostamento (centinaia di milioni di euro) di risorse alle cosiddette “ronde”, dimenticando anche la devastante politica di gestione sia dei testimoni di giustizia che, oggi, anche dei pentiti da parte del suo sottosegretario Alfredo Mantovano. Ormai le vicende dei testimoni quali Ulisse, Pino Masciari e Piera Aiello, in pratica abbandonati dallo Stato o in fuga da esso vista l’assenza di una politica di protezione coerente con le necessità umane, affettive e lavorative dei teste a rischio, sono sulla bocca di tutti.
Ma Mantovano, che gestisce da anni il settore testimoni e pentiti (praticamente in tutti i governi Berlusconi) e presiede la commissione che gestisce i programmi di protezione, ha raggiunto l’apice durante e dopo le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza nel processo Dell’Utri, mettendo in dubbio pubblicamente la sua testimonianza e la correttezza della magistratura (entrambi giudizi che non spettano a lui e soprattutto che paventano un suo parere negativo alla richiesta dell’applicazione di un programma di protezione per il pentito). «Una posizione e dichiarazioni gravissime – spiega Anna Garavini -. Per questo in commissione Antimafia abbiamo chiesto e ottenuto con urgenza una sua audizione a gennaio. Sia per i toni sia per le implicazioni che avrebbero, e forse hanno già avuto, le sue dichiarazioni». Saviano dimentica molto e cerca la battuta a effetto anche in questo caso. Mantovano è uomo (e di fiducia) di Maroni, sul contrasto alle mafie ha un ruolo determinante. E quindi Saviano, alla luce dei fatti e non delle ipotesi, ha di nuovo sottovalutato il peso che, dopo il grande successo mediatico del suo libro e della sua figura, ottiene ogni sua battuta. Anche per le molte cose dette con leggerezza e superficialità quest’anno di lotta alla mafia è stato un anno particolare.
da AntimafiaDuemila
Italia, farsa o tragedia?
Quest’anno Berlusconi ha dato molto lavoro ai giornalisti, dai suoi battibecchi con la moglie a quelli con i giudici. È possibile che stia in realtà cercando di far tacere i giornalisti? Se lo chiede il mensile Foreign Policy, che ricostruisce anche un anno di gaffes del premier italiano.
“Il presidente del consiglio italiano ha da tempo una reputazione di politico carismatico e irriverente, noto per il suo gusto per l’eccesso, le sue gaffes e l’amore per la dolce vita. Ma nel 2009 il suo comportamento si è tramutato in farsa”, scrive Foreign Policy.
“Berlusconi è stato coinvolto in storie di sesso e corruzione, diventando ridicolo anche per i suoi standard da opera buffa. Ci sono un mafioso, delle prostitute e delle ragazzine, foto imbarazzanti e forse delle orge. Ma molti segnali lasciano prevedere un peggioramento del rapporto simbiotico con i mezzi d’informazione, suggerendo che la farsa potrebbe diventare una tragedia”.
da Internazionale
“Il presidente del consiglio italiano ha da tempo una reputazione di politico carismatico e irriverente, noto per il suo gusto per l’eccesso, le sue gaffes e l’amore per la dolce vita. Ma nel 2009 il suo comportamento si è tramutato in farsa”, scrive Foreign Policy.
“Berlusconi è stato coinvolto in storie di sesso e corruzione, diventando ridicolo anche per i suoi standard da opera buffa. Ci sono un mafioso, delle prostitute e delle ragazzine, foto imbarazzanti e forse delle orge. Ma molti segnali lasciano prevedere un peggioramento del rapporto simbiotico con i mezzi d’informazione, suggerendo che la farsa potrebbe diventare una tragedia”.
da Internazionale
sabato 2 gennaio 2010
Al via il premio Giuseppe Fava 2010

Il ricordo del giornalista a ventisei anni dall'omicidio
A che serve essere vivi se non c'è il coraggio di lottare"? Questo il testamento di Giuseppe Fava, intellettuale, scrittore, drammaturgo, giornalista direttore de "I Siciliani", straordinaria stagione di risveglio delle coscienze nella nostra terra.
