HOME       BLOG    VIDEO    EVENTI    GLI INVISIBILI    MUSICA    LIBRI    POLITICA LOCALE    POST PIU' COMMENTATI

giovedì 30 luglio 2009

Bologna: Due Agosto: Corteo della memoria fino a Piazza dell'Unità ·

Pubblichiamo il comunicato dell'iniziativa che promuoviamo per il Due Agosto insieme ad altri singoli, reti e spazi sociali cittadini.

NOI SAPPIAMO. NOI NON DIMENTICHIAMO

«Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). 

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. 

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. 

Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.»

Così incominciava il “Romanzo delle stragi” di Pasolini (1975). Ma in anni recenti, anche e soprattutto negli appelli alla verità fatti dai palchi e dagli scranni istituzionali, assistiamo al tentativo di trasformare la memoria delle stragi in una commedia, dove vengono messi in scena personaggi improbabili e continui depistaggi. Non potendo tutto negare, le dichiarazioni di rappresentanti di governo, così come i tanti libri recenti scritti da postfascisti e le cicliche rivelazioni giornalistiche al soldo del regime, tendono ad accreditare una verità dimezzata: furono alcune “menti bacate” neofasciste a promuovere la “strategia della tensione” e la violenza stragista degli anni Settanta.

Ma noi sappiamo qual è il loro gioco: nascondere e far dimenticare i mandanti e la finalità delle stragi, la loro genesi nelle istituzioni opache dello Stato italiano, dimostrata in tanti processi. Dalla strage di piazza Fontana del 1969 fino a quella di Bologna del 1980, l’Italia ha sperimentato infatti una lunga “strategia delle stragi” condotta da uomini degli apparati dello Stato e da neofascisti da essi personalmente organizzati, indirizzati, finanziati e protetti. Quelle bombe contribuirono a reprimere il movimento operaio e studentesco: il loro scopo era quello di spaventare, di manipolare l’opinione pubblica, di promuovere con la violenza un “ritorno all’ordine”. E quei crimini sono effettivamente serviti per costruire un mondo più ingiusto, ipocrita e violento. Oggi è importante ricordare che lo stragismo fu di Stato. Non solo contro tutti i tentativi di depistaggio e di revisionismo, ma soprattutto perché la memoria diffusa è l’unico antidoto contro la possibilità che certi eventi possano ripetersi.

Per questo, in occasione dell’anniversario della strage di stato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, vogliamo ribadire, con Pasolini, che noi sappiamo e non dimentichiamo. Vogliamo ribadirlo soprattutto oggi che la repressione della diversità, delle lotte sociali, dei desideri di liberazione, dei diritti delle persone si fa sempre più violenta. E non intendiamo essere complici di chi, ancora una volta, utilizzerà l’anniversario di una strage per sdoganare il proprio criminale revisionismo e negare le complicità con il fascismo di ieri e di oggi.

Invitiamo le donne e gli uomini che considerano la memoria e l’antifascismo valori etici irrinunciabili a lasciare, dopo il suono della sirena alle 10.25, il piazzale della stazione e proseguire con noi nel “corteo della memoria” verso piazza dell’Unità.

Antifasciste e antifascisti
(riunite e riuniti in assemblea il 27 luglio)

http://assembleantifascistabologna.noblogs.org/post/2009/07/29/due-agosto-corteo-della-memoria-fino-a-piazza-dell-unit

da Antifa

Sudan, la battaglia di Lubna "Processo pubblico per i pantaloni"


KHARTOUM - Lubna Hussein, l'impiegata dell'Onu e giornalista che rischia 40 frustate per aver indossato pantaloni in pubblico, ha deciso di rinunciare alla sua immunità diplomatica e di lasciare le Nazioni Unite per fare del suo processo un caso internazionale. "Voglio dimettermi dall'Onu, voglio che questo caso continui", ha dichiarato Hussein davanti alla corte che le ha chiesto se intendeva avvalersi della sua immunità.

L'avvocato della donna, scrive il giornale britannico Independent, ha spiegato che il suo obiettivo è di "dimostrare la sua innocenza", cosa che non potrebbe fare se si avvalesse dell'immunità, e "combattere contro la legge, che va riformata".

L'accusa su di lei è quella di atti osceni in luogo pubblico, per aver indossato un paio di pantaloni verdi in un ristorante, ampiamente coperta da uno scialle fino al bacino. Hussein ha anche rifiutato la grazia del presidente Omar al-Bashir e il processo, che doveva essere celebrato ieri, è stato aggiornato al 4 agosto.

La dipendente Onu, che è anche giornalista e ha scritto articoli molto critici con il regime sudanese, ha deciso di trasformare il giudizio in un caso mediatico, invitando amici e sostenitori: già ieri, la corte era piena di attivisti per i diritti delle donne e ong che la sostengono. Hussein è stata accusata dopo un raid della polizia in un ristorante lo scorso 3 luglio, in cui sono state arrestate altre 10 donne, punite con 10 frustate l'una pochi giorni dopo con un giudizio sommario. L'impiegata dell'Onu e altre tre donne, accusate dopo la retata, si sono invece rivolte a un avvocato e hanno potuto cominciare un vero processo.

da LaRepubblica

Fare lo schiavo in Italia

Le Monde racconta del dramma dei migranti impiegati come lavoratori stagionali nel meridione d’Italia, durante l’estate. “L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha denunciato le condizioni ‘indegne’ di oltre un migliaio di lavoratori marocchini nel sud Italia, a San Nicola Varco, provincia di Napoli”.

Il racconto di Le Monde, che riprende la denuncia dell’ong, è impietoso. “I lavoratori migranti vivono in una baraccopoli in mezzo alla spazzatura, senza acqua corrente né elettricità. La loro giornata di lavoro inizia alle quattro e mezza del mattino e dura sedici ore: sono pagati tra i 15 e i 25 euro al giorno e ogni volta che vogliono bere dell’acqua devono pagare 3 euro”. In più, sono tutti vittime di una truffa: “A molti era stato promesso un lavoro stagionale in regola, e sono arrivati in Italia nell’ambito delle quote fissate dal governo per il lavoro stagionale. Una volta in Italia, però, il loro datore di lavoro è scomparso o ha rifiutato di dare loro lavoro, così molti sono stati consegnati alle fattorie”.

E non si tratta di un caso isolato. “Secondo il portavoce per l’Oim in Italia, questa situazione potrebbe riguarda ‘migliaia e migliaia di immigrati’. Il lavoro sommerso, soprattutto nel settore agricolo, è estremamente diffuso in Italia e rappresenta una cifra intorno al 15 per cento del pil, secondo i dati ufficiali citati dall’Oim”.

Altri link sull’Italia
Is this the end for Italy’s most spectacular horse race?, The Guardian
Safety rules aim to tame the perils of the Palio, The Independent

da Internazionale

mercoledì 29 luglio 2009

Repubblica delle scarpe contro dittatura delle banane


Le multinazionali delle scarpe sportive scrivono una lettera alla Casa Bianca condannando il governo di fatto.

Nike, Adidas e Gap, le principali multinazionali manifatturiere presenti in Honduras, si schierano "per la democrazia". Da un mese, da quando i militari golpisti destituirono il presidente legittimo Manuel Zelaya, le loro fabbriche nelle maras honduregne, dove il lavoro costa poco e i diritti dei lavoratori ancora meno, sono ferme. E la produzione multimilionaria cala.

Così, le mega aziende sportive hanno scelto di unirsi e scrivere una lettera ufficiale alla Casa Bianca, la loro casa madre, per condannare apertamente il golpe e pressare per un intervento più diretto nella reinstaurazione di Zelaya. Fatto raro che delle multinazionali prendano posizione politiche così chiare e ufficiali, meno raro che mettano il naso nella politica degli Stati in cui operano. Anzi, l'Honduras è da molti definito la Repubblica delle banane, per l'influenza devastante che da sempre hanno avuto le grandi aziende della frutta. Che, invece, tacciono, probabilmente perché tanto, troppo vicine a quelle dieci famiglie oligarchiche che il presidente Zelaya accusa di aver architettato il golpe per mantenere ricchezze e privilegi, trasformando quella repubblica in una dittatura.