Ora a ventisei anni dalla sua morte un ricordo della sua poliedrica figura è affidato alla collettività ma anche a un premio che in suo nome valorizza il lavoro di quanti si stanno battendo per i suoi stessi ideali
PDF -Ricordando Pippo Fava
PDF -Locandina Premio Fava Giovani 2010
PDF -Manifesto premio Fava 2010
http://www.liberainformazione.org/
venerdì 1 gennaio 2010
Difendi la puglia migliore : Nichi Vendola presidente

Alcuni obiettivi raggiunti in questi 5 anni di governo:
1)Il piano casa in versione ecologica (25/07/2009)
2) Politiche Sociali: Protocollo Intesa su misure per persone non autosufficienti (10/07/2006)
3) Rapporto Svimez,Puglia regina del Sud, nel 2007 il Pil è cresciuto del 2%(1,8%l’Italia 0,7%il sud)
4) Il turismo nel solo 2007 inoltre ha visto incrementi di presenze italiane e straniere intorno al 3%
5) La Legge Regionale per limitare le diossine (16/12/2008)
6) Ilva Taranto firmato accordo a Palazzo Chigi sull’Ilva e le emissioni di diossina
da Governo, regione Puglia, azienda, provincia e comune di Taranto.
7) Sette i premi alla Puglia al Forum PA di Roma, risultato eccezionale di una partecipazione innovativa della Regione alle manifestazioni del Forum PA (11-14/05/2009)
Stop ai servizi esterni, 7.600 assunti Piano della Regione: Il nuovo ente assorbirà lavoratori di mense, portierato e 118 negli ospedali per una riduzione costi di 170 milioni. (28/11/2008)
9) Piano Sanità: approvato il nuovo piano che prevede tra l’altro cure di pazienti a casa per quanto il più possibile
10) Precari della scuola, la Regione Puglia: pronti ventidue milioni di euro per ridurre il precariato scolastico
11) L’Onu promuove la Puglia:”terra più accogliente d’Italia” (27/05/2009)
12) Energie rinnovabili: Puglia, prima regione italiana per la produzione di energia eolica (18/06/2009)
13) “Bollenti spiriti”, nuove borse di studio dalla Regione Puglia, 40 milioni di euro a sostegno del desiderio dei ragazzi di proseguire gli studi, accompagnandoli nel percorso (febbraio 2008)
14) Badanti contributi regionali per regolarizzarne 800 (21/10/2008)
15) I successi dell’economia pugliese sulla stampa estera a giugno sul prestigioso settimanale economico francese, «Le nouvel Economiste», a maggio ad occuparsi della Puglia è stato il Times prestigioso giornale londinese
16) Popolazioni migranti: Le politiche e gli interventi per l’accoglienza abitativa, l’albergo diffuso per i lavoratori stranieri stagionali (04/08/2006)
17) Fotovoltaico, la Puglia regione leader in Italia “Il Sole 24 Ore (dati Anie-Gifi riferiti all’anno 2008).
18)Regione Puglia-INPS per i lavoratori in mobilità e CIG: 140 milioni di euro di fonte regionale saranno dunque a disposizione dei nostri lavoratori. (16/04/2009)
19) Referti medici a domicilio: convenzione tra Poste e Regione Puglia (09/07/2009)
20) Bruxelles: la Regione Puglia vince primo premio per legge contro lavoro nero (09/10/2009)
21)Assegno di cura per i malati di SLA triennio 2009-2011 €2.000.000,00 per la prima annualità (10/2009)
22) Dati rapporto Svimez premiano la Puglia: dal 2006 al 2008 la Puglia cresce di più rispetto alla media del Mezzogiorno e d’Italia (+2,6%) e nel 2008, anno di crisi internazionale, perde solo lo 0,2%, meno di tutte le Regioni italiane escluso il Trentino che lascia il 0,1% (18/07/2008)
23) Primi contro il fuoco: indagine Ecosistemi Incendi 2009 diminuzione di incendi tra il 2007 e il 2008 (20/07/2009)
24) Manovra anticrisi: 60 milioni alle zone industriali (17/11/2008)