Repubblica delle scarpe contro dittatura delle banane, dunque? Vedremo. Intanto, una copia della missiva di Gap, Adidas e Nike è arrivata sulla scrivania del Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, del segretario Osa, Jose Miguel Insulza, e del segretario di Stato americano per gli Affari dell'Emisfero occidentale, Thomas Shannon. Il contenuto è un appello perché sia restaurata la democrazia in Honduras.

I conti son presto fatti, dato che le cifre parlano chiaro. La manifattura honduregna esporta circa 3 miliardi di dollari all'anno e la maggior parte delle compagnie manifatturiere in Honduras sono statunitensi o asiatiche. La paga oraria per i disgraziati che non hanno altra scelta se non lavorare lì è da semischiavitù: 93 centesimi di dollaro all'ora. Per turni devastanti: dodici ore a 34 gradi, sempre in piedi e con un sola pausa di 30 minuti. Il tutto con la spada di Damocle del licenziamento, se solo un lavoratore osa iscriversi al sindacato.
E' evidente dunque che se sfruttatori simili sono arrivati a schierarsi con la democrazia, è perché i golpisti hanno deciso di non stare dalla loro parte. E quindi, via con le belle parole. Ma, ironia della sorte, questa lettera avrà molto più peso dei manifestanti morti e feriti, della gente in piazza nonostante il coprifuoco, e degli appelli veri e sinceri in nome dello Stato di diritto. Il diritto del business vince ancora.

di Stella Spinelli da PeaceReporter

Wikipedia infame nega l'assassinio di Aldrovandi

Continua la campagna di wikipedia volta a negare l'assassinio di Federico Aldrovandi, parlando di generica morte, anche se ovviamente non possono negare la sentenza.

Di più, hanno messo in evidenza la notizia, falsa, perché superata dagli eventi, che Federico sarebbe morto per asfissia: http://it.wikinews.org/wiki/I_periti_confermano_la_morte_per_asfissia_di...

Wikipedia non può negare la verità della sentenza e allora prova a rimestare nel torbido creando comunque confusione e instillando nel lettore il dubbio che la sentenza sia sbagliata e che Federico non sia stato ucciso dalla poliza.

da Indymedia

30 luglio fascisti a formia - Organizzarsi, mobilitare, fermare il concerto fascista

NO al concerto fascista a Formia!!!
CasaPound Sud Pontino ha organizzato un concerto a Piazza Vittoria per il 30 luglio.

azione antifascista
Formia: CasaPound è un'organizzazione di destra radicale e fascista, che nasconde, dietro una banale e stucchevole retorica patriottica e nazionalista, il disprezzo verso qualsiasi forma di differenza culturale e politica .

Chi ha organizzato il concerto rivendica orgogliosamente il mito dell'Italia fascista e delle sue leggi razziali, oltre alle presunte radici etniche del popolo italiano: nel nome del fascismo sono state perpetrate negli ultimi anni numerose violenze contro extracomunitari, omosessuali, ragazze e ragazzi di idee politiche diverse dalle loro da parte di gruppi di fascisti armati di bastoni e coltelli.

Riteniamo vergognoso che il Comune di Formia abbia concesso patrocinio e finanziamenti a un concerto che ha come scopo principale quello di rafforzare l'azione politica e la presenza dei gruppi fascisti nel golfo, gia' gravemente rappresentata nell'istituzione cittadina dal Delegato alle Politiche Giovanili.

Riteniamo offensivo che il comune di Formia abbia finanziato questo concerto in un contesto di profonda crisi economica, che la Giunta ha dimostrato di non sapere in alcun modo contrastare sia per la conclamata assenza di idee, sia perche' presa da beghe interne e da difficili sistemazioni di poltrone.

gli antifascisti del golfo

da AntifaBassoLazio

Peggio che le ronde


Caronno Pertusella
«Non chiamatele ronde. Sono solo rapporti di buon vicinato»
Il sindaco accoglie la proposta dei cittadini che ha già avuto 40 adesioni: un patto tra vicini per controllare la casa. Pronto anche lo stemma: “Area sottoposta a controllo del vicinato”
«Non chiamatele ronde, sono rapporti di buon vicinato». Non avranno pettorine, non avranno stemmi, non andranno in giro in orari predefiniti. Ma saranno semplicemente dei cittadini che “guardano” l’abitazione di altri vicini. «I classici rapporti di buon vicinato che, come Comune, vogliamo promuovere su sollecitazione dei cittadini» spiega il sindaco di Caronno Pertusella Augusta Maria Borghi.
Mercoledì sera si svolge infatti un incontro pubblico in biblioteca tra i residenti di alcune vie della zona (vie Tintoretto, Caravaggio e Mantenga) che hanno promosso un’iniziativa per sentirsi più sicuri, senza la necessità di istituire delle ronde. Durante la serata sarà anche presentato l’adesivo, il manifesto, che sarà affisso nella zona con scritto “Area sottoposta a controllo del vicinato: non preoccupatevi se qualcuno si avvicina per sapere che fate qui o annota il vostro numero di targa”.

La singolare iniziativa è partita direttamente dai cittadini della zona interessata e sono già una quarantina le adesioni. «L’idea è nata da un ingegnare della zona che era stato in Inghilterra dove da tempo si adotta questo sistema – spiega il primo cittadino -. Un sistema basato semplicemente sui rapporti di buon vicinato, che oggi non sono più intesi come una volta. Non si tratta di ronde, ma solo di guardare la casa del vicino quando questi non c’è. Cose che una volta si facevano naturalmente. Il ruolo del comune è semplicemente quello di favorire la diffusione del buon vicinato. Un modo per aumentare anche la coesione sociale, dare maggiore sicurezza ai residenti».

Sono molte le iniziative e le assemblee pubbliche organizzate in questi anni dall’amministrazione guidata da Augusta Maria Borghi che sottolinea come la lista civica non appartenga, o non sia vicina, ad alcun partito in particolare. Ma il primo cittadino spiega come questa iniziativa di “controllo del vicinato” sia «la risposta da parte dei cittadini all’inutilità delle ronde. Polizia locale e carabinieri hanno già il compito di controllare e vigilare. Ricreare i rapporti di buon vicinato è sicuramente un buon modo anche per aumentare la sicurezza. Speriamo che l’iniziativa riceva consensi e adesioni anche in altre parti del paese».