25) 6,2 milioni per formazione lavoratori (25/08/2009)
26) Bando a sostegno dei lavoratori “somministrati”: stanziamento di 5.200.000 euro (27/04/2009)
27) Assegnato il premio SensoriABILIS per il turismo accessibile (10/10/2009)
28) Piano ‘Welfare to work’ per soggetti più deboli (24/11/2006)
29) Abitare sostenibile: incentivare interventi di elevata qualità e criteri di compatibilità ambientale e sviluppo sostenibile, ridurre i consumi di energia e acqua, garantire il benessere e la salute degli abitanti, favorire l’utilizzo di materiali naturali e in particolare quelli di provenienza locale (29/01/2008)
30) Potenziati e rifinanziati i bandi anticrisi come chiesto dalle Categorie: Centottanta milioni di euro in più per le imprese pugliesi (04/08/2009)
31) delibera di Giunta Regionale :avvio della ripubblicizzazione dell’Acquedotto Pugliese (20/10/2009)
32) Politiche Sociali: Protocollo Intesa su misure per persone non autosufficienti (06/08/2009)
33) Alluvioni 2003, la Regione risarcisce gli agricoltori (23/09/2009)
34) Sicurezza degli edifici scolastici pugliesi: subito 20 milioni (marzo 2008)
35) Ritorno al futuro: 40 i milioni di euro stanziati per offrire un’opportunità, in Italia o all’estero, ai giovani laureati pugliesi. In cambio viene chiesto loro stringere un patto attraverso il cosiddetto Contratto etico giovanile (23/04/2009)
36) istituzione del Parco Naturale Regionale di Porto Selvaggio e Palude del Capitano (15/03/2006)
37) legge regionale 30 “no al nucleare” (04/12/2009)
giovedì 31 dicembre 2009
ALESSIO LEGA - VENDITORE DI SASSI
Alessio Lega - Venditore di sassi
La canzone politica dagli anni '80 (1980-)
Di' papà
ma dove sta
il venditor di sassi
e speriamo che lui passi
quand'ho la cartella!
La maestra dice in classe
la vita è un gioiello
che i cattivi avran la peggio
che il futuro è bello...
E allora...
Perchè i bimbi di Belfast
di Harlem, di Palermo
lottan con le pietre in mano
persi nell' inferno?
Quando raccontavano
di Davide e Golia
ho creduto fosse storia
e non solo poesia.
Di' papà
quand'è che passa
la giostra d¹allegria
vedo troppa gente sola
persa nella via
sento un pianto falso e infame
dai televisori
mentre c'è chi piange e ha fame
a due metri fuori.
Di' papà
se passerà
chi vende tenerezza
se potrà consolare
tutta la tristezza
di un mondo povero che crepa
e un altro soffocato
da tutta la merce invenduta
nel supermercato.
Quando offro il mio panino
a chi non mangia mai
quando do tutto il mio amore
a chi ha solo guai
non è per esser comunista
né un buon cristiano
cerco solo il gusto nuovo
di sentirmi umano.
Di' papà
ci son parole
che fan male alle orecchie
son le stesse son le sole
sempre quelle vecchie...
Fa' che trovi la mia rabbia
sotto la pietà
fa che trovi un'intifada
in ogni città.
Di' papà
ma dove sta
il venditor di pietre
e, stai attento, se è passato
poi ritorna indietro...
Se tu fai del mio dolore
e dei miei sassi infine
solo un urlo di furore
per le tue canzoncine!
Si tratta della versione italiana, piuttosto libera in alcuni punti, di Marchand de cailloux di Renaud. È ancora inedita in album, ma Alessio Lega la porta già in giro nei suoi concerti. Da questa canzone ha preso nome il suo blog.
Emiliano rinuncia alle primarie contro Vendola

Michele Emiliano, dopo aver chiesto le primarie a Nichi Vendola, rinuncia alla candidatura per le prossime regionali. Il no del segretario nazionale del Pd Pierluigi Bersani sulla legge ad personam in favore di Michele Emiliano, ha cambiato ancora una volta le carte in tavola nel centrosinistra pugliese.
Il sindaco di Bari aveva chiesto che il Consiglio regionale approvasse il lodo "Emilianum" e cioè la norma che avrebbe consentito a ciascun primo cittadino di candidarsi senza doversi dimettere dal proprio ruolo di amministratore. il no di tutto il Pd ha letteramente messo in scacco il sindaco. Senza la sicurezza della legge ad personam, Michele Emiliano non ha intenzione di scendere in campo contro Vendola. Oggi il Pd dovrebbe scegliere lo sfidante all'attuale governatore regionale. Forse Francesco Boccia. Un'altra ipotesi è quella di far correre Sergio Blasi. Al momento Massimo D'Alema e Nicola Latorre stanno lavorando su più tavoli per cercare una soluzione. Non è escluso che le primarie non si facciano più e il centrosinistra possa candidare uno dei suoi uomini contro Vendola e il centrodestra. Ma dopo l'annuncio delle primarie è assai difficile che si faccia un passo indietro.
IL TESTO DELLA LETTERA DI MICHELE EMILIANO A SERGIO BLASI
Caro Sergio,
A questo punto della vicenda regionale occorre fare un punto definitivo, almeno per quanto mi riguarda. Come e' noto io ho sempre considerato il presidente uscente come il candidato obbligato per le prossime elezioni. Pur avendo egli condiviso la necessita' elettorale e strategica di un'alleanza con l'UDC ed avendola concretamente cercata (vedi incontro con Casini) durante il rimpasto di giunta di questa estate, egli oggi ritiene che la sua candidatura sia più' importante della prospettiva politica aperta da quella alleanza. Questa sua opinione fa saltare la coalizione con l'Udc che abbiamo gia' costruito in Puglia nelle scorse amministrative perche' quest'ultima forza politica chiede al centrosinistra una candidatura diversa.
E qui sfortunatamente per me e per le persone che mi vogliono bene entro in ballo io. Perche' dalle consultazioni in corso emerge gia' due mesi fa che esiste un solo candidato che tiene insieme tutti i partiti e che dispone di sondaggi che rendono molto probabile la vittoria del cs alle prossime elezioni. Ed e' solo questa la ragione di un pressing progressivo e sempre più' insopportabile che - nonostante tutti i miei pubblici e categorici rifiuti, Ti ha obbligato qualche giorno orsono ad indicarmi quale candidato del PD. Tu hai formulato questa indicazione in totale solitudine e senza consultarmi e ciononostante non ho potuto rifiutarmi ancora perche' altrimenti, per ragioni opposte e contrarie a quelle del presidente della regione, avrei definitivamente assunto su di me la responsabilita' di avere distrutto la coalizione che puo' farci vincere le elezioni.
La mia candidatura a questo punto doveva passare dalla assemblea regionale e poteva essere varata senza troppe complicazioni. Ma io sono il sindaco di Bari e non posso non anteporre la difesa della mia citta' ad ogni altra considerazione. Ti ho a questo punto detto che non avrei mai accettato senza una modifica della legge elettorale che riconducesse alla legalita' repubblicana la legge regionale pugliese che prevede l'incandidabilita' dei sindaci delle citta' più' grandi. A questo punto Tu ed il capogruppo PD Maniglio mi avete pubblicamente assicurato il voto del PD sull'emendamento "salva Bari". Ed allora ho deciso di accettare la Tua proposta senza ulteriori condizioni.
A seguito dei noti incidenti l'assemblea regionale non si e' potuta svolgere. E sono dunque stato richiesto di accettare le primarie! Certo primarie anomale, perche' pur trattandosi di primarie interne al PD, esse si svolgono tra il Presidente del partito ed un estraneo! E non v'e' dubbio che si tratti di primarie interne al PD atteso che nessun'altra forza politica aderisce a questa consultazione. Nonostante questa anomalia ho detto ancora un altro si' al partito democratico, ribadendo pero' che l'emendamento "salva Bari" era la garanzia minima che chiedevo non per me, ma per la mia amministrazione che non poteva essere sciolta da un minuto all'altro. Ho letto ieri le Tue dichiarazioni su questo punto. Hai detto che il nostro segretario nazionale sostiene che il PD non puo' votare la legge senza la condivisione di maggioranza ed opposizione.