da Indymedia

Dalla Sicilia in pezzi si può ripartire

L'ordine del giorno proposto del deputato Granata, ex assessore regionale siciliano vicino a Fini e da Tonino Russo del Pd, respinto dal governo perché contenente un'aperta critica a Berlusconi che aveva proposto Milano come sede di un futuro «Forum Permanente per l'area del Mediterraneo», è stato approvato da una maggioranza composta da deputati dell'opposizione Pd, Idv, Udc più quattro deputati del Mpa, due del Gruppo Misto e sette del Pdl.Questi ultimi sono tutti della corrente del sottosegretario Miccichè, ex presidente dell'Ars (Assemblea regionale siciliana) e fondatore di Forza Italia assieme a Dell'Utri, sulla base della rete di rappresentanze Mediaset ed anche degli amici di Vittorio Mangano, mammasantissima della mafia siciliana, inviato ad Arcore a proteggere non solo la vita di Veronica e dei suoi figli da oscure minacce quanto forse a controllare l'adempimento di accordi con ambienti isolani, che hanno portato immediatamente FI in Sicilia in una posizione di preminenza elettorale.
Effettivamente la scelta di Milano - protesa storicamente verso l'Austria, la Svizzera, la Baviera e la Francia - come centro della politica mediterranea, è fuori tono. Ma Berlusconi al sud si trova in difficoltà. A Napoli, la Regione è in mano a Bassolino, in Puglia c'è una coalizione guidata da Vendola e in Sicilia governa, con uno statuto riveduto e corretto ad usum delfini, Raffaele Lombardo promotore del Movimento per le autonomie e della campagna anti Lega ed antiNord.
Le vicende dell'autonomia siciliana in passato hanno annunciato svolte della politica nazionale. A partire, alla sua origine e dopo Portella della Ginestra, dall'estromissione di comunisti e socialisti dal governo, che anticipò l'operazione portata a compimento alcuni mesi dopo da De Gasperi, alla crisi di Milazzo verso la fine degli anni '50, che aprì la strada a Moro per fare digerire alla destra della Dc l'accordo con Nenni, fino all'ultima vicenda, grottesca e suicida, del governo dell'ex comunista Capodicasa, di due legislature fa, espressione di uno schieramento che andava dai pluri inquisiti Cuffaro e Pellegrino, esponenti di una maggioranza di destra in crisi che restarono a governare, secondo il loro costume, assessorati chiave come l'Agricoltura e il Territorio e Ambiente, fino ai sei deputati comunisti che si accodarono a questo «pateracchio», mentre su scala nazionale il Prc rompeva con il governo Prodi sulla questione delle 35 ore, ricavandone prestigio e consenso elettorale.
Da questo governo fu approvata la riforma dello Statuto che modificava radicalmente il sistema che dal '46 era basato sull'Assemblea (eletta con la proporzionale) e che eleggeva a sua volta Presidente ed assessori e quindi poteva anche votare la sfiducia. Si introdusse un sistema di ispirazione Usa, ma con grottesche amplificazioni e commistioni, che prevedeva non solo l'elezione diretta del Presidente con ampi poteri di nomina del suo governo (che Lombardo sta esercitando in modo radicale azzerando e nominando assessori a suo piacimento), ma anche l'aggancio del Presidente ad una maggioranza a cui veniva attribuito un ulteriore premio nell'assegnazione dei seggi. Questo aggancio stabiliva anche il principio che l'indisponibilità del Presidente, da qualunque causa determinata (dimissioni, condanna penale, morte, voto di sfiducia dell'Assemblea) avrebbe portato alla dissoluzione dell'Ars ed a nuove elezioni. Naturalmente l'astuto Cuffaro, appena questo progetto fu approvato in sede costituzionale (lo Statuto siciliano è inserito nella Costituzione ) con un accordo necessariamente bipartisan anche a livello nazionale, ritirò il suo appoggio a Capodicasa dopo avere ottenuto la promessa della candidatura, di esito sicuro, a Presidente della Regione.
Iniziò così, due anni e mezzo fa, l'epoca Cuffaro che ebbe vita breve, ma non per questo meno dannosa per la Sicilia, perché la condanna penale per rapporti con la mafia lo costrinse alle dimissioni e portò quindi allo scioglimento dell'Ars. La scelta della destra cadde su Lombardo, che naturalmente rivinse a mani basse le elezioni anche perché, contrariamente a quanto avveniva su scala nazionale, l'Udc restò nella maggioranza di centro-destra. Il Pds e la Margherita furono sconfitti due volte ma la sinistra alternativa passò dai sei deputati, che avevano dato la fiducia a Capodicasa, a tre nella legislatura Cuffaro, per scomparire nelle ultime elezioni, malgrado l'ottima performance dell'Arcobaleno di Rita Borsellino, che arrivò a poche centinaia di voti dal quorum del 5% stabilito, con accordo bipartisan, da centro-destra e Pd. Questa maggioranza però non è riuscita a mantenere una sua coesione e sono cominciate le grandi manovre e contrasti. Non c'è dubbio che il governo Berlusconi-Bossi-Tremonti ha svolto una politica antimeridionale dirottando (e non solo) i finanziamenti per le aree depresse verso altre iniziative.
Comunque vadano le cose però, la Sicilia e il Mezzogiorno non possono sperare in nessuna modifica a loro favore se non si sviluppa un'opposizione che abbia, come nel lontano 1947, un suo programma che oggi, nelle mutate situazioni, può avere dei punti di riferimento precisi che sorgono dalla realtà creata da questi ultimi due decenni di politiche neoliberiste condotte dai governi di centro-destra e di centro-sinistra a livello nazionale e regionale.
Esemplare è la questione dell'acqua in Sicilia infeudata, dal governo Capodicasa e da quelli che si sono succeduti, ad una congerie di imprese private e di strutture semipubbliche clientelari che fanno capo a Veolia, un monopolio internazionale francese. È in corso una forte mobilitazione - promossa dai sindaci spinti dalle popolazioni - che, a seguito delle privatizzazioni, hanno avuto meno acqua e più cara di prima, e ne chiede la ripubblicizzazione. Analoghi movimenti sono nati attorno alla politica dei rifiuti, ma soprattutto contro il blocco, imposto dalle direttive nazionali e realizzato da Lombardo, allo sviluppo delle energie eoliche e solari che darebbero lavoro a decine di migliaia di siciliani e vitale soccorso alle finanze dei Comuni. Sono in corso anche lotte per la Fiat e sulla gestione fallimentare delle grandi città.
Ma quello che manca è una forza politica, anche modesta, anche derivante, per cominciare, dalla sommatoria delle due liste ex Prc che si sono affrontate nelle ultime elezioni europee, che abbia un programma alternativo unificante capace di intervenire nei contrasti interni alle forze governative. Una forza di sinistra che si prepari a gestire l'ondata favorevole che può svilupparsi in Sicilia come avvenne, ad esempio, all'epoca della Primavera di Palermo e di Catania, quando in quest'ultima città addirittura si affrontarono al ballottaggio due candidati di sinistra, Bianco e Fava, con l'esclusione della destra.

di Nicola Cipolla da Il Manifesto

Decreto sicurezza, quei figli delle immigrate separati dalle madri

Tra le aberrazioni del discutibile decreto-sicurezza, convertito in legge il 24 luglio scorso e operativo dal prossimo 8 agosto, ve n´è una che ferisce più di altre e interessa particolarmente il capoluogo ligure, dove vivono e lavorano almeno quindicimila donne straniere in attesa di permesso. I documenti in regola vengono prima del più elementare diritto umano, dice in sostanza la nuova normativa. E infatti, la madre clandestina che partorisce in ospedale rischierà di vedersi sottrarre alla nascita il figlio, destinato all´adozione: in mancanza di una qualsiasi regolarizzazione dei genitori – anche perché il cosiddetto permesso di soggiorno per gravidanza non è affatto scontato – il piccolo verrà infatti dichiarato in stato di abbandono, ed affidato in un primo tempo ai servizi sociali. Il paradosso è che il neonato, proprio perché abbandonato dai genitori, acquisirà immediatamente la cittadinanza italiana. Sarà sufficiente attendere dieci giorni per verificare se le previsioni più nere avranno puntuale riscontro. Secondo una stima dei medici genovesi, tra città e provincia le straniere in stato interessante –e che porterebbero a termine la gravidanza entro la fine dell´anno - sarebbero alcune centinaia: che fine faranno i loro bimbi?

La domanda se la sono posta anche alcune associazioni genovesi che cercano di tutelare gli ultimi, fantomatici diritti degli immigrati. E che in questi giorni chiederanno alle istituzioni cittadine di impegnarsi affinché l´aberrazione di cui sopra non trovi spazio nel capoluogo ligure. Alessandra Ballerini, avvocato specializzato nei temi dell´immigrazione, conferma il rischio che i piccoli siano tolti alle madri clandestine. «In un recente dibattito parlamentare, Alfredo Mantovano, sottosegretario all´Interno sosteneva che le mamme straniere possono comunque entrare in possesso di un permesso di soggiorno per gravidanza, e che questo tutelerebbe i piccoli. Ma un permesso di questo tipo non è virtuale, è qualcosa di maledettamente concreto: e servono documenti (dichiarazione dell´Asl, ecografie e soprattutto passaporto) che la clandestina non sempre può mettere a disposizione. Senza permesso dei genitori, applicando strettamente la legge, il neonato potrebbe essere dichiarato in stato di abbandono. La straordinaria conseguenza è che, secondo la normativa sulla cittadinanza, il bimbo in stato di abbandono diventa cittadino italiano per nascita».