Il presidente uscente ha ribadito la sua indisponibilita' a votare la modifica nonostante la accettazione da parte mia delle primarie. Primarie che senza quell'emendamento non potrei che desiderare di perdere perche' avrei fatto del male alla mia citta'. Come al solito Fitto ci aiuta a capire. Le sue dichiarazioni odierne confermano che la pensa come Te. Egli sa che se la Tua proposta di candidatura fosse la proposta del centrosinistra noi avremmo ottime possibilita' di vincere le elezioni ed e' per questo che lancia la stessa battaglia del presidente uscente e non vuole cambiare la legge elettorale pugliese. Nonostante la sua palese (sic!) incostituzionalita' dimostrata dalla sentenza della Corte Costituzionale in un caso identico che Ti ho consegnato.
Potrei andare avanti, dimettermi da sindaco, come correttamente mi chiede Fitto, gestire durante le primarie la violenta reazione di tutte le centinaia di eletti che perderebbero il posto e che certamente, destra e sinistra, non voterebbero per me alle primarie, fare le primarie anomale con il presidente uscente, e poi cominciare la campagna elettorale, sperando che i sostenitori più' accesi del mio antagonista abbiano accettato veramente il risultato delle primarie e sperando che nel frattempo Io sud, Udc ed Idv non si siano stancati di noi e del nostro dramma.
La campagna elettorale dovrebbe poi sopportare il disappunto dei baresi nell'aver perso il loro sindaco e la loro amministrazione non per un bel progetto condiviso da tutti (almeno nel PD) ma per una battaglia di potere che abbiamo dovuto lanciare a causa della indisponibilita' del presidente uscente ad indicare un suo successore che riuscisse dove lui ha fallito e cioe' nel costruire uno straccio di coalizione che lo sostenga. A questo punto ho dei doveri verso me stesso e verso la mia storia personale. Io non sono un politicante senza mestiere incapace di capire che non sono più' in grado di rappresentare il progetto politico necessario alla costruzione del bene comune. Io sono un magistrato, un sindaco, il Presidente del mio partito, sono una persona seria ed in queste qualita' io ti dico che a questo punto, al Tuo posto, andrei dal presidente uscente gli direi che vista la situazione di disfacimento nella quale ci troviamo, lasci a lui la decisione. O si fa da parte e ci lascia indicare il candidato con maggiori possibilita' di vittoria oppure assuma la guida del centrosinistra o di quel che ne rimane e cominci la campagna elettorale subito, senza ulteriori perdite di tempo.
Io faro' la mia parte per la Puglia e per il mio partito, senza rimpianti ed anzi con grande sollievo. Non credo ci possano essere altre soluzioni. Un ultimo invito a me stesso: mettiamo da parte tutti i rancori e salviamo almeno cio' che di buono abbiamo fatto in passato.
Un forte abbraccio.
Michele Emiliano
Quel ragazzo senza braccia sul treno dell'indifferenza. Storia di ordinario fascismo.
CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po' tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: "No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap". Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete "Handicap, handicap".
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po' più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c'entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia "deposizione", il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. "Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?" chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: "C'è l'assistenza". "Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service" ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l'andata l'Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. "E lo sa perché?" ho concluso. "Perché quelle persone le braccia ce l'avevano...".
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l'evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: "Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (...). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell'espressione del viso o nell'incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: "Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare". Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l'impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. "Perché mi hai offesa". "Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?" le domando sempre più incredulo. Risposta: "Mi hai detto che sono maleducata". Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (...). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
da Indymedia
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent'anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (...) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: "No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap". Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l'umiliazione ripete "Handicap, handicap".
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po' più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c'entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia "deposizione", il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. "Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?" chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: "C'è l'assistenza". "Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service" ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l'andata l'Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. "E lo sa perché?" ho concluso. "Perché quelle persone le braccia ce l'avevano...".
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l'evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: "Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!". E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (...). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell'espressione del viso o nell'incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: "Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare". Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l'impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. "Perché mi hai offesa". "Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?" le domando sempre più incredulo. Risposta: "Mi hai detto che sono maleducata". Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (...). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
da Indymedia
Il ministero non paga l'affitto sfrattata la polizia a Cefalu'
Cefalù (PA). L'ufficio di polizia di Cefalù dovrà al più presto lasciare la sede che attualmente occupa.