Considerando l´eventualità di un bimbo sottratto alla madre e dato in adozione, vale la pena di ricordare che la Costituzione italiana e il diritto internazionale – se ancora la Convenzione dei Diritti dell´Uomo vale qualcosa - tutelano l´unità familiare. «E che la Convenzione di New York, quella sui diritti del fanciullo, obbliga al riconoscimento del bimbo: che al momento della nascita deve essere immediatamente registrato e da allora ha diritto ad un nome ed una cittadinanza».

di Massimo Calandri da LaRepubblicaGenova

Sudan, condannata a 40 frustate - perché indossava i pantaloni


Fissata per oggi l'esecuzione della pena inflitta alla giornalista Lubna Ahmad Hussein
Fermata con altre donne in un locale. Ha chiesto ai colleghi di assistere alla fustigazione


KHARTOUM - E' stata fissata per questa mattina l'esecuzione della pena inflitta alla giornalista sudanese Lubna Ahmad Hussein, condannata a 40 frustate per aver indossato i pantaloni, tenuta considerata "indecente "secondo i canoni islamici e che tre settimane fa è costata la stessa pena ad altre dieci donne.

Lubna Ahmad Hussein, la giornalista che scrive per il giornale di sinistra Al-Sahafa e lavora per la missione delle Nazioni Unite in Sudan (Unmis), era stata fermata all'inizio di luglio a Khartoum in un ristorante insieme ad altre donne perché appunto indossavano i pantaloni.

"Le autorità mi hanno telefonato - ha annunciato la giornalista - e mi hanno detto che devo comparire davanti al giudice. E' importante che la gente sappia quello che accade", ha aggiunto la donna chiedendo ai colleghi di essere presenti quando sarà frustata. "Mi daranno 40 frustate e mi imporranno una multa di 250 sterline sudanesi", circa 80 euro, ha aggiunto.

La giornalista aveva raccontato che il 3 luglio mentre si trovava al ristorante c'era stata un'irruzione della polizia e lei con altre 12 donne in pantaloni erano state portate al commissariato. Secondo Lubna Hussein, dieci donne erano state convocate dalla polizia due giorni più tardi e ciascuna di loro aveva ricevuto dieci frustate. In vista dell'applicazione della sentenza, la giornalista sudanese ha distribuito 500 inviti a suoi colleghi e politici del paese affinché assistano di persona alla fustigazione.

da La Repubblica

L’Aquila, dopo il G8

El País intervista Stefania Pezzopane, presidente della provincia dell’Aquila, chiedendole dello stato dei lavori e della ricostruzione a quasi quattro mesi dal terremoto e dopo qualche settimana da quel G8 che l’ha resa una piccola celebrità.“Nei giorni del G8, una figura minuta si eresse tra le rovine dell’Aquila. Era Stefania Pezzopane, la presidente della provincia. Quando Barack Obama stava per andarseme, la presidente le chiese una foto e Obama si mise in ginocchio per stare alla sua altezza. Poi arrivarono George Clooney e Bill Murray, per inaugurare un cinema prefabbricato nel paese di San Demetrio, e Pezzopane continuò a mietere trionfi: Clooney la baciò sulla bocca, e Murray la prese in braccio davanti allo sguardo attento di Sonsoles, la moglie di Zapatero”.

“Finito il quarto d’ora di celebrità, la vivace presidente 48enne, 1,48 di altezza, ex comunista, madre di una bambina, 3.600 euro di stipendio, è tornata alla cruda realtà ed è molto preoccupata. I suoi vicini di casa continuano a vivere tra alberghi e tende da campeggio, aspettando che il governo mantenga le sue promesse”.

da Internazionale

martedì 28 luglio 2009

PUGLIA - Sanità, la Regione chiede più fondi - "Altrimenti costretti a tagliare i servizi"

Per ora i conti sono a posto ma il presidente Vendola e l'assessore alla Sanità Fiore chiedono più finanziamenti per evitare il collasso e i tagli dei servizi

La Sanità pugliese ha superato l´esame del governo nel 2008. Ma lancia l´allarme per il prossimo anno. «Se il governo non cambierà la ripartizione del fondo che ha annunciato ai governi regionali mercoledì corso, ci costringeranno al collasso e quindi al taglio di alcuni servizi» denuncia l´assessore Tommaso Fiore che, insieme con il governatore Nichi Vendola e tutti i presidenti delle regioni del Sud, annuncia battaglia.
A scatenare la protesta è stato l´incontro che si è tenuto mercoledì scorso tra il Governo e gli assessori alla Sanità: in quella sede è stato presentata la bozza del nuovo documento di programmazione economica e finanziaria per il prossimo anno, con il riparto per le singole regioni. Rispetto allo scorso anno la cifra è stata ridotta, seppur non in maniera importante. «Ma il problema - spiegano i tecnici della Regione - è che per legge doveva essere aumentata».

La Puglia in questi mesi, con la collaborazione di tecnici di caratura nazionale, ha infatti dimostrato come la ripartizione del fondo sia assolutamente inadeguata ai servizi e soprattutto non congrua se si considerano gli stessi parametri utilizzati per la distribuzione dei soldi alle altre regioni. «In sostanza ci vengono sottratti milioni di euro che invece ci spetterebbero per legge» dice Fiore. Se questi fondi non arrivano, la Regione sarebbe costretta a tagliare i servizi oppure a posticipare alcuni dei nuovi servizi previsti dal Piano della salute. Ad accrescere le preoccupazioni dei tecnici anche la risoluzione di alcuni contenziosi che molto probabilmente vedranno la Regione soccombere: se così fosse, i conti diventerebbero ancora più difficili da gestire.

«E´ chiara la partita che si sta giocando e soprattutto deve essere chiara chi la sta giocando - spiegano gli uomini dell´assessorato - Se non viene riconosciuto alla Puglia quanto gli spetta è soltanto per una decisione politica del Governo». La Puglia rivendica il ruolo di regione tutto sommato virtuosa. Così come si evince dalla manovra anticrisi varata venerdì dal Parlamento, è stata l´unica regione del sud insieme con la Basilicata a superare l´esame del ministero dell´Economia e della Salute nel cosiddetto "tavolo Massicci". Questo però certo non significa che le cose non vadano bene. Il deficit consuntivo valutato è stato complessivamente di 261 milioni di euro, coperto però completamente coperto dalle entrate fiscali della Regione, che ha aumentato le addizionali Irpef e Irap.

dati, forniti a metà luglio, hanno portato un peggioramento rispetto a quanto si aspettava: la differenza tra il risultato del preconsuntivo (253 milioni di euro) e quello del consuntivo è pari a un peggioramento di circa 8 milioni di euro. A determinare questa distanza sono state le maggiori spese delle Asl che hanno utilizzato 72 milioni di euro di troppo. Ma il buco di 8 milioni è anche il frutto delle minori entrate fiscali. Questi dati che però sono contestati dal centrodestra. «La Corte dei conti - spiega il capogruppo Pdl Rocco Palese- ha diffuso cifre ben più preoccupanti per i pugliesi. In questi anni si è riscontrato costantemente il mancato allineamento tra le cifre risultanti dai verbali dei revisori dei conti ed i bilanci di esercizio delle Asl».

di Giuliano Foschini da LaRepubblicaBari

Oltre 100 religiosi invitano alla disobbedienza civile contro le leggi razziali

Cresce la protesta contro l'iniquità delle norme del "pacchetto sicurezza"

“Faremo quanto è in nostro potere affinché un numero sempre crescente di cittadini metta in atto pratiche di accoglienza, di solidarietà e anche di disobbedienza pubblica, perché nel tempo più breve possibile questa legge sia radicalmente cambiata”: è l’impegno promesso da oltre un centinaio di suore e preti, firmatari di un appello dal titolo “Onoriamo i poveri”.
Nel documento definiscono “strumentale e pretestuoso” il cosiddetto “pacchetto sicurezza”, la nuova legge che contiene norme in materia di immigrazione quantomeno controverse.
“La legge – sottolineano i religiosi - discrimina, rifiuta e criminalizza proprio i più poveri e i più disperati. Riteniamo strumentale e pretestuosa la categoria della clandestinità loro applicata. È lo stato che rifiuta il riconoscimento. Di null’altro sono colpevoli queste persone se non di essere troppo bisognose. Per lo stato italiano oggi è questo che costituisce reato”.