L'ufficiale giudiziario ha notificato un provvedimento di reimmissione in possesso per il proprietario che equivale a una sorta di sfratto. La causa? Il ministero dell'Interno ha ritardato oppure omesso di pagare canone e interessi. Altro fatto paradossale: tra il ministero e il proprietario Vezio Vazzana non è stato mai stipulato un contratto. E il commissariato, che attualmente è diretto dal vice questore Manfredi Borsellino (figlio di Paolo, il magistrato assassinato nella strage di via D'Amelio del '92), ha potuto utilizzare l'edificio di via Roma sulla base di un accordo informale.
Da tempo il proprietario ha chiesto il rilascio dell'immobile e di recente ha ottenuto una decisione favorevole del giudice. L'ordine di sgombero è esecutivo ma i tempi dello "sfratto" potrebbero allungarsi in considerazione del fatto che l'ufficio di polizia svolge un pubblico servizio. Sulla vicenda il capogruppo del Pd al consiglio comunale, Rosario Lapunzina, ha presentato un'interrogazione al sindaco perché si adoperi a trovare una soluzione per dare al più presto una "casa" alla polizia a Cefalù.
Tratto da: La Repubblica
da AntimafiaDuemila
L'ufficiale giudiziario ha notificato un provvedimento di reimmissione in possesso per il proprietario che equivale a una sorta di sfratto. La causa? Il ministero dell'Interno ha ritardato oppure omesso di pagare canone e interessi. Altro fatto paradossale: tra il ministero e il proprietario Vezio Vazzana non è stato mai stipulato un contratto. E il commissariato, che attualmente è diretto dal vice questore Manfredi Borsellino (figlio di Paolo, il magistrato assassinato nella strage di via D'Amelio del '92), ha potuto utilizzare l'edificio di via Roma sulla base di un accordo informale.
Da tempo il proprietario ha chiesto il rilascio dell'immobile e di recente ha ottenuto una decisione favorevole del giudice. L'ordine di sgombero è esecutivo ma i tempi dello "sfratto" potrebbero allungarsi in considerazione del fatto che l'ufficio di polizia svolge un pubblico servizio. Sulla vicenda il capogruppo del Pd al consiglio comunale, Rosario Lapunzina, ha presentato un'interrogazione al sindaco perché si adoperi a trovare una soluzione per dare al più presto una "casa" alla polizia a Cefalù.
Tratto da: La Repubblica
da AntimafiaDuemila
"Felicità per me è lottare"
di Benedetta Guerriero
Secondo Moni Ovadia, eclettico artista del panorama internazionale, servono grandi progetti per scuotere la politica
“Papà cos'è la felicità?”. Chiedevano le figlie a Karl Marx e lui rispondeva: “Felicità per me è lottare”. Con questo aneddoto Moni Ovadia, poliedrico artista col merito di aver portato nel nostro Paese la cultura klezmer, invita gli italiani a reagire allo squallore del panorama politico italiano.
Regista, attore, cantante e scrittore di fama internazionale, Ovadia è stato intervistato da Peacereporter per fornire un'analisi della situazione politica italiana.
Cosa pensa del clima politico italiano?
E' catastrofico, difficile immaginare qualcosa di peggio. La democrazia italiana è bloccata, c'è un'eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non è possibile che il presidente del Consiglio possieda anche tre reti televisive. Finché questo sistema non cambia e l'influenza di questo personaggio non viene limitata, il Paese è sotto scacco. Non ha importanza che si chiami Berlusconi, potrebbe anche avere un altro nome, ma il problema rimarrebbe. L'esecutivo è appiattito sul premier e le voci discordanti non vengono tollerate. Il caso di Gianfranco Fini è emblematico.
Lei parla della destra, ma l'opposizione che ruolo ha in tutto questo?
L'opposizione è debole, non ha un programma. Balbetta, invece di parlare. La sinistra non è più capace di far sognare, ha esaurito le scorte. La destra a suo modo riesce ancora a proporre dei sogni, tossici, televisivi, che per me sono degli incubi, ma che piacciono alla gente.
E' la politica che avvelena l'Italia?
I politici hanno delle grandi responsabilità. I meccanismi mafiosi continuano a funzionare inesorabilmente. Gli arresti dell'ultimo periodo sono dimostrativi e riguardano personaggi che erano già stati tagliati fuori dal mondo della criminalità organizzata. La corruzione non era così diffusa nemmeno ai tempi di Mani Pulite e i continui tagli alla cultura, alla scienza e alle nuove tecnologie non fanno che aumentare il deficit italiano rispetto alle altre nazioni. Non investire nella ricerca significa ipotecare il futuro. Provo una pena infinita per i giovani, subiscono la bancarotta fraudolenta e fradicia della nostra generazione. Bisogna reagire, lottare, ma non una volta ogni tanto. Sempre. Fermiamo il dilagare della volgarità e dell'ignoranza crassa, pensiamo ad altro.
Ha tracciato un panorama desolante della situazione politica italiana. C'è una via d'uscita?
Bisogna mettere in pratica grandi progetti in ogni ambito. Le soluzioni sono Amnesty International, Terra Madre, Emergency. Queste organizzazioni hanno dimostrato che portando avanti grandi battaglie civili, i politici sono costretti a prenderne atto. Non bisogna mai stancarsi di lottare. Quando Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso “I have a dream”, nessuno pensava che il sogno si sarebbe realizzato Oggi il presidente degli Stati Uniti è Barack Obama. I cambiamenti partono sempre dal basso, non dall'alto.
da PeaceReporter
Secondo Moni Ovadia, eclettico artista del panorama internazionale, servono grandi progetti per scuotere la politica
“Papà cos'è la felicità?”. Chiedevano le figlie a Karl Marx e lui rispondeva: “Felicità per me è lottare”. Con questo aneddoto Moni Ovadia, poliedrico artista col merito di aver portato nel nostro Paese la cultura klezmer, invita gli italiani a reagire allo squallore del panorama politico italiano.
Regista, attore, cantante e scrittore di fama internazionale, Ovadia è stato intervistato da Peacereporter per fornire un'analisi della situazione politica italiana.
Cosa pensa del clima politico italiano?
E' catastrofico, difficile immaginare qualcosa di peggio. La democrazia italiana è bloccata, c'è un'eccessiva concentrazione di potere nelle mani di una sola persona. Non è possibile che il presidente del Consiglio possieda anche tre reti televisive. Finché questo sistema non cambia e l'influenza di questo personaggio non viene limitata, il Paese è sotto scacco. Non ha importanza che si chiami Berlusconi, potrebbe anche avere un altro nome, ma il problema rimarrebbe. L'esecutivo è appiattito sul premier e le voci discordanti non vengono tollerate. Il caso di Gianfranco Fini è emblematico.
Lei parla della destra, ma l'opposizione che ruolo ha in tutto questo?
L'opposizione è debole, non ha un programma. Balbetta, invece di parlare. La sinistra non è più capace di far sognare, ha esaurito le scorte. La destra a suo modo riesce ancora a proporre dei sogni, tossici, televisivi, che per me sono degli incubi, ma che piacciono alla gente.
E' la politica che avvelena l'Italia?
I politici hanno delle grandi responsabilità. I meccanismi mafiosi continuano a funzionare inesorabilmente. Gli arresti dell'ultimo periodo sono dimostrativi e riguardano personaggi che erano già stati tagliati fuori dal mondo della criminalità organizzata. La corruzione non era così diffusa nemmeno ai tempi di Mani Pulite e i continui tagli alla cultura, alla scienza e alle nuove tecnologie non fanno che aumentare il deficit italiano rispetto alle altre nazioni. Non investire nella ricerca significa ipotecare il futuro. Provo una pena infinita per i giovani, subiscono la bancarotta fraudolenta e fradicia della nostra generazione. Bisogna reagire, lottare, ma non una volta ogni tanto. Sempre. Fermiamo il dilagare della volgarità e dell'ignoranza crassa, pensiamo ad altro.
Ha tracciato un panorama desolante della situazione politica italiana. C'è una via d'uscita?
Bisogna mettere in pratica grandi progetti in ogni ambito. Le soluzioni sono Amnesty International, Terra Madre, Emergency. Queste organizzazioni hanno dimostrato che portando avanti grandi battaglie civili, i politici sono costretti a prenderne atto. Non bisogna mai stancarsi di lottare. Quando Martin Luther King pronunciò il suo famoso discorso “I have a dream”, nessuno pensava che il sogno si sarebbe realizzato Oggi il presidente degli Stati Uniti è Barack Obama. I cambiamenti partono sempre dal basso, non dall'alto.
da PeaceReporter
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