I firmatari sostengono di riconoscersi “nell’umanità e nella dignità di tutte le persone, che vengono colpite da questa legge iniqua” e richiamano lo stato italiano al rispetto di norme e documenti violati dal “pacchetto sicurezza”: dalla Dichiarazione universale dei diritti umani alla Convenzione sullo stato dei rifugiati, dalla Convenzione sui diritti dell’infanzia alla stessa Costituzione della repubblica.

da Indymedia

E il ponte sullo Stretto dove lo metto? Nel maxiemendamento "anticrisi"...


Il piano anticrisi in discussione in questi giorni dovrebbe avere come obiettivi naturali la riduzione degli sprechi, l’individuazione dei settore dell’economia reale da sostenere e l’aiuto alle fasce sociali ed economiche che più risentono, senza averne colpa, dell’attuale crisi.
Se però si guarda nello specifico la manovra d’estate che domani otterrà l’ok definitivo da parte del Senato, ci si accorge che di quegli obiettivi annunciati vi è ben poco.
Tra i vari provvedimenti contenuti nel maxiemendamento del Governo, ve n’è uno che stanzia 1,3 miliardi di euro per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina.
Nello specifico si tratterebbe di un "contributo in conto impianti" per la società Stretto di Messina spa. Inoltre per accelerare le procedure verrebbe nominato commissario straordinario Pietro Ciucci, ovvero proprio il presidente della ‘Stretto di Messina Spa’.

''La norma inserita nel Maxiemendamento al decreto Anticrisi consente di velocizzare le procedure, e pertanto, il Ponte sullo Stretto verrà realizzato nei tempi prestabiliti e i lavori si concluderanno entro il 2016''. Questo è quanto recita una nota congiunta dei ministri dell'Economia, Giulio Tremonti, e delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli.

Di date di fine opera la storia del ponte ne è piena.
Solo per ricordarne alcune: nel 2004, l’allora amministratore delegato Ciucci rassicurava che «i primi cantieri apriranno tra il 2005 e il 2006. Il ponte sullo stretto sarà aperto al traffico nel 2012»; nel 2002, il presidente del consiglio Berlusconi sosteneva che nel 2004 ci sarebbe stata la posa della prima pietra, e dopo 5-6 il ponte sarebbe stato aperto al pubblico.

Se poi volessimo risalire ai tempi della prima repubblica, troviamo ultimatum su ultimatum da parte di ministri delle infrastrutture e presidenti del consiglio che sostenevano l’apertura del ponte prima del 2000.

Questo solo per mostrare quanto questa opera ritenuta “strategica” sia poi realmente ritenuta tale da chi la sventola come volano di sviluppo per il mezzogiorno d’Italia.

Sia ben chiaro, siamo fermamente contrari alla realizzazione di questa infrastruttura perché dispendiosa, non compatibile con l’ambiente e soprattutto inutile sotto qualsiasi aspetto la si voglia considerare funzionale al rilancio (sarebbe il caso di dire di primo lancio) del sud e nello specifico della Sicilia.
Ad oggi il costo del ponte è preventivato intorno ai 17,8 miliardi di euro, una cifra enorme con la quale si potrebbe fare realmente tanto per aiutare il sud a riscattarsi. Ancora una volta il Ponte sullo Stretto si mostra per quello che è, un magnifico strumento di propaganda dei governi nel meridione.

È infine doveroso ricordare che l’ultimo governo Prodi aveva avuto la possibilità di mettere la parola fine alla lunga storia del ponte. Pagando una penale di 500 milioni di euro si sarebbe, infatti, potuto sciogliere il contratto con Impregilo, la società che si è aggiudicata l’appalto per la costruzione. Ma il ministro dei trasporti Di Pietro votò con l'opposizione contro il Governo facendo sì risparmiare l’onere della penale, ma lasciando attivo il contratto con l'Impregilo. E’ anche per questo se oggi ci troviamo da punto a capo.

di Bartolo Scifo
http://www.linkontro.info/index.php?option=com_content&view=article&id=2088:e-il...
da Indymedia

Il verbale della vergogna: IL PRIMO PASSO DOVRA’ ESSERE L’ASSASSINIO DI ARAFAT…

Quella che segue è la traduzione integrale della trascrizione del colloquio in cui l’ex premier israeliano Sharon, l’attuale Presidente dell’ANP Abu Mazen e l’ex leader di Fatah a Gaza, Mohamed Dahlan, discutevano con una delegazione statunitense a proposito del modo migliore per assassinare Arafat, Rantissi ed altri dirigenti palestinesi.

Il testo è stato reso noto dal dirigente dell’OLP Faruk Kaddumi, che attualmente si trova a Damasco, dove alcune fonti hanno affermato che esiste – ed è sempre in possesso di Kaddumi – un nastro con la registrazione del colloquio qui trascritto, diffuso in Europa dal dipartimento francese del Palestinian Information Center.

Sharon : Ho insistito molto per tenere questo incontro prima del prossimo summit, in modo da concludere tutti gli aspetti tecnici e di mettere i puntini sulle “i”. Non dovremo trovarci di fronte a zone d’ombra e ad interpretazioni casuali nei prossimi giorni.

Dahlan : Se non aveste sollecitato voi questo incontro, l’avrei fatto io.

Sharon : Per prima cosa, dobbiamo tentare di liquidare tutti i capi militari e politici di Hamas, del Jihad Islamico, delle Brigate Al-Qassam e del Fronte Popolare.

Abu Mazen : Certamente questo metodo non conoscerà altro che il fallimento, noi non potremo eliminarli e nemmeno affrontarli.

Sharon : Allora, qual è il vostro piano?

Dahlan : Noi vi avevamo messo a conoscenza del nostro piano per iscritto, così come gli Americani. In realtà, abbiamo bisogno di un periodo di calma per poter mettere completamente le mani sui servizi di sicurezza e su tutte le istituzioni esistenti

Sharon : Ma fino a quando Arafat occupa la Muqata a Ramallah, siete voi che andrete incontro al fallimento, molto sicuramente. Quella volpe vi sorprenderà come ha già fatto. Lui conosce tutte le vostre intenzioni. Farà di tutto per mettervi in scacco. Lui grida da tutti i tetti che vi utilizzerà per il lavoro sporco.

Dahlan : Lo vedremo, chi è che sfrutta l’altro!

Sharon : Il primo passo dovrà essere l’assassinio di Arafat, avvelenandolo. Io non voglio espellerlo verso un altro Paese, se non avrò una garanzia internazionale che sia assegnato ad una residenza obbligata, altrimenti tornerà.

Abu Mazen : Se Arafat muore prima che siamo in grado di prendere in mano la situazione, mettere le mani sulle istituzioni, sul movimento di Fatah e sulle Brigate di Al-Aqsa, incontreremo molte difficoltà.

Sharon : Al contrario: voi non otterrete nulla fino a quando Arafat sarà in vita.

Abu Mazen : L’idea è che facciamo passare tutto attraverso Arafat, e questa sarà un’occasione sia per noi che per voi. Così, lo scontro con le fazioni palestinesi e la liquidazione dei loro capi peseranno sulle sue spalle. La gente non dirà che è Abu Mazen a fare questo e quello. E’ il Presidente dell’Autorità Palestinese che l’avrà fatto. Io conosco bene Arafat. Lui non accetta mai di essere messo in disparte, vuole sempre restare il raïs. Se perdesse tutti i privilegi, se non gli restasse che la scelta di una guerra civile, preferirebbe restare raïs.

Sharon : Prima di Camp David, voi dicevate che Arafat era sempre l’ultimo ad essere messo al corrente. Ma Barak e Bill Clinton sono rimasti sbalorditi, perché conosceva ogni cosa e nei dettagli.

Dahlan : Noi abbiamo messo in campo un servizio che mischia (unisce) elementi della polizia e del servizio di sicurezza preventiva. Il numero dei suoi elementi ha superato i 1800. Questo munero sarà aumentato con elementi che voi approverete. E noi imponiamo agli ufficiali condizioni difficili e facciamo di tutto perché ci obbediscano. Lavoriamo per mettere da parte tutti gli ufficiali che si permettono di mettersi sulla nostra strada. E non faremo sconti a nessuno.

Abbiamo cominciato intensamente a mettere sotto controllo i membri pericolosi di Hamas, del Jihad Islamico e delle Brigate di Al-Aqsa. Se voi mi chiedeste di designare le cinque persone più pericolose, potrei darvi i loro posti con precisione. Questa precisione vi permetterà di colpirli rapidamente, prima che abbiano fatto un solo gesto contro di voi. Ed ora puntiamo ad aprire dei varchi nelle fazioni palestinesi, per potere più avanti smantellarle e liquidarle.

Sharon : Io vi appoggerò dal cielo per colpire ogni obiettivo per voi difficile. Tuttavia, ho paura che Arafat abbia potuto infiltrarvi ed abbia trasmesso i vostri piani ad Hamas, al Jihad Islamico ed agli altri.

Dahlan : Questo servizio non ha nulla a che vedere con Arafat, né da vicino, né da lontano, eccetto che per i salari, attraverso Salam Fayyad (il ministro delle finanze dell’epoca). Abbiamo potuto stanziare un budget per questo servizio. Arafat sta perdendo il suo potere. Non lo lasceremo a questo punto.

Sharon : Noi dobbiamo facilitarvi la liquidazione dei capi di Hamas, iniziando con il provocare una crisi per poter uccidere tutti i capi militari e politici. Così, controllare il terreno sarà più facile.

Abu Mazen : In questo modo, falliremo totalmente; non avremo la capacità di eseguire le parti del piano. Inoltre, la situazione esploderà senza che si abbia la forza per padroneggiarla.

La delegazione americana: Crediamo che il piano di Dahlan sia perfetto e che bisogna lasciargli un periodo di calma per un controllo totale. Voi dovete ritirarvi da alcuni territori e lasciare la questione della sicurezza alla polizia palestinese. Ma appena sarà effettuata un’operazione (della resistenza, n.d.t.), voi tornerete e colpirete duramente, in modo che la gente senta che i resistenti sono un vero fardello e che sono loro che obbligano l’esercito israeliano a tornare nei territori evacuati.

Sharon : Abu Mazen stesso ci consigliava di non ritirarci prima della liquidazione delle infrastrutture del terrorismo (…).

Abu Mazen : Si, è vero, io ve lo avevo consigliato, pensando che ci sareste riusciti. Infatti, avevo creduto che voi ci sareste riusciti e rapidamente.

Dahlan : Le carte della riuscita sono attualmente nelle nostre mani. E Arafat perse sempre di più il controllo. Noi abbiamo sempre di più le mani sulle istituzioni. E per quel che riguarda àa forza comune di sicurezza, fra la polizia e la forza preventiva, è sotto la direzione del colonnello Hamdi Ar-Rifi, che voi conoscete perfettamente. Vi abbiamo inviato dei documenti a questo proposito. E’ importante che questa forza non sia sotto la direzione di Arafat e che non accetti ordini da lui. Per cominciare, andiamo a lavorare nel nord della Striscia di Gaza. Per quanto riguarda le Brigate di Al-Aqsa, presto saranno per noi un libro aperto. Abbiamo pianificato tutto perché abbiano un solo capo e liquideremo chiunque si metta sulla nostra strada.

Sharon : Approvo questo piano. Per farlo riuscire e non impiegare troppo tempo, bisogna uccidere i leader politici e militari importanti come Rantissi, Abdallah Al-Chami, Zahhar, Abu Chanab, Haniyeh, Al-Majdalani, Mohammed Al-Hindi e Nafed Azzam.

Abu Mazen : Ma questo farà esplodere la situazione e noi perderemo il controllo di tutto. Bisogna cominciare con un momento di calma al fine di controllare il terreno. E’ meglio sia per noi che per voi.

Dahlan : Senza alcun dubbio, abbiamo bisogno del vostro sostegno sul terreno. Noi approviamo l’assassinio di Rantissi e di Abdallah Al-Chami. Uccidere queste persone provocherà un’anarchia ed un grande vuoto nei ranghi di Hamas e del Jihad Islamico, perché sono loro i veri caïd.

Sharon : Finalmente, cominci a capire, Dahlan!

Dahlan : Ma non ora. Bisogna ritirasi da una gran parte di Gaza in modo che noi abbiamo una buona credibilità agli occhi del pubblico. E quando Hamas e il Jihad Islamico avranno violato la tregua, voi li ucciderete.

Sharon : E se non la violano, voi gli lascerete preparare delle operazioni contro di noi, così avremo la sorpresa che la regua avrà lavorato contro di noi.

Dahlan : Non potranno essere pazienti durante la tregua, vedendo le loro organizzazioni in procinto di smantellarsi. Allora, violeranno certamente la tregua, e quello sarà il momento propizio per attaccarli. E toccherà a voi giocare, Sharon !

La delegazione americana: E’ una soluzione logica e pratica.

Sharon : io non dimentico che voi dicevate al Partito Laburista, ed anche a noi, che controllavate tutto. La realtà era diversa. Lasciatemi preparare il terreno a modo mio.

Abu Mazen : Il primo articolo della « Road map » prevede che ci sosteniate nella nostra lotta contro il terrorismo. Noi pensiamo che il miglior sostegno sarà che vi ritiriate da una parte della Striscia in modo che possiamo controllarla. E noi abbiamo detto che non permetteremo ad alcuna autorità, a parte la nostra, di esistere sul terreno.

Sharon : abbiamo detto più di una volta che i nostri migliori sostegni saranno gli aerei e i carri armati.

Abou Mazen : Ma questo non sarà affatto un sostegno.

da Indymedia

lunedì 27 luglio 2009

Afghanistan: la Lega con PeaceReporter? Nessun imbarazzo, ecco perché

Siamo forse più imbarazzati oggi, nel leggere le "sensate" parole del ministro Calderoli, di quanto lo siamo stati quando il ministro della Difesa la Russa risprese la nostra idea di mandare i militari nei cantieri per controllare che fossero rispettate le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Allora non se ne fece nulla, di militari nei cantieri non se ne vide traccia. E probabilmente anche di questa ennesima boutade leghista non se ne farà nulla.

Resta l'imbarazzo di condividere le parole di chi, su quasi ogni argomento (dai diritti al razzismo, dalla scuola al lavoro), è sempre dalla parte opposta. Non di PeaceReporter, beninteso, non ci reputiamo tanto importanti, ma della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
Poi però l'imbarazzo lo sciolgono le parole dello stesso ministro, è lui a fornirci la chiave di lettura: "Sull'Afghanistan la stragrande maggioranza degli italiani la pensa come Umberto Bossi".
Noi preferiamo pensare al contrario: la Lega, unica realtà politica con una struttura organizzata in grado di captare gli umori della gente, si è accorta con qualche anno di ritardo che agli Italiani la guerra fa schifo.

Vi ricordate quando si pubblicavano i sondaggi su questo tema? L'Italia era il Paese che, più di tutti al mondo, pensava che la guerra non la si dovesse fare mai. L'ottanta, il novanta percento degli italiani questo dicevano.

E la Lega, unica realtà politica presente davvero sul territorio, di questo si è accorta. Sicuramente c'è una fetta di italiani che non vuole i nostri militari in Afghanistan per questioni, diciamo, egoistiche. Tradotto in lingua leghista: "Che ci facciamo tra quei baluba? Trogloditi sono e trogloditi rimarranno, non ne vale la pena".
Non a caso nelle parole di Calderoli e dei leghisti si insiste tanto sulle risorse: "inutile sperperar quattrini per un branco di selvaggi", è il ragionamento fatto in lingua padana.

Ma noi siamo certi che questi siano una piccola minoranza. E che la stragrande maggiornaza del paese sia semplicemente contro la guerra per buonsenso. Perché la guerra è uno strumento inutile, anzi dannoso. E perché con i soldi spesi in missioni di guerra, pardon, in missioni diversamente di pace, gli italiani lo sanno, si potrebbero fare cose straordinarie, sia in Afghanistan sia qui da noi.

In conclusione, nessun imbarazzo. Perché sappiamo di essere nel giusto. E sappiamo di interpretare le idee degli italiani sulla questione della guerra, della pace e delle risorse buttate in missioni diversamente difensive da molti anni prima del ministro Bossi e dei suoi.

Maso Notarianni da PeaceReporer

La serva serve e noi ci adeguiamo

Per pura coincidenza temporale, nel fritto misto del decreto anticrisi si trovano gomito a gomito due provvedimenti che riguardano la vita e il lavoro delle donne. Dopo tanti spintoni, cade il muro pensionistico dei 60 anni per le lavoratrici del pubblico impiego (il settore privato seguirà a ruota). Dopo il pacchetto sicurezza, incartato frettolosamente dal governo pur di dimostrare i suoi quarti di razzismo, c'è la regolarizzazione «selettiva» delle badanti, senza le quali l'italico welfare dal basso crollerebbe nel giro di 24 ore. Pur se involontaria, la coincidenza veicola un messaggio maligno.
Il diritto delle donne ad andare in pensione di vecchiaia prima degli uomini è storicamente scaturito dal lavoro riproduttivo e di cura da esse svolto gratuitamente a casa. Da una quindicina d'anni una fetta di questo lavoro familiare e domestico è stata «appaltata» alle immigrate. E' passato, a costo contenuto, dalle spalle delle italiane a quelle delle straniere. Il loro arrivo in massa ha creato un nuovo lavoro, la badante, che prima non esisteva. Vi siete liberate del vostro fardello donnesco? Dunque, andate in pensione più tardi, recita il messaggio. Quantitativamente esagerato, perché non tutte le donne italiane hanno la colf o la badante. Ma non infondato e, quindi, urticante per le donne che hanno difeso il bastione dei 60 anni.

Dovrebbe interrogare tanto le donne che gli uomini lo scandalo della regolarizzazione «selettiva», concessa solo alle badanti. E le centinaia di migliaia di immigrati che fanno in nero il muratore, il facchino, il manovale, il pizzaiolo? Si impicchino, anche se sono in Italia da un pezzo, anche se da anni sono in lista d'attesa per ottenere il permesso di soggiorno con la lotteria dei decreti flussi. Il ministro Sacconi ha rivendicato a viso aperto la «selezione». C'è la crisi, ci occorrono solo «determinate figure professionali». Le badanti, appunto. «La serva serve», recita un vecchio adagio, meno ipocrita di Sacconi. La famiglia italiana è sacra, quella dei migranti un po' meno. Il cattolicissimo Carlo Giovanardi, il sottosegretario alla famiglia che ha dato il là alla regolarizzazione «selettiva», deve pensare alla prima, non alla seconda.

E noi? Diciamolo francamente, ci siamo adeguati. Le obiezioni a un provvedimento che calpesta spudoratamente il principio di uguaglianza sono state fiacche e di routine. In un paese dove passano le brutture del pacchetto sicurezza senza che quasi si muova foglia, la regolarizzazione selettiva è sembrata a qualcuno un piccolo passo avanti, a qualcun'altro un male minore. «Dobbiamo pensare anche ai mariti delle badanti», hanno fatto presente le Acli. Il segretario della Cgil ha scritto una lettera a Berlusconi e ai presidenti di Camera e Senato per «suggerire» che sarebbe più «razionale e giusto» regolarizzare tutti. L'altro ieri Epifani ha detto che «non si rassegna» alla sanatoria selettiva. L'ha detto con un fil di voce: sa di non aver dietro la sua gente quando si tocca il tasto dolente degli immigrati. Resiste indomita, bollando come anticostituzionale il condono solo per le badanti, Emma Bonino. Senza offesa, conta come il due di picche. La proposta di legge bipartisan che in Senato chiede la sanatoria generalizzata ha raccolto una cinquantina di firme e non farà molta strada.

La regolarizzazione selettiva delle badandi istituzionalizza l'egoismo. Tra i migranti scegliamo noi quelli che ci fanno comodo. E cancella le fandonie che ci raccontiamo sui migranti che dovrebbero arrivare qui istruiti, professionalmente formati, parlanti un italiano fluente. No, li vogliamo soli e impauriti, senza un letto e un tetto. E che siano di sesso femminile, mi raccomando. Per aggirare l'ostacolo, nelle prossime settimane tanti immigrati si «fingeranno» badanti. Gente subdola e infida, sbraiterà la Lega.

Manuela Cartosio
da Il Manifesto

Mondiali di nuoto, oro per gli scandali

I mondiali di nuoto di Roma sono iniziati in un clima spensierato. Pochi hanno ricordato, se non di sfuggita e senza calcare la mano, che per la loro preparazione si è collezionato uno scandalo dopo l’altro e che, ancora oggi c’è un’inchiesta della magistratura romana e alcuni impianti sportivi privati sequestrati. Viene da chiedersi: cosa deve accadere in questo paese per ottenere una sollevazione dell’opinione pubblica? È davvero così irreversibile come si vuol far credere l’indifferenza dell’opinione pubblica o forse conviene ricercare i motivi di questa innegabile apatia sulle cause strutturali che stanno alimentando la palude?
Per analizzare queste cause, conviene partire dalla vicenda madre di sedici anni fa: da Tangentopoli. Allora c’erano stati tre elementi concomitanti che avevano fatto maturare il rigetto della classe politica allora al potere. Il primo elemento erano state le inchieste della magistratura. Condotte allora con grande rigore e professionalità. Ma anche per i Mondiali del nuoto il potere giudiziario ha svolto il proprio ruolo. Sono stati sequestrati alcuni impianti privati beneficiati delle deroghe edificatorie previste dalla legge, nonostante questi stessi impianti si trovassero in aree vincolate ai sensi delle leggi paesistiche. Non sta qui dunque il problema.
Il secondo elemento era il ruolo del mondo dell’informazione. E qui tocchiamo già una prima profonda differenza. Anche stavolta ci sono state inchieste coraggiose (Report e Repubblica) e una costante attenzione (il manifesto). Ma un generale silenzio ha contraddistinto gli altri quotidiani. E, soprattutto, le televisioni di stato hanno taciuto la notizia. Quando ne hanno dovuto parlare a seguito dei sequestri hanno relegato le notizie in frettolose cronache locali. Il sistema dell’informazione è, rispetto ad allora, oggettivamente meno libero.
Ma a mio giudizio il punto dirimente è il sistema politico. All’epoca di Tangentopoli era esistente e visibile un’opposizione politica e questa interloquiva con l’opposizione sociale. La forma bipartitica che si sta sempre più affermando è la nemica principale di qualsiasi possibilità di verità e di informazione. Un sistema consociativo bipartitico si fonda sul continuo scambio dei ruoli tra maggioranza e opposizione e rende conseguentemente impossibile l’emergere di alcunché. Alcuni esempi chiariranno i motivi dell’omertà della politica.
Il primo gigantesco scandalo dei mondiali di nuoto di Roma sta nella definizione delle opere da realizzare per lo svolgimento delle gare, la cui responsabilità ricade interamente sulla precedente giunta Veltroni. Sta nell’aver deciso di realizzare un’opera folle, il palazzo del nuoto affidato a Santiago Calatrava, che per dimensioni e costi non sarebbe mai stato completato in tempo utile per i giorni delle gare. Anche senza la (colpevole) cancellazione da parte del nuovo sindaco Alemanno, il faraonico impianto non sarebbe stato pronto e si era già deciso di ripiegare su un suo ruolo secondario rispetto al Foro Italico. 600 milioni di euro gettati al vento. Il secondo scandalo iniziale è stato quello di aver dato uno spazio inaudito alle strutture sportive private, 17 per 29 vasche nuove. Impianti privati che hanno beneficiato di deroghe che avevano evidente legittimità soltanto nel caso di impianti pubblici. Ma eravamo nel pieno dell’ubriacatura che «privato è bello».
Con queste premesse è del tutto evidente che l’attuale opposizione avendo combinato il pasticcio non ha alcun interesse a denunciare lo scandalo: denuncerebbe se stessa! È la ferrea gabbia bipartitica - per questo tanto perseguita da entrambi gli schieramenti - che impedisce l’emergere del letamaio e mette a rischio lo stesso funzionamento dello Stato.
Qualche giorno fa il sindaco Alemanno per tentare di cancellare le forzature compiute dagli impianti privati fa votare al Consiglio comunale un ordine del giorno che arriva ad affermare: «Impegna il Sindaco e la Giunta a superare le problematiche che possono condizionare il potere del Commissario delegato(…) prestando, nel rispetto della legge e delle ordinanze del Presidente del Consiglio, l'intesa necessaria a realizzare interventi in deroga alle vigenti previsioni urbanistiche e al vigente regolamento edilizio». Ciò significa che «attraverso le intese» si cercherà di sanare a posteriori opere private eseguite in modo non conforme alla legge. E questo la politica non può dirlo, perché il rispetto delle regole è la garanzia per il cittadino e calpestare questo principio è inammissibile.

di Paolo Berdini da Il Manifesto

Il giudice non controlla la residenza - Ai domiciliari nel garage abbandonato

AGRIGENTO - Aveva adottato quale suo domicilio un parcheggio multipiano in disuso sito in piazza Rosselli, nel centro di Agrigento. E quando i carabinieri l'hanno arrestato qualche settimana fa per una questione di droga, Mohammed Mekkaoui, cittadino marocchino, 51 anni (senza permesso di soggiorno) al giudice che lo processava per direttissima ha detto che abitava in piazza Rosselli 22. Il giudice non ha controllato e lo ha mandato ai domiciliari all'indirizzo da lui dichiarato.
Risultato il signor Mekkaoui si è trovato costretto a dimorare (senza poter avere contatti con l'esterno) nel garage multipiano... Anzi, per dirla tutta, nella struttura costruita venti anni fa e mai completata diventata, col tempo, un rifugio per extracomunitari visto che non ha mai ospitato nemmeno un'auto.

Ma la legge è legge e i carabinieri di Agrigento la notte scorsa, nell'ambito dei soliti controlli, sono andati a vedere se effettivamente il marocchino si trovasse nel suo domicilio. L'uomo è stato invece rintracciato in una strada vicina e stava probabilmente facendo ritorno a "casa".

I militari avrebbero anche potuto chiudere un occhio davanti alla "strana" residenza di Makkaoui, ma non davanti alla sua assenza. A questo punto, considerato che era sottoposto al provvedimento cautelare, "da scontare - come è scritto nel provvedimento del giudice - presso il civico 22 del piazzale Rosselli" l'extracomunitario è stato arrestato per evasione e portato in carcere ad Agrigento.

di FABIO RUSSELLO da LaRepubblica

domenica 26 luglio 2009

Il governo della paura



Ieri sera intorno alle 20:30 presso il Chiostro dei Carmelitani di Nardò si è svolto un interessante dibattito sul decreto "sicurezza" e sul connesso problema dei lavoratori stagionali. Gli ospiti erano Natty Patanè, assessore ai servizi sociali di Sava, Gianluca Nigro, mediatore culturale, mentre era assente Umberto Caracciolo, dirigente asl di Nardò.
Il primo ha sottolineato come la strategia della paura seguita dal governo in questi anni abbia portato ad un evidente cambiamento della percezione della sicurezza.
Non si parla più di sicurezza come certezza del lavoro, degli affetti, come libertà di muoversi, di sognare un mondo migliore..., ma come "bisogno di difendersi da tutto ciò che devia dalla normalità che essi stessi ci impongono." Una sorta di vero e proprio cambiamento culturale che si avverte in particolare fra le generazioni più giovani, nel loro approccio con gli altri ma anche fra loro stessi.
Eppure il decreto è passato senza tanto scalpore, senza che i telegiornali evidenziassero il pericolo di una deriva razzista ormai in atto in Italia, senza spiegare che portare la profondità delle culture diverse (arabe.ecc...) sarebbe un arricchimento e non un pericolo per la nostra cultura.
Gianluca Nigro, "militante antirazzista" ha definito il decreto una mossa esclusivamente mediatica che non influirà minimamente sul flusso di circa 350000 immigrati che costantemente e indipendentemente dalle leggi da trenta anni arriva annualmente in Italia.
L'introduzione del reato di clandestinità, infatti, non impedirà certo l'ingresso di persone per canali irregolari stante l'impossibilità oggettiva ad usufruire di meccanismi legali ma porrà i migranti privi di permesso di soggiorno o che hanno perso il lavoro, in una condizione di subalternità giuridica fondata sulla sempre più pressante discrezionalità. Sarà la discrezione dei singoli operatori nei servizi sociali, sanitari, scolastici, a determinare se una persona potrà curarsi, iscrivere i propri figli a scuola, costruirsi insomma percorsi di inclusione in prospettiva di una propria regolarizzazione amministrativa. Aumenterà l'invisibilità delle situazioni di disagio e di marginalità, cresceranno le isole in cui i servizi diverranno favori, governate dalla vera e potente illegalità diffusa.
Allo stesso modo l'istituzionalizzazione delle ronde, sarà certamente causa di attriti di competenze anche in sede alle stesse amministrazioni locali e servirà più a offrire spazi per business di vigilanza privata e ad alimentare l'effetto paura che a rendere i territori socialmente più vivibili.
Un capitolo a parte meriterebbe la questione dello sfruttamentoi degli stagionali. Un processo molto largo che riguarda Nardò da vicinissimo, ma che oggi si è esteso comprendendo la raccolta delle fragole nel Veronese, delle mele in Trentino, della frutta in Emilia- Romagna, dell´uva in Piemonte, del tabacco in Umbria e Toscana. Una evidente dimostrazione di come gli immigrati occupati in agricoltura contribuiscano in modo strutturale allo sviluppo economico di questo settore e a mantenere il primato nel mondo dei prodotti alimentari italiani.
Ciononostante la manodopera stagionale straniera vive in un girone infernale, in cui lo sfruttamento è prassi comune ed a questo proposito Nigro dice che la situazione Neritina è meno grave di quella presente nel foggiano dove un bracciante immigrato guadagna dai 4 ai 6 euro per riempire un cassone di pomodori di 350 chili, dove non si parla dei ragazzi morti per non avere accesso all'acqua potabile e di quanto questa situazione influisca sull'economia reale giovando naturalmente ai grandi proprietari